Draghi accetta l’incarico con riserva: “Mi rivolgerò ai partiti, fiducioso che emerga unità”

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Roma, 3 feb – “Sono fiducioso che dal confronto con i partiti emerga unità, ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia, scioglierò la riserva al termine delle consultazioni“: così Mario Draghi dopo l’incontro con Mattarella accetta l’incarico di formare un governo. L’ex presidente della Banca centrale europea si è riservato di accettare – formula di prassi – visto che dovrà verificare l’esistenza di una maggioranza in suo favore nei due rami del Parlamento. L’ex numero uno dell’Eurotower è stato chiamato dal capo dello Stato dopo il fallimento delle trattative per formare un nuovo esecutivo giallofucsia. Questo perché Mattarella non ha preso in considerazione la possibilità di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, perché secondo il Presidente andare al voto con la pandemia sarebbe rischioso.

Draghi accetta con riserva: “Vincere la pandemia, rilanciare il Paese”

“E’ un momento difficile, il Presidente ha ricordato la grave crisi sanitaria. C’è la consapevolezza che l’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione”, spiega Draghi. “Rispondo positivamente all’appello del Presidente. Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, rispondere alle esigenze dei cittadini, rilanciare il Paese, sono le sfide con cui dobbiamo confrontarci. Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Unione europea e possiamo fare molto per il futuro del nostro Paese”, fa presente il premier incaricato. “Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Fiducioso che dal confronto con i partiti e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e una risposta responsabile e positiva all’appello del Presidente. Scioglierò la riserva al termine delle consultazioni”, conclude il premier incaricato nel suo breve comunicato in diretta dal Quirinale.

Al via le consultazioni con i partiti

Ecco quindi le prossime tappe. Draghi ora avvierà una serie di “piccole consultazioni” informali con i rappresentanti dei partiti e dei gruppi parlamentari per sondare il terreno.
In caso di esito negativo, ossia di assenza di una maggioranza stabile e ampia che gli permetta di governare, l’ex banchiere centrale Ue tornerà da Mattarella e gli comunicherà la rinuncia all’incarico. A quel punto il capo dello Stato avrà sostanzialmente due opzioni: affidare l’incarico a qualcun altro; sciogliere le Camere e mandare il Paese al voto anticipato.

Ecco le tappe per formare il governo

In caso di esito positivo, invece, Draghi sottoporrà a Mattarella la lista dei ministri e si dichiarerà pronto a presiedere il nuovo governo. Dopodiché Mattarella dovrà firmare il decreto di nomina e il premier dovrà giurare, assieme ai ministri, nelle sue mani. Entro dieci giorni dal giuramento il governo dovrà presentarsi alle Camere. Draghi allora illustrerà il suo programma per il Paese e si sottoporrà al voto di fiducia.

Adolfo Spezzaferro

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/draghi-accetta-riserva-partiti-fiducioso-unita-181582/

Impeachment di Trump verso il fallimento, ecco perché

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Roma, 27 gen – Impeachment, da settimane parola chiave negli Usa. Tormentone per tutti, accusatori e imputato, analisti e sostenitori dell’una e dell’altra parte. Non ci fosse il Covid non si parlerebbe (quasi) d’altro. E’ un po’ come la crisi di governo in Italia, non affascina nessuno ma tutti sono costretti a sorbirsela, commentarla e attendere la conclusione di un estenuante intrigo di potere. Dunque non resta che chiedersi, come finirà? Fino a pochi giorni fa buona parte dei media americani puntavano tutto sulla condanna di Donald Trump. Ora però qualcosa è cambiato, o per meglio dire qualcuno si è accorto che in questo caso non esiste una giuria popolare, contano invece più prosaicamente gli asettici e inconfutabili numeri.

Impeachment di Trump, i numeri non mentono

E i numeri ci dicono che per i dem c’è un grosso guaio a Washington, perché in Senato con tutta probabilità non arriveranno al fatidico 67. Ovvero il magic number di senatori necessari per far passare l’impeachment dell’ex presidente degli Stati Uniti. Joe Biden se n’è accorto ieri e alla vigilia del giuramento dei nuovi eletti nella Camera alta del Congresso gli accusatori potevano contare soltanto su 60 voti potenziali. Una volta iniziata la seduta il numero è mestamente sceso a 55, ergo dodici meno della soglia per condannare Trump. L’apertura ufficiale della procedura sarà tra due settimane, il 9 febbraio, ma il segnale che arriva dal Senato è piuttosto chiaro: anche questa volta il tycoon se la caverà fischiettando. Tanto per intendersi meglio, in quello che dal senatore John Boozman è stato definito “un test politico”, ben 45 repubblicani su 50 hanno votato a favore dell’incostituzionalità del processo contro Trump.

Trump attende fiducioso

“Una buona indicazione di come finirà”, ha fatto presente Mike Rounds, senatore repubblicano del South Dakota. Ma il dato forse più rilevante è che tra quei 45 voti c’era pure quello di Mitch McConnell, leader dei repubblicani in Senato e in quanto tale – come scritto ieri su questo giornale – decisivo ago della bilancia. Era proprio lui ad aver fatto intendere, in privato, di gradire l’impeachment. E quindi il Partito Democratico contava sulla sua influenza nei confronti degli altri repubblicani.

Eppure adesso sembra proprio aver cambiato idea e se l’impeachment dovesse fallire, come probabile, i dem subirebbero la prima significativa batosta post elezione di Joe Biden. Certo, potrebbero pure valutare di portare di nuovo Trump a processo, ma questo si tradurrebbe nel blocco del Congresso per altre lunghe settimane. Un’opzione tutto tranne che saggia. E che farebbe unicamente gongolare l’arcinemico del pueblo progressista, ormai dedito alla siesta caraibica in Florida.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/impeachment-trump-fallimento-ecco-perche-180937/

Soros ha finanziato parlamentari abortiti, per Biden è record di donazioni anonime

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L’EDITORIALE DI LEONARDO MOTTA

Il miliardario liberal George Soros è stato piuttosto impegnato a garantire che i candidati democratici (delle scorse presidenziali truccate) favorevoli all’uccisione dei bambini nel grembo delle loro madri, potessero ottenere una spinta da alcuni dei gruppi pro aborto più estremi.

I registri della Federal Election Commission (FEC) mostrano che il super PAC di Soros (Democracy PAC) ha donato almeno 2.545.454,55 milioni di dollari al gruppo radicale Planned Parenthood Votes (PPV). 

Il gruppo, che è associato a Planned Parenthood, “fornisce contributi ai candidati che sostengono l’aborto”, secondo Influence Watch. 

Il gruppo ha speso $ 10.863.121 milioni in spese totali per le elezioni federali durante il ciclo del 2020. 

Ciò significa che i finanziamenti PAC per la democrazia hanno rappresentato il 23% di tutta la spesa per le elezioni del ciclo elettorale del PPV del 2020.

Soros aveva lanciato il Democracy PAC nel 2019 con un finanziamento iniziale di 5,1 milioni di dollari, suggerendo che era “disposto a spendere molto per le elezioni del 2020”. 

Da allora il PAC ha ricevuto milioni di finanziamenti da un altro dei gruppi di Soros: il Policy Reform Fund.

Ma c’era un altro gruppo politico pro-aborto che riceveva anche una grossa somma di denaro dal PAC di Soros.

Infatti, anche il radicale NARAL Freedom Fund ha ricevuto 1 milione di dollari dal Democracy PAC.

Il gruppo aveva pubblicato un disgustoso annuncio a favore dell’aborto e contro Trump per influenzare gli elettori. L’annuncio mostrava “giovani donne che accusavano il presidente e i suoi alleati di anteporre l’ideologia alla scienza”.

A quel tempo Soros PAC era l’unica fonte di reddito segnalata per il NARAL Freedom Fund.

C’è da dire, purtroppo, che Soros non è stato l’unico miliardario liberal ad aver contribuito con i suoi fondi a deputati e senatori democratici favorevoli ad uccidere i bambini nel grembo materno.

Come se non bastasse il neo presidente (eletto da Demonion) Joe Biden ha beneficiato di una quantità record di donazioni da donatori anonimi diretti a gruppi esterni che lo sostenevano.

Uno dei canali di Bloomberg, ex candidato dei Democratici, ha spiegato che gli elettori non avranno mai un resoconto completo di chi abbia aiutato Biden a vincere la corsa alla Casa Bianca. La campagna vincente di Biden è stata sostenuta con 145 milioni di dollari in cosiddette donazioni di denaro oscuro, un tipo di raccolta fondi che i democratici denunciano da anni.  

Tali flussi di fondi hanno aumentato il bottino di Biden a 1,5 miliardi di dollari, di per sé già un record per uno sfidante di un presidente in carica. I democratici hanno sempre affermato di voler vietare il denaro oscuro, in quanto corruttore, in modo univoco, dal momento che consente ai sostenitori di sostenere tranquillamente un candidato senza controllo. Tuttavia, nel loro tentativo di sconfiggere Trump nel 2020, l’hanno abbracciato. 

Priorities USA Action Fund, il super comitato d’azione politico che Biden ha designato come il suo veicolo preferito per le spese esterne, ha utilizzato 26 milioni di dollari in fondi originariamente donati al suo braccio senza scopo di lucro, chiamato Priorities USA, per sostenere Biden.  

 

Leonardo Motta

I “vigilanti” di Facebook? Tutti di sinistra

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Nei giorni seguenti al ban permanente dell’account di Donald Trump su Twitter si è riacceso il dibattito sulla tutela della libertà di espressione sui social. Non esistendo leggi chiare in materia, i colossi del web fanno leva sulle “condizioni d’uso” vagliate da ogni utente (che lo sappia o no) al momento dell’iscrizione per consentire o rimuovere i contenuti. Ciò conferisce un potere virtualmente infinito ai “moderatori”, coloro i quali, di mestiere, controllano i singoli post e decidono cosa sia lecito o illecito.

Un ruolo, si badi, di grande responsabilità, vista la quantità di porcherie che invade il web e che viene portata in dote da miliardi di utenti. Ma parliamo di nefandezze come incitamento alla violenza, alla pedopornografia, al terrorismo etc, non certo di reati d’opinione.

La domanda che sorge spontanea è: chi controlla i controllori? Questi moderatori sono persone comuni, che hanno inclinazioni ideologiche, background, simpatie politiche. E siccome i famosi “standard della community” sono spesso molto vaghi, i moderatori sono praticamente liberi di censurare ciò che vogliono. Talvolta sono organici alle stesse aziende che gestiscono i social, talaltra lavorano per soggetti privati terzi a cui i colossi affidano una parte del lavoro (via via sempre più abnorme). Questi soggetti privati, allo stesso modo, come Arvato, Cpl Recruitment, BCforward, Accenture (quasi sempre internazionali), sono composti da personale che può garantire o non garantire il rispetto della terzietà.

Possono, in buona sostanza, essere in malafede, o incompetenti, o distratti (studi recenti hanno dimostrato che l’attenzione riservata all’analisi di ogni singolo post non supera in media i 10 secondi). A coadiuvarli ci sono gli algoritmi (che di norma penalizzano i post “in attesa di giudizio”, dall’inizio della pandemia possono anche censurare direttamente i contenuti), a loro volta alimentati dalle segnalazioni degli utenti (più che mai tendenziose, o arbitrarie, o dolose).

E allora, la seconda domanda che sorge spontanea è: il singolo, bannato o censurato magari ingiustamente, come si può difendere? Nel caso di Facebook esiste dal 2019 un organo chiamato Oversight Board, un Comitato per il controllo dei contenuti. Si tratta di una sorta di Corte Suprema formata da 20 super esperti globali di difesa dei diritti, libertà d’espressione, comunicazione digitale. I membri hanno un mandato triennale e devono svolgere il compito di prendere decisioni definitive e vincolanti sui casi di ricorso presentati dagli utenti che ritengono di aver subito un’ingiustizia, e stabiliscono (anche se in disaccordo con la linea aziendale) quali contenuti potranno essere consentiti o rimossi da Facebook e Instagram ispirandosi alle leggi in materia di tutela della libertà di espressione e dei diritti umani.

L’Oversight Board, insomma, fa giurisprudenza. Grazie a questo organo la trasparenza dovrebbe essere garantita. Ma, a ben guardare, proprio super super super partes non sono. Tra i nomi più conosciuti ci sono ad esempio:

1. Alan Rusbridger, ex storico direttore del Guardian (testata liberal);

2. Afia Asantewaa Asare-Kyei, della Open Society Initiative for West Africa (sì, “quella” Open Society);

3. Jamal Green, costituzionalista e autore del libro How Rights went wrong, che parte dall’assunto popperiano che gli americani siano finiti “fuori strada” nella percezione di cosa siano i loro “diritti”;

4. Helle Thorning-Schmidt, ex primo ministro danese socialdemocratico;

5. Endy Bayuni, nel board di varie Ong;

6. Pamela Karlan, divenuta famosa per aver guidato la richiesta di impeachment contro Trump (una delle) sostenendo che avesse “sollecitato l’interferenza di un governo straniero, quello dell’Ucraina, per trarre vantaggio nella sua rielezione” e per aver fatto una battuta sul figlio, Barron, durante una delle sue audizioni;

7. Nighat Dad, ultrafemminista pakistana.

Nota a margine: non ci sono italiani.

Sarà Facebook, ovviamente, a presentare a questa commissione i casi più importanti, che potrebbero avere forti ripercussioni sul mondo reale o sul discorso pubblico. Nessuno di loro, quindi, prenderà mai in considerazione una “qualsiasi” delle segnalazioni presentate dagli utenti (sono milioni ogni giorno). Ma dietro questo Oversight Board, già di per sé composto da personalità non proprio variegate (e, diciamo così, non proprio “sovraniste”) che sui grandi temi tenderanno a mantenere un indirizzo politico e ideologico ben preciso, Facebook ha la possibilità di “nascondersi” per ripulire un’immagine sempre più macchiata dalle vere campagne di repressione messe in atto negli ultimi mesi. Tanto poi, nella stragrande maggioranza dei casi, a giudicare sarà sempre qualche omino chiuso in una stanzetta che di fronte al suo pc avrà una decina di secondi al massimo per brandire, un po’ come vuole, la scure della censura.

DA

I “vigilanti” di Facebook? Tutti di sinistra

Chi è davvero Walter Ricciardi. Dalle dimissioni per conflitto di interessi alla poltrona di consulente

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Roma, 20 gen – Si è parlato molto nell’ultimo anno di Walter Ricciardi, consigliere scelto dal ministro della Salute Roberto Speranza per affrontare l’emergenza coronavirus, dai suoi continui appelli allarmisti sull’imporre agli italiani lockdown duri, a quando decise nel 2015 di chiudere Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) che sarebbe stato utilissimo per affrontare un’epidemia. Fino agli ammonimenti scagliati contro gli italiani nel 2018, forse reminiscenze del suo passato al fianco di Mario Monti: “Credo che come per Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna sia opportuno che gli Italiani sperimentino sulla loro pelle quello che “salvatori” come Amato Ciampi e Monti gli hanno finora evitato”. Ciò che sembra sia passato indisturbatamente sottotraccia, taciuto perfino dal Fatto Quotidiano, all’epoca uno dei suoi più strenui accusatori, è il motivo delle dimissioni di Walter Ricciardi dalla carica di presidente dell’Istituto superiore di sanità nel 2018.

Chi è Walter Ricciardi? Conflitto di interessi e obblighi vaccinali

L’allora ministro della Salute Giulia Grillo, che ricevette le dimissioni di Walter Ricciardi, affermò che: “Da quello che so e da quello che mi è stato detto durante il nostro colloquio, Walter Ricciardi non si è dimesso per polemiche con il governo, ma per tornare alle sue attività. Anche nella lettera di dimissioni è indicato questo. Poi lui ha manifestato un legittimo disaccordo con alcune posizioni del governo, ma questo non ha nulla a che fare con il suo ruolo, che di certo non fa politica, ma altro”. La Grillo glissò sul probabile reale motivo che hanno costretto Ricciardi all’allontanamento dall’Iss. “L’ultimo guappo” (dal titolo di un film di cui fu protagonista con Mario Merola nel 1978) lasciava così la guida dell’Istituto superiore di sanità dopo oltre 4 anni dalla sua nomina avvenuta per volontà di Beatrice Lorenzin nel 2014, prima come commissario poi come presidente.

La vera ragione delle dimissioni di Ricciardi potrebbe essere quel conflitto di interessi sui vaccini, svelato dal libro Vacci-Nazione di Giulia Innocenzi, che riporta la testimonianza della giornalista Amelia Beltramini, le conseguenti accuse del presidente del Codacons Carlo Rienzi e, infine, il servizio delle Iene. È opportuno ricordare che, come commissario e presidente dell’Istituto superiore di sanità, Ricciardi ha promosso allargamento dell’obbligo vaccinale imposto ai bambini, attraverso il Piano nazionale sui vaccini, apripista della legge Lorenzin: “Ho fatto presente alla ministra Lorenzin la situazione preoccupante in cui ci trovavamo, lei è stata molto reattiva e insieme abbiamo fatto la nuova legge”, affermava l’attuale consigliere di Speranza nel settembre 2017 alla festa del Pd di Firenze. Anzi, Ricciardi avrebbe voluto l’imposizione di tredici vaccini (pneumococco, meningococco B e C), invece dei dieci passati poi con la legge.

Riportiamo un passo del libro della Innocenzi: “Nell’audizione di Walter Ricciardi in Commissione affari sociali alla Camera, il deputato Massimo Enrico Baroni solleva alcuni problemi sul passaggio da commissario straordinario dell’Istituto Superiore di Sanità a presidente: ‘generalmente per tutte le nomine di commissario straordinario vige una inconferibilità successiva ad assumere l’incarico di presidente. Si richiama un recente orientamento dell’Autorità nazionale anticorruzione del 6 maggio 2015’. Il parlamentare, inoltre, stila a Walter Ricciardi una serie di conflitti d’interesse per alcuni suoi incarichi presenti o passati: membro dell’European Steering Group sulla sostenibilità dei sistemi sanitari e relatore del Libro Bianco europeo, iniziativa finanziata dalla casa farmaceutica AbbVie; membro del Comitato scientifico del Centro di Ricerca sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale della Università Bocconi, che nel progetto Academy of Health Care Management and Economics collabora con la Novartis; responsabile scientifico del Primo Libro Bianco sull’Health Technology Assessment in Italia e del progetto ViHTA, iniziative finanziate da GlaxoSmithKline. Ma questi non sono tutti i potenziali conflitti d’interesse di Walter Ricciardi. ‘In Italia se ne dichiarano meno di quanto si fa in Europa’, spiega Amelia Beltramini, giornalista scientifica. ‘Per un incarico assunto in Europa, Ricciardi ha dovuto stilare la sua dichiarazione di interessi presso la Commissione europea in data 28 marzo 2013’. C’è un documento disponibile online dove si vede che l’attuale presidente dell’Istituto superiore di sanità ha stilato gli HTA (Health Technology Assessment), cioè la valutazione dell’impatto sulla salute, di una serie di vaccini per le case farmaceutiche”. La Innocenzi poi cita la lista che Ricciardi presentò alla Commissione europea in merito alle sue collaborazioni: Novartis per il vaccino MenB (2012); Menarini per il vaccino Nebivololo (2012); Menarini per il vaccino Remimazolam (2012); IBSA per il vaccino Fostimon (2012); GlaxoSmithKline per il vaccino Belimumab (2011); Pfizer per il vaccino Enbrell (2011); Pfizer per il vaccino PCV13 (2011); Astellas Pharma per il vaccino Mycamine (2010); Amgen Dompè per il vaccino Prolia (2010); Wyeth Lederle per il vaccino Prevenar (2009); Novartis per il vaccino Lucentis (2009); Sano Pasteur per il vaccino Gardasil (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino Syn orix (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino Lapatinib (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino HPV (2007)”.

La denuncia del Codacons

La medesima questione era già stata denunciata dalla Codacons nel 2016 con un volantino distribuito durante un convegno a cui partecipava Ricciardi, in cui si descriveva la “sussistenza di numerosi presunti conflitti di interessi risultanti dalla commistione con case farmaceutiche o simili”.

A seguito della distribuzione del volantino di denuncia del Codacons, Ricciardi denunciò Carlo Rienzi per diffamazione perché in contenuti descritti non sarebbero stati “corrispondenti ai fatti”. Il giudice emise poi una sentenza di assoluzione a favore di Rienzi perché “il fatto non sussiste”, motivando che la sponsorizzazione riportata nel volantino era “oggettivamente dimostrata”. Il Codacons aveva infatti già interpellato le case farmaceutiche oggetto dei presunti conflitti di interesse. Rienzi, alle Iene, ha successivamente sottolineato: “Un calunniatore, che per difendere se stesso, nasconde o vuole nascondere di avere avuto rapporti economici con le case farmaceutiche e sta a capo dell’Istituto superiore di sanità, ma come fa a rimanerci? (…) Le case farmaceutiche hanno interesse a vendere i farmaci e i vaccini che producono, che sono un grosso business. Il soggetto che decide su questi farmaci e su questi vaccini non può, come direttore di questo osservatorio, prendere soldi e poi andare a decidere sul destino dei farmaci di quella casa che ha dato i soldi al suo osservatorio”.

Il vaccino per il meningococco B e la Altis Ops

La Beltramini, intervistata dalla Innocenzi, ha sottolineato che Ricciardi “ha fatto da consulente per le case farmaceutiche sui loro vaccini, e poi ha detto che sono utili per gli italiani”. È paradossale che l’attuale consigliere del ministero della Salute avesse incluso pure il meningococco B, “l’ultimo vaccino per cui ha fatto da consulente”, nel Piano nazionale sui vaccini, nonostante il parere contrario dei ricercatori dello stesso Istituto Superiore di Sanità di cui poi è diventato presidente. Amelia Beltramini ha svelato anche che Walter Ricciardi ha omesso le tante collaborazioni e le sponsorizzazioni ricevute dalle case farmaceutiche nel curriculum vitae pubblicato sulla pagina internet dell’Istituto superiore di sanità, mentre le suddette collaborazioni sono presenti nella “dichiarazione di interessi” depositata alla Commissione europea perché obbligato dalle norme sulla trasparenza, essendo un membro del panel europeo sull’efficacia degli investimenti in sanità.

 Chi è Walter Ricciardi? La collaborazione con l’agenzia di lobbyngPer capire chi è Walter Ricciardi – ha evidenziato la Beltrami – mancava un altro tassello anche al curriculum vitae depositato in Commissione europea: la collaborazione con l’agenzia di lobbying Altis Omnia Pharma Service durata fino al 2015, quindi in concomitanza con il suo incarico presso l’Istituto superiore di sanità. Come spiega Amelia Beltramini, che ha letto la visura camerale, l’Altis Ops assiste le case farmaceutiche in tutte le fasi legate ai suoi prodotti, dall’accreditamento presso le autorità sanitarie fino al lancio promozionale, ovvero una vera e propria società di lobbying che lavora nel settore farmaceutico e che, a tal scopo, ha creato due riviste: l’Italian Health Policy Brief e la Public Health and Health Policy. Sul sito della Altis Ops si legge: “Il nostro “sistema” poggia su alcuni pilastri fondamentali, oltre che su un solido bagaglio di rapporti con i più importanti interlocutori istituzionali e con gli stakeholder della sanità del Paese”.

Gli omissis sul curriculum di Ricciardi

Sugli omissis nel curriculum vitae europeo, l’europarlamentare grillino Piernicola Pedicini depositò nel dicembre del 2017 un’interrogazione parlamentare in cui si chiedeva se la Commissione Europea se fosse al concorrente degli incarichi di Ricciardi presso la Altis Ops e se ciò non costituisse un conflitto di interessi. Il 30 gennaio 2018, l’allora Commissario per la salute Vytenis Andriukaitis rispose: “Per quanto riguarda le attività specifiche svolte dal professor Ricciardi in qualità di editore nel periodo 2011-2015, cui fa riferimento l’onorevole deputato, la Commissione inviterà il professore a precisare ulteriormente tali attività anche nella sua dichiarazione d’interessi”.

Perché Speranza ha richiamato a Roma Ricciardi?

È ora opportuno tornare a riformulare le domande scritte da Innocenzi in Vacci-Nazione: “È opportuno che il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha partecipato alla stesura del Piano nazionale vaccini e che affianca il ministro della Salute nelle sue scelte, sia stato consulente sui vaccini per le aziende farmaceutiche su cui poi si è trovato a decidere? E che oggi con il suo ruolo pubblico diventa uno degli interlocutori principali per la società di lobbying, che fa da tramite con l’industria, con cui ha collaborato in passato tramite le sue riviste? Se proprio Walter Ricciardi era la persona irrinunciabile per il ruolo di presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, allora le sue collaborazioni passate andavano dichiarate con trasparenza. Tutte. Ma questo non è stato fatto”, a cui ora si aggiunge l’ulteriore interrogativo sul motivo che ha spinto Roberto Speranza a nominare proprio Walter Ricciardi, già dimissionario dall’Istituto superiore della sanità nemmeno un anno e mezzo prima, come consigliere del ministero della Salute per l’emergenza Covid-19.

 

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https://www.ilprimatonazionale.it/inferno-spa/ricciardi-dimissioni-conflitto-interessi-poltrona-consulente-speranza-180147/

Ritratto di Conte

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Due anni fa scrivemmo questo ritratto di Conte, che deve ora la sua durata alla paura del voto e alla paura del covid. Fummo facili profeti: tutto quel che dicemmo allora si è dimostrato nella realtà; oggi di più. Fino alle ultime evoluzioni: il mercatino del voto, Mastella come faro, il tradimento di Trump per Biden, la vergogna di restare inchiodato a ogni prezzo. Ecco il ritratto.

Giuseppe Conte non è. Non è un leader, non è un eletto, non è un politico, non è un tecnico, non è nulla. È il Nulla fatto premier. E lo conferma ogni giorno adattandosi come acqua corrente alle superfici che incontra. È la plastica rappresentazione che la Politica, dopo lo Scarso, lo Storto, il Pessimo, ha raggiunto lo Zero, la rappresentazione compiuta del Vuoto.

Luogotenente del Niente, Conte è oggi il fenomeno più avanzato della politica dopo i partiti, i movimenti, le ideologie, la politica e l’antipolitica, i tecnici e i populisti, le élite e le plebi. È la svolta avvocatizia della politica che pure è da sempre popolata di avvocati: ma Conte non scende in politica, non entra in un partito, assume solo da avvocato l’incarico di difendere una causa per ragioni professionali; ma i clienti cambiano e così le cause. Andrebbe studiato nelle università del mondo perché segna un nuovo stadio, anonimo e postumo della politica. Non si può esprimere consenso né dissenso nei suoi confronti perché non c’è un argomento su cui dividersi; lui segna la fine del discorso politico, la fine della decisione, la fine di ogni idea, di ogni fatto. È la somma di tante parole usate nel gergo istituzionale, captate e assemblate in un costrutto artificiale. È lo stadio frattale del moroteismo, il suo dissolversi. Ogni suo discorso è un preambolo a ciò che non accadrà, il suo eloquio è uno starnuto mancato, di cui si avverte lo sforzo fonico e il birignao istituzionale ma non il significato reale. Altri semmai decideranno, lui si limita al preannuncio.

Ogni volta che un tg apre su di lui, non c’è la notizia, è solo una presenza che denota un’assenza; si spalanca una finestra nel vuoto. I fatti separati dalle opinioni, si diceva; lui è nello spazio intermedio dove non ci sono i fatti e non ci sono le opinioni. Dopo che Conte avrà parlato lascerà solo una scia di silenzi e di buchi nell’acqua. Non darà risposte, sceneggerà un ruolo e dirà lo Zero virgola zero. Nelle sue citazioni saccenti vanifica l’autore citato, lo rende vuoto e banale come lui. Conte non rientra in nessuna categoria conosciuta, eppure abbiamo avuto una variegata fauna di politici al potere. Lui non è di parte, eccetto la sua, è piovuto dal cielo in una sera senza pioggia.

Conte è portatore sano di politica e di governo, perché lui ne è esente. È contenitore sterile di ogni contenuto. Non ha una sua idea; quel che dice è frutto del luogo, dell’ora e delle persone che ha di fronte. Parla la Circostanza al suo posto, la Circumstancia, per dirla con Ortega y Gasset; Conte è la somma dell’habitat in cui è immesso, traduce il fruscio ambientale in discorso.

Figurante ma senza neanche figurare in un ruolo, è l’ologramma di una figura inesistente, disegnato in piattaforma come un gagà meridionale degli anni 50. Un po’ come Mark Caltagirone, il fidanzato irreale di Pamela Prati; è solo una supposizione. Trasformista, a questo punto, sarebbe già un elogio, comunque un passo avanti, perché indicherebbe un passaggio da uno stadio a un altro. Conte, invece, è solo la membrana liquida che di volta in volta riveste la situazione, producendo un molesto acufema in forma di eloquio. Conte cambia voltura a ogni utente e rispetto a ogni gestore (non fu un caso nascere a Volturara).

Conte è fuoco fatuo, rappresentazione allegorica del niente assoluto in politica, ma a norma di legge. Quando apparve per la prima volta dissero che aveva alterato il curriculum e in alcune università da lui citate non era mai stato, non lo conoscevano; ma Conte è un personaggio virtuale, il curriculum può allungarsi, allargarsi, restringersi secondo i desiderata occasionali.

Conte non ha una storia, non ha eredità e provenienze, non ha fatto nessuna scalata. È stato direttamente chiamato al Massimo Grado col Minimo Sforzo, anzi senza aver fatto assolutamente nulla. Una specie di gratta e vinci senza comprare nemmeno il biglietto, anzi senza aver nemmeno grattato. Da zero a Palazzo Chigi. Come Gregor Samsa una mattina si svegliò scarafaggio, lui una mattina si svegliò premier. Kafka allo stato puro.

Conte è di momento in momento di centro di destra di sinistra cattolico laico progressista, medieval-reazionario con Padre Pio, democratico-global con Bergoglio, fido del sovranista Trump e al servizio degli antisovranisti eurolocali; è genere neutro, trasparente, assume i colori di chi sta dietro. Un passe-partout. Il Conte Zelig, come lo battezzammo agli esordi, ha assunto di volta in volta le fattezze gradite a tutti i suoi interlocutori: merkeliano con la Merkel, junckeriano con Juncker, trumpiano con Trump, macroniano con Macron, chiunque incontra lui diventa quello; è lo specchio di chi incontra. In questa sua capacità s’insinua e manovra.

Conte non dice niente ma con una faticosa tonalità che sembra nascere da uno sforzo titanico, la sua parlata cavernosa e adenoidea è una modalità atonica, priva di pensieri o emozioni, pura espressione vanesia di un dire senza dire, il gergo della premieralità. Il suo vaniloquio è simulazione di governo, promessa continua di intenti, rinvio sistematico di azioni; è un riporto asintomatico di pensieri, la somma di più uno e meno uno. Indica con fermezza che si adatta a tutto e non comunica niente.

Dopo Conte non c’è più la politica; c’è la segreteria telefonica, il navigatore di bordo, la cellula fotoelettrica. Il drone. Conte però ha una funzione, e non è solo quella di cerniera lampo tra sinistra e M5S, punto di sutura tra establishment e grillini. È la spia che la politica non c’è più, nemmeno nella versione degradata più recente. Lui è oltre, è senza, è il sordo rumore del nulla versato nel niente.

MV, Panorama (2019)

DA

Ritratto di Conte

Usa servizi segreti e Finanza per reclutare responsabili. Massimo Giannini sgancia la bomba su Conte

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La caccia dei Costruttori da parte del premier Giuseppe Conte? A colpi di telefonate da parte di “noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio”. La ricostruzione del direttore della Stampa Massimo Giannini fa infuriare Palazzo Chigi che ha replicato con durezza.

“In merito all’editoriale di quest’oggi del Direttore del quotidiano la Stampa sono completamente destituite di ogni fondamento le gravissime insinuazioni in cui, facendo genericamente riferimento a quanto narrato dalle ‘cronache’ di questi giorni, si evoca un presunto ‘network’ che farebbe capo al Presidente del Consiglio al fine di ampliare la maggioranza e reclutare nuovi senatori”, si apprende da fonti di palazzo Chigi. “Tra le altre cose appare particolarmente grave il riferimento a un presunto coinvolgimento in queste attività anche dei vertici dell’intelligence – proseguono le stesse fonti riportate dalle agenzie – Il Presidente Conte, dopo aver consultato i vertici dell’Intelligence, smentisce qualsiasi loro coinvolgimento e contatto, anche solo indiretto, con membri del Parlamento e per attività che risulterebbero in palese contrasto con la legge e con le finalità istituzionali proprie del comparto”.

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https://www.iltempo.it/politica/2021/01/17/news/crisi-di-governo-conte-servizi-segreti-finanza-avvocati-parlamentari-costruttori-massimo-giannini-smentita-palazzo-chigi-25899193/

Il razzismo di Biden contro gli imprenditori bianchi

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Ecco qualcosa che i vari Severgnini e gli altri cantori italiani che ogni giorno si esaltano per la cacciata di Trump e il ritorno di Biden non vi diranno. Speravate che il moderato Biden, una volta fatto fuori Trump, avrebbe rimesso in riga anche i talebani del politicamente corretto? Bene, sentite ha appena proclamato il futuro presidente in questo video.

“Il nostro obiettivo sarà aiutare le piccole imprese – e subito dopo aggiunge – verrà data priorità alle imprese di proprietà di neri, latinos, asiatici e nativi americani e le imprese a conduzione femminile che finalmente avranno equo accesso alle risorse necessarie alla loro ripresa”. Mi sembra necessario riportare il testo originale che suona ancora più forte: “Our priority will be Black, Latino, Asian, and Native American owned small businesses, women-owned businesses”.

E meno male che Twitter censura il cattivissimo Trump mentre il futuro presidente ci presenta il radioso avvenire di una società divisa per differenze razziali. Severgnini sarà entusiasta. Faccio notare solo alcune cose: il video è presentato su Twitter dal team di transizione presidenziale di Biden e nel loro post proprio la frase di cui sopra è messa in evidenza come se l’highlight di tutto il discorso.

Già oggi, in questa America trumpiana e sistematicamente razzista, gli “asian”, cioè gli americani di origine asiatica, guadagnano mediamente più dei bianchi. Quindi mi sembra veramente fantastico che, per l’amministrazione Biden, la priorità degli aiuti non si baserà sul grado di difficoltà in cui versa un determinato business ma sul colore della pelle del suo proprietario. Con la possibilità implicita che sia avvantaggiato il ricco, ma etnicamente corretto, a scapito del povero ma nato del colore e del genere sbagliato, il solito maschio bianco.

Si dirà che si tratta semplicemente di “affirmative action”, una distorsione necessaria per compensare le minoranze etniche delle discriminazioni che subiscono dal resto della società. Ma non vi viene il dubbio che ciò che poteva essere vero negli anni ‘70, oggi sia diventato piuttosto una scusa; che un qualcosa nato con le migliori intenzioni, si tramuti, decennio dopo decennio, in una marchetta elettorale.

Oggi neri, asian, latinos e le donne sono constituency indispensabili alla vittoria del partito democratico. E i bianchi che votano democratico? Oh, ben pochi di loro sono piccoli negozianti. Io penso che l’antirazzismo di oggi sia diventata lo strumento politico con cui i ceti più avvantaggiati della società, gli have, tengono in scacco gli strati più svantaggiati, gli have not. Liberi di dissentire.

Ma mi piacerebbe che i vari Severgnini e Saviano d’Italia discutessero anche di questa deriva della sinistra americana che presto arriverà anche da noi invece di parlare solo del tentato di “colpo di stato” del tipo con le corna.

Stefano Varanelli, 13 gennaio 2021

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Il razzismo di Biden contro gli imprenditori bianchi

Come reagire a censure ed esclusioni?

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Mezza Italia, mezza Europa o mezza America si sente oppressa, esclusa, censurata, offesa. Si sente oppressa per le restrizioni che subisce a causa della pandemia, anche se in gran parte ne comprende la necessità, ma non intravede sbocchi, vede precipitare la situazione sociale e reputa folle il modo in cui si abbattono le misure, inefficaci alla prova dei dati e schizofreniche nello psicodramma a colori che stiamo vivendo.

Poi metà dell’opinione pubblica si sente censurata ed esclusa perché vede chiudersi ogni giorno spazi di libertà e di libero pensiero, vede sempre più allineati e conformi gli organi di informazione – che diventano sempre più organi di riproduzione del pensiero unico e organi adatti solo alla minzione; vede che persino strumenti privati e considerati neutrali, come i social media, adottano censure, espulsioni, sospensioni, oscuramenti (l’ultimo, Parler). Sempre e solo da un versante, il nostro.

Infine, metà opinione pubblica si sente offesa perché assimilata alle frange più estreme ed esagitate: chi ha opinioni diverse o difformi viene schiacciato sulle posizioni dei negazionisti, dei no vax, dei fanatici i che hanno invaso il Senato per un quarto d’ora di sovranità e per scattarsi le foto-ricordo. È come se riducessimo le opinioni dem o progressiste alle posizioni estreme degli antifa, dei black lives matter, di chi abbatte statue, degli anarco-insurrezionalisti o dei fanatici eversivi, terroristi o residui del comunismo.

Potremmo chiamarla reductio ad sciamanum, la riduzione di chi non la pensa come il Potere comanda alla figura caricaturale del cosiddetto sciamano (il caso Meloni è esemplare). Sarebbe interessante approfondire e chiedersi: se davvero come dicono i media lo “sciamano” guidava gli insorti di Washington perché ha agito indisturbato e in favore di telecamere, perché non è stato arrestato subito anziché consentirgli di fare quel lungo e assurdo show? Hanno perfino ucciso donne disarmate… Serviva un testimonial così per ridicolizzare chi sostiene Trump? Ma non perdiamoci nella dietrologia, guardiamo avanti.

Questa metà dell’opinione pubblica italo-occidentale (alla quale sentiamo di appartenere) si sente oppressa, censurata, esclusa e offesa e avverte l’impossibilità di cambiare le cose perché il suo voto è sottoposto a una serie di pressioni, ricatti, deviazioni, modificazioni che annullano i verdetti delle urne. E quando riesce a prevalere col voto avverte che è quasi impossibile governare senza subire sanzioni, conventio ad excludendum, empeachment, campagne di allarme e mobilitazione. Ha riguardato Trump, ha riguardato di striscio Salvini al governo, riguardò Berlusconi, riguarda Orban ma anche Johnson e altri leader eletti e rieletti con voto libero e democratico, che mai hanno aperto scenari di guerra o disastri sociali, dittature o persecuzioni, pur continuamente annunciati dal sistema globale. Dall’altra parte il mondo occidentale si inginocchia all’unica gigantesca dittatura che c’è sul pianeta, la Cina comunista…

Ora, bando al vittimismo e alle giaculatorie, cosa resta da fare? Innanzitutto l’autocritica è necessaria, per capire e non ripetere gli errori, per isolare i fanatici che sono ai margini estremi di ogni posizione; e per giudicare le cose con senso critico. Abbiamo sempre detto che Trump alla fine era preferibile ai suoi nemici, e lo confermiamo; ma senza risparmiarci di criticare i suoi errori, le sue colpe, il suo egotismo, le sue esagerazioni e la sua pacchianeria. Lo dicevamo ieri quando era al potere, lo diciamo oggi. Superate il trumpismo.

C’è chi propone di ritirarsi nei propri accampamenti: se i social censurano passiamo a quelli alternativi, dicono i passaparola, adottiamo social alternativi (Telegram, Signal, Rumble o piattaforme come MeWe.com, Parler). Ma sarebbe un’autoghettizzazione magari funzionale allo stesso potere dominante; può valere se si tratta di ristrette aristocrazie ma ha esiti inibitori se si rivolge a tutti e vuol incidere sulle masse. Sarebbe giusto aprire posizioni alternative ma senza escludersi da quelle dominanti (Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, YouTube); finché è possibile.

C’è chi viceversa ritiene necessaria l’azione diretta, il conflitto aperto: ma l’abisso che si è scavato tra i due schieramenti, e l’assenza o il tradimento di chi dovrebbe essere superpartes o almeno extra partes, porta a una forma di guerra civile fredda, o tiepida. L’odio reciproco ha raggiunto livelli che solo una “guerra” o una rivoluzione può risolvere, in un modo o nell’altro. Ma la violenza è un male in sé, non è un rimedio e produce alla fine danni peggiori di quelli che vuole evitare. E non vince chi ha ragione, ma solo chi è più forte o ha più mezzi.

Le soluzioni che restano a questo punto sono di due tipi: una è quella di caldeggiare una risposta politica e culturale, realistica e strutturata e incalzare le opposizioni e chiamarle alle loro responsabilità; e dove il dissenso vada in piazza, preferire una forma di resistenza civile di tipo gandhiano, non violenta ma tenace; l’unica possibile quando ti opponi all’Apparato di un Impero.

L’altra, comprensibile soprattutto per i più anziani, è ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegare nella propria vita, nei propri affetti, ideali e interessi, mantenere magari un giudizio e un atteggiamento di distanza e di critica, ma occupandosi d’altro e frequentando cenacoli ristretti in cui sentirsi a proprio agio. Altre soluzioni sono gradazioni intermedie tra queste due risposte, ma non fuori di esse. Ho provato a fare un discorso per adulti; se invece volete fiabe per bambini, tra mostri e war games, rivolgetevi ad altri.

MV, La Verità 12 gennaio 2021

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Come reagire a censure ed esclusioni?

Trump condanna la violenza di Capitol Hill e apre all’era Biden

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Il presidente uscente ha annunciato l’insediamento della nuova amministrazione il 20 gennaio

 

Annuncia la fine del suo mandato e condanna gli atti violenti di Capitol Hill portati avanti da alcuni dei suoi sostenitori. Così, Donald Trump, in un video pubblicato su Twitter, dichiara che dopo i lavori del Congresso la nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio.

“È la fine del più grande mandato presidenziale della storia, ma è solo l’inizio della nostra lotta per fare l’America di nuovo grande. Ho sempre detto che continueremo la nostra lotta per assicurare che solo i voti legali contino”, ha dichiarato il presidente uscente, mostrando di non essersi arreso nella lotta ai presunti brogli  da tempo denunciati in merito alle elezioni.

Trump: “A Capitol Hill un attacco atroce”

“L’obiettivo adesso si rivolge a garantire una transizione ordinata e senza soluzione di continuità del potere“, continua Donald Trump. L’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill è indicato come un “attacco atroce”.  Il presidente uscente ne prende le distanze definendosi “indignato per la violenza, l’illegalità e il caos generato”.

“È l’ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità dell’America”, ha dichiarato su Twitter. E agli assalitori: “Voi non rappresentate il nostro Paese e chi ha infranto la legge pagherà”.

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Capitol Hill, Donald Trump: “Un attacco atroce. Non rappresentate il nostro Paese”

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