Ungheria, Orban contro l’Ue: “Vuole far entrare gli attivisti Lgbtq nelle nostre scuole”

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Il premier ungherese, Victor Orban, ha detto stamane alla radio di stato Kossuth Radio, che “la Commissione europea ritiene che le scuole e l’istruzione pubblica dovrebbero avere la priorità sui diritti dei genitori” e che Bruxelles vuole consentire agli attivisti Lgbtq di entrare nelle scuole. A loro avviso, ha spiegato il premier, non si tratta di educazione dei bambini, ma di estensione degli “ideali europei di libertà”. Lo riporta nel blog ‘About Hungary’ il suo portavoce Zoltan Kovacs.Secondo il mainstream occidentale e liberale, la vera libertà può essere raggiunta solo liberandosi della propria sessualità ma gli ungheresi, ha detto il primo ministro Orbán, non la pensano così. Gli ungheresi credono che ci siano adulti e bambini. Mentre gli adulti sono liberi di fare ciò che desiderano, entro i limiti della legge, i bambini sono una “questione diversa”.

Nel suo nuovo attacco contro le istituzioni europee il premier ungherese, Victor Orban, ha detto che non bisogna arrendersi al ricatto dell’Ue e si è appellato al sostegno del popolo ungherese. In una situazione come questa, ha proseguito il premier, abbiamo solo due opzioni: cedere o meno, ha detto Orban in un intervento alla radio statale Kossuth. “Poiché si tratta dei nostri figli, si tratta del futuro dei nostri figli, non dobbiamo arrenderci”, ha detto il primo ministro, aggiungendo che il governo da solo non sarebbe in grado di vincere questa battaglia – abbiamo bisogno che ogni ungherese partecipi al referendum. Se c’è il sostegno popolare, allora possiamo fermare Bruxelles, proprio come l’Ungheria ha fermato Bruxelles con il referendum sulle quote dei migranti”.

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Ungheria, Orban contro l’Ue: “Vuole far entrare gli attivisti Lgbtq nelle nostre scuole”

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

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C’È UN FILO ROSSO CHE UNISCE L’IDEOLOGIA ICONOSCLASTA DEI BLM COI MOVIMENTI OMOSESSUALISTI

Milli Hill è una femminista inglese che da almeno dieci anni si occupa di sostenere le donne incinte. Sul suo sito ha scritto che trova anomalo l’utilizzo di alcune terminologie come ad esempio “persone che partoriscono (usata insieme o al posto di “donne”) e “maschio/femmina assegnato alla nascita”.

Non occorre essere dei letterati per comprendere la fondamentale importanza del linguaggio, perché da esso possono cambiare tante cose ed il senso della realtà potrebbe venire stravolto. Infatti la Signora Milli ha trovato molto strano il termine “assegnato” riferito al sesso del nascituro/a perché il sesso dei bambini viene solitamente determinato in test e scansioni prenatali, non alla nascita. Inoltre, fino a prova contraria sono solo le donne a partorire e non gli uomini, quindi Milli Hill ha conseguentemente criticato l’utilizzo dei termini “persone che partoriscono”.

La Hill, nel novembre scorso, scrisse su Instagram che sarebbe opportuno parlare di “donne” e non di “persone che partoriscono”, ricevendo insulti e minacce di ogni tipo da attivisti trans e transfemministe. La campagna d’odio l’ha indotta a chiudere la sua attività, ma lei ha continuato a parlare, opponendosi alla teoria di chi sostiene che i trans e le persone non binarie sarebbero ingiustamente escluse dalla categoria delle “persone che partoriscono”.

Questo esempio, che giunge in Italia attraverso un articolo di Francesco Borgonovo su La Verità del 17/07/2021 dovrebbe farci riflettere tutti, cattolici e non, sulle conseguenze di un’eventuale approvazione, senza modifiche alle restrizioni della libertà di opinione, contenute nella generica frase “istigazione alla discriminazione” del ddl Zan. Infatti, poiché il testo prevede che sia la discrezionalità del giudice a determinare la sussistenza di tale ipotesi di reato, qualora chiunque dicesse che è stato partorito da una donna potrebbe rischiare una denuncia da un ipotetico trans che si sentisse tagliato fuori dall’affermazione.

Qualora un giornalista o un medico o un opinionista sostenessero che i figli hanno bisogno di una mamma e di un papà per crescere meglio, oppure una femminista o un cattolico scrivessero che l’utero in affitto è una scandalosa mercificazione della donna e un potenziale danno, almeno sul piano educativo, per il bimbo, potrebbero incorrere nella ghigliottina sanzionatoria del ddl.

L’Antico Testamento dovrebbe essere modificato, laddove condanna la sodomia? I Vangeli, San Paolo, Santa Caterina da Siena e tutto il Magistero Perenne della Chiesa sull’omosessualità andrebbero corretti ed adeguati ai desiderata della legge positiva liberal? Non potrebbe salvarsi neanche l’art. 29 della Costituzione, laddove si afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” perché verrebbero meno il termine di “società naturale” che sarebbe restrittivo ai soli uomo e donna, nonché il “matrimonio” perché è restrittivo rispetto alla convivenza ed all’unione civile.

Per non parlare, poi, della letteratura, dell’arte, della cinematografia, della satira, che dovrebbero essere tutte modificate o censurate laddove qualcuno che nel mondo senta di appartenere ad una delle 420 “identità di genere” finora contate Oltreoceano si ritenga discriminato da Dante o da Shakespeare. E’ il filo rosso che unisce l’ideologia iconosclasta dei BLM coi movimenti omosessualisti ed è anche la pericolosa deriva liberticida che tutti rischiamo.

E’ plausibile chiedersi cosa effettivamente vogliano fare i nostri politici “conservatori”, che avrebbero già potuto affossare il ddl Zan in Senato, ma che sono stati assenti ingiustificati. Accettare la proposta di legge Zan significa tagliare le radici ideali della “controrivoluzione” esercitata all’interno del Parlamento, ovvero l’opposizione alla sovversione dell’ordine naturale e divino e annientare un patrimonio etico e politico di portata storica, spalancando porte e finestre al Pensiero Unico politicamente corretto globalista, cadendoci dentro per sempre.

Domine, salva nos, perimus; impera et fac, Deus, tranquillitatem magnam. Porro homines, cum vidissent quod fecerat signum, dicebant: qualis est hic, quia ventis imperat et mari, et oboediunt ei“.

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Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

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Piano a salutarlo come un trionfo, perché non lo è. Tuttavia lo slittamento a settembre della discussione al Senato del ddl Zan costituisce una indubbia vittoria pro family sia perché, fino a poche settimane fa, i sostenitori della legge arcobaleno davano la pratica per chiusa – invece è ancora apertissima -, sia perché offre tempo prezioso per continuare a segnalare le criticità di un provvedimento che, semplicemente, ne ha una marea. Ripassiamo le dieci principali. Primo: si basa su una menzogna, ossia un’impennata di violenze di matrice omotransfobica che avrebbero luogo in Italia e di cui, a oggi, non c’è uno straccio di prova. Secondo: il ddl Zan presuppone un vuoto normativo di cui, pure qui, manca ogni evidenza. Terzo: come sottolineato anche da Mario Capanna, storico leader della sinistra radicale, aggiunge «reati non diritti».

Quarto: consegna a pm e giudici un impianto fumoso che, da una parte dilata l’arbitrio della magistratura, e, dall’altra, mina quella base dello stato di diritto secondo cui il cittadino deve poter sapere prima da quali condotte deve tenersi alla larga. Quinto: introduce concetti puramente ideologici, su tutti quell’«identità di genere» quale «percezione di sé» che, già antropologicamente – figurarsi sul piano giuridico – è devastante. Sesto: mette di mezzo i bambini, prevedendo iniziative ufficialmente contro le discriminazioni ma, di fatto, ad alto tasso ideologico in scuole «di ogni ordine e grado» (articolo 7). Settimo: prevedendo che iniziative arcobaleno debbano aver luogo in ogni istituto, si va a menomare il primato educativo delle famiglie, che devono rimaner libere di diffidare di concetti – primo su tutti l’«omofobia» – che, per quanto ormai di uso comune, continuano a presentare profili critici.

Ottavo: è pure di dubbia utilità, dato che nei Paesi che hanno introdotto norme simili le discriminazioni, anche a distanza di dieci anni, restano molte e in crescita. Nono: è contraddittorio, dato che all’articolo 10 chiama in causa l’Oscad – osservatorio incardinato presso il Viminale – per la «realizzazione di politiche per il contrasto della discriminazione», dimenticando che proprio di dati raccolti dal 2010 in poi dall’Oscad smentiscono l’esistenza di una emergenza che giustifichi il ricorso alla legge penale. Decimo: è una legge ipocrita, perché nella sua formulazione attuale chiama in causa la tutela della disabilità, ma però lo fa richiami tardivi (aggiunti con degli emendamenti alla Camera) e pure parziali (l’articolo 7, dedicato alle scuole, della disabilità non parla). Riassumendo, siamo davanti a un mostro giuridico, fatto e finito.

A meno che, ovvio, non si voglia dare ad un testo falso, pretestuoso, ideologico, contraddittorio e ipocrita un aggettivo riassuntivo e più cattivante. Auguri. Ma il punto, ora, non è quale qualifica dare al ddl Zan, bensì far capire al centrodestra che una simile norma più che corretta va cestinata. Per il semplice fatto che più che aggiungere tutele ne toglie; più che dare qualcosa alle persone con tendenze non eterosessuale, toglie tantissimo a tutti – in primis a chi condivide un’antropologia fondata sul diritto naturale – e, quel che è peggio, getta le basi per l’utero in affitto, le adozioni omogenitoriali e via di questo passo, come dichiarato in piazza a Milano da Marilena Grassadonia, esponente Lgbt che almeno ha il pregio dell’onestà intellettuale. Ora, urge forse una legge simile, tanto più in un Paese famigerato per averne già troppe? Pare proprio di no. Per cui, caro ddl Zan, buone vacanze. E ovunque tu vada, restaci.

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Il ddl Zan va in vacanza. Che ci resti

Il report che annienta gli ultrà del ddl Zan

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Analizzati ben 3,2 milioni utenti sui social. Il sentiment è negativo nel 58,1% dei casi. Ecco il report che mette nell’angolo tutta l’ideologia di Letta e degli ultrà del ddl Zan

Come pensate che la prenderanno i paladini del ddl Zan? Probabilmente malissimo. Ma i numeri non mentono. Secondo un report realizzato in esclusiva per il Giornale.it dalla piattaforma Human, la maggioranza degli italiani mal digerisce la legge che tanto sta accendendo il web (e la politica) in questi giorni. Sui principali social network quasi il 60 per cento (il 58,1% per la precisione) dei post ha, infatti, un sentiment negativo.

E adesso chi glielo va a dire a Chiara Ferragni e al marito Fedez, che ai pollicioni alzati verso l’alto tengono tantissimo? Per i due influencer, che si sono spesi in prima persona a favore dell’approvazione del ddl Zan, è sicuramente una doccia fredda, ma il vero che ne esce con le ossa rotte è Enrico Letta. Dopo i flop incassati sullo ius soli e sulla reintroduzione della tassa di successione, il segretario piddì ha puntato tutto su un’altra battaglia profondamente divisiva: la legge contro la omotransfobia, appunto. E dire che noi del Giornale.it avevamo previsto tutto già a inizio giugno pubblicando un sondaggio top secret che svelava il perché del repentino crollo nei sondaggi del Partito democratico. Già allora le percentuali parlavano chiaro: oltre il 60 per cento si era detto contrario alla legge bavaglio che, mascherandosi dietro la lotta alla omotransfobia, rischia (se approvata come vorrebbero i dem) di introdurre pesanti restrizioni alla libertà di pensiero; oltre il 75 per cento, invece, diceva “no” al reintorno dell’ingiusta imposta che fa cassa sui patrimoni lasciati agli eredi; quasi il 70%, infine, non voleva nemmeno sentir lontanamente parlare di cittadinanza facile ai figli degli immigrati.

Per il momento Letta ha deciso, per nostra fortuna, di accantonare le crociate a favore dello ius soli e della tassa di soggiorno. Per quanto riguarda il ddl Zan non intende fare altrettanto. Sembra, infatti, determinato ad andare fino in fondo. Non che non avrebbe la possibilità di tornare sui propri passi. Ancora ieri Matteo Salvini gli ha proposto di vedersi “prima che il testo arrivi in Aula” in modo da emendare “i punti critici”, ovvero gli articoli 1, 4 e 7. E anche Matteo Renzi gli ha consigliato di mediare. “Così nel giro di qualche ora approviamo la legge…”, ha fatto presente. “Se qualcuno del Pd vuole fare di questa una battaglia di bandiera in vista delle elezioni – ha chiosato – è una vergogna, smettiamola con il muro contro muro”.

Dall’analisi fatta dalla piattaforma Human, che nell’ultimo mese ha mappato 21mila post e analizzato 17mila commenti, andando a intercettare il parere di ben 3,2 milioni di utenti su Facebook, Twitter e Instagram, emerge chiaramente come questa polarizzazione abbia spostato il focus della discussione. Le liti all’interno della maggioranza (in particolar modo gli scontri tra Renzi e Letta e tra Salvini e Letta) e i post al veleno con i Ferragnez hanno, infatti, contribuito ad alzare all’inverosimile la temperatura sui social e in parlamento.

Il muro contro muro voluto da Letta finisce rischia ora di scontentare anche quei parlamentari che inizialmente si erano detti favorevoli al ddl Zan. In una intervista al Corriere della Sera la senatrice di Forza Italia Barbara Masini glielo ha detto chiaro e tondo: “Non stiamo giocando la finale degli Europei. Per avere una legge si può accettare anche di togliere qualche bandierina”. Lo stesso Renzi ha invitato i dem a smetterla di “inseguire gli influencer” e “tornare a far politica”. Viste le premesse, il dibattito difficilmente tornerà a distendersi. Tanto che resterà tra i temi caldi delle rassegne estive. Una su tutte Ponza d’Autore che venerdì prossimo ospiterà una tavola rotonda su I colori dell’arcobaleno.

Va detto che nemmeno la destra ha risparmiato duri colpi agli avversari. Se però da una parte, come emerge dal report di Human, Salvini ha mirato semplicemente a un posizionamento “anti ddl Zan”, dall’altra Giorgia Meloni ha allargato a quanti sono a favore della famiglia tradizionale e a preservare l’assetto consolidato della società. Dall’analisi delle conversazioni generate dai post dei due leader spiccano infatti parole chiave come “mamma e papà”, “libertà”, “famiglia tradizionale” e “uomo e donna”. Termini che, invece, spariscono del tutto nei commenti ai post del segretario dem.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/report-che-annienta-ultr-ddl-zan-1962910.html

Il “ddl Zan finlandese” miete vittime: a processo un ex ministro che citò la Bibbia

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SEGNALAZIONE DELL’AVV. ROBERTO GALLO

L’ex ministro Pasanen andrà a processo in Finlandia con l’accusa di “incitamento all’odio” verso gli omosessuali per aver citato san Paolo. «Ho diritto a professare la mia fede»

Una parlamentare ed ex ministro andrà a processo e rischia il carcere per aver citato passi della Bibbia ritenuti offensivi nei confronti degli omosessuali. Succede in Finlandia, non in Italia, ma chi sostiene che il ddl Zan sia innocuo e non mini la libertà religiosa e di espressione farebbe bene a drizzare le orecchie. Perché è proprio a causa di una legge “simil Zan” che ora Paivi Rasanen si trova nei guai in Finlandia.

Le critiche alla Chiesa luterana

Rasanen, medico di professione, parlamentare da quasi 20 anni e ministro degli Interni tra il 2011 e il 2015, è stata rinviata a giudizio il 29 aprile in particolare per un tweet postato il 17 giugno 2019. Quell’anno la madre di cinque figli, già presidente del partito dei Cristiano democratici e membro attivo della Chiesa luterana finlandese, aveva criticato la decisione della Chiesa di sponsorizzare il gay pride 2019, chiedendo come poteva essere coerente con la lettera ai Romani nella quale san Paolo scrisse:

«Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, così da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento» (Romani 1,24-27).

«Non ho insultato gli omosessuali»

Dopo aver letto il post, condiviso anche su Facebook e Instagram, un cittadino finlandese la denunciò alle autorità giudiziarie. L’1 novembre 2019 la polizia di Helsinki interrogò la parlamentare per quattro ore in merito al contenuto del suo tweet. Come dichiarò Rasanen a First Things l’anno scorso, «il mio obiettivo non era in alcun comodo insultare una minoranza. La mia critica era rivolta ai leader della Chiesa. Non mi passò neanche per la mente che il mio tweet potesse essere considerato illegale».

Nel 2011 il governo aggiornò la sezione 10 del Codice penale finlandese per includere «l’orientamento sessuale» nell’articolo che proibisce «l’espressione di opinioni e altri messaggi che minaccino, diffamino e insultino certi gruppi». Sono previste pene che vanno da una semplice «multa al carcere per un massimo di due anni». Una misura ben più blanda, dunque, del famigerato ddl Zan.

«Attacco alla libertà religiosa»

Il 2 marzo la polizia interrogò nuovamente Rasanen per 5 ore e mezza per un libretto scritto nel 2004 e pubblicato su siti legati alla Chiesa luterana, intitolato: Maschio e femmina li creò. Nel testo l’onorevole, che è moglie di un pastore luterano e dottore in teologia, spiegava la posizione della Bibbia e perché le relazioni omosessuali non possono essere approvate dalla Chiesa. La polizia aveva già indagato in passato se il libretto potesse costituire un reato e aveva concluso negativamente. Rasanen fu interrogata una terza volta e poi una quarta in merito a una partecipazione in tv nel 2018 dedicata al tema: «Che cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?». Anche in questo caso, la polizia aveva già concluso che «nessun crimine è stato compiuto».

L’ex ministro ritiene che tutte queste interrogazioni rappresentino già dei «tentativi di restringere la libertà di espressione e la libertà religiosa». Nonostante la Costituzione finlandese protegga entrambi i diritti, «in pratica se non utilizziamo questi diritti, se rimaniamo in silenzio ogni volta che c’è un tema controverso, lo spazio per esercitarli si restringe sempre di più».

«Ho diritto a professare la mia fede»

Nonostante in passato le indagini della polizia avessero portato a un nulla di fatto, a fine aprile il Procuratore generale ha rinviato a giudizio Rasanen per il tweet, la partecipazione in tv e il libretto scritto nel 2004 con l’accusa di «incitamento all’odio» verso gli omosessuali, riporta l’Helsinki Times.

«Non posso accettare che si possa finire in carcere per avere espresso le proprie convinzioni religiose», ha fatto sapere la parlamentare di 61 anni attraverso i suoi legali di Adf International. «Io non sono colpevole di aver minacciato, diffamato o insultato alcuno. Le mie dichiarazioni sono tutte basate sugli insegnamenti della Bibbia in merito a sessualità e matrimonio. Difenderò il mio diritto a professare la mia fede, così che nessun altro venga privato dei suoi diritti alla libertà religiosa e di espressione. Le mie affermazioni sono legali e non dovrebbero essere censurate. Non mi lascerò intimidire».

Secondo Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf International, «la decisione del Procuratore generale crea una cultura di paura e censura. È triste che casi simili stiano diventando fin troppo comuni dappertutto in Europa». Con l’approvazione del ddl Zan, “casi Rasanen” sarebbero inevitabili anche in Italia.

@LeoneGrotti

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Il “ddl Zan finlandese” miete vittime: a processo un ex ministro che citò la Bibbia

Simone Pillon: “il ddl Zan è un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società”

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TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DEL SENATORE CRISTIANO DELLA LEGA SIMONE PILLON DEL 14 LUGLIO 2021 IN DISCUSSIONE GENERALE SUL DDL ZAN

Signor Presidente, cari colleghi, questo non è un disegno di legge: questo è un disegno di nuova umanità. Si vuole utilizzare una battaglia giusta e condividibile, quella contro ogni forma di aggressione ingiustificata, facendola diventare un grimaldello per trasformare le basi stesse della nostra società. Vediamo se riesco a dimostrarlo nei minuti che mi sono stati concessi.

È un disegno di uomo che è denunciato già dall’articolo 1. All’articolo 1 si vanno a sostituire parole naturali come «sesso», previste dalla nostra Costituzione e previste semplicemente dalla naturalità dell’essere umano, con «genere», «orientamento sessuale» e «identità di genere». Cos’è l’identità di genere? Io credo che molti in quest’Aula ignorino che cosa sia davvero l’identità di genere. L’identità di genere, attualmente codificata per esempio sul sito Facebook, ammonta a 58 identità differenti che, oltre al maschile e al femminile, includono anche gay, lesbica, bisessuale, transessuale, transgendercisgenderqueer, pansessuale, intersessuale, genere non binario, genderqueer, androgino, asessuale, agenderflux, demisessuale, grey asexual, aromantico. E potrei continuare per ore. Noi siamo davvero convinti che presentare ai nostri figli l’alternativa tra queste identità di genere sia un buon modo per crescerli liberi, sereni ed equilibrati? Io credo che offrire tutte queste identità di genere serva in realtà a togliere l’identità ai nostri ragazzi, serva a togliere l’identità ai nostri figli.

Vorrei leggere le parole di Keira Bell, una ragazza inglese che ha fatto una transizione di genere quando aveva sedici anni. È stata convinta nella sua scuola a fare una transizione e quindi si è fatta amputare il seno e si è fatta trasformare i genitali, dopo un lungo periodo di trattamento con bloccanti della pubertà. Le sue parole, dopo aver vinto la causa contro la clinica Tavistock and Portman di Londra: «Non si possono prendere decisioni simili a sedici anni e così in fretta. I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati e non immediatamente assecondati. Io ne ho pagato le conseguenze, con danni gravi fisici. Ma così non va bene, servono cambiamenti seri». Questo sta accadendo non in ignoti Paesi del terzo mondo, ma nella civilissima Londra, nella civilissima Gran Bretagna, dove anni fa è stata approvata una legge, l’Equality Act, che è molto simile al disegno di legge Zan. Grazie all’Equality Act, ogni forma di resistenza da parte dei medici, da parte del personale ospedaliero, da parte degli insegnanti e da parte degli stessi genitori alla transizione di genere dei minorenni è stata etichettata come omofobia.

Siccome non mi credete, vi invito a leggere alcuni libri. Sono in lingua inglese, perché ovviamente non vengono tradotti in italiano.

«Christians in the firing line», per esempio, scritto dal dottor Richard Scott, racconta come, sempre nella civilissima Gran Bretagna, un magistrato abbia perso il lavoro e sia stato licenziato semplicemente per aver scritto in una sentenza che i bambini, in caso di adozione, hanno il diritto ad essere adottati da una coppia con mamma e papà e non da una coppia di persone dello stesso sesso. È stato licenziato e il suo nome è Andrew McClintock. Non solo, c’è un altro caso – potrei andare avanti per ore a leggerveli – di un medico pediatra di comunità, che ha perso la causa contro il servizio sanitario inglese ed è stato licenziato per aver dimostrato scientificamente che i bambini crescono meglio in un contesto in cui la genitorialità è costituita da mamma e papà. Nel libro ci sono molti altri casi e ne ricordo il titolo: «Christians in the firing line».

È singolare che quanto oggi ho sentito in quest’Aula contrasta radicalmente con le evidenze di Paesi in cui testi simili al disegno di legge Zan sono già in vigore. Vi invito anche a leggere «What are they teaching our children», che è un interessantissimo testo in inglese sulle ideologie che vengono utilizzate per indottrinare i ragazzini, fin dall’età più piccola, in cui si va sostanzialmente a insegnare che qualunque tipo di sensazione del bambino deve essere immediatamente assecondata e seguita. Vorrei raccontare in quest’Aula la storia di un papà canadese, che si chiama Robert Hoogland: avete tutti Google e potete cercare il suo nome. Robert Hoogland non si è rassegnato al fatto che la sua bambina, alla scuola superiore, all’età di dodici anni – quelle che da noi sono scuole medie, in Canada sono già scuole superiori – fosse stata convinta nella sua scuola a cominciare la transizione di genere. Egli si è sempre rifiutato di assecondarla, perché riteneva che fosse sbagliato. Il giudice, non più tardi di due mesi fa, lo ha condannato a sei mesi di reclusione e a 30.000 dollari di multa semplicemente per aver usato verso sua figlia il pronome femminile she e aver continuato a chiamarla con il suo nome da bambina. Quella era la sua bambina. Queste non sono invenzioni, ma storie di Paesi che hanno seguito prima di noi questa strada e ora stanno tornando indietro. La clinica Tavistock and Portman di Londra ora è sotto attacco giudiziario. La metà dei medici di quella clinica, che era una delle cattedrali mondiali del gender, si è dimessa. Il segnale che sta arrivando è che la teoria gender va completamente rivisitata, ma noi c’è la troviamo spiattellata nell’articolo 1 del disegno di legge in esame, che definisce la persona indipendentemente dal proprio sesso.

Abbiamo inoltre un problema enorme dal punto di vista della libertà di parola. Ho già raccontato in Commissione e vorrei raccontare anche in Assemblea la storia di un pastore protestante, di nome John Sherwood. Si tratta di un pastore protestante di settantadue anni, che è stato trascinato via in manette, nell’aprile 2021, nella metropolitana di Londra – quindi, anche in questo caso, non in un Paese barbaro, ma in un Paese civilissimo – con l’accusa di omofobia, perché come tutti i venerdì si era recato nella stazione della metropolitana per leggere la parola di Dio. Quella mattina ha letto il brano della Genesi, dove c’è scritto «maschio e femmina li creò». C’era una coppia di lesbiche e si è permesso di aggiungere che per noi cristiani il matrimonio è solo tra uomo e donna. Questa coppia di lesbiche si è sentita discriminata e ha fatto appello all’equality act, chiamando la polizia, che è intervenuta, lo ha arrestato e ammanettato, trascinandolo via in mezzo alla folla. Vi prego di guardare su Internet il video dell’arresto di John Sherwood, che è stato trattenuto per ventiquattro ore alla stazione della polizia e ora è sotto processo per omofobia. Pensate forse che queste cose non accadranno? È chiaro che in questo momento tutti vi raccontano che la libertà non è assolutamente in pericolo e anzi potrete continuare a dire che siete contro l’utero in affitto. Vi dico però che questo non accadrà, perché l’utero in affitto è esattamente il diritto riproduttivo della coppia same-sex. Se qualcuno vi venisse a dire che non vi dovete riprodurre, vi sentireste discriminati? Certamente sì!

Allo stesso modo, nessuno potrà più dire che una coppia same sex deve essere esclusa dal ricorso all’utero in affitto, perché quello significherebbe discriminarla in uno dei suoi diritti, cioè nel suo diritto riproduttivo. Stiamo attenti, perché la propaganda è un discorso, i vari Fedez di turno sono un altro discorso, ma qui dentro le cose dovremmo avere il coraggio di vederle non solo con gli occhi delle ideologie o con gli occhiali del partito politico di appartenenza, ma con la testa di chi sa vedere quali sono conseguenze che in altri Paesi hanno generato ingiustizie inaccettabili. Visto che siamo ancora in tempo, per favore fermiamoci, ragioniamoci. Solo un uomo può essere un padre: questa frase sarà discriminatoria perché ci sono i cosiddetti papà cavalluccio marino, che in realtà sono donne che però hanno fatto la transizione bombardandosi di ormoni e quindi hanno la barba, hanno i peli, hanno tutto quello che serve per essere uomini tranne i genitali, che hanno mantenuto femminili, e a quel punto possono restare gravide, ma vogliono essere chiamati papà”, chiamarli mamme o donne diventerà automaticamente discriminazione. Andate a vedere che cosa è successo alla madrina di Harry Potter, l’autrice inglese Rowling, che si è permessa di scrivere su Internet che la parola «donna» non può essere sostituita dalla definizione «individuo che mestrua», perché quella espressione è discriminatoria verso la donna. Ha osato dire queste parole. Ebbene, è stata bombardata, massacrata sui social media perché si è detto che non rispetta gli uomini che mestruano. Siamo a questo? Siamo al punto di non sapere più distinguere il maschile dal femminile? Guardate che poi queste non saranno bizzarre teorie che il senatore Pillon agita in Aula spaventando la folla degli astanti: queste diventeranno sanzioni penali e io sono pronto a giurare in quest’Aula che un giudice in Italia – ma saranno più di uno – condannerà qualcuno perché ha osato dire che le donne hanno il ciclo mensile e i maschi no. Sarà considerata grave discriminazione.

Ancora, avete letto gli articoli 5 e 6 di questo disegno di legge? Avete letto le pene accessorie folli di chiunque osi discriminare o istigare alla discriminazione sulla base dell’autonomia di pensiero di chi si sente uomo anche se è donna? Ebbene, le pene accessorie, oltre alla galera, sono anche quelle del contrappasso, perché questo povero condannato, perfido omofobo, perderà la patente di guida, perderà il passaporto, perderà i diritti politici, perderà il diritto di fare propaganda politica, perderà ovviamente il diritto alla patente di caccia, ma perderà addirittura la propria dignità, perché sarà costretto a fare lavori socialmente utili presso le associazioni LGBT, con la pena del contrappasso. Questo prevedono gli articoli 5 e 6. Avete letto l’articolo 7? Ho ascoltato attentamente la presidente Malpezzi che ha cercato di raccontarci, a proposito dell’articolo 7, che c’è l’autonomia scolastica; certo che i genitori possono firmare il piano dell’offerta formativa e possono scegliere la scuola in base al POF, ma se tutti i POF conterranno l’ideologia gender – perché questa legge imporrà a tutte le scuole di celebrare la giornata contro omofobia, bifobia, lesbofobia e transfobia – come faranno i genitori? O faranno la scuola a casa, cioè la scuola parentale, o dovranno tenere i figli ignoranti.

Cara senatrice Malpezzi, siamo capaci anche noi di leggere, ci creda sulla parola, ma siamo anche capaci di leggere in inglese e le consiglio caldamente di leggere «What are they teaching the children?». Sono sicuro che lei conosca molto bene l’inglese, ma è un po’ ostico, quindi la invito a leggere un testo italiano, le linee guida della Regione Lazio che sono state precipitosamente ritirate, nelle quali c’era scritto che è buona prassi assecondare i ragazzi nella transizione, ovviamente fin dalla più tenera età, e che è buona prassi addirittura garantire la carriera alias. Non so se sapete in quest’Aula che cosa sia la carriera alias. Ve lo spiego: vuol dire che un bambino di una qualunque età dai due anni in su arriva a scuola e dice di essere Simone ma che oggi si sente Simona. Da quel momento in poi, la maestra, i compagni, la preside, tutti la devono chiamare Simona e devono relazionarsi con lei come se fosse Simona e deve andare nel bagno delle donne.

Questa vi sembra una cosa normale? Vi sembra una cosa giusta?

Giustamente voi ammettete che questa è una cosa giusta e la rivendicate come cosa giusta. Ci sono le pubblicazioni che verranno utilizzate nelle scuole per insegnare il gender; per cui avremo la storia del principe sul pisello, la storia della gatta con gli stivali. È tutto in «Fiabe d’altro genere». Vi invito a leggere questo libricino, che sarà sicuramente utilizzato, insieme a molti altri che non ho portati in Aula. Siccome pensate che sia assolutamente giusto tutto ciò, vi invito a leggere le parole dei genitori tedeschi che sono stati arrestati per aver rifiutato di portare i loro figli a scuola perché quel giorno c’era la lezione di gender. Loro hanno tenuto i figli a casa e sono stati arrestati per questo.

A voi che siete i laicisti e i paladini della laicità dello Stato chiedo una cosa: poiché l’ora di religione è a scelta, mentre l’ora di gender sarà obbligatoria con questo disegno di legge, dov’è la libertà di scelta dei genitori? Dov’è la libertà di educazione prevista dall’articolo 30 della Costituzione? Come sempre, ci sono due pesi e due misure. Quando una cosa fa comodo alla sinistra, allora bisogna imporre al popolo bue e ignorante; quando, invece, una cosa fa comodo a un altro orientamento che non è quello di sinistra, allora diventa assolutamente facoltativa perché dobbiamo rispettare.

Visto che parliamo di cultura, vi invito anche a leggere il libro «Same-sex parenting research» di Walter Schumm. È una ricerca molto interessante, pubblicata ovviamente in lingua inglese perché in Italia queste cose non circolano e certamente non su Feltrinelli, nella quale si spiega quali sono i risultati quando si fanno crescere i bambini con due mamme o con due papà. La cosa carina che mi vengono a dire è che è meglio, piuttosto che stare in orfanatrofio. I bambini, poveretti, crescono anche in quel modo, ma noi dobbiamo cercare il meglio, soprattutto per quei bambini che sono stati così sfortunati da avere perso la loro mamma e il loro papà.

Il meglio significa costruire le condizioni perché trovino una coppia, mamma e papà, che il più possibile assomigli alla coppia che è stata tolta loro dalla natura, dal caso o da una disgrazia. Noi, invece, andiamo a sostituire e, quindi, aumentiamo il danno e usiamo persone che già sono sfortunate di loro per fare esperimenti sociali e poi scopriamo che questi esperimenti sociali falliscono, ma non si può dire perché chiunque dica che i bambini crescono meglio con la mamma e con il papà piuttosto che con due papà o con due mamme – che, tradotto, vuol dire orfani di mamma o di papà, a seconda del caso – è omofobo e intollerante e gli diamo anche un anno e mezzo di galera per stare sicuri. Non è con la galera che si risolvono queste cose, ma con l’attenzione, la cura, la delicatezza, ma anche con l’onestà intellettuale di dire che il papà è maschio, la mamma è femmina, che genitore uno e genitore due non è giustizia sociale, non è equità, non è rispetto. Prima dobbiamo rispettare i bambini; poi rispettiamo gli adulti. Vengono prima i diritti dei bambini e poi i desideri o i capricci – ci sono anche quelli – degli adulti.

Questa norma di fatto ci pone in una condizione molto pericolosa perché va a costruire una nuova umanità in cui tutto sarà famiglia perché, a quel punto, due uomini saranno famiglia e due donne saranno famiglia. A quel punto, perché tre o quattro persone non sono famiglia? Sarebbe discriminatorio e, quindi, tutto sarà famiglia e niente più sarà famiglia. Non esiste una società che sia sopravvissuta alla distruzione della famiglia.

Non so cosa accadrà in questa Aula. I numeri di oggi fanno molto ben sperare che tanti colleghi abbiano compreso che c’è una preoccupazione che va giustamente assecondata, ma che, d’altro canto, però, non si può ignorare una pericolosa deriva ideologica. Se tutto diventa famiglia e, quindi, niente più è famiglia, la società diventa un coacervo di individui e non più di persone.

Arrivo alla conclusione del mio ragionamento non senza avervi segnalato un ultimo libro.

Questo è un report che è stato presentato al Senato due settimane fa sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sulla omotransfobia. Sono tutti casi estremamente concreti, documentati, in cui si evince come il pericolo che leggi simili al disegno di legge Zan si trasformino in un una sorta di boomerang per la libertà civile, per la libertà di educazione, per la libertà di pensiero, per la libertà di parola, per la libertà di culto sia assolutamente concreto.

C’è una simpatica storia, che ho pubblicato anche sul mio canale, che racconta di un signore transessuale, un maschio, che ha chiesto di entrare in un convento di clarisse in Belgio. Sembra una barzelletta, invece è una storia vera. Questo signore si è sentito discriminato e d’altronde l’unico motivo per cui è stata rifiutata la sua iscrizione, la sua adesione a questo convento di clarisse, è che era un maschio; quindi oggettivamente è stato discriminato in base al suo sesso. C’è anche un altro caso di una signora alla quale è stato negato l’ingresso in un seminario cattolico e l’unica ragione per cui è stata esclusa è che era femmina e non c’è un’altra ragione; quindi, è vero, è stata discriminata in base alla sua identità sessuale. Ma siamo convinti che sia tutto uguale, sia tutto identico, sia tutto allo stesso livello, sia tutto possibile? Siamo convinti che qualunque tipo di scelta, sulla base di una visione antropologica fondata sulla naturalità della differenza maschile e femminile o – volendo fare il Pillon a tutti i costi – una visione fondata sulla propria fede religiosa non abbia più libertà di essere definita, raccontata, vissuta e non abbia più la libertà di diventare anche una tradizione, un modo di vivere la società?

Io sono convinto che questo sia il più grande errore che noi possiamo fare. La società non si è costruita ieri e non è che sono arrivati i teorici del gender a scoprire che il maschile e il femminile sono la causa di tutti i disastri, di tutte le ingiustizie del mondo e che quindi vanno spianati per un mondo globalizzato, in cui sia possibile vendere smalto per unghie per maschi e per femmine. No, ci sono delle differenze e, come diceva Churchill, fortuna che ci sono quelle meravigliose differenze, benedette quelle differenze.

Noi, come legislatori, non dobbiamo darci come limite quello di una legge a tutti i costi. Penso che abbiamo una possibilità concreta, che è quella di affrontare il fenomeno, se c’è. Io ho dei dati, non li ho citati fino ad oggi ma oggi li cito. Ho fatto una richiesta ufficiale all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori-OSCAD, che è l’ufficio interforze dedicato alla lotta alle discriminazioni, e mi hanno risposto. Sapete quante segnalazioni (che non vuol dire denunce e neanche condanne) ci sono ogni anno per discriminazioni sulla base del genere? Sono 66 casi in due anni, 33 casi ogni anno. Qui c’è il dato ufficiale, se volete potete chiederlo all’OSCAD.

C’è un fenomeno? Sì, grazie al cielo è molto ridotto. Mi direte che anche un caso è grave. Sono d’accordo con voi: anche un caso è grave. Però non è quell’emergenza, non è quel dramma che si è voluto raccontare. Ci sono casi limitati; a questi casi dobbiamo dare risposte. Come ho già detto, dal mio personale punto di vista (non impegno il mio Gruppo, ma parlo per me), le leggi in vigore sono sufficienti. Trovatemi un caso che sia oggi esente da pena. Chiunque aggredisce, chiunque diffama, chiunque minaccia, chiunque provoca lesioni personali, chiunque attenta alla vita di qualcun altro, chiunque ingiustamente licenzia, chiunque ingiustamente esclude: tutte condotte che hanno sanzioni, in quasi tutti i casi sanzioni penali.

Ci sono condotte che devono essere integrate? Cerchiamole insieme. Ci sono sanzioni che a vostro o a nostro avviso devono essere aggravate? Cerchiamole insieme. Su questo vi garantisco – e lo dice Pillon – che non c’è una preclusione. L’Assemblea non è divisa in due, da una parte gli omofobi e dall’altra le brave persone; non funziona così.

Qui c’è un’Aula che è divisa, perché si è voluta inserire una ideologia inaccettabile in un disegno di legge che aveva un altro scopo. Tutti noi abbiamo esultato per l’Italia che ha vinto la finale degli Europei. È stato interessante vedere qual è stata la prima reazione dei nostri beniamini, dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma! Hanno chiamato la mamma e le hanno detto: ciao mamma, guarda quanto sono stato bravo. Ho vinto.

Noi italiani abbiamo degli anticorpi preziosi contro queste ideologie che ci vengono da una visione dell’uomo maturata nei college universitari del Nord America. Perché queste ideologie hanno un nome e un cognome: si chiamano Judith Butler, si chiamano Donna Haraway, si chiamano col nome di filosofi e antropologi che sono convinti che solo dal superamento del binarismo sessuale maschile e femminile avremo una società più giusta. Non è così!

Andate, vi prego, a vedere la società svedese e le società del Nord Europa, dove tutto questo è già realtà. Ve lo ripeto. L’ho già detto e lo dico ancora una volta. Abbiamo questa possibilità. Siamo un passo indietro e ancora non siamo caduti nel burrone. Forse ce la facciamo. Forse riusciamo a fare ancora un passo indietro. Per fare questo, però, è necessario che tutti insieme realizziamo il superamento di ogni schema ideologico. Ce la faremo? Francamente, non lo so. Francamente, non sono convinto. La possibilità, però, ce la siamo data.

La discussione continuerà ancora per giorni. Ho messo sul tavolo libri. Ho messo sul tavolo pubblicazioni. Sono a disposizione di tutti i colleghi che vogliano documentarsi anche meglio su questo. Vi prego, non votate questa proposta di legge come la voterebbe un quisque de populo. Approfondite ogni singola norma, anche chi è già convinto, in un senso o nell’altro, vada bene ad approfondire e a valutare ogni singola parola, perché stiamo decidendo di quello che sarà il futuro del nostro Paese.

Marilena Grassadonia, dal palco del Pride, lo ha detto con chiarezza. Ha avuto un pregio, quello della verità, quando ha detto: il disegno di legge Zan è solo l’inizio. Poi vorremo il matrimonio egualitario. Poi vorremo l’utero in affitto. Poi vorremo l’adozione gay e poi vorremo l’insegnamento gender nelle scuole. Tutte cose che sono state dichiarate da un palco, davanti a parlamentari appartenenti a due schieramenti qui presenti che applaudivano. Ditecelo chiaramente, allora. Il progetto che avete in mente è questo? Se questo è il progetto che avete in mente, non vi seguiremo mai e faremo la guerra, qui dentro e là fuori, con tutte le armi che la democrazia ci mette in mano. Perché una società senza famiglia è una società senza futuro; perché una società in cui togliamo i figli ai loro genitori è una società senza futuro ed una società morta. Una società in cui non si può più dire che un uomo è maschio e una donna è femmina è una società che non ha più nulla da dire. Questo è quello che dobbiamo dire ai nostri giovani, questo è quello che dobbiamo dire ai nostri figli!

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/07/15/simone-pillon-il-ddl-zan-e-un-grimaldello-per-trasformare-le-basi-stesse-della-nostra-societa/

“Fr… di m…”: se la candidata Pd fa commenti omofobi

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Spunta il commento choc di un’esponente del Pd. Ormai è piena bagarre nel centrosinistra sul Ddl Zan

Se fosse una gara di coerenza attorno al Ddl Zan, ci sarebbe uno sconfitto: in queste ore è spuntato un commento social di una candidata del Partito Democratico a Civitavecchia. Stupisce il contenuto: “Con Scalfarotto voglio essere politicamente scorretta – si legge – a frocione di m”. Non esattamente il linguaggio ed il contenuto che ci si aspetterebbero da chi milita in quella formazione politica.

Lo stesso partito che combatte da mesi affinché il Ddl Zan venga approvato in breve tempo e “così com’è” , come ripetono dalle parti del Pd a mo’ di mantra. La bagarre è tutta interna al centrosinistra: Italia Viva di Matteo Renzi è convinta che senza modifiche quel disegno di legge non possa passare. Il punto è più numerico che contenutistico. Se non altro perché al Senato sembra non esistere una maggioranza in materia. I renziani ne fanno soprattutto una questione d’opportunità politica. Ma il Pd non concorda con la rivisitazione di Scalfarotto. E a quanto pare dalle parti del Nazareno non si risparmiano troppo nel farlo notare.

Il segretario Enrico Letta non è disposto a scendere a patti. E ora lo scenario parlamentare appare complesso, con il tempo scandito fino al 13 luglio, giorno del voto in Senato. Il clima è infuocato. É in questo contesto che è apparso, come un fulmine in un cielo già compromesso, il commento social di Rosamaria Sorge, che l’ exonorevole Marietta Tidei d’Iv definisce “candidata del Pd a Civitavecchia”. La Tidei, che ha riportato il tutto tanto sul suo profilo Facebook quanto su quello Twitter, è un’ex parlamentare, oltre a ricoprire l’incarico di presidente della commissione Attività Produttive in Regione Lazio. “Mentre fioccano le accuse contro Renzi, paragonato ad Orban, e in tanti dispensano lezioni su identità di genere e tutela dei diritti civili – ha fatto presente la deputata renziana –, nella mia città una dirigente del pd ci regala queste perle. Sipario”. Il tutto a condire lo screen di un commento social che non lascia spazio a troppe interpretazioni.

L’esponente del Pd, dal canto suo, si difende. E sul suo di profilo Facebook appare quella che assomiglia ad una spiegazione, più che a delle scuse. Rosamaria Sorge, infatti, scrive tra l’altro “…che una mia battuta ironica, riportata fuori dal contesto abbia scatenato un putiferio in città; vengo sollecitata dai miei stessi compagni a chiedere scusa. Ma l’ironia dove l’avete relegata? Il politicamente scorretto osannato ultimamente dalle destre porta a potere scrivere frasi come la mia” Insomma, pure questa volta c’entrano “le destre“. Però del perdono richiesto dagli stessi “compagni” – quello che la Sorge dovrebbe domandare al sottosegretario Scalfarotto – , almeno mentre scriviamo, non vi è traccia. Può risultare curioso come la piddina affronti il tema della ‘ironia”, magari in relazione a quello della “omofobia”, che è poi, in via indiretta, uno dei grandi punti sollevati dai contrari al Ddl Zan. Appunto perché limiterebbe la libertà d’espressione. Comunque sia, volano stracci nel centrosinistra, a poche ore dalla notizia del mancato accordo sul testo.

Nel corso delle prossime ore – immaginiamo – si comprenderanno meglio i margini di quello che potrebbe accadere in Senato tra una settimana. La sensazione è che il Partito Democratico non sia disposto a mollare di un centimetro sulla posizione assunta. Il che però – dicono i renziani – comprometterebbe la stessa approvazione del Ddl Zan. Mentre di questo si parla ai livelli apicali della politica, qualche esponente territoriale fornisce prova di un cortocircuito niente male, così come abbiamo raccontato.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/ddl-zan-ora-spunta-commento-omofobo-candidata-pd-1960399.html

L’Europa spierà le nostre chat

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Se ne parla poco, anzi niente, e invece è importante, anzi urgente. Anzi, grave. L’Unione Europea, infallibile quando c’è da vessare, pretende che tutto ciò che ci confidiamo in privato sia squadernato e affidato a terzi con la scusa della lotta alla pedofilia. Il 26 maggio 2021, la maggioranza dei deputati della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) ha votato a favore dell’accordo che consente l’uso volontario del controllo della chat da parte dei fornitori di servizi online. Fuori dalla vasellina, la faccenda è brutalmente semplice: email, chat, messaggi, contenuti andranno sottoposti a sorveglianza automatizzata; la fine della residua segretezza digitale, il funerale della privacy a brandelli che ancora ci rimane.

Le conseguenze catastrofiche

C’è un termine, ed è oggi. Oggi il Parlamento europeo è tenuto al voto finale su Chatcontrol. Le conseguenze, se passa quest’altro Panopticon virtuale, sono talmente catastrofiche da risultare inimmaginabili. Facebook, Messenger, G-mail (che ha già cominciato senza attendere la risoluzione) e gli altri social vengono monitorati dalla famigerata intelligenza artificiale, insomma gli algoritmi, dietro i quali si nascono sempre occhi umani che nel buio puntano te. L’intelligenza artificiale, per definizione, è stupida: non distingue il culetto di un figlio al mare da quello di una vittima dell’orco; non si rende conto di un contenuto artistico, o scherzoso, o semplicemente delle confidenze tra esseri umani legittimamente arrapati; l’intelligenza artificiale controlla tutto, impacchetta tutto e consegna il raccolto a non meglio precisate “società private negli Stati Uniti”.

Cosa potranno spiare

Questo significa che tutto di te viene denudato: le tue conversazioni, le tue foto per far contenta la fidanzata o il fidanzato, il sesso a distanza che sempre più spesso ci scappa tra sconosciuti. Fantomatici operatori delle società private, fantomatici per modo di dire perché poi il malloppo viene trasferito ai Servizi di sicurezza, di polizia, di controllo degli Stati, vedono tutto e possono ricattare su tutto. Non solo. Diventa di facilità irrisoria costruire una accusa falsa per i reati più turpi. Non basta. Se vai all’estero, poi essere identificato e fermato in base a un sospetto, e se capiti in un Paese dove i diritti umani sono mandati allegramente a puttane, è meglio per te non chiederti cosa sarà di te. Non è tutto. Aprendo tutto lo scibile personale, intelligenze e hackers potranno spiarti e fare di te quello che vogliono. E, come sempre, è solo l’inizio: si parte dalla chat, dalle mail, e non si sa dove si arriva. Insomma è il trionfo del lodo Davigo: non esistono più innocenti, solo colpevoli da costruire.

Perché spiare le chat viola i nostri diritti

La cosa ha acceso qualche preoccupazione in Germania, dove la giurisprudenza si interroga e conclude che questa presunzione di reità va contro ogni forma di diritto e ogni grazia d’Iddio; da parte sua, la stessa Corte di Giustizia Europea trova che “l’analisi informatizzata e permanente e completa delle comunicazioni private viola i diritti fondamentali ed è vietata”. Ma la Ue non è cosa da piegarsi a simili sottigliezze: il controllo totale della Macchina sugli umani s’ha da fare, e si fa. Nessuna riservatezza, nessuna cautela, princìpio del sospetto, giustizia penale privatizzata ovvero affidata agli stessi social che già oggi, come Facebook, invitano gli utenti a “segnalare qualcuno che secondo voi è estremista”, e c’è da rabbrividire. Senza contare che il tasso di errore su queste procedure di intelligentissima idiozia è preoccupante: “Secondo la polizia federale svizzera, il 90% dei contenuti segnalati dalle macchine non è illegale, ad esempio le foto innocue delle vacanze che mostrano bambini nudi che giocano in spiaggia”. Mentre Le statistiche sulla criminalità tedesca dimostrano che il 40% di tutte le indagini sulla pedopornografia sono rivolte ai minori”. Un capolavoro, per tutelare i minori dalla pedofilia li si considera pedofili a prescindere. Mentre i pedofili veri ricorrerranno sempre più a sistemi alternativi, sempre più deep web, sapendo che tutto ciò che brulica in superficie viene intercettato.

Chi è l’unico a combattere l’Ue

È il trionfo del velleitarismo scriteriato e tendenzialmente delinquenziale della burocrazia di Bruxelles, che, così come ha reso porosi i confini fisici, si accinge a demolire anche quelli virtuali. Ma in Italia, naturalmente, nessuno se ne occupa, i giornali tacciono, il Pd, che è la cinghia di trasmissione tra Unione e Governo nazionale, fa finta di niente. Non la fa invece un certo Patrick Breyer, europarlamentare col Partito Pirata Tedesco, il quale sul punto sta dando battaglia forsennata. Breyer è di quei visionari rompicoglioni che si fiondano ovunque ci sia tanfo di violazione, un Pannella minore che accumula azioni, diffidenza, ammirazione, sanzioni e premi in egual misura. E sarà anche un fanatico, ma di quelli che, dati alla mano, circostanze alla mano, poi è difficile ignorare e anche far tacere. Si batte per trecentomila cause, su tutte la democrazia elettronica o virtuale, e sulla fine della segretezza per la corrispondenza digitale invita a non piegarsi. Breyer sarà anche un rompicoglioni ma ha ragione: non servono vaccini al grafene per controllarci fin nell’anima, basta e avanza una risoluzione della Ue. Toc toc: a qualcuno interessa?

Max Del Papa, 6 luglio 2021

DA

L’Europa spierà le nostre chat

La denuncia di Christus Rex al “Cristo gay” riceve un consenso enorme

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di Redazione

Il post della denuncia al “Cristo gay” del Gay Pride di Milano, ripresa dal quotidiano La Verità, sulla sola pagina Twitter del nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna riceve oltre 1.500 like, circa 500 condivisioni e 200 commenti favorevoli (anche da persone dichiaratamente non credenti o gay friendly). Oltre alle centinaia di adesioni ricevute sulle pagine Facebook, Instagram e privatamente. Indice che l’iniziativa è stata apprezzata, ma soprattutto che la gente è stufa di blasfemie, a prescindere da chi le compia.

Appena pronta, la denuncia sarà depositata e la parola spetterà alla Magistratura, in merito agli articoli del Codice sul vilipendio della Religione, sulla legge Mancino e qualsiasi altra ipotesi di reato contro la Religione e il sentimento religioso dei cristiani venga, eventualmente, rilevata nel corso dei Pride di Milano, Roma e Bologna della settimana scorsa.

Attenzioniamo, ora, il Pride di Verona, in programma sabato 3 luglio 2021, perché non esiste un diritto alla blasfemia.

Genocidio dei cristiani in Nigeria e Biden dorme!

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

L’ultima violenza si è verificata nel fine settimana di giugno, con 100 uomini armati che hanno attaccato una scuola governativa e rapito 70 studenti. Ma sono innumerevoli i sacerdoti, o ancora seminaristi, che sono stati uccisi o rapiti nell’ultimo anno.
Recentemente, negli Stati Uniti, a Capitol Hill, è stata ascoltata una testimonianza agghiacciante durante un panel della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale, a proposito degli atti atroci perpetrati contro i cristiani in Nigeria, relativamente ai quali sembra esserci un silenzio assordante sulla diffusa persecuzione che si sta soffrendo nel paese dell’Africa occidentale.
Dal 2015 sono state distrutte più di 2.000 chiese e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese devastato dalla guerra civile.
Eric Patterson, vicepresidente dell’Istituto per la libertà religiosa, ha parlato al National Catholic Register e ha offerto dettagli su come la situazione è precipitata in questo stato.
“C’è un gruppo dello Stato islamico nel Paese che ha compiuto attacchi in tutto il Paese, sia contro altri musulmani, musulmani sunniti e musulmani sciiti, sia contro cristiani, cercando letteralmente di sterminare i cristiani in quella zona. La popolazione è divisa tra musulmani e cristiani. Le controversie e gli attacchi lasciano contadini, allevatori, pastori e la classe operaia di questa regione in mezzo al fuoco. Le fonti di cibo e acqua sono colpite e molti perdono la casa e le fonti di lavoro nei campi.
Un recente rapporto afferma che più di 12.000 cristiani in Nigeria sono stati uccisi in attacchi da giugno 2015. Alcuni considerano Boko Haram sinonimo di ISIS. Ma hanno un’origine molto diversa.
Boko Haram è iniziato davvero più come un movimento localizzato che come una campagna ben congegnata. Il suo nome significa essenzialmente “no all’istruzione occidentale”. Quindi è iniziato come un gruppo revisionista che voleva guidare la società nella parte settentrionale della Nigeria, dove avevano istituito la sharia [legge islamica] accanto al diritto civile più di dieci anni fa. E volevano trasferirlo nel XII secolo dell’Islam e rifiutare, in sostanza, tutto ciò che è occidentale.
Ora si sono fusi in un’organizzazione molto più grande. E lo hanno fatto attraverso il terrore, l’intimidazione, il rapimento, lo stupro, la schiavitù e l’omicidio.
Rivolgendo la nostra attenzione alla persecuzione strettamente cristiana, in mezzo a questo diffuso terrorismo, la fascia centrale della Nigeria sembra essere quella dove stiamo assistendo al maggior numero di morti. Lo spargimento di sangue più importante è causata dai pastori musulmani Fulani. Ma chi sono i Fulani e da quanto tempo hanno questa roccaforte?
Sentiamo spesso il termine Hausa-Fulani, che sono due tribù predominanti musulmane distinte ma strettamente unite che sono tra le più grandi di tutta la Nigeria. È interessante notare che negli ultimi dieci anni molte persone non si sono rese conto che sebbene questi due gruppi abbiano spesso lavorato insieme, in realtà c’è stata anche violenza tra di loro. Ma i Fulani sono un grande gruppo nazionale, decine di milioni di persone nella regione.
Non stanno solo combattendo per la terra o l’acqua, né stanno solo aumentando le popolazioni in conflitto. Attaccano e bruciano chiese, attaccano seminaristi, in casi recenti procedendo alla loro decapitazione. Attaccano missionari, suore, pastori. Solo in questi primi sei mesi de 2021 i rapporti indicano che almeno 1.300 cristiani sono stati uccisi in quella regione della Nigeria.
L’anno scorso, la Nigeria è stata elencata dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo come un paese di particolare preoccupazione, mettendo il paese sotto lo stesso radar di alcuni dei più grandi violatori della libertà religiosa, come Iran e Cina. Dato il continuo aumento della violenza a cui stiamo assistendo in Nigeria, cos’altro si può fare? L’attuale amministrazione Biden sta prendendo sul serio la situazione?

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