Coronavirus, Italia divisa in tre. Ecco tutte le misure del decreto anti-contagio

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Roma, 2 mar – Italia divisa in tre e stretta sulla diffusione del contagio. Il governo giallofucsia corre ai ripari con un Dpcm per fronteggiare l’epidemia di coronavirus in Italia. Nel nuovo testo firmato dal premier Giuseppe Conte vengono distinte tre aree di intervento: Alla zona rossa (in Lombardia i comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini; in Veneto il comune di Vo’ Euganeo) e alla zona gialla (l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto, le province di Pesaro e Urbino, Savona), si aggiungono misure per tutto il territorio nazionale. Le misure stabilite saranno valide fino all’otto marzo.

Le misure nella zona rossa

Ecco quali sono le misure nei comuni della “zona rossa”:

-il divieto di accesso o di allontanamento dal territorio comunale;

-la sospensione di manifestazioni, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso;

-la chiusura dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonché delle istituzioni di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, ferma la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza;

-la sospensione di viaggi di istruzione in Italia o all’estero fino al 15 marzo;

-la sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura;

-la sospensione delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità, nelle modalità e nei limiti indicati dal prefetto;

-la sospensione dei concorsi pubblici e privati, indetti e in corso negli stessi comuni;

-la chiusura di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle di pubblica utilità, dei servizi pubblici essenziali e degli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità, nelle modalità e nei limiti indicati dal prefetto;

-l’obbligo di accedere ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità indossando dispositivi di protezione individuale o adottando particolari misure di cautela individuate dall’azienda sanitaria competente;

-la sospensione dei servizi di trasporto di merci e di persone, anche non di linea, con esclusione del trasporto di beni di prima necessità e deperibili e fatte salve le eventuali deroghe previste dai prefetti;

-la sospensione delle attività lavorative per le imprese, ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità, compresa l’attività veterinaria, nonché di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare o a distanza;

-la sospensione dello svolgimento delle attività lavorative per i lavoratori residenti o domiciliati, anche di fatto, nel comune o nell’area interessata, anche ove le stesse si svolgano al di fuori dell’area.

-negli stessi comuni, il prefetto, d’intesa con le autorità competenti, può individuare specifiche misure finalizzate a garantire le attività necessarie per l’allevamento degli animali e la produzione di beni alimentari e le attività non differibili in quanto connesse al ciclo biologico di piante e animali.

-infine, negli uffici ricompresi nei distretti di Corte di appello cui appartengono i comuni della zona rossa, sino al 15 marzo 2020, si prevede la possibilità, per i capi degli uffici giudiziari, sentiti i dirigenti amministrativi, di stabilire la riduzione dell’orario di apertura al pubblico, in relazione alle attività non strettamente connesse ad atti e attività urgenti.

Le misure per la zona gialla 

Ecco invece le misure applicabili nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto e nelle province di Pesaro e Urbino e di Savona (la cosiddetta zona gialla). Per tali regioni e province si stabilisce quanto segue:

-la sospensione degli eventi e delle competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, fino all’8 marzo, in luoghi pubblici o privati, a meno che non si svolgano “a porte chiuse”. Restano consentite le sessioni di allenamento, sempre “a porte chiuse”;

-il divieto di trasferta organizzata dei tifosi residenti nelle stesse regioni e nelle province di Pesaro e Urbino e di Savona, per assistere a eventi e competizioni sportive che si svolgano nelle restanti regioni e province;

-la sospensione, fino all’8 marzo, di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario, nonché degli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose;

-è consentito lo svolgimento delle attività nei comprensori sciistici a condizione che il gestore provveda alla limitazione dell’accesso agli impianti di trasporto chiusi assicurando la presenza di un massimo di persone pari ad un terzo della capienza (funicolari, funivie, cabinovie, ecc.);

-l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative in grado di evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro, la cosiddetta regola “droplet” per evitare il contagio;

-la sospensione, fino all’8 marzo, dei servizi educativi dell’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, di corsi professionali, master, corsi per le professioni sanitarie e università per anziani, ad esclusione dei medici in formazione specialistica e tirocinanti delle professioni sanitarie, salvo la possibilità di svolgimento a distanza;

-la sospensione dei concorsi pubblici e privati, ad esclusione dei casi in cui venga effettuata la valutazione dei candidati esclusivamente sulla base dei curriculum e/o in maniera telematica, nonché ad esclusione dei concorsi per il personale sanitario, ivi compresi gli esami di Stato e di abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo, e di quelli per il personale della protezione civile;

-lo svolgimento delle attività di ristorazione, bar e pub, a condizione che il servizio sia espletato per i soli posti a sedere e che, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali, gli avventori siano messi nelle condizioni di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro;

-l’apertura delle attività commerciali diverse da quelle di ristorazione, bar e pub, condizionata all’adozione di misure organizzative tali da consentire un accesso ai predetti luoghi con modalità contingentate o comunque idonee a evitare assembramenti di persone, tenuto conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza di almeno un metro tra i visitatori;

-l’apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura, a condizione che assicurino modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro;

-la limitazione dell’accesso dei visitatori alle aree di degenza, da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere;

-la rigorosa limitazione dell’accesso dei visitatori agli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali per non autosufficienti;

-la sospensione dei congedi ordinari del personale sanitario e tecnico, nonché del personale le cui attività siano necessarie a gestire le attività richieste dalle unità di crisi costituite a livello regionale;

-l’obbligo di privilegiare, nello svolgimento di incontri o riunioni, le modalità di collegamento da remoto, con video conferenze online, con particolare riferimento a strutture sanitarie e sociosanitarie, servizi di pubblica utilità e coordinamenti attivati nell’ambito dell’emergenza Covid-19.

Le misure valide per l’intero territorio nazionale

Ecco infine le misure applicabili sull’intero territorio nazionale:

-la possibilità che la modalità di “lavoro agile” (il cosiddetto “smart working”, che permette di lavorare da casa) sia applicata, per la durata dello stato di emergenza, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza degli accordi individuali previsti;

-la sospensione fino al 15 marzo dei viaggi d’istruzione, delle iniziative di scambio o gemellaggio, delle visite guidate e delle uscite didattiche comunque denominate, programmate dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, con la previsione del diritto di recesso dai contratti già stipulati;

-l’obbligo, fino al 15 marzo, della presentazione del certificato medico per la riammissione nelle scuole di ogni ordine e grado per assenze dovute a malattia infettiva;

-la possibilità, per i dirigenti scolastici delle scuole nelle quali l’attività didattica sia stata sospesa per l’emergenza sanitaria, di attivare, sentito il collegio dei docenti e per la durata della sospensione, modalità di didattica a distanza tenendo conto anche delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità;

-lo svolgimento a distanza, ove possibile e tenendo conto anche delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità, delle attività didattiche o di curriculum nelle Università e nelle Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica nelle quali non è consentita la partecipazione degli studenti alle stesse, per le esigenze connesse all’emergenza sanitaria;

-la proroga dei termini previsti per il sostenimento dell’esame di guida in favore dei candidati che non hanno potuto effettuarlo a causa dell’emergenza sanitaria;

-l’idoneo supporto delle articolazioni territoriali del Servizio sanitario nazionale al Ministero della giustizia, anche mediante adeguati presidi, al fine di garantire i nuovi ingressi negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni.

Inoltre, il decreto prescrive, per l’intero territorio nazionale, ulteriori misure di informazione e prevenzione:

– il personale sanitario si attiene alle misure di prevenzione per la diffusione delle infezioni per via respiratoria e applica le indicazioni per la sanificazione e la disinfezione degli ambienti previste dal ministero della Salute;

– nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle università, negli uffici delle restanti pubbliche amministrazioni sono esposte presso gli ambienti aperti al pubblico, ovvero di maggiore affollamento e transito, le informazioni sulle misure di prevenzione rese note dal ministero della Salute;

– nelle pubbliche amministrazioni e, in particolare, nelle aree di accesso alle strutture del servizio sanitario, nonché in tutti i locali aperti al pubblico, sono messe a disposizione degli addetti, nonché degli utenti e visitatori, soluzioni disinfettanti per il lavaggio delle mani;

– i sindaci e le associazioni di categoria promuovono la diffusione delle informazioni sulle misure di prevenzione igienico sanitarie presso gli esercizi commerciali;

– le aziende di trasporto pubblico anche a lunga percorrenza adottano interventi straordinari di sanificazione dei mezzi;

– nello svolgimento delle procedure concorsuali pubbliche e private, ove ne sia consentito l’espletamento, devono comunque essere assicurate modalità tali da evitare assembramenti di persone;

– chiunque abbia fatto ingresso in Italia, a partire da 14 giorni prima della data di pubblicazione del decreto, dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Organizzazione mondiale della sanità, o sia transitato o abbia sostato nei comuni della zona rossa, deve comunicarlo al proprio medico di medicina generale, al pediatra di libera scelta o ai servizi di sanità pubblica competenti, che procedono di conseguenza, secondo il protocollo previsto dal decreto.

Adolfo Spezzaferro

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/coronavirus-italia-divisa-tre-ecco-tutte-misure-decreto-anti-contagio-147919/

Gli untori

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DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Prima della diffusione della cosiddetta “peste di Atene” nel 430. A.C. nessuna città della Grecia aveva mai sperimentato nulla di vagamente simile. Era il maggio del secondo anno della Guerra del Peloponneso, e Atene aveva visto raddoppiare in poco tempo la propria popolazione, raccogliendo masse di profughi dalle campagne in fuga di fronte all’avanzata dell’armata della nemica Sparta. Circa 200.000 persone si erano rifugiate nella città, dove spuntarono da subito baracche, tende e sistemazioni improvvisate erette dai nuovi venuti, che brulicavano come formicai ai piedi dell’Acropoli e nello spazio fra le grandi doppie mura lunghe oltre 27 chilometri che univano la città al porto del Pireo e che avrebbero dovuto garantire ai suoi abitanti protezione contro qualsiasi nemico esterno. Nessuna città della Grecia, neppure la possente Tebe, aveva difese tanto estese, e non a caso il governo ateniese affermava con adamantina sicurezza che la città aveva il sistema difensivo migliore della Grecia. Eppure la peste entrò in città e si diffuse. Le scarse condizioni igieniche e la mancanza di acqua potabile e pulita, unita al sovraffollamento creatosi nel caldo dei mesi estivi, favorirono la propagazione di un morbo sconosciuto.

Tucidide, che ne dettagliò l’escalation, racconta come molti morirono nell’abbandono, e altri nonostante le numerose cure prestate loro. Nessun trattamento particolare sembrava funzionare e ciò che apparentemente migliorava le condizioni di alcuni, peggiorava quelle di altri. Sia i forti che i deboli, giovani e meno giovani perirono. Terribile era la vista di coloro che si ammalarono dopo aver cercato di aiutare i propri concittadini e in breve tempo morivano come mosche. I sintomi erano diversi, accomunati da febbre che inizialmente si accompagnava a raffreddore e tosse acuta e all’indebolimento dell’apparato intestinale. Il progredire portava a convulsioni e al blocco dell’apparato respiratorio. Tucidide, più interessato alle implicazioni militari della vicenda, si limitò a speculare sulla natura “bellica” della malattia, mentre Diodoro cercò di considerare i possibili agenti di trasmissione, arrivando a sostenere che l’affollamento aveva inquinato l’aria e questo finì poi col colpire la popolazione. Seppur l’aria avesse poca attinenza con il contagio, le sue osservazioni empiriche non erano del tutto errate quando pensiamo che i virus, e il Coronavirus non fa eccezione, si trasmettono tramite piccole gocce espulse e diffuse nell’ambiente mentre parliamo, tossiamo, starnutiamo, e più un ambiente è affollato e maggiori diventano le probabilità di essere esposti al contagio.

Le poche centinaia di ateniesi che erano caduti durante il primo anno del conflitto erano stati celebrati con tutti gli onori, mentre le migliaia di donne e bambini che morirono nell’epidemia furono lasciati spesso a marcire nelle strade nell’abbandono più totale. Inizialmente nessuno sapeva spiegarsi il propagarsi del morbo, che continuò a mietere vittime fra la popolazione. Un po’ come oggi di fronte all’estendersi del contagio del Coronavirus nessuno ha saputo ancora chiarire come un agente patogeno dalle pianure dello Yangtze e del Fiume Giallo a 9.000 km di distanza sia atterrato indisturbato nel mezzo del Nord Italia.

E questo nonostante l’Italia “avrebbe, secondo il governo, il sistema di controlli e prevenzione migliore d’Europa“, sul modello delle dichiarazioni del governatore dell’ER che ritiene la sanità della sua regione una delle migliori al mondo. La Germania ha un volume di rapporti commerciali con la Cina di circa tre volte superiore a quello dell’Italia, e finora ha evitato il focolaio del contagio. Secondo alcuni facciamo troppi tamponi, a differenza di quanto avviene in altre nazioni europee. Ed è per questo che noi abbiamo registrato un focolaio ed altri no. Quindi, secondo la stessa logica, nelle regioni d’Italia dove non vi sono focolai è forse perché non vengono fatti controlli sufficienti?

Vi erano molti abitanti di Atene che – come molti Italiani di oggi – ritenevano che il contagio non fosse assolutamente casuale. E anzi fosse il diretto risultato di azioni compiute dagli Spartani per colpire i propri nemici. Tale logica, per quanto apparentemente paranoica, aveva un suo senso. Infatti epidemie di tale virulenza erano praticamente sconosciute nella Grecia del V secolo A.C., cosa che induceva gli ateniesi a credere a qualsiasi congettura pur di darsi una spiegazione. In compenso la guerra batteriologica era invece già ampiamente praticata. Un secolo prima Solone avrebbe contaminato le acque utilizzate dalla popolazione di Cirra, indebolendone la guarnigione che capitolò.

Alcuni fra gli ateniesi ricordavano come loro stessi avessero avvelenato i pozzi della propria città prima di abbandonarla di fronte all’avanzata dell’armata persiana di Serse nell’estate del 480 A.C. Successivamente in Sicilia gli stessi ateniesi tentarono di avvelenare l’acquedotto di Siracusa per costringere la città alla resa. A rafforzare l’idea che gli Spartani fossero responsabili contribuì probabilmente quanto avvenne l’anno successivo durante l’assedio di Platea, alleata di Atene, quando i soldati di Sparta bruciarono una pira enorme intrisa di pece e zolfo accatastata fuori dalle mura della città. Le fiamme sprigionarono gas mortali di anidride solforosa sui difensori, che per non finire intossicati dovettero abbandonare le difese.

La malattia, chiamata impropriamente peste, fu con ogni probabilità una forma di tifo, la cui diffusione fu favorita dalle scarse condizioni igieniche combinate con l’indebolimento fisico di molti dovuto a ristrettezze alimentari del tempo di guerra, o forse un agente patogeno epidemico proveniente dall’Africa, come pensava Tucidide, entrato nel Mediterraneo orientale dalla vicina Persia, e che potrebbe essere assimilato all’ebola. Ma soprattutto a radicare la convinzione che si trattasse di un morbo diffuso dagli Spartani fu semplicemente il fatto che la comparsa della malattia concise con l’invasione dell’armata Spartana in Attica nella primavera del 430 A.C.

Un po’ come la diffusione del Coronavirus in Asia coincide con un periodo di continuo braccio di ferro su dazi ed interessi commerciali globali che vede gli USA e l’Europa contrapporsi alla Cina. E in Atene i sostenitori e teorici della cospirazione ebbero ulteriori prove a conferma della propria tesi perché i primi ad essere colpiti e a perire per il morbo furono coloro che si trovarono nei pressi delle cisterne del Pireo, che, si diceva, fossero state avvelenate dagli Spartani. In realtà gli Spartani si avvicinarono alle mura quando l’epidemia era già in corso, e visto da lontano il fumo che si alzava dalle pire dove si bruciavano mucchi di cadaveri ne rimasero ben lontani, accontentandosi di devastare le campagne e razziare il razziabile. Il morbo si diffonderà invece poi nelle zone che videro il passaggio degli opliti o della flotta di Atene, ma non a Sparta, e nel Peloponneso toccherà solo Epidauro, dove gli abitanti si ammaleranno dopo essere entrati in contatto con i soldati ateniesi chiaramente infetti.

La popolazione dell’Attica di allora, non ritenendo che la combinazione di condizioni quali sovraffollamento urbano nel caldo estivo e la carenza di igiene fossero fattori scatenanti, si limitò alla semplice equazione che la peste colpiva Atene dove gli abitanti morivano in massa, ma risparmiava “stranamente” Sparta, per cui Sparta doveva esserne in qualche modo responsabile. E’ la stessa idea che di fronte ad epidemie odierne si rafforza in chi è consapevole che le forze armate di molti stati hanno messo a punto nei propri laboratori schiere di germi killer che possono essere utilizzati come armi di distruzione di massa. Sono economici da produrre, letali, assolutamente non ingombranti e possono essere facilmente trasportati, al punto che una valigetta può contenere un arsenale di gas e virus in grado di sterminare la popolazione di stati confinanti e annullare i vantaggi che un esercito più numeroso o un’economia più sviluppata hanno sulla carta contro un avversario più debole. Per cui se il morbo colpisce A ma non B, allora B, se dotato di armi batteriologiche, potrebbe avere realisticamente qualcosa a che fare con l’accaduto. Se poi B dall’indebolimento di A ci guadagna, ecco che l’ipotesi può diventare certezza e ancora più difficile da scalfire.

Si calcola che l’Attica abbia avuto tra le 70.000 e le 80.000 vittime, la maggioranza delle quali morirono dopo un paio di settimane dopo aver contratto il morbo. 10.000 di questi servivano nella falange o nella flotta ateniese. Complessivamente circa il 34% della popolazione perì, la maggioranza nei primi anni due anni delle ostilità. Non meno devastante fu il contraccolpo economico. E’ stato calcolato che solo nel primo anno la perdita per le casse dello stato dovute alla mancata tassazione e al collasso dei redditi ammontò a circa 500 milioni di euro del giorno d’oggi. Nonostante Atene continuasse la guerra, non fu prima del 415 A.C., ben 15 anni dopo l’epidemia, che riuscì a organizzare nuovamente operazioni ad ampio raggio, con una forza militare rinnovata e una nuova riorganizzazione finanziaria. Non a caso è stato osservato che in termini relativi il danno causato dall’epidemia si rivelò per Atene pari al disastro che la Germania subì con Stalingrado. Nessuna sconfitta campale contro Sparta avrebbe potuto ridurla in simili condizioni.

Nei primi anni di ostilità le invasioni Spartane dell’Attica non raggiunsero lo scopo di attirare il nemico in una grande battaglia in campo aperto e distruggerlo, nonostante l’indebolimento causato dal morbo. Né gli Ateniesi, colpiti duramente, si limiteranno più a restare all’interno delle mura della città per trovarvi la morte. Ciascun contendente dovette quindi ridefinire le proprie strategie per il futuro.

Alla fine la peste di Atene, raggiunto il culmine, si arrestò per inerzia. Anche il Coronavirus, misteriosamente arrivato in Italia, potrebbe esaurire la sua forza di diffusione semplicemente per inerzia, se non lo ferma prima la propaganda, che ieri mattina confermava 480 casi e 12 morti, e ieri sera aveva ridotto i casi di contagio confermati a 282, risaliti oggi a 655. Intanto mentre i numeri fluttuano e cambiano a seconda delle circostanze, il virus continua a propagarsi. A differenza di Atene dove i morti per le strade non si potevano nascondere, qui la diffusione e i decessi sono in numero più contenuto, per fortuna, ma questo non significa che il virus non aumenti nelle aree del contagio. Non abbiamo a che fare con il capitano Trips, ma neppure con un raffreddore, visto che questo virus uccide, e il raffreddore no.

La terribile epidemia che mise in ginocchio Atene non solo causò la morte di decine di migliaia di persone, incluso Pericle, ma anche il declino della più antica democrazia del mondo. Non si possono ancora conoscere con esattezza le conseguenze che il Coronavirus avrà per l’Italia e per l’attuale governo che, nonostante le ripetute rassicurazioni sul sistema di controllo e prevenzione migliore d’Europa, qualcosa deve aver sottovalutato, purtroppo, visto che l’infezione è esplosa e il nostro è al momento il terzo stato al mondo per contagiati e deceduti, primo paese con un focolaio al di fuori dell’Asia. Sembra anche verosimile che non sarà necessario sperimentare le tragiche morti di 1/3 della popolazione (per fortuna), come avvenne ad Atene 2450 anni fa, per subire un arresto economico. I mercati di oggi si spaventano per molto meno.

In Italia coloro che già un mese fa avvertivano sulle possibili conseguenze del contagio ed invitavano il governo ad adottare misure più stringenti erano tacciati di essere sciacalli e per alcuni membri del governo rimangono tali – “Salvini? Si sta veramente comportando da sciacallo“. Secondo altri membri dell’esecutivo ora sono diventati anche untori, cioè diffusori della malattia. Chissà tra poco qualcuno potrebbe suggerire che la peste di Milano del 1630 è stata scatenata da Matteo Salvini e schiere di leghisti. Non erano ancora nati allora, e l’accusa non servirà a fermare il Coronavirus sospettato di mire populiste, ma è poi importante? Anche la CNN ieri consigliava al governo Italiano di adottare misure più severe, ma nessun esponente dell’esecutivo si è scomodato a parlare di stampa affetta da sciacallaggio.

Quando tutto sarà finito potrebbe venire anche la curiosità di visitare Codogno, luogo che alcuni media presentano come pullulante di locali, feste e balli continui e con un via vai da far invidia a Las Vegas, e che secondo il presidente del consiglio è anche sede di un ospedale che non rispetterebbe i protocolli, anche se resta da capire come.

Ad Atene, mentre si cercavano i colpevoli e cresceva l’odio contro Sparta, vi erano anche coloro che credevano che l’epidemia fosse stata provocata da un’antica profezia. Almeno loro, pur nella sventura, sapevano essere originali.

 

Alessandro Guardamagna

Da https://comedonchisciotte.org/gli-untori/

Adesso tocca a Mattarella. Non se può più di panico e liti

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Sia Sergio Mattarella a prendere in mano la situazione. Sul coronavirus c’è un bordello mai visto. Il governo che non ne imbrocca una. Le regioni che (non a torto) si arrabbiano. Gli scienziati che litigano in diretta televisiva. La psicosi dilaga. E i morti salgono a dieci…

È uno dei momenti drammatici che può vivere una Nazione colpita da una malattia che non ha ancora un vaccino. Ma c’è una serie di personaggi in cerca d’autore che sono diventati inaffidabili agli occhi dei più.

Parli Mattarella

In momenti come questi, è il capo dello Stato che deve parlare. Raccolga gli elementi veri che sono a disposizione dello Stato e si rivolga direttamente al popolo italiano. Non per raccontare che tutto va bene, perché non crederemmo neppure a lui. Ma c’è bisogno di sapere se almeno al Quirinale sono in grado di offrirci garanzie. Non per le cure, perché non siamo tuttologi. Ma per spiegare come ci si attrezza in maniera seria.

Se l’Italia diventa terra off limits persino a Tenerife e non solo, la questione è maledettamente seria. Presidente Mattarella, serve anche dire a Conte di smetterla a giocare a fare lo scienziato che non è. E poi potrà chiedere a tutti di fare la propria parte, perché così davvero non si vive più. È arrivata anche in Sicilia, Emilia Romagna e Toscana la contaminazione da coronavirus e noi ci permettiamo di accogliere altre centinaia di clandestini. Non è giusto quello che sta accadendo e c’è bisogno dell’intervento della più alta carica istituzionale.

Convocare Conte e i leader al Quirinale

In casi come quello che stiamo vivendo, siamo certi che se parlasse il Presidente della Repubblica in molti accetterebbero davvero l’invito a stare uniti. E forse la cosa migliore – anche se fuori da protocolli che non hanno molto senso ora – è convocare i leader politici (non le mezze figure) e il presidente del Consiglio direttamente al Quirinale. Anche se non c’è il presidenzialismo, sia Mattarella a fissare le priorità del momento. Per la salute e per l’economia.

Fateci sentire lo Stato vicino agli italiani. La rete è piena. La paura che monta va combattuta con immagini simbolo. Ma solo Mattarella può dare un senso alla speranza resa vana da comportamenti incomprensibili messi in campo da chi dovrebbe avere il massimo della responsabilità. Atteggiamenti da asilo Maruccia al vertice delle istituzioni sono inammissibili. “Non è facile la situazione, ma vi assicuro che ci stiamo provando”, questo vogliamo sentirci dire e spiegare come, chi se ne frega se Salvini non risponde ai messaggini di Giuseppe Conte.

Oggi c’è chi rimprovera al Capo dello Stato quella visita ad una scuola con studenti cinesi a Roma. Erano i giorni in cui si inventavano sassaiole a Frosinone contro ragazzi provenienti dall’Asia – e Zingaretti non si è ancora scusato da allora – per parlare di razzismo. Presidente, quella roba va resettata. Fu un bel gesto, ma da archivio per i nipotini.

Oggi sono ben altri i doveri che la e vi attendono. Forse, il popolo italiano può avere ancora fiducia nel Quirinale, non più in chi sta facendo solo casino. Sì, l’iniziativa tocca a Sergio Mattarella. Per credibilità personale. Per sobrietà nei comportamenti. Virtù che mancano in queste ore.

 

Da

Coronavirus, ora basta! Mattarella convochi tutti al Colle e decidano assieme

Coronavirus, in Spagna tre colpiti. Vox accusa: “Niente controlli”

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Un medico lombardo è stato ricoverato presso l’ospedale universitario “Nuestra Señora de La Candelaria” a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario

In merito al Coronavirus “la Spagna è pronta per ogni possibile scenario”, ha dichiarato Fernando Simón, direttore del “Centro de Coordinación de Alertas y Emergencias” del ministero della salute iberico.

Sono quattro, attualmente, i casi di Coronavirus registrati in Spagna. I primi due casi sono stati rilevati in due episodi separati a La Gomera(Isole Canarie) e Maiorca (Isole Baleari). Il terzo caso riguarda un italiano. Secondo il quotidiano El Pais, come riportato dal Dipartimento della Salute della “Generalitat” di Barcellona, una quarta persona colpita sarebbe una donna italiana di 36 anni, residente a Barcellona, che negli ultimi giorni ha viaggiato nel nord Italia.

In particolare, il primo caso di Coronavirus, rilevato sull’isola di La Gomera, è stato confermato il primo febbraio. Si tratta di un cittadino tedesco che era stato in contatto, in Baviera, con un collega che a sua volta era stato infettato da un dipendente che aveva contratto il virus a Wuhan. Il tedesco è stato isolato presso l’Ospedale Nuestra Señora de Guadalupe di La Gomera mentre diverse persone sono state messe sotto osservazione, anche se non manifestavano i sintomi del virus.

A Palma di Maiorca, invece, il secondo caso è stato confermato il 10 febbraio. L’infettato è stata un cittadino britannico, residente a Maiorca con la sua famiglia, che è tornato il 29 gennaio da una gita sulle Alpi francesi dove probabilmente è stato infettato. Arrivato in Spagna è stato messo in isolamento presso l’ospedale di Son Espases, con una lieve diagnosi.

Il terzo colpito dal Coronavirus è stato un turista italiano, di professione medico, nativo della Lombardia, che è stato ricoverato presso l’ospedale universitario Nuestra Señora de La Candelaria, a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario. Secondo il Diario de Avisos, circa mille persone dell’albergo (l’H10 Costa Adeje Palace) dove ha soggiornato l’italiano sono stati messi in quarantena. o, per meglio dire, sotto sorveglianza delle autorità.

L’italiano infettato dal Coronavirus, secondol’agenzia Efe, ha chiesto di sottoporsi ai test lunedì 24 febbraio, presso la Clinica Quirón nel sud di Tenerife, per accertarsi della positività al virus dopo aver sviluppato sintomi come la febbre alta. Dopo aver confermato che il cittadino italiano era positivo al primo test, il Ministero della Salute del governo delle Isole Canarie ha attivato il protocollo stabilito dal Coronavirus.

In particolare, l’attuale protocollo spagnolo stabilisce l’obbligo di eseguire i secondi test presso il “Centro Nacional de Microbiología”dell’“Instituto de Salud Carlos III” a Madrid. Il governo delle Isole Canarie fornirà maggiori dettagli sul caso dell’italiano durante una conferenza stampa prevista per domani, mercoledì 26 febbraio, a mezzogiorno.

Il governo ha annunciato che oggi, martedì 25 febbraio, costituirà la “Comisión Interministerial sobre el coronavirus”, presieduta dal premier Pedro Sánchez. L’incontro avrà luogo a La Moncloa dopo il Consiglio dei Ministri. Il ministro della Salute, Salvador Illa, ha convocato per oggi pomeriggio il “Consejo Interterritorial del Sistema Nacional de Salud” (il Consiglio interterritoriale del sistema sanitario nazionale) in cui sono rappresentate tutte le comunità autonome.

Secondo la stampa locale, al momento la Spagna non proporrà altre misure straordinarie, come le restrizioni sui voli o la cancellazione di eventi. Il direttore del Centro di coordinamento per le allerte e le emergenze del ministero Simón ha dichiarato che il governo spagnolo ha già preparato delle misure ma che questo “non significa che debbano essere applicate”. Tuttavia la Spagna informerà i viaggiatori che vanno o ritornano dalle aree a rischio per prendere precauzioni e, se sarà il caso, impedirà i viaggi o i rientri.

La Spagna è preoccupata

La Spagna è particolarmente preoccupata per l’Italia, a causa della sua vicinanza e dell’importante scambio di popolazione. Simon ha sottolineato che il Ministero della Salute, oltre che per l’Italia, è molto preoccupato per lo scoppio del Covid-19 in Corea del Sud.

L’emergere del coronavirus nel nord Italia, secondo un epidemiologo, avrà un forte impatto sulla salute spagnola. “È qualcosa che cambia molte cose, l’inizio di una nuova fase”, ha affermato a El Pais il dottor Pere Godoy, presidente della Società Spagnola di Epidemiologia. “Fino ad ora i criteri di sospetto di un paziente erano semplici: avere sintomi ed essere stato nell’Hubei. Adesso è urgente riformularli con precisione e sarà un po’ complicato, perché la situazione in Italia cambia rapidamente e i legami tra i due paesi sono enormi”, ha aggiunto Godoy.

“La prima cosa da fare ora è cambiare i protocolli e avere piani di emergenza pronti per quello che potrebbe accadere”, ha detto allo stesso giornale spagnolo Jesús Rodríguez Baño, capo del Dipartimento di malattie infettive dell’ospedale “Virgen Macarena” di Siviglia. “Non è qualcosa di così diverso da quello che facciamo ogni anno con l’influenza, ma oggi abbiamo dovuto mettere tutto per iscritto e rivederlo”, ha spiegato Rodríguez Baño, che è anche presidente della Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive.

Più complicata è la riformulazione dei protocolli, perché il Consiglio consultivo del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che si è tenuto a Stoccolma nel pomeriggio di lunedì 24 febbraio pomeriggio, non è riuscito a concordare una definizione dei criteri clinici che dovrebbero essere utilizzati per identificare i casi sospetti. Per il dottor Antoni Trilla, capo del Servizio di medicina preventiva ed epidemiologica dell’Ospedale “Clínic de Barcelona”, ​​”è urgente” risolvere questo punto per spostare adeguatamente l’attenzione ai casi sospetti nei prossimi giorni. “La definizione di ciascun caso è lo strumento chiave. Ci dice quali sintomi e storia personale (viaggi, contatti…) dobbiamo prendere in considerazione per decidere se un paziente è sospettato o meno di essere infetto dal virus e adottare tutte le misure appropriate”, ha ricordato a El Pais il dottor Trilla.

Nel frattempo gli ospedali spagnoli hanno “adattato caso per caso e prudentemente” il protocollo già in vigore relativo agli arrivati dalla Cina. Il dottor Santiago Moreno, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale “Ramón y Cajal” di Madrid, ritiene che “è tempo di prendere decisioni ferme e consensuali, perché il virus è molto vicino e abbiamo poche opportunità per contenerlo”.

Sulla stessa linea di quest’ultimo medico si è espresso il leader del partito di destra Vox, Santiago Abascal, molto critico con il governo delle sinistre al potere nel paese iberico.

“La temperatura non viene ancora rilevata per i viaggiatori provenienti dalla Cina o dall’Italia. Sono così determinati ad abbattere i confini che neanche le misure minime suggerite dal buon senso vengono messe in atto. Devono essere prese misure urgenti per controllare i viaggiatori dalle aree a rischio”, ha affermato su Twitter il leader di Vox che ritiene che il governo social-comunista debba prendere misure urgenti in Spagna per evitare il contagio.

Da

https://m.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-spagna-3-colpiti-1000-sorvegliati-e-accuse-vox-1831980.html

Giuseppi e il coronavirus

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Il pessimo Giuseppi, perfetto per l’italiano medio
“Sono sorpreso da questa esplosione dei casi”.
In un Paese normale basterebbe una dichiarazione di questo genere per obbligare un presidente del Consiglio alle dimissioni. Ma servirebbe dignità. Invece siamo in Italia e le dichiarazioni sono quelle dell’incapace Giuseppi, incollato alla poltrona. Un capo del governo non può essere “sorpreso” di fronte all’esplosione di casi che ripete quanto si è verificato altrove. E se si sorprende dovrebbe capire che è inadeguato al ruolo. O forse no, forse è perfetto per questi stramaledetti italiani.
Perché, anche in questo caso, il malcostume italico è emerso nel suo splendore. Evitiamo di occuparci dei magistrati che obbligano ad accettare migranti senza controllo: rappresentano una casta anti italiana, intenta a distruggere l’identità nazionale e sono, dunque, un corpo estraneo.
Ma è l’italiano medio quello che si merita Giuseppi. Quell’italiano furbetto che fugge dalle aree sotto controllo, fregandosene di provocare eventuali contagi. Quell’italiano furbetto che si intruppa in supermercati sovraffollati per accaparrarsi tutte le confezioni possibili di disinfettanti, fregandosene se agli altri non resta più nulla. Quell’italiano furbetto che, di fronte all’incetta di disinfettanti, scatta veloce come la Brignone e raddoppia o triplica i prezzi.
Quell’italiano maleducato che non ha trovato l’inutile mascherina ed allora, quando sale su un autobus affollato si sente in diritto di starnutire o tossire in faccia agli altri: ma la mano davanti al naso e alla bocca fa parte del retaggio di quell’educazione borghese che non è più di moda nell’era della globalizzazione. Quell’italiano maleducato che si merita Giuseppi e pure l’inutile Speranza perché ha bisogno degli spot in tv per imparare a lavarsi le mani. L’educazione borghese insegnava a farlo ai bambini piccolissimi, l’Italia del permissivismo non vuole che una simile imposizione turbi i pargoli.
E lo squallore dilaga, non solo tra la gente comune. Si meritano Giuseppi quegli amministratori locali del Sud che vogliono impedire l’ingresso a turisti e viaggiatori in arrivo dalle regioni del Nord. Scelta legittima per tutelare la salute dei propri concittadini, ma solo se accompagnata dalla dignità di rinunciare a tutti i trasferimenti economici dal Nord al Sud. Troppo comodo respingere le persone e tenersi i soldi.
Ma si meritano Giuseppi anche quegli amministratori del Nord che dimostrano di non sapere cosa fare, oscillando tra rigore e permissivismo. Si chiudono le scuole ma non gli uffici postali, perché i sudditi devono pagare le bollette anche se malati. Si vietano le attività sportive negli stadi ma non sulle piste da sci dove, alla partenza degli impianti, le code obbligano alla vicinanza con chiunque. E sugli autobus affollati si respira a pochi centimetri dal vicino. Tutti a piedi, allora? Una follia.
E si meritano Giuseppi i media di servizio che invitano a non drammatizzare e poi sono i primi a provocare il panico con servizi che paiono bollettini di una guerra persa.
Ci sono anche i sostenitori espliciti di Giuseppi. Quelli che spiegano che i migranti, essendo migranti, non possono portare malattie e tantomeno contagi. Quelli che spiegano che il coronavirus ha un tasso di mortalità inferiore rispetto alla normale influenza, ma sono troppo faziosi per capire che il virus cinese non è alternativo a quello influenzale e, dunque, chi crepa o si ammala per il coronavirus non sarebbe necessariamente morto per un raffreddore. Ma sono gli stessi che non hanno capito che chi viene assassinato dalla mafia nigeriana non sarebbe comunque morto a causa della mafia italiana.
Ed allora è giusto che l’Italia si tenga Giuseppi. D’altronde non si potrà mica andare a votare con il rischio di contagio. Un assembramento eccessivo ai seggi sconsiglia ogni elezione. Oppure si possono collocare i seggi nelle fabbriche e negli uffici, gli unici luoghi dove il virus non può entrare nonostante l’affollamento. Nel dubbio, però, meglio tenersi Giuseppi, italiano medio.
https://www.electoradio.com/mag/commentarii/30660

Leggi anche —> Coronavirus, Walter Ricciardi dell’Oms: “Grave errore non mettere in quarantena le persone arrivate in Italia dalla Cina”
Come mai in Italia i contagiati sono aumentati di colpo?
«E’ un caso da manuale, in cui una o più persone vengono contagiate da chi arriva da un luogo di epidemia, e poi ci sono dei contagiati secondari con lo stesso tempo di incubazione. Paghiamo il fatto di non aver messo in quarantena da subito gli sbarcati dalla Cina. Abbiamo chiuso i voli, una decisione che non ha base scientifica, e questo non ci ha permesso di tracciare gli arrivi, perché a quel punto si è potuto fare scalo e arrivare da altre località. Inoltre, quando vengono contagiati i medici significa che non si sono messe in campo le pratiche adatte, oltre al fatto che il virus è molto contagioso. Francia, Germania e Regno Unito seguendo l’Oms non hanno bloccato i voli diretti e hanno messo in quarantena i soggetti a rischio, inoltre hanno una catena di comando diretta, mentre da noi le realtà locali vanno in ordine sparso».
https://www.lastampa.it/cronaca/2020/02/23/news/coronavirus-walter-ricciardi-dell-oms-grave-errore-non-mettere-in-quarantena-le-persone-arrivate-in-italia-dalla-cina-1.38504030

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Da

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Ponti a rischio: ancora 3.500 quelli senza controlli e manutenzione in Italia

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di Milena Gabanelli

L’allarme era stato lanciato un anno fa: 992 ponti che attraversano le strade e autostrade italiane gestite da Anas, costruiti in buona parte negli anni Sessanta, risultavano senza padrone. Non avevano cioè un proprietario certo che provvedesse alla manutenzione. La mappa era stata realizzata dopo che ci scappò il morto: anno 2016, cavalcavia di Annone, dietro il crollo si scoprì l’assenza di manutenzione dovuta al fatto che nessuno sapeva di doversene occupare, mentre il traffico pesante continuava a passarci sopra. In attesa di capire se queste strutture sono in carico a Province, Comuni o Consorzi, Il Ministero delle Infrastrutture tranquillizzava dunque tutti chiedendo ad Anas di sorvegliarli «al fine di assicurare l’incolumità della vita umana», scriveva preoccupato il direttore generale del Trasporto stradale, Antonio Parente. Un anno dopo a che punto siamo? I ponti in questione sono stati controllati? L’incolumità è stata garantita? Risposta: ci sono ancora 763 cavalcavia senza proprietà e su questi non sono state fatte le ispezioni approfondite, previste per legge con cadenza annuale, ma soltanto quelle «a vista» dei cantonieri. Anas ci scrive che comunque non sono emerse criticità tali da richiedere interventi di manutenzione.

Il caso Campania

La lista degli «anonimi» non è mai stata resa nota, ma nel gennaio 2019 Dataroom ne aveva individuato alcuni sulla trafficatissima Statale 7 bis in Campania. A Orta di Atella (Caserta) l’allora sindaco Andrea Villano, professione ingegnere, ne aveva chiusi due al traffico perché nel manto stradale si erano aperte delle grosse fessure e sulla Statale cadevano pezzi di impalcato. Siamo tornati sul posto pochi giorni fa: nessun intervento è stato fatto, i due ponti sono sempre più malandati, i calcinacci continuano a cadere sulla strada, e i buchi sono sempre lì. Eppure per Anas «non sono emerse forti criticità». «Ma se cade il calcestruzzo sulla Statale, com’è possibile che non sia necessario un intervento?», si stupisce l’ingegner Villano, mostrando i pezzi di cemento che si staccano a mano. Mentre sugli stessi cavalcavia, sempre ufficialmente chiusi al traffico, passano auto, camion, trattori. E, sotto, il serpentone delle auto corre incessante.

L’allarme sugli altri 3.572 ponti

Come va invece sui 14.500 ponti e viadotti che hanno una proprietà certa e Anas deve gestire? Un mese fa sul tavolo della ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, è arrivato un documento. Era accompagnato da una lettera firmata da Gianni Armani, l’ex amministratore delegato di Anas, il quale, venuto in possesso dei dati sorprendenti sull’attività di sorveglianza, ha voluto informare il governo «per ragioni di sicurezza del Paese», dice. Il documento riporta i dati riguardanti le ispezioni registrate fino a dicembre 2019: quelle sui ponti principali e critici si sono fermate a neppure un terzo del dovuto, le verifiche sulla pavimentazione azzerate e i nuovi camion dotati di laser scanner fermi in magazzino per l’intero anno. Veniamo al dettaglio delle ispezioni. Secondo l’ultimo aggiornamento i ponti da sorvegliare nel 2019 erano 4991. Si tratta delle ispezioni obbligatorie per legge da effettuare da parte di ingegneri qualificati sui viadotti principali (quelli con campata di luce superiore ai 30 metri di lunghezza), e critici (segnalati dai cantonieri per lo stato di salute non ottimale). Nell’anno appena concluso ne sono state fatte 1419, il 28%. Nel 2018 erano state il 56%. Un’attività di fatto dimezzata rispetto all’anno precedente. Significa che oggi Anas potrebbe non conoscere le condizioni in cui si trova il 72% delle sue strutture più delicate.

Stesso discorso, seppure in misura meno importante, vale per le ispezioni trimestrali, quelle «a vista» , a carico dei cantonieri: validate il 69%. Nel 2018 erano state l’88%. Questi sono i numeri registrati dal sistema Bms, che monitora lo stato di sicurezza delle opere e programma gli interventi di manutenzione straordinaria. È stato varato nell’ottobre del 2017 dopo il crollo del cavalcavia di Annone. Fino ad allora, Anas non aveva infatti alcun sistema di monitoraggio.

Dal Piemonte alla Sicilia: dove mancano i controlli

In questo quadro generale devono essere fatti dei distinguo. Ci sono regioni, come Piemonte e Friuli Venezia Giulia, in cui la verifica obbligatoria annuale segna «zero», quando ne erano invece previste rispettivamente 205 e 64. Le Marche ne hanno registrata una su 271, Autostrade Siciliane, zero ispezioni su 348 da fare. L’Autostrada del Mediterraneo, cioè la Salerno-Reggio Calabria, che ha dentro il viadotto Stupino e il viadotto Italia, fra i più alti d’Europa: 7 strutture ispezionate su 574. Sul fronte opposto, invece, la Liguria, dove l’Anas ha passato al setaccio 201 ponti quando avrebbe dovuto ispezionarne solo 18, andando così ben oltre il dovuto, caso unico in Italia. Uno zelo dovuto forse ai disastri che hanno colpito la Regione.

Azzeramento ispezioni sulla pavimentazione

Nel corso dell’anno i chilometri di carreggiata da tenere sotto controllo, sono aumentati da 26.373 a oltre 29 mila, a causa del passaggio di diverse strade provinciali nell’alveo di Anas. Per le «ispezioni sulla pavimentazione» che registrano le condizioni dell’asfalto, lo scorso dicembre il sistema sfornava uno zero tondo. Allo scopo di programmare e realizzare gli interventi, nei primi mesi del 2018, era entrato inoltre in funzione il sistema Pms, finalizzato a una manutenzione tempestiva e puntuale delle nostre strade. Prevede l’utilizzo di mezzi mobili attrezzati con laser scanner che verificano l’asfalto, tenuta, rugosità, buche… Nel 2018 ne erano stati acquistati 4 (su un totale di 8 previsti a regime) che avrebbero dovuto battere in lungo e in largo la Penisola. Eppure nel 2019 questa attività sembra essersi fermata.

Risorse disponibili: 30 miliardi

Mancano forse i fondi? No. L’Anas dispone infatti di risorse importanti. Il contratto di programma stipulato con il Ministero delle Infrastrutture aveva stanziato per il quinquennio 2016-2020 23,4 miliardi,aumentati lo scorso anno a 29,9, più della metà per la manutenzione programmata, l’adeguamento e la messa in sicurezza di ponti, gallerie e pavimentazione, al punto da far scrivere alla stessa Anas che «questo ci consentirà di disporre di fondi rilevanti per la manutenzione e la messa in sicurezza della rete autostradale esistente». In più, per il biennio 2019-2020, ben 2,7 miliardi sono stati destinati alla manutenzione straordinaria. Sono stati spesi meno di 200 milioni. Cosa non funziona?

Corruzione in Sicilia, Toscana e Friuli Venezia Giulia

La mancanza di un controllo sistematico e trasparente delle strade non può che favorire fenomeni corruttivi. Se non carichi a sistema i risultati delle ispezioni, puoi gestire come ti pare i rapporti con le aziende. È il caso dei funzionari Anas di Catania e degli imprenditori recentemente arrestati in Sicilia per tangenti. Dalle indagini della Guardia di Finanza è emersofatturavano lavori di manutenzione che venivano eseguiti solo parzialmente, in modo da spartirsi il residuo. Oppure registravano in contabilità la sostituzione di barriere di sicurezza mai avvenuta. A Trieste sono in corso indagini su un sistema di spese gonfiate nella manutenzione delle strade e di mazzette a un paio di dipendenti Anas. A Firenze sono state rinviati a giudizio in 18 per corruzione e abuso d’ufficio, fra cui 4 funzionari Anas. Fra le accuse quella di aver affidato lavori in urgenza senza che ci fosse l’urgenza e affidamenti diretti quando invece necessitava una gara d’appalto. Si trattava di asfaltature, manutenzioni straordinarie di ponti e viadotti.

Chi controlla Anas?

E il Ministero delle Infrastrutture, al quale spetta il controllo dell’attività di Anas, cosa dice? Risponde che, in merito ai propri ponti «si è in attesa da Anas della relazione 2019»; quanto ai cavalcavia anonimi «Anas ha assicurato di aver messo in essere processi di sorveglianza e controllo analoghi a quelli per ponti e cavalcavia di proprietà». Come dire, l’oste ha detto che il suo vino è buono. È il caso di precisare che sui ponti non di proprietà che richiedono manutenzioni urgenti (come il caso della Campania), basta chiedere al Ministero l’autorizzazione ad utilizzare le risorse esistenti. Insomma, chi dovrebbe controllare Anas, il Mit, dice che si fida del controllato. E il controllato, Anas, dice che va tutto bene. A guidare Anas è l’amministratore delegato Massimo Simonini, un manager interno senza esperienza di programmazione e controllo, voluto un anno fa dal ministro Danilo Toninelli. A dicembre era stato sfiduciato dal cda, e poi miracolosamente salvato. Anche Toninelli, che aveva scarse competenze di Infrastrutture, è stato sostituto e al suo posto ora c’è Paola De Micheli. Laurea in scienze politiche, De Micheli è una manager del settore agroalimentare, già sottosegretario all’economia e alla Presidenza del Consiglio e non memorabile commissario straordinario alla ricostruzione del terremoto del Centro Italia. Pure lei si cimenta per la prima volta con le Infrastrutture, e magari ritiene Anas adatta a prendersi la concessione dei 3.000 km di Autostrade.

 

 

 

 

Da

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ponti-viadotti-pericolosi-anas-3500-ponti-fuori-controllo-763-senza-proprieta/b79e6a4c-3ac7-11ea-9d89-0cf44350b722-va.shtml

Germania, i reati sessuali dei ‘migranti’ raddoppiano dopo un anno

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La settimana scorsa, ad Amburgo, il tribunale ha decretato che unimmigrato 29enne iracheno, Ali D., non può essere ritenuto colpevole dell’accusa di violenza sessuale su minore (l’uomo ha abusato di una ragazzina di tredici anni) perché non poteva sapere che avesse meno di 14 anni (in Germania gli under 14 vengono considerati dei bambini). La corte gli ha allora mostrato clemenza non solo perché l’uomo ha confessato il reato, ma perché, avendo commesso la violenza da ubriaco, aveva una “responsabilità ridotta” (verminderte Schuldfähigkeit). A Berlino un tribunale ha invece assolto un 23enne turco accusato di stupro perché la sua vittima non ha potuto dimostrare di non essere consenziente. La corte, nell’ascoltare la deposizione in cui la donna raccontava di essere stata spinta tra le sbarre d’acciaio della testata del letto, ripetutamente violentata per oltre quattro ore, di aver gridato e pregato l’uomo di fermarsi, finché, esanime, non ha ceduto, la corte, dicevamo, le ha chiesto: “E’ probabile, allora, che in quel momento l’uomo abbia pensato che lei fosse d’accordo?”. E’ così che i giudici hanno stabilito che risultava loro impossibile determinare se si trattasse di uno stupro o semplicemente di “sesso selvaggio”, secondo la cultura turca.

In Austria la Corte Suprema ha ridotto la pena da sette a quattro anni ad un certo Amir A., 21enne iracheno accusato di aver violentato un ragazzino di 10 anni in una piscina pubblica a Vienna. Durante il processo, lo stupratore ha confessato di aver violentato il ragazzo, ma solo perché si trovava in “emergenza sessuale“, era, infatti, in “astinenza” da quattro mesi. E ancora, due agenti di polizia sono stati licenziati quando, dopo mesi, è stata decretata l’assoluta incapacità di intervenire, per non parlare di vera e propria inerzia (secondo quanto riportato dai media locali), alle richieste di aiuto di un ragazzo che non sapeva come reagire mentre la sua fidanzata veniva violentata da un branco di immigrati nella riserva naturale di Siegaue (in provincia di Bonn).

Potremmo continuare con questa cronaca dell’orrore dalla Germania e dintorni ma sono due gli elementi che ricorrono con un’inerzia disarmante: la solita corona di locuzioni per descrivere i criminali in ossequio al politicamente corretto (“dalla pelle scura”; “individuo dall’aspetto straniero”; “una persona del sud”, “un uomo che parla male il tedesco”), e i tremendi alibi presi per buoni, “ero ubriaco” o “non sapevo che la violenza sessuale qui fosse un crimine” con cui si fanno scudo i colpevoli. Purtroppo la deliberata e incessante mancanza di attenzione da parte delle autorità per l’emergenza stupri in Germania risalta ancora maggiormente se guardiamo ai numeri drammatici dei rapporti pubblicati dalla polizia. Il 27 aprile la BKA, la polizia federale criminale, ha infatti mandato in stampa un rapporto sulla “Criminalità nel contesto della migrazione” (Kriminalität im Kontext von Zuwanderung), in cui si registra un incremento di quasi il 500% di crimini sessuali commessi da immigrati (aggressioni sessuali, stupri e abusi sessuali sui minori) nel corso degli ultimi quattro anni.

Dal rapporto viene fuori che gli Zuwanderer (categoria che in tedesco indica i richiedenti asilo, i rifugiati e gli immigrati illegali) sono risultati i colpevoli di 3.404 reati sessuali nel 2016, circa nove al giorno. Il 102% in più rispetto al 2015 quando di simili reati imputabili agli immigrati ne erano stati contati 1,683 – circa cinque al giorno. Nel 2014, invece, erano circa tre al giorno – 949 crimini sessuali all’anno. Nel 2013 circa due al giorno – 599 crimini sessuali all’anno. Numeri che a quanto pare di anno in anno peggiorano. Il rapporto disegna anche una chiara cartina geografica del flusso di immigrati in Germania: la maggior parte dei colpevoli dei reati commessi nel 2016 venivano dalla Siria (aumentati del 318,7% dal 2015), dall’Afghanistan (aumentati del 259,3%), dall’Iraq (aumentati del 222,7%), dal Pakistan (aumentati del 70,3%), dall’Iran (aumentati del 329,7%), dall’Algeria (aumentati del 100%), e dal Marocco (aumentati del 115,7%).

Qualcuno obietterà che i reati di tipo sessuale in Europa non sono una novità, ma è semplicemente un modo per coprire non solo la gravità di questi dati, bensì il silenzio omertoso che circonda questa emergenza. Qualcuno sostiene invece che è razzista sottolineare e valutare in maniera differente un reato solo perché a compierlo è un immigrato clandestino (parola, guarda caso, scomparsa dai dizionari occidentali). Può darsi che giuridicamente abbiano ragione, ma davvero tutto può svolgersi nel perimetro del diritto? Davvero non possiamo porci domande di natura sociale, culturale, e soprattutto etica, davanti alla realtà che stiamo raccontando? Senza scomodare, per questo, puritani e sanculotti.

Qualcun altro, poi, vuole che la nostra sia una perversa “ossessione”. Da tempo, ormai, si è smesso di parlare di “integrazione“, ma solo di “accoglienza” protetta dalla mano lunga del multiculturalismo. Un comodo sofisma, elaborato perché ribaltare la prospettiva vorrebbe dire imporre rispetto “al padrone di casa”: integrazione richiede prima di tutto di essere accettati dalla società. Invece nell’ideologia multikulti accoglienza è sinonimo di lasciare pieno diritto a occupare un territorio senza il “futile” intralcio di adattare il proprio comportamento.

E’ così che l’Europa ha smesso di essere la culla della civiltà per trovarsi a rappresentare il primo prototipo di assembramento di individui atomizzati in una comunità ri-tribalizzata. A tenere insieme gli occidentali non è più un comune sentire, né una cultura che ha partorito quel che il mondo ci invidia e copia, né quella bussola attraverso cui si è orientato (e ancora lo fa) il mondo orientale, né, tantomeno, un vincolo di sangue, ma la mera forza di uno Stato da cui sempre in meno si sentono rappresentati. Il risultato sono tutti gli stati fragili che hanno già perso il controllo delle varie Molenbeek d’Europa e che sono destinati a sgretolarsi.

Da https://loccidentale.it/germania-i-reati-sessuali-dei-migranti-raddoppiano-dopo-un-anno/

Cittadinanza, ong e sanzioni: È un ritorno al passato

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Gli irregolari riceveranno l’iscrizione all’anagrafe senza diritto. Più facile anche ottenere il passaporto italiano

Più che un ministro dell’Interno Luciana Lamorgese sembra il Commissario della Restaurazione. Con la scusa di applicare le modifiche ai decreti sicurezza suggerite a suo tempo dal Quirinale punta a riportarci ai tempi dei governi Renzi e Gentiloni restituendo totale libertà d’azione alle Ong e a chi sbarca sulle nostre coste.

La cosiddetta «protezione speciale» e le norme per una più rapida concessione della cittadinanza sono, però i punti più controversi del ritorno al passato contenuto nel piano presentato ieri al Consiglio dei Ministri. Anche perché sono totalmente estranei alle eccezioni espresse a suo tempo dal Capo dello Stato.

1. Protezione speciale

Cambia il nome, ma non la sostanza. Dietro la «protezione speciale» proposta dal ministro Lamorgese si nasconde il ritorno a quell’istituto della «protezione umanitaria», sconosciuto nel resto d’Europa che consentiva di regolarizzare i migranti anche in assenza delle condizioni previste dalla Convenzione di Ginevra. L’istituto giuridico, assai caro alle organizzazioni umanitarie, nel 2018, ultimo anno di vigenza prima dell’abolizione voluta da Salvini, garantì 31.995 regolarizzazioni ovvero la grande maggioranza (67%) fra quanti si videro riconosciuta una forma di protezione. Solo il 15 % (7.315 casi) ottenne lo status di rifugiato e il 18% (8570 casi) la protezione sussidiaria. La nuova protezione speciale, voluta dalla Lamorgese si applicherà a casi di disagio psichico, vittime di tratta, grave vulnerabilità, nuclei familiari. Insomma tornerà a garantire l’accoglienza a chiunque sbarchi.

2. Cittadinanza

La modifica, non richiesta da Mattarella, è un contentino a tutta quella sinistra delusa per la mancata approvazione dello «ius soli» e dello «ius culturae». Reintroduce le vecchie norme basate sul silenzio assenso che imponevano di concedere la cittadinanza 24 mesi dopo l’espletazione degli adempimenti formali in assenza di espressa contrarietà da parte dell’autorità statale.

3. Sanzioni alle Ong

Il Quirinale sottolineò a suo tempo come l’imposizione di multe fino a un milione di euro alle navi delle Ong sorprese a violare le acque territoriali italiane fosse sproporzionata. In verità il governo spagnolo del socialista Pedro Sanchez ha approvato norme che prevedono sanzioni non molto diverse per arginare i salvataggi di migranti. Grazie alla Lamorgese l’Italia tornerà ad applicare multe dai 10mila ai 50mila euro. Un deterrente assolutamente inadeguato se rapportato agli ingenti costi di navigazione sostenuti dalle Ong.

4. Confisca delle navi

I decreti sicurezza di Salvini prevedono l’immediata confisca delle navi delle Ong sorprese a violare il divieto d’ingresso nelle acque territoriali. Sull’argomento Mattarella non eccepì nulla di specifico limitandosi a ricordare la necessità di distinguere fra diversi tipi di natanti e a citare la Convenzione di Montego Bay sull’obbligo di «prestar soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizione di pericolo». Grazie alle modifiche della Lamorgese la confisca scatterà invece solo in caso di reiterazione della violazione. Carola Rackete insomma fa giurisprudenza.

5. Oltraggio a pubblico ufficiale

Per difendere l’operato delle forze dell’ordine i decreti sicurezza di Matteo Salvini introdussero l’obbligo di perseguire penalmente qualsiasi forma di oltraggio a pubblico ufficiale. Il Quirinale osservò che la norma non distingueva tra chi viene oltraggiato mentre veste la divisa ed è impegnato a garantire l’ordine pubblico e forme più lievi d’insulto a pubblici ufficiali. La Lamorgese reintroduce la non punibilità per la «particolare tenuità del fatto» prevista dal Codice penale senza però introdurre tutele suppletive per le forze dell’ordine.

6. Anagrafe per i richiedenti asilo

Prima dei decreti sicurezza di Salvini bastava far richiesta di asilo per ottenere il diritto a venir iscritti all’anagrafe, ottenere un codice fiscale e aver accesso al servizio sanitario nazionale. Grazie a queste norme il migrante irregolare otteneva un effettivo permesso di soggiorno anche senza aver diritto all’accoglienza. Grazie al piano della Lamorgese tutto tornerà come prima.

Da https://www.ilgiornale.it/news/politica/cittadinanza-ong-e-sanzioni-ritorno-passato-1828165.html

Coronavirus, la Russia di Putin vieta l’ingresso ai cinesi

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Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping

La Russia di Putin teme il coronavirus e per questo motivo vieterà a tutti i cittadini cinesi di entrare nel paese da giovedì 20 febbraio.

Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping, uno stretto alleato dei russi.

Nella serata di martedì 18 febbraio il primo ministro Mikhail Mishustin ha firmato il decreto che vieta temporaneamente a tutti i cittadini cinesi di entrare in Russia per motivi di turismo, studio o lavoro. La notizia è poi stata riferita ai media dal ​​vice primo ministro Tatiana Golikova.

Mosca ha preso la decisione “in relazione al peggioramento della situazione epidemologica in Cina e alla continua presenza di cittadini cinesi sul territorio russo”, ha riferito l’Interfax.

Secondo le statistiche del ministero degli interni, la Russia lo scorso anno ha rilasciato oltre 2,3 milioni di visti ai cittadini cinesi, la maggior parte dei quali erano sul suolo dell’enorme paese per motivi turistici. Oggi l’epidemia di coronavirus in corso rischia di danneggiare i fiorenti legami di Mosca con Pechino. Solo nel 2019 il commercio tra i due paesi ha raggiunto, secondo il Financial Times, i 110 miliardi di dollari.

A mezzanotte di martedì 18 febbraio la Russia, quindi, smetterà di accettare, elaborare e rilasciare domande di visto per cittadini cinesi. La decisione non riguarderà i passeggeri in transito a Mosca, che è diventato un centro popolare per i turisti cinesi che visitano l’Europa. L’anno scorso, per esempio, 1,26 milioni di passeggeri cinesi in transito hanno attraversato l’aeroporto Sheremetyevo, il più grande di Mosca.

Dal ministero degli esteri russo hanno dichiarato di aver interrotto il rilascio di visti elettronici ai cittadini cinesi, sospendendo un permesso speciale che offre ai turisti un accesso a breve termine a San Pietroburgo, all’enclave del Mar Baltico di Kaliningrade a parti dell’estremo oriente del paese.

Lo scorso gennaio la Russia aveva chiuso il suo confine terrestre di 4 mila chilometricon la Cina, aveva vietato l’ingresso senza visto per i gruppi di turisti cinesi e sospeso tutti i voli tra i due paesi, eccetto quelli gestiti dai vettori statali Aeroflot e Air China. In seguito la Russia aveva iniziato a evacuare alcuni dei 300 russi che vivono a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, e altri 341 da altri luoghi nella provincia di Hubei.

Fino ad ora in Russia sono stati segnalati solo due casi di coronavirus, entrambi riguardanti cittadini cinesi in Siberia, nonché una donna russa a cui è stato diagnosticato il virus a bordo della nave da crociera Diamond Princess in quarantena in Giappone.

Da https://www.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-russia-putin-vieta-lingresso-ai-cinesi-1828761.html

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