L’ex procuratore aggiunto di Venezia non esclude l’ipotesi elezioni, anzi: “Proprio nell’emergenza se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato”
La maggioranza giallorossa affossata dall’ex magistrato italiano Carlo Nordio, che nel corso di un’intervista concessa ad ItaliaOggi giudica duramente l’operato dell’attuale esecutivo, definendolo un“governo di dilettanti”.
L’ex procuratore aggiunto di Venezia, noto per essersi occupato di casi storici, quali Tangentopoli e brigate rosse, si esprime negativamente anche per quanto riguarda la bozza sulla riforma della giustizia. Per Nordio manca un progetto.
L’avvento del Coronavirus, del resto, ha causato dei rallentamenti anche per quanto riguarda i processi. “Le cause urgenti si celebrano ancora, detenuti e arrestati hanno sempre la precedenza. I dirigenti degli uffici sono in genere molto bravi, anche se da magistrati devono trasformarsi in manager, perché la gestione della sicurezza è una loro responsabilità”, spiega l’ex magistrato. Per quanto riguarda la giustizia civile, in questi ultimi mesi si è molto ricorso alla tecnologia, che ha permesso alle parti in causa di comunicare con gli organi preposti mantenendo la distanza. La situazione, però, era già fiaccata da prima che arrivasse il virus. “Purtroppo la giustizia civile era già così fragile e malaticcia, che questa epidemia rischia di affossarla definitivamente. Abbiamo un organico vecchio, sottodimensionato rispetto al nuovo contenzioso e nemmeno del tutto coperto”, conferma Nordio. Mancano le risorse, e la burocrazia allunga in modo sfiancante le procedure, anche per quanto riguarda i concorsi per i nuovi magistrati. La stessa magistratura, afferma l’ex procuratore, è “restìa ad aumentare il numero dei togati“. Uno dei motivi starebbe nella “ragion pura di non ridurre l’alta professionalità dei suoi componenti, che in effetti devono superare una durissima selezione“. Inoltre “un’immissione cospicua di avvocati diluirebbe il corporativo potere correntizio, che lo scandalo Palamara ha messo in luce“.
Dopo aver riconosciuto l’importanza ed il ruolo fondamentale dei “got” (giudice onorario di tribunale), indispensabili perché la giustizia non collassi definitivamente, Nordio torna a parlare delle riforme promesse dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si tratta, come ammette l’ex magistrato, di un discorso amaro. “La funesta mini riforma della prescrizione doveva essere accompagnata da una più globale, volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla”, afferma. Inoltre“non è certo la completa revisione della procedura e neppure la radicale depenalizzazione, che costituirebbero le uniche medicine per rendere la giustizia penale più efficiente”.
Considerati i costi causati dalla malagiustizia (“i danni maggiori derivano dalla crisi della giustizia civile“), Nordio spiega la necessità di intervenire sul processo penale, reso ormai una “arlecchinata” dalle continue modifiche. Bisogna studiarne uno nuovo, più coerente. Per quanto riguarda il processo civile, un buon modello da prendere come esempio potrebbe essere il sistema tedesco.
La riforma della giustizia che il governo dovrà presentare per il Recovery plan? Un disegno tragico, secondo l’ex magistrato, che commenta: “La giustizia ancora una volta è stata trattata da Cenerentola. Ma anche la sanità è stata trascurata”. Per quanto riguarda la possibilità di un rimpasto di governo, con il Giuseppi nazionale ancora premier, Nordio non ha dubbi:“Sarebbe il colmo dell’assurdo”. Il governo attuale, continua l’ex procuratore aggiunto, è già un’anomalia, “perché il suo Presidente si vanta di smentire e disfare quello che aveva fatto quando guidava quello precedente”. Un rimpasto, in ogni caso, non aggiusterebbe le cose. La colpa di questo esecutivo è il dilettantismo. E la scusa di non poter andare alle urne a causa della dichiarata emergenza sanitaria non regge perché, come afferma Nordio, “è proprio nell’emergenza che se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato”.
Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.
Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere.
In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington. Continua a leggere
The U.S. killed Iranian Maj. Gen. Qassem Soleimani in a targeted drone strike in Baghdad. A U.N. investigator says the action violated Iraq’s sovereignty. Here, protesters in Tehran, Iran, hold up an image of Soleimani during a demonstration on Jan. 3.
In una recente intervista apparsa sulle colonne del sito di informazione russo Sputnik, Monsignor George Abu Khazen, Vescovo latino di Aleppo, ha lanciato un accorato appello in cui, oltre a sottolineare l’essenza criminale del regime sanzionatorio imposto alla Siria dal Caesar Act statunitense, ha espressamente richiesto agli Europei di non seguire più Washington sulla strada dell’aggressione economico-militare al Paese levantino.
Infatti, secondo Abu Khazen, il regime sanzionatorio, colpendo in primo luogo le fasce più povere della popolazione e le minoranze, ha creato un disastro peggiore dell’occupazione della città da parte dei gruppi terroristici a loro volta foraggiati dall’“Occidente”[1]. Il prelato, inoltre, nella medesima intervista afferma con grande franchezza come la Siria non necessiti di aiuti particolari. In Siria c’è grano e petrolio a sufficienza per tutti. Tuttavia, l’occupazione nordamericana della parte nordorientale del Paese (l’area più ricca di risorse) impedisce ogni reale ricostruzione[2].
All’accorato appello contro il regime sanzionatorio, il Vescovo di Aleppo ha aggiunto una denuncia delle condizioni delle popolazioni cristiane che rimangono ancora ostaggio dei gruppi terroristici (sotto protezione turca) nell’area di Idlib: una comunità che vive ormai da quasi due millenni nelle prossimità del fiume Oronte ormai ridotta a qualche centinaio di persone a cui viene impedito sistematicamente non solo di praticare la propria fede ma anche di lavorare nei campi.
L’appello di Monsignor Abu Khazen impone in primo luogo due tipi di riflessione. La prima è legata al fatto che, nonostante la stucchevole retorica propagandistica dell’“amministrazione pacifista” e “non interventista”, la presidenza Trump, in termini geopolitici (senza entrare nel merito della lotta tra apparati di potere che ancora oggi divampa a Washington), si è mossa su diversi teatri in sostanziale continuità con quella del predecessore Barack Obama. E questo perché i processi geopolitici si muovono spesso e volentieri in modo autonomo rispetto allo stesso inquilino della Casa Bianca, che, nel caso di Trump, ha fatto ben poco per ostacolare il circolo vizioso generato dal complesso militare-industriale e da quella “sindrome di privazione del nemico” che ha afflitto la NATO dopo il crollo dell’URSS.
È addirittura superfluo dover ricordare, ancora una volta, come le aggressioni economiche, da Tucidide fino a Carl Schmitt, vengano ritenute a tutti gli effetti come “atti di guerra”. Una pratica alla quale negli ultimi quattro anni si è dovuto assistere in innumerevoli occasioni (oltre alla Siria, si possono citare i casi dell’Iran, della Cina, ed il prolungamento e rafforzamento del regime sanzionatorio alla Russia ed al Venezuela) e che era stata ampiamente preventivata nel celebre discorso di Barack Obama di fronte ai cadetti di West Point del 2014. In quella occasione, l’ex Presidente nordamericano affermò la necessità della riduzione dell’intervento militare diretto da parte statunitense (troppo costoso) ed il ricorso in caso di una minaccia non diretta ad azioni multilaterali, all’isolamento ed alle sanzioni nei confronti del “nemico”[3].
È altresì superfluo dover ricordare come il tanto ostentato ritiro dalla Siria non sia in realtà mai avvenuto. Oggi è noto che il Pentagono, nel corso dell’amministrazione Trump, ha scientemente nascosto il numero reale della presenza militare USA tanto in Siria quanto in Iraq ed Afghanistan, sia per portare avanti la retorica della “fine delle guerre infinite”, sia per evitare al contempo che tale evenienza si realizzasse concretamente. Se è vero (forse) che il numero reale delle unità militari probabilmente è stato nascosto allo stesso Presidente (cosa di per sé non particolarmente sconvolgente per chi conosce i meccanismi che muovono gli apparati di potere nordamericani)[4]: è altrettanto vero che è stato Donald J. Trump ad autorizzare le incursioni nei Paesi in questione (compresa quella che ha assassinato Qassem Soleimani) ed i suddetti atti di guerra economica[5]. Senza considerare che, dati alla mano, nei casi di Afghanistan e Yemen l’amministrazione Trump ha sganciato addirittura più bombe di quelle che l’hanno preceduta, con il picco di 7.423 ordigni nordamericani sganciati sul Paese centroasiatico nel solo 2019[6].
Va da sé che, al momento, non sembra affatto ci siano margini entro cui la nuova amministrazione possa muoversi in una direzione diversa dalle precedenti. Se l’amministrazione Trump ha estremizzato delle posizioni che si sono configurate sotto Barack Obama (ad esempio, il contenimento della Cina), appare evidente che l’amministrazione Biden-Harris si muoverà sulla falsariga di quelle precedenti.
La seconda riflessione che ispira l’appello del Vescovo di Aleppo, oltre al richiamo ad un’Europa succube del volere nordamericano[7], è legata ad aspetti più prettamente storico-ideologici e religiosi. Ed effettivamente qui entra in gioco la figura del Generale Martire Qasem Soleimani.
Il Presidente Bashar al-Asad ha spesso fatto riferimento all’importanza della comunità cristiana per l’essenza ed il carattere sovrano della Siria. Di fatto, il territorio che oggi corrisponde al Paese levantino, oltre ad aver costituito sin dall’antichità un centro di irradiamento culturale e religioso di primo piano come nel caso della diffusione del culto solare (“provvidenziale intervento dall’Oriente” per René Guénon) nell’Impero romano, ha influito, con i suoi teologi, in modo determinante sull’evoluzione della stessa dottrina cristiana; basti pensare all’opera di San Giovanni Damasceno, espressione perfetta di un cristianesimo propriamente orientale e ricco di influenze eurasiatiche.
Nel corso dei secoli il paese ha conosciuto in particolar modo uno sviluppo esteso del culto mariano. Un culto dimostrato dalla presenza di innumerevoli santuari dedicati alla Madre di Gesù e sopravvissuti negli anni del conflitto a saccheggi e distruzioni. Uno dei più importanti senza ombra di dubbio è il monastero di Saidnaya (Signora della Caccia in siriaco), appartenente al Patriarcato ortodosso di Antiochia e meta di pellegrinaggio anche per i musulmani. La storia di questo monastero è emblematica riguardo al carattere sacro e tradizionale della presenza cristiana in Siria. La leggenda narra che l’imperatore bizantino Giustiniano I, impegnato in una battuta di caccia nell’area, smarrì la via nei dintorni di Damasco rischiando di morire a causa della disidratazione. La sete venne placata grazie all’aiuto di una gazzella, successivamente identificata da Giustiniano come un messo angelico mariano, che lo condusse ad una fonte d’acqua su quella stessa roccia su cui l’Imperatore volle in seguito far costruire il santuario. Ed all’ingresso del santuario vennero iscritte le parole tratte dal Libro dell’Esodo: “togli le scarpe dai piedi, poiché il luogo in cui ti trovi è terra santa”[8].
Ora, riprendendo il concetto secondo il quale geografia sacra e geopolitica spesso si sovrappongono, è bene sottolineare che la regione nella quale si trovano i principali centri di culto cristiani in Siria (da Saidnaya a Maaloula) possiede anche un valore geostrategico di notevole importanza. Osservando una mappa del Levante, si noterà facilmente che quest’area corrisponde a quelle montagne di Qalamoun, lungo il confine tra Siria e Libano, al di là delle quali si trova la Valle della Bek’a che costituisce (storicamente) uno dei principali centri di irradiamento dell’attività di Hezbollah. Tale regione, punto di collegamento tra Libano e Siria (e dunque anche di rifornimento tra Beirut e Damasco) è stata a lungo oggetto di contesa tra i gruppi terroristici che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e le forze lealiste (l’Esercito Arabo Siriano con le milizie ad esso collegate) ed i loro alleati (Hezbollah e le Forze Quds comandate proprio da Qassem Soleimani). Damasco ed i suoi alleati hanno lanciato nel corso del conflitto almeno tre diverse operazioni militari per liberare questa fondamentale regione, infliggendo gravi sconfitte tanto al sedicente “Stato Islamico” quanto alle forze legate ad al-Qaeda. In particolare, l’offensiva dell’agosto 2017 portò alla prima grande sconfitta dello “Stato Islamico” sul suolo siriano, alla resa di un cospicuo numero di miliziani dell’entità terroristica, ed alla liberazione di una larga fetta di territorio lungo il confine siro-libanese.
Molte delle milizie cristiane che hanno partecipato alle operazioni militari nella regione a sostegno del legittimo governo di Damasco (ad esempio, i “Guardiani dell’Alba” che riuniscono diverse sigle di matrice cristiana come i “Leoni dei Cherubini” – in riferimento al nome di un importante monastero di Saidnaya – o i “Soldati di Cristo”) sono state costituite sul modello di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, con l’ausilio sia delle Forze Quds di Soleimani sia dello stesso Hezbollah. Sempre Soleimani ha avuto un ruolo di rilievo anche nella formazione di un’altra milizia cristiana, le “Forze della Rabbia”, nella città a maggioranza greco-ortodossa di Suqaylabiyah tra Hama e Latakia[9].
É importante sottolineare che i militanti di questi gruppi si considerano alla stregua di “mujahidin della croce”[10]. Uno dei motti dei “Leoni dei Cherubini” afferma: “Non siamo stati creati per morire ma per la vita eterna. Noi siamo i discendenti di San Giorgio!”[11]. La loro azione si è rivolta in primo luogo alla difesa dei luoghi di culto cristiani contro le devastazioni dei miliziani takfiri. Tuttavia, molti di questi gruppi hanno partecipato ad operazioni militari anche all’infuori delle aree in cui vive la maggior parte della comunità cristiana siriana. Essi, di fatto, hanno combattuto e combattono da cristiani contro l’“Occidente” ed una visione del mondo a loro totalmente estranea.
Si potrebbe affermare in una certa misura che l’aggressione alla Siria abbia contribuito (utilizzando le parole di Michel ‘Aflaq, padre fondatore cristiano-ortodosso del Ba’ath siriano) a “risvegliare il nazionalismo degli Arabi cristiani”[12]: ovvero, quel sentimento che “porta a sacrificare il proprio orgoglio personale ed i propri privilegi, nessuno dei quali capace di eguagliare l’orgoglio arabo e l’onore di esserne parte”[13].
Di fronte a questo scenario, appare abbastanza evidente il motivo per il quale il Segretario di Stato USA Mike Pompeo dichiarò già nel 2018, con il caratteristico stile da gangster che contraddistingue la politica estera nordamericana, che il Generale Soleimani stava creando problemi sia in Siria sia in Iraq e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare il possibile per alzare il prezzo per lui personalmente e per le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione[14].
Oltre all’aspetto prettamente geopolitico (legato al fatto che il lavoro di Soleimani ha contribuito allo sviluppo di forze militari non convenzionali capaci di mettere in crisi la strategia nordamericana e sionista in Siria ed Iraq ed ha creato delle fasce di sicurezza ai confini dell’Iran espandendone, inoltre, la sua influenza nella regione)[15], i “problemi” di cui parla Pompeo sono interconnessi anche ad un aspetto più prettamente “ideologico”. È noto infatti che la sovrastruttura ideologica dell’“Occidente”, nel corso degli ultimi vent’anni, è stata costruita intorno al cosiddetto “scontro tra civiltà”, teorizzato da Samuel P. Huntington e Bernard Lewis, tra giudeo-cristianesimo ed Islam (o tra “Occidente liberale” ed asse islamico-confuciano) al mero scopo di fornire un “nemico” contro il quale opporsi. Allo stesso tempo, oltre alla frammentazione lungo linee etnico-settarie dei principali avversari regionali (strategia che si sta cercando di applicare anche all’Iran)[16], il sionismo ha sempre avuto a cuore l’eliminazione delle comunità cristiane nel Levante[17] per poter riaffermare uno dei miti fondanti dello “Stato ebraico”: il suo ruolo di “vallo contro la barbarie orientale”.
In questo senso, il Generale Soleimani e le milizie a lui collegate, operando anche nel rispetto di precetti teologici prima ancora che militari e difendendo le comunità religiose oppresse dai gruppi terroristici sostenuti dall’“Occidente” (sia in Siria che in Iraq) anche attraverso una cooperazione interconfessionale che si pone agli antipodi rispetto al tradizionale principio imperialistico del divide et impera, hanno smascherato la menzogna di fondo insita nel modello ideologico dello “scontro tra civiltà” ed hanno mostrato che l’entità sionista, lungi dall’essere un vallo contro la barbarie, è essa stessa la barbarie.
Superando il modello ideologico dello scontro tra civiltà attraverso un agire che (in termini prettamente tradizionali) si pone come incontro tra la Via dell’Azione e la Via della Contemplazione (non c’è gihad minore senza gihad maggiore e l’Azione è inscindibile dalla meditazione), la figura del Gen. Soleimani assume il ruolo di “eroe civilizzatore”. In un mondo in rovina, in cui domina l’individualismo e la contraffazione ideologica su più livelli ha distrutto ogni tipo di principio ed attitudine sacrale, la vita di Soleimani è un esempio rivoluzionario. L’Azione, in questo membro della casta guerriera, diviene sacrificio di sé verso un fine superiore. E, con lui, il conflitto torna ad assumere quella dimensione teologica (indagata da Heidegger e Schmitt nella prima metà del XX sulla base dei frammenti eraclitei) che nel mondo “occidentale” è stata annegata nel moralismo di matrice protestante anglo-americana.
Soleimani è stato ucciso per il semplice fatto di aver rappresentato un modello umano che si pone agli antipodi rispetto all’uomo occidentale moderno ignaro del Sacro e la cui conoscenza è ridotta alla mera accumulazione ed assimilazione di dati empirici. Parafrasando l’Iman Khomeini, Soleimani è stato un vero essere umano nel senso tradizionale e spirituale di tale idea. E per questo è stato ucciso[18]. “Degli esseri umani – scriveva il padre della Rivoluzione Islamica – hanno paura; se ne trovano uno di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato di fronte a loro un uomo vero lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione”[19].
di Matteo Castagna (pubblicato su Imola Oggi del 3/01/2020 e Informazione Cattolica del 4/01/2020)
Il sociologo Franco Garelli, nel suo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) traccia il nuovo volto dell’Italia nel suo rapporto con la Religione. Egli ci racconta che«fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».
Negli ultimi cinque lustri è, parallelamente, diminuita drasticamente la pratica religiosa.
Non se la vede meglio la politica. Dal crollo del muro di Berlino, quindi con la morte delle ideologie, in Occidente sembra prevalere l’indifferenza. Se ne ha un riscontro documentato che si riversa sulla morale comune, tanto che solo il 20% degli italiani nega la liceità dell’aborto in qualsiasi caso, il 63% è favorevole all’eutanasia, 40 italiani su 100 sono solo “cattolici culturali”. In epoca di pandemia, sembra che un buon 20% si sia messo a pregare, sebbene non sia dato a sapersi con certezza chi, come e perché. Di sicuro, la cosiddetta “strizza”, che passa dopo la grande paura, la sta facendo da padrona, non un ritorno alla Fede o un ritorno al sacro.
Viviamo un rigido inverno spirituale, immersi nella secolarizzazione, annichiliti da una pandemia dalla quale non si vede ancora un autentico spiraglio d’uscita, persi in un soggettivismo a tratti egoistico e a tratti panteistico, che, nel relativismo globale, fa scegliere a molti l’errore che più aggrada e concede a pochi di corrispondere seriamente alla grazia della perseveranza nelle virtù di una vita sinceramente cristiana. Kerry Bolton fa notare come alcuni, pur credendosi cattolici, si gettano tra le braccia della sinistra, “sia che si tratti della Vecchia, Nuova o Futura Sinistra”, ovvero il globalismo egualitarista, l’ecologismo, il materialismo, il mondialismo, lo scientismo nichilista. “Ma tutte e tre – dice sempre Bolton – cercano soprattutto di distruggere i tradizionali legami umani, coltivati nel corso dei secoli, con violenti e rapidi tumulti, durante i quali non si tiene conto della sofferenza umana, scatenati in nome d’una concezione dell’umanità del tutto astratta. Così, un analista sociale, quale fu Lothrop Stoddard, giustamente definì questa tendenza “rivolta dei sub-umani”, e ciò rimane costante, indipendentemente da qualsiasi ‘nuovo’ e ‘superiore’ paludamento, dietro al quale la sinistra tenta di riciclarsi”.
E se, invece, il motivo di questa “civiltà allo sbando”, smarrita e senza riferimenti soprannaturali fosse causata dall’abbandono dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino?
Egli lasciò, nei secoli, un segno indelebile, riuscendo a coniugare il pensiero di Aristotele con la tradizione cattolica. In Tommaso troviamo la radice classico-cristiana smarrita volutamente da 300 anni di cultura illuminista nel Vecchio Continente, che sta andando verso la sua rovina sulla ‘via della Seta’, anziché riprendere la salutare ‘via di Damasco’, che è solo lì che aspetta il cambio di rotta. San Tommaso, attraverso questa mirabile sintesi, è riuscito a parlare all’uomo di ogni epoca, perché sempre attuale. Solo l’uomo della post-modernità appare sordo. L’Aquinate ha un approccio realista: cerca di osservare e descrivere la realtà politica com’è, nel bene e nel male, per comprendere l’ordine che essa rivela e quindi ottenere indicazioni anche operative su come migliorarla, per quanto è possibile. In questo modo dà sollecitazioni profonde. Noi siamo abituati a vedere il potere politico come un male necessario.
Per San Tommaso, invece, è un bene voluto da Dio, per aiutare l’uomo a raggiungere il suo fine, ossia a perfezionare la sua natura e, in ultima istanza, a raggiungere la salvezza eterna. Per lui, infatti, il potere politico non è mai mero uso della forza, ma è sempre legato all’autorità, che è la capacità, di chi comanda, di dare disposizioni razionali, cioè conformi all’ordine che è già realizzato (dagli uomini e da Dio) nelle cose, ma solo parzialmente, e richiede, per questo, che noi lo completiamo.
Il comando politico è dato ad esseri razionali e per questo è efficace se essi riconoscono la sua razionalità. Dunque, il potere politico è sempre moralmente qualificato, se è usato bene, per migliorare l’ordine della realtà. E’ immorale e squalificante se lavora per il male o per distruggere il Bene. Abbiamo visto prima, come Bolton ritenga che la sinistra, declinata in ogni modo, tenda solo alla sovversione e quindi sussista in quell’ ideologia che la Chiesa ha già condannato come “intrinsecamente perversa”.
San Tommaso ci rammenta che il fine della politica è il bene comune, ossia quella realizzazione dell’ordine che permette agli uomini di vivere assieme in modo che ciascuno sviluppi al massimo grado possibile la propria umanità, secondo le sue caratteristiche individuali, ma conformemente alla natura comune dell’uomo. In S. Tommaso troviamo l’esaltazione della bellezza delle diversità, che si compenetrano armoniosamente nella nostra civiltà, dai tratti universali perché splendidamente identitari.
L’ordine della realtà permette di parlare di legge naturale: questa è un nucleo di principi generali sempre validi; essi permettono di guidare la ricerca delle leggi positive che i governanti devono porre, secondo le esigenze concrete di ciascuna comunità, ovviamente senza contraddire i principi generali, sempre validi, come tentano di fare le “sinistre”, assieme alle “false destre” e al “centrismo”, oramai mummificato, che resterà, comunque nella storia, come la sintesi della mediocrità tra Bene e male. Forse sta proprio nell’aver resi “fluidi” e non più intoccabili i principi della legge naturale, il vulnus dei grandi problemi del terzo millennio. Con essa abbiamo messo in discussione la nostra civiltà.
C’è un complottismo che fantastica e vaneggia, senza curarsi di fare i conti con la realtà. C’è d’altra parte l’atteggiamento di quanti sono convinti che molto di ciò che viene martellato quotidianamente da governi e grandi media è propaganda che nasconde le vere motivazioni. Costoro tentano di dedurre le ragioni profonde attenendosi ai fatti noti e cercando di interpretarli e connetterli. Questo non si chiama complottismo: è realismo. I primi 20 anni del millennio sono stati scanditi da eventi epocali, presentati all’opinione pubblica sotto una veste tanto incredibile da configurarsi come fake news sistematiche. Proviamo a individuarne qualche linea riconoscibile e coerente.
La prima enormità che ha aperto il millennio è stato l’evento dell’11 Settembre. Sono riusciti a farci credere che 19 beduini, dopo un corso di pilotaggio di pochi giorni, abbiano sequestrato alcuni grandi Boeing usando come arma dei taglierini, poi abbiano guidato quei mastodonti contro il muro di recinzione del Pentagono, tanto basso da richiedere di guidare il Boeing a pochi metri da terra, e contro due grattacieli. Gli aerei che li hanno colpiti sono stati due ma i grattacieli collassati sono risultati tre. Del terzo si è parlato pochissimo perché avrebbe insinuato dubbi sull’intera storia. Nel giro di poche ore sono stati individuati tutti gli attentatori perché uno strano caso ha fatto ritrovare intatti i documenti di uno di loro nell’inferno di braci e ceneri fumanti. Quello che è successo poi fa comprendere come sono andate presumibilmente le cose. Si cercava un pretesto per invadere Afghanistan e Iraq. L’obiettivo era quadruplice e strategicamente assai rilevante: impadronirsi di un’area decisiva per i rifornimenti di materie prime energetiche; circondare l’Iran; collocare altre basi militari vicino ai confini di Russia e Cina; favorire i disegni di Israele. Questo non è complottismo, è realismo basato sui fatti. Benintesi: l’estremismo islamico esiste, ma non è mai stato una minaccia seria per il resto del mondo, a causa delle sue divisioni interne e della sua debolezza. La conferma è venuta da un altro grande evento di questo inizio di millennio: nel 2014 improvvisamente un’armata internazionale islamica, Isis, faceva la sua apparizione nel vicino oriente, travolgendo ogni difesa in una avanzata che sembrava irresistibile. In realtà quei guerrieri fanatici si spostavano in colonne di automezzi non attraverso la jungla del Viet Nam ma in mezzo a deserti. Erano facilmente individuabili e i cacciabombardieri o i droni della NATO ne avrebbero fatto ferraglia fumante nel giro di poche ore se avessero voluto. Lasciarono fare. Del resto l’internazionale islamica era stata utilizzata da USA e NATO già in Afghanistan contro i sovietici, in Jugoslavia contro i serbi e in Libia contro Gheddafi. In quel 2014 doveva servire a rovesciare il governo iracheno troppo amico dell’Iran, a minacciare l’Iran stesso e a spodestare Assad in Siria, già sotto attacco. La cosa non funzionò per la reazione dell’Iran e l’intervento russo a sostegno di Assad. I terribili e invincibili guerrieri di Allah furono spazzati via in tempi brevi. Questa ricostruzione non è complottismo: è realismo.
Un’altra stranezza è stata la folgorante apparizione di Greta. Ci hanno raccontato che questa ragazzetta svedese ha commosso il mondo piazzandosi davanti a scuola con un cartello che denunciava il riscaldamento globale. In breve è diventata una star, ha parlato all’ONU, ha interloquito con i grandi del mondo puntando il ditino accusatore e spianando la grinta. Doveva essere chiaro a tutti che questo personaggio è stato volutamente creato dal nulla dai media asserviti ai poteri transnazionali, per un fine che evidentemente era il lancio del nuovo grande affare della green economy. Dedurlo non è complottismo: è realismo.
La più gigantesca messinscena della storia dell’umanità è la risposta globale all’epidemia di Covid. Il virus esiste, è molto contagioso e può essere mortale. Negarlo significa collocarsi fra i complottisti deliranti. Tuttavia si tratta di una malattia che uccide lo zero virgola qualcosa per cento della popolazione nel suo complesso. Una percentuale che sostanzialmente non muta sia nei Paesi che hanno imposto clausure rigorose sia in quelli i cui governi si sono limitati a raccomandazioni. L’enfasi data alle centinaia di migliaia di morti negli USA di Trump è tutta propaganda di regime. I nostri 70.000 morti valgono quanto le centinaia di migliaia di americani, perché la popolazione degli USA è di 330 milioni, quindi le percentuali sono analoghe. L’Italia è forse il Paese che ha imposto sacrifici e isolamenti più di ogni altro, eppure è uno dei Paesi che hanno il più alto numero di morti. Si può concludere che museruole e distanziamenti servono a quasi nulla. Allora perché questo massacro di piccole e medie imprese, questa devastazione del settore del turismo, queste reclusioni di bambini e ragazzi che danneggiano o compromettono la loro crescita? Perché questa volontaria distruzione di un’economia e di una società? Per provare a rispondere bisogna riesumare un altro grande evento di questi cruciali 20 anni: la crisi finanziaria del 2008 che ha innescato una profonda crisi economica. Allora non si fece nulla per ovviare alle storture che avevano prodotto il disastro. Ci si limitò, sull’esempio di Obama, a tamponare la frana puntellando le banche con i soldi dello Stato, quindi dei contribuenti, senza che lo Stato entrasse nella direzione degli istituti di credito che aveva salvato. In realtà ora si può capire che i poteri transnazionali (giganti del web, grandi imprese multinazionali, grandi banche, responsabili dei maggiori servizi segreti, talvolta in competizione fra loro ma alla fine capaci di trovare una linea comune nelle conventicole più o meno massoniche) avevano compreso che un tipo di economia era ormai insostenibile e che si doveva operare un totale riassetto. Greta era servita a rendere popolare il tema della green economy, ma ci voleva ben altro. L’occasione è stata offerta da Covid. Bisognava terrorizzare la popolazione mondiale per fare accettare profondi e dolorosi cambiamenti, camuffando il fallimento di un sistema dietro la motivazione sanitaria: la colpa delle difficoltà è del terribile virus ma noi facciamo tutto per il vostro bene. I poteri transnazionali, che controllano governi e grandi media, hanno probabilmente compreso, dopo il crollo del 2008, che il vecchio mondo non funzionava più. I debiti pubblici non più sanabili, il consumismo, il turismo di massa, la pressione eccessiva sull’ambiente, lo spreco di energia, una demografia in continua crescita, la tendenza alla caduta del saggio del profitto, tutto ciò avrebbe condotto a breve termine a un collasso la cui responsabilità sarebbe stata attribuita proprio ai poteri che quel sistema avevano instaurato. Hanno elaborato un piano che è già in pieno svolgimento, anche grazie al Covid. Indulgenza sui debiti pubblici, dopo tanto rigorismo; riduzione della mobilità di massa; green economy; smart working; abbandono dei luoghi deputati ai grandi spettacoli e ai grandi raduni, a favore della fruizione in streaming; digitalizzazione integrale, robotizzazione; controllo di ogni individuo del pianeta attraverso gli strumenti informatico-sanitari e la repressione poliziesca; progressivo abbandono della democrazia parlamentare rappresentativa; reddito di cittadinanza per i milioni di disoccupati che l’automazione creerà; distruzione dei piccoli esercizi commerciali e delle piccole e medie imprese, a favore delle grandi concentrazioni. Per la piena realizzazione del progetto occorre un rafforzamento del ruolo dello Stato, che dovrà regolare i mercati, reperire i fondi per il reddito di cittadinanza e organizzarne la distribuzione, salvare le banche che rischiano nuovi crolli per i crescenti crediti inesigibili. Non a caso serpeggia una certa ammirazione per il sistema cinese, quello di maggiore successo in questo inizio di millennio.
Questa trasformazione è in atto e viene ormai dichiarata apertamente. Si sta svolgendo sotto i nostri occhi un grandioso esperimento che per ora ha pieno successo. Le masse del pianeta sono state facilmente inquadrate in un gregge che segue docilmente il pastore. Il progetto in corso non ha alternative. Non esiste una forza politica di una certa consistenza che abbia un disegno strategico diverso. I cosiddetti sovranisti “di destra” non sono veri sovranisti perché si limitano a qualche critica dell’UE, sono fedelissimi a USA e NATO, i loro capi si affrettano a rendere omaggio a Israele con lo zucchetto in testa, sono proni al dio dei Mercati e alla libera iniziativa privata. Il sovranismo “di sinistra” è ideologicamente inconsistente e ha percentuali paragonabili a quelle delle vittime di Covid.
Tuttavia non è detto che la grande trasformazione già iniziata vada in porto. La green economy è solo uno slogan perché la digitalizzazione e la robotizzazione esigono una quantità crescente di energia, che non potrà essere pulita come si illudono i sognatori della decrescita felice; computer e robot utilizzano materiali come le terre rare, che sono chiamate così proprio perché la loro quantità è molto limitata; i problemi ambientali e demografici sono ormai senza soluzione; le masse di senza lavoro ridotte a vivacchiare con un misero reddito di cittadinanza si aggiungeranno ai bivacchi degli emigrati sfilacciando un tessuto sociale già lacerato; la richiesta di cancellare in tutto o in parte i debiti pubblici non sarà ben accolta dai creditori, tanti e potenti. Al fondo di tutto c’è poi la contraddizione fra un progetto che è improntato a un capitalismo estremo che mette tutto il potere e tutte le ricchezze in poche mani e la necessità di uno Stato forte, non solo fiancheggiatore del capitale ma anche regolatore. La tentazione di imitare il modello cinese è illusoria. In Cina prospera l’iniziativa privata ma vige ancora un piano economico fissato dai poteri pubblici, che orienta e regola l’economia; il credito è pressoché interamente gestito dal potere politico, il commercio con l’estero è diretto dallo Stato, circa la metà delle grandi imprese sono statali o a partecipazione statale. Inoltre la Cina non ha conosciuto la democrazia parlamentare pluripartitica; da 70 anni domina la dittatura di un partito unico; sulla mentalità cinese ha ancora un peso notevole la tradizione confuciana e taoista, a noi estranea. Il modello cinese non è esportabile da noi per tutte queste ragioni.
In conclusione, non c’è una forza politica organizzata che possa ostacolare la trasformazione in corso, ma la forza delle cose è tale che il Grande Reset potrebbe fallire. Ne scaturirebbe non la liberazione dei popoli oppressi ma una barbarie di cui sono già evidenti i segni e che lascerà soltanto macerie. Su quelle ricostruiranno i sopravvissuti.
L’EQUILIBRIO È LA MISURA DEL BUON CATTOLICO: CI DISTINGUIAMO PER LA FIDUCIA NELLA SCIENZA CHE NON CONTRADDICA LA RAGIONEVOLEZZA E SANTIFICHIAMO IL MOMENTO PRESENTE!
Possibile che l’atteggiamento del cattolico del Terzo Millennio sia identico a quello del litigioso “no vax” o “no mask”, che passa compulsivamente le giornate da un telegiornale all’altro, da un social al sito che la spara più grossa, quasi a voler far la gara a chi spara per primo la sentenza più roboante e catastrofica, da autentico “profeta” dei nostri tempi? (abbiamo già avuto modo di scrivere sui media e dire in TV che il negazionismo è una posizione idiota! Chi nega l’esistenza del virus, nega la realtà, è un alienato che provoca inquietudine e rischi alla stregua del Pensiero Unico, di cui è il maldestro risvolto della medaglia)
Siamo, davvero, chiamati a fare i cavalieri dell’Apocalisse “de noantri”, senza renderci conto di quanto abbassiamo il livello donatoci dalla fede e di quanto, in tal modo, voliamo basso?
D’altro canto, siamo tenuti, forse, a berci tutto ciò che i media mainstream ci propinano, con lo spirito acritico dell’ebete? Certamente no.
L’equilibrio è la misura del buon cattolico: ci distinguiamo per la fiducia nella scienza che non contraddica la ragionevolezza, che viene dopo l’analisi dei fatti alla luce ed in una prospettiva di fede.
Sant’Agostino insegnava: “Concedimi, Signore, di essere perseverante nel Bene, semplice, ma non incline alla stupidità. Fa’ che non giudichi sulla base di soli sospetti e mantenga una pace sincera, senza indulgere al male”.
Il discepolo prediletto di Gesù, San Giovanni diceva: “Nos ergo diligamus Deum!” (noi, dunque, amiamo Dio!). Anche noi, per poter amare Dio dobbiamo sforzarci di santificare il momento presente.
Non preoccupiamoci, inutilmente, del passato e del futuro, ma concentriamo tutta la nostra buona volontà sul momento presente, il solo che Dio ci accorda, sul quale possiamo appoggiarci e di cui dobbiamo disporre per assicurare il nostro avanzamento, nel cammino che conduce a Dio, nostro fine ultimo, meditando su quanto tutto il resto sia effimero.
Perché queste inquietudini per l’avvenire, a detrimento delle sollecitudini per il presente? Non vedete che a tormentare così la vostra anima, si perde tempo? Santificare il momento presente, vuol dire identificare in qualche maniera la nostra volontà con quella di Dio.Continua a leggere
Ormai siamo in una condizione kafkiana in cui la principale emergenza non è dettata dal Covid, ma da chi ha ricevuto il mandato di attutirne l’impatto devastante fallendo nell’incarico. Tant’è che la struttura commissariale rincorre l’emergenza sanitaria, anziché anticiparsi il lavoro con una programmazione di interventi che sono prevedibili in un quadro pandemico.
Commissario inadeguato
Essere impreparati al piano vaccinale, sia con la carenza del personale sanitario preposto alla somministrazione delle dosi sia con l’inadempiente dotazione di una logistica operativa, conferma l’inadeguatezza dell’ineffabile Domenico Arcuri. Siamo in presenza di una struttura che, piuttosto di onorare la sua missione orientata a placare l’urgenza scatenata dal virus, sta fomentando l’emergenza e, così, risultando parte del problema anziché della soluzione. Non abbiamo ancora gli operatori sanitari idonei a soddisfare il fabbisogno del personale addetto alla massiccia campagna di vaccinazioni. Mancano i centri dove eseguire materialmente l’inoculazione dell’antidoto, i cosiddetti hub di vaccinazione, ma possiamo consolarci soltanto con l’idea architettonica, a sagoma floreale, partorita da Stefano Boeri.
Ci siamo vincolati al piano europeo per la distribuzione, proporzionale alla popolazione di ciascun paese, del vaccino senza esplorare canali di approvvigionamento alternativi, limitandoci nella disponibilità del siero anti-Covid. Ci siamo lasciati sedurre dalla strategia comune sui vaccini presentata dalla Commissione europea lo scorso 17 giugno. L’unità e la solidarietà erano il mantra della burocrazia europea e negli accordi sottoscritti si sanciva «l’obbligo di non fare trattative separate». Continua a leggere
Il supercommissario Arcuri sarebbe protetto da uno “scudo” che lo tutelerebbe sia dalla Corte dei conti che dall’Ufficio di bilancio
di Federico Giuliani
Un vero e proprio “scudo” che lo esulerebbe dal rispondere a ipotetiche responsabilità in ambito amministrativo e contabile.
Non bastavano i superpoteri, perché Domenico Arcuri, grazie a un articoletto contenuto nel decreto Cura Italia – nel frattempo riconvertito in legge -, sarebbe in grado di sfuggire al controllo dell’Ufficio del bilancio e per il riscontro di regolarità amministrativo-contabili.
Tra superpoteri e protezioni
È tutto regolare e scritto, nero su bianco, nel comma 8 dell’articolo 122 del suddetto decreto. Nel testo, infatti, si legge che “in relazione ai contratti relativi all’acquisto dei beni […] nonché per ogni altro atto negoziale conseguente alla urgente necessità di far fronte all’emergenza […] posto in essere dal commissario e dai soggetti attuatori, non si applica l’articolo 29 del decreto del presidente del Consiglio dei ministri 22 dicembre 2010, recante Disciplina dell’autonomia finanziaria e contabile della presidenza del Consiglio dei ministri“.
Traduciamo dal burocratese. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità, il commissario straordinario per l’emergenza e la ripartenza godrebbe, oltre che di poteri praticamente illimitati e di una contabilità speciale per svolgere tali mansioni, di uno scudo che lo tutelerebbe sia dalla Corte dei conti che dall’Ufficio di bilancio.
Nessuna responsabilità
Per capire da dove arriva una protezione del genere, bisogna fare un passo indietro e tornare al citato decreto Cura Italia. Al suo interno era stata prevista la protezione legale a difesa del dipartimento della Protezione civile nazionale. In altre parole – o meglio: citando alla lettera quelle contenute del documento – gli atti di quest’ultima “sono sottratti al controllo della Corte dei conti“.
Dunque, un simile trattamento vale anche per Arcuri, nominato lo scorso marzo dal premier Giuseppe Conte. Detto altrimenti, non è contemplabile la possibilità di procedere in caso di colpa grave. Il motivo è semplice: la responsabilità, tanto contabile quanto amministrativa, è limitata “ai soli casi in cui sia stato accertato il dolo del funzionario o dell’agente che li ha posti in essere o che vi ha dato esecuzione“. Dunque, niente responsabilità d’innanzi alla magistratura. Ad eccezione di azioni effettuate in modo doloso.
Il nodo delle siringhe
Ebbene, tutte le procedure per l’acquisto di mascherine, banchi a rotelle, siringhe, camici e via dicendo, non verranno controllate dalla magistratura contabile. E questo perché Arcuri è blindato da uno scudo molto particolare. In ogni caso, la sensazione è che il supercommissario possa essere scivolato su una nuova buccia di banana.
Se diamo un’occhiata al sito dell’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) e leggiamo le informazioni inerenti alla somministrazione del vaccinoPfizer-BioNTech, scopriamo che “la vaccinazione sarà effettuata con una speciale siringa sterile monouso dotata di sistemadi bloccaggio dell’ago (luer lock)“. Il supercommissario, infatti, su suggerimento del Ministero della Salute, aveva puntato proprio sulle luer lock.
Attenzione però, perché l’Ema (Agenzia europea del farmaco), nelle informative sul vaccino Pfizer-BioNTech, ha parlato del semplice utilizzo di un ago sterile e “dopo diluizione, sotto forma di iniezione intramuscolare da 0,3 ml nella parte superiore del braccio“. Delle costose siringhe da 1 ml non c’è neppure l’ombra.
Secondo il Tribunale di Roma i decreti che limitano le nostre libertà sono “viziati da molteplici profili di illegittimità”: per questo sono “caducabili”, cioè da annullare
di Luca Sablone
Il governo sta agendo fuori dalle norme dello Stato democratico e sta dunque limitando le nostre libertà violando le leggi? Nel mirino delle polemiche sono finiti nuovamente i Dpcm partoriti dal premier Giuseppe Conte, che da marzo sta modificando le abitudini di vita degli italiani per tentare di limitare la diffusione del Coronavirus.
Restrizioni, lockdown e coprifuoco. Eppure, stando allo studio del 18 dicembre della Johns Hopkins University, dai dati emerge che l’Italia è il Paese al mondo con la più alta mortalità da Coronavirus ogni 100mila abitanti: 111,23 decessi ogni 100mila abitanti; seguono la Spagna (104,39), il Regno Unito (99,49) e gli Stati Uniti (94,97). Evidentemente i decreti del presidente del Consiglio sono serviti pure a poco.
Comunque c’è una sentenza “bomba” del Tribunale di Roma, chiamato a esprimersi su un contenzioso in cui è finito un esercizio commerciale da sfrattare per morosità a causa del mancato pagamento canoni per la chiusura imposta dai divieti nell’ambito dell’emergenza Coronavirus. Il giudice è arrivato alla conclusione che i Dpcm “siano viziati da violazioni per difetto di motivazione” e “da molteplici profili di illegittimità“. Pertanto, in quanto tali, risultano essere “caducabili“. Ovvero non producono effetti reali e concreti dal punto di vista giurisprudenziale, sono da annullare. I decreti con cui è intervenuto il governo non sono “di natura normativa” ma hanno “natura amministrativa“. Quindi dovrebbero fare riferimento a una legge già esistente. Continua a leggere
Il 2020 sarà ricordato come l’anno del Covid ma anche della sconfitta del sovranismo? Le due cose non sono estranee l’una all’altra. È arrivato dalla Cina il Drago che ha sconfitto la Strega populista. È stato il coronavirus, a mettere fuori uso Trump. E per tutto l’anno c’è stata la guerra sulla pandemia contro i paesi sovranisti accusati di sottovalutare il virus – la Gran Bretagna di Johnson, il Brasile di Bolsonaro, l’America di Trump, per molti versi la Russia di Putin e l’Italia di Salvini. E il covid, secondo la narrazione ufficiale planetaria, li aveva presi particolarmente di mira.
Contro il virus non si è vista una vincente strategia sanitaria, sono state finora infruttuose la virologia e la medicina e non è stato approvato alcun protocollo per affrontare nei suoi primi livelli la pandemia, se non le misura arcaiche di nascondersi.
In compenso si è fronteggiato il virus sul piano morale, ideologico, attraverso l’etica della mascherina e la virtù del distanziamento sociale. Di conseguenza, si può dire al termine di un anno che ha visto il virus protagonista assoluto sul piano mondiale, che sia nato il covid democratico, rappresentato dai governi progressisti, inclusa la futura amministrazione Biden, che come Obama per la Pace, appena insediato, ha preso il suo Nobel preventivo per la lotta al Covid. Con Trump gli Usa sono arrivati a 300mila morti che in rapporto alla popolazione sono di poco sotto i nostri 64mila (Italia leader europea per vittime).
L’avvento del covid democratico ha spazzato via Trump: lui sarebbe stato rieletto nonostante la guerra mondiale permanente contro di lui, per i grandi risultati conseguiti nel rilancio dell’economia, l’occupazione, l’assenza di guerra, i buoni successi internazionali. Ma il covid, e la sua spavalderia nell’affrontarlo, anzi la sua arroganza, come l’ha chiamata il suo precursore italiano Berlusconi, lo hanno sconfitto. È passato il messaggio che ha identificato negli States la catastrofe della pandemia con la sua leadership. E gli americani per chiudere col covid hanno chiuso con lui.
Ma resta un gigantesco interrogativo che sovrasta come una nuvola sospesa sul mondo: ma con Trump è stato sconfitto e debellato il sovranismo, è finita l’era dei sovranismi? Sconfitto può darsi, debellato troppo presto per dirlo. Anche perché Trump è stato solo un veicolo del populismo sovranista, un collettore, ma non è stato né l’inventore né il titolare unico della sua formula politica. Perché si tratta di un fenomeno mondiale con radici profonde e reali, insorto contemporaneamente in diversi paesi, fiorito in Europa, e già imbrigliato alle ultime elezioni europee, ma non per questo debellato.
Il problema è che i disagi, le proteste, le aspettative che hanno generato il sovranismo sono rimaste tutte in piedi. Si può parlare di interpreti inadeguati, a cominciare da Trump. Si può parlare d’insufficiente capacità di affrontare la realtà e le sue articolazioni, o meglio – in tanti casi – di una grande capacità di raccogliere voti ma senza altrettanta perizia poi nel governare e tradurle in una visione compiuta. Ma si deve soprattutto parlare dell’enorme difficoltà di governare avendo contro l’establishment, la macchina mediatica e giudiziaria, le oligarchie finanziarie e intellettuali, le agenzie d’influenza come la Chiesa di Bergoglio.
Ciònonostante la sconfitta di Trump non è la fine del sovranismo, ma indica la sua necessità di ridefinirsi e ridisegnarsi. Trump aveva fatto una scelta precisa e vistosa: non si era posto come leader globale del sovranismo ma come il presidente degli Stati Uniti che intendeva pensare prima di tutto al suo Paese, non al mondo, tutelarlo dagli attacchi e proteggerlo sul piano economico e commerciale. Di conseguenza la sua influenza sugli altri paesi è stata pressoché inesistente; mai Trump ha preteso di dar vita a un’Internazionale sovranista, ma si è posto in concorrenza commerciale e in antagonismo con la Cina, con l’Asia, con l’Europa. La sua parola d’ordine è stata “dazi”, non certo divulgare il sovranismo. Trump ha opposto il protezionismo alla globalizzazione.
Di conseguenza la sua sconfitta non fa saltare nessuna filiera, nessuna internazionale sovranista. Durante i suoi quattro anni, Trump non ha nemmeno tentato di affrontare la battaglia culturale contro il politically correct sul piano globale; non ha contrapposto un modo di pensare e di vedere alternativo a quello dominante. Si è limitato, ed è già tanto, a difendere l’America reale di sempre, sul piano pratico e giuridico. L’unico tentativo vagamente abbozzato è stato quello di Steve Bannon, ed è stato presto sconfessato da Trump.
Insomma, il sovranismo come variante nazionale e decisionista del populismo, è rimasta ancora una scommessa da giocare. Però dopo Trump deve ridefinire i suoi confini, fare un salto di qualità e di visione, non limitarsi a giocare in difensiva col protezionismo e la chiusura nel primato nazionale.
Quel che manca a questo punto è un audace sovranismo europeo, una specie di gollismo 2.0, riveduto e aggiornato, alternativo rispetto al serpentone atlantico, che si ripresenti come confederazione delle sovranità nazionali. il covid ha confermato un’Europa che procede per ranghi sparsi, tempi sfasati, difese scollate e comunque divergenti, anche quando il problema comune è sanitario e non geopolitico. L’Europa torna ad essere terza forza tra la società americana del politically correct e la dittatura cinese che globalizza prodotti, virus e misure restrittive.
L’anno che sta finendo, uno dei più brutti nella nostra storia e il più brutto per noi contemporanei, dovrebbe essere superato con una nuova visione pubblica, civile e culturale, prima che politica; e con una nuova consapevolezza degli scenari geopolitici. Il nemico non è la Merkel, e nemmeno il pur scarso Macron. Ma è la pandemia ideologica espressa dal cortocircuito cino-americano e dalla loro colonizzazione globale.