Il coronavirus e i tagli alla sanità. I soldi sono stati spesi per i migranti

Condividi su:


Nel pieno dell’emergenza coronavirus, l’analisi della spesa per il Sistema Sanitario Nazionale. Anni di tagli, mentre cresceva la spesa per l’immigrazione

Ci sono due dati, in tempi di Coronavirus, che è opportuno valutare fino in fondo. Il primo, è il crollo di risorse registrate dal Sistema Sanitario Nazionale, vero baluardo alla diffusione del virus non solo in Lombardia e Veneto, ma in tutta Italia. E l’altro è il boom di fondi che lo stesso Stato italiano ha investito per l’accoglienza dei migranti, in larga parte clandestini.

A certificare il “definanziamento” del SSN è un rapporto pubblicato a fine 2019 dall’Osservatorio Gimbe, una fondazione che ha lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario. I numeri parlano chiaro: “Fra tagli e minori – si legge – entrate il Sistema Sanitario Nazionale ha perso negli ultimi dieci anni € 37 miliardi di euro”. Ci si può poi stupire, se gli ospedali vicini alla zona rossa temono di trovarsi presto di fronte alla mancanza di posti letto per i casi di contagiati da coronavirus che necessitano della terapia intensiva? “Il finanziamento pubblico – continua il rapporto – è stato decurtato di oltre € 37 miliardi, di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla Sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica. In termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,07%)”.

Allo stesso tempo, però, ingenti risorse pubbliche venivano destinate dai governi che si sono susseguiti sulla gestione del flusso migratorio. Il Documento Programmatico di Bilancio del 2017 conteneva una stima della spesa sostenuta per la crisi immigrati dal 2011 al 2017, quasi lo stesso periodo considerato dal Gimbe per il SSN. Dai 827,8 milioni di euro spesi al neto dei contributi Ue, si è passati ai 4,2 miliardi del 2017. In totale fanno oltre 15 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti tra i 4,5 e i 4,9 miliardi previsti per il 2018. Sul 2019 i dati non sono disponibili, visto che la parola “migranti” dal Def del 2020 è scomparsa. Anche se il calo degli sbarchi dovrebbe aver prodotto (e favorire in futuro) un “risparmio” da 1 a 2 miliardi all’anno, l’esborso dell’ultimo decennio per la gestione degli immigrati è comunque da capogiro. A conti fatti, infatti, parliamo di una cifra totale dal 2011 al 2018 intorno ai 20 miliardi di euro, più della metà dei 37 miliardi che negli anni sono stati tolti alla sanità.

Da

https://m.ilgiornale.it/news/cronache/coronavirus-e-i-tagli-sanit-i-soldi-sono-stati-spesi-i-1835254.html

Coronavirus, in Cina 0 contagi fuori da Wuhan in 24 ore: è la prima volta

Condividi su:


Il comitato per la salute pubblica cinese ha confermato un dato che dà grande speranza per il futuro della lotta contro il Covid-19.

Per la prima volta dall’inizio dell’epidemia del nuovo tipo di coronavirus, nella Cina continentale non si sono registrati nuovi casi di contagio al di fuori della provincia dell’Hubei, quella in cui si è originato il nuovo agente patogeno.

A riferirlo è il portavoce del comitato nazionale per la salute di Pechino, Mi Feng, spiegando che nelle ultime 24 ore in Cina sono stati rilevati 44 casi di contagio, di cui 41 nell’Hubei e 3 tra Pechino e Gansu, ma in ambedue i casi sono risultati essere ‘di importazione’:

“Al di fuiori della provincia dell’Hubei sono stati registrati 3 casi di contagio, tutti importati dall’estero. Per la prima volta nel territorio cinese non sono stati segnalati nuovi casi di infezione“, ha dichiarato Feng.

Il numero di casi confermati di infezione da coronavirus ha raggiunto quota 80695 in Cina, con 3097 decessi e oltre 57000 guarigioni.

Da

https://it.sputniknews.com/mondo/202003088833483-coronavirus-in-cina-0-contagi-fuori-da-wuhan-in-24-ore-e-la-prima-volta/

Coronavirus, le priorità della Bonino: “Garantire salute dei richiedenti asilo”

Condividi su:


Roma, 8 mar – L’intera Nazione è bloccata dall’emergenza coronavirus, divisa a metà da un decreto prima comunicato col misurino e poi diffuso nelle tarde ore della notte. La preoccupazione di Emma Bonino, però, è tutta per i rifugiati (e per l’Europa).

Bonino: “Garantire salute rifugiati”

La Bonino lo ha scritto ieri sul suo profilo Twitter e anche su Facebook,  comunicando ufficialmente di aver richiesto al ministro degli Interni misure ad hoc per gli immigrati: “Ho chiesto a ministro #Lamorgese quali misure ha intrapreso per garantire salute di richiedenti asilo ospitati nei CPR, perché venga fatto sforzo ulteriore di comunicazione e prevenzione per proteggere la salute di operatori e rifugiati”. E se da una parte si potrebbe essere d’accordo con la Bonino perché il loro status di rifugiati non li esime dal contrarre il coronavirus, vale anche il contrario – perché accoglierne altri mentre siamo in piena emergenza sanitaria?

La solita solfa: “Ci vuole più Europa”

La stessa Bonino sempre su Twitter ieri commentava il fatto che gli altri Paesi europei non hanno aiutato l’Italia nella fornitura di mascherine e presidi sanitari, e ne dà tutt’altra lettura (ovviamente europeista): “puntuale torna slogan l’Europa ci lascia soli. Facciamo chiarezza: gestione sistemi sanitari è competenza nazionale, che Stati membri hanno sempre voluto tenersi con le unghie e i denti. Misure nazionali non più sufficienti: Anche in questo caso ci vuole più Europa”. Insomma, la ricetta della Bonino, la panacea di ogni male, è l’Europa (anzi, l’Unione Europea) – proprio come lo è per Mario Monti, e le riflessioni le lasciamo a voi.

Ilaria Paoletti

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/coronavirus-le-priorita-della-bonino-garantire-salute-dei-richiedenti-asilo-148731/

Coronavirus, ecco l’«aiuto» dell’Ue: il 16 marzo vuole approvare il Mes

Condividi su:


Roma, 8 mar – Nel bel mezzo dell’emergenza – italiana per ora, ma destinata con ogni probabilità a diventare comunitaria – coronavirus, l’Unione Europea non ferma le sue macchine. Per venire incontro alle nazioni colpite dall’epidemia? Macchè: per approvare il Mes.

La data prescelta è lunedì 16 marzo. Quel giorno sul tavolo dell’Eurogruppo – l’assise informale al quale siedono i ministri dell’economia e delle finanze della zona euro – approderà la versione definitiva della riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità.

In tale occasione i ministri saranno chiamati a dare l’approvazione definitiva al testo, sul quale si lavora da settimane per limare gli ultimi dettagli. Sarà richiesto il voto unanime prima di addivenire alla firma da parte dei governi, che farà poi partire l’iter di ratifica dei singoli parlamenti.

Sul Mes il governo ha disatteso i mandati

Come si ricorderà, il Mes è stato – fra le altre cose – alla base della caduta dell’esecutivo gialloverde. Fu proprio la componente leghista a chiedere conto al premier (nonché al ministro dell’Economia di allora, in “quota” Quirinale, Giovanni Tria) di quanto stesse accadendo sui tavoli europei, in virtù della risoluzione parlamentare Molinari – D’Uva che impegnava il governo “a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti”, nonché a subordinare ogni firma ad un approccio “di pacchetto” che consentisse “una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo”.

Pur con una modifica nella composizione della maggioranza, un simile documento – che per il governo dovrebbe essere vincolante – è stato votato lo scorso dicembre, nel quale si chiedeva di “escludere interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di Stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale”, nonchè ad escludere “qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito pubblico”, mantenendo inoltre sempre la logica “di pacchetto”.

Partiamo dal fondo e cioé dalla logica “di pacchetto”, per la quale la firma in calce al Mes dovrebbe essere apposta solo nella misura in cui la riforma del meccanismo sia accompagnata da tangibili passi avanti su altre due riforme: quella dello strumenti di bilancio della zona euro e quella dell’unione bancaria, garanzia comune sui depositi compresa. Ebbene, se sul Mes una data (il prossimo 16 marzo) l’abbiamo, per le altre componenti del “pacchetto” siamo invece in altissimo mare, praticamente alle fasi preliminari che si sostanziano in generiche (quanto vaghe) promesse.

Se non fosse sufficiente, il governo ha tradito il mandato anche sulla questione del debito pubblico, che una volta assoggettato alla disciplina del Mes rischia di perdere da un giorno all’altro la sua qualifica di strumento “risk-free” per eccellenza. Anche senza meccanismi di ristrutturazione automatica (la cui assenza, se confermata, sarebbe l’unica clausola rispettata dall’esecutivo in sede di trattative), rimarrebbero comunque la disciplina delle clausole di azione collettiva pensate ed inserite proprio per agevolare percorsi di ristrutturazione in accordo con i creditori.

Leggi anche – “Faremo la fine della Grecia”: con il Mes diventerà possibile

Con il risultato, esponendo i nostri titoli pubblici alla possibilità di fare default, di vedere effetti a cascata in termini di maggiori rendimenti richiesti in un momento – non durerà qualche mese – di difficoltà per le finanze nazionali le quali dovranno fare i conti con la drammatica recessione che ci attende a causa delle misure restrittive varate per far fronte all’emergenza coronavirus. Proprio la stessa che da Bruxelles (e dal governo, a parlamento di fatto chiuso) sfruttano per far passare, in sordina, la riforma.

Filippo Burla

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/economia/coronavirus-aiuto-ue-16-marzo-approvare-mes-148769/

RUSSIA: Dio, Popolo e Famiglia: la nuova Costituzione russa di Putin e Kirill

Condividi su:


Consegnate a Putin le proposte delle commissioni. Le tre principali formule: fede in Dio “trasmessa dai nostri antenati”; il popolo russo come “costitutivo dello Stato”; il matrimonio come “unione di uomo e donna”. “Russicità” etnica, culturale e religiosa, come fattore unificante e dominante. Ma non tutti – fra cui musulmani e laici – sono d’accordo. Reminiscenze di concezioni medievali sfociate nel sovranismo.

Mosca (AsiaNews) – Si sono conclusi il 2 marzo i lavori delle commissioni istituite dal presidente Vladimir Putin per le correzioni alla Costituzione russa, e hanno consegnato a Putin stesso le loro proposte. Alcune modifiche “ideologiche” sono state particolarmente discusse, e le formulazioni scelte generano nel paese discussioni ancora più accese.

Le tre principali formule da inserire nella nuova legge fondamentale riguardano il rimando alla fede in Dio “trasmessa dai nostri antenati”, il riferimento al popolo russo come “costitutivo dello Stato” e il matrimonio come “unione di uomo e donna”. Queste idee sono state proposte da diversi membri delle commissioni e ispirate dalla Chiesa ortodossa, ma non tutti le hanno sottoscritte, a partire dal presidente del gruppo di lavoro principale Pavel Krasheninnikov; Putin le ha comunque recepite e ha deciso per il loro inserimento.

Era stato proposto di condensare questi ideali in un Preambolo che fungesse da “orientamento morale” all’intera costituzione, ma si è preferito lasciare la possibilità di una redazione meno formale all’interno dei capitoli. Il precedente, piuttosto controverso, è il famoso preambolo della legge sulla libertà religiosa del 1997, in cui si afferma che “la religione principale della Russia è l’Ortodossia”, a cui si affiancano le quattro religioni tradizionali: “islam, ebraismo, buddhismo e cristianesimo”, creando un’evidente contraddizione circa la natura della religione ortodossa.

Secondo le intenzioni del Cremlino, le correzioni verranno approvate in via definitiva attraverso consultazioni popolari: non tramite referendum, ma in forma di sondaggi e valutazioni anche via internet. Se si verificheranno forti contrasti d’opinione su qualcuno dei punti proposti, questi verranno rimossi dalla redazione. Il presidente Putin ha comunque già annunciato di voler inserire all’articolo 68 il concetto di “popolo russo costitutivo dello Stato” (gosudarstvoobrazujushij) e di “lingua statale” russa, all’art. 71 la “fede in Dio” insieme alla “continuità tra la Russia e l’Unione Sovietica” e alla “inammissibilità della riduzione dei meriti del popolo nella difesa della Patria”, e all’art. 72 la difesa dell’istituto della famiglia “come unione tra uomo e donna” insieme alla “unità di ideali tra la Federazione Russa e le regioni”.

Si tratta quindi di forti interpretazioni ideologiche sulla natura stessa della Russia, della sua “russicità” etnica, culturale e religiosa, come fattore unificante e dominante al di sopra delle tante differenze nei popoli e nelle tradizioni sparse sul territorio della Federazione Russa. Lo stesso Putin ha rimproverato perfino il padre della rivoluzione Vladimir Lenin, che non aveva voluto puntare fino in fondo sul primato dei russi nella composizione dell’Unione Sovietica, creando le premesse per le rivendicazioni nazionaliste.

La caratteristica di “costituzione dello Stato” si rifà addirittura a una concezione medievale, proposta dai monaci “possidenti” guidati dal santo Josif di Volokolamsk all’inizio del ‘500 in polemica con i “pauperisti” di Nil Sorskij. Questi ultimi ritenevano opportuno che la Chiesa rinunciasse alle proprietà (che allora erano quasi due terzi delle terre del Paese) in favore dell’ascesi evangelica, mentre Josif rivendicava l’importanza della Chiesa “possidente” proprio in quanto “costitutiva dello Stato” e interprete della volontà, anzi dell’anima stessa del popolo russo.

Alla radicale “russificazione” si oppongono, peraltro, i rappresentanti dell’Islam russo, pur favorevoli all’inserimento della fede in Dio in costituzione. A loro, ma anche ad altri gruppi etnici e religiosi, appare più opportuna la definizione di “russo” non in senso stretto (russkij), ma in quello più ampio di “cittadino russo” (rossijskij), che ammette la diversa origine etnica e geografica nelle terre eurasiatiche che compongono l’immenso territorio del paese. La stessa Chiesa ortodossa, “madrina” di gran parte delle correzioni, ha espresso perplessità circa l’inserimento nelle definizioni della famiglia del concetto di “diritti dei bambini”, che potrebbe portare all’intromissione dello Stato nei rapporti tra genitori e figli.

Si può dire che in queste discussioni si evidenziano le diverse interpretazioni del “populismo russo”, cifra del regime putiniano, e ispiratore di molte correnti del sovranismo a livello mondiale. Si tratta di una discussione difficile da indirizzare e controllare, ma anche molto feconda e necessaria, forse non soltanto per la Russia di oggi.

Da

http://www.asianews.it/notizie-it/Dio,-Popolo-e-Famiglia:-la-nuova-Costituzione-russa-di-Putin-e-Kirill-49479.html

Siamo untori o solo imbecilli?

Condividi su:

Adesso si scopre che il primo europeo che ha preso e trasmesso il virus, un mese prima del “paziente 1” di Codogno, era tedesco…
TEMPO DI LETTURA: 5 MINUTI

Negli USA ci saranno pochissimi contagi da coronavirus e anche il tasso di mortalità per questa pandemia sarà tra i più bassi al mondo. Grazie a una efficiente prevenzione? No. Allora grazie a un efficientissimo sistema sanitario? Al contrario. Il fatto è che, non esistendo negli USA la sanità pubblica, chi vuole fare il tampone per sapere se ha contratto il virus lo deve pagare. Costo: circa 3.200 dollari. Ecco spiegati i pochissimi casi, gli scarsi ricoveri e, di conseguenza, l’esiguo tasso di mortalità ufficiale.

Solo i Paesi africani battono gli USA, non perché lì il virus non sia arrivato. Semplicemente non viene diagnosticato, tra le decine di cause di morte in un continente afflitto da epidemie storiche ed ormai endemiche.

Noi italiani, invece, siamo sempre quelli della “sindrome di Tafazzi”: facciamo troppo, facciamo poco… soprattutto facciamoci del male.

Da quando, il 21 febbraio, è stato identificato, nell’ospedale di Codogno il famoso “paziente 1” abbiamo fatto di tutto per attirare l’attenzione del mondo e scatenare il panico collettivo. Da quel giorno ogni altro Paese al mondo (dal Messico alla Finlandia) ha “scoperto” che all’origine dei suoi casi c’era un italiano. Però, mentre noi facevano migliaia e migliaia di tamponi, scoprendo decine e decine di casi, gli altri Paesi si limitavano a fare il tampone solo nei casi acclarati… e forse nemmeno.

Intanto comunque l’Italia è diventata, nell’immaginario collettivo, la nazione europea da cui “parte” il coronavirus e che sta diffondendo il contagio a livello planetario. Di questa grande menzogna gli artefici, i responsabili e complici siamo proprio noi. O, meglio, sono i nostri media ottusi e i nostri politici incapaci di difendere l’immagine della Nazione.

Perché – guarda un po’ – adesso salta fuori che, un mese prima, del “paziente 1” italiano era già stato segnalato un “paziente 1” in Germania.

Non lo diciamo noi, lo si trova su una autorevole rivista medica americana: The New England Journal of Medicine, in un articolo dal titolo “Trasmissione dell’infezione 2019-nCoV da un contatto asintomatico in Germania”. In calce è spiegato che «Questa lettera è stata pubblicata il 30 gennaio 2020 e aggiornata il 6 febbraio 2020 su NEJM.org».

Si tratta, infatti di uno studio firmato da una trentina di medici di Monaco di Baviera che racconta di come: «Un uomo d’affari tedesco di 33 anni in buona salute (Paziente 1) si ammalò di mal di gola, brividi e mialgie il 24 gennaio 2020. Il giorno seguente si sviluppò una febbre di 39,1 ° C (102,4 ° F), insieme a una tosse produttiva. La sera del giorno successivo, iniziò a sentirsi meglio e tornò al lavoro il 27 gennaio».
«Prima dell’inizio dei sintomi – prosegue la lettera – aveva partecipato alle riunioni con un partner commerciale cinese nella sua azienda vicino a Monaco, il 20 e il 21 gennaio. Il socio in affari, un residente di Shanghai, aveva visitato la Germania tra il 19 e il 22 gennaio. Durante il suo soggiorno, era stato bene senza segni o sintomi di infezione, ma si era ammalato durante il volo di ritorno in Cina, dove si è rivelato positivo per il 2019-nCoV il 26 gennaio».

Lo studio mira, infatti, a spiegare che, molto probabilmente, il virus può essere trasmesso anche durante la sua fase di incubazione e spiega chiaramente che «questo è il primo caso di infezione trasmesso al di fuori dell’Asia». A sua volta, poi, il “paziente 1” tedesco ha contagiato almeno 4 persone…

Sulla diffusione di questa notizia è curioso sottolineare l’atteggiamento del Post.it che sottolinea stizzito «Non ci sono ancora prove certe per dire che il contagio da coronavirus in Italia sia partito dalla Germania». Infatti, ma c’è la prova che Codogno non è stato il primo caso europeo, come strillato da tutti. Sembra quasi che ai solerti giornalisti del Post dispiaccia che l’Italia perda la primogenitura.

Non ci sono le prove? Intanto, però, il sito Netxstrain (ripreso anche dal Sole24 Ore) dice che «Dal primo febbraio, circa un quarto delle nuove infezioni in Messico, Finlandia, Scozia e Italia, come i primi casi in Brasile, appaiono geneticamente simili al focolaio di Monaco».

Alla fine, però, non è tanto importante sapere chi “è stato il primo”, importante sarebbe capire di non esagerare con gli allarmismi e le restrizioni. Di smetterla di farci del male. Il rischio, infatti, è che andando avanti a distruggere economia, turismo e attività produttive, invece che morire del virus nei prossimi giorni moriremo di fame nei prossimi mesi.

Da

https://orwell.live/2020/03/07/siamo-untori-o-solo-imbecilli/

Il primo caso in Europa? In Germania e non in Italia

Condividi su:


Il primo caso in Europa di infezione da Covid-19 potrebbe essere quello di un uomo di 33 anni, tedesco. Un dato che cambia la prospettiva sul primo focolaio del contagio: non italiano, quindi, ma tedesco. Lo comunica una lettera di medici tedeschi pubblicata sul New England Journal of Medicine del 5 marzo. L’uomo ha manifestato sintomi respiratori e febbre alta il 24 gennaio.

I sintomi sono migliorati e il 27 gennaio è tornato al lavoro. Il 20 e il 21 gennaio aveva partecipato a un meeting in cui era presente una collega di Shanghai, che è rimasta in Germania dal 19 al 22 gennaio senza accusare alcun disturbo.

Il primo caso in Germania, contatti con una collega cinese

Prima dell’inizio dei sintomi, aveva partecipato ad alcune riunioni con una collega cinese, nella sua azienda, vicino a Monaco, il 20 e il 21 gennaio. La donna di Shanghai era rimasta in visita in Germania tra il 19 e il 22 gennaio. Durante il suo soggiorno, non mostrava sintomi, ma si è poi ammalata durante il volo di ritorno in Cina, dove è risultata positiva al nuovo coronavirus il 26 gennaio. Il 27 gennaio ha informato la compagnia della sua malattia”. È stata avviata la ricerca dei contatti e il collega è stato inviato alla Divisione delle malattie infettive e della medicina tropicale a Monaco per ulteriori accertamenti.

Alla presentazione, non aveva febbre e stava bene. Non ha riportato malattie precedenti o croniche e non aveva una storia di viaggi all’estero entro 14 giorni prima dell’inizio dei sintomi. Sono stati ottenuti due tamponi rinofaringei e un campione di espettorato che sono risultati positivi al virus. Il test di follow-up ha rivelato un elevato carico virale nell’espettorato nei giorni seguenti, con l’ultimo risultato disponibile il 29 gennaio.

Il 28 gennaio positivi altri tre dipendenti della sua azienda

Il 28 gennaio, altri tre dipendenti dell’azienda sono risultati positivi. Di questi, solo uno aveva avuto contatti con il paziente indice; gli altri due pazienti avevano avuto contatti solo con il paziente 1. In accordo con le autorità sanitarie, tutti i pazienti con infezione confermata sono stati ricoverati in un’unità di malattie infettive di Monaco per il monitoraggio clinico e l’isolamento.

“Questo caso di infezione – si sintetizza su ‘Nejm’ – è stato diagnosticato in Germania e trasmesso al di fuori dell’Asia. Tuttavia, è da notare che l’infezione sembra essere stata trasmessa durante il periodo di incubazione del paziente indice, in cui la malattia è stata breve e non specifica. Il fatto che le persone asintomatiche siano potenziali fonti di infezione può giustificare una rivalutazione della dinamica di trasmissione dell’attuale epidemia. In questo contesto, il rilevamento del virus in un’elevata carica virale di espettorato in un paziente convalescente (il paziente 1) destano preoccupazione. Tuttavia, la vitalità del virus rilevata sul campione in questo paziente rimane da dimostrare mediante coltura virale”.

Ad oggi sono 349 i contagiati da coronavirus in Germania. A renderlo noto è il Robert-Koch-Institut sulla sua homepage. In 24 ore si sono manifestati 109 nuovi casi.

 

 

Da

Il primo caso di Covid-19 in Germania il 24 gennaio. Da lì potrebbe essere partito il contagio

Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

Condividi su:

Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

Approfittando del caos coronavirus il governo ha varato (con voto di fiducia) un decreto che consente di inserire nei nostri telefoni o computer programmi destinati a spiare ogni conversazione o attività…

TEMPO DI LETTURA: 6 MINUTI

Mi raccomando, dopo ogni telefonata, ricordatevi sempre di salutare il trojan che vi sta ascoltando. Potrebbe sembrare una battuta, ma il rischio è sempre più probabile. Infatti, il governo – approfittando del caos di questi giorni – ha proceduto a tappe forzate, ricorrendo persino al voto di fiducia per far passare il decreto-legge sulle intercettazioni.

Un decreto che trasformerà l’Italia nella DDR (la Germania Est) degli anni Settanta, dove il regime comunista di Erich Honecker spiava ogni suo abitante. La scelta del voto di fiducia, oltre a impedire ogni spazio di dibattito e di confronto su un tema così delicato, dimostra anche la paura del ministro pentastellato Buonafede di subire domande in aula.

Secondo il decreto, infatti, sarà il ministro della Giustizia a dover stabilire i requisiti tecnici che i malware destinati alle intercettazioni giudiziarie dovranno rispettare, in termini di affidabilità, sicurezza ed efficacia. Poiché è presumibile che Buonafede non sappia neanche come è fatto un trojan, non ci sarebbe da stupirsi se chiedesse (direttamente o indirettamente) una ricca consulenza alla Casaleggio Associati (cassaforte del Movimento).

Cos’è allora un trojan? Il nome fa riferimento al “cavallo di Troia”, il trucco escogitato da Ulisse per abbindolare i troiani e riuscire a entrare nella città nemica per conquistarla di sorpresa e, poi, distruggerla. Esattamente questo è il compito del “captatore informatico”, detto trojan, un malware che potrà essere introdotto nel cellulare o nel computer della persona ignara su indicazione di un magistrato.

Sarà possibile usare i trojan non solo in caso di reati contro la pubblica amministrazione commessi dai pubblici ufficiali, ma anche dagli incaricati di pubblico servizio. Le intercettazioni potranno avvenire anche nei luoghi di dimora privata «previa indicazione delle ragioni che ne giustificano l’utilizzo».

La novità è che si potranno utilizzare anche per procedimenti diversi se considerati “indispensabili” e “rilevanti” per l’accertamento di reati punibili con pena superiore a 5 anni.

Un utilizzo ben più ampio rispetto alla sentenza delle sezioni unite della Cassazione che ha ammesso l’uso dei colloqui intercettati con il captatore informatico, solo se si tratta di un reato connesso a quello per cui si sta procedendo.

Il provvedimento, per la fretta con cui è stato adottato, lascia molti dubbi e introduce persino la “retroattività”, dato che si applicherà ai procedimenti iscritti dopo il 30 aprile 2020 ma che possono essere relativi a reati compiuti anche anni fa, mentre sarebbe stato più corretto almeno fissare una data certa.

Dubbi sul decreto sono stati sollevati anche da esponenti della maggioranza. Federico Conte di Liberi e Uguali non ha escluso il “rischio orwelliano” che il trojan renda potenzialmente divulgabili immagini, filmati, notizie che riguardino la vita privata o la vita di relazione dell’intercettato. “Teoricamente”, infatti, il trojan dovrebbe occuparsi solo delle comunicazioni tra soggetti “attenzionati” ma stante la pervasività e l’invasività delle nuove tecnologie che collegano immagini, video e messaggi… il rischio è reale.

Altro problema, sollevato da Maurizio Lupi di Noi con l’Italia, è che tutti questi controlli saranno effettuati da «aziende private di cui non sappiamo la proprietà né che cosa faranno dopo di questi dati». Non si sa neppure se saranno aziende italiane o straniere, come rilevato da Carolina Varchi di Fratelli d’Italia «una quantità infinita di dati, metadati che racchiudono le nostre vite, le vite degli italiani finirà esternalizzata: non saranno, infatti, le nostre Procure a gestire questi dati».

Anche il Garante della privacy aveva chiarito i rischi cui stiamo andando incontro: «Una sorveglianza massiva sugli italiani. E io non credo che sia questa la direzione che questo provvedimento avrebbe dovuto prendere».

Il governo non ha fatto marcia indietro neppure difronte alle affermazioni delle stesse software house che producono i trojan. Come ricordato dal capogruppo leghista Riccardo Molinari: «Non vi siete fermati nonostante ci abbiano detto che ci sono dei pericoli, che non si può garantire l’integrità dei file che vengono raccolti nel trasferimento tra il server della società privata e i server delle Procure».

Alro problema emerso durante le consultazioni (e ignorato dal governo) il fatto che nessuno può garantire che, attraverso un trojan, “qualcuno” possa infilare nel telefono documenti, conversazioni, geolocalizzazioni… insomma prove di reato completamente false.

Tutto ciò avrebbe dovuto far riflettere anche perché il decreto prevede che, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le intercettazioni siano distrutte. Contro quest’ultima novità hanno protestato anche importanti magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata ricordando che esiste l’istituto della revisione del processo. Distruggere quel materiale significa quindi negare la possibilità di rivedere il giudizio quando dovessero emergere nuove prove.

Gli italiani sono, già oggi, il popolo più intercettato al mondo (negli ultimi cinque anni è stato speso oltre un miliardo di euro per intercettare 600 mila persone ogni anno). Nessun Paese in Europa ha questi standard. Come detto soltanto la Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino faceva tanto Adesso con il governo del Pd e dei 5 Stelle, ci apprestiamo a battere anche questo record.

Da

Con i trojan di Stato saremo spiati più che in Germania Est

LA GRECIA DIFENDE I SUOI CONFINI

Condividi su:

La Grecia invia 50 navi e commando navali per bloccare l’ondata di rifugiati fuori dalla Turchia

La Grecia ha sigillato il suo passaggio chiave il confine di Kastanies con la Turchia venerdì dopo che Ankara ha dichiarato che sta permettendo ai rifugiati di fuggire da Idlib e andare in Europa per almeno 72 ore, in risposta agli attacchi aerei siriano-russi che hanno ucciso giovedì 33 soldati turchi.

Il giornale tedesco Bild ha riferito venerdì che la Grecia sta adottando ulteriori misure di emergenza per impedire a Erdogan di “aprire le porte”in modo efficace a nuove ondate di rifugiati e orde di migranti in cerca di ingresso nell’UE, rilevando che il paese “ha completamente chiuso i suoi confini con la Turchia: non solo per i rifugiati, ma per TUTTI. ”

Il giornale afferma che 50 navi militari, probabilmente la maggior parte dei piccoli  pattugliatori , sono state schierate dalla Marina ellenicaper garantire che quelli che escono dalla Turchia non riescano a passare.

Evros: “Quasi 10.000 tentativi di entrare in 24 ore” – Nessun SIRIANO  tra i 73 arrestati

Per quasi 10.000 tentativi di entrare nel territorio greco entro 24 ore sulla linea di confine di Evros, fonti del governo hanno affermato che gli incidenti sono continuati senza sosta durante la notte.

In particolare,  dalle 9:00 di ieri alle 6 di questa mattina a 9.972 persone è stato impedito di entrare nel territorio greco (attraverso Evros). Sono stati effettuati 73 arresti e archiviati file, mentre, secondo le stesse fonti, i concorrenti non sono collegati  al bombardamento di Idlib , poiché provengono da paesi come Afghanistan, Pakistan e Somalia.

https://www.kathimerini.gr/1067121/gallery/epikairothta/ellada/evros-sxedon-10000-apopeires-eisodoy-se-24-wres—kanenas-syros-meta3y-twn-73-syllhf8entwn

Nikos Panagiotopoulos: i confini sono ben protetti, non abbiamo chiesto aiuto europeo

il ministro degli Esteri, Nikos Panagiotopoulos, che è stato a Evros nelle ultime ore, ha informato che la leadership politica e militare del ministero si è trasferita nella regione per avere un quadro completo della difficile situazione che si è verificata nelle ultime 24 ore. Il ministro ha osservato che i confini sono “ben custoditi e protetti”, come ha sottolineato.

Da

LA GRECIA DIFENDE I SUOI CONFINI

C’era una volta… ci sarà ancora

Condividi su:

C’era una volta… ci sarà ancora

Epidemie d’influenza ben più catastrofiche hanno già colpito il nostro Paese in passato ma senza l’ansia mediatica, le iniziative contraddittorie e l’abitudine a mentire odierna

TEMPO DI LETTURA: 6 MINUTI

Due giorni fa un nostro articolo ricordava un aspetto molto marginale di una pandemia tra le più devastanti che abbiano infettato il globo: la cosiddetta Spagnola, di cui quest’anno ricorre il centenario della conclusione. Questa forma influenzale particolarmente aggressiva, tra il 1918 e il 1920, uccise oltre 100 milioni di persone che, all’epoca, erano il 5 per cento degli abitanti del pianeta. In Italia i contagiati furono 4 milioni e mezzo, e i morti 375 mila (ma secondo alcune stime potrebbero essere stati quasi il doppio). A livello mondiale uccise fino al 20% di coloro che la contrassero.

Dopo la pandemia del 1918, l’influenza ritornò al suo andamento abituale per quasi quarant’anni, fino al 1957, quando si sviluppò una nuova pandemia: l’Asiatica. I morti furono circa 2 milioni nel mondo nonostante che, anche in quel caso, il virus fosse stato isolato per tempo.

In questi giorni circola un video dell’Istituto Luce, che parla del Natale 1969 e dei suoi “regali”, tra cui… l’influenza. Non una qualsiasi, però, bensì un’altra pandemia mondiale: la Hong Kong. Simile all’Asiatica, in due anni uccise, anche in questo caso, circa 2 milioni di persone, di cui 34 mila solo negli Usa. Nel nostro Paese – ci racconta il commentatore con tono tutt’altro che allarmato – ben 13 milioni di persone ne furono colpite (un italiano su 4) e «5.000 sono passate a miglior vita» (ma in realtà, alla fine, furono quasi 20.000).

Vale la pena di ascoltare il filmato proprio per marcare la differenza nelle modalità di comunicazione. Nel gennaio 1970 (periodo di pubblicazione) in Italia esistevano solo 2 canali televisivi di Stato e, appunto, i Cinegiornali, che offrivano una informazione che oggi definiremmo “nazional popolare” nelle sale cinematografiche, prima dei film.

I dati forniti con assoluta serenità dal commentatore oggi ci farebbero tremare di terrore. In Italia ci si ammalava (quasi tutti) ma la vita continuava tranquilla (come mostrano le immagini).

Ovvio che – ne siamo più che consapevoli – l’altissimo numero di contagi e l’alto numero dei morti di queste pandemie che hanno preceduto il coronavirus, sia stato dovuto proprio alla mancanza di isolamento e di strategie mediche di contenimento.
Altrettanto ovvio che però, per molti aspetti, oggi si stia esagerando, per poi cercare di rimediare con menzogne o iniziative contraddittorie.

Giusto cercare di isolare i contagi… esagerato bloccare la vita e l’attività di intere regioni.
Giusto ricorrere a cure intensive laddove le complicazioni polmonari siano gravi… esagerato ricoverare chiunque sia affetto da coronavirus.
Giusto cercare di riconoscere l’origine dell’affezione in chi sta molto male… esagerato fare tamponi a tappeto su tutta la popolazione.
Giusto cercare di ridurre i contatti per proteggere le fasce più deboli… sbagliato adottare provvedimenti irrazionali.

L’elenco dei provvedimenti stupidi o incoerenti è lunghissimo e sotto gli occhi di tutti. Chiudere i bar dopo le 18 (perché prima non ci si contagia?), poi riaprirli ma solo se si sta al tavolo (perché al tavolo notoriamente non ci si tramette una malattia altamente contagiosa). Chiudere le chiese, vietare le messe ma poi aprirle ai turisti… Chiudere i negozi, i cinema, i musei ma non i supermercati affollatissimi. Chiudere gli stadi, ma solo per certe partite, poi riaprirli, ma solo per certi tifosi, poi spostare le partite…

Ascoltando il Cinegiornale del 1970 ci siamo fatti sempre più l’idea che i veri problemi di questa epidemia siano due: da una parte la psicosi mediatica; dall’altra l’inettitudine politica. Quest’ultima aggravata, prima, dall’isteria ideologica “antirazzista” (che ha impedito la prevenzione a tappeto). Poi da una inveterata vocazione a scaricare le colpe su altri: colpa dei governatori leghisti, colpa dei medici di Codogno o, al contrario, colpa di un ministro inefficiente e di un capo di governo vanesio e inetto. Infine, come già sottolineato, dalla confusione generata da provvedimenti continuamente cambiati, smentiti e contraddetti.

Su quest’ultimo punto il “carico da novanta” lo ha messo l’informazione che, all’inizio ha sposato i toni apocalittici e ora, che il problema è grave (dal punto di vista economico più ancora che sanitario), minimizza o enfatizza gli aspetti “tranquillizzanti”.

Un discorso a parte (lo affronteremo infatti separatamente) merita, poi, l’effetto virus sull’economia e – anche qui – grazie a certa informazione catastrofista (nei confronti, per esempio, della Borsa) e, invece, entusiasta per i provvedimenti ridicoli e persino pericolosi presi dal governo.

Infine, ritornando a quanto abbiamo voluto ricordare all’inizio, ciò che dovrebbe prevalere è la convinzione che un popolo forte, creativo e produttivo (come era sempre stato quello italiano) affronta e supera qualsiasi crisi. Dopo la Spagnola vennero gli sfavillanti anni Trenta; dopo l’Asiatica arrivò il boom degli anni Sessanta. Dopo la Hong Kong (e dopo anche il terrorismo) arrivarono i fiorenti anni Ottanta.
Dopo il coronavirus… Chi lo sa? Lasciateci sperare: c’era una volta una grande Italia… e ci sarà ancora.

Da

C’era una volta… ci sarà ancora

1 46 47 48 49 50 51 52 576