Otto marzo e travasi di bile progressisti: Beatrice, il Direttore, le suona ai benpensanti

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IPOCRISIA DOPO IPOCRISIA, C’È CHI PUÒ E CHI NON PUÒ

Di Dalila di Dio

Da un lato la crociata di Boldrini, Murgia & co. contro la Treccani sessista.

Dall’altro la grazia, il talento e la bellezza di Beatrice Venezi donna che non ha bisogno della desinenza “giusta” per sentirsi adeguata al ruolo che ricopre.

In mezzo un pittoresco ometto scheletrico, tutto tatuato, impiumato e biascicante che, rotolandosi sul palco dell’Ariston, ci spiega che dobbiamo essere tutto e niente e dobbiamo fregarcene di ogni cosa in nome della libertà, compiendo un atto di trasgressione del tutto inedito e sorprendente: baciare un maschio.

Così, il Bel Paese si avvicina ad una delle ricorrenze più controverse dell’anno: l’8 marzo.

Per qualcuna una festa, un pretesto per liberarsi dei freni inibitori e comportarsi come quelle che la fascistissima Treccani definirebbe donne di mondo, per altre una commemorazione, un’occasione per riflettere su questioni concrete che interessano la quotidianità delle donne normali, per le neofemministe il momento più alto di un anno intero passato a polemizzare su qualsiasi sostantivo declinato in maniera non gradita.

Dopo la lotta al manspreading, gli assorbenti per “persone con il ciclo” e la rivendicazione di un plotone di sottosegretarie femmine per bilanciare quegli inaccettabili ministri tutti maschi, in occasione dell’8 marzo le progressiste della penisola hanno imbracciato le armi contro la Treccani e la sua definizione di donna che sarebbe sessista e misogina e deve essere, pertanto, immediatamente emendata.

Lontani i tempi dell’Arno, la lingua italiana oggi deve essere risciacquata in un brodo di politicamente corretto au caviar, per essere degna di albergare nelle dotte dissertazioni di nostra signora delle Migrazioni Laura Boldrini e di sua eccellenza Michela #Matria Murgia.

Tuttavia, mentre la rivoluzionaria petizione marciava spedita sulla stampa mainstream, qualcosa è andato storto: sul palco di Sanremo, venerdì sera, è apparsa una donna piena di talento, bellissima e, soprattutto, sana di mente.

Una donna che ha rivendicato il suo ruolo, senza personalismi ed amenità politicamente corrette: «Io sono direttore d’orchestra…la posizione ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra, non di direttrice».

Con chiarezza, spontaneità ed eleganza, Beatrice Venezi ha spiegato il proprio punto di vista in quello che, negli ultimi giorni, era diventato il tempio della libertà più totale.

Quello in cui ciascuno può essere chiunque voglia, vestirsi come gli pare, farsi chiamare come più gli aggrada in nome dell’autodeterminazione.

Ma, a quanto pare, a Sanremo come in ogni angolo dell’occidente, si è liberi solo se si sta dalla parte giusta e Beatrice Venezi, nel rivendicare il primato del talento, della professionalità e della preparazione sugli asterischi e le desinenze, si è posta dal lato sbagliato della barricata: una dichiarazione di assoluto buonsenso, peraltro compulsata dal conduttore, si è trasformata in una provocazione che in pochi minuti ha fatto il giro del web, scatenando attacchi ferocissimi.

Pare che chiedendo di essere chiamata per ciò che è – un direttore di orchestra – la Venezi abbia rinnegato la fondamentale battaglia del linguaggio e commesso un terribile errore storico, arrecando un danno irreparabile alla battaglia per la parità di genere nel nostro Paese.

Così, la conferenza delle donne democratiche Toscana, con una presa di posizione che suona molto come una minaccia, ha invitato il Direttore Venezi a chiedere «scusa a tutte le donne per questa uscita infelice e decisamente poco connessa col paese reale, quello delle donne e degli uomini che ogni giorno combattono per una società di #diritti per tutte e tutti».

Davvero strano.

Non ci è parso di sentire intimazioni del genere nei confronti del Professore Draghi, quando al. suo esordio in Senato aveva appellato per ben due volte Maria Elisabetta Alberti Casellati “signor Presidente”.

Insomma, ipocrisia dopo ipocrisia, c’è chi può e chi non può.

Rimane il fatto che nel mondo petaloso dei democratici a corrente alternata, se sei Roberto e pretendi di essere chiamato Jessica, stai esercitando una inalienabile libertà individuale.

Se sei Beatrice e chiedi di essere appellata nel modo corretto ed adeguato al ruolo che ricopri, sei una pericolosa minaccia per la società e devi chiedere scusa.

Awoman.

DA

Otto marzo e travasi di bile progressisti: Beatrice, il Direttore, le suona ai benpensanti

Senatore pro vita: “nostri diritti vengono da Dio e non da Google”

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Durante un’apparizione alla conferenza conservatrice “Conservative Political Action Conference” (CPAC) in Florida venerdì 26 febbraio, il senatore pro-vita Josh Hawley si è scagliato contro il dominio e l’influenza dei Big Tech nella società americana e mondiale ed ha ricordato ai partecipanti che i nostri diritti provengono da Nostro Signore Gesù Cristo e non da un’enorme azienda Big Tech che apparentemente governa il mondo.
Il senatore ha condannato i “liberali radicali” e le “più grandi società” del mondo, sottolineando: “i nostri diritti vengono da Dio e non da Google”.
Hawley si è lamentato del fatto che “le corporazioni dicono alla gente cosa fare”. Questa, a giudizio del senatore, “è un’oligarchia e le élite liberali stanno cercando di imporre la loro volontà negli Stati Uniti”.
Il senatore pro-vita ha spiegato che questa “è la lotta del nostro tempo”, e bisogna combattere  “per rendere di nuovo reale il governo del popolo”, per ripristinare “la sovranità del popolo americano”.
Per  Josh Hawley “questa è una nuova lotta per la libertà. Questa è la lotta della storia umana”, ha aggiunto.
Leonardo Motta

Clamoroso: i soldi restati in tasca di Conte. Si era dimenticato di stanziarli

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Ecco perché l’Italia boccheggia. Aiuti economici, ristori, i 130 miliardi di cui si vantava Giuseppe Conte sono in gran parte restati sulla carta e mai arrivati a destinazione. Ci sarebbero voluti 539 decreti attuativi mai firmati dalla sua disastrosa squadra di ministri.

Per questo sconti e bonus sono ancora fermi al palo e il nostro Paese non riesce a vedere neppure lontanamente la fine del tunnel della crisi economica. Tra i settori più colpiti dai ritardi nella legiferazione ci sono giustizia e economia. Il record negativo come, spiega Monticelli sulla Stampa, spetta al Dl Semplificazioni: sono state approvate solo 3 misure sulle 37 inizialmente previste. E la cosa più drammatica è che l’eredità dei governi precedenti rischia di rallentare anche il nuovo esecutivo.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2021/02/24/news/sconti-bonus-miliardi-tasca-giuseppe-conte-blocca-italia-senza-decreti-crisi-economia-giustizia-ritardi-26320340/

Francia, chiesto lo scioglimento di Génération Identitaire per le azioni contro l’immigrazione clandestina

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Saremo sempre dalla parte di chi difende le proprie tradizioni, le proprie origini, la propria cultura, i propri usi e i propri costumi.
Saremo sempre dalla parte di chi si opporrà a questa società sempre più fluida e malleabile senza più radici.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi, il 20 ottobre 2012, occupò una moschea in onore del sacrificio compiuto dalle truppe di Carlo Martello a Poitiers nel 732 che permisero la continuità dell’Europa Cristiana.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi ha deciso di opporsi a questa sciagurata immigrazione di massa, tanto sostenuta dai radical chic da salotto, mettendoci la faccia e agendo in prima persona a difesa della propria terra e del proprio popolo.

Siamo vicini agli amici e fratelli francesi di Generation Identitaire, combattenti per il Bene in un mondo alla deriva che si schiera sempre più dalla parte del male in nome del politicamente corretto. 

Nulla importa più che lottare per i propri ideali in una società errata che li disprezza 

PIETRO PERUZZI

Parigi, 13 feb – Il movimento francese Génération Identitaire ha fatto numerose azioni simboliche contro l’immigrazione clandestina. Per questa ragione, ne è stato chiesto lo scioglimento da parte delle autorità francesi.

Génération Identitaire ha 15 giorni di tempo 

Génération Identitaire ha ricevuto l’ingiunzione relativa al suo scioglimento oggi, sabato 13 febbraio e ha dieci giorni per proporre appello. Lo scioglimento di Génération Identitaire è stato notificato venerdì sera. Ora il movimento identitario ha “dieci giorni per rispondere” a questo avviso. Se non vengono fornite nuove informazioni da parte degli stessi, “lo scioglimento (dell’organizzazione) è probabile che si concretizzi entro 15 giorni” secondo Beauvau.

Darmanin (Interno) “scandalizzato” dalle loro azioni

Il ministro dell’Interno Gerald Darmanin si è detto “scandalizzato” dall’azione di Génération Identitaire  contro l’immigrazione clandestina compiuta lo scorso 26 gennaio sulle Alpi e sui Pirenei. “Se ci sono gli elementi, non esiterò a proporre lo scioglimento”, ha poi dichiarato il ministro dell’Interno. Diversi funzionari eletti della regione dell’Occitania avevano  chiesto lo scioglimento di questo movimento definitivo “violento e pericoloso gruppo di estrema destra” dopo le loro azioni sui Pirenei.

I precedenti legali

Génération Identitaire aveva effettuato un’operazione dello stesso genere sulle Alpi anche nell’aprile 2018. Per questa ragione, tre attivisti furono condannati in primo grado per poi essere prosciolti  in appello lo scorso dicembre. Il movimento identitario ha anche interrotto una manifestazione contro la violenza della polizia sabato 13 giugno 2020, esibendo uno striscione con la scritta “Giustizia per le vittime del razzismo anti-bianco – White Lives Matter”  su un balcone che si affaccia su Place de la République a Parigi.
da

https://www.google.it/amp/s/www.ilprimatonazionale.it/esteri/francia-chiesto-lo-scioglimento-di-generation-identitaire-per-le-azioni-contro-limmigrazione-clandestina-182645/%3famp

 

 

Ora si ribalta la linea migranti. Che cosa accadrà con Draghi

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I punti programmatici enunciati da Mario Draghi al Senato sull’immigrazione accolgono alcune importanti richieste del centrodestra: dal programma per l’aumento dei rimpatri, passando per la nuova legislazione europea invocata da Salvini, ecco la linea del nuovo governo

Se nel momento dell’insediamento sul fronte immigrazione è stato il Pd a gioire, per via della riconferma del ministro Lamorgese, dopo il discorso in Senato del presidente del consiglio Mario Draghi la bilancia pende più verso il centrodestra.

E forse è stato proprio questo quel punto di equilibrio sulla politica migratoria ricercato in sede di contrattazioni per la nascita del nuovo esecutivo. L’inquilino di Palazzo Chigi in aula ha parlato di politiche di rimpatrio, gestione a livello europeo dell’accoglienza ed accordi con i Paesi di partenza.
Si tratta di punti molto cari tanto a Forza Italia, quanto alla Lega specialmente dopo la svolta della scorsa settimana annunciata da Matteo Salvini, il quale si è detto favorevole a lavorare per una nuova legislazione europea.

I rapporti con l’Ue

“La sfida – ha rimarcato Mario Draghi al Senato – è il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”.

La questione dunque, ha promesso il nuovo presidente del consiglio, verrà portata in Europa. Ancora una volta dovrebbe essere rimarcata la volontà italiana di puntare sulle esigenze dei Paesi di primo approdo. Non a caso lo stesso Draghi ha fatto riferimento ai rapporti con Spagna, Grecia, Cipro e quei governi “accomunati da una specifica sensibilità mediterranea”.

Il passato governo ha investito molto sull’introduzione di meccanismi automatici di redistribuzione dei migranti sbarcati, almeno di quelli arrivati per mezzo di navi delle Ong. Nonostante l’uscente e rientrante ministro Lamorgese abbia a lungo parlato del “passo in avanti” dato dagli accordi di Malta del 23 settembre 2019, non solo le proposte italiane non sono state approvate ma, al tempo stesso, Roma si è ritrovata isolata in ambito comunitario.

L’obiettivo a breve termine del nuovo esecutivo, forte del credito di cui gode Draghi in Europa e della posizione della Lega, è quanto meno recuperare terreno nell’Ue per poi puntare alle modifiche del trattato di Dublino. Quest’ultimo è il documento che ha assegnato ai Paesi di primo approdo la responsabilità dell’accoglienza. A Bruxelles dunque Draghi ha intenzione di giocare in modo più deciso di quanto fatto in precedenza la partita sulle nuove norme del trattato e sui nuovi patti europei.

La questione relativa ai rimpatri

C’è poi un altro passaggio caro alla Lega prima della svolta della scorsa settimana, quello cioè dei rimpatri: “Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale – ha dichiarato Mario Draghi – accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”. In poche parole, la linea del nuovo governo dovrebbe tendere verso l’implementazione dei rimpatri degli irregolari, questo tramite specifici accordi con gli Stati interessati e con il coinvolgimento dell’Ue.

Da questi punti si comprende come il programma di Draghi sull’immigrazione può soddisfare la Lega e quella parte del centro – destra organica alla maggioranza. Sull’altra sponda della nuova compagine governativa, il Pd è apparso in queste ore silente in quanto forse tranquillizzato dalla presenza di Luciana Lamorgese al Viminale. Una sintesi quella trovata che, almeno per il momento, sul discorso immigrazione non dovrebbe generare improvvisi scossoni nella coalizione.

Il discorso di replica di Draghi

Dopo il discorso sulle linee programmatiche tenuto in mattinata, in serata Mario Draghi ha ripreso la parola all’interno di Palazzo Madama per le repliche. E anche in questa occasione, il nuovo presidente del consiglio è tornato sull’immigrazione. Poche parole, ma importanti. Specialmente perché l’ex governatore della Bce ha puntato il dito contro l’Ue, rea di non riuscire ad uscire da “uno stallo politico – si legge nelle sue dichiarazioni – è impossibile prendere una decisione che metta d’accordo i paesi delle frontiere esterne e quelli dell’Est e del Sud”.

Draghi è anche tornato sull’importanza di risolvere il problema immigrazione “in sede europea”, confermando di voler proporre un accordo per la redistribuzione automatica dei migranti: “Senza riportare legalità e sicurezza – ha concluso il nuovo capo del governo – non ci può essere crescita”.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/lega-soddisfatta-e-pd-tranquillizzato-lamorgese-sintesi-1924749.html

La scelta di Salvini (appoggiare Draghi) è l’unica possibile?

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L’EVENTUALE AVENTINO DELLA LEGA DETERMINEREBBE UNA MAGGIORANZA POLITICA SPOSTATA A SINISTRA E FAREBBE VENIR MENO LA TREGUA SUI TEMI SENSIBILI: SI DIVENTEREBBE COMPLICI DELLA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA CHE INEVITABILMENTE SEGUIREBBE A LIVELLO NORMATIVO.

Di Gianfranco Amato (Avvocato)

La scelta della Lega di appoggiare Mario Draghi nel suo tentativo di approntare un governo ha lasciato l’amaro in bocca a diversi militanti del mondo pro-life e pro-family italiano.

Cercherò di spiegare perché la scelta di Salvini non solo era obbligata e l’unica possibile, ma rappresenta anche un vero colpo di genio dal punto di vista politico. Lo farò in sei punti.

1) Occorre considerare la natura del partito Lega. Per non apparire di parte, citerò le parole di un insospettabile filosofo di sinistra: Massimo Cacciari. In una recente intervista rilasciata al “Giornale” il filosofo veneziano ha spiegato che «la Lega è l’unico partito in Italia che ha forza, ossia ha un autentico radicamento sociale nelle Regioni chiave di questo Paese, il Nord» e «non ha qualche voto d’opinione raccattato un po’ a caso». Per Cacciari, infatti, «la Lega è l’unica forza politica, tutto il resto oggi c’è e domani non c’è più». Nella scelta (obbligata) di sostenere Draghi proprio la base sociale di riferimento del Carroccio ha giocato un ruolo fondamentale: imprenditori piccoli e grandi, artigiani, commercianti, professionisti e partite IVA del Nord hanno preteso da Salvini che partecipasse attivamente ad un governo in grado di dare risposte concrete alle loro esigenze, e che non si rifugiasse in un inconcludente Aventino. Interessante, per esempio, è la dichiarazione rilasciata da Alberto Baban, imprenditore veneto, ex presidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria: «La Lega sarà obbligata a sostenere un governo Draghi, altrimenti perderà la sua base, che è fatta di piccole e medie imprese, di partite Iva, di gente che sta sul mercato e ha bisogno di un governo serio. Se la Lega vuole affossare l’Italia solo per una questione ideologica o di convenienza politica, la pagherà». Da questo punto di vista, quindi, non vi erano molte alternative.

2) Il colpo geniale è stato quello di far implodere l’accrocco giallo-rosso e di scatenare un vero e proprio psicodramma dentro il PD. I democratici, infatti, erano convinti che l’opzione Draghi avrebbe riproposto la formula politica prevista per il Conte Ter, o al massimo un governo “Ursula”, ovvero la stessa formula allargata alla parte liberal di Forza Italia. Nessuno si aspettava un sì incondizionato da parte di Salvini.

3) L’imprevista adesione della Lega, senza veti e pregiudiziali nell’interesse superiore del Paese, non ha soltanto avuto l’effetto deflagrante di una bomba nel campo avversario, ma ha accreditato lo stesso partito, anche a livello internazionale, come soggetto politico responsabile e titolato a governare. Salvini in un colpo solo ha fatto venir meno l’unico collante che teneva insieme l’armata Brancaleone giallo-rossa – ovvero l’odio nei suoi confronti – e ha fatto uscire dal lazzaretto degli appestati la stessa Lega. Quest’ultimo in realtà è l’elemento che più ha destabilizzato i piddini. Il Carroccio, a livello nazionale ed internazionale, non ha più il marchio d’infamia degli impresentabili, ma è tornato in partita. La mossa a sorpresa ha dimostrato urbi et orbi che la Lega ha tutti i titoli per governare l’Italia.

4) Non occorre rispolverare il noto aforisma del “Divo Giulio” («il potere logora chi non ce l’ha») per comprendere che l’opposizione o, peggio, l’Aventino non paghi mai in termini elettorali. Basta ricordare che Salvini ha raddoppiato i consensi della Lega quando era Ministro degli Interni, e proprio la sua politica sul controllo dell’immigrazione, checché se ne dica, è stata determinante per catalizzare voti addirittura da sinistra. L’opposizione di questo anno e mezzo, invece, non ha assolutamente pagato in termini di consenso. Anzi. Da questo punto di vista Fratelli d’Italia rischia di commettere un grosso errore strategico. Non appare, infatti, una grande prospettiva quella di ripetere – mutatis mutandis – l’esperienza del M.S.I. ghettizzato fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”. Pensare che questa scelta paghi in termini di voti è un errore già rilevabile. Giorgia Meloni potrebbe dare un’occhiata ai sondaggi che vedono la maggioranza degli elettori di Fratelli d’Italia propendere per il sostegno al governo di “solidarietà nazionale” di Draghi. O potrebbe, più concretamente, dare un’occhiata alla fila degli amministratori locali di Fratelli d’Italia che in queste ore stanno bussando alla porta della Lega. Nell’attuale contesto storico l’isolamento per ragioni ideologiche è fuori tempo. La società oggi chiede risposte concrete non posizioni ideali di bandiera, e queste risposte si possono dare solo se si ha la possibilità di incidere. Salvini ministro degli interni docet!

5) Mostrano un’ingenuità naïf tutti quelli che pensano che l’alternativa all’appoggio a Draghi siano le elezioni. Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti. È pericoloso, quindi, inseguire l’illusione delle elezioni e scherzare col fuoco. Se la verifica coi partiti dovesse dare esito negativo, Mario Draghi sarà costretto a tornare da Sergio Mattarella per rifiutare l’incarico. A quel punto, però, il Presidente della Repubblica non si rimangerebbe pubblicamente la parola e non scioglierebbe le camere ma sarebbe costretto a giocare “obtorto collo” l’ultima carta che non vorrebbe mai giocare: spedire il governo dimissionario di nuovo in parlamento. E di fronte ad uno scenario da “last call” – o fiducia o caduta – i peones di tutti i partiti (trasversalmente), per il citato principio di autoconservazione e nel segreto dell’urna, voterebbero il Conte Ter. Serva da lezione quanto è accaduto nell’agosto 2018.

6) Un’ultima riflessione di carattere etico-morale. Un governo istituzionale di unità nazionale presuppone per sua natura che i temi divisisi – soprattutto quelli eticamente sensibili e ad impronta ideologica – vengano tolti dal tavolo della discussione. Fonti autorevoli ed accreditate confermano che già esiste, come è ovvio che sia, un accordo in tal senso. Ciò significa non solo lo stop all’approvazione definitiva della famigerata Legge Zan in tema di “omolesbotransginecodisabilofobia”, ma anche all’avanzamento dell’iter della legge sull’eutanasia, sull’utero in affitto, sulla legalizzazione della cannabis, evia elencando. La Lega tornerebbe a svolgere la funzione di “diga” che ebbe durante il governo giallo-verde. Ricordiamo che la conclusione di quella esperienza ebbe, tra gli altri, anche l’effetto deleterio di far approvare alla Camera il citato DDL Zan. Dal punto di vista etico-morale ci si deve, quindi, porre il problema che l’eventuale Aventino della Lega determinerebbe una maggioranza politica spostata a sinistra e farebbe venir meno la tregua sui citati temi sensibili. In questo caso il mancato sostegno a Draghi significherebbe essere conniventi se non complici della rivoluzione antropologica che inevitabilmente seguirebbe a livello normativo.

Concludo con una considerazione generale. Comprendo come accademici, tecnici, scienziati, abbiano poca dimestichezza con le dinamiche politiche. Del resto, il grande Bismarck nel suo discorso alla Camera Prussiana il 18 dicembre 1863, ricordò che «die Politik ist keine exakte Wissenschaft», la politica non è una scienza esatta. Anzi, in quell’occasione precisò che la politica più che una scienza è «eine Kunst», un’arte, fatta di intuizione, di istinto, di estro, di genio, di improvvisazione, di sorpresa. Lo ha imparato a sue spese l’accademico Prof. Giuseppe Conte. Lui era convinto che la politica fosse una Wissenschaft, e Matteo Renzi gli ha dimostrato, invece, che è una Kust. A ciascuno il suo mestiere.

DA

https://www.informazionecattolica.it/2021/02/09/la-scelta-di-salvini-appoggiare-draghi-e-lunica-possibile/

Serve senso dello Stato

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di Matteo Castagna
 
Viviamo un momento politico non ordinario. Stiamo uscendo da una guerra non convenzionale contro il virus, che ha enormi ripercussioni di natura economica, politica e sociale. 
L’isteria può essere figlia della paura e dell’instabilità. In Italia, molti tendono ad un approccio manicheo, con l’aggravante momentanea dell’isteria, nei confronti della politica. Quindi se fino a ieri vi erano le tifoserie giallofucsia contro quelle dell’opposizione, prima c’erano quelle sovraniste contro quelle globaliste, prima ancora il centrodestra contro il centrosinistra, fino ad arrivare allo scontro fascisti e antifascisti, unico ad aleggiare sempre e comunque, non si capisce bene perché. Oggi, il terreno di scontro è tra chi sostiene Draghi e chi lo attacca. 
Il punto fondamentale è che vi sono dei momenti storici in cui, anche in Italia, occorre avere senso dello Stato, comprendere le circostanze e capire che la politica non può essere sempre come un derby di calcio. Il retto discernimento, il realismo e il pragmatismo sono le tre caratteristiche principali, che sembrano essere dimenticate, prevalendo una concezione novecentesca, quindi uno spirito ideologico che andrebbe tralasciato tanto quanto la bolsa e continua retorica fascismo-antifascismo, in nome del bene comune.
 
Viviamo un’epoca post-ideologica, ma per troppi sembra non essere così. Schemi e categorie del passato continuano ad essere utilizzati come clave. Ma siamo nel ventunesimo secolo ed è in pieno svolgimento uno stravolgimento epocale che va dalla dimensione antropologica a quella spirituale fino ad arrivare a quella socio-culturale ed economica. Può risultare utile osservare la realtà, senza pregiudizi o pregiudiziali perché i mutamenti in corso sono così veloci e imprevedibili da far rischiare di prendere cantonate colossali. Questo non significa affatto dimenticare o far finta che ciascuno abbia una sua storia, una sua collocazione ed una determinata formazione. A maggior ragione, dato il periodo non ordinario, va tenuto presente tutto, e tutto va contestualizzato. 
 
A tal proposito il pensiero, accantonato perché troppo scomodo, di Carlo Francesco D’Agostino può trovare una concreta attualizzazione anche al momento presente. Egli non approvava l’impegno di coloro che assegnavano ed assegnano alla politica un fine puramente negativo, di opposizione. Egli disprezzava il bastian contrario per partito preso. Dichiarava di essere un anti “anti”. L’anticomunismo, ad esempio – sosteneva – non può di per sé, rappresentare il fine dell’azione politica, pur essendo il comunismo l’ideologia da combattere perché “intrinsecamente perversa”, come l’aveva definita la Chiesa. Dunque egli era sì “anti”, ma nel senso che la positività è la condizione dell’opposizione alla negatività, non viceversa. Poiché la politica non è solo pensiero ma è sempre pensiero che si fa prassi, è chiaro che in questo settore vengono evidenziate immediatamente le difficoltà, le contraddizioni, le aporie. Torna, perciò, d’attualità, la domanda di Sant’Agostino nel De Civitate Dei, 4,4: “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?” (“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”). Siamo così pregni di liberalismo che, forse, non ci accorgiamo che un governo va giudicato nella bontà o meno del suo operato, non prima e “a rimorchio” delle passioni, dei capricci, degli interessi di coloro che, individualmente o in forma associata, riescono a esercitare “pressioni” idonee a imporre il proprio volere. 
 
Pio XII nel Radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24/12/1944 disse che “lo Stato è e deve essere, in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo”. Perciò vi è un’esigenza unificatrice sostanziale di tendere al bene comune, aiutando ciascuno a conseguirlo. D’Agostino vede il bene comune nelle “provvide prescrizioni del Diritto Naturale” classico. Per preservarlo, nella drammaticità del periodo che viviamo, il sano pragmatismo è costituito da un governo che sappia fare da diga alle istanze sovversive del globalismo, mitigandolo, in particolar modo, per poter uscire dalla pandemia in maniera dignitosa, garantendo il lavoro e i più deboli, l’impresa e la proprietà privata, la sussidiarietà e lo sviluppo. Questo significa avere senso di responsabilità e senso dello Stato perché fare opposizione a priori a Draghi, potrebbe sembrare più un “Aventino di bottega” che una reale scelta patriottica.

L’occasione per fermare il ddl Zan, centro-destra alla prova

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DI GIANFRANCO AMATO

Sembra spirare un’aria di “solidarietà nazionale” nel nostro Paese. Oggi si guarda al cosiddetto governo istituzionale, guidato da personalità di alto profilo: e così l’ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha ricevuto da Sergio Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo.

Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti.

Come si comporterà l’attuale opposizione rispetto ad un eventuale governo istituzionale? Ci sono solo tre possibilità. La prima è quella dell’Aventino, soluzione che non ha mai portato bene. La seconda è quella di un coinvolgimento diretto nell’Esecutivo. La terza è quella del cosiddetto appoggio esterno, che ripercorre la formula andreottiana del «governo della non sfiducia». Vedremo cosa farà il centrodestra.

Ma c’è un aspetto che ci sta particolarmente a cuore: la questione cosiddetta identitaria, ovvero quella relativa ai princìpi, valori e ideali ritenuti non negoziabili. È evidente che l’opposizione dovrà dare una prova di serietà nel caso in cui decidesse di sostenere in qualunque modo il governo istituzionale. La prova consisterebbe in un impegno pubblico e formale a condizionare l’azione politica del prossimo esecutivo sul fronte delle iniziative di legge a impronta ideologica. Pensiamo, per esempio, alla sciagurata e liberticida proposta normativa in tema di “omolesbotransginecofobia” – il noto DDL Zan –, alla proposta di legalizzazione dell’utero in affitto, alla proposta di legalizzazione dell’eutanasia, alla proposta di legalizzazione della cannabis, e via elencando.

Nella scelta se appoggiare o meno un governo istituzionale non sarà sufficiente una valutazione basata esclusivamente su questioni di carattere economico-finanziario. Occorrerà anche porre l’accento sulla necessità di arrestare l’attuale rivoluzione antropologica in atto per via legislativa. Le preoccupate voci di protesta sulla crisi che si stanno levando dal variopinto mondo LGBT – pensiamo all’on. Alessandro Zan, a Luxuria, a Monica Cirinnà  & co. – sono una prova evidente della possibilità concreta di porre un serio argine a quella rivoluzione.

C’è un altro impegno poi che l’opposizione dovrebbe assumere: il ripristino dello Stato di diritto. Un eventuale appoggio al governo istituzionale potrebbe essere l’occasione storica per far cessare l’assurda sospensione delle garanzie costituzionali degli italiani, e l’illegittimo e aberrante utilizzo di semplici atti amministrativi – i famigerati DPCM – per limitare libertà e diritti fondamentali come quelli di circolazione, di riunione, di culto, di impresa.

L’opposizione di centrodestra potrebbe accreditarsi il merito storico di aver fatto cessare l’assurdo stato d’eccezione in cui vive il nostro Paese, che ricorda tanto l’Ausnahmezustand del giurista tedesco Carl Schmitt, utilizzato da Hitler per giungere al potere.
Deve stare davvero molto attenta l’opposizione a non perdere una simile occasione storica.

DA

https://lanuovabq.it/it/loccasione-per-fermare-il-ddl-zan-centro-destra-alla-prova

GOLPE IN BIRMANIA, QUEL SOGNO DEM PER TROPPO POCHI: FATTO DI BUSINESS, SCANDALI E DIVISE

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Alle prime luci dell’alba di lunedì, in Birmania, è stata tratta in arresto Aung San Suu Kyi, storica eroina dei diritti civili e già premio Nobel per la pace. Dal 2016 “The Lady”, come veniva chiamato ai tempi della sua crociata dem, ricopre la carica di Segretario di Stato, un ruolo di primissimo piano, subordinato formalmente, al solo presidente Win Myint, suo strettissimo collaboratore anch’esso in arresto. Con un colpo di mano, prassi consolidata nella travagliata gestione della politica interna Birmana, le forze armate hanno “congelato” il risultato delle elezioni politiche dell’8 novembre scorso accusando di “gravi irregolarità” la commissione elettorale. L’emittente televisiva Myawaddy Television (MWD), controllata dagli stessi militari, ha dichiarato che i pieni poteri sono stati trasferiti nelle mani del comandante in campo delle forze armate, il gen. Min Aung Hlaing.


Birmania, la dichiarazione dello stato di emergenza

“Le liste elettorali che sono state utilizzate durante le elezioni generali multipartitiche che si sono tenute l’8 novembre hanno riscontrato enormi discrepanze e la Commissione elettorale dell’Unione non è riuscita a risolvere la questione. Sebbene la sovranità della nazione debba derivare dal popolo, durante le elezioni generali democratiche si è verificata una terribile frode nella lista degli elettori che è contraria a garantire una democrazia stabile […] della costituzione del 2008. Per eseguire il controllo delle liste elettorali e per intervenire, l’autorità del processo legislativo, del governo e della giurisdizione della nazione è affidata al Comandante in Capo ai sensi dell’articolo 418 della costituzione del 2008″.

Aung Sann Suu Kyi, una lady in ostaggio?
Alla guida del paese da cinque anni, la 75enne Suu Kyi e la National League for Democracy (NLD), l’avviato a breve il loro secondo mandato politico dopo la “svolta democratica” e le schiaccianti vittorie nelle ultime due elezioni, le prime libere da venticinque anni. La conquista di 368 seggi su 434, aveva chiaramente spaventato il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), il principale partito di opposizione, stampella dei militari, che si era aggiudicato solo 24 seggi. Tuttavia la casta militare birmana si era ben guardata dall’allentare la presa sul paese “costituzionalmente” il controllo diretto di un quarto dei seggi nelle due camere e la gestione dei ministeri strategici.

Quello che era stato salutato dalla maggioranza degli analisti internazionali come un vero e proprio trionfo della democrazia aveva lasciato trasparire tutte le sue enormi contraddizioni sin dai primi mesi. La Aung Sann Suu Kyi appariva quasi “ostaggio” di una giunta militare 2.0 i cui membri, non la maggioranza, avevano dismesso la divisa gallonata per un elegante completo occidentale, ritenuto più possibile per presentarsi nel consesso internazionale ed attirare l’ingente massa degli speculatori globali in un paese ancora da molti considerato territorio vergine.

A subire paradossalmente i contraccolpi di questo matrimonio forzato era stata proprio l’eroina dem Suu Kyi che si era ritrovata nella scomoda posizione di parafulmine quando, ad esempio, le forze armate birmane avevano dato vita a quella che l’Onu aveva definito “un ‘ operazione di pulizia etnica da manuale ”contro la minoranza musulmana dei Rohingya, massacrati e scacciati nel vicino Bangladesh. Allora in molti notarono la totale distrazione della “Lady” riguardo alla vicenda e molti digerirono male le dichiarazioni di stima e gratitudine per i militari che la segretario di stato proferiva di tanto in tanto in occasioni dei suoi pubblici impegni.

Min Aung Hlaing, chi è l’uomo forte dell’esercito 
A Rangun, ex capitale e città principale, le linee telefoniche e la connettività Internet sembrano essere limitate, molti fornitori hanno interrotto i loro servizi e alcuni video mostrano i soldati presidiare le strade ei luoghi di potenziali proteste popolari.
Intanto, sulla scena politica birmana, si staglia la figura di Min Aung Hlaing nuovo uomo forte e militare di lungo corso, Hlaing vanta un curriculum d’altissimo livello. Specializzatosi all’Accademia della difesa era salito alla ribalta quando nel 2009 aveva condotto le operazioni d’annientamento della rivolta dall’Esercito dell’Alleanza Democratica delle Nazionalità del Myanmar a Kokang sul confine cinese.

In quell’occasione l’UNHRC aveva i soldati di Min Aung Hlaing avevano deliberatamente preso di mira la popolazione civile e compiuto “discriminazioni sistemiche” e violazioni dei diritti umani contro le minoranze etniche. Accusa rinnovatagli in occasione della repressione contro il popolo Rohingya, che avevano prodotto, una fronte di una timidissima condanna internazionale, un ban dalla notoria piattaforma di profilazione social Facebook imitata poco dopo da Twitter. Due anni fa il generale era stato raggiunto anche da una limitazione statunitense in cui lo si ammoniva dal viaggiare nel territorio degli Stati Uniti

Sembra tuttavia che l’accerchiamento internazionale contro l’esuberanza autoritaria del generalissimo birmano non nuoccia granché alla sua economia domestica, arte che, assieme a quella militare, Hlaing sembra padroneggiare al meglio. Lui e la sua famiglia sono i maggiori azionisti della Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) di proprietà militare, che ha riconosciuto, nel solo anno fiscale 2010-11, dividendi per oltre 250.000 dollari. Il figlio, Aung Pyae Sone, possiede una serie di società private, tra cui la Sky One Construction Company e l’Aung Myint Mo Min Insurance Company. Ha una quota di utili in Mytel, compagnia di telecomunicazioni nazionale e nel 2013, si è aggiudicato una concessione governativa “blindata” per lo sfruttamento trentennale di un area allo Yangon People’s Park per il suo ristorante e una galleria d’arte.

La lunga scia della pulizia etnica in Birmania
All’alba di quella che appare come una restaurazione dell’ormai tradizionale assetto politico birmano, l’attenzione corre alle aree di conflitto che quasi ininterrottamente coprono i confini della nazione asiatica. Appena un giorno prima del golpe, il 31 gennaio, come ogni anno dall’inizio della rivoluzione, si era celebrato il 72 ° Karen Revolution Day. La giornata, in cui si ricordano i martiri della lotta di liberazione e sfilano i volontari delle forze di difesa territoriale, aveva visto uniti numerosi esponenti delle etnie minoritarie in lotta per l’autodeterminazione ed il riconoscimento dei loro diritti internazionali sanciti dalle Nazioni Unite all ‘ epoca dell’indipendenza della Birmania.
Nelle ultime settimane purtroppo, a dispetto della campagna elettorale unificatrice, nello Stato Karen, i mortai birmani avevano costretto centinaia di civili ad una disperata fuga nella giungla. La eco della svolta democratica era sin dall’inizio rimasta all’interno delle pareti anguste del mondo birmano, organizzato attorno a un’asse etnico religiosa che poco spazio lascia alle istanze delle altre componenti nazionali.

1 febbraio 2021 – Alberto Palladino 

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/golpe-birmania-quel-sogno-dem-fatto-business-scandali-divise-181328/

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GOLPE IN BIRMANIA

COLPO DI STATO IN MYANMAR. I KAREN VERSO LA GUERRA

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Roma, 1 feb – Tra i molti interrogativi che scaturiscono dalla notizia del colpo di stato in Myanmar (ex Birmania), ce n’è uno che interessa particolarmente chi ha a cuore la lotta per l’autodeterminazione del popolo Karen, etnia in guerra da oltre settanta anni con il governo centrale. Cosa succederà adesso? Cosa cambierà per i Karen dopo l’arresto del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi? La risposta non è semplice, come ogni previsione che riguardi questa parte del mondo, dove le astuzie dei Birmani e la capacità di attesa e di resistenza dei Karen, costituiscono elementi essenziali di una lunga vicenda dagli esiti indecifrabili. Di certo il movimento autonomista si troverà, finalmente, di fronte ad un obbligo di scelta: la vigorosa ripresa della lotta armata contro il Governo militare o la resa di fronte alle pretese egemoniche dello stesso.

La seducente icona del Myanmar

Nessun vero patriota Karen piangerà per l’arresto della “Lady”, seducente icona per gli ambienti diplomatici e finanziari dell’Occidente, ma incarnazione di un nazionalismo birmano che, pur non arrivando allo sciovinismo della giunta militare, ha ignorato totalmente le istanze delle numerose etnie che abitano il Paese. La nuova situazione costringerà anche la debole leadership Karen a confrontarsi con una base sempre più delusa dagli esiti del cessate il fuoco firmato nel 2015, e con una ampia fetta delle formazioni armate che avevano fin da subito messo in guardia contro l’ingannevole politica birmana: l’utilizzo della tregua per occupare e militarizzare senza colpo ferire larghe aree della regione.

I Karen non si arrenderanno

In aperto contrasto con i rappresentanti politici del movimento autonomista, spesso accusati di tradimento, i comandanti più carismatici delle truppe Karen, il generale Nerdah Mya e il Generale Baw Kyaw, non hanno di fatto mai smesso di fronteggiare gli uomini del Tatmadaw (l’esercito birmano n.d.r.) con imboscate e contrattacchi quando i soldati di Rangoon si avvicinavano troppo ai villaggi Karen. Negli ultimi mesi gli scontri si erano intensificati a causa dei frequenti bombardamenti di insediamenti civili da parte dei Birmani, che hanno lo scopo di costringere alla fuga gli abitanti e di “ripulire” le zone in cui verranno costruite strade di interesse strategico.

Il gioco dei generali al potere rimane quello di prima. L’unica differenza sta nella uscita di scena di Aung San Suu Kyi e del suo partito: un passaggio che renderà le cose più chiare anche a chi finora aveva sostenuto che ci si dovesse fidare delle promesse di Rangoon e che verosimilmente darà più peso alle posizioni intransigenti di Nerdah Mya e Baw Kyaw e favorirà alleanze militari tra le differenti etnie in lotta contro l’occupazione birmana. Questo è ciò in cui sperano migliaia di guerrieri pronti a battersi nella sconfinata jungla della regione Karen.

Franco Nerozzi

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COLPO DI STATO IN MYANMAR

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