La politica è un topo morto

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di Marcello Veneziani

La politica è un topo morto. È questo il responso globale delle urne. Mezza Italia non va a votare e la metà che resta, vota in larga parte per tutto ciò che è nuovo, è fuori, è contro. Viva gli outsider, via gli extra moenia…

La politica è l’unico campo in cui la verginità è ancora un valore, anzi è oggi il requisito principale. Virginia Raggi, ha già un nome promettente… Non avere un passato, un curriculum, una storia è la carta vincente dei grillini. Per un paese vecchio, che non fa figli, vedere un giovane è già un evento euforico. Quando vedi irrompere le facce della Raggi e dell’Appendino, Di Battista e Di Maio, partecipi all’incanto di un inizio, la magia dello stato nascente, la promessa senza ricordo, puro avvenire senza passato, pura intenzione senza bilancio. Fa simpatia lo stato nascente. Grillo è solo l’Ayatollah, la politica è nelle mani dei pischelli. Godiamoci le novità, una donna alla guida di Roma come non accadeva dai tempi di Rea Silvia, cioè prima della fondazione di Roma…Non dirò che è prevedibile la parabola, è probabile il flop, la delusione. Non si sa mai, meglio augurarsi che i 5stelle smentiscano i pronostici pur facili per città così difficili. E poi il mondo che si opponeva a loro, il vecchio mondo dei politici senza politica, era fatiscente e furbesco, da troppo tempo beveva veleno e sputava fiele, aveva perso la passione e la visione, meritava di crollare.

Però mi dico: cosa può fare, cosa può dare, quanto può durare, un movimento che non ha una visione politica e tantomeno storica, che non ha idee o progetti ma indica solo comportamenti e limitazioni, che confonde la purificazione dei mezzi con l’efficacia degli scopi? E l’onestà, che è ora una bandiera pagante, può reggere alla lunga senza una motivazione ideale, confondendo un principio di vita con un metodo e a prescindere dalla capacità? Quanto è disonesto, immorale, antisociale, promettere il reddito di cittadinanza, che è poi la radicalizzazione dello stessa demagogia degli 80euro renziani? A parte la difficoltà di reperire fondi cospicui per un’impresa così vasta, non è devastante, scoraggiante, l’effetto su chi lavora per guadagnare due soldi? Si crede davvero che si possano risolvere le voragini economiche italiane coi piccoli risparmi di qualche indennità parlamentare dimezzata? Si pensa davvero che diecimila pensioni d’oro possano compensare dieci milioni di pensioni da fame, si ha un’idea della proporzioni? Si pensa davvero che un paese possa rinascere semplicemente dicendo di no a tutte le imprese che aumentano i rischi di malaffare e di corruzione ma anche le prospettive di ripresa?

Ma lasciamo stare, l’irrealismo è quel che di solito caratterizza gli stati nascenti, poi col passare del tempo non vengono a galla solo i vizi, le velleità, i fallimenti ma si fa tesoro dell’esperienza, si acquista il senso attivo della realtà.
E dall’altra parte cosa c’è, tra gli insider, gli intra moenia estromessi dalle mura, insomma i topi morti? C’è il marasma senile. C’è lo squagliamento generale. Renzi che è la versione anagraficamente-politicamente corretta di Berlusconi,  ha giocato la partita Uno contro tutti, che ora si è ritorta avendo Tutto contro uno. Per lui ora la scommessa non è smontare e rifare il partito come lui dice, ma separare le sorti del governo da quelle del partito. Lasciare la leadership del partito per salvare la premiership del governo. E depotenziare il referendum.

Il centro-destra invece esiste come area d’opinione ma non ha più leader, oltre che classe dirigente. Basta con Berlusconi, ma Salvini non basta, e nemmeno Meloni. Non bastano più le faccine, le gag televisive, il popolo di centrodestra non vota o s’ingrillisce, vede i suoi leader come topi morti o sorci mai nati e intorno il deserto. Salvo pochi italiani, nessuno più vota per convinzione, ma per sfregio, per veder crollare questo o quello, ci teniamo Renzi perchè non abbiamo alternativa, votiamo Grillo perché vogliamo il Giudizio Universale.

A volte ho l’impressione che i grillini siano come gli orfanelli che una volta accompagnavano i funerali. Ignari, spaesati, a volte allegri, seguono da estranei il feretro dello sconosciuto. Dicono che l’ignoto defunto si chiamasse Politica.

Fonte: www.marcelloveneziani.it 

Rod Dreher, la resistenza dei cristiani e l’Ungheria

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’autore del bestseller sull’opzione benedetto evidenzia che per la libertà dei cristiani esiste una duplice minaccia e indica anche perché c’è questo pericolo
di Giuliano Guzzo

Prima di iniziare il suo tour europeo – che, come noto, ha visto tappe anche in Italia – di presentazione del suo ultimo libro, La resistenza dei cristiani (Giubilei Regnani, 2021), lo scrittore americano Rod Dreher si trovava in Ungheria. Questo soggiorno ha attirato la curiosità del The New Yorker, che gli ha chiesto conto della visita al Paese di Viktor Orbán. Che, manco a dirlo, l’autore del bestseller L’Opzione Benedetto ha descritto in toni molto meno cupi, anzi, rispetto a quelli soliti dei mass media. Aveva sentito l’Ungheria descritta come uno stato autoritario, sottolinea The New Yorker, ma a Budapest ha trovato tutti liberi di dire ciò che pensavano.
L’attenzione riservata al suo soggiorno ungherese ha dato modo a Dreher, su quell’American Conservative di cui è una colonna, di illustrare – riportando una lunga mail inviata proprio al New Yorker, ad integrazione dell’intervista fattagli – aspetti significativi del suo pensiero. Non solo, va da sé, riguardo all’Ungheria su cui pure rivela aspetti di rilievo («l’attuale partito razzista in Ungheria, Jobbik, è alleato con la sinistra anti- Orbán, ma i media occidentali non ne danno conto»), ma pure su questioni politiche e, più precisamente, su quale sia la forma di governo ideale. Ecco, rispetto a questo, come suo solito, Dreher sviluppa un ragionamento interessante e per nulla male.
Infatti, non si limita a dire quale sarebbe, appunto, la forma di governo ideale – che pure indica senza troppi giri di parole («preferirei una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani») -, ma va oltre, indicando che per la libertà dei cristiani e non solo, al momento, esiste una duplice minaccia.
Prima di vedere si tratta, è bene evidenziare come l’autore de La resistenza dei cristiani non si limiti ad agitare lo spettro della minacciata libertà di pensiero. Indica anche perché c’è questo pericolo. «Il liberalismo, al di fuori dei confini fissati dalla tradizione giudaico-cristiana», scrive infatti Dreher, «degenera in illiberalismo, un illiberalismo che rende le persone come me nemici del popolo, per usare la vecchia frase comunista». Il richiamo al comunismo non è evidentemente causale dato che, ne La resistenza dei cristiani, proprio i dissidenti cristiani della tirannia sovietica sono indicati come coloro da prendere a modello per sopravvivere nel contesto attuale, che Dreher chiama «la democrazia illiberale laica che sta nascendo».
Si tratta di una forma di governo, per tornare a noi, che vede due problemi per i cristiani. Che lasciamo svelare a Dreher quando, lanciandosi in una previsione, scrive: «Sembriamo tutti essere proiettati verso un futuro che non è liberale e democratico, ma sarà o illiberalismo di sinistra o illiberalismo di destra». Sono parole di peso anche perché, giova ricordarlo, son quelle di un autore conservatore. Che quindi saremmo istintivamente portati ad immaginare vicino alla destra, area politica che tuttavia – e qui l’onestà intellettuale di Dreher è notevole – in quanto tale non offre garanzia alcuna.
Quindi? Posto che sfortunatamente «una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani» non si intravede all’orizzonte, che fare? Il bestellerista americano è consapevole di questa domanda, meglio di questo dilemma. Al quale dà una risposta molto brillante: «So da che parte stare: dalla parte che non perseguiterà me e la mia gente». Come dire: il migliore dei governi possibili non è, ahinoi, a portata di mano. Ma, piccola consolazione, almeno abbiamo una bussola per evitarci il peggiore.
Ultima curiosità. Dreher conclude la mail al New Yorker dando un’applicazione pratica del principio appena enunciato. Eccola: «A pensarci bene, due eminenti ungheresi – George Soros e Viktor Orbán – offrono visioni contrastanti, oggi, di cosa significhi essere occidentali nel 21° secolo. Uno di loro deve prevalere. Bisogna quindi scegliere. Orban non è un santo, ma so da che parte sto. So da che parte devo stare». Una chiusura, ancora una volta, brillante. E convincente.

DOSSIER “VIKTOR ORBAN”
Chi è il presidente dell’Ungheria

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Titolo originale: Starò con chi non mi perseguita, dice Rod Dreher
Fonte: Sito del Timone, 16 settembre 2021

Sessismo ovunque. Un’altra statua nel mirino delle femministe

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di Redazione www.nicolaporro.it

Le povere statue non hanno più pace. Qualcuno all’inizio si era illuso che il fenomeno di abbattimento dei monumenti fosse esclusivamente americano e volto ad eliminare i simboli di un passato dai contorni opachi. E invece no. Infatti, dopo aver estirpato gli eroi della vecchia Confederazione sudista e Cristoforo Colombo, la cancel culture è arrivata anche in Europa, prima in Inghilterra abbattendosi sul povero Churchill, poi in Francia con Napoleone e infine anche qui da noi con l’imbrattamento della statua di Montanelli a Milano e le polemiche sul monumento dei 4 mori di Livorno.

La nuova polemica

Quello che si sta scatenando attorno ad una nuova statua inaugurata ieri a Salerno, però, è se possibile, ancora più paradossale. Sì perché la protagonista del monumento è una donna, “la spigolatrice di Sapri”, ed è dedicata all’omonima poesia di Luigi Mercatini, che racconta di una contadina del sud Italia che lascia il lavoro per unirsi al tentativo di insurrezione antiborbonica organizzata dal patriota Carlo Pisacane nel 1857. Un esempio di virtù, di coraggio e impegno politico, quindi, a maggior ragione perché riferita ad un’epoca in cui le donne non trovavano molto spazio nella società. E dunque qual è questa volta il problema? Quando non è il soggetto, in discussione viene messa ovviamente la sua rappresentazione. E la spigolatrice, a dispetto del suo nome, non piace alle femministe di casa nostra perché mette in evidenza curve da urlo e un atteggiamento provocante. I suoi abiti? Troppo succinti. Ed ecco quindi arrivare puntualissima la catechizzazione di Laura Boldrini su Twitter.

Femministe alla carica

“La statua appena inaugurata a Sapri e dedicata alla Spigolatrice – ha scritto – è un’offesa alle donne e alla storia che dovrebbe celebrare. Ma come possono persino le istituzioni accettare la rappresentazione della donna come corpo sessualizzato?”. E infine il giudizio finale: “Il maschilismo è uno dei mali dell’Italia”. Ma la più celebre paladina del femminismo nostrano non è stata la sola a dirsi indignata. Sulla stessa linea anche la senatrice del Pd, Monica Cirinnà che ha parlato di “schiaffo alla storia e alle donne” e la ex parlamentare di Forza Italia, Manuela Repetti, che si è spinta oltre chiedendo addirittura la rimozione del monumento.

Ciò che però rende ancora più divertente e surreale l’intera vicenda è che la statua è stata eretta in un comune guidato da Italia Vivail partito di Renzi e che all’inaugurazione del monumento fosse presente anche Giuseppe Conte, che si trovava in loco per il suo tour elettorale. Quindi non solo il monumento ha per protagonista una donna virtuosa, non solo è stato voluto da un’amministrazione progressista, ma all’inaugurazione era presente persino l’ex premier della coalizione “con il cuore a sinistra”. Insomma, un cortocircuito di tale entità non può che essere fonte di grande divertimento e soddisfazione. Perché delle due l’una, o nella nostra società sono tutti maschilisti oppure il perbenismo di una certa sinistra sta cominciando a diventare tossico anche per coloro che vi stanno più a contatto. Sintomo evidente del fatto che in queste ideologie politicamente corrette ci sia qualcosa di estremamente sbagliato.

Sembra proprio pensarla così il sindaco di Sapri Antonio Gentile, che ha difeso la statua dicendo di ritenere “violento, offensivo e a tratti sessista” l’attacco della senatrice Repetti e la ha accusata di “incitare all’abbattimento dei monumenti come avvenuto recentemente in altri paesi privi di democrazia”. 

Per non parlare dell’autore della statua, Emanuele Stifano che ha rispedito al mittente tutte le accuse di sessismo e ha rivendicato con orgoglio le sue scelte artistiche. “Sono allibito e sconfortato da quanto sto leggendo – ha scritto sui suoi canali social. Mi sono state rivolte accuse di ogni genere che nulla hanno a che vedere con la mia persona e la mia storia. Quando realizzo una scultura tendo sempre a coprire il meno possibile il corpo umano, a prescindere dal sesso. Nel caso della Spigolatrice, poiché andava posizionata sul lungomare, ho “approfittato” della brezza marina che la investe per dare movimento alla lunga gonna, e mettere così in evidenza il corpo. Questo per sottolineare una anatomia che non doveva essere un’istantanea fedele di una contadina dell’800, bensì rappresentare un ideale di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza, il tutto in un attimo di grande pathos. Aggiungo che il bozzetto preparatorio è stato visionato e approvato dalla committenza”.

L’integralismo del politicamente corretto ha colpito ancora. Ora tutte le statue devono iniziare a tremare. E forse anche la sinistra più moderata.

Il sondaggio: Ue impopolare, sempre più cittadini vorrebbero maggiori poteri agli Stati

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di Giuseppe De Santis

Roma, 25 set – Non passa giorno senza che si levino, quasi a reti unificate, alti elogi nei confronti dell’operato di Bruxelles. Una propaganda quasi martellante, che non sembra però capace di raccogliere i risultati sperati. Almeno stando ad un recente sondaggio sull’Ue, che ci racconta una realtà ben diversa dalla narrazione dominante.

Il sondaggio sull’Ue: la maggioranza preferirebbe politiche economiche in mano agli Stati nazionali

La società di ricerca Redfield & Wilton Strategies ha condotto, per conto di euronews tra il 4 e il 10 agosto scorsi, interviste a 31mila cittadini residenti in 12 diverse nazioni aderenti al consesso comunitario, chiedendo tra le altre cose se a parer loro la politica finanziaria debba essere di competenza dell’Unione o degli Stati nazionali. La risposta è stata un duro colpo per i burocrati comunitari.

Il 76% dei cittadini olandesi, ad esempio, ritiene che la regolamentazione economico-finanziaria debba ritornare agli Stati. Una marcia indietro, insomma, rispetto all’attuale assetto che vede protagonisti la Commissione e la Banca centrale europea. Quello dei Paesi Bassi non è un caso isolato, dovuto magari alla (errata) convinzione di dover pagare per altri. A chiedere più sovranità nazionale in materia sono infatti anche i cittadini di Estoria, Germania, Grecia, Italia e Portogallo. Notevole la maggioranza di questa sorta di sondaggio sull’Ue e sul gradimento delle sue politiche: il 60%. Unica, curiosa eccezione l’Ungheria, con meno della metà degli intervistati favorevoli ad un arretramento di Bruxelles. Entrando ancora più nello specifico, alla domanda se Ue e Bce intervengano eccessivamente nelle faccende economiche dei singoli Paesi hanno risposto in maniera affermativa il 61% dei greci, il 34% dei tedeschi e il 31% dei lettoni.

Dati sicuramente interpretabili, ma di certo non favorevoli alla narrazione europeista. E dai quali, soprattutto, emerge che secondo la maggioranza dei cittadini Ue i disastrosi risultati della gestione della crisi post 2008 sono stati causati da errori commessi a livelli comunitario e non certo dai singoli Stati. Un conto salato le cui conseguenze si avvertono (e stiamo pagando) ancora oggi.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/sondaggio-ue-impopolare-cittadini-vorrebbero-maggiori-poteri-stati-208208/

I virologi piangono solo se zittiscono loro

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di Francesco Giubilei

Dopo mesi di marginalizzazione dal dibattito pubblico e mediatico di ogni voce che provasse ad avanzare dubbi sulla gestione della pandemia in Italia, anche i virologi gridano a una presunta censura nei loro confronti a causa di un ordine del giorno discusso in parlamento. Il coro unanime di Galli, Bassetti e Preglisco “no al bavaglio” arriva a causa dell’odg al Dl green pass bis che afferma: “I professionisti sanitari possono fornire informazioni relative alle disposizioni sulla gestione dell’emergenza sanitaria in corso su esplicita autorizzazione della propria struttura sanitaria”.
In poche parole i virologi e tutti i medici, prima di rilasciare dichiarazioni o interviste sui media, devono farsi autorizzare dall’azienda sanitaria in cui lavorano per “evitare di diffondere notizie o informazioni lesive per il Sistema sanitario Nazionale e di conseguenza per la salute dei cittadini”. Una proposta sulla carta sbagliata ma nata dopo un anno e mezzo di sovraesposizione mediatica in cui i virologi hanno detto tutto e il contrario di tutto nei principali media nazionali.
La levata di scudi dei virologi contro la presunta censura contraddice il loro silenzio nei mesi passati quando a non avere spazio erano voci critiche di molte decisioni legate al covid non da un punto di vista medico ma politico, sociale, economico e costituzionale. Numerosi giornalisti, costituzionalisti, intellettuali hanno avanzato legittimi dubbi sul green pass o su misure che mettono in discussione diritti costituzionali eppure, pur non addentrandosi in analisi di carattere medico, sono stati etichettati come no-vax e marginalizzati. Sarebbe stato importante anche in questo caso che i virologi si esprimessero contro la censura e il bavaglio. Eppure nei mesi passati non abbiamo sentito nessun appello alla libertà di parola e di dissenso su determinate scelte politiche.
Al contrario, ogni volta che qualche commentatore aveva l’ardire di contraddire le posizioni dei virologi, veniva tacciato come antiscientifico. Il problema è che nell’ultimo anno e mezzo molti di loro non si sono limitati a parlare di medicina o covid da un punto di vista scientifico ma sono diventati veri e propri tuttologi intervenendo quotidianamente su ogni tema e sostituendosi spesso alla politica. Abbiamo assistito al paradosso che, mentre i virologi accusavano commentatori a vario titolo di parlare a sproposito di medicina e di “dover studiare”, erano essi stessi a esprimersi su argomenti in cui deficitavano di una preparazione. Si sarebbero perciò dovuti accorgere prima che la libertà di parola va sempre difesa e non solo quando ad essere toccati sono i propri interessi.

Bomba di Bisignani: “Vi svelo chi tiene prigioniero Draghi”

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L’OPINIONE

L’ “uomo che sussurrava ai potenti” non parla mai a caso. In questa intervista esprime delle opinioni piuttosto nette su Draghi e sulla salute del governo, con previsioni per la politica futura…(N.d.R.)

Intervista di Affaritaliani.it a Luigi Bisignani.

di Alberto Maggi

Ormai siamo quasi a fine settembre, l’estate è lontana e la politica è ripartita. Come valuta l’azione del governo Draghi?

“Certamente se lo paragoniamo al governo Conte che c’era prima siamo in una situazione idilliaca, l’esecutivo giallo-rosso è stato un vulnus per la democrazia”.

Detto ciò…

“Ormai sono passati mesi e sinceramente da Draghi ci si aspettava di più, soprattutto sul piano del coordinamento tra i ministeri e sul fronte del rapporto tra Palazzo Chigi e i ministri. Il grande prestigio del presidente del Consiglio ha annullato la collegialità del governo”.

Un giudizio pesante…

“La campagna vaccinale non sta andando come si sperava, sul tanto sbandierato Recovery Plan vediamo come i soldi non sono ancora arrivati. E ricordo che stiamo per entrare nel 2022 ed entro il 2026 le opere vanno concluse, ma nessuna è ancora partita”.

Non siamo messi bene, insomma…

“Un ministero chiave come quello delle Infrastrutture è in mano a professori universitari di grande prestigio vicini al ministro Giovannini che non è né un politico né un super-tecnico. Di fatto è un ministero bloccato”.

Altri nodi nel governo?

“Un comparto fondamentale come la digitalizzazione del Paese è fermo al ‘caro amico’, il ministro Colao continua a fare contratti a giovani volenterosi che in gran parte provengono dalla Vodafone. E questo oggettivamente crea un problema. Il piano digitale per le scuole non è nemmeno partito con la digitalizzazione del Paese ferma”.

E Palazzo Chigi?

“Il pallino è totalmente nelle mani del professor Giavazzi, che è un grande editorialista ma di amministrazione pubblica sa poco o niente. E questo paralizza la macchina della presidenza del Consiglio”.

Un voto a Draghi premier dopo 7 mesi di governo?

“Partiva da 110 e lode, oggi si merita un 68-70, diciamo che sicuramente ci si aspettava di più. In politica estera ha avuto un grande prestigio fino a quando si parlava di economia, ma ora che si comincia a fare sul serio emergono i limiti di Draghi. Clamorosa la gaffe della sua portavoce quando ha detto che dopo cinque giorni il presidente Draghi avrebbe avuto una videocall con il cinese Xi. Un errore di comunicazione e di sostanza da matita blu. Il presidente del Consiglio italiano non sta in lista d’attesa e la notizia va fatta uscire quando la conversazione è già avvenuta”.

Che cosa succede nella Lega? E’ davvero in atto una guerra interna?

“L’atteggiamento di Salvini ha creato contro-leader interni a loro insaputa, ma Zaia, Fedriga e soprattutto Giorgetti non hanno alcuna intenzione di scalzare Salvini e di fare il segretario. E’ solo una follia giornalista alimentata dal comportamento e dalle scelte politiche di Salvini”.

E il Pd?

“Letta si sta dimostrando totalmente inadeguato e Base Riformista, la corrente di Guerini, Lotti e Margiotta, sta vincendo tutti i congressi. La base Dem non si identifica più in Letta e Orlando”.

Il Centrodestra va verso una sonora sconfitta alle Amministrative?

“Suicidio assoluto, potevano essere stravincenti a Roma e Milano e invece stanno facendo la conta continuando con divisioni ridicole”.

Si avvicina anche il voto per il Quirinale…

“Escludo l’ipotesi Draghi, è troppo intelligente e sa perfettamente che 60-70 grillini lo impallinerebbero per la paura di andare al voto, non potendo garantire loro che non scioglierà le Camere. Su Mattarella vedo un attivismo che non c’è mai stato prima, come la visita al Papa in anticipo, cosa che non si fa. Ha iniziato a dire ‘non voglio, non ci sto’ (al bis, ndr) ma l’ipotesi di una rielezione di Mattarella è sempre più probabile. Magari questa possibilità non cresce in Mattarella stesso, ma certamente nell’uomo forte del Quirinale, il segretario generale Zampetti, che non ha alcuna intenzione di andare ai giardinetti”.

Draghi premier anche dopo le elezioni politiche?

“Mah, secondo me pensa a un grande incarico europeo e in particolare alla poltrona di Von der Leyen. Visto il disastro di questa Europa e dei leader europei, Draghi ha tutte le carte in regola per fare benissimo”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/bomba-di-bisignani-vi-svelo-chi-tiene-prigioniero-draghi/

 

Green pass e canna libera: ci vogliono rinchiusi e storditi

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di Max Del Papa

A questo punto il giornalista coscienzioso non si interroga più sul se ma sul quando o meglio sull’usque tandem. Il green pass, quest’arma di ricatto palese, è allargato come si temeva a qualsiasi attività umana e siccome il green pass è funzione del vaccino, allora si capisce bene la prospettiva di una storia infinita. Marciamo verso l’80% di copertura ma già dicono che non basterà il 90 e forse neppure il 100%, obiettivo peraltro irraggiungibile. Smaltite, chi meglio chi con molti danni, la prima e la seconda dose, ora spingono sulla terza ma già si parla della quarta, la quinta e c’è chi ipotizza somministrazioni cicliche, vita natural durante.

Il lasciapassare per controllarci

Stando così le cose, il green pass che impone il vaccino non finirà mai, diventerà sempre più uno strumento di controllo oltre i fini originari. I segnali ci sono tutti: il ribaltamento della logica per cui la costrizione è libertà, sicuro segno di approccio autoritario; l’accordo pressoché unanime di tutto o quasi il mondo politico; i costituzionalisti di servizio che spiegano come il puntuale tradimento della Costituzione sia perfettamente lecito; gli scienziati da passerella scatenati come ultrà; una informazione camorristica che piglia di punta i contrari e li inchioda alla croce, tutto un movimentismo di opinione trasversale che si esalta ogni giorno di più nell’auspicare cannonate, punizioni corporali, rappresaglie, pistolettate ai contrari. Le trasmissioni televisive sono processi kafkiani, le rare voci critiche vengono umiliate, pressate una dopo l’altra, e si sentono allucinanti trovate come quella di trasformare il QR, il codice identificativo del green pass, in una sorta di tatuaggio indelebile o microchip inestirpabile dalla pelle.

A forza di cianciare della internet delle cose, cose intelligenti come le macchine che vanno per conto loro e travolgono i passanti o le case che si mettono a sragionare come in un film horror, non ci siamo accorti che ci stanno trasformando in umanoidi poco o per niente intelligenti: anche noi cose, elementi artificiali, senza anima.

Chiusi in casa, ma cannabis libera

In questa condizione, non può essere un caso che riprenda la crociata sulla cannabis libera. Rilanciata anzitutto da quel residuo del radicalismo tribunizio che è Emma Bonino, ma con fondamenti assai precisi: la licenza di stordirsi per non pensare, per non avvertire le costrizioni di un regime che ogni giorno di più si svela come tale, con intenti totalitari e duraturi. Come sempre in linea con l’agenda sorosiana che tanto piace a Bonino. La strategia è elementare ma infallibile: noi vi chiudiamo, vi sottoponiamo alle restrizioni di una società concentrazionaria, però con licenza di sballarvi nei vostri loculi; rincoglionitevi in grazia dello Stato e non rompete più i coglioni. Anche questa spacciata per battaglia di libertà, ma è un dibattito folle, condotto da chi non sa di cosa parla.

Se si vuol dire che lo Stato non deve entrare nelle scelte private dei cittadini, non deve decidere la loro salute e il loro stile di vita, allora ci può stare: su questi presupposti un economista liberal-liberista come Milton Friedman voleva legalizzare tutte le sostanze indistintamente. Ma sostenere che la legalizzazione di una droga farebbe crollare il mercato criminale è pura scemenza, come non si stancava di ribadire uno che la materia la conosceva bene, il giudice Paolo Borsellino. Difatti la portano avanti i santini avariati della sinistra gaudente e molliccia come Saviano.

La cannabis da asporto serve solo a svuotare le proteste, a fornire un alibi ludico con parvenza trasgressiva. Più rimbambiti, più assoggettati. Nella Russia del dopoguerra c’era il makorka fumato in striscioline di carta da giornale, roba che spaccava lo stomaco, e c’era la vodka sintetica che dopo due sorsi provocava allucinazioni. Oggi abbiamo la cannabis eurogarantita con le cartine ecosostenibili, così anche Greta è contenta.

Max Del Papa, 21 settembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-e-canna-libera-ci-vogliono-rinchiusi-e-storditi/?utm_source=app&utm_medium=link&utm_campaign=telegram

“Non legalizzerò aborto, nozze gay o eutanasia. Non importa la pressione internazionale”

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NAYIB BUKELE (PRESIDENTE DI EL SALVADOR) SCHIETTO: “LA RIFORMA COSTITUZIONALE NON LEGALIZZERÀ NULLA DI TUTTO CIÒ”

Di Angelica La Rosa

Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha radicalmente escluso che i progetti di riforma della Costituzione, che consegnerà all’Assemblea legislativa, includano modifiche agli articoli che regolano il matrimonio, l’aborto e l’eutanasia. E ha assicurato che “non proporrà nessuna di queste cose, non importa quanta pressione internazionale possa avere”.

Il presidente salvadoregno ha spiegato su Facebook sia la sua decisione che le ragioni: “l’opposizione ha così paura di una riforma costituzionale che smantella il sistema di privilegi di cui hanno sempre goduto, che si è occupata di diffondere pettegolezzi” e una sporca campagna elettorale dicendo “che l’intenzione è quella di approvare l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’eutanasia”.

“Niente di più lontano dalla realtà”, ha assicurato Bukele. “Mi conoscete da molti anni e sapete che non proporrei nessuna di queste cose… Anche alcune brave persone… sono cadute preda dell’inganno”.

Bukele ha deciso, affinché non ci siano dubbi, di non proporre alcun tipo di riforma a qualsiasi articolo che abbia a che fare con il diritto alla vita (dal momento del concepimento), con il matrimonio (mantenendo solo il disegno originale, una uomo e una donna) o con l’eutanasia.

Il presidente ha concluso il suo messaggio mettendo il Paese nelle mani di Dio (parlando di “una Costituzione che ci porti al futuro, ma mantenendo sempre i nostri principi e la nostra fede in Dio, come forza che guida tutte le nostre azioni”.

Nei giorni scorsi i vescovi di El Salvador avevano chiesto che la futura Costituzione continuasse a rispettare la vita umana fin dal suo concepimento e l’istituzione della famiglia.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/19/non-legalizzero-aborto-nozze-gay-o-eutanasia-non-importa-la-pressione-internazionale/

 

Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-covid sia quella giusta?

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di Pino Cabras

Fonte: Pino Cabras

L’Italia ha appena lo 0,75% della popolazione mondiale, ma crede fortemente che anche per il rimanente 99,25% dell’umanità la questione covid sia affrontata negli stessi modi, con le stesse parole d’ordine e con le stesse pandemistar a dominare gli schermi. Fuori dalla Bolla Italia esiste invece una realtà diversa, un mondo “Burioni Free” che ha sì cambiato la propria profilassi, ma fa meno drammi e fa stare meglio la gente.
Vi propongo alcune riflessioni in merito all’attuale situazione della crisi Covid che nascono dal confronto con alcuni analisti politici e con molti significativi dati ormai a nostra disposizione. Quella che chiamo Bolla Italia è una sorta di “bolla locale” che chiude in un universo separato e provinciale le azioni delle istituzioni e dei partiti, l’impaginazione degli organi di informazione, il modo di leggere le statistiche, la polarizzazione estrema dei rapporti fra le persone dentro le comunità, l’organizzazione dei viaggi e del lavoro sotto una cappa di regole di confinamento in continua evoluzione. Nel giro di breve tempo si è formata una casta di “intellettuali organici della pandemia” a servizio permanente ed effettivo di una sola narrazione legittimata, organica a un blocco d’interessi, che ragiona nei confronti delle narrazioni diverse con la stessa logica confessionale della “scomunica”. I social network, i cui principali azionisti sono gli stessi delle banche e delle case farmaceutiche, sigillano in modo sempre più occhiuto le parole e i pensieri consentiti. Non è un complotto. È il capitalismo del XXI secolo. Gli intellettuali organici della pandemia hanno formato anche un loro affezionato pubblico di piccoloborghesi ipocondriaci e incattiviti, che chiedono alle autorità di fare la faccia sempre più feroce.
Tutto il mondo, sia chiaro, sente che la sfida sia globale. I temi possono anche somigliarsi ovunque: il distanziamento fisico (c’è chi dice sociale), le nuove regole d’igiene, i vaccini, le cure, la tenuta degli ospedali, le strategie diverse per anziani e giovani. Gli Stati dosano interventi di emergenza e tentativi di far reggere il funzionamento economico e sociale in modi diversi, offrendo così esempi pratici di centinaia di possibili maniere di affrontare la sfida, altrettante “controprove” rispetto a quelle che in Italia sembrano “prove” inconfutabili.
Molti in Italia presentano ad esempio l’urgenza di forzare la mano sulla questione vaccini con l’idea che gli italiani tendano a rifiutare le inoculazioni. Osservate la tabella tratta da “Il Sole 24 Ore”. L’Italia è il 14° paese al mondo per doppie vaccinazioni. Precediamo paesi del calibro di Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi, Francia, Israele, che pure iniziarono prima. Chi dice che gli italiani “non vogliono” – e per questo si dovrebbero manomettere equilibri costituzionali delicati – sta mentendo. Non stupitevi se gran parte della stampa italiana mente e se il vostro presidente del Consiglio mente. Mentono quasi sempre, in modo vasto e sistematico.
Vedevano invece giusto sull’argomento l’OMS, la Commissione Europea, il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa. Pressoché tutti i paesi si conformano a un quadro giuridico in cui gli obblighi e le costrizioni vaccinali sono da evitare perché violano i diritti universali e fondamentali della persona umana. Senza arrivare al giro di vite che viene ora inaugurato, molta gente si era comunque vaccinata. Perché mai dunque trattare i cittadini italiani come sudditi riottosi, con un carico di violenza pubblica sconosciuto agli altri stati?
Ma questo è solo un pezzo della questione. Faccio mio il post pubblicato da Simone Santini, un analista che va più in profondità sulla questione strategica di fondo, con uno sguardo rivolto al mondo intero. Leggete attentamente cosa scrive.
Si fa una domanda radicale: «Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-covid sia quella giusta?». La risposta di Santini è articolata.
«Sempre più scienziati e studiosi, a livello internazionale, stanno avanzando dubbi sulla efficacia della strategia anti-covid adottata generalmente in Occidente, ma anche in altre fondamentali parti del mondo, come in Cina, basata sul concetto di “covid zero”.
Con tale espressione si intende una strategia che punta ad eliminare la circolazione del virus così da cancellare il problema e tornare a una condizione di normalità. Dai lockdown alle vaccinazioni di massa, il concetto alla base è il medesimo: l’obiettivo finale è l’eradicazione del virus.
Le voci di tali scienziati, si diceva, si domandano però se tale obiettivo sarà davvero raggiungibile con i mezzi a disposizione. Secondo questa linea di pensiero, infatti, sia i lockdown che le vaccinazioni di massa sono utili, anzi necessarie, per bloccare l’avanzata e il dilagare senza controllo del virus durante i picchi epidemici, salvando così i sistemi sanitari dal collasso (è questa, diciamocelo, la vera e fondamentale emergenza che ci ha minacciato durante il 2020 ed all’inizio di quest’anno) ma non sarebbero sufficienti per superare definitivamente il problema nel lungo periodo.»
La pandemia (o meglio: sindemia) «sarebbe veramente superata solo a due condizioni, anche alternative: o con il virus che raggiungesse naturalmente una condizione endemica per cui, adattandosi all’uomo, diventasse meno aggressivo, oppure se si scoprisse un farmaco efficace (magari sia nella fase iniziale che successiva della malattia), di facile somministrazione, e adatto a un utilizzo di massa quindi senza effetti collaterali apprezzabili. Insomma, la strada da perseguire non sarebbe tanto quella della tendenziale eradicazione quanto piuttosto di una ragionata convivenza col covid, fino al raggiungimento di una immunità di gregge naturale e non vaccinale.
I vaccini stanno dimostrando infatti di essere un mezzo utile per attenuare le forme più gravi della malattia, in particolare per le fasce fragili della popolazione, ma non sembrano in grado di arrestare la circolazione del virus tra la popolazione. Dunque utili per tamponare gli effetti più dannosi dell’epidemia, ma non adatti a stroncarla.
Gli Stati che hanno portato avanti campagne massicce di vaccinazione, alle prese con varianti ed efficacia limitata temporalmente di tali presidi, si trovano ora davanti al dilemma: ricominciare da capo ogni 6-8 mesi con nuovi cicli di inoculazioni? Terza dose, quarta, quinta per tutta la popolazione? Fino a quando?
Altri Stati, anche europei, stanno immaginando una via diversa. Dopo aver vaccinato le fasce più deboli della popolazione e buona parte delle altre, stanno riaprendo la vita civile alla normalità, senza discriminare e distinguere la popolazione tra vaccinata e non-vaccinata.
Contano sul fatto che non ci saranno più masse di malati (specialmente anziani e fragili) che intaseranno gli ospedali, che alcune cure per la malattia ormai ci sono anche se non definitive, che se il virus circola fra la popolazione più giovane, resistente e forte, non solo non farà troppi danni ma, addirittura, potrebbe essere positivo nel lungo periodo.»
Santini conclude: «Il dibattito pubblico socio-politico e informativo in Italia dovrebbe essere orientato su tali argomenti. Invece pare anchilosarsi sulla problematica presenza di 4-5 milioni di cittadini che non intendono vaccinarsi (questa sarà in definitiva la quota dei cosiddetti no-vax)». Nel frattempo, nel mondo ci sono ancora 4-5 miliardi di persone non vaccinate e qualsiasi forma di realismo politico ci fa concludere che non lo saranno ancora a lungo, intanto che qui si insisterà con la catena delle dosi in una fase ancora soggetta all’incertezza degli esiti sperimentali. L’immunità di gregge è una chimera, un irraggiungibile miraggio intorno a cui viene fatto ruotare ossessivamente e ipnoticamente il dibattito pubblico nostrano. Milioni di persone sono trattate come l’asino che tira la carretta perché gli viene fatta pendere una carota davanti al muso, intanto che viene usato un bastone sempre più robusto a percuotergli la groppa.
Poche ore dopo a pubblicazione del post che vi ho trascritto, arriva una conferma da Londra sul fatto che le strategie tese ad accentuare un’organizzazione sociale da Stato di Polizia non sono le uniche possibili. Il ministro della Salute britannico, Sajid Javid, dichiara: «Non dobbiamo fare le cose solo per il gusto di farlo o perché gli altri lo stanno facendo, dobbiamo considerare correttamente ogni possibile intervento. Non mi è mai piaciuta l’idea di dire alle persone “Devi mostrare i tuoi documenti o fare qualcosa per poter svolgere un’attività quotidiana”. Abbiamo ponderato a lungo la questione e, anche lo terremo come riserva e come potenziale opzione, sono lieto di annunciare che non andremo avanti con il progetto dei passaporti vaccinali» (https://www.youtube.com/watch?v=q9q_mFfLD1U). Nella violenta dialettica imposta dal potere in Italia, una simile posizione sarebbe immancabilmente ricaduta e soffocata nell’etichetta NoVax. Ricordiamoci che l’ipotesi di green pass britannico non si spingeva verso la sommatoria di vessazioni del documento ricattatorio italiano: non entrava nel campo dell’organizzazione del lavoro e delle scuole, né sui trasporti. Si limitava a prevedere una forma di controllo per grandi eventi e luoghi a elevato assembramento. Beh, hanno preferito non introdurlo.
Il contesto europeo e mondiale offre numerosi esempi in cui molte misure di confinamento di massa sono state evitate ottenendo risultati di gran lunga migliori rispetto all’Italia. Questo è un paese prostrato in cui la salute psichica e fisica di milioni e milioni di persone, specie giovani, è stata aggredita da restrizioni gravissime, indiscriminate, sproporzionate, indifferenti alle reali condizioni psico-fisiche dei cittadini.
È imperdonabile che questo esperimento di ingegneria sociale sia perpetrato da una classe dirigente che nell’ultimo quindicennio ha smantellato ospedali e non ha assunto medici, mentre ora vuole fare pagare il prezzo delle sue incapacità interamente al popolo. Le restrizioni creano inoltre un’infrastruttura di strumenti che consentono al potere esecutivo di imporre una nuova «austerity mascherata» che salverà alcuni settori all’interno della rivoluzione digitale e sacrificherà altri settori e regioni caratterizzati dalla piccola impresa e dall’autoimpiego.
Retrospettivamente, i confinamenti e il green pass hanno condannato ad esempio il turismo e la ristorazione a essere facili prede da acquistare a prezzo vile. Mafie e multinazionali si leccano i baffi, sotto la mascherina. Il banchiere a Palazzo Chigi ha il fisico del ruolo per completare questo lavoro, favorito dalla vasta Palude parlamentare in cui gran parte dei deputati e senatori ha rinunciato a ogni autonomia. Mentre a Westminster il governo va ad ascoltare i rappresentanti del popolo, a Montecitorio il governo va a calpestarli. Il tutto con la benedizione del Quirinale e di una stampa che altera le notizie e scatena una campagna di marketing prepotente, con le stesse tecniche occulte e palesi della Psicologia di Guerra.
Spetterà a una minoranza tenere alta la fiaccola della ragione e lottare per un sistema più libero e rispettoso della dignità e del lavoro dei cittadini della Repubblica, che affronti la questione covid con equilibrio, prudenza, strategie differenti per età, tamponi gratis per tutti per un controllo tempestivo delle condizioni epidemiologiche, investimenti. Nel manifesto di «L’Alternativa c’è» lo diciamo:
«Il trend della privatizzazione dei servizi sanitari degli ultimi vent’anni va invertito con investimenti nelle 4P (1. Pubblico, 2. Posti letto, 3. Personale, 4. Prevenzione primaria). La fiducia verso le istituzioni sanitarie va ricostruita con la trasparenza, la digitalizzazione, la tutela della privacy dei pazienti e il benessere organizzativo per sostenere il merito e l’efficienza. Vanno ribilanciate le abnormi spese in marketing delle multinazionali del settore per favorire invece le spese in Ricerca e Sviluppo. Rispetto alla crisi Covid-19 va comparata la risposta del nostro sistema con i sistemi sanitari che hanno dato le migliori risposte nel mondo senza cadere in forme di “società del controllo” e hanno puntato su un’efficace rete di sanità di iniziativa, medicina territoriale e assistenza domiciliare. Va affrontato il tema dell’equilibrio fra competenza nazionale e regionale della Sanità. il PIL di spesa per la Sanità pubblica dovrà essere elevato ai livelli di Francia e Germania.» (https://www.facebook.com/LAlternativaCE21/posts/116324260501235)
Il No al green pass e alla sua estensione è una questione cruciale, e anche l’idea che già si adombra di obbligo vaccinale è da denunciare come una fuga criminale dalla realtà. Proprio coloro che ora alzano la voce per bollare i critici di questa misura come antiscientifici, stanno in realtà affidando il nostro destino a una forma di “pensiero magico” che punta tutte le carte su una ruota soltanto, che gira malissimo e impedisce le altre soluzioni.

“Ringraziare la moglie è retaggio patriarcale”: Murgia alla frutta contro Benigni

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Roma, 14 mar — Vietato ringraziare la moglie quando si celebrano i propri successi professionali, è retaggio patriarcale: parola della Murgia — di chi sennò — secondo la quale il mito della musa ispiratrice, della «grande donna dietro il grande uomo» è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato» e quindi va cancellato.

La Murgia riesce a mettere in croce persino Benigni

La grande lectio è arrivata ieri, quando già la Michelona nazionale aveva dato tristo spettacolo di sé fustigando Carlo Calenda, candidato di Azione per le amministrative capitoline, accusandolo di essere un bieco maschilista per non aver messo il cognome di una sua candidata in una locandina promozionale.

Nella stessa giornata Murgia se l’è presa con Roberto Benigni e il suo discorso di ringraziamento per il Leone alla carriera al Festival del Cinema di Venezia. «Il Leone è di mia moglie», aveva precisato il comico toscano. «Non posso che dedicare il Leone alla carriera a Nicoletta, è suo. Io mi prendo la coda, le ali sono le tue, talento, mistero, fascino e femminilità. Emani luce, amore a prima vista, anzi eterna vista». Ora, Benigni può risultare antipatico o meno, ma le frasi di ringraziamento nei confronti della moglie difficilmente potrebbero essere scambiate per «bieco retaggio patriarcale». Sono parole potenti, sentite, intrise di quel romanticismo che qualsiasi donna vorrebbe sentire dal proprio compagno di vita. Giusto? Sbagliato! E qui si inserisce la Murgia, che in un articolo pubblicato su L’Espresso, si prende la briga di toglierci le patriarcali fette di prosciutto sugli occhi e di illuminarci la via.

La musa ispiratrice è patriarcale

«Il mito della musa ispiratrice», scrive Murgia «creatura ultraterrena che nel segreto guida l’uomo alle imprese epiche», è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato». Il problema della musa, secondo la scrittrice, è che sta nell’ombra. O per lo meno un passo indietro all’uomo ispirato dalla stessa. Il concetto di «silente forza che sostiene il percorso luminoso del suo compagno», è retto da due «pilastri retorici» che Benigni «ha evocato alla perfezione».

“Devo tutto a te” è schifoso maschilismo

Il primo di questi «dispositivi retorici si può sintetizzare nella frase “devo tutto a te”. È molto frequente che gli uomini che raggiungono un traguardo personale affermino pubblicamente che senza la loro compagna non ci sarebbero mai arrivati». Che stronzi, eh? «Sembra un riconoscimento, ma in realtà, specie in un contesto come quello cinematografico, dove le donne non hanno mai avuto le stesse possibilità di emergere dei loro colleghi o compagni» è la «dimostrazione plastica della sua negazione». Nel mondo del cinema le donne non hanno mai avuto possibilità di emergere? In che cinema è andata la Murgia?

Forse Michela parla di sé stessa

A voler essere cattivi si potrebbe pensare che forse, diciamo forse, la Michelona stia proiettando sulla povera Nicoletta Braschi la propria frustrazione per non avere mai posseduto un phisique du role cinematografico. Quel phisique du role che ha reso divine decine di attrici nella storia del cinema, e con cui forse la Murgia non riesce, o non vuole, fare i conti. «In un sistema dove le «donne possono dare luce, ma mai avere luce, se non riflessa», la frase «devo tutto a te» equivale a dire «mi sto intestando per intero quello che in un mondo equo avremmo dovuto dividere».

Ma leggiamo da Wikipedia la «luce riflessa», il fioco raggio lunare di cui può godere la Braschi, offuscata dall’eteropatriarcale successo di Benigni. «In carriera ha vinto un David di Donatello, un premio al Festival de Cine de Mar de Plata, un premio Flaiano, un premio Ciak d’oro, un Globo d’oro alla carriera e ha ricevuto una candidatura allo Screen Actors Guild Award al miglior cast per La vita è bella. Ha inoltre ricevuto cinque candidature ai Nastri d’argento. Nel 2005 il presidente Ciampi la insignisce dell’onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica italiana e nel 2015 l’università di Toronto le ha conferito una laurea honoris causa in Legge». Che è quanto la Murgia potrebbe aspirare a conseguire in sette o otto vite (forse). Da ciò si capisce bene che il problema non riguarda il patriarcato, ma l’esistenza della Murgia stessa.

Murgia, il padre-padrone sotto falso nome

Chissà se le pensa di notte, al posto di dormire, o di giorno. Chissà soprattutto se la Murgia, in tutto questo turbinio di masturbazioni mentali, si è mai chiesta, o ha mai chiesto alle dirette interessate — in questo caso, alla moglie di Benigni — cosa ne pensano: se si sentono realmente oppresse, se la loro scelta di essere «grandi donne dietro al grande uomo» sia stata compiuta volontariamente, con gioia e rivendicata ogni giorno. No, non lo chiede mai, non ne ha bisogno. Perché la madre-matrona Murgia — al pari di un padre-padrone — sa già cosa è buono per noi donne e cosa ci nuoce. A noi è dato solo di ascoltare i suoi inappellabili giudizi, e metterli in pratica.

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/ringraziare-moglie-retaggio-patriarcale-murgia-207152/

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