Report: Milena Gabanelli lascia il posto a Sigfrido Ranucci

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Gabanelli lascia Report
Gabanelli lascia Report Screenshot by Raiplay.it

Report torna in onda su Rai Tre stasera, lunedì 28 novembre 2016, alle 21:30. L’ultima puntata di questa stagione vede i riflettori puntati soprattutto sull’addio di Milena Gabanelli. La puntata di Report di ieri, 28 novembre, infatti, è stata l’ultima condotta dalla Gabanelli ed è stato già annunciato che la trasmissione tornerà in onda in primavera con la conduzione di Sigfrido Ranucci, storico coautore della giornalista.  Report è tornato sulle vecchie inchieste per scoprire Com’è andata a finire.

Anas per l’Italia di Giovanna Boursier. Milena Gabanelli torna ad affrontare il caso Anas, a un anno di distanza e dopo le dimissioni del presidente Pietro Ciucci, sostituito da Gianni Armani. Un mese fa è crollato un cavalcavia ad Annone Brianza causando la morte di una persona. Mentre si cerca di capire a chi appartenga il ponte è chiaro invece che la manutenzione spetta ad Anas.

Occhio al portafoglio di Emanuele Bellano. Le banche propongono ai risparmiatori di investire i propri risparmi acquistando diamanti e lo scorso mese Report ha denunciato che questi vengono venduti a un prezzo doppio rispetto al loro valore di mercato. Da quel momento i risparmiatori sono tornati in banca per rivendere i diamanti acquistati, ma nessuno è riuscito nell’intento di disinvestire. La Consob ha analizzato il caso?

A caval donato… di Sigfrido Ranucci. Dopo sei mesi Report si occupa di nuovo dei gettoni d’oro della Rai prodotti dalla Zecca. Ad aprile scorso che sia la Rai che i vincitori sono stati frodati, ma adesso Report ha scoperto un’altra frode che potrebbe essere ben superiore a quella precedente.

La via di uscita di Claudia Di Pasquale. È in corso la più grave crisi migratoria dal secondo dopoguerra e l’Europa ha risposto firmando un accordo con la Turchia per bloccare la rotta balcanica, mentre i vari stati hanno chiuso le frontiere. Quali sono stati gli effetti per l’Italia?

La guerra dei brevetti di Luca Chianca. Al marchio Made in Italy viene associato Luca Cordero di Montezemolo visto che partecipa come ospite ai convegni che promuovono il brand Italia, presidente del comitato promotore per la candidatura alle olimpiadi di Roma 2024.

Telescrocco di Sigfrido Ranucci e Giulio Valesini. Dopo un anno Report torna a Verona per dell’abusivismo delle Torre Massimiliana occupata da quaranta antenne di ripetitori radio-televisivi. Tale installazione rappresenta la violazione del vincolo di tutela per i beni storici e culturali, ma è stato scoperto che non è mai stata chiesta un’autorizzazione al demanio, proprietario del monumento. Tra gli abusivi c’è il gruppo Athesis, presieduto da Gianluca Rana, figlio di Giovanni, e di proprietà dei più importanti industriali di Verona e Vicenza, ma c’è anche Telenuovo tra le più importanti realtà editoriali della provincia di Verona. Fino ad oggi non è stata trovata una soluzione per liberare il monumento dalle antenne e nessuno degli editori ha provveduto al pagamento degli indennizzi richiesti dal Demanio. (post successivo)

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Ma Israele si fida di Trump?

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di Fulvio Scaglione

Ma Israele si fida di Trump?

Fonte: Gli occhi della guerra

Nell’ostinato tentativo di giudicare Trump solo come un fenomeno da baraccone e non anche come un fenomeno politico (gradito o meno), i più si sono scordati di qualche piccolo particolare.

Nell’orgia di luoghi comuni partita con l’elezione di Donald Trump, è diventato un assioma che il nuovo Presidente Usa piacesse a quelli che i benpensanti occidentali giudicano, per ragioni diverse, antipatici e incazzosi. L’ungherese Orban, il russo Putin, l’egiziano Al Sisi, per esempio. Con loro anche Benjamin “Bibi” Netanyahu, premier di Israele e non esattamente un prodigio di affabilità. Ma siamo sicuri che sia così?Nell’ostinato tentativo di giudicare Trump solo come un fenomeno da baraccone e non anche come un fenomeno politico (gradito o meno), i più si sono scordati di qualche piccolo particolare. Quando The Donald, durante la campagna elettorale, propose di chiudere i confini degli Usa ai musulmani, Netanyahu fece pubblicare un comunicato in cui freddamente affermava di “respingere le recenti osservazioni di Donald Trump sui musulmani”. E in seguito a quello scambio di cortesie, Trump annullò il viaggio in Israele durante il quale, in data 28 dicembre, avrebbe dovuto incontrare proprio il primo ministro. Altro particolare di un qualche peso: la comunità ebraica americana ha votato in massa per Hillary Clinton, snobbando Trump. Secondo un sondaggio realizzato da JStreet (il notissimo sito che si definisce “la casa degli americani che sono pro Israele e per la pace”) e ripreso dai giornali israeliani, il 75% degli ebrei americani ha votato per la Clinton. Non solo: quasi un quarto (22%) degli elettori americani di fede ebraica ha fatto una o più donazioni in favore della campagna della Clinton. I rapporti dello Stato ebraico con la comunità ebraica americana sono intensi e, per certi aspetti, decisivi. Per molti anni i protagonisti dell’Aliya (la “salita”, ovvero l’immigrazione verso Israele) sono stati proprio gli ebrei americani, superati nel numero solo negli ultimissimi anni da coloro che provengono dai Paesi dell’ex-Urss. E Trump, pur usando qualche accortezza da campagna elettorale, non si è premurato di risultare simpatico. Tutti ricordano la sua apparizione davanti alla Republican Jewish Coalition, cioè una delle organizzazioni che chiamarono Netanyahu a parlare davanti al Congresso, umiliando Obama. In quel consesso Trump, rude fino alla maleducazione, trovò modo di dire:

“So che non mi appoggerete perché non voglio il vostro denaro”.

Insomma: i rapporti tra la Casa Bianca e Israele sono sempre stati e sempre saranno un capitolo importante della politica americana. Ma da questo punto di vista la storia di Donald Trump e Bibi Netanyahu è ancora tutta da scrivere e potrebbe riservare più di una sorpresa. Come conciliare, per esempio, la priorità che Trump afferma di voler assegnare alla lotta contro l’Isis con l’indicazione strategica del Governo israeliano, che considera invece Assad e l’Iran i principali ostacoli da affrontare? Sperando nel meglio, Israele comunque si prepara al peggio, cioè a un Trump un po’ più difficile da aggirare di quanto sia stato Obama. Si spiega anche così il fatto che il Comitato per l’urbanistica e l’edilizia di Gerusalemme abbia deciso di mandare avanti il progetto per 1.400 nuove unità abitative a Gerusalemme Est, nel sobborgo di Ramat Shlomo, proprio sulla linea Verde, progetto che era stato “congelato” per le pressioni di Obama. E non solo: altre 2.600 unità sono progettate per l’insediamento di Givat Hamatos e 3 mila per quello di Gilo. La filosofia di queste decisioni è stata espressa con chiarezza da Meir Turgeman, vice-sindaco di Gerusalemme, in un’intervista televisiva:

“Abbiamo un sacco di altri progetti e sono deciso ad approfittare del periodo di transizione (da un Presidente all’altro, n.d.r) per farli approvare. Finora ci è stato impedito di costruire a causa delle pressioni dell’amministrazione Obama su Israele. Ma quella storia è finita. D’ora in poi tireremo fuori dal freezer tutti i progetti”.

(There are a lot more plans, and I intend to use the US transition period to get them approved. Until now we were prevented from building by the Obama administration’s pressures on Israel. It’s over. From now on we’re going to pull those plans out of the freezer). Ci portiamo avanti fin che possiamo, insomma. Il che fa pensare che gli israeliani non prevedano di scambiare con Trump solo baci e abbracci.

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La risoluzione Ue contro la Russia? Una buffonata voluta dalla Nato

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di Fulvio Scaglione

La risoluzione Ue contro la Russia? Una buffonata voluta dalla Nato

Fonte: linkiesta

Se il Parlamento europeo non fosse la perfetta rappresentazione dell’Unione, cioè di una (per usare un termine di moda) accozzaglia di Paesi che hanno interessi diversi e strategie diverse e riescono a mettersi più o meno d’accordo solo quando si parla di dividersi i soldi, una risoluzione come quella approvata il 23 novembre (“Comunicazione strategica dell’Unione Europea per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi”) sarebbe stata sepolta dalle risate. Ma così non è, anche se alla fin fine i sì sono stati 304 ma 179 i no e 208 gli astenuti. E dunque questa follia va presa sul serio e affrontata per quel che è: l’ennesima svendita della Ue e dei suoi cittadini alle ragioni della Nato e dei circoli politici neocon americani, ottimamente rappresentati qui da noi dai Paesi dell’Est Europa.

La risoluzione in sostanza dice che ci sono due agenti (tanti sono i famosi “terzi”) che lavorano contro la Ue, i suoi valori, la sua (incredibile, ma dice proprio così) “coesione”: la Russia e l’Isis. Verrebbe da chiedersi quali siano questi valori europei: la risoluzione è opera della polacca Anna Elzbieta Fotyga, ex ministro degli Esteri e da sempre collaboratrice dei gemelli Kaczynski, le cui politiche difficilmente possono essere descritte come rappresentative dei “valori” di tutti i cittadini Ue. Ma questo è il meno.

Solo un demente potrebbe mettere insieme un grande Stato con cui l’Europa intera è stata per decenni in buone relazioni e in affari e in larga parte lo è tuttora (la Russia) con quello che, pur essendo forte e molto appoggiato, è e resta un gruppo terroristico (l’Isis). Inoltre, è certo che la Russia si dia da fare per diffondere anche in Occidente, attraverso televisioni e siti web, il proprio punto di vista sugli affari internazionali. Purtroppo per la signora Fotyga questo non costituisce reato ed è ciò che fanno tutte le nazioni, nessuna esclusa. Continua a leggere

È il tempo di fidarsi della Russia, fronte comune contro il terrore

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di Vladimir Putin

È il tempo di fidarsi della Russia, fronte comune contro il terrore

Fonte: La Stampa

Le contraddizioni che oggi scaturiscono dalla ridistribuzione del potere economico e dell’influenza politica non fanno che aumentare. Il fardello della reciproca sfiducia limita le nostre possibilità di trovare risposte efficaci alle sfide e alle minacce concrete che il mondo di oggi si trova ad affrontare.

Al contempo, in alcuni dei nostri partner non vediamo l’intenzione di risolvere i veri problemi internazionali. In alcune strutture, costituite durante la Guerra Fredda e chiaramente superate, come per esempio la Nato, nonostante tutte le parole spese sulla necessità di adeguarsi alla nuova realtà, non si registra nessun effettivo adattamento. Invece sono in atto continui tentativi di trasformare un meccanismo cruciale per garantire la sicurezza comune europea e transatlantica come l’Osce, in uno strumento al servizio degli interessi di politica estera di qualcuno. Il risultato è che questo importante strumento ormai gira a vuoto.

Inoltre si riproduce continuamente il cliché delle «minacce», immaginarie e fittizie, come la famigerata «minaccia militare russa». Effettivamente si tratta di un affare redditizio: si possono gonfiare gli stanziamenti per il settore bellico dei propri Paesi, piegare gli alleati agli interessi di una singola superpotenza, espandere la Nato, portare l’infrastruttura dell’alleanza, unità militari e nuovi armamenti vicino ai nostri confini. Ovviamente può essere conveniente rappresentare se stessi come difensori della civiltà contro chissà quali nuovi barbari. Ma il fatto è che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare chicchessia. La sola Europa ha 300 milioni di abitanti. La somma della popolazione dei Paesi membri della Nato assieme agli Usa è di 600 milioni, probabilmente. La Russia ha solo 146 milioni di abitanti. E’ semplicemente ridicolo parlarne. E invece questa idea continua a essere sfruttata per fini politici particolari. Continua a leggere

Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”

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di Giovanni Petrosillo

Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”.

Fonte: Conflitti e strategie

Sono quasi convinto che al referendum del 4 dicembre i “sì” prevarranno sui “no”. So benissimo che i sondaggi affermano il contrario ma abbiamo già saggiato, negli ultimi eventi cruciali, della loro scarsa affidabilità, dalla Brexit alla elezione di Trump.
I sì vinceranno per un motivo banale che non c’entra nulla con le riforme della propaganda governativa: la gente vuole un cambiamento purchessia.
In questi giorni ne leggo di tutti i colori, persino che la vittoria del sì sconfiggerà il cancro. E perché no, di colonizzare anche Marte? Questo è l’infimo livello del dibattito in corso. Quanto a fandonie, dall’altra parte non sono da meno. Vedrete che a cose fatte marziani e terroristi della psiche troveranno un accordo, per il bene della loro piccola patria di partito. Passata la festa, gabbato lo santo.
E’ chiaro che questo voto non modificherà, se non in peggio, la vita degli italiani. Ci vuol ben altro per superare la palude in cui siamo precipitati negli ultimi vent’anni. Ma al popolo questa profanazione della Costituzione piace perché intaccare il Totem fa cadere l’ennesimo tabù, verso il quale essi non hanno alcuna riverenza, in quanto non ne colgono i vantaggi concreti. Un (falso) segnale positivo, insomma, per chi è stufo di vivere in un Paese ingessato, ormai improduttivo e impoverito in ogni settore economico-sociale.
La partita tra costituzionalisti improvvisati ed anticostituzionalisti della domenica non è di nessun interesse per gli elettori. I pareri di insigni professori o quelli contrapposti dei concorrenti di quiz stanno per loro quasi sullo stesso piano. Non temono le derive autoritarie di cui blaterano i soloni in cattedra e non credono, fino in fondo, alle promesse di questi riformatori extraterrestri, tuttavia meglio affidarsi alla ruota della fortuna che rassegnarsi ai presagi di sventura. Almeno ci avranno provato a grattare la sorte. Continua a leggere

Perché NO anche se vincerà il SI

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di Marco Tarchi

Perché NO anche se vincerà il SI

Fonte: Marco Tarchi

Premetto che non avevo in animo di pronunciarmi pubblicamente sul prossimo referendum, considerando più proficuo dedicarmi a elaborare e divulgare riflessioni metapolitiche, piuttosto che occuparmi di politica ‘spicciola’ (a cui mi devo dedicare a sufficienza professionalmente).
A farmi cambiare atteggiamento è l’insopportabile valanga di comparsate massmediali di Renzi, con annesse sbruffonerie, lezioncine imparate a memoria, trovate di marketing, falsità, furberie, sciocchezze a cui giornali e tv – pur assunte in dosi omeopatiche – mi costringono. Ed, insieme, la constatazione che alcuni dei luoghi comuni della narrativa renziana stanno facendo breccia in non poche delle persone con cui mi capita di scambiare qualche parola in argomento.
Di conseguenza, ho deciso di chiarire alcune delle molte ragioni che mi faranno votare NO e di aggiungere qualche considerazione sul perché suppongo e temo che mi troverò, ancora una volta, in minoranza.
In estrema sintesi:
– trovo questa riforma demagogica, ingannevole, raffazzonata e di netto ostacolo a miglioramenti futuri dell’assetto istituzionale, per molte delle sue caratteristiche. Ne indico solo alcune.
Dietro la facile propaganda sul (minimo) “taglio dei costi della politica” e sulla “maggiore efficienza del sistema”, la trasformazione del Senato in una microcamera di nominati (compresi – allucinante! – membri scelti dal Presidente della Repubblica, che perpetuano l’obbrobrio dei senatori a vita) non fa altro che ampliare il potere di occupazione di ogni spazio decisionale del governo, che già l’osceno 55% di seggi concesso dalla legge elettorale – e la prassi invalsa negli ultimi due anni (vedi controllo ormai totale della Rai) – rafforza a discapito di qualunque opposizione o minoranza. E l’astrusità dell’assegnazione per ambito delle proposte di legge, unita alla facoltà del Senato di avocarne altre per un parere, rende del tutto improbabile la tanto vantata accelerazione dei processi legislativi. Non parliamo poi dei criteri di scelta dei senatori, che riducono il già esiguo spazio di espressione della volontà popolare concesso dalla formula rappresentativa ai minimi termini. Continua a leggere

La riforma Renzi non é (solo) una riformaccia nel merito: la Costituzione andrebbe riscritta per intero

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La riforma Renzi non é (solo) una riformaccia nel merito: la Costituzione andrebbe riscritta per interoPer inciso, noi Cattolici non avremmo bisogno di alcuna Costituzione perché basterebbero i 10 Comandamenti e i Precetti della Chiesa. Col compendio di Dottrina sociale si ricostruirebbe la Politica…N.d.R.

di Alessio Mannino, direttore di Vvox

La Renzi-Boschi-Jp Morgan non è una riforma e non è soltanto una riformaccia: è una riformicchia. Sì è vero, tocca ben 47 articoli della Costituzione, alla rinfusa. Mira a svuotare, di fatto, quel poco e maldestro federalismo introdotto nel 2011 dal centrosinistra che riscrisse il Titolo V (le materie oggi “concorrenti” fra Stato e Regione tornerebbero, nelle intenzioni dei neo-centralisti renziani, di esclusiva spettanza di Roma, «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale»). Prevede un comico abbassamento del quorum nei referendum, non più il 50% degli aventi diritto ma la metà dei votanti alle ultime politiche, con il contentino dei nuovi referendum propositivi e d’indirizzo (e non più soltanto abrogativi, alzando tuttavia il numero di firme a 800 mila, a 150 mila per le leggi di iniziativa popolare).

Fa risparmiare la miseria di 48 milioni per ridurre da 315 a 100 i senatori, e 8,7 milioni chiudendo il Cnel (unica novità da sottoscrivere in toto: già nel 1978, l’ex presidente della Costituente, il comunista Terracini, sottolineava che anziché essere «la sede naturale della mediazione fra lavoratori e datori di lavoro», non si era mai discostato dall’essere «un organo inesistente»). Illude di spingere sulla velocità di approvazione delle leggi, falso clamoroso: di leggi se ne sfornano a iosa, il ritmo dipende unicamente dalla volontà politica dei partiti, dalla qualità dei peones in aula e in commissione, dalle loro beghe, tattiche e giochetti di retrobottega.

Se sommiamo il tutto, cosa resterebbe in mano se vincesse il Sì? Quel che serve al signor Renzi per compiacere i comitati d’affari stranieri, blandire l’elettorato alla Cracco che si beve il riformismo purchessia, gettare le fondamenta di un partitone di centro che contemporaneamente elida gli scocciatori della sinistra interna Pd e assorba i senza fissa dimora a destra. Cercando di riuscire là dove tre commissioni bicamerali dal 1983 a oggi (Bozzi, De Mita, D’Alema) non sono riuscite, passando così alla Storia. O di uscirne comunque bene, personalmente più forte, se gli dicesse male nel caso di vittoria del No ma con un Sì sopra il 40%. Perché tutti quei voti favorevoli, dal primo all’ultimo, se li intesterà lui e solo lui,in un referendum che è in realtà un referendum su Renzi. Vince anche se perde, il Machiavelli per meno abbienti.

Ma, per cambiare l’Italia come da slogan governativo, bisognerebbe cambiarla interamente, la sacra Carta. Che sacra non è: scritta da mortali in un determinato periodo storico, è un prodotto storico, mortale e rivedibile. Non è l’appendice dei Dieci Comandamenti. E con tutto il rispetto, chi se ne importa di cosa scrive l’Economist (che non è il Vangelo e non è nemmeno così straniero e neutro: il primo azionista col 43% è la Exor degli Agnelli). Il bicameralismo andrebbe abolito tout court, anziché perpetuarlo in un Senato-pastrocchio, ridotto a camera d’evasione romana per consiglieri regionali e sindaci che potranno frequentarlo poco e quindi male (ma col beneficio dell’immunità parlamentare). Senza per altro assicurare che la “navetta” (l’andirivieni legislativo fra i due rami del Parlamento) sia eliminata, visto che il Senato continuerà a poter inserirsi sempre, sia pur entro 30 giorni, mantenendo potestà piena su leggi costituzionali e garantendosi di far tornare alla Camera quelle riguardanti le Regioni e i trattati internazionali (cioè in pratica il nevralgico campo dei rapporti con l’Unione Europea). Il federalismo andrebbe rafforzato, o per meglio dire fatto seriamente. Non come oggi, litigiosamente, vedi la battaglia vinta alla Consulta dalla Regione Veneto a guida Zaia contro il decreto Madia, che Renzi ha avuto gioco facile a girare a suo favore, come esempio di un’Italia «bloccata».

Ma soprattutto sarebbe il caso di fare le persone serie, indire un’Assemblea Costituente e ripensare la Costituzione fin dall’articolo 1, dato che la sovranità non appartiene più al popolo italiano da un pezzo. Sicuramente a partire dal 2012, quando di soppiatto fu stravolto l’articolo 81 introducendo non già il pareggio di bilancio, come si vuol far credere, ma costituzionalizzando il debito: l’«indebitamento» diventa ammissibile in casi di calamità naturali o per combattere i cicli economici negativi, tanto che è stato abrogato il divieto di stabilire nuove spese o tributi; e questo per rispettare gioiosamente il Fiscal Compact, il pazzesco trattato europeo del 2012 che ci impegna a ridurre il debito di 50 miliardi l’anno fino al 2032, condannandoci ad una politica di austerità (tasse e tagli) eretta a norma costituzionale. A questo punto il nostro quotidiano lavoro su cui si fonda la beneamata Repubblica, ammesso e non concesso sia mai stato un valore, è diventato un disvalore: perché dovremmo lavorare per pagare un debito inestinguibile in un’Europa-gabbia? No, non basta un Sì. Magari bastasse. Meglio votare No.

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I Nuovi Crociati

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Questo è il titolone del primo grande articolo de Il Giornale.it di stamattina. Purtroppo l’esistenza di gruppi conservatori, che fanno confusione tra “papi buoni” (Wojtyla e Ratzinger) e “papi cattivi” (Bergoglio) inducono il giornalista a dar loro un peso eccessivo. Ma nella seconda parte dell’articolo emerge che la vera contestazione viene fatta dai sedevacantisti, che da Roncalli ad oggi, con una chiara posizione dottrinale, garantita dal Magistero Perenne della Chiesa, ritengono “non Papi” tutti i capi conciliari, in quanto hanno contraddetto la Fede di sempre, seppur con modalità e stili differenti, basandosi sulla sovversione perpetrata attraverso il Conciliabolo Vaticano II (1962-1965). 

Segnalazione di Raimondo Gatto

La guerra santa in nome di Dio, alle spalle del Papa

Hanno dichiarato guerra al Papa e sono accusati di fondamentalismo. Che sia l’inizio di una nuova scissione?

Fondamentalismo cattolico. Un accostamento sorprendente, abituati come siamo a pensare a quello islamico, torvo, violento, sanguinario. Fondamentalisti sono gli jihadisti, le milizie dell’Isis, i Paesi (sempre più numerosi) che adottano la legge coranica come norma fondamentale dello Stato.

È un’idea che richiama rigore e intransigenza nel riferimento letterale ai testi sacri delle religioni unito alla violenza (fisica e verbale) per imporli di nuovo. Prende fiato soprattutto nei periodi di cambiamento a salvaguardia appunto dei fondamenti. Difesa, arroccamento, ritorno alle origini. In questo senso l’idea di fondamentalismo viene estesa da alcuni intellettuali anche alla galassia, sempre più numerosa e rumorosa, dei cattolici critici verso Papa Francesco e le novità che sta introducendo a poco a poco nella Chiesa. È un movimento organizzato solo in parte, che si articola soprattutto sui social network, pronto a scattare davanti alle scelte di Bergoglio e permaloso se viene preso di mira, come del resto lo è chiunque venga inquadrato in un mirino.

È un fatto, però, che molti scritti su siti e giornali usano spesso toni esagerati, canzonatori verso il Papa, con vignette che se fossero pubblicate altrove farebbero gridare allo scandalo. Un esempio su tutti: un fotomontaggio pubblicato da uno degli intellettuali cattolici più accaniti contro Bergoglio, Alessandro Gnocchi, lo raffigura vestito da Lutero che sghignazza davanti a un crocifisso infranto a terra. Lo si trova nella rubrica «Fuori moda» sul sito Riscossacristiana.it. In questi termini, la contestazione antiromana è senza precedenti.

SCAMBIO DI RUOLI

In nome della fedeltà alla tradizione si attacca il custode e garante del «depositum fidei»: il Papa. È una contraddizione curiosa. Questi ambienti se la prendono con papa Francesco contrapponendolo a Benedetto XVI benché il vero rivoluzionario sia quest’ultimo: senza le dimissioni di Ratzinger, Bergoglio sarebbe ancora a Buenos Aires. Al tempo di Wojtyla e Ratzinger, dai conservatori partivano accuse di insubordinazione verso chi contestava il Papa anticomunista, il «pastore tedesco» della fede, le censure alla teologia della liberazione e la difesa dei «valori non negoziabili». E si taceva invece su iniziative come le preghiere interreligiose di Assisi, le visite alle moschee, le aperture ecumeniche. Il Papa è il Papa e non si discute. Ora il campo è rovesciato, quanti chiedevano obbedienza adesso disobbediscono e pretendono di insegnare al pontefice che cos’è la vera tradizione fissando loro il limite oltre il quale il successore di san Pietro va considerato eretico e traditore.

Ma per queste frange è corretto parlare di fondamentalismo, sinonimo di un’intolleranza sanguinaria più che verbale? A proporre il concetto è stato uno dei più autorevoli sociologi delle religioni, il professor Massimo Introvigne. Ha individuato questa categoria per identificare le frange tradizionaliste che contestarono il presunto «modernismo» dei papi Leone XIII e Pio XI, e per quanti successivamente se la sono presa con il Concilio e i pontefici degli ultimi cinquant’anni. «Il fondamentalismo spiega Introvigne è nato nella seconda metà dell’800 in ambito cristiano, nel protestantesimo, e solo un secolo dopo è stato applicato all’islam. Gli ambienti conservatori erano orgogliosi di quel titolo, prodotto da una reazione al nuovo e dal desiderio di tornare alle origini. Un’idea di purezza ed essenzialità legata al principio Sola scriptura: vale unicamente ciò che è scritto nei testi sacri».

Il cattolicesimo però non è Sola scriptura, non è una religione del libro ma l’incontro con un uomo, Gesù di Nazaret. Non è una forzatura parlare di fondamentalismo? Risponde Introvigne di no: «Se i fondamentalisti protestanti si richiamavano alla lettera della Bibbia, i cattolici si rifanno alla Tradizione. Cristo non ha scritto una riga, non ha lasciato libri ma successori, persone vive, in carne e ossa: gli apostoli e i papi. Sono il pontefice e i vescovi uniti a lui che definiscono cosa sia la tradizione oggi. Il fondamentalismo cattolico impugna la tradizione contro il Papa. O meglio, un’idea prefissata di tradizione».

LE ACCUSE

Sembra un dibattito teologico per iniziati. Non lo è più da quando lo stesso papa Francesco ha fatto proprio questo concetto. Ne ha parlato nel 2014 in un’intervista al quotidiano spagnolo La Vanguardia: «Nelle tre religioni abbiamo i nostri gruppi fondamentalisti, piccoli rispetto a tutto il resto. Un gruppo fondamentalista, anche se non uccide nessuno, anche se non picchia nessuno, è violento». Concetto ripreso più volte, l’ultima a luglio nel ritorno dalla Polonia: «Anche noi abbiamo i nostri fondamentalisti».

A chi si riferiva? Francesco non l’ha specificato. Magari intendeva le voci critiche «storiche»: i nemici del Concilio, i sedevacantisti, i lefebvriani e quanti lo considerano un antipapa al pari dei pontefici dopo Pio XII. Ma Introvigne si dice preoccupato piuttosto dalla «realtà più diffusa e informale di persone che non aderiscono a questi gruppi, vanno a messa nella loro parrocchia o alla messa tradizionale in latino, ma sviluppano, divulgano o assorbono posizioni fondamentaliste». (sono quelle persone che noi sedevacantisti abbiamo sempre chiamato la “MASSA DEI TRADIZIONALISTI SILENZIOSI”, conteggiandola, approssimativamente, attraverso sondaggi in tutta Italia, in UN MILIONE DI PERSONE circa, N.d.r.)

Il sociologo ha sintetizzato le sue idee in un lungo colloquio con la rivista culturale online Lanuovaeuropa.org la quale si occupa dell’ortodossia russa e conosce bene le fazioni fondamentaliste e antiecumeniche che, per esempio, considerano eretico il patriarca Kirill per l’incontro a Cuba con papa Francesco. Il web-periodico si è chiesto se la paura del nuovo, il sentirsi minacciati possa riguardare anche i cattolici. All’intervista con Introvigne Lanuovaeuropa.org ha fatto seguire una mappa dettagliata del «fondamentalismo diffuso» ripresa da altri giornali.

Apriti cielo. La suscettibilità di questi gruppi è esplosa sui social network e sui blog con accuse e perfino insulti verso gli autori dei saggi, in realtà scritti senza toni polemici né acrimonie. Reazione che farebbe pensare a un nervo scoperto. Le punte più oltranziste di questa contestazione antipapale non si limitano a parlare di «resistenza» al magistero di Francesco, ma lo accusano apertamente di essere traditore (come quando ha celebrato i 500 anni della Riforma di Lutero) ed eretico, con l’esortazione apostolica dopo il sinodo sulla famiglia.

Così, per esempio, a proposito del clamoroso appello di quattro cardinali a chiarire presunte ambiguità dell’Amoris Laetitia, il sito Corrispondenzaromana.it scrive: «Circola in Vaticano ed è attentamente studiato da teologi e prelati lo studio di Arnaldo Xavier da Silveira, Ipotesi teologica di un Papa eretico, pubblicato dall’editore Marco Solfanelli di Chieti. L’iniziativa dei quattro cardinali si inserisce in un processo di resistenza che si allarga ed è solo alle sue prime fasi. Ne vedremo gli sviluppi nei prossimi mesi». Quasi il preannuncio di una scissione.

NUOVO SCISMA?

L’insistenza bergogliana sulla misericordia, che pure è il cuore dell’insegnamento di Gesù, viene contrapposta alle tavole della legge. Il viaggio in Svezia e le aperture ai divorziati risposati sono stati come il drappo rosso per un toro. Per Introvigne si tratta comunque di correnti minoritarie, inversamente proporzionali all’eco che suscitano sul web: «Anzi, mi stupisce il loro scarso successo. All’epoca del Concilio Vaticano II avvennero vere rivolte contro le novità liturgiche e dottrinali, culminate nello scisma di monsignor Lefebvre. Qui non avverrà nulla del genere. Sono professionisti del web che sanno come farsi sentire».

Ma nelle ultime settimane s’è verificato un salto di qualità. La lettera dei quattro cardinali, uno dei quali non esclude un atto di «correzione» per il Papa, è clamorosa. La facoltà di assolvere dal gravissimo peccato di aborto estesa a tutti i preti (e non più esclusiva dei vescovi) è suonata a molti come l’ennesima scivolata del Papa verso il lassismo morale e la svendita della fede, altro che Vatileaks. In un’intervista all’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, Bergoglio ha risposto così: «Alcuni continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere». Certi rimproveri «sono fatti con spirito cattivo per fomentare divisione. La Chiesa non è un campo di calcio che cerca tifosi». E a ogni buon conto, le critiche «non mi tolgono il sonno».

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Polonia: Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano

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jasna_g_ra_brama_lubomirskich_zdobienia-740x493di Redazione

La scorsa settimana avevamo dato la notizia di quanto, nel silenzio mediatico occidentale, sarebbe avvenuto in Polonia. Ora, come promesso, siamo in grado di fornirvi l’atto eseguito, alla presenza del Presidente polacco:

Atto di accoglimento di Gesù Cristo come Re e Sovrano 

O eterno Re dei secoli, nostro Signore Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Salvatore!

Nell’anno del 1050o anniversario di cristianizzazione della Polonia, e nell’anno del Giubileo Straordinario della Misericordia noi polacchi [insieme alle nostre autorità religiose e laiche] affermiamo la Tua sovranità, dichiarandoci pronti ad assoggettarci alla Tua legge, ad affidarti e ad offrirti la nostra Patria e il nostro popolo tutto.

Riconosciamo dinanzi al cielo e alla terra di aver bisogno della Tua Regalità. Riconosciamo che Tu solo hai nei nostri confronti dei diritti santi e mai tramontati. Pertanto, umilmente chinando il capo davanti a Te, Re dell’Universo, riconosciamo la tua Regalità sulla Polonia e tutto il nostro popolo, in Patria e nel mondo.

Desiderosi di lodare la grandezza della Tua autorità e della Tua gloria, con fede e amore profondo invochiamo: Regna su di noi o Cristo Gesù!

– nei nostri cuori – Regna o Cristo Gesù!

– nelle nostre famiglie – Regna o Cristo Gesù!

– nelle nostre parrocchie – Regna o Cristo Gesù!

– nelle nostre scuole e atenei universitari – Regna o Cristo Gesù!

– nei mezzi di comunicazione sociale – Regna o Cristo Gesù!

– nei nostri uffici, nei luoghi di lavoro, di servizio, e di relax – Regna o Cristo Gesù!

– nelle nostre città e i nostri villaggi – Regna Cristo Gesù!

– tra il popolo e nello Stato polacco – Regna Cristo Gesù!

Ti benediciamo e ti ringraziamo, o Signore Gesù Cristo:

– per l’imperscrutabile carità del tuo Santissimo Cuore – Ti ringraziamo o Cristo nostro Re!

– per la grazia del Santissimo Battesimo, e per l’alleanza stretta con il nostro popolo secoli or sono – Ti ringraziamo o Cristo nostro Re!

– per la presenza materna e regale di Maria nella nostra storia – Ti ringraziamo o Cristo nostro Re!

– per la Tua smisurata misericordia costantemente mostrata nei nostro confronti – Ti ringraziamo o Cristo nostro Re!

– per la Tua fedeltà, nonostante i nostri tradimenti e le nostre debolezze – Ti ringraziamo o Cristo nostro Re!

Consci delle nostre colpe e delle offese arrecate al Tuo cuore, ti chiediamo perdono per tutti i nostri peccati, e soprattutto per aver voltato le spalle alla santa fede e per la mancanza di amore nei Tuoi confronti, così come nei confronti del prossimo.

Ci scusiamo per i peccati sociali del nostro popolo, per tutti i vizi, corruzioni e cattive abitudini.

Rinunciamo allo spirito del male e tutte le sue opere.

Con umiltà aneliamo di sottostare alla Tua Regalità e alle Tue leggi, impegnandoci a ordinare in conformità ad esse tutta la nostra vita personale, famigliare e nazionale:

– promettiamo di difendere la Tua santa dignità e di proclamare la gloria della Tua Regalità – Lo promettiamo, o Cristo nostro Re!

– promettiamo di compiere la Tua volontà e di vigilare sulla rettitudine delle nostre coscienze – Lo promettiamo, o Cristo nostro Re!

– promettiamo di preservare il carattere santo delle nostre famiglie e l’educazione cristiana dei nostri figli – Lo promettiamo, o Cristo nostro Re!

– promettiamo di realizzare il Tuo regno e di difenderlo in mezzo al nostro popolo – Lo promettiamo, o Cristo nostro Re!

– promettiamo di impegnarci attivamente nella vita della Chiesa e di difendere le sue leggi – Lo promettiamo, o Cristo nostro Re!

Tu sei il solo sovrano degli Stati, dei popoli e di tutte le creature, Re dei re, e il Signore dei regnanti!

Ti affidiamo lo Stato polacco e coloro che lo governano. Fa sì che tutti i responsabili al potere esercitino le loro funzioni in modo giusto e formando le leggi le conformino alle leggi Tue.

O Cristo Re, con fiducia affidiamo alla Tua misericordia tutto ciò che è Polonia, e soprattutto i membri del popolo polacco che non Ti seguano. Doni loro la Tua grazia, illumini loro con la forza dello Spirito Santo, e conduca tutti noi verso l’eterna unità con Padre.

In nome dell’amore fraterno, affidiamo a Te tutti i popoli del mondo, e soprattutto coloro che avessero appesantito la nostra croce. Fai sì che riconoscano in Te il proprio legittimo sovrano e Re, e che utilizzino il tempo dato loro dal Padre per affermare liberamente la Tua Regalità.

Signore Gesù Cristo, Re dei nostri cuori, voglia Tu conformare i nostri cuori all’immagine del Tuo Cuore Santissimo.

Scenda il Tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra. Di questa Terra! Che ci sostenga nella realizzazione degli impegni che scaturiscono da questo Atto, ci protegga dal male, e ci rinforzi sulla via verso la nostra santificazione.

Al Cuore Immacolato di Maria affidiamo i nostri propositi e impegni, consegnandoci alla protezione materna della Regina di Polonia e all’intercessione dei santi patroni della nostra Patria.

Regna su di noi, o Cristo Gesù! Regna nella nostra Patria, e in ogni nazione per la maggiore gloria della Santissima Trinità e per la salvezza degli uomini. Fai sì che la nostra Patria e il mondo intero siano incorporati nel Tuo Regno, il Regno di verità e vita, il Regno di santità e grazia, il Regno di giustizia, carità e pace.

Fonte: http://episkopat.pl/atto-di-accoglimento-di-gesu-cristo-come-re-e-sovrano/

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Hofer: “Vorrei l’Austria nel gruppo di Visegrad”

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di Maurizio Blondet

Norbert Hofer, candidato del Partito della Libertà (FPO) all’elezione presidenziale   austriaca del  4 dicembre,  non  lo nasconde: “Penso che sarebbe  vantaggioso per il nostro paese entrare a far parte del Gruppo di Visegrad”.

Il Gruppo di Visegrad comprende Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria.  Giusto lunedì scorso i  ministri degli Interni dei quattro paesi,  usciti  da una loro riunione, hanno  ancora una volta  unanimemente rigettato  la politica immigrazioni sta di Bruxelles, e  specificamente   il sistema obbligatorio di quote.  Si ricordi che  la UE ha  minacciato sanzioni e multe ai paesi che non accettano di reinstallare i rifugiati nel loro territorio; secondo  le intenzioni punitive  eurocratiche, i paesi potrebbero evitare di dover accogliere   la loro quota di rifugiati  per un solo anno, pagando un’ammenda di  250 mila euro per  rifugiato.  Si capisce dunque come alla riunione del Gruppo, oltre i quattro, abbiano partecipato delegazioni di Austria, Bulgaria, Croazia, Slovenia –  e anche Belgio.  I diktat di Bruxelles  sull’immigrazione  hanno fra l’altro questo risultato:   regalare al  “Visegrad”  una forza d’attrazione politica  accresciuta, fino a farne tendenzialmente un blocco  mitteleuropeo  con una chiara autonomia ed identità.

Ovviamente l’entrata dell’Austria sarebbe un aumento decisivo della forza politica del  Gruppo.  Si può indovinare che  ci tenga particolarmente Orban  (Vienna bilancerebbe l’anti-putinismo di Varsavia?); non a caso è stato spedito ad intervistare Hofer il  giornalista  magiaro   Ferencz Almansy del Visegrapost.com –  già, perché il gruppo si è dotato di un suo mezzo mediatico essenzialmente diretto ad altri europei  (è anche in inglese e francese) e dall’anno   prossimo, anche una propria radio : strumenti di influenza  politica, sia detto fra parentesi, di cui l’Italia non sa dotarsi.

La risposta di Hofer è entusiasta; evidentemente  ha ben chiaro che se vince le elezioni, il FPO deve aspettarsi  l’isolamento e   l’ostracismo malmostoso dei “grandi”  governi europei che lo hanno bollato di xenofobo,   populista, di estrema destra e via insultando, all’uso del politicamente corretto Mogherini Style;  non avrà molti altri amici se non i quattro di Visegrad. Quindi, dice al giornalista ungherese: “Penso che un gruppo di Visegrad rinforzato possa condurre delle riforme urgenti all’interno della UE. Già oggi, i  paesi del V4 costituiscono un gruppo correttivo intra-europeo, soprattutto nel contesto della crisi dei rifugiati.  Sia geograficamente sia storicamente,  l’Austria sarebbe in ottima posizione per  cooperare col Gruppo di Visegrad”. Continua a leggere

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