Sapete cosa può succedere con i dati che avete inserito per il cashback?

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Caro italiano che hai messo i tuoi dati negli archivi elettronici del “cashback” stai sereno.

Sì, come disse Renzi in una storica occasione, stai sereno.

Al pari di Enrico Letta non dovresti temere nulla. Un eventuale “databreach” – ovvero una violazione dei dati custoditi nei sistemi informatici predisposti per il tanto decantato rimborso – si impossesserà soltanto dei tuoi dati anagrafici, dell’IBAN del tuo conto corrente, dei numeri e della data di scadenza della tua carta di credito, soprattutto del tuo segretissimo CVV.

Ti chiedi cos’è il CVV? E’ il codice di sicurezza stampigliato sul retro della carta, sulla fascia dove viene apposta la firma del titolare. La semplice espressione “codice di sicurezza” fa immaginare qualcosa di riservato e in effetti quella sequenza numerica (fatta di tre o quattro cifre) non deve essere pubblica.

Il motivo è semplice e provo a spiegartelo.

La carta di credito – quando viene usata per i “pagamenti dal vivo” – è presentata al negoziante con la materiale esibizione (che permette di riscontrare il possesso “fisico” dello strumento di pagamento) e chi vende può (e sarebbe bene che lo facesse sempre) domandare l’esibizione di un documento di identità (che consente il riscontro del nome del titolare e, soprattutto, il possesso “legittimo” di quel “pezzo di plastica”).

Quando si fanno compere online, chi vende non ha modo di vedere la carta i cui numeri potrebbero essere stati carpiti precedentemente da uno sguardo curioso in un esercizio pubblico. Per scoprire se chi vuole acquistare qualcosa è davvero in possesso della carta che viene utilizzata, l’acquirente è invitato ad inserire le cifre scritte piccole piccole sul retro ovvero il CVV (sigla spesso riportata anche come CCV).

L’operazione “cashback” prende in considerazione solo le spese fatte materialmente in negozi fatti di muri e vetrine con venditori in carne ed ossa. E’ abbastanza ovvio (ma può darsi che mi sbagli) che il codice in questione non sia di alcun interesse e nemmeno di alcuna utilità o necessità di sorta.

Nonostante le ragionevoli considerazioni appena fatte, sul sito www.io.italia.it, nella pagina delle domande ricorrenti (o FAQ che dir si voglia, o FUCK come esclamerebbe un utente anglofono nel constatare che la “app” non funziona) si trova il fatidico quesito “Perché devo inserire il codice di sicurezza CVV della mia carta?

La sorprendente risposta si compone di due ancor più sbalorditive frasi.

La prima. “È necessario aggiungere il codice di sicurezza CVV, che può essere composto da tre o quattro cifre, per verificare se i dati della carta inseriti sono corretti”. Si immagina che quel codice sia una specie di carattere di controllo come l’ultima lettera del codice fiscale. Si viene quindi indotti a pensare che un ben ponderato algoritmo esegua chissà quale computo per poi decretare o meno la corrispondenza tra il numero generato e il CVV inserito dal cittadino.

Niente affatto. E la spiegazione è contenuta nella seconda parte della risposta. “Questa verifica avviene tramite una transazione di qualche centesimo di euro successivamente stornata”.

Si potrebbero fare commenti più o meno sarcastici, ma le spontanee risate fanno traballare le mani sulla tastiera ed è oggettivamente difficile formulare pareri mentre si sghignazza.

In pratica – per stessa ammissione delle figure geniali che hanno partorito questa fenomenale idea – la carta del poveraccio che sogna il rimborso viene sperimentata eseguendo un pagamento a sue spese.

Roba da poco, anche qui non c’è da preoccuparsi, ma incredibilmente per un ammontare non specificato (“qualche centesimo di euro”, ma non si sa quanto) che verrà restituito “successivamente” (ma non si sa quando)….

La microscopica somma – sottratta per qualche giorno – a chi viene destinata?

Se si moltiplica quella piccola cifra per i milioni e milioni di persone che hanno aderito all’iniziativa ci si trova dinanzi ad un bel gruzzolo che matura comunque degli interessi per il pur breve periodo di giacenza sul conto del destinatario.

Sarebbe bello che chi organizzato questo giochino dichiarasse dove finiscono i soldi e il tempo esatto antecedente lo storno, e spiegasse il perché di questa sperimentazione empirica che marcherebbe la miriade di sventurati come clienti di chissà chi (magari è YouPorn o PornHub….) anche se poi risarciti dell’importo corrisposto.

Ma veniamo al bello.

Se il corposo archivio delle coordinate delle carte di credito degli italiani viene assaltato da qualche banditello cosa succede? Te lo spiego io.

Chi entrerà indebitamente in possesso del numero, della data di scadenza e del codice di sicurezza CVV (o CCV) della tua carta di credito, potrà utilizzare quelle informazioni per fare piccole compere fittizie a vantaggio di un inesistente negozio di chissà quale Paese straniero.

Il bandito saprà fare piccole spese magari da 20 euro, per un importo che non salterà agli occhi nemmeno dei più attenti esaminatori di estratti conto. Sarà una cifra poco significativa e soprattutto inferiore alle spese da sostenere per rivolgersi ad un avvocato per far propri diritti o per iscriversi ad una associazione di consumatori per ottenerne la tutela.

Non mancherà chi ti dirà di stare “sereno”, come anticipato in apertura di questo articolo. Non dimenticarti di chi – meno allarmista di me – ti ha tranquillizzato. Potrai chiedere a lui quei venti euro…

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Sapete cosa può succedere con i dati che avete inserito per il cashback?

L’estate è costata 20 mila morti? Ecco perché è una balla

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Il televirologo Massimo Galli non ha dubbi: senza la pazza estate italiana, avremmo contato 20 mila morti in meno. La sortita di oggi ad Agorà, su Rai 3, è solo la più recente. Ed è forse anche la più irricevibile: perché il camice bianco a reti unificate, stavolta, non si limita a puntare il dito contro i “negazionisti”, per scagionare un governo incapace. No: dà pure i numeri.

E allora guardiamoli, questi numeri, professor Galli. Perché, se osserviamo la curva epidemiologica, cioè l’andamento dei casi di Covid e dei decessi registrati dall’estate a oggi, ci accorgiamo che l’aumento sensibile scatta a fine settembre. E che la vera impennata risale a dopo la prima decade di ottobre. Certo, durante l’estate, specie nel periodo che coincideva con il picco degli spostamenti, sono stati fatti relativamente pochi tamponi. Un’altra colpa imputabile ai commissari sovietici, che centralizzano i meriti (pochi) nella gestione dell’epidemia, ma poi scaricano le responsabilità degli errori su Regioni e comuni cittadini. Un tracciamento più capillare avrebbe aiutato a individuare precocemente eventuali focolai. I più maligni potrebbero pensare che tutto sia stato tenuto sottotraccia quando era necessario far rifiatare il popolo, per poi ricominciare con i domiciliari a singhiozzo dalla stagione autunnale.

Nondimeno, i dati sulla saturazione degli ospedali e sui decessi giornalieri ci descrivono una stagione estiva trascorsa in modo piuttosto tranquillo. Quindi, se anche qualche infezione fosse sfuggita, è però indubbio che le conseguenze cliniche, nei mesi caldi, sono state molto limitate. Di nuovo, i decessi decollano dopo il 10 ottobre, fino ai lugubri picchi di questi giorni. Che, ovviamente, vengono imputati ai “comportamenti” della gente: avete fatto shopping natalizio, siete andati a vedere le luminarie a viale Ceccarini…

Ma allora, professor Galli – e tutti voi, teorici dell’estate “allegra”  – ci spiegate com’è possibile che gli effetti dei balli dei primi 15 giorni di agosto si siano sentiti due mesi dopo? Non ci avete sempre detto che bastano due settimane per registrare miglioramenti e peggioramenti? Non sarà mica che, il 24 settembre, è scattata la riapertura delle scuole? Non sarà che la grande misura profilattica assunta dal ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sono stati gli scuolabus con i finestrini aperti? Non sarà che i banchi a rotelle sono arrivati in ritardo, a spizzichi e bocconi – e che, probabilmente, non sono serviti a nulla? Non sarà che il ministro Lucia Azzolina, come ha rivelato Il Tempo qualche giorno fa, ha nascosto persino al Cts i veri dati sui contagi in aula? Non sarà che le persone, che devono pur arrivare alla fine del mese, hanno ripreso a recarsi in massa a lavoro in presenza, affollando, loro malgrado, i mezzi pubblici?

Alla luce di tutto ciò, non è più probabile che l’epidemia sia riandata fuori controllo quando il Paese ha provato a rimettersi in moto, ma senza un piano preciso, senza organizzazione e senza manco una rete sanitaria di protezione finalmente adeguata? Non è più probabile che il crimine peggiore dell’estate, anziché le discoteche in Sardegna e sulla riviera romagnola, o i viaggi in Croazia e in Grecia, siano state le settimane sprecate tra Stati generali, libracci di propaganda del ministro Roberto Speranza e commissari governativi che si dicevano da soli “siamo straordinari”?

La verità – e i numeri lo dimostrano – è che il governo, anziché lavorare, impegnarsi, programmare, ha buttato all’aria mesi tra passerelle e litigi. Per l’autunno e l’inverno, l’unica strategia era un “io, speriamo che me la cavo”. Non so se tutto ciò sia costato 20.000 morti. E non voglio dire che la responsabilità diretta sia della classe dirigente. Ma se il “modello Italia” è il secondo peggiore d’Europa per la mortalità calcolata sui casi di Covid, e tra i peggiori al mondo per il numero di morti ogni milione di abitanti, evidentemente qualcosa non ha funzionato. E chi pensa di dare la colpa all’estate “allegra”, o è tonto o crede di poter fare ancora il furbo.

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L’estate è costata 20 mila morti? Ecco perché è una balla

Realismo cattolico e rivoluzionari da tastiera, in tempi di Covid

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Scrive Simone Torresani su “Il Giornale del Ribelle” del 6/12/2020 che “è appena uscito il 54.mo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. È un rapporto tanto cupo, angosciante e tremendo che in certi punti si fa persino fatica a leggerlo: vien voglia di vendere tutto e una volta riaperte le frontiere rifarsi una vita alle “Isole Fortunate” (così chiamavano gli antichi le Canarie) o tra i colori variopinti del Messico. Verrebbe voglia, ma non lo si fa: accettare e rispettare e dare un senso al proprio luogo e condizione è forse “Il” senso della vita (e non “un senso della vita”) e chiunque abbia perizia di comando non deve abbandonare la nave in tempesta. (dalla bellezza del creato, al Creatore – insegnerebbe S. Ignazio).

Qualche cifra del disastro: frustrazione, mancanza di visione del futuro, inasprimento dei rapporti sociali e ostilità verso il prossimo abbondano nelle cifre.

Si pensi solo che per un concetto illusorio, aleatorio e astratto come la “sicurezza” gli italiani sono pronti per il 39% a limitare il diritto di sciopero, tanto faticosamente conquistato dalle generazioni precedente dopo lotte aspre. E non solo lo sciopero: anche le libertà di opinione e di associazione. Oltre il 77% sono favorevoli a più restrizioni (a parole), salvo poi lamentarsi in privato e a calpestarle: segno di schizofrenia e non indice di salute. Per 3 su 10 chi non ha rispettato le regole non deve essere curato. Il 43,5% -una cifra sorprendente- chiede la pena di morte nell’ordinamento giuridico. E ancora: solo il 13% pensa sia buona cosa tentare un lavoro autonomo imprenditoriale; il 54% e il 29% rispettivamente della piccola -media e grande impresa teme per il proprio lavoro, il 77% di autonomi e partite iva ha guadagnato molto meno rispetto al 2019; solo il 20% scarso pensa che “andrà tutto bene”, per l’ 80% andrà tutto male con varie gradazioni di pessimismo e il futuro fa paura. Non parliamo delle cifre sulla didattica a distanza, un flop assoluto che ha aumentato solo il divario tra gli studenti e non ha fatto imparare un bel nulla.

Poco da commentare: ne esce un quadro desolante d’un Paese vecchio ancor più nell’anima che nel fisico, perché l’ostinazione attaccata alla salute, alla vita e il rinunciare alle libertà nella speranza aleatoria e fallace di non ammalarsi è sintomo di un corpo sociale vecchio e ammuffito. La gioventù è anzitutto ribellione, sfida, temerarietà: l’evoluzione verso un atteggiamento maturo e consapevole deve passare attraverso queste esperienze di vita. Con queste risposte e il loro atteggiamento i giovani italiani sono i nonni di se stessi. Ci stupisce come nessuno degli intervistati, nessuna quota del campione statistico abbia incitato a una cosa rivoluzionaria se non ribelle: fare più figli per colmare i vuoti falcidiati dal coronavirus e colmare l’unico gap che ha davvero importanza, il passaggio di testimoni fra le generazioni, la continuità, in una parola il trionfo della Vita sulla Morte. Abbiamo perso noi, ha vinto il virus. Sars Cov 2 ci ha disumanizzati, resi sudditi, invecchiati e imbolsiti: ha vinto il virus, ha perso la società, ha perso la comunità. In tal quadro desolante spicca solo una luce e come disse Confucio ” è meglio una singola candela nel buio che camminare nelle tenebre”: il 25% della popolazione, incluse badate bene le fasce giovanili, iniziano a provare “stanchezza” per la comunicazione digitale. È da segnarlo e cerchiarlo in rosso: il digitale sta stancando 1 su 4 nei rapporti interpersonali. Continua a leggere

Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

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Non ci resta che emigrare. L’Italia è ormai diventata il luogo della paura. Non più un Belpaese, con i suoi pregi e difetti ma un Paese spaventato e basta dove la maggioranza dei suoi abitanti si dice disposta a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare.

La fotografia, sconsolante, arriva dall’ultimo Rapporto del Censis secondo il quale il 57,8% degli italiani sarebbe disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della salute collettiva. “Meglio sudditi che morti” annota il Censis per descrivere questa fotografia nazionale del 2020. Che tristezza. Già contrapporre libertà e salute è di per sé la fine di una democrazia perché costringe il popolo a far scendere l’asticella delle proprie libertà in nome della sopravvivenza. E basta. Un meccanismo medievale, primitivo, di cui prima o poi la classe dirigente politica e le élite nazionali (giornali e giornalisti compresi) dovranno essere chiamati a rispondere. Come se non bastasse poi l’analisi del Censis dà un ulteriore colpo a questo stare insieme italiano e ci dice che il 38,5% dei nostri connazionali sarebbe pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico.

Fermiamoci un attimo a riflettere su queste considerazioni: che futuro possono avere un Paese ed una democrazia con sentimenti del genere? Secondo noi nessuno. Se la paura diventa la realtà pervasiva di tutto il nostro vivere, beh a quel punto nulla esiste più. E guardando al passato delle libertà conquistate con fatica dagli uomini e dalle donne, nella storia, ebbene non sarebbero mai esistite la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, il Risorgimento e la Resistenza. Stiamo perdendo la sovranità sulle nostre vite con il nostro consenso. E diventando i gendarmi ed i delatori dei nostri vicini. Siamo, insomma, al suicidio collettivo dell’Occidente causa coronavirus.

E sia chiaro da subito, noi non siamo negazionisti: il virus c’è e va combattuto ma non buttando a mare ciò che siamo, la nostra identità, il nostro gusto per la libertà. Il Censis ci offre anche altre considerazioni interessanti: il 77,1% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine (che vanno indossate, ci mancherebbe!) ed il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro. Che aggiungere ancora? Abbiamo costruito in pochi mesi una società che si regge soltanto sulla paura e sulla ricerca delle colpe (degli altri). Tra le tante vittime del coronavirus in questo maledetto 2020 – ahinoi – c’è anche la democrazia.

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Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

Il ritorno allo Stato servile

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La questione sociale della dignità del lavoro è stata sempre materia centrale del magistero della Chiesa nel corso dei secoli, possiamo realmente dire che l’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, seppur, come diremo in seguito, nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna.

Nel corso della formazione della civiltà cristiana si delineano due dimensioni proprie del lavoro: quella inerente alla fatica del lavoro, inteso, pertanto. come forma di espiazione; e quella inerente alla dignità di ogni singola prestazione lavorativa, indipendentemente dalle mansioni svolte.

In quest’ottica ogni lavoro acquista un valore e coopera alla realizzazione del bene comune.

Inoltre, caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

In epoca recente questa particolare attenzione alla questione sociale e del lavoro viene in luce sotto il pontificato di Leone XIII.

Papa immediatamente precedente a San Pio X, venne eletto pontefice nel 1878, in pieno conflitto tra lo Stato Italiano e la Chiesa.

All’epoca, la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone propose il cattolicesimo sociale, volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato, della libertà e della democrazia (concetti che verranno poi ampiamente ripresi dal Beato Giuseppe Toniolo).

Il suo lascito più importante è certamente l’Enciclica Rerum Novarum, con la quale la Chiesa prendeva una posizione chiara e netta sulla questione sociale, costituendo per i cattolici una sorta di “Magna Carta del lavoro”.

Anche Papa Francesco ha mostrato, fin dall’inizio del suo pontificato, di avere molto a cuore le questioni di carattere economico-sociale ed inerenti al diritto al lavoro, specie per i giovani che senza di esso non possono realizzarsi o immaginare di mettere su una famiglia: “La dignità – ricordava il Papa all’udienza generale del primo maggio 2014 – non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!. La dignità ce la dà il lavoro! e un lavoro degno, perchè oggi tanti sistemi sociali, politici ed economici hanno fatto una scelta che significa sfruttare la persona”.

Parole ancora più forti sono sta pronunciate di recente dal Pontefice, in un periodo storico in cui l’economia mondiale è afflitta da una pandemia di cui non si riesce a vedere la fine.

All’udienza generale del 26 agosto scorso, così si esprimeva: “Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua – questa è la malattia – che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità”.

Analoghe considerazioni le possiamo trovare in un saggio – scritto più di cento anni fa –  dello scrittore cattolico Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”.

Nel testo l’autore individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo.

Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc, spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Per capire bene questo passaggio, bisogna fare qualche passo indietro.

Nel libro, infatti, l’autore afferma come con la fine dell’impero romano, a seguito del mutato assetto di interessi, e di un nuovo modello economico permeato dai valori cristiani, venne progressivamente a ridursi la grande proprietà terriera di epoca classica, che faceva leva su una grande manodopera di schiavi ed era organizzata in quelle che erano generalmente conosciute come ville.

Si andavano perciò formando una serie di regole, consuetudini, istituzioni, che avrebbero permesso, nel corso dei secoli, allo schiavo ed ai suoi discendenti di affrancarsi dal proprio padrone: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano progressivamente questo carattere di libertà si faceva più marcato”.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce Stato servile, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello Stato servile, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari della Poor Law dello Stato tudoriano e vittime del suo crescente dispotismo.

I risultati di questo processo, furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista.

Individui sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero.

Per Belloc, la soluzione non può essere nemmeno la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome dell’umanitarismo e della sicurezza sociale.

Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”.

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove.

Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

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Il ritorno allo Stato servile

Scandalo Oms-Italia, hanno coperto i disastri di Conte sul Covid

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Oltre 50mila morti, un disastro, e ora si scopre pure che abbiamo pagato gli applausi dell’Organizzazione mondiale della sanità al governo Conte per la lotta al Covid con un assegnino di dieci milioni di euro, anzi 14. A tanto ammonta il contributo dell’Italia.

Indignazione a mille per i comportamenti istituzionali. Il ministro Roberto Speranza sapeva quel che combinava per suo conto il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra? È vero che spingeva affinché le decisioni più impopolari venissero assunte su input della stessa Oms che poi batteva le manine?

Ranieri Guerra, al centro della trasmissione Report dell’altra sera, minaccia querele. Ma qui non ci interessa valutare se quei giornalisti sono bravi o no, ma se i fatti denunciati rispondono alla realtà.

Ed è drammatico quello che si apprende. Perché abbiamo sborsato milioni di euro ad un’organizzazione indipendente per istituto e che invece si preoccupava di non infastidire il governo italiano. Se è vero quello che si è appreso altro che modello italiano nel mondo. Roba da sotterrarsi, materia da andare a processo ricoperti di vergogna.

Quando l’Oms scopre con i suoi ricercatori che il piano pandemico dell’Italia è fermo al 2006, Ranieri Guerra, timoroso di inimicarsi Speranza, chiede di correggere col 2016 quella data lontanissima. In più, si preoccupa di togliere qualunque critica all’esecutivo di Roma nella gestione della lotta alla pandemia. E minaccia il coordinatore dei ricercatori dell’Oms, Francesco Zambon, che stava presso la sede di Venezia, di far naufragare il cammino parlamentare e finanziario riguardante proprio quei loro uffici. Le mail sono davvero chiare, se sono reali e non manipolate.

Questa mattina il ministro Speranza sarà in Parlamento per illustrare ulteriori misure contro il Covid e davvero sarà il caso di chiarire che cosa è successo. Tanto più che è proprio il suo staff, in replica a Report, a parlare di aggiornamento del piano: allora è vero che era ancora fermo a tempi lontanissimi. E non sarà inutile sforzarsi a raccontare tutta la verità. Perché il rapporto Oms che svergognava l’Italia è rimasto online solo 24 ore a maggio e a questo punto va chiarito se il ministro sapesse qualcosa persino della sua immediata rimozione dalla rete.

La clamorosa vicenda è riesplosa dopo che è stato rivelato il contenuto di alcune email scambiate tra Ranieri Guerra e Zambon. «Uno degli atout di Speranza – scriveva Guerra – è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (si suppone intendesse “foglia”, ndr) di fico per certe decisioni impopolari e criticate».

Il documento dell’Oms denunciava che l’Italia non avrebbe mai aggiornato il suo piano pandemico. Semplicemente dieci anni dopo riconfermava quello elaborato nel 2006. Ma poi si ricorda che Guerra è stato direttore generale per la Prevenzione del ministero della Salute italiano dal 2014 al 2017, quindi il compito di aggiornare il piano, in quegli anni, spettava anche a lui. Ma non è tutto. «Se anche Oms – scriveva Guerra – si mette in veste critica non concordata con la sensibilità politica del ministro (…) non credo che facciamo un buon servizio al Paese». E a che titolo l’Oms si dovrebbe preoccupare di rendere «un buon servizio» ad un Paese ed al suo governo? Forse un’esigenza di tutela tecnico-politica di fronte a decine di migliaia di morti?

Ancora una volta, toccherà alla magistratura – quella di Bergamo – tentare di venire a capo di una vicenda bruttissima. Saranno messe a confronto soprattutto le versioni degli stessi Zambon e Guerra per capire che cosa è successo. Sarebbe davvero grave – ed enormi sarebbero le responsabilità politiche anche sul piano giudiziario – se si scoprisse che qualche manina di potere interno possa aver suggerito il bianchetto con cui cancellare le prove del mancato aggiornamento. Ma facendo i conti senza l’oste: perché le mail esistono e persino con svarioni incredibili. Si parla addirittura di uno stock di farmaci pari a 170mila cicli, da completare «entro il 2006». Eravamo invasi dal virus, ma si truccavano le carte. Anche al ministero della Salute devono raccontare tutto quello che sanno. Lo pretendono i famigliari di 51mila morti ammazzati dal Covid (se non si è mentito anche su questa cifra).

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https://www.iltempo.it/politica/2020/12/02/news/scandalo-oms-italia-disastri-giuseppe-conte-covid-piano-pandemico-ranieri-guerra-email-report-storace-25411435/

L’ideona dell’Europa: vietare la messa di Natale

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In questi anni ci siamo abituati all’assordante silenzio dell’Unione europea quando si parla di cristianesimo, nessuna parola sui cristiani perseguitati nel mondo, sui preti uccisi in Europa, sulle chiese e le immagini sacre distrutte e profanate nelle nostre nazioni.

Un tentativo non solo di negare ma anche di cancellare le radici cristiane secondo il principio che il filosofo conservatore Roger Scruton ha definito “oikophobia”, odio della propria casa. Stupisce perciò sentire l’Ue parlare di religione e di cristianesimo, se non fosse che la Commissione europea ha rotto il suo decennale silenzio per proporre lo “stop alle messe di Natale in presenza” per sostituirle con “eventi online o in tv”.

Una proposta nata ufficialmente per diminuire i rischi di assembramento e di contagio ma che sembra nascondere un tentativo di accelerare il processo di secolarizzazione già in atto da tempo. Il solo fatto di mettere sullo stesso piano una funzione in presenza rispetto a un evento religioso online o in televisione, è significativo dello scarso rispetto verso i fedeli dimostrato dalle istituzioni europee.

Chiunque frequenti una chiesa in questi mesi è a conoscenza del rispetto delle regole di distanziamento e dei rigidi protocolli sanitari, non c’è nessuna ragione per impedire le funzioni religiose. Verrebbe da dire perché i centri commerciali sì e le chiese no? Ma non è nemmeno questo il punto, così come è importante tenere in considerazione le ragioni dell’economia, allo stesso modo occorre avere massimo riguardo per gli aspetti spirituali, soprattutto in questo momento in cui le persone sono già duramente provate da un punto di vista psicologico. Non si può trattare la religione come se fosse un qualsiasi ambito della società.

C’è poi un altro risvolto molto grave nelle parole della commissione europea e riguarda il diritto alla libertà di culto alla base di ogni democrazia. Sospendendo le funzioni religiose, si contraddice la libertà di professare la propria fede.

Privare i fedeli del Natale in questo momento, significa negare una speranza ai bambini, agli anziani, alle persone sole, alle famiglie che si aggrappano alla spiritualità come una speranza per superare non solo le difficoltà ma anche in alcuni casi la perdita dei propri cari. Un conforto che nessun evento online o celebrazione in televisione può sostituire.

Francesco Giubilei, 1º dicembre 2020

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L’ideona dell’Europa: vietare la messa di Natale

Il Papa va in difesa dell’islam. Ma cala il silenzio sui cristiani

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Fanno discutere le parole di Francesco sugli uiguri in Cina. C’è chi reclama più attenzione per i cristiani perseguitati

Papa Francesco è anche il pontefice dei popoli che abitano le “periferie economico-esistenziali”. E tra queste popolazioni possiamo annoverare gli uiguri, minoranza islamica che risiede nello Xinjiang, una regione della Repubblica popolare cinese. Qualche giorno fa, Jorge Mario Bergoglio ha usato questo aggettivo nei confronti dei fedeli islamici che abitano il nord ovest della Cina: “perseguitati”.

Pechino – come ripercorso dall’agenzia Nova – ha risposto attraverso le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. E la replica non può essere inserita nell’elenco dei “buoni uffici” che hanno accompagnato in questi anni le due realtà geopolitiche protagoniste di questa vicenda.

Le parole del Santo Padre sono state considerate infondate: le autorità cinesi hanno voluto sottolineare con l’ufficialità del caso la loro contrarietà. La questione è complessa, se non altro perché tutto questo avviene mentre Santa Sede e Cina si apprestano a firmare, a meno d’improvvisi ripensamenti, il rinnovo dello storico accordo per la nomina dei vescovi (e per il riconoscimento della legittimità spirituale del vescovo di Roma nella nazione asiatica). Come spiegato da Emanuel Pietrobon, non siamo comunque dinanzi ad una crisi diplomatica tra Vaticano e Repubblica popolare. Francesco è il pontefice che ha speso parole al miele per Pechino, ammettendo di sognare un viaggio nella capitale della nazione governata da Xi Jinping. Una visita apostolica che costituirebbe un unicum. Bergoglio, soprattutto per via della pandemia e delle sue conseguenze, non ha per ora potuto esaudire il progetto, che non è tuttavia stato riposto.

Quel patto – l’accordo tra Cina e Vaticano – è il fiore all’occhiello della strategia del multilateralismo diplomatico. Papa Francesco e il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin hanno difeso l’accordo con la Cina dalle critiche biennali dei tradizionalisti: il Vaticano è convinto che il patto serva a tutelare i milioni di cattolici cinesi; la destra ecclesiastica avrebbe preferito evitare la creazione di qualunque sinergia, e legge la novità come una mossa geopolitica poco ragionata. La presa di posizione di Papa Francesco sugli uiguri, a ben vedere, rientra nella tipiche scelte pastorali di questo regno: nel 2017, il vescovo di Roma si schierò in difesa dei Rohingya, un’altra minoranza di fede islamica che abita nel Myanmar.

I “popoli” cui guarda Papa Francesco

Stando alla interpretazione data dal vaticanista Sandro Magister, Jorge Mario Bergoglio non cita popoli a caso, ma li sceglie: “Il papa li identifica con la moltitudine dei reietti da cui il papa vede prorompere ‘quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino del pianeta’”. Bergoglio andrebbe in cerca dunque di un “popolo mitico”, che sarebbe composto da tante singole esperienze identitarie e che per il Santo Padre è vittima di quella che chiama “economia dello scarto”. Un atteggiamento – questo dello “scarto” – che oltrepasserebbe l’economia, per tangere macro-problemi bioetici quali l’aborto. Un’altra interpretazione che i conservatori criticano, perché alimenterebbe la “confusione” tra i cattolici, confondendo appunto il piano del pratico, ossia quello economico, con quello dei valori non negoziabili.

Insomma il Papa – annotano dal fronte dei critici – , sulla scia di queste sue “preferenze”, si dimenticherebbe dell’Occidente ormai secolarizzato, ma non delle minoranze religiose e non, come quella degli uiguri. Qual è l’argomentazione che viene sollevata dagli “anti-bergogliani”? In genere, i critici affermano che il Papa si interessa poco di cristiani perseguitati: il vescovo di Roma si concentrerebbe di più su queste popolazioni, per quanto appartengono a confessioni religiose diverse rispetto a quella cristiano-cattolica. Il problema sarebbe tutto interno alle priorità della pastorale. In realtà, il primo pontefice sudamericano della storia ha in più circostanze citato nei suoi discorsi il dramma dei cristiani perseguitati ma, pure in questo caso, gli oppositori vorrebbero più chiarezza comunicativa, oltre che una crescente attenzione sul “prossimo”, che per i conservatori è in primis il “cristiano” e poi tutto il resto.

Quanti sono i cristiani perseguitati nel mondo

Presentare un computo preciso dei cristiani perseguitati nel mondo non è un’operazione semplice. Ogni anno, alcuni report, si occupano di fotografare la situazione mondiale. Alcune delle nazioni in cui avvengono le persecuzioni, del resto, non sono giornalisticamente accessibili con facilità. E allora bisogna affidarsi al lavoro delle associazioni, degli enti o delle realtà che si occupano nello specifico di come chi professa la fede cristiana venga trattato sul globo terrestre. Silvio Dalla Valle, interpellato da IlGiornale.it, fa parte dell’associazione Luci sull’Est, che ha costruito un vero e proprio “Osservatorio sulla cristianofobia“. ” É difficile – esordisce Dalla Valle – essere certi del numero di cristiani perseguitati nel mondo”. Sì, perché anzitutto bisogna operare attraverso qualche distinguo: ” Secondo l’autorevole rapporto di Open Doors, l’agenzia americana di aiuto ai cristiani perseguitati, nel mondo sarebbero oltre 260 milioni i cristiani perseguitati. Bisogna comunque distinguere tra i diversi tipi di persecuzione. Quella cruenta – secondo Open Doors nel 2019 sono stati uccisi per la fede 2.983 cristiani – e quella incruenta”. La persecuzione dei cristiani va dunque ripartita per tipologia, ma i numeri raccontano in ogni caso un dramma.

Le ultime evidenze pubblicate da Aiuto alla Chiesa che Soffre sono molto più che preoccupanti. Stando a quei dati, i cristiani non sono mai stati perseguitati come in questo periodo storico. Si pensi alle giovani donne costrette al matrimonio dopo un processo altrettanto forzato di conversione: quante sono? Difficile esibire numeri precisi. Sappiamo che il fenomento esiste, come in Pakistan, dove la questione delle “spose bambine” però è emerso. Esistono nazioni in cui hanno attecchito tragedie sommerse? In Pakistan a volte si arriva a processo, ma la sensazione è che il dramma dei cristiani perseguitati sia più esteso di come appare: “Quest’ultima – ci dice Dalla Valle, riferendosi alla persecuzione “incruenta” – colpisce, secondo la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, oltre 300 milioni di cristiani che vivono in terra di persecuzione. Questi cristiani patiscono l’umiliazione, le vessazioni, in tanti casi sono ingiustamente accusati del cosiddetto crimine di blasfemia e messi in prigione. Tante volte hanno le loro case distrutte e costretti a andare via dai loro villaggi. Più grave ancora sono le ragazze rapite e fatte sparire, tante di loro obbligate a “convertirsi” e sposare il loro aguzzino”. Le statistiche non hanno la capacità di essere esaustive.

Chi sono gli uiguri

Il popolo cui Bergoglio si è riferito da ultimo con la qualifica di “perseguitati” non è uno dei tanti: è particolare. C’è, nella mossa del Papa, una componente storica, cioè un vero e proprio strappo con quello che ci si sarebbe aspettati in virtù delle rinnovate relazioni tra Santa Sede e Cina. E il gesuita è di certo un vescovo capace di stupire, come ha dimostrato più volte durante questi sette anni e mezzo di permanenza sul soglio di Pietro. Nessun pontefice prima dell’argentino aveva portato alla ribalta la vicenda degli uiguri del nord ovest cinese. Bergoglio in passato si è detto preoccupato per la situazione di Hong Kong, ma per i tradizionalisti, gli avvertimenti del successore di Pietro su quello che accade da quelle parti del mondo non sono mai sufficienti. La domanda diviene allora retorica, oltre che spontanea: perché gli uiguri sì e la repressione cristiana ad opera dei cinesi – quella che viene ventilata per esempio dal cardinale conservatore ed ex arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen – no?

Padre Abbè Guy Pagès, sacerdote francese esperto d’islam, e oggi impegnato nel fronte dei cattolici che chiedono a gran voce la libertà di culto all’interno del quadro delle restrizioni imposte Oltralpe per via della diffusione del Sars-Cov2, ci ha aiutato a focalizzare l’annoso problema degli uiguri, spiegando: “Per lo più – ha dichiarato, tenendo conto del punto di vista del consacrato, che è ritenuto un conservatore – musulmani sunniti, gli uiguri sono un popolo di lingua turca di 25 milioni di persone, di cui la metà vive in Cina. Il loro progetto separatista è oggi sostenuto dal Partito islamico del Turkestan (PIT), classificato come ‘organizzazione terroristica’ dall’Onu nel 2003, che mira a creare uno Stato islamico, che non impedisce ai suoi jihadisti di combattere a migliaia in Siria, con l’aiuto di kamikaze e bambini soldato. La Cina li sta rieducando per prevenire i loro numerosi attacchi”. Quindi la Cina starebbe in realtà prevenendo. E questa sensibilità del pontefice, ancora una volta, potrebbe essere interpretata come una mano allungata nei confronti della religione islamica, nello spefico verso l’emisfero sunnita.

La scelta di Francesco

Come mai allora Francesco ha optato per una scelta così inusuale rispetto al contesto diplomatico avviato con il colosso cinese? Il segretario di Stato degli Stati Unti Mike Pompeo si è affrettatto nel dirsi “grato” al Santo Padre per la sua presa di posizione sugli uiguri.

Pompeo è fortemente contrario all’accordo tra Cina e Vaticano. Quando si è recato in Italia l’ultima volta, il membro dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che dopo i risultati delle presidenziali è ormai uscente, ha persino chiesto alla Santa Sede di non rinnovare quel patto per mantenere l’ “autorità morale” che il Vaticano può vantare sul consesso globale. Tutto suggerisce come questo strappo sugli uiguri non sia destinato ad inficiare sui buoni uffici che intercorrono tra i sacri palazzi e Pechino, ma certo la strategia di Francesco sulla minoranza islamica ha fatto discutere anche coloro che si occupano di cristiani perseguitati.

Come Silvio Dalla Valle, che sul punto ci ha detto quanto segue: “Non sono in grado di rispondere al perché Papa Francesco ha ricordato la minoranza islamica perseguitata in Cina e si mostra poco attento, al meno in apparenza, alla persecuzione dei cristiani nel mondo. Questo atteggiamento di Papa Francesco è comunque sconcertante e sorprendente, speriamo ci venga fornita una spiegazione”.

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https://www.ilgiornale.it/news/cronache/papa-ricorda-minoranza-islamica-non-i-cristiani-perseguitati-1905539.html

Delirio giallorosso: c’è la crisi e mettono la patrimoniale

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Che la patrimoniale fosse un’ossessione della sinistra era noto. E che il Recovery fund fosse la scusa perfetta per inventarsela, l’aveva capito chiunque non avesse i prosciutti eurolirici sugli occhi

Così, siccome “ce lo chiede l’Europa”, in Aula è stato approvato un emendamento di Leu e Pd alla legge di bilancio. Che con la scusa di eliminare le patrimoniali nascoste, ne mette una palese: un prelievo progressivo, che parte dallo 0,2%, su tutte le “ricchezze” da 500mila euro in su. E, udite udite, nel calcolo del patrimonio entreranno pure i beni immobili. Insomma, la tassa non colpirà solo i paperoni (ai quali farà un baffo), ma anzitutto chiunque abbia un reddito da lavoro e un’abitazione appena più confortevole di una cantina. Forse non sarà l’80% degli italiani, come dice Giorgio Mulè di Forza Italia, ma poco ci manca.

In più, con l’eliminazione dell’Imu sulla seconda casa, si determinerà un buco nelle casse dei Comuni. Che, come le Regioni, sono i nuovi nemici dei nostri commissari sovietici. Il rimedio? Un “fondo dì solidarietà”: un classico esempio delle bizantine complicazioni per cui vanno matti gli accentratori veterocomunisti al governo.

È questa la ricetta della sinistra per farci uscire dalla crisi: salassare la classe media, già massacrata, in tempi normali, dagli effetti della globalizzazione e della cinesizzazione del mercato del lavoro; e punire la piccola impresa con restrizioni antiscientifiche, perché esercenti e professionisti sono potenziali evasori fiscali e pure sospetti di simpatie fasciste. Così, chi non muore di Covid, grazie alle glorie del “modello italiano”, finirà per morire di fame.

Alessandro Rico, 29 novembre 2020

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Delirio giallorosso: c’è la crisi e mettono la patrimoniale

Politiche agricole, l’Ue si affida a un “esperto”: Greta Thunberg

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Roma, 27 gen – L’Ue pullula di esperti in economia, think tank e sapienti banchieri. Cerca però disperatamente esperti in politiche agricole. E’ un settore chiave per lo sviluppo degli Stati membri. Dunque servono idee, lunga formazione, capacità analitica e preparazione specifica. Ecco allora che la Commissione europea ha pensato bene di coinvolgere un illustre professore, per dare finalmente una svolta alla riforma della Pac, la politica agricola comune: Greta Thunberg.

Professoressa Greta

Non è uno scherzo. La giovanissima ambientalista svedese è stata davvero interpellata da Frans Timmermansvicepresidente esecutivo della Commissione Europea, per assicurarsi che il programma di sovvenzioni agricole dell’Ue sia efficace. E non ostacoli al contempo i piani pensati ad hoc per ridurre le emissioni di carbonio. Parliamo di un programma che vale 48 miliardi di euro all’anno e che Timmermans punta ad attuare al meglio. D’altronde è pure responsabile del Green Deal, evocativa parafrasi del più celebre New Deal di Roosevelt. L’obiettivo è quello di introdurre, entro il 2050, nuove leggi. Sull’economia circolare, sulla ristrutturazione degli edifici, sulla biodiversità e appunto sull’agricoltura. Nulla può essere lasciato al caso, pena il fallimento di una svolta tanto attesa dalle alte sfere di Bruxelles.

Di qui la geniale trovata: telefonare a Greta per chiederle il da farsi. “Ci siamo trovati d’accordo sull’importanza cruciale della Pac per il Green Deal europeo. Nei negoziati la Commissione lavorerà per una politica agricola in linea con le nostre strategie sulla biodiversità e Farm To Fork per contribuire a realizzare il nostro obiettivo di neutralità climatica”, ha scritto su Twitter l’europarlamentare olandese. Perbacco, questa sì che è una bella notizia. L’endorsement di Greta alla riforma della politica agricola europea è proprio quello che ci voleva. Poco importa se associazioni di categoria e studiosi non abbiano avuto il privilegio della stessa considerazione Ue, volete mettere il giudizio di Greta.

Lo schiaffo di Greta

Peccato che a differenza di quanto affermato da Tiemmermans, non pare proprio che Greta sia così disponibile a dare il suo prestigioso via libera alla Pac. L’ambientalista svedese ha anzi dichiarato che quanto sta accadendo con la Pac è “simbolico dell’ipocrisia della politica, che vota per target lontani nel tempo ma quando si tratta di fare qualcosa nell’immediato non lo fa”. Greta ha pure stroncato il Green Deal: “Smettiamola di dire che è ambizioso, perché non lo è”. Ecco, non solo l’Ue si è incredibilmente rivolta a una ragazzina svedese per l’attuazione di un piano da decine di milioni di euro, ma da lei ha rimediato pure uno schiaffo. Il prossimo passo di Bruxelles è appellarsi ad Heidi.

Eugenio Palazzini

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