Dalle carte emergono i tentativi della cricca Rizzi-Longo-Canegrati per farsi strada nella massoneria: “Entra in una loggia e scaliamo la gerarchia”. Spunta un contributo elettorale al sindaco di Verona Flavio Tosi
Fabio Rizzi
Dalle carte emergono i tentativi della cricca Rizzi-Longo-Canegrati per farsi strada nella massoneria: “Entra in una loggia e scaliamo la gerarchia”. Spunta un contributo elettorale al sindaco di Verona Flavio Tosi.
RIZZI E I MASSONI – Dalle carte emerge una rete di “relazioni pericolose” tra la cricca della sanità lombarda, i servizi segreti, la massoneria e le lobby di potere. Un esempio chiaro nel dialogo riportato dal Corriere tra Fabio Rizzi e Roberto Caronno (un uomo del suo staff). Caronno dice di “aver fatto una chiacchierata con quei massoni e che una volta entrato, se non si fanno errori, ci sono buobi contatti anche con alcune istituzioni, specialmente all’estero”. Secondo Caronno “cercano persone di elevato rango per costituire lobby. Una volta iniziati si viene a conoscenza di riti e rituali man mano che si sale di livello; in provincia ci sono 7-8 logge o officine, ognuna autonoma: è necessario essere invitati da altri iscritti”. Rizzi ritiene che vista la sua posizione è meglio stare nell’ombra ma invita Caronno a entrare nella loggia “e meglio farlo subito così da salire la gerarchia”. Registrati anche contatti con uomini dei servizi segreti, l’intenzione è quella di avere informazioni su eventuali inchieste in corso.
SOLDI A TOSI – Nel frattempo spuntano anche dei contributi a Flavio Tosi. O quantomeno ne parlano gli indagati nelle intercettazioni. In un sms del maggio 2015 Longo scrive alla Canegrati: “Mi ha chiamato Flavio T. segnalandomi che i 10k non sono ancora arrivati. Puoi verificare per cortesia?”. In altra occasione Longo spiega che in realtà il contributo sarebbe di circa 100 mila euro da convertire per la campagna elettorale di Tosi ma alla fine i termini erano saltati. E negli atti non ci sono altre tracce di questo denaro. E Tosi verrà poi sconfitto da Zaia.
VIA AI COMMISSARIAMENTI – Nel frattempo l’Autorità nazionale anticorruzione ha avviato l’iter che precede la richiesta di commissariamento di due appalti affidati alla Servicedent srl, coinvolta nell’ inchiesta della Procura di Monza sulle tangenti nella sanità lombarda. Entrambi gli appalti, che fanno capo a due diverse stazioni appaltanti, riguardano servizi nel settore odontoiatrico finiti sotto la lente dei magistrati. I provvedimenti sono firmati dal presidente dell’Autorità, Raffaele Cantone
Ida Magli, antropologa, scrittrice e filosofa, è morta nella sua casa a Roma il 21 febbraio scorso a 91 anni ancora in attività. Se n’è andata con nostra grande tristezza. Personalità forte e lineare nel suo percorso di affermazione del valore dell’ individuo e della nostra cultura, ci ha lasciato l’originalità del suo pensiero libero e logico fino alla durezza contro la flaccida versione dominante.
I bei danni che fa il Bergoglio. E i bergoglisti, come topi raspanti sulle rovine della Chiesa, ci danno dentro, finché possono. Ma possono farla franca dagli uomini, non da Dio.
”Secondo me non è un caso che il 900 sia stato il secolo dei grandi traguardi femministi e contemporaneamente il secolo della laicizzazione della società. Perchè molti – non tutti – padri della Chiesa, i vescovi, i papi, non si sono mai risparmiati di dipingere la donna come il Diavolo, come il nemico, la peccatrice, il male. Nel nostro spettacolo Sic Transit Gloria Mundi, Ippogrifo vogliamo raccontare non solo la storia di questi 2000 anni di misoginia della Chiesa, ma anche leggere nelle parole di Gesù e nella storia della Chiesa stessa la possibilità di una “nuova strada”. L’invito stesso di Papa Francesco “che la chiesa ripensi al ruolo della donna” affianca la nostra immaginazione. Una donna papa non è solo una bizzarria, ma una possibilità che tutti dovremmo auspicare e non in virtù di un diritto civile o di uguaglianza tra i sessi, ma in virtù di un principio di necessità di adesione alle parole al messaggio cristiano stesso. Lo dico da ateo e non anticlericale quale sono”
A capo della cassaforte immobiliare, l’ex presidente resta dominus di fatto. Tosi piazza un’imprenditrice vicina anche a Renzi. Il sindaco vicentino Variati non riesce a piazzare Albanese
Come volevasi dimostrare: dapprima, come scrivevamo nello scorso ottobre, la mossa di “svuotare” la gestione dei beni (con relative rendite) della fondazione Cariverona in un fondo da lui presieduto, e adesso il completamento dell’opera con un presidente (Alessandro Mazzucco) e un cda che non solo non gli fanno ombra, ma che é lecito considerare fatto a sua immagine, somiglianza, uso e consumo. Lui é Paolo Biasi, vicino all’Opus Dei, dal 1992 dominus di Cariverona influentissimo e tentacolare centro di potere economico e di conseguenza politico con testa nel capoluogo scaligero. Ha predisposto la scacchiera e tutti le pedine sono andate al posto giusto: l’ex rettore dell’università veronese, dunque non una figura ingombrante o troppo pericolosamente addentro al mondo finanziario (anche se c’é chi parla di lui come uno che non si fa mettere i piedi in testa: attendiamo i fatti), alla presidenza; direttore generale di Torre Sgr (società per il 62,5% di Fortezza Re, ovvero Fortress Investiment Bank, e del restante 37,5% di Unicredit), che gestirà Property, l’uomo che gli è stato al fianco negli ultimi dodici anni alla direzione di Cariverona, Fausto Sinagra; al posto di quest’ultimo Giacomo Marino, direttore a Ubs Bank di Londra, descritto come persona di sua fiducia, figlio del notaio Maurizio ch’era nella rosa dei papabili come presidente della fondazione (che così avrà una soddisfazione “paterna”).
Saltati come birilli tutti gli altri concorrenti alla presidenza: lo stimato e potente avvocato Giovanni Sala, l’altro avvocato Giovanni Maccagnani (tosiano di provata fede), l’imprenditore Silvano Pedrollo (padre del presidente di Confindustria Verona). Sfilatisi tutti per un motivo molto semplice: non ci stavano punto, a fare i presidenti ufficiali con Biasi presidente di fatto, e nella stanza dei bottoni rimangono come consiglieri d’amministrazione. Giusto per non calcare la mano, si é persino sistemato, il presidente eterno, a pochi metri dal suo ex ufficio portandosi dietro lo staff, e lasciando all’ordine del giorno del nuovo board la proposta di una sua consulenza finanziaria. «Siamo in attesa di capire quale indirizzo il nuovo presidente Mazzucco darà alla Fondazione Cariverona», ha detto oggi a L’Arena il numero uno dell’aeroporto Catullo e di Confcommercio, Paolo Arena. Risposta scontata: quello che vorrà imprimere Biasi, padrone della cassaforte. Che non è affatto detto, come strombazzano certe fanfare, che si butterà a pesce nel partecipare agli aumenti di capitale di Veneto Banca e BpVi, soprattutto perché Cariverona ha la palla al piede di quel 3,45% in Unicredit da sbloccare ma che reste congelato, visto che vendere ora sarebbe un’operazione in perdita.
A uscire ammaccato é il sindaco Flavio Tosi, che ha mancato l’obiettivo principale di piazzare il suo Maccagnani alla presidenza. Ma si aggiudica l’inserimento nel consiglio generale di 25 membri della vicepresidente di Confindustria, Lisa Ferrarini. Che non é solo vicina al sindaco, ma anche al premier Matteo Renzi. Il che la dice lunga sui rapporti ormai consolidati e piuttosto stretti fra i due (benché a rischio per Tosi, che potrebbe essere scaricato dal Fiorentino a Palazzo Chigi quando non gli facesse più comodo e cioé una svolta scaduto il mandato in Comune). A Verona, in pratica, Renzi si affida più a Tosi che ai suoi, nelle partite di potere.
A riprova di ciò si veda il caso dell’uomo che il sindaco piddino di Vicenza (e renziano della prima ora), Achille Variati, ha fatto di tutto per far nominare in cda: Flavio Albanese (a capo della Fondazione Teatro Comunale della città del Palladio). Di tutto, tranne che l’unica cosa che forse gli avrebbe garantito di farlo collocare almeno nel consiglio generale: e cioé saper mediare con Biasi e Tosi. Variati invece si é impuntato – così raccontano – a tal punto da far spiazentire sia quel felpatissimo democristianone di Biasi che il neo-democristiano Tosi, per altro in ottime relazioni col collega vicentino. E così la vicepresidenza che spetta a Vicenza é andata a Dario Semenzato, nel cda delle Acciaieri Beltrame e già nel collegio sindacale di Cariverona. Che con Variati non c’entra nulla, e che infatti Variati ha subìto (facendo fra l’altro perdere un’occasione ad un altro vicentino, Vincenzo Riboni, rimasto con le pive nel sacco). «Cambiamenti ci sono stati e ci saranno, alla Fondazione Cariverona, ma io dovrei andare a fare cosa? Io sono disponibile dove serve la mia esperienza, ma non credo proprio che qualcuno me lo proponga»: così aveva dichiarato su queste colonne online Albanese. E’ stato proposto ma é stato bocciato. In un certo senso, é stato anche esaudito.
Si sono celebrati i funerali di Umberto Eco , si dice in forma modesta, a un passo da casa sua. Un tripudio di popolo e di autorità nella cornice regale del castello sforzesco di Milano. Discorsi commemorativi, popolo plaudente in commosso silenzio, dirette televisive, partecipazione da tutto il mondo. I giornali non hanno voluto mancare l’omaggio all’illustre scomparso, che onora l’Italia, in un periodo in cui i grandi nomi, noti fuori dagli angusti confini nazionali, sono ben pochi, anzi pochissimi.
Ho trovato in rete un solo articolo critico (1). Un articolo in cui si ricorda il suo tenace ed ossessivo antifascismo, che considerava tutt’uno con il nazismo. Un minimo di senso della realtà storica avrebbe dovuto separare i due movimenti: fascismo dal nazismo. Il secondo non essendo esportabile fuori dalle popolazioni germaniche. Mentre il primo è ancora ben vivo e vegeto in molte nazioni, sia pure sotto mentite vesti. Nessuno lo dice ma in Cina vige un sistema politico nazional-fascista, come in molti paesi usciti da un recente passato di regime comunista.
Dice Scianca: Eco «odiava quelli .. che non sono di sinistra, che non sono antifascisti. Ci odiava perché l’odio è stato la cifra del suo impegno metapolitico. Un odio mai triviale, si badi, bensì raffinato, colto, ironico. Il peggiore. C’è anche grandezza intellettuale, in questo odio, ovviamente, grandezza che non si può minimamente sottrarre a un personaggio che ha saputo incarnare un idealtipo sociale, anzi, forse ha persino contribuito a crearlo: se noi oggi immaginiamo l’intellettuale democratico, il firmatore inesausto di petizioni, la firma tagliente che stabilisce il bene e il male tramite dotte citazioni e sofisticati giochi di parole, il progressista disprezzatore del popolo che non è alla sua altezza – ecco se immaginiamo questo tipo umano, noi oggi inevitabilmente ricreiamo mentalmente l’immagine di Umberto Eco, e lo facciamo anche qualora non l’avessimo mai conosciuto, perché egli ha saputo dare il suo volto a una figura tipica.
Non poteva mancare la sua firma, quindi, nella “lettera di autodenuncia” pubblicata nell’ottobre 1971 dal quotidiano Lotta Continua … : «”Quando i cittadini … affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, armiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”. Ma Eco non impugnerà mai le armi, preferendo … la “guerriglia semiologica”, come lui stesso dichiarava in un seminario con questo titolo tenuto nel 1967 a New York.…Eco spiegava che “il pensiero è una vigilanza continua, uno sforzo per discernere ciò che è pericoloso anche in circostanze e discorsi in apparenza innocenti”. .. Il 24 aprile del 1995, invece, tenne alla Columbia University di New York, nell’ambito delle celebrazioni per la “liberazione dell’Europa dal nazifascismo”, un famoso discorso in cui definiva i tratti dell’Ur-Fascismo, ovvero del fascismo eterno, che si può presentare in qualsiasi forma. Il fascismo che è sempre tra noi, che si può celare ovunque. “L’Ur-Fascismo – diceva – è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane’. Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. La missione dell’intellettuale è quindi quella di cercare, come un rabdomante, i filoni celati del fascismo eternamente ritornante.
E poiché il fascismo può essere ovunque, siccome può travestirsi, siccome il mimetismo è una delle caratteristiche con cui il fascismo normalmente si dà, allora tutti sono sospetti o sospettabili. E anche la negazione, alla bisogna, può essere interpretata come una affermazione rimossa, secondo un delirante abuso del freudismo. La cultura ridotta a crimonologia politica: una pietra miliare nella storia del libero pensiero.
Poiché il fascismo torna sempre ed è solito camuffarsi, poteva forse sfuggire all’accusa di essere il nuovo Mussolini quel Silvio Berlusconi che per vent’anni ha fatto ammattire (ed è forse la parte migliore del suo lascito politico) tutta la sinistra, soprattutto quella colta, sgomenta di fronte al fatto che il popolo se ne sbattesse di farsi guidare da tale élite illuminata? Eco avrà per Berlusconi una sorta di ossessione, non tanto, però, rivolta verso l’uomo, quanto verso la categoria antropologica che egli sosteneva fosse incarnata dal patron delle reti Mediaset. In un’intervista al Manifesto, il semiologo ben esprimeva questa tesi della superiorità antropologica della sinistra, pur trovando disdicevole che essa non fosse blindata e certificata attraverso un governo dittatoriale degli ottimati progressisti, che mettesse una volta tanto in riga questo schifoso popolo di evasori e di fascisti. “Il problema – diceva Eco – non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così”. Sì, il 75%, ovvero “quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene.” Bisognerebbe, invece, cambiare gli italiani in quanto tali attraverso “un’azione più profonda, di persuasione ed educazione”. Rieducare il popolo: stavolta senza gulag, però, basta una rubrica su L’Espresso. »
Per essere stato in gioventù un dirigente dell’azione cattolica, Umberto Eco ne ha fatta di strada!
Ma c’è un altro articolo (2) degno di nota. E’ un articolo di Ferraris, dove si vorrebbe tessere uno dei tanti elogi indirizzati ad Eco. Invece si dimostra la sua superficialità e l’insaziabile bisogno di stupire, ricorrendo anche a mezzi piuttosto meschini. L’articolo a sua volta ci fa ricordare un pezzo che appartiene alla serie delle tanto decantate “bustine di Minerva” (3), la serie in cui Eco fa un’esposizione estemporanea di pensieri che vorrebbero essere originali e taglienti.
Ogni tanto (2) negli incontri conviviali con allievi e simpatizzanti, come avviene sempre, si verificavano momenti di silenzio. Allora il maestro se ne usciva dicendo: “E poi, c’è quel problema della morte“. A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte. La coscienza acuta di questa mortalità è stata, come spesso avviene, la vera musa, filosofica e no, di Eco. L’origine del suo incontenibile buon umore, anzitutto”.
Innanzitutto sembra che chi scrive non abbia un’idea molto concreta circa la morte, fatto ed argomento laicamente rimosso. Che la morte induca sic et simpliciter al buon umore rivela quantomeno una dose eccessiva di superficialità. Non si vede come si possa definire filosofo un personaggio così descritto.
Infatti se, sempre parlando della morte, andiamo a vedere l’articolo (3), di cui ho accennato sopra, troviamo le parole autentiche del maestro Umberto Eco: «Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita prima della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.
Un discepolo (Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani di ambo i sessi danzano divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, … imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente ….?
Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”
Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.
Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta. Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media,… i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.
Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.»
Forse Eco era un filosofo che si prendeva qualche passatempo. Forse …
Note
1) Adriano Scianca. “Umberto Eco l’Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica”, 22 febbraio 2016
2) Maurizio Ferraris, “Umberto Eco e la “musa” della morte”, 21-2-2016
3) Umberto Eco, La ‘Bustina di Minerva’ : ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’. Ironica lettera a un discepolo immaginario che il semiologo scrisse nel 1997. Pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997 Riportata sull’Espresso del 20 febbraio 2016 –
Roma 25 febb – Forza Nuova accoglierà Salvini, in visita questo fine settimana a Roma, con striscioni e contestazioni mirate sul tema:”Lega Nord:a Roma predica, a Milano ruba”, con chiaro riferimento allo scandalo Sanità in Lombardia. Sullo scandalo, in cui lo stesso Bossi teme ‘il coinvolgimento di Maroni’ e dove appaiono con chiarezza partecipazioni di servizi segreti e massonerie, interviene Roberto Fiore:”Con che logica schizofrenica Salvini pretende di venire a Roma e mettere le cose a posto quando la sua Lombardia trema (di rabbia) per questo ennesimo caso che vede coinvolta la Lega con i suoi più alti dirigenti?”. “Forza Nuova Roma accoglierà il buon Salvini come è giusto che sia e cioè indicandogli la strada per la Stazione Termini e la Freccia Rossa, tornare rapidamente a Milano, salvare il salvabile e arginare la rabbia dei milanesi”.
Ida Magli è scomparsa. Non avrà nemmeno lontanamente gli onori funerari che il Sistema ha tributato ad Umberto Eco. E’ logico: è stata la prima a gridare, inascoltata, che l’Europa burocratica era diventata la prigione dei popoli e stava distruggendo la cultura e la civiltà europee.
Ida Magli
Ancor meno è stato onorato Piero Buscaroli, grande giornalista , scrittore, musicologo, caratteraccio. Logico: fu sempre un sopravvissuto della Repubblica Sociale in territorio nemico. Da giovane praticante, leggevo avidamente i suoi straordinari, originalissimi reportage dalla guerra del Vietnam (per il Borghese); come direttore del Roma di Napoli, rivelò che l’ex ministro Taviani gli aveva ammesso: gli attentati dei “neri” erano organizzati dal ministero dell’Interno, democristiano”. Indro Montanelli al Giornale non si privò della sua penna, nutrita di una cultura magnifica e di una sete offesa di verità, ma, vilmente, gli impose di firmare con uno pseudonimo – Piero Santerno – perché riteneva compromettente il suo vero nome. Era un discriminato, un impronunciabile nel sistema politico della “Libertà”. Da giovane leggevo avidamente “Santerno”, ho imparato da lui che anch’io ero in territorio nemico, senza ordini.
Buoni e cattivi maestri, se ne vanno tutti.
I tre erano della generazione precedente alla mia, gli ottanta-novantenni. Quella che – come ci ha informato l’Istat- stà morendo in massa: 62 mila nel 2015 più che nel 2014, un’impennata statistica di oltre il 10 per cento, comparabile al 1943, al 1915-18, insomma la mortalità dei tempi delle grandi guerre.
La differenza è che non c’è guerra. Vige da decenni quella che chiamano “pace”: abbondanza, Europa “unita”, previdenza sociale, società (residuale) del benessere. E a morire sono i vecchissimi, non i giovani al fronte. Perché i vecchi sono sempre più e i giovani quasi non ci sono. Strana “pace”, quella dove una società intera ha cessato di fare figli. In zoologia, sono i selvatici nello zoo a non generare più: la mia generazione si sta accorgendo troppo tardi che questa “pace” è l’altro nome per lo zoo umano?
La mia generazione – quella dei settantenni, nati nella ripresa della natalità del dopoguerra – è quella che ha creato, voluto, queste gabbie. I miei genitori erano sposini ventenni quando mi diedero vita, nel ’44; l’appartamento in affitto, tra Sesto e Gorla, era stato bombardato, abitavano in una stanza unica requisita, che il proprietario reclamava; i partigiani compivano le loro vendette ed omicidi mirati per instaurare il bolscevismo. Di notte, passavano SS giovanissime, che gestivano le aziende del triangolo industriale per la produzione bellica. Sul viale Monza tutti gli alberi erano stati tagliati dalla gente per riscaldarsi; vivevano tra le macerie; i miei, nella stanzetta abusiva, riscaldavano il loro neonato versando un po’ di alcol denaturato in un bacile smaltato.
Erano, mi raccontava mia madre, felici. Pieni di coraggio e di speranza. Fra l’altro perché lavoravano entrambi in una ditta meccanica militarizzata; e il padrone della ditta, ingegner Peghetti – che i terroristi rossi della Brigata Garibaldi avrebbero trucidato nel suo letto poco dopo, come primo atto della “liberazione” – si congratulò della mia nascita con un pacco di viveri, e un biglietto che salutava “Maurizio, pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. Mia madre mi raccontava di quell’augurio, considerandolo un mandato.
Non ce l’ho fatta, mamma.
I miei hanno ricostruito. La mia generazione, no.
La rinascita dell’Italia l’hai fatta tu e papà, l’ha fatta la tua generazione, quelli che erano giovani nel ’44, che fecero tanti figli, che votarono per non consegnare il paese ai comunisti assassini; che rimisero in piedi le fabbriche bombardate, e in pochissimi anni – dal ’59, altri dicono dal ’53 – fecero dell’Italia la quinta o sesta potenza industriale, vivacemente competitiva, piena di fabbriche che producevano tutto, acciai e farmaci, idrocarburi, chimica e meccanica, calcolatrici, mobili e navi, ceramiche, carta, auto, seconda in Europa solo alla Germania.
Io – la mia generazione, i baby-boomer – l’abbiamo ereditata, questa società, e come eredi viziati, non siamo stati capaci di mantenerla. Ci siamo lasciti sedurre dalla “rivoluzione culturale”; abbiamo creduto alla “Liberazione sessuale” e alle gioie del “consumismo” e dell’edonismo egoista l’egoismo standard voluto dalla società dei consumi. Abbiamo votato con entusiasmo il divorzio, e poi l’aborto legale: 250 mila bambini in meno l’anno, e dopo quarant’anni, abbiamo il coraggio di stupirci perché ci mancano cinque o se milioni di italiani giovani, e dobbiamo importare giovani dal Nordafrica, come lavoratori di una società in decadenza, che non suscita nei nuovi arrivati nessun orgoglio e nessun desiderio di appartenenza: sfruttati, pagati in nero, certo non ci difenderanno nella guerra prossima ventura. Non sono”I nostri” figli. Non gli abbiamo consegnato alcun mandato. Voi avete saputo “integrare” i meridionali che venivano dalla gleba, nelle fabbriche di Sesto e di Monza. Noi non abbiamo alcun orgoglio da trasmettere ai maghrebini, fargli desiderare di essere italiani. E come potremmo? Per la “patria”, abbiamo solo derisioni, e quindi nessun dovere verso di essa. Le nostre istituzioni, l’apparato pubblico che le manovra, sono corrotte e odiose persino a noi; la nostra cultura, l’abbiamo noi stessi abbandonata per la “cultura-standard” di massa, pop e dozzinale. Peggio, non facciamo più alcuno sforzo di quelli che faceste voi,per migliorare voi stessi, i vostri salari e le vostre fabbriche.
Viale Monza, allora
Da ragazzo ho vissuto in un’Italia del Nord piena di fabbriche che producevano tutto, e davano lavoro a tutti: fabbriche integratrici, adesso sono scomparse e non è possibile integrare i nuovi arrivati. Come mai esistevano tante fabbriche e sono scomparse? Il segreto lo sapevate, voi della generazione: perché l’Italia veniva dall’autarchia, da tempi dove non ci si affidava al commercio mondiale per comprare in dollari ciò che volevamo, ci si sforzava seriamente – per politica di governo – di avere l’autosufficienza nazionale in tutto. Che significava anche: conservare, ed affinare, “competenze” tecniche ed umane. Voi avete sviluppato le tecniche e insegnato competenze.
Noi, la mia generazione, dopo aver aderito alla “rivoluzione sessuale” e pop, non contenti, abbiamo accettato stupidamente il verbo globalista. Perché produrre grano, quando in Australia e in Canada costa meno? Perché fabbricare computers, quando potere comprarli dalla Cina e da Taiwan? Abbandoniamo l’elettronica in cui non siamo competitivi, e concentriamoci laddove abbiamo il vantaggio competitivo: le giacche di Armani, gli stracci di Dolce e Gabbana. Con i soldi che Armani e i due allegri guadagnano, ci compriamo smartphone e tablets cinesi.
L’effetto non poteva essere più ovvio: l’istupidimento generale della società. Perché una cosa è avere lavoratori per fabbricare smartphne e computers, e un’altra per fabbricare pantaloni. Ché poi Armani, le sue giacche le fa’ fare in Pakistan, e qui nemmeno facciamo più i pantaloni. Come ho già detto un’altra volta, qui dove abito adesso, Corsico, Milano, la Richard Ginori aveva 1800 dipendenti. Adesso è chiusa. La Cartiera Burgo ne aveva 400: sparita. C’erano miriadi di fabbrichette meccaniche, ossia miriadi di salariati e di specializzati: adesso ci sono dei pensionati e dei supermercati.
Abbiamo anche aderito all’euro; ci liberava della liretta; soprattutto, ci liberava della nostra sovranità nazionale che ci ha sempre pesato per la responsabilità che comportava; l’abbiamo affidata a “l’Europa”, sicuri che avrebbe provveduto ai nostri interessi meglio di noi.
Noi come generazione dei baby-boomer, mamma, abbiamo fatto questo. Non io personalmente – io ho cercato di oppormi, ho fatto persino lo scrutatore nel referendum contro il divorzio e l’aborto, nelle scuole ero nella minoranza che si opponeva a quelle derive, e nel lavoro mi sono fatto bollare ben bene da fascista. Ancor peggio, mi son fatto deridere ed emarginare come cattolico, oscurantista, reazionario antisemita, escludere da tutti i posti rispettabili. Però, sinceramente non posso negare la mia corresponsabilità. Come elemento della mia generazione, ne ho condiviso la temperie, mi son lasciato infettare dagli stai d’animo collettivi, sedurre dalle facilità che mi offrivano come liberazione. Alla fin fine, ho divorziato anch’io. E non ho figli.
Adesso questa generazione si appresta ad estinguersi, meritatamente: perché continuare ad esistere, se non ha una vera ragione di vita? Ci siamo liberati di Dio, dai suoi obblighi e dalla patria dei suoi doveri. La liberazione sessuale ci dà le ultime gioie – grazie al Viagra, al turismo sessuale, un’indecenza tristissima di vecchi che se lo possono ancora permettere. Se cerco di sunteggiare il bilancio del nostro passaggio nella storia, devo riconoscere: Mai una generazione ha goduto tanto benessere e sicurezza, e mai ha avuto tanta paura di generare, di impegnarsi fino in fondo e per sempre; mai è stata più insicura della durata della cosa che chiamiamo “pace”. Viviamo fra macerie morali – quelle che abbiamo creato noi stessi – aspettando la fine zoologica. L’impennata di mortalità sta per raggiungerci. Ci sta per raggiungere anche la conseguenza del sistema globalizzato, del capitalismo mondiale – il sistema radicamento sbagliato – che ci aveva promesso il benessere crescente.
Come ovvio, come sempre, la nuova ondata è cominciata negli Stati Uniti. La Federal Reserve di New York ha comunicato pochi giorni fa che gli ultra-sessantacinquenni d’oggi hanno debiti per mutui del 47% superiori agli ultra-sessantacinquenni del 2003, e il 27% di debiti in più per l’auto a rate. Li riconosco, sono i baby-boomers, sono la mia generazione: coi salari in calo da trent’anni, non hanno rinunciato ai “lussi standard” dell’auto nuova, della villetta. Non potevano permettersela? L’hanno comprata a debito. Mai una generazione di vecchi si è indebitata tanto per il superfluo; almeno una volta i vecchi riducevano le spese, la nostra generazione – la parte americana – le ha persino aumentate. A credito.
E adesso, sentite la trappola: il pensionato Sal Ruffin, di Weatherby Lake, Missouri, aveva una bella pensione, 3.300 dollari al mese. Adesso, il suo fondo pensionistico gli ha comunicato: da questo mese, la sua pensione è 1.650 dollari mensili. Sono le gioie del capitalismo terminale: le pensioni in Usa sono private e a capitalizzazione pura, gestite da fondi d’investimento che ricavano i profitti necessari per pagarle impiegando i capitali versati dai soci attivi in Borsa, anzi in tutte le borse mondiali, e in titoli pubblici. Coi titoli pubblici ad interessi zero, le banche centrali che pagano interessi negativi, e le Borse cadenti, i fondi-pensione non sono più in grado di pagarle.
La “riforma” pensionistica in Usa
E detti fondi-pensione hanno ottenuto dal Senato e dal governo una legge – il Multiemployer Pension Reform Act – che consente loro, dopo comunicazione al Tesoro, di tagliare i pagamenti pensionistici allo scopo di rimanere solventi. Sono già 400 mila americani ad aver subito il taglio; la mia generazione. Quella della liberazione sessuale, del ’68. La stessa generazione che oltre i 65 s’è indebitata per mutui casa, il 47 percento in più di quanto facessero i 65 enni di dieci anni prima. Fidando di pagarli con le buone pensioni per cui hanno versato contributi per una vita, e che ora vengono dimezzate. Pensate che trappola. Il 47% degli americani che pur guadagnano 75 mila dollari annui e più – quindi classe media, mica poveri – non è in grado di far fronte a una emergenza che costi 500 dollari.
In Europa l’estinzione della mia generazione, che ha aderito volontariamente a tutti gli errori radicali del secolo, è a questo punto: che ha lasciato tornare il pericolo turco. Come sempre quando l’Europa abbandona la sua identità cristiana. Chi l’avrebbe mai detto? Ci siamo circondati di istituzioni di “sicurezza comune”, NATO, UE, la Turchia nostra alleata, la laicità, la secolarizzazione compiuta (mai più intolleranza religiosa) … e i nostri figli, i nostri nipoti, dovranno forse combattere con le armi l’Islam: e dove sono? Non li abbiamo generati. Combatteranno per noi i maghrebini, i somali, gli eritrei, i siriani che abbiamo accolto – per pagarli meno di noi, in uno spazio senza identità e senza cultura, dove la civiltà è stata rimpiazzata dalla cultura pop?
Ve lo dico perché sento alla radio che fra “le voci della cultura” che, dopo aver salutato Umberto Eco, oggi salutano le unioni civili, sento nominare tal Jovanotti. “Finalmente entriamo in Europa”,ha esultato. Un vero genio, uno che fa’ molti soldi perché è popolare, e molti giovani vanno a quelli che si osa chiamare i suoi concerti. Direte: è un giovane. E’ un giovane di 50 anni che abita a New York, spende lì i milioni che “i giovani” gli danno tanto volentieri.
Così, cara mamma, non sono stato “Il pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. A 72 anni, mi preparo ad estinguermi con la mia generazione sapendo bene che l‘abbiamo meritato: con un lagno, non con un grido. Scusami mamma, non ce ‘ho fatta. E’ stata anche colpa mia. Non sono nemmeno sicuro di morire cattolico romano; dei “giovani” alla Jovanotti, sono sicuro.
In una intervista rilasciata di recente all’Espresso, Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia ha affermato: “Ci muoviamo su più fronti. C’è una mafia che usa l’antimafia per prosperare, l’aspetto più grave e pericoloso (…..) C’è poi una antimafia che dietro l’obiettivo manifesto di combattere i mafiosi nasconde la cura di altri interessi”. E con riferimento alla Sicilia “ (…..) Li c’è un movimento antimafia che si è trasformato in un movimento di potere. Cerca di determinare la formazione delle maggioranze in regione, di influenzare le scelte politiche ed economiche. C’è infine una antimafia che diventa un mestiere. Una professione, ma non come intendeva dire Leonardo Sciascia.”
L’Agenzia carlista FARO informa che il 18/2/2016 è morto, all’età di 103 anni, Juan Daniel Macías, l’ultimo fra i combattenti che parteciparono alla guerra cristera in Messico (1926-1929), quando i cattolici insorsero in armi contro il regime massonico per difendere i diritti della Chiesa e la regalità sociale di Cristo. RIP