E’ violenza contro la società. Contra Naturam

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Così, come dice Renzi, “ha vinto l’amore”. Un’altra volta.  Niki ha partorito. Il seme del suo “compagno” inserito in una indonesiana abitante in Usa ha dato i suoi frutti; 170 mila dollari, qualche settimana in California, paradiso degli invertiti. Dicono che sulla Rete è stato una tempesta. Per la mammina, sono squadristi, bassifondi della politica e dei social network.

Spero ci sia ancora qualcuno in grado di capire quel che il caso mostra con una certa evidenza: come i “diritti degli omosessuali” si traducano immediatamente in prepotenza contro il prossimo, in uno schiaffo in faccia   alla collettività, in repressione sociale di massa, e le loro “libertà” in violenza su tutti gli altri. Tutti quelli che continuano a vedere nella pederastia quello che l’umanità vi ha sempre visto, da millenni: una cosa contro natura, non solo turpe ma ridicola, che suscita battute irridenti.

Naturalmente, ce la stanno mettendo tutta per reprimere il senso comune:   rieducano i bambini all’accettazione del “gender fluido”, gli ficcano nelle testoline che non c’è nulla di male, che è civile e progressista avere due papi e due mami, che queste comprino figli. Sperano che con l’abitudine, le nuove generazioni si adatteranno, non vedranno più la cosa come comica e schifosa; intanto devono minacciare la galera a chi si lascia scappare una critica, o anche un risolino. A Londra già un tizio è stato arrestato perché udito dire, per strada, che l’omosessualità  è peccato. Un prete è stato incarcerato per aver detto questa cosa in chiesa, durante l’omelia. Diventa un reato citare San Paolo: Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6:9-10).

La psico-polizia veglia da tutti gli schermi: Mentana, il più pagato custode del politicamente corretto, ha biasimato con dure parole Alfano che aveva detto, a proposito dell’adozione da parte di omosessuali, di aver sventato una legge “contro natura”. Ciò che tutti immediatamente sentono, “contra Naturam”, non si può dire. E’ vietato. Sta per essere punito, “omofobia”.

A forza di reprimere, passerà.

E invece no. Nei (giustamente detti) bassifondi dei social network, come negli stadi delle tifoserie, si continua a ridere di “checche” e “finocchi”; dare del “frocio” a un nemico continua ad essere il modo per esprimere spregio e svalutazione; qualunque bulletto di quinta elementare, a cui è stata fatta legge la Costituzione più bella del mondo, può angariare un compagno di aria e gusti delicati bollandolo come di kulattone; il branco gli si avventa conto, godendo. No, non giustifico nulla di tutto ciò; faccio solo notare che si esprime qui, ormai   confinata nei bassifondi morali della società, una mozione ineliminabile: è contro natura, quindi ridicolo. E più la mozione  del buonsenso  è censurata e repressa, con più gioia maligna esploderà nel vermicolare dei sub-ego che pullulano in Rete, nei modi ributtanti propri a quel livello.

E’ l’effetto – a suo modo naturale – dell’aver vietato il discorso serio non solo sull’omosessualità, ma, più radicalmente, dei diritti della società. Come il liberismo più sfrenato, la militanza omo fa’ parte della vasta temperie che non riconosce altro che i diritti “individuali”; la società in quanto tale non esiste, è un flatus vocis, dunque non ha diritto alcuno: nemmeno a permanere, difendersi dalla disgregazione giudicando male i devianti. Come viene attualmente negato alle comunità nazionali il diritto a non farsi invadere e destabilizzare da   insediamenti massici di stranieri di altra religione e civiltà antagonista; promuovere come antirazzismo la dissoluzione delle culture autonome, gabellare come “accoglienza” prescritta persino dalla “Chiesa” l’importazione di lavoratori a prezzi scassati come parte della strategia globale della “libera circolazione del capitale” che non è che la corsa mondiale ai salari più bassi, onde il capitale si retribuisca sempre più, tutto viene da questa: l’affermazione dei diritti individuali e a spese dei diritti collettivi. Tutte le lotte “per le donne” i “rom”, i “diritti degli omosessuali” delle loro voglie e capricci, sono negazione dei diritti collettivi; i diritti delle minoranze sono lo spregio dei diritti della maggioranza. Il male di vivere per cui i nostri giovani sono disoccupati perché le imprese sono delocalizzate; in cui nella nostra società vige una enorme quantità di lavoro nero sottopagato,   fatto da stranieri, che si svolge “al disotto delle leggi” pretesamente “conquistate” dai sindacati, e ormai disattese, è l’effetto della stessa “cultura” per cui Niki Vendola si compra un figlio coi soldi di noi contribuenti, lui strapagato mentre i nostri ragazzi sono disoccupati, e può insultare chi lo critica: la società non ha diritti. La disoccupazione di massa stessa è ridotta a un insieme di “problemi individuali”; se li risolva ciascuno, lo stato deve occuparsi d’altro – dei diritti (individuali) delle minoranze. Pare – secondo il politico Adinolfi – che persino la pensione di reversibilità, negata alla donna convivente con il padre dei suoi figli al difuori del matrimonio, è stata invece riconosciuta alle copie gay. Può l’aberrazione essere più chiara? La coppia di fatto eterosessuale, con figli, è una “realtà sociale”, e come tale meno degna di rispetto di due invertiti che vogliono togliersi il piacere – ormai hanno tutto – di far finta di convolare.

Fa’ male anche a te

Ciò ovviamente vieta il discorso serio sull’omosessualità: come sofferenza, come disturbo e disordine contro natura che fa’ male, anzitutto a loro. In Usa, “tra gli uomini ha tentato di togliersi la vita il 28% dei soggetti omosessuali rispetto al 4% degli eterosessuali”. Stesse percentuali in Olanda dove “il clima sociale è e rimane più tollerante che negli altri stati”.

“In Danimarca, una ricerca condotta nei primi 12 anni della legalizzazione dei rapporti omosessuali (1990-2001) ha riscontrato che per gli uomini uniti ad un altro uomo il tasso di suicidi è otto volte superiore a quello degli uomini che hanno una unione eterosessuale, e 2 volte (il doppio) rispetto ai singles”. In Gran Bretagna , uno studio psichiatrico su 13 mila casi ha mostrato che “le persone LGB hanno un rischio sostanzialmente maggiore di soffrire di disordini mentali, ideazione suicida, abuso di stupefacenti autolesionismo rispetto agli etero”.

Trovo questi dati nel volume di Aurelio Pace e Carlo Di Pietro, “Gender, ascesa e dittatura della teorie “che non esiste” (stampato in proprio, si trova su Amazon). Questi tasso di suicidi   e dolore in paesi dove gli invertiti non possono accusare lo stigma sociale, i “tabù” che “reprimono la loro sessualità”, dovrebbe dire qualcosa   loro stessi, e ai loro affiancatori militanti per ragioni ideologiche. Io, che in anni lontani sono stato inviato da Avvenire a seguire la spaventosa esplosione di AIDS in California, con morti a centinaia, posso dire alcune cose. I medici epidemiologi che allora cercavano di risalire al primo infetto interrogando i malati sui partner con cui avevano fatto sesso, scoprirono che ciascuno di loro, l’anno precedente, aveva avuto  oltre 600 rapporti sessuali,   per lo più con sconosciuti nel buio dei locali dove celebravano la loro “libertà”, che si chiamavano bathroom. Penetravano natiche, facevano blowjobs, spesso sesso violento, con sanguinamenti. Ditemi voi se un etero sessuale puo’ e vuole avere 600 rapporti in un anno,con donne diverse e sconosciute. Un normale, dopo aver fatto il più furioso sesso, ha sazietà, vuole farsi una passeggiata, leggere un libro, una pausa… C’è evidentemente qualcosa nei loro rapporti del “pasto nudo”, della coazione a ripetere, della preternaturalità.

Basta poco per capire come mai si suicidano tanto più che gli altri; perché si dilaniano tra loro, e mentre fanno sesso, si disprezzano, si odiano, si respingono – e si danno vicendevolmente, quando litigano, del “vecchia e brutta checca”: il senso del contra-natura che torna e rigurgita, inevitabile, anche in loro. Una volta ebbi (indirettamente) le confidenze di un massaggiatore, che in lacrime raccontò alla massaggiata la causa del suo dolore: aveva passato la notte con un medico   incontrato in un dei bar specializzati; notte “paradisiaca” a suo giudizio, sicchè il mattino dopo aveva detto al partner: “Ci rivediamo?”. La risposta del compagno di una notte al massaggiatore, che non la capì subito: “Ho già un WC in casa mia”.

Qualcuno mi dica se conosce un maschio normale, anche il più rozzo, che dopo la prima notte d’amore con una donna, anche se insoddisfacente, risponda in questo modo. Farà il carino, dirà “ti chiamo io…”, ma non: sei un cesso.

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Si cercano e si spregiano, si creano già un inferno in terra, è per questo che il vecchio rugoso diventa più disperato, si trucca, si mette il fard e il rossetto, esibisce con l’età sempre meno autocontrollo (il che lo fa’ ancor più deridere dai suoi pari). E’ il decorso che descrive, con arte insuperata, Marcel Proust nella sua monumentale Recherche du Temps Perdu, che è anche un manuale per capire il loro male.

Inutilmente descrive “la petite bande” come ragazze in fiore che incontra sulla spiaggia di Baalbek: “Una di queste sconosciute   spingeva avanti a sé la bicicletta, altre due portavano bastoni da golf..” Sono evidentemente dai maschietti che il timido Marcel concupisce senza risolversi a far parte della compagnia. Ovviamente, è inutile che celi sotto il nome di “Albertine” il vero Alfredo Agostinelli, che essendo ricchissimo Proust si comprò e tenne a sé facendone il suo autista (e acquistando per il giovinotto, fanatico di motori, una delle prime automobili di Parigi). Ne fece il suo prigioniero. Agostinelli scappò anche da suo carceriere,   perché non era affatto omosessuale; Proust lo richiamò attraverso un amico, promettendo di regalargli un aereo…Alfredo morì in un incidente di volo prima di rispondere. Nella realtà, una storia di violenza e sfruttamento, da un omo su un normale.

Al volante, "Albertine".
Al volante, “Albertine”.

La descrizione che Marcel fa di quello che chiama il suo “amore” per Albertine, del resto, mostra con precisione clinica che l’invertito non è capace di amare una persona. Quando “Albertine” esce con lui e abita in casa sua, lui la sente come un ostacolo che gli impedisce avventure con altre “fanciulle” (uomini); quando Albertine si allontana (o lui stesso la allontana), è ossessionato che lei (lui) abbia rapporti “lesbici” con “donne” (sicuramente il povero Alfredo aveva delle donne), e allora le occasioni di avere altri rapporti gli sembrano prive di valore, la vuole tener prigioniera, controllarla. Non c’è nemmeno un vero godimento erotico, che non sia rovinato. Insomma è questo, un oscillare fra odio e amore, fra sentire l’altro un peso e una ossessione, che un uomo innamorato della sua donna, ovviamente non prova.

Il disturbo – che la militanza ha fatto cancellare dal Manale Diagnostico Psichiatrico (DSM) a forza di irruzioni violente nei congressi scientifici – distorce la percezione di chi ne è affetto, ed anche questo mostra Proust senza rendersene conto.

Qualunque psichiatra (in privato) vi sussurrerà che agli occhi di un invertito, due uomini che cenano in un ristorante sono due amanti omosessuali. Non gliela raccontate, a lui: degli infiniti motivi non erotici per cui due uomini possono essere al ristorante senza donne, dagli affari al dopopartita, dalla colleganza di idee all’essere buongustai con una passione comune per la farinata, sono solo la maschera dietro cui nascondono il loro segreto. Ciò perché non conosce né ha mai provato “l’amicizia tra uomini”, esperienza fondamentale della virilità, essenziale nell’adolescenza, da cui per millenni è nato il cameratismo di caccia e di guerra, della discussione filosofica e scientifica, delle notti attorno al fuoco a raccontare gli eroi. Hanno dunque una falla vasta e profonda nella loro esperienza vitale. Per questo il grande, abilissimo affresco della società parigina di Proust si riduce a feste e cene e ricevimenti dove (ha scritto Jan François Revel)   “che sono la totale inversione del principio della festa: consistono nel riunirsi per dedicarsi all’attività di essere cattivi gli uni con gli altri, ciascuno preoccupato di ottenere piccoli trionfi di crudeltà e di evitare per sé la crudeltà degli altri”, dove “ciascuno si rallegra di essere presente quando un altro viene escluso”dal celebre salotto dei Guermantes o di Madame Verdurin, “dove tutti passano il tempo a spiarsi nella speranza di assistere all’umiliazione di uno di loro”: benvenuti nel gaio mondo gay.

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=8226&Itemid=100021

Ma torno al tema. Siccome coppie di maschi al ristorante, in auto o in carrozza, alla spiaggia o a caccia o per la strada se ne trovano continuamente, Parigi sembrerà al nostro una sterminata Sodoma e Gomorra, tale è appunto il titolo di uno dei libri della Recherche. Da qui la domanda del pédé: se siamo così tanti, anzi tutti, come mai per me è difficile fare sesso? La risposta   tenderà ad essere: perché la società è repressiva e costringe a trattenersi quel maschio che passa, e mi si offrirebbe se la società fosse “libera”. E’ colpa della Chiesa, è colpa dei “pregiudizi di certa canaglia reazionaria”, della famiglia che castra e nega” (Mario Mieli), è colpa dei tabù repressivi. Anzi, chi si disgusta all’esibizione di omosessualismo, lo fa perché “ha paura di diventare omosessuale lui stesso” (così la Chiara Saraceno, adottando la stessa distorsione percettiva dei pederasti): bisogna sfidare i tabù, e tutti faranno coming-out e sarò felice anch’io, invece di essere il miserabile che sono. Bisogna fare violenza alla società, costringerla ad accettare come normale ciò che non lo è, rieducarla ad accettare   la nostra ossessione senza giudicarla e censurarla perché “Io” possa fiorire, senza complessi di colpa, abbondare nei 600 rapporti l’anno.

Slabbrare e sgangherare la società, quella entità storica complessa, fatta di generazioni, cultura tramandata e diritto e secoli, per affittare un utero,   violare una legge non scritta ma che si sta scrivendo, questo fa’ il politico-padrone Niki. Ovviamente nessuno più riconosce il danno enorme che viene prodotto. In   una comunità storica, tout se tient.   Lacerato in un punto una regola, non c’è motivo perché sussistono le altre.   Se è lecito  violentare una norma, far credere che sia naturale ciò che è contro natura, perché pretendere dall’amministratore che non rubi e corrompa? Non è anch’esso naturale? Se non ci sono regole, non ce n’è più per nessuno. La società diventa sempre più un inferno dove i deboli non hanno difesa contro i ricchi, i perversi che si possono pagare i capricci e i piaceri, quelli che possono pagarsi guardie del corpo armate. Di qui all’eliminazione delle bocche inutili, il passo è più breve di quanto si pensi. L’utero in affitto è, in fondo, un primo passo verso la ri-legalizzazione della schiavitù: perché non portarsi l’indonesiana a Bari, la prossima volta?   Questa è la società liberata che ci annuncia il Niki, insultando tutti noi con la ben nota arroganza.

Lo vide bene Ezra Pound:

“Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane amante
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
carogne crapulano
ospiti d’usura”.

“Questa generazione” sa che sarà calcinata e salificata, come Gomorra nella Bibbia. Lo sa e,nel profondo, lo vuole.

 

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I migranti vanno all’assalto del muro di confine tra Grecia e Macedonia

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I migranti hanno divelto il cancello di confine al valico di Idomeni, tra Grecia e Macedonia. Settemila persone sono accampate nella piana lungo la frontiera

Fin dalle prime ore di questa mattina diverse centinaia di persone hanno tentato di forzare il blocco stabilito dalle autorità di Skopje, che nelle scorse settimane hanno deciso la costruzione di un muro al confine greco allo scopo di regolare il flusso dei profughi. Dopo aver superato il cordone stabilito dalla polizia greca, i migranti hanno assaltato il muro in acciaio e filo spinato, arrivando ad abbattere il cancello: quindi i più facinorosi sono stati dispersi dal lancio di lacrimogeni partito dagli agenti macedoni. A scatenare la furia dei richiedenti asilo è stata la decisione, giunta stamane, di chiudere nuovamente la frontiera, impedendo il passaggio a circa 7000/8000 persone – che però continuano ad aumentare di numero.

La polizia macedone ha tentato di respingere gli assalti con l’uso di gas lacrimogeni, lasciando passare solo poche decine di persone, esclusivamente di nazionalità irachena, siriana ed afghana. Il freddo pungente, inoltre, non contribuisce a distendere gli animi già esacerbati e le autorità sanitarie lanciano già l’allarme-gelo per gli oltre duemila bambini accampati nella piana di Idomeni.

Appena ieri il ministro greco delle Politiche migratorie, Ioannis Mouzalas, aveva annunciato che 22.000 migranti sono bloccati in Grecia, augurandosi che l’Unione Europea “si muova più velocemente”. Questo perché, stimano ad Atene, dopo la chiusura delle frontiere decisa dalla Macedonia e dagli altri Stati balcanici, in Grecia potrebbero ammassarsi tra le cinquantamila e le settantamila persone. Che con ogni probabilità finirebbero per accamparsi nella campagna senza alcuna forma di assistenza.

@giovannimasini

 

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Don Marco Bisceglia, il prete che fondò l’Arcigay

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marco bisceglie

Chi fondò l’Arcigay? Don Marco Bisceglia. E questa è la sua (straordinaria) storia

settembre 9, 2013 Pino Suriano

Contestatore, sospeso a divinis, pannelliano, omosessuale, con Nichi Vendola fece nascere l’Arcigay. Poi, abbandonato da tutti, fu riaccolto da Joseph Ratzinger

Ai tanti che non lo hanno mai saputo potrà sembrare un’assurda fantasia, ma è semplicemente un fatto: l’Arcigay è stata ideata da un prete. Sì, l’associazione per i diritti omosessuali più importante e numericamente rilevante d’Italia deve la sua anima a un consacrato, omosessuale egli stesso. Accadde a Palermo nel dicembre del 1980 e quel sacerdote, allora quasi sessantenne e sospeso “a divinis” alcuni anni prima, si chiamava Marco Bisceglia, per tutti don Marco. Suo compagno di avventura nonché di appartamento, nei mesi successivi, un giovane obiettore di coscienza in servizio civile presso l’Arci, Nicola Vendola detto Nichi.
Chiare le premesse? Adesso, però, non ci si scandalizzi per il giudizio in arrivo, forse ancor più sorprendente: la storia di don Marco è una delle più belle storie di vita che si possano raccontare. Di quelle che rendono palese, per chi non lo credesse, quale straordinario luogo di accoglienza e ripresa umana possa essere la Chiesa.
Nelle scorse settimane, per la collana “DietroFont” dell’esordiente casa editrice lucana EdiGrafema, è uscito un libro (acquistabile su Ibs) che ne percorre la vita: Troppo amore ti ucciderà, con testimonianze di Vendola, Franco Grillini e Beppe Ramina. O meglio, ne percorre le “tre vite”, come recita il sottotitolo del testo, ben scritto e documentato dal giornalista potentino Rocco Pezzano. Nella biografia del sacerdote, infatti, si riconoscono almeno tre momenti di profondissimo strappo per contenuti e stili di vita.

IL PRIMO MATRIMONIO GAY. Nella sua “prima vita” don Marco Bisceglia è un prete di lotta. Nato nel 1925, sacerdote dal 1963, ha studiato e abbracciato la Teologia della Liberazione, in particolare la lezione del poco ortodosso teologo gesuita José Maria Diez-Alegria Gutierrez. Quando gli viene affidata la parrocchia del Sacro Cuore di Lavello, suo paese di origine in Basilicata, il desiderio di esprimere i propri ideali si trasforma in azione. La difesa dei più deboli è per don Marco l’autentico contenuto dell’evangelizzazione. Le cronache dell’epoca iniziano a chiamarlo “il don Mazzi del Sud”.
Don Marco si oppone a tutto ciò che reputa ingiusto, soprattutto all’interno della Chiesa: i funerali a pagamento, per esempio. La lotta al celibato dei sacerdoti, le operazioni finanziarie, le banche, gli investimenti immobiliari, l’arricchimento di alcuni preti con la speculazione edilizia. E la gente si lega a lui: tanti braccianti mai stati in chiesa prima d’allora, si ritrovano a seguirlo nelle sue battaglie, spesso vicine a quelle del Partito Comunista.
Don Marco esprime con toni forti, anche in pubblico, durante le omelie la sua opposizione decisa alla Chiesa e alla sua struttura organizzativa. Ne nasceranno presto contrasti con il vescovo della diocesi. Non solo per le idee, ma anche per le azioni. Don Marco, infatti, non si ferma alle parole. In quegli anni, assieme alla sua comunità, è protagonista e animatore di scioperi al fianco di lavoratori, blocchi stradali e altre forme di protesta “borderline”, talvolta con conseguenti procedimenti penali. Il 30 settembre 1974, in un clima di esasperata contrapposizione e dopo alcune richieste di ravvedimento, arriva il decreto di rimozione da parte del vescovo Giuseppe Vairo: la parrocchia del Sacro Cuore è dichiarata vacante. Le ragioni non mancano: adesione al movimento radicale per la depenalizzazione dell’aborto e la libertà sessuale; uso della parrocchia come sede dei comitati per i referendum; assenze continue; violenti attacchi a Chiesa cattolica, clero e gerarchia. Poi un’accusa anomala, «scelta socio-rivoluzionaria», e un’altra più drammatica, ma decisiva, «chiara rottura della Comunione col vescovo».
Da quel momento la vicenda prende una piega inattesa, che porterà a Lavello i corrispondenti dei maggiori quotidiani e settimanali italiani. La comunità del Sacro Cuore, infatti, non accetta il decreto e si barrica all’interno della chiesa, letteralmente la occupa. Sulla facciata del Sacro Cuore compare una scritta: “La Chiesa è del popolo”. È una dichiarazione di intenti. Lavello diventa un caso nazionale, un parroco e il suo popolo contro il vescovo e la Chiesa “ufficiale”.
Ma il fatto che più avrebbe fatto parlare di don Marco era accaduto pochi giorni prima di quella pubblicazione. È quello che le cronache ricorderanno per anni, seppur impropriamente, come il «primo matrimonio gay celebrato da un sacerdote italiano». Un giorno due omosessuali si presentano nella sagrestia e chiedono se la loro unione possa diventare sacra. «Il vostro matrimonio è già un sacramento di fronte a Dio», spiega don Marco. Quei due signori, in verità, non erano omosessuali ma Bartolomeo Baldi e Franco Iappelli, giornalisti del Borghese che registrano e spiattellano tutto sul giornale. Il 9 maggio 1975, il vescovo prende ulteriori provvedimenti: «Al sacerdote è proibito ogni atto di sacro ministero», si legge nel documento della curia. È la sospensione a divinis. Da quel momento l’immagine di don Marco, agli occhi della gente, si aggrava. Ma per don Marco non è un dramma. Tutto continua come prima. Si celebra, si fanno i sacramenti, si legge la Parola di Dio. Eppure il legame coi fedeli è sempre più debole. Le presenze si diradano, molti cominciano a staccarsi. Le foto dei primi anni di “occupazione” della parrocchia, sempre stracolma di gente, e quelle “spoglie” degli ultimi tempi, offrono l’immagine di questo progressivo distacco. È drammatica l’immagine dell’ultima Messa, il 25 aprile 1978, con don Marco che celebra tra poche vecchiette e dietro una fila di carabinieri e poliziotti.

 

LA CONVIVENZA CON NICHI VENDOLA. Don Marco si ritrova da solo, senza lavoro, senza futuro, ma soprattutto senza rapporti con la Chiesa. Un “disoccupato” in cerca di patria. Eppure non perde occasione per far parlare di sé. Il 3 giugno 1979 sono previste le elezioni politiche. Pochi mesi prima si presenta dal sacerdote un vecchio amico di tante battaglie con un’ipotesi scioccante: candidarsi con i Radicali. Quell’amico è Marco Pannella. Don Marco accetta: «Se si vuole essere liberi – scrive in quei mesi – bisogna necessariamente essere eretici. Personalmente non posso non essere uno di loro». La candidatura fa rumore, ma i voti non bastano per entrare in Parlamento.
In quei mesi, mentre Bisceglia è ancora impegnato con i Radicali, avviene un incontro decisivo. In «circostanze fortuite», ricorderà poi, incontra a Roma Enrico Menduni (presidente, dal 1978 al 1983, dell’Arci, storica associazione culturale della sinistra italiana) che propone a don Marco di curare l’aspetto organizzativo dell’Arci per la “sezione” diritti civili. Nasce da lì, nel giro di poco, il copyright dell’Arcigay, “proprietà” di Marco Bisceglia.
La fondazione ufficiale arriverà solo nel 1985, ma come si legge sul sito arcigay.it: «Il primo circolo Arcy-gay nasce informalmente a Palermo il 9 dicembre del 1980 da un’idea di don Marco Bisceglia, sacerdote cattolico dell’area del dissenso» (a destra, la conferenza stampa di presentazione dell’Arcigay. Si riconoscono don Marco e Franco Grillini, secondo e terzo da sinistra, e Nichi Vendola, secondo da destra).
Di qualche anno prima è il coming out di don Marco: la pubblica dichiarazione di omosessualità. Marco è già attivo da tempo nell’organizzazione dei diritti gay, ma non ha ancora liberato del tutto la sua, di omosessualità. Difficile ricostruire la data e la testata che avrebbe dato spazio alla clamorosa dichiarazione (qualcuno ricorda Panorama), ma nell’aprile 1982 un articolo di Andrea Marcenaro sull’Europeo ne parla come un fatto noto: «I preti omosessuali esistono, ma uno solo si è dichiarato», si legge. Quell’uno, naturalmente, è Marco Bisceglia. In quel periodo vive con 400 mila lire al mese (tanto è lo stipendio) e a stento riesce a recuperare i contributi da religioso per garantirsi una pensione. Risalgono a quegli anni l’amicizia e la convivenza con Nichi Vendola, che non smetterà mai di considerarlo «un maestro». I due vivono insieme per qualche mese a Monte Porzio Catone, nella casa di don Marco. Intanto con l’Arci, da qualche tempo, sorgono i primi problemi. Don Marco, in modo lento e silenzioso, si fa da parte. Non si avrà mai una vera e propria rottura, ma una sfumata e continua presa di distanza. E così, proprio quando la sua creatura metterà le ali per diventare un punto di riferimento nazionale, calerà il sipario sul suo padre nobile. Da quel momento si perdono le tracce di Marco Bisceglia. Una volta era inseguito dai cronisti di tutta Italia, da quel momento quasi nessuno scriverà più un rigo su di lui, e nessuno si preoccuperà di scoprire come finì i suoi giorni. È questo il merito più grande di Rocco Pezzano.
Nel luglio 1987 Bisceglia appare ormai lontano dall’Arcigay. Dalle sue lettere si apprende che si trova ancora a Monte Porzio Catone, dove convive con l’omosessuale Dadì, trentenne di origini algerine. In quei giorni scrive la sua lettera più intima, forse la più bella. È una sorta di diario epistolare destinato agli amici Carla e Wouter. Racconta di aver letto La conoscenza di sé, opera del filosofo francese René Daumal. «Ci sto trovando – scrive don Marco – alcune cose che stanno accadendo in me. Nonostante tutto, l’età dell’oro esiste sempre, simultaneamente, in rare persone, ma sta a noi meritare di poterle individuare e avvicinare». In quelle parole c’è tanto, troppo, della sua imminente svolta per non leggere l’affacciarsi in lui di una nuova prospettiva di liberazione (l’età dell’oro). Non più ricercata in un’organizzazione, in uno sforzo di cambiamento sociale, ma in un modestissimo desiderio di prossimità a persone autentiche.

IL RITORNO E LA RICONCILIAZIONE. In un giorno della prima metà degli anni Novanta, squilla il telefono della parrocchia di San Cleto a Roma, quartiere San Basilio. A un capo della cornetta c’è padre Paolo Bosetti, responsabile della parrocchia, dall’altro monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana. La richiesta del prelato è quella di accogliere un sacerdote, il quale, però, porta con sé un tremendo fardello: l’Aids. «Cosa dobbiamo fare?», chiede padre Paolo. «Vogliategli solo bene», risponde il monsignore. Sarà così. Don Marco comincia, in punta di piedi, una nuova vita assieme ai confratelli della Congregazione di Gesù sacerdote che lì convivono. Poche parole, tanto tempo libero, nessun impegno parrocchiale.
La vita trascorre lenta, don Marco, semplicemente, segue e comincia a vivere tutte le tappe della giornata: lodi, Messa, cena. Sempre creativo e autonomo nelle scelte culturali, accetta anche consigli su cosa leggere: comincia dal Presbyterorum Ordinis, un decreto del Concilio Vaticano II sul ministero e la vita sacerdotale; poi l’Optatam Totius sulla formazione sacerdotale; senza tralasciare naturalmente Bibbia e Vangeli. Testi fondamentali se si pensa alla sua vita passata. Decisivi perché letti con occhi diversi. Don Marco si mette in discussione, come uomo e come sacerdote. Il suo passato è noto a tutti, ma nessuno ne parla. «Solo una volta è successo», ricorda padre Paolo. «Don Marco diceva di non rinnegare nulla, ma di voler prendere le distanze dal passato, per “qualcosa che gli gira dentro”, dice. E su cui don Marco vive e medita con serenità».
Vivendo al fianco di altri sacerdoti fiorisce nel suo cuore il desiderio più bello: tornare a celebrare l’Eucaristia. Sono trascorsi, dall’ultima volta, almeno quindici anni. Don Marco ne parla con i confratelli. Non può essere il capriccio di un istante, e allora si approfondisce la questione. A frenare tutto c’è la sua sospensione a divinis. Ma non è un ostacolo insormontabile. La persona da informare è il vicario generale, il cardinale Ugo Poletti (colui che fa le veci del Vescovo di Roma, allora Giovanni Paolo II), che si prodiga per la vicenda e che spiega che c’è un unico passo decisivo da fare: la supplica.
Don Marco prende carta e penna e stende la sua richiesta. La figura a cui presentare la supplica e che deve valutarla è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Dopo qualche tempo arriva la risposta: la sospensione a divinis è cancellata. Qualche giorno dopo don Marco ne dà notizia alla sorella Anita: «Sono cosciente della mia indegnità, così come sono fermamente fiducioso nel perdono di Dio e nella sua azione purificatrice e rigeneratrice. Spero di potere, con il suo aiuto, riparare ai miei errori e traviamenti». Quella missiva arriva da Loreto. Padre Bosetti ricorda: «Se si riprende a celebrare l’Eucaristia, che è il corpo di Cristo, non si può farlo senza la riconciliazione». E così è stato. Il giorno della “prima Messa” arriva a Loreto una delegazione della vecchia diocesi di don Marco, guidata da monsignor Vincenzo Cozzi. Quella Chiesa a lungo contestata è lì per riabbracciarlo nel giorno più bello. Nessun passato può vincere il presente: i rancori e le incomprensioni sono fatti reali, concreti, ma non prevalgono. È la festa del perdono e della rinascita, è l’Eucaristia.

GLI ULTIMI ANNI, DURI MA INTENSI. Quelli che restano da vivere sono anni duri ma intensi. Non è semplice la vita per un malato di Aids, tra continue visite e frequenti ricoveri. «Eppure lui è sereno», racconta Vittorio Fratini, un amico. Una serenità che diventa conforto per gli altri, come testimonia un compagno di stanza in ospedale. Vittorio gli chiede da dove gli provenga questa gioia. La risposta è di quelle che non si dimenticano: «Ricordati che io ero morto e sono risorto. Se devo andare verso la fine della mia vita, ci vado con tanta serenità». Una delle ultime lettere di don Marco è del 4 aprile 2001. Risponde all’amico Giancarlo che si lamenta delle gerarchie ecclesiastiche. Don Marco rompe gli schemi. Prima spiega di esserne consapevole, poi aggiunge: «Non lasciamoci irretire da facili stereotipi. Il mio vescovo è un uomo mite, ricco di umanità, ha favorito la mia reintegrazione, pur sapendo di avere a che fare con un soggetto sieropositivo». È sorprendente. Il vecchio sguardo polemico su ciò che nella Chiesa dovrebbe o non dovrebbe esserci, ha lasciato il passo a uno sguardo pieno di gratitudine per quello che c’è.
L’ideologia ha lasciato il posto all’esperienza. Marco Bisceglia muore il 22 luglio 2001, nei giorni del G8 di Genova. Il “contestatore” muore in un giorno di contestazione. Ma quanto è lontano quello scenario di lotta dalla pace che regna ora nel suo cuore. Oggi riposa nel cimitero di Lavello, nella cappella dedicata ai sacerdoti.

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Atene, A.P.F. fulcro per un comune piano strategico tra leader nazionalpopolari europei

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Nikos-Roberto

Atene, Alliance for Peace and Freedom fulcro per un comune piano strategico tra leader nazionalpopolari europei –

Intervista a Roberto Fiore – Roma 28 febb – D – Fiore, nel fine settimana ha partecipato ad un meeting nella sede di Alba Dorata con il leader Nikos Michaloliakos e Udo Voigt, deputato europeo dell’NPD. Qual è la situazione adesso in Grecia? R – La situazione è gravissima. Il governo, dopo aver ridotto alla fame la classe media, eseguendo le direttive della Troika, colpisce adesso gli agricoltori con nuove tasse e drastiche riduzioni degli aiuti. E’ un’aggressione, quella al settore primario, all’unica fonte di sopravvivenza di un intero popolo che spontaneamente si affida al mercato diretto messo in pratica dagli agricoltori. Nel corso delle lotte di queste ultime settimane si è mossa molto bene Alba Dorata, presente anche nelle campagne; in molti casi protagonisti della protesta contadina sono stati suoi militanti ed elettori. D – Prosegue anche il durissimo attacco ai valori morali… R – Sì, la Grecia è una nazione con una fortissima identità cristiana, quindi, l’attacco è particolarmente aggressivo e determinato. La recente rocambolesca approvazione nottetempo delle cosiddette “unioni civili” è stata ottenuta grazie ad un pesante ricatto economico che Tsipras ha avallato da bravo cameriere, solo Alba Dorata in Parlamento e la Chiesa ortodossa non si sono piegati in alcun modo. D – Quali sono le comuni, future strategie delle forze nazionalpopolari europee? R – L’analisi su cui Michaloliakos, Voigt ed io abbiamo convenuto è che, mentre l’Europa dell’Est vede interi popoli che si smarcano dal modello di società multietnica e multi sessuale, l’Europa occidentale vi rimane, invece, ancorata, a causa dello strapotere americano. Il leader di Χρυσή Αυγή è consapevole del fatto che in questo contesto, anche ottenendo percentuali altissime alle elezioni, è impossibile governare. Anche con il 50% sarebbe una guerra contro Servizi segreti, massonerie, media e partiti, controllati direttamente dagli U.S.A. e permeati da una violenta filosofia antipopolare e anticristiana. L’unica possibilità risiede da un risveglio generale delle comunità nazionali e da un rafforzamento della Russia sullo scacchiere internazionale. Siamo tutti concordi nel seguire con attenzione la situazione in Siria e il riemergere di un ruolo aggressivo della Turchia, questione che, come si può ben capire, preoccupa i greci in modo particolare. Alliance for Peace and Freedom può rappresentare un importante fulcro strategico, al fine di sviluppare un comune piano operativo tra i principali leader dei più combattivi movimenti nazionalpopolari del nostro continente. Da sinistra:

 

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Vvox intervista Castagna: No gender, no Cirinnà

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Verona, catto-tradizionalisti: «minacciati da lobby sodomitiche»

Il veronese Castagna (Christus Rex): «la Cirinnà é una leggiastra di compromesso tra democristiani di destra e di sinistra»

Castagna

«La legge sulle unioni civili, pur a fronte di un arretramento sul tema delle adozioni, è una leggiastra. Un attacco alla famiglia naturale e tradizionale, quella fra uomo e donna, che si vuole demolire. E soprattutto è il frutto di un compromesso inaccettabile tra democristiani di destra e democristiani di sinistra». Non ha peli sulla lingua Matteo Castagna (nel riquadro) presidente del circolo dei cattolici tradizionalisti veronesi Christus Rex. Il portavoce peraltro se la prende col pontefice Jorge Bergoglio accusato di non avere assunto una posizione utile a difendere le istanze della famiglia naturale, che è poi quella sancita nella sua essenza dalla tradizione cattolica.

Lo stralcio relativo alla stepchild adoption nel ddl Cirinnà sarà almeno positivo dal suo punto di vista, no?
Anzitutto aspettiamo di capire quale legge uscirà in forma definitiva dalle Camere.

E poi?
E poi dico comunque che quel disegno di legge è frutto della volontà di imporre i desiderata di un certo mondo sodomita nei confronti del resto della società. E dico di più. Le istanze che stanno alla base del disegno di legge Cirinnà non sono maturate in Parlamento, bensì presso potenti e ricche lobby sodomitiche di matrice europea.

Però il tema adozioni è stato stralciato. O no?
Certo, e questo è un dato positivo per i bambini che non dovranno, si spera, essere assoggettati a questa disciplina per noi inconcepibile. Ad ogni modo la situazione rimane tesa nei confronti di chi esprime un’idea alternativa alle pretese di determinate elite o determinati gruppi.

Un esempio?
Domani, ovvero sabato 27 febbraio, alle 16,30, nella nostra sede di via Galvani 31 a Verona il nostro circolo promuove di un dibattito sulla volontà di certe lobby, omosex e non, di cancellare l’identità sessuale: il tutto come arma per una manipolazione su scala globale di più ampio respiro. Presenteremo un libro dedicato all’argomento scritto da Gianluca Marletta dell’Università di Roma. Però, appena la notizia si è diffusa, è cominciata una giostra che non ci è piaciuta affatto.

Siete stati minacciati?
Sì.

E come?
Sui social network soggetti appartenenti a sedicenti gruppi o lobby omosex ci hanno lanciato accuse del tipo “sarete arsi vivi”. Alla faccia della tolleranza che queste persone sbandierano a destra e a manca in tema di libertà d’opinione. Comunque a fronte delle minacce di questi sodomiti attendiamo ora questi leoni della tastiera al nostro dibattito pubblico.

Come vi difendete dall’addebito di chi ritiene che non siate inclini al dialogo?
Guardi che quando dall’altra parte ci sono garbo e pacatezza il dialogo c’è. Ci siamo confrontati in diverse occasioni e in modo assai civile con parecchi esponenti del mondo omosessuale. E sempre ci è stato riferito da queste persone che non vedevano la necessità di legiferare in materia di unioni civili per le coppie gay. Né tanto meno in materia di adozione di bambini da parte di gay e lesbiche.

In che modo interpretate il comportamento della Chiesa?
Noi denunciamo da tempo la deriva della cosiddetta controchiesa conciliare, quella uscita dal Concilio vaticano II. La quale nulla ha a che fare con la chiesa cattolica visto che ne è una sua brutta copia, i cui dogmi sono stati stravolti da infiltrati, in un periodo, quello degli anni ’50-’60, in cui sul soglio pontificio, fino al ’61, ha regnato un papa massone quale è stato Giovanni XXIII.

Ma il cosiddetto Veneto bianco, quello fedele alla tradizione esiste ancora, almeno in parte?
Quel Veneto non esiste più per colpa del Concilio Vaticano II.

Con quali conseguenze?
Ne é nata una pseudo-religione in una pseudo-chiesa propugnata da una pseudo-gerarchia che a partire da Giovanni XIII sino a papa Francesco occupa le chiese e condiziona i fedeli. C’è però uno zoccolo duro di resistenza, assai arrabbiato peraltro, in alcune aree del Veronese e del Trevigiano che ben si differenzia rispetto a quanto accade a Padova o a Vicenza.

Non mancano gli osservatori i quali sostengono che sui temi legati alla tradizione cristiana e all’etica confessioni come quella ortodossa tengano la barra più a dritta. Lei che pensa?
Diciamo che tra gli eretici pseudocattolici e gli eretici ortodossi, figli del Grande Scisma d’Oriente, vedo, almeno sul piano della simpatia umana, più favorevolmente i secondi. I quali su molti temi cercano di essere più rispettosi della tradizione cristiana. Anche se quella autentica rimane, ovviamente, quella cattolica preconciliare.

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Il sistema insindacabile di oppressione in Europa

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Una voce da Bruxelles, riportata da Dedefensa: “Fino a  qualche anno fa, la consegna fra i  funzionari dirigenziali era di essere più discreti possibile, specie nel caso delle auto di servizio ( …). Da qualche mese è  un diluvio nell’altro senso: enormi 4×4, SUV, eccetera – si direbbe che i nostri famosi  fabbricanti tedeschi non cessino di fabbricarne di sempre più grossi, più massicci, più blindati, specialmente concepiti per i funzionari  – Juncker è un campione in questo campo – che sembrano sempre più delle  fortezze semoventi, blindati di  inaudita potenza e lusso, intoccabili, coi vetri oscurati, che si muovono in lunghi convogli come dei cingolati russi che invadessero l’Ucraina…”.

Insomma han buttato la maschera e  adottato   lo stile  di  ostentazione   che è parte dello stile  di vita degli oligarchi criminali  dell’Est europeo. Istruttivo  il particolare dei vetri oscurati,    un tempo   tipico  della Nomenklatura sovietica. Il privilegio di un  potere  che non deve rispondere di sè.

A Bruxelles dunque ostentano e sfoggiano, sgavazzano e sbevazzano, sicuri che il sistema in cui   hanno trasformato la “speranza europea”, la celebrata “utopia di Altiero Spinelli” (capirai…)   oggi  prigione dei popoli, durerà. L’euro non si spaccherà,  l’oligarchia non sarà mai minacciata dalla democrazia  nè dalla rivolta dal basso.  I tecnocrati e i politici   sono  sicuri  che non dovranno mai abbassare l’arroganza.   Si sentono, si sanno garantiti da uno che sta al disopra di loro.  L’Insindacabile, lo chiameremo.  E che è il vero vincitore nella tragedia dei greci.

Il sistema posto in atto  dall’Insindacabile ha regalato molto ai suoi complici.

Cosa ci ha guadagnato Berlino

Per esempio ai politici irresponsabili, in Grecia come in Italia, che hanno potuto indebitare il paese (e i cittadini) ai tassi artificialmente bassi che regalava loro la unione monetaria,  spandendolo in lussi, clientelismi, corruzioni e spreco per gli “amici”.  La Germania  ha avuto  la sua epoca di grande   successo economico all’estero  (l’export costituisce ormai quasi il 50% dei suo Pil) perché l’euro è stato creato – per definizione –  per essere più deboledel marco tedesco; così Berlino ha portato via a manbassa quote di mercato all’Italia, per la quale al contrario l’euro è sopravvalutato. Certo, sono proprio i cumuli di valuta   di cui gli esportatori tedeschi hanno riempito le loro banche all’origine del disastro finanziario. Il perché spero sia chiaro: per le banche, i depositi dei clienti sono  un “passivo”, che le obbliga a perseguire in modo esponenziale l’incameramento di “attivi”.   Per la banca, “attivi” sono gli interessi che lucra dalla moneta che crea dal nulla, indebitando persone,  aziende, stati;   più  la banca  ha in pancia depositi, più deve moltiplicare il credito, di nove, dieci, venti volte non so.  Nel caso, le banche tedesche indebitarono fino al collo la Grecia. Comprarono senza limiti i loro titoli pubblici: perché davano rendimenti più alti, perché erano emissioni di un Tesoro europeo, e  dunque valevano “come contanti” da offrire come garanzia (collaterale) per le speculazioni più osèes, i derivati più fantastici (da cui estrarre altre rendite).

Prestavano troppo, e lo sapevano benissimo, ad un debitore che non poteva pagare.  La Grecia è stato un creditore sub-prime;  come nel caso dei sub-prime americani, le cui banche hanno prestato a messicani e  ragazze madri  disoccupate   perché si comprassero a rate auto che non si potevano permettere; quei pessimi debiti le banche mica se li tenevano in pancia, li  hanno mescolati e riaffetttati in “titoli di debito” che hanno sbolognato ad altri enti, specie ai Fondi pensione, promettendo: danno interessi alti, approfittatene. Appena le ragazze madri non hanno potuto pagare la seconda rata, le banche d’affari si erano già liberate  dei loro impegni.  Con la Grecia,   le banche tedesche e francesi hanno fatto esattamente la stessa cosa, ma più grave:    si sono liberate del rischio  trasferendolo   sugli  stati, ossia sui  contribuenti europei. I danni privati, che le banche avrebbero dovuto subire   come meritata punizione del loro cattivo, irresponsabile “investimento”, sono diventati debiti pubblici.  La tabella qui sotto illustra il successo della operazione.

exposure to greek banks_1

Naturalmente questo trucco  è stato esaltato e spiegato dai media come “salvataggio delle Grecia” (bail-out). Con l’accusa moraleggiante alla Grecia di “vivere al disopra delle sue possibilità”. Come oggi dice persino D’Alema (doveva dirlo nel 2012), quei soldi  dei salvataggi non andavano in Grecia: la BCE li ha creati   dal nulla per acquistare a man bassa i titoli di debito greci in pancia alle banche tedesche e francesi. Hanno riempito di quattrini le banche.  Applausi del media.

Alla Grecia, restavano da pagare solo gli interessi su questi “nuovi prestiti” che riceveva sulla carta ma venivano immediatamente dati alle banche. Interessi sempre più salati, perché il debito pubblico greco saliva e saliva, sicché il debitore diventava inaffidabile – se voleva nuovi salvataggi, doveva pagarli sempre più caro.

Per questo Varoufakis ha detto: “Mi taglio il braccio piuttosto che firmare la richiesta di un nuovo prestito”.

E’ così che il debito greco è diventato quello che è:

debito greco

Il tutto aggravato dalla  austerità che i tedeschi, con la Merkel ma tutti quanti, hanno imposto alla Grecia: austerità! Austerità!  Tagliare!   Effetto: il Pil è sceso, sicché il debito in rapporto al Pil, meccanicamente, è salito.

Lo stesso è stato imposto ai paesi periferici, fra cui il nostro: fate le riforme, austerità, compiti a casa. L’effetto è la crescita del debito in rapporto al Pil.  Noi  eravamo già indebitati fino al collo; ma la Spagna aveva un rapporto debito Pil del 60%, prima dei salvataggi greci…

debt GDP ratios 2014 update piigs

Perché i nostri politici, gli eurocrati col SUV, i banchieri centrali  hanno preferito salvare le banche anziché i cittadini e gli stati?  C’è qui pronta, grazie a Zero Hedge, una teoria del complotto.

Goldman Europe Old

La mappa è un po’ vecchia e mancano alcune foto: Prodi, Padoan ad esempio. Anche loro ex  (?) dipendenti Goldman Sachs.  E’ ovvio che la loro logica sia quella di accollare  le perdite della finanza ai cittadini.  Hanno imparato lì.

Mario Draghi è stato vice-presidente e direttore esecutivo (non una  carica cerimoniale, dunque) di Goldman Sachs International dal 2002 al 2005.   Goldman Sachs è stata la banca d’affari che  – dietro compenso milionario –  ha aiutato Atene a truccare i conti  per entrare nell’euro senza averne le condizioni: un intorcinato procedimento che comprendeva un prestito di 2,8 miliardi  di euro fatto da Goldman al governo ellenico,   fatto passare però non per debito ma per “ un derivato  swap tra un debito denominato in dollari e yen emesso dalla nazione contro euro usando un tasso di cambio storico”, come ha cercato di  spiegare Bloomberg (non chiedetelo a me).  Era il 2001.

Nel 2012  – Mario Draghi era da poco assurto alla massima poltrona BCE –  un noto giornalista di Bloomberg, Mark Pittman, intentò  azione giudiziaria contro la Banca centrale europea, per ottenere l’ingiunzione, sotto il  Freedom of Information Act, a vedere  due documenti interni dello Executive Board (sei membri) della BCE, che dimostravano che la BCE era al corrente del trucco, e tuttavia – cvon Eurostat – non l’aveva  smascherato…

La risposta della BCE fu negativa: “La Banca Centrale Europea non può rilasciare documenti che mostrino come la Grecia ha usato i derivati  per celare il suo indebitamento, perché la divulgazione infiammerebbe la crisi minacciando il futuro della moneta unica”.  Zero Hedge sospetta, chissà come mai, che sia stato Mario Draghi in persona a  respingere la richiesta di Bloomberg perché (cito) “la persona che supervisionò e personalmente avallò la  perpetuazione della menzogna greca non è altro che l’allora vice presidente e direttore esecutivo di Goldman Sachs International – l’uomo che oggi è a capo della BCE”.

E’ un sospetto da cui energicamente ci dissociamo. Anche perché i media non ricordano mai la strana e dubbia circostanza, diciamo il forte puzzo di conflitto d’interesse,  che emana dalla figura del venerato governatore.  I media rispettano i vetri oscurati.

Piuttosto,  riferisco che Goldman Sachs è venuta alla luce con una propria teoria del complotto: secondo lei, Mario Draghi ha interesse a far fallire la Grecia e a sbatterla fuori dell’euro, perché così avrebbe  l’opportunità  di stampare a manetta (quantitative easing)   con la scusa di  “prevenire il contagio”, in realtà perché il quantitative easing che sta operando a tutto vapore da due mesi – sembra anche per occulte operazioni contrarie della Bundesbank [ http://www.rischiocalcolato.it/2015/06/nel-mondo-del-qe-perenne-il-default-greco-conta-zero-a-meno-che-russia-e-cina.html]-  non  ha effetti sull’economia reale: i finanziamenti ad imprese e famiglie non crescono, nè  si svaluta l’euro sul dollaro,  nè cresce l’inflazione (ferma sullo 0,3%), essenziale per “diluire”  i debiti.  La deflazione-recessione e depressione continua.

Zero Hedge  traduce il progetto così: “La Grecia deve essere distrutta,  perché l’euro e l’eurozona sia salvata (con ulteriore quantitative easing)”.

Siamo in mano a una setta

Non sapremmo dire se è vero. Ma quando Goldman esce con teorie del complotto, si deve tendere a crederle, perché è onnisciente e perché dovrebbe avere ancora da qualche parte il numero del cellulare del primo Rettiliano.

Non  c’è che da ripetere le parole di Marine Le Pen, la politica più cosciente di quel che è in gioco nella crisi greca: “Gli europei devono decidere se vogliono  vivere in democrazia, o se accettano di vivere sotto quella che appare ogni giorno di più come una setta”. Proprio così ha detto: “L’Unione Europea è divenuta una vera setta  dove si passa dal lavaggio del cervello, alle minacce, al ricatto permanente”.

 

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Mons. de Galarreta: un ‘golpe’ del Papa?

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Grottesco notare che quando certe affermazioni le facevamo noi sedevacantisti in merito all’accordo de facto, i fraternitari ci prendevano per matti…

Mons. Alfonso de Galarreta è un vescovo della comunità lefebvriana. “Penso, che il papa andrà nel senso di un riconoscimento unilaterale della Fraternità, e piuttosto per via di fatto che per una via di diritto legale, canonico”.

Mons. Alfonso de Galarreta è un vescovo della comunità lefebvriana; aveva diretto la commissione teologica della Fraternità sacerdotale S. Pio X durante gli incontri con gli esperti romani nel 2009 e nel 2011. Mons. De Galarreta è argentino. In un incontro con esponenti della comunità nei pressi di Versailles qualche giorno fa ha rivelato che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva inviato una proposta per la creazione di una prelatura personale, nell’estate del 2015, accompagnata da una dichiarazione dottrinale. Senza entrare nei dettagli, che chi legge il francese può trovare QUI .  

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