IL GRANDE DANTE ALIGHIERI E LA MALAFEDE DI CHI LO VORREBBE CENSURARE

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di Matteo Castagna

Fanno riflettere le proposte di vietare lo studio di Dante nelle scuole, con il pretesto che il pensiero dantesco sarebbe omofobo, antisemita e persino islamofobo. È evidente che l’avversione per le opere dantesche celi qualcos’altro. Forse le parole di Dante danno fastidio perché scuotono ancora le coscienze, perché sollevano il velo dell’ipocrisia e dell’ignoranza, e perché si scagliano contro i falsi messaggi che attirano gli uomini con l’ingannevole prospettiva di farli essere pienamente liberi, ma dietro ai quali è in realtà occultato l’obiettivo di instillare nella società modelli di vita egoici e talora contrari alla natura umana.

Di fronte ai discorsi fatti da coloro che vorrebbero eliminare lo studio di Dante dai programmi scolastici (e questo vale in generale anche per tutte le valide espressioni della cultura) non è possibile reagire dicendo “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, perché quelle istanze ‒ che hanno il sapore di un moderno tentativo di censura ‒ vanno respinte con forza e al contempo devono sollecitare una profonda riflessione sull’omologazione di pensiero che da più parti si vorrebbe imporre. Gli attacchi alla cultura e soprattutto alle opere di alto valore morale, come insegna la storia, celano sempre obiettivi contrari alla legge divina e, per conseguenza, alla dignità umana. E, dunque, quale miglior conclusione lasciare a Dante, nel VII centenario dalla morte, come monito alla nostra gente: Avete il novo e l’l vecchio Testamento e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte… (V canto del Paradiso (74-81) )

Daniela Bianchini, del Centro Studi Livatino, analizza in maniera estremamente semplice e chiara la figura di Dante Alighieri, quale militante politico cattolico:

Egli puntò il dito con coraggio contro i mali della società, contro la degenerazione dei costumi e di una politica non orientata al bene comune, bensì al perseguimento di interessi personali. Attingendo alla morale naturale prima ancora che a quella cristiana, egli ebbe il merito di denunciare la corruzione dilagante, mostrandone le conseguenze infauste, in una visione comunitaria – di evidente ispirazione cristiana ‒ per cui la salvezza non può essere raggiunta attraverso un percorso solitario di redenzione, necessitando piuttosto dell’ impegno di tutti, nella consapevolezza della comune appartenenza a Dio, quali figli.

Nelle opere dantesche vi è l’esortazione a uscire dall’angusta prigione dell’egoismo per riscoprire la pienezza di una vita vissuta in pace e in armonia col prossimo, nell’interiorizzazione di quella che per i cristiani prende il nome di carità e che, per usare una categoria “laica”, è oggi più comunemente conosciuta come solidarietà. Dalle opere dell’Alighieri si coglie un aspetto rilevante della laicità: il suo stretto rapporto con l’impegno politico, a cui tutti i cristiani sono da Dio chiamati. Esso discende dall’essenza stessa del concetto di laicità, e nel corso dei secoli si è caricato di molti significati ed accezioni, non sempre correttamente riconducibili alle sue radici storiche. Nella visione dell’Alighieri, questo concetto viene sviluppato a partire dall’originario significato del termine, partendo dall’evangelico dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, ossia, da una parte, dalla necessaria distinzione fra la sfera temporale e quella spirituale e, dall’altra ‒ conseguentemente ‒ dalla limitazione dell’agire umano che, in quanto legato all’ambito temporale, non può superare certi confini. Esistono principi intoccabili del diritto naturale e divino che non possono essere oggetto di voto senza correre il rischio di sovvertire l’identità del popolo, che, in sè, è un atto inaccettabile. 

In Dante si trova la giusta consapevolezza che ogni uomo è peccatore e come tale è limitato e imperfetto: su queste basi si sviluppa il suo pensiero sul rapporto fra il potere temporale ed il potere spirituale, e sull’ importanza di non mostrarsi passivi – con un evidente richiamo al monito presente negli Atti degli Apostoli ‒ innanzi ai mali della società, come dimostra anche la condanna degli ignavi, di cui al canto III dell’Inferno (vv. 22-69).

L’Alighieri all’età di trent’anni iniziò la sua attività politica, caratterizzata dalla convinta difesa dell’autonomia comunale contro ogni tipo di ingerenza esterna. Egli ricoprì incarichi importanti, fu membro del Consiglio Speciale del Popolo, del Consiglio dei Savi per l’ elezione dei Priori e del Consiglio dei Cento (il più importante organo amministrativo del Comune), fino ad essere eletto Priore, la massima carica di governo della città. Tuttavia i suoi avversari politici, i Neri, per riprendere il potere in città lo accusarono ingiustamente di baratteria (per usare categorie attuali, di corruzione, truffa e peculato), e per questo egli subì due processi e fu condannato in contumacia.

Dante ha mostrato gli effetti disastrosi cui conduce una politica non incentrata sulla giustizia, destinata a decadere in demagogia. La mente corre a quella «nave sanza nocchiere in gran tempesta» del canto VI del Purgatorio (v. 76), che fa tuttora riflettere, dopo sette secoli, sui pericoli cui va incontro una società priva di una guida capace di governare nel rispetto di Dio, della libertà e dell’equità sociale. Egoismo, avidità, idolatria del potere e della ricchezza, sovvertimento dell’ordine naturale: sono questi i mali che finiscono con l’affliggere una società smarrita.

Laicità e partecipazione politica sono temi strettamente legati, come si ricava dall’episodio del tributo, dalla Lettera ai Romani o dalla Prima Lettera di Pietro, e interessanti spunti si ritrovano nella Divina Commedia.

Si pensi al canto III dell’Inferno, noto per il riferimento a colui che fece per viltade il gran rifiuto, espressione su cui molto è stato scritto, ma che in questa sede cede il passo agli altri protagonisti del canto: le anime degli ignavi, costrette, nell’applicazione di un rigoroso contrappasso, a inseguire un’insegna bianca priva di significato. Per queste anime, di cui nel mondo non è rimasto ricordo, Dante mostra un atteggiamento che va oltre il rimprovero e il disappunto morale, tanto che li colloca nell’Antinferno, non senza offrire al lettore un’esplicita motivazione. Gli ignavi, infatti, essendo vissuti sanza ‘nfamia e sanza lodo, insensibili a ogni forma di interesse politico o religioso, sono stati addirittura respinti dall’inferno, per timore che potessero diventare motivo di vanto e di compiacimento per gli altri dannati, così che, nel luogo loro assegnato dopo la morte, ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte (Inf.,III,v.48). Vien da chiedersi, oggi, quanti si siano definiti e definiscano “moderati” proprio perché, in realtà, ignavi?

Severo è dunque il giudizio dell’Alighieri per coloro che in vita si sono sottratti agli impegni e alle responsabilità naturalmente legate all’esistenza umana e al vivere sociale, disprezzando il grande dono del libero arbitrio fatto da Dio all’uomo quale più alta testimonianza del suo amore e della sua fedeltà.

Dante vede in una vita priva di slanci e di partecipazione, in una vita passiva incentrata sulla mera coltivazione dei propri interessi e del proprio comodo, il rifiuto e il disprezzo non solo di quel prezioso dono – fonte di tutte le libertà ‒ ma anche della stessa natura umana:fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”, dirà poi Dante per bocca di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno (vv. 119-120); a insistere sul fatto che l’uomo, dotato da Dio di libertà e di ragione, è tenuto a vivere pienamente e a mettere a frutto quanto ricevuto.

Come Dante ha più volte ribadito, non bisogna abituarsi alla corruzione, alle ingiustizie, ai soprusi come se fossero accessori naturali del vivere sociale: l’uomo ha il diritto di essere felice e per fare questo deve combattere contro la cupidigia, ossia contro tutti quei vizi e quei mali che affliggono la società ed ostacolano il cammino verso la felicità terrena e, cosa più importante, verso la beatitudine celeste. Una società fondata sull’egoismo e sull’individualismo non può portare buoni frutti, non può garantire un sano sviluppo di tutti e di ciascuno, ma può soltanto contribuire ad accrescere separazione ed indifferenza, ossia i germi dell’odio e dei conflitti.

Dante ha avuto il coraggio di dire a voce alta che esistono dei confini invalicabili che l’uomo non deve superare e che ogni sua azione determina una conseguenza, nel bene o nel male.

La sua attualità è legata soprattutto alla trasmissione dell’universale messaggio di fede, onestà e di giustizia che zampilla dalle sue opere e in particolare dalla Divina Commedia. In un mondo, quale quello attuale, con particolare riferimento al panorama europeo, dove vi è la tendenza sempre più forte alla superficialità, al consumismo, all’individualismo, dove le quotidiane relazioni umane sono sempre più spesso sostituite dalle relazioni “virtuali” – a testimonianza, non di rado, dell’incapacità di entrare veramente in relazione con l’altro ‒ è importante, soprattutto per i più giovani, tornare a leggere pagine cariche di valori, di umanità, di esortazione a non perdersi dietro false felicità e di non rinchiudersi nella gabbia dell’egoismo, ma di coltivare il rispetto per l’altro, nel perseguimento della pace e della giustizia nella verità, per essere sempre inclusivi in essa, ma divisivi nei confronti degli errori e dei peccati. 

 

Rimosso Maometto dalla Divina Commedia, Dante censurato

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di Adele Sirocchi – Via Maometto dalla Commedia di Dante. Nella traduzione in fiammingo dell’opera, a cura di Lies Lavrijsen, il personaggio viene rimosso per per non essere “inutilmenti offensivi”, ha detto l’editore Blossom Books. Ne dà notizia il quotidiano belga di lingua olandese De Standaard. E il caso viene ripreso dal giornalista Giulio Meotti nella sua newsletter. Il traduttore di Anversa Lies Lavrijsen ha rimosso le parole su Maometto. “In Dante, Maometto subisce un destino crudo e umiliante, solo perché è il precursore dell’Islam”, dice l’editore Myrthe Spiteri.

Come Dante raffigura Maometto – I versi che Dante dedica a Maometto tendono a ridicolizzare il Profeta. E naturalmente vanno contestualizzati. Il che è certo meglio di una censura. Dante lo paragona a una botte sfondata, quel dannato gli appare aperto e spaccato dal mento fino all’ano, “da dove si scoreggia”. Gli si vedevano le interiora e anche il “sacco che trasforma quel che si mangia in feci”. I due si parlano e Maometto dice a Dante: “Osserva come è malmesso Maometto, tutto storpiato! Davanti a me se ne va in lacrime mio genero Alì, con il volto squarciato dal mento alla fronte”.(Ovviamente citiamo i versi in parafrasi). Maometto si trova nella nona bolgia, dove sono puniti i seminatori di discordie.

L’accusa a Dante islamofobo – Le accuse di islamofobia a Dante non sono una novità. Già anni fa c’erano state associazioni, come Gherush92, organizzazione di ricercatori consulente dell’Onu, che aveva proposto di non farlo studiare nelle scuole proprio per il modo irrispettoso in cui trattava il fondatore dell’Islam.

Maometto e il Duomo di Bologna

Dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo nel gennaio del 2015 ripresero vigore anche le polemiche relative al Duomo di Bologna dove Maometto è raffigurato tra le fiamme, percosso da demoni feroci. Anche quello un affresco politicamente scorretto. Che entra afar parte anche della letteratura. In un romanzo di Valerio Varesi il protagonista, il commissario Soneri, segue le tracce di un maghrebino che a Parma va in biblioteca a studiare libri su Giovanni da Modena. E cioè il pittore responsabile dell’affresco di San Petronio dove Maometto sta all’inferno. Sempre in quell’anno tra gli obiettivi sensibili e da tutelare per salvaguardarli dal fanatismo islamista rientravano sia la tomba di Dante a Ravenna sia il Duomo di Bologna.

Erano già allora segnali di un confronto tra civiltà occidentale e Islam foriero di tempesta. Ora la censura all’opera di Dante, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo sembra risolvere quel confronto a tutto sfavore di Dante e proprio nell’anno che ne celebra la grandezza.

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Rimosso Maometto dalla Divina Commedia, Dante censurato

Femminismo ed ex collaboratrici: tra Boldrini e Lucarelli è scontro totale

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Roma, 24 mar – Era molto facile prevedere che lo scandalo sulle ex collaboratrici di Laura Boldrini non sarebbe finito tanto presto. L’accusa, del resto, è pesante: l’ex presidente della Camera – che ha fatto del femminismo una bandiera – avrebbe maltrattato e malpagato alcune sue assistenti, come la sua ex colf moldava e la sua ex portaborse. Insomma, l’inchiesta di Selvaggia Lucarelli rischia seriamente di affossare la credibilità della Boldrini. Che, infatti, già ieri pomeriggio aveva annunciato all’Adnkronos che avrebbe presto replicato. Detto fatto: oggi, sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano, sono state pubblicate sia una lettera della Boldrini sia la risposta della Lucarelli.

Donna Laura alla sbarra

L’ex presidente della Camera tenta quindi di chiarire la situazione della sua ex colf di origini moldave: «Stiamo trovando un accordo per formalizzare la chiusura del rapporto di lavoro, purtroppo con un ritardo da me non voluto ma causato da una difficoltà oggettiva a contattare la persona del Caf referente della vicenda», si schermisce la Boldrini prendendosela con le lentezze della burocrazia. Il punto, spiega, «è che ci sono delle discrepanze da verificare sui saldi finali del Tfr da me già versato per ogni anno di lavoro. Dunque è in corso una verifica, che sta terminando, da parte della mia commercialista e del Caf».

La Lucarelli replica alla Boldrini

Le argomentazioni della Boldrini, però, non sembrano convincere la Lucarelli, che infatti replica iniziando da Lilia, la collaboratrice domestica moldava: «Il rapporto di lavoro con la colf è terminato 10 mesi fa. Risulta dunque poco realistico che in tutto questo tempo non sia stato possibile contattare il commercialista del Caf e che la ex collaboratrice domestica si sia dovuta rivolgere a un avvocato, sebbene la si stesse cercando da quasi un anno». Non molto diverso il discorso sulla portaborse Roberta: «È vero che gli accordi economici iniziali con lei erano quelli, ma è anche vero che la pandemia, la malattia del figlio e, semplicemente, un po’ di empatia per una condizione di difficoltà economica di una lavoratrice madre di tre figli avrebbero potuto comportare un adeguamento almeno per il rimborso delle spese», contesta la Lucarelli alla Boldrini. E poi, fa notare la giornalista del Fatto, «se è vero che gli accordi sullo stipendio erano quelli, forse non era altrettanto chiaro fin dall’inizio che tra le mansioni richieste a una collaboratrice parlamentare potessero esservi anche la prenotazione di parrucchieri e il ritiro abiti in lavanderia». A questo punto, non è escluso che Donna Laura torni a farsi sentire. D’altra parte, è in gioco «solo» la sua reputazione.

Elena Sempione

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/femminismo-ex-collaboratrici-boldrini-lucarelli-scontro-totale-186833/

Covid, l’Italia ha nascosto tutto. Der Spiegel all’attacco: Conte rischia il processo del secolo

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“Prima è arrivato il virus, poi l’occultamento”. Ci va giù duro il tedesco Der Spiegel che dedica alla gestione dell’Italia della pandemia un lungo report che passa in rassegna omissionierrori e forse di più da parte del governo.

“Le accuse sono gravi: l’Italia ha reagito troppo tardi e in modo errato alla pandemia – si legge nell’articolo firmato da Jan Petter e Alessandro Puglia –  Il Paese è stato travolto, anche perché i piani di crisi erano obsoleti e inadeguati. Gli errori sono stati tenuti segreti. Era per questo che le persone dovevano morire? Genitori, nonni, coniugi?”, è la domanda retorica che risuona nell’articolo del settimanale tedesco lanciato online.

In Italia alcune procure, tra cui quella di Bergamo, indagano o hanno indagato sull’operato del governo, a partire dalla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro. “L’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo ministro della Salute sono già stati interrogati, e da mesi stanno venendo alla luce nuove omissioni. Non si tratta più solo di singoli casi tragici, ma di fallimenti fondamentali e di insabbiamenti. L’ufficio del pubblico ministero deciderà a breve se e contro chi sporgere denuncia. Potrebbe essere un processo del secolo“, si legge su Der Spiegel.

Sul tavolo anche il clamoroso caso del piano pandemico italiano.  “Non era stato aggiornato dal 2006, anche se il governo italiano si è impegnato e ha riferito all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) solo poche settimane prima dello scoppio della pandemia corona che era ben preparato per un’emergenza – ricorda il settimanale – Già nel maggio 2020, tuttavia, l’OMS ha affermato: ‘Senza essere preparati a una tale marea di pazienti malati, la prima reazione degli ospedali è stata improvvisata, caotica e creativa‘”. Qualcuno dovrà risponderne.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2021/03/22/news/covid-giuseppe-conte-der-spiegel-accuse-errori-occultamento-virus-italia-processo-morti-inchiesta-procura-bergamo-roma-26625811/#.YFhxv5TE-lk.twitter

Carola Rackete vuole salvare Mediterranea dai giudici, Matteo Salvini picchia duro: “Troppi lati oscuri”

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Altro scontro, seppure da lontano, tra Carola Rackete e Matteo Salvini. La paladina dei migranti non si è smentita e ha deciso di scendere in campo per difendere Luca Casarini e Mediterranea Saving Humans dall’accusa dei giudici. Pochi giorni fa le toghe hanno puntato il dito contro la nave Mare Jonio operante per l’ong che – a loro dire – avrebbe ricevuto un’ingente somma di denaro per trasbordare migranti dalla motonave Maersk Etienne. Cruciale, dunque, il ruolo di Casarini. Eppure per la Rackete l’organizzazione e l’attivista vanno aiutati. Immediata la replica del leader della Lega: “Ecco, ci mancava – scrive su Facebook l’ex ministro da sempre a favore dei porti chiusi -. Ong indagate con l’accusa di aver ricevuto denaro per il trasbordo di immigrati, l’irriducibile signora Carola adesso lancia un ‘appello internazionale’, insieme a ‘giornalisti e intellettuali’, contro l’Italia e le sue ‘massicce operazioni di Polizia’… “. “Stia tranquilla: all’Italia – continua Salvini – penseranno gli italiani, che chiedono trasparenza e verità sui troppi lati oscuri legati al traffico di esseri umani e al business dell’immigrazione clandestina”.

Carola Rackete, ma anche Pia Klemp, la capitana della nave umanitaria finanziata dall’artista Banksy, hanno sottoscritto stamattina l’appello sul blog britannico di studi giuridici “Critical Legal Thinking”. Al centro dell’appello, sul quale spuntano nomi di noti attiviste e attiviste, “l’indignata reazione all’attacco politico-giudiziario che la prima piattaforma della società civile italiana per il soccorso in mare sta subendo, a partire dalla massiccia operazione di polizia scattata all’alba dello scorso primo marzo, denunciato come caso emblematico della criminalizzazione in atto delle attività di salvataggio e, più in generale, della solidarietà, in mare come in terra”.

Di più perché il gruppo definisce le accuse dei giudici una “minaccia di pesanti pene detentive (fino a trent’anni di carcere)”. Il motivo? Quello che le toghe etichettano come “favoreggiamento pluriaggravato dell’immigrazione clandestina” altro non sarebbe per loro se non “salvare vite umane, a partire dal caso Maersk Etienne e dall’incondizionato appoggio a Mediterranea e alle altre ONG sotto attacco”.

DA

https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/26574821/carola-rackete-matteo-salvini-mediterranea-giudici-lati-oscuri.html

‘Ndrangheta, Gratteri: “Ho paura, ma non ha senso vivere da vigliacchi. Prego? Sì, per gli altri”

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Un magistrato “scomodo”. Abituato  a dire sempre come la pensa, scansando le ipocrisie e il politicamente corretto. Pur avendo ricevuto tante proposte è sempre rimasto nella sua terra. Vive a Gerace. «Sono rimasto in Calabria perché ho sempre pensato e sognato, con il sostegno di tutte le persone perbene, di poter cambiare il destino di questa terra. Nel mio piccolo ho sempre sognato di poter contribuire a fare il possibile  perché un giorno si possa finalmente dire che la priorità in Calabria non è la ‘ndrangheta che toglie la libertà, controlla il battito cardiaco  e soffoca la regione».
Nicola Gratteri, procuratore distrettuale di Catanzaro, è una icona della lotta alla mafia in Italia (e non solo). In una intervista alla Gazzetta parla del suo rapporto con la morte e con la paura e racconta del suo particolare legame con la fede e la religione. Svela poi l’importanza di vivere una vita molto sacrificata sapendo, però, di lottare in difesa dei dritti di persone costrette a subire la tracotanza delle organizzazioni mafiose. Gratteri racconta della pericolosità della massoneria deviata capace di condizionare le scelte politiche, d’influenzare quelle economiche e d’interferire persino in certe vicende giudiziarie.

Il capo della magistratura inquirente di Catanzaro è stato oggetto in questi anni  di molti progetti di attentato. E vive sotto scorta sin da quando era pm alla procura di Locri. Oggi gira su jeep blindate, spesso da solo in macchina perché non vuole esporre gli agenti di scorta a ulteriori rischi. La sua è una vita molto sacrificata, interrotta solo da interventi in convegni pubblici o nelle scuole per parlare agli studenti. Ma qual è il suo rapporto con la paura e con la morte? «La paura va addomesticata. Bisogna allenarsi a non lasciarsi andare. Bisogna ragionare con la morte, capire se quello che stiamo facendo vale la pena di farlo. Non ha senso vivere da vigliacchi, io sono perfettamente cosciente del rischio e della sovraesposizione soprattutto in certi momenti, specialmente come quello di ora. Epperò io non riuscirei a vivere in un altro posto sapendo che sono andato via per codardia. La paura ce l’hai quando noti un movimento strano, una macchina che non dovrebbe trovarsi lì… Ecco ci sono momenti in cui sento forte il timore e la lingua, per reazione, mi diventa amara. Ma non mollo, penso a tutto quello che bisogna fare e vado avanti». Il procuratore Gratteri parla pure dell’ultimo libro di Luca Palamara – “Il Sistema”  – sostenendo che l’ex presidente dell’Anm, ora espulso dalla magistratura, non abbia fatto tutto da solo e che sappia molte più cose di quelle che ha raccontato.

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https://calabria.gazzettadelsud.it/video/cronaca/2021/03/16/ndrangheta-il-procuratore-gratteri-si-racconta-ho-paura-ma-non-ha-senso-vivere-da-vigliacchi-prego-si-per-gli-altri-1c5c0286-2410-43d9-b045-1457b5f1eb43/#.YFBhZI5lb14.whatsapp

Lo Stato ha “diritto” sul corpo, ma non sull’anima

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COM’ERA GRANDE E DA RIPRENDERE IL PENSIERO IDENTITARIO DI SAN TOMMASO D’AQUINO!

Di Matteo Castagna

Tre settimane di chiusura completa, dopo un anno di restrizioni, saranno pesanti anche sotto il profilo psicologico. L’uomo è un animale sociale e quindi, la clausura forzata, diviene faticosa.

Draghi, a differenza del passato, ha assicurato che, poi, si vedrà la luce in fondo al tunnel. Gradualmente, ma si vedrà. Sembrerebbe la richiesta di un ultimo sforzo. Un ultimo sacrificio prima del traguardo, che, però, è sempre quello più duro.

La società è lacerata dalla paura e dalle incertezze, dalla crisi economica e dal nichilismo, dalla mala gestio dell’emergenza sanitaria del 2020. Per San Tommaso d’Aquino la società è un fenomeno naturale e non convenzionale: l’uomo è naturalmente sociale. E in questo egli concorda con tutta la tradizione cristiana, precedente e successiva. La clausura forzata e la privazione delle libertà fondamentali possono portare gravi conseguenze, di cui è necessario tener conto.

Rispetto a Sant’ Agostino, egli pensa che anche lo Stato sia naturale e non conseguenza del peccato originale: in questo si esprime il suo realismo e l’avversione a ogni sogno utopico. L’uomo avrebbe, comunque, avuto bisogno di un’ organizzazione statale, di leggi, strutture, istituzioni.

Di qui il rigetto, anche attuale, di teorie irrazionali, dettate dall’istinto, inventate per scopi non espliciti, prive di basi teologiche o scientifiche, umorali o preconcetti ideologici, allocuzioni visionarie del futuro, in particolare farneticazioni deliranti di accademici “tuttologi”, solitamente narcisi logorroici in cerca del secondo reddito, che, come sempre avvenuto nella storia, si sentono frustrati dietro la cattedra, quindi desiderano emanciparsi dalla carriera da loro scelta, per andare ad occuparsi di quella politica, di cui nulla capiscono, non perché non ne abbiano le doti intellettive, quanto perché manca loro l’esperienza e il modo di pensare della politica. “Ad ognuno il suo – direbbe mio padre – perché solo in questo modo si fa girare l’economia”…

San Tommaso ci insegna che ogni individuo ha dei doveri verso lo Stato (deve pagare le tasse, ad esempio, ma anche essere disposto a morire per la Patria, visto che questa gli assicura la sopravvivenza materiale: garantendogli la vita del corpo ha diritto a chiedere in cambio la stessa vita del corpo); tuttavia lo Stato non gli può chiedere tutto: ha un diritto sul corpo, ma non sull’anima. In particolare non gli può chiedere di andare contro coscienza: le leggi positive, emanate dagli Stati, sono obbliganti in quanto rispecchiano la legge naturale, che ogni uomo può avvertire nella sua coscienza.

Ciò non significa, peraltro, individualismo. Importante è, infatti, il concetto di bene comune, a cui l’individuo deve indirizzare la sua azione. Resta la possibilità di ribellarsi a un’autorità statale gravemente ingiusta, attuando una rivoluzione, se il regime da rovesciare sia effettivamente fonte di gravi mali e se il suo rovesciamento appare ragionevolmente possibile senza creare mali ancora peggiori.

E’ attitudine eversiva ed a-cattolica anche solo paventare questa possibilità, se non si è in grado di esser certi che con essa non si crei un male peggiore. Ogni utopia e soluzione irraggiungibile cozzano con il realismo tomista e spingono nel baratro dell’isolamento o, ancora peggio, della perdita di credibilità, a favore soltanto della “nicchia dei folli”, che svanisce col cambio di stagione, lasciando il poveretto con il cerino in mano. Peraltro spento.

Poiché la società politica non è una sostanza, ma una relazione, il bene comune a cui pensa San Tommaso è il bene di tutti e di ciascuno, cioè un bene che non deve mai togliere all’individuo quello che gli è essenziale per essere uomo; non un bene a sé stante, perché appunto la società non è una sostanza a sé stante, ma quel bene che rifluisce sui singoli per il fatto della loro unione, un bene insomma del quale tutti partecipano. Ma Tommaso va oltre. Sostiene che il bene dell’intera città è maggiore di quello del singolo individuo, e ancor più grande è il bene che si riferisce “ad un’intera gente, nella quale sono contenute molte città”. Com’era grande e da riprendere il pensiero identitario di San Tommaso d’Aquino!

DA

Lo Stato ha “diritto” sul corpo, ma non sull’anima

Azioni a tutela del sentimento religioso, della tradizione e dell’identità cattolica di Christus Rex-Traditio e altri

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Di Francesco Fontana* e Fabrizio Verduchi**

Il 7 marzo 2021 le tristemente note femministe di “Non una di meno”, insieme ai collettivi transfemministi, al centro culturale Lab Puzzle e ai centri sociali Astra e Brancaleone hanno organizzato Holy Vagina, un’oscena pantomima in cui hanno portato in processione (o, come loro stessi l’hanno definita, “frocessione”) un’enorme vagina rosa shocking a simulacro di Maria Santissima, per poi intronarla davanti alla Chiesa dei Santi Angeli Custodi in Piazza Sempione.

Si tratta di un atto gravissimo, un’offesa sacrilega alla fede cattolica, per giunta compiuta nella città sede del Papato e nel periodo forte della Quaresima, di un’ottusa, violenta provocazione e di un atto di forza, compiuto con la connivenza delle autorità del Municipio III.

Motivo della discordia è il piano imposto dal Presidente Caudo per il rifacimento di Piazza Sempione, curato dallo studio Bradaschia e approvato il 2 novembre scorso, all’insaputa non solo della popolazione locale e del parroco, ma anche di buona parte della sua maggioranza.

Eppure il progetto, per cui sono stati stanziati 700.000 euro [vedi qui], prevede lo spostamento della statua della Vergine del Divino Amore, che dall’8 dicembre 1948 si trova al centro della piazza, quale segno di affetto ed espressione della fede del popolo romano, riconoscente per essere scampato dalla guerra.

L’iscrizione sul piedistallo lo testimonia chiaramente: “Monte Sacro alla Madre di Dio perché il Suo amore nella virtù e nella pace riporti l’auspicato trionfo. Festa dell’Immacolata 1948. Ave Maria”.

La popolazione ha potuto esternare pubblicamente la propria devozione filiale alla Madonna, Madre della Misericordia, in occasione del tradizionale omaggio floreale, che si è svolto domenica 28 febbraio, con ampia e commossa partecipazione.

Don Mario Aceto, parroco della Chiesa dei Santi Angeli Custodi ha spiegato che «spostare la statua dal cuore della piazza, togliendola per altro dal basamento e quindi abbassandola di livello, per collocarla poi a ridosso della scalinata della chiesa, proprio sulla curva dove passa la corsia preferenziale degli autobus, è prima di tutto una mancanza di rispetto dei sentimenti religiosi, che anche quando non siano condivisi vanno comunque rispettati, e poi renderebbe difficili le operazioni davanti alla chiesa in occasione di funerali o matrimoni», oltre a generare problemi di viabilità, come rilevato dal Dipartimento di mobilità del Comune.

Gli abitanti del quartiere Montesacro, insieme ad altre realtà presenti sul territorio, hanno costituito il comitato cittadino “Salviamo piazza Sempione”, promuovendo una petizione popolare, che ha confermato come l’opinione del proprio parroco sia ampiamente condivisa.

La richiesta del neo comitato, come afferma il coordinatore Giovanni Martino, è quella «di sospendere l’esecuzione del progetto e di aprire un confronto vero con la cittadinanza, anche con una nostra proposta di un progetto alternativo per salvaguardare l’identità storica, urbanistica e sociale della piazza, tale da restituire ai cittadini un luogo raccolto e accogliente, funzionale alla frequentazione di tutte le fasce sociali e anche allo svolgimento di eventi culturali di qualità».

Qualche giorno fa giovani simpatizzanti del movimento politico cattolico Militia Christi avevano apposto uno striscione sulla cancellata, che circonda il piedistallo della Madonna di Monte Sacro, recante la scritta: “Giù le mani dalla statua”, affiancata dall’immagine del Sacro Cuore.

Il mattino seguente il consigliere Matteo Zocchi e l’assessore alla Cultura Christian Raimo si sono affrettati a rimuoverlo. Il parroco ha giustamente osservato che “Ci sono striscioni che vengono tollerati, altri no” accennando alla bandiera lgbt+ che da oltre due anni campeggia sul davanzale del Municipio, proprio di fronte alla Chiesa dei Santi Angeli Custodi. [vedi qui]. Questo è bastato per guadagnarsi l’accusa di omofobia da parte dell’assessore Raimo [vedi qui].

Lo sfregio, ampiamente preannunciato sui social e perpetrato dagli attivisti di sinistra, cui hanno partecipato, tra gli altri, i centri sociali Astra e Brancaleone, noti anche per le questioni giudiziarie che li hanno coinvolti, è un atto di grave arroganza e prepotenza, lesivo sia del sentimento religioso che dell’interesse materiale della popolazione.

A nome delle realtà che rappresentiamo, esprimiamo la propria solidarietà al parroco don Mario Aceto e ci rendiamo disponibili per eventuali azioni a tutela del sentimento religioso, della tradizione e dell’identità cattolica.

* Avvocato, Presidente di “Iustitia in Veritate”
** Presidente Italia Cristiana

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Matteo Castagna, Presidente del Circolo Culturale Cattolico “Christus Rex Traditio” ha inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’esposto che segue.

Illustre Presidente, sono Matteo Castagna presidente dell’associazione Traditio che riunisce i cattolici tradizionalisti e che ha nel proprio oggetto anche la finalità del culto religioso cattolico, sono cittadino di uno Stato di diritto, mi rivolgo a Lei nella Sua qualifica di Garante della Costituzione e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

E’ fatto notorio che durante il “Festival di Sanremo”, trasmissione diffusa in eurovisione, si siano avute manifestazioni che superano il limite della decenza e del rispetto e violano i principi sanciti dall’art. 405 del codice penale.

Con il presente esposto Le chiedo formalmente di intervenire presso la Rai Radio Televisione Italiana, gli organizzatori del Festival, i conduttori e ogni altro responsabile dell’attività messa in scena, e offensiva della religione cattolica e di chi la professa.

Tali esibizioni sono state da noi e da da più parti ritenute blasfeme e incitanti, seppur anche indirettamente, al satanismo e alla trasgressione delle regole di ordinaria decenza e pudore, anche in ragione della platea che poteva assistere, e poi ha assistito con ogni mezzo di diffusione, alle citate esibizioni.

Nello specifico hanno visto uno dei conduttori inscenare una “passione” con corona di spine, mentre un sedicente cantante vestito da angelo si atteggiava a non meglio precisate effusioni, ed in un altro caso si è stati costretti a vedere in diretta effusioni tra altri partecipanti che oltre ad offendere il decoro ed il pudore, sono del tutto contrarie alla libertà di pensiero ed opinione, poiché obbligano lo spettatore ad assistere senza poter intervenire.

Sul caso è intervenuto anche il vescovo Mons. Antonio Suetta della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, oltre l’Associazione Internazionale Esorcisti.

L’Associazione Luce di Cristo con sede in Parma, e altre associazioni e liberi cittadini, mi hanno contattato dopo il comunicato stampa di contestazione affinché mettessi in essere ogni azione a tutela del cattolicesimo e del cristianesimo.

Rilevo, inoltre, la violazione delle più elementari norme di distanza a cui siamo soggetti da un anno, pur con tutte le contestazioni in corso, e dall’esame dei filmati risulta che due partecipanti si siano baciati ed altri fossero vicinissimi in sfregio alle vigenti disposizioni in tema di prevenzione al Covid che obbligano all’utilizzo di mascherine e/o alle distanze interpersonali di almeno un metro, nonostante le vaccinazioni.

Tutta Italia a breve sarà chiusa nuovamente, e prima di questo momento e durante il citato Festival, teatri, cinema, ristoranti, bar, scuole, palestre e piscine, e ciò a titolo d’esempio, erano chiusi e contemporaneamente sul palco di un Teatro a San Remo le norme restrittive delle libertà costituzionali erano inesistenti, pur essendo in contestazione dinnanzi al TAR e al Consiglio di Stato tutti i DPCM e gli atti amministrativi a ciò tesi.

Col presente esposto, da intendersi anche quale denuncia nei confronti di chi si sia reso responsabile di violazioni di legge con azioni od omissioni negli episodi indicati e notori, si chiede che Ella, nelle funzioni del Suo incarico, ponga in essere ogni azione atta ad accertare, individuare e successivamente affidare alla magistratura perché applichi la legge, tutti coloro che si siano resi responsabili dello scempio mandato in eurovisione e che ha colpito tutti gli appartenenti alla religione cattolica, oltre che coloro che hanno una sensibilità nei confronti del rispetto del prossimo,  e a prendere i dovuti provvedimenti nei confronti della televisione di Stato.

DA

Azioni a tutela del sentimento religioso, della tradizione e dell’identità cattolica

L’avvocato Amato agli ‘artisti’: “perché non prendete di mira il Corano?”

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IL PRESIDENTE DEI GIURISTI PER LA VITA: “SONO VIGLIACCHI, NON INSULTANO O DERIDONO IL CORANO, PERCHÉ SANNO FINIREBBERO COME I VIGNETTISTI FRANCESI. IN CERTI STATI ISLAMICI VERSO I GAY È IN ATTO LA PERSECUZIONE, MA I NOSTRI ATTIVISTI LGBT NON FIATANO…”

Di Bruno Volpe

“Ma perché non prendono di mira il Corano? Perché sono vigliacchi?”. E’ questo lo sfogo, sul caso Sanremo e relative blasfemie, dell’avvocato Gianfranco Amato, Presidente di Giuristi per la Vita.

Avvocato Amato, ha seguito il festival?

“Da quando è diventato una succursale del gay pride no. Ma ho visto le immagini incriminate e le relative polemiche”.

Da credente, prima ancora che legale, che ne pensa?

“Deluso. Vero, ha parlato con chiarezza un vescovo, ma solo uno. Possibile? Probabilmente gli altri erano occupati con Abramo e l’Islam”.

Ma una idea ce l’avrà…

“Guardi, apprezzo il presidente degli esorcisti che è persona cauta, uno che non vede il diavolo dappertutto. Se lui, sacerdote misurato, è scattato, significa che la misura è colma”.

Non sarà che polemizzare fa il gioco di chi vuole importanza, cioè si arriva a quello che vogliono?

“E’ una eventualità. Una scuola di pensiero ci dice di non replicare per evitare clamore, che è quello che questi signori cercano. Tuttavia, ricordo che proprio il Papa una volta disse che è naturale dare un calcio nel sedere se ti offendono la mamma”.

Farete un’ azione legale?

“Non la escludiamo, anche se il reato di offesa al sentimento religioso di fatto è quasi depenalizzato per prassi giudiziaria. Vedremo”.

Perché sono sempre offensivi nei riguardi della religione cristiana?

“Sono vigliacchi, non insultano o deridono il Corano, perché sanno che cascano male, fanno la fine dei vignettisti francesi. Ma deridono i segni cristiani approfittando della tradizionale nostra mitezza. Perché non lo fanno sugli stati islamici, nei quali i gay sono uccisi e perseguitati? In certi stati islamici verso i gay è in atto la persecuzione, ma i nostri attivisti lgbt non fiatano”.

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L’avvocato Amato agli ‘artisti’: “perché non prendete di mira il Corano?”

Durissimi (e veritieri) attacchi del vescovo di Sanremo al Festival mentre continua a scandalizzare Famiglia Cristiana

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Premio “Città di Sanremo”, attribuito a Fiorello. Il vescovo: “non rappresenta gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente ‘non in mio nome’”.

A cura di Angelica La Rosa

“A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71 edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto”.

Così ha attaccato l’edizione del Festival di Sanremo appena conclusasi Sua Eccellenza Monsignor Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia – San Remo.

“Il mio intervento, a questo punto doveroso, è per confortare la fede ‘dei piccoli’, per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima”, ha aggiunto il Vescovo.

“Un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che ‘quos Deus perdere vult, dementat prius’”.

Molto forte questa affermazione del pastore, che tradotta in Italiano è un’ulteriore presa di posizione.

Infatti l’originaria locuzione latina “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius” tradotta letteralmente significa “a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione”.

Diventata nella forma cristiana “Quos Deus perdere vult, dementat prius” si usa quando si vede qualcuno far delle pazzie, per dire che è sull’orlo dell’abisso, vicino alla catastrofe finale.

Quanto al premio “Città di Sanremo”, attribuito a Fiorello, lo showman che, con Achille Lauro, ha concorso, a giudizio di molti cattolici che si sono espressi in rete (a parte la oramai defunta “Famiglia Cristiana” che ha avuto il ‘coraggio’ blasfemo di difendere Lauro)  a rendere blasfema questa edizione del Festival, il vescovo ha avuto parole di fuoco.

Il vescovo lo ha definito “un personaggio, che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d’origine, trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente ‘non in mio nome’”.

Ha preso posizione anche il cappellano del Festival di Sanremo.

Il Festival “è da sempre lo specchio del Paese. Purtroppo ora viviamo in un tempo malato e confuso, un miscuglio di niente esteriore che ha generato solitudine e indifferenza. L’anima c’è, ma non è più educata ai valori. Si portano in scena stereotipi, come il bacio sul palco per combattere l’omofobia… È uno spiumamento che piuma dopo piuma lascia l’uomo nudo davanti a una realtà in cui anche la musica invece potrebbe unire e far riflettere le coscienze”, ha dichiarato ad Avvenire don Pasquale Traetta che, sulla blasfema scena della corona di spine indossata da Fiorello, ha aggiunto: “Va bene tutto, però quella corona di spine Fiorello e Achille Lauro se la potevano risparmiare… Per noi cristiani, specie ora che è tempo di Quaresima, quella corona di Gesù ha un significato spirituale importante che non può diventare un momento di banalissimo spettacolo… Appena li incontro glielo dirò”. Non proprio deciso come intervento, lontano dalla schiettezza del Vescovo, ma meglio di niente se vogliamo accontentarci della mediocrità..

Dicevamo di Famiglia Cristiana. Un certo Pino Lorizio (facciamo fatica a considerarlo un docente della Pontificia Università Lateranense…) ha intitolato un suo articolo “MA OLTRE I LUSTRINI E LA BLASFEMIA ACHILLE LAURO STA CERCANDO DIO”, invitando a non lasciarsi “ingannare” dalle provocazioni dell’artista.

Don Pino ha scritto: “dalle sue canzoni irrompe una domanda di senso. Suggestiva l’invocazione ‘Dio benedica chi gode’”.

O non ha capito niente Don Pino Lorizi o non hanno capito niente decine di migliaia di persone che hanno gridato allo scandalo per ciò che hanno visto, compreso il vescovo di Sanremo!

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Durissimi (e veritieri) attacchi del vescovo di Sanremo al Festival mentre continua a scandalizzare Famiglia Cristiana

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