Terremoto su Renzi! La7 manda in onda un servizio shock su di lui
Segnalazione di Gianni Toffali
Segnalazione di Gianni Toffali
di Marco Milioni
Sarà per la congiunzione astrale delle notizie, sarà perché stavolta è girata così ma le news di rango nazionale che hanno a che fare col Veneto e che stanno affollando il panorama del Belpaese sono molte. C’è la vicenda della povera Valeria morta un anno fa durante gli attentati di Parigi. C’è la storiaccia di cronaca nera che riporta in auge, sempre che fossero davvero finiti, i tempi della mafia del Brenta: e poi lo stranissimo affaire Caorle. Non potevano mancare le grane legate ad ambiente ed infrastrutture con le dichiarazioni clamorose sulla Pedemontana Veneta del capo dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Sulla Spv poi si è scatenato Renzo Mazzaro de La Nuova con un servizio pubblicato sabato 12 novembre ed un altro pubblicato il giorno appresso. Parlare di grandi opere nel Veneto però significa parlare inevitabilmente di Venezia e di Mose. Lo fa L’Espresso in edicola ieri con un lunghissimo approfondimento a quattro mani. Ma non è finita perché Il Corsera con un editoriale Gian Antonio Stella ed una breve scheda di Bernardo Iovene introducono l’approfondimento che lo stesso Iovene firma per Report. E che andrà in onda a breve. Potevano mancare i rovesci bancari. Certo che no. Per quelli ci pensa Stefano righi sul Corriere Economia di oggi, che dice la sua, come al solito in modo molto chiaro con un breve servizio in taglio basso a pagina 10. E se si parla di economia si può parlare anche di drammi umani che la crisi comporta. Questa chiave di lettura ha suscitato l’interesse del regista Fabrizio Cattani e dell’inviato di Rai Tre Domenico Iannacone. L’approccio dei due autori viene messo a confronto su Vvox.it in un servizio firmato dal sottoscritto e pubblicato proprio oggi. Se invece vi interessa la politica, allora i cascami del caso Padova, col Carroccio che perde la sua città più importante, fanno proprio per voi.
Fonte: http://marcomilioni.blogspot.it/2016/11/quanto-veneto-sulle-news-nazionali.html?m=1 Continua a leggere
MENTRE SI RIVEDE L’EX LEADER NO-GLOBAL DEL G8 DI GENOVA, AGNOLETTO, CHE IN UDIENZA DA BERGOGLIO LO PROCLAMA SUO CAPO, IN NOME DEL PACIFISMO
Segnalazione di Raimondo Gatto
Bergoglio: “Mi interessa soltanto se fa soffrire i poveri”. Eppure la maggioranza dei fedeli ha votato per il presidente
di Paolo Bracalini
Il Vaticano resta in attesa prima di prendere una posizione sul fenomeno Trump ma certo le premesse non sembrano le migliori.
Il magnate newyorkese in effetti ha tutte le caratteristiche per risultare sospetto agli occhi della Santa Sede: è ricco, poco diplomatico e per giunta molto duro sull’immigrazione illegale. Bergoglio, in un colloquio con Repubblica, dopo aver premesso di non voler dare «giudizi sulle persone e sugli uomini politici» aggiunge però un pensiero che sembra ritagliato sul nuovo
presidente Usa: «Voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». Tanto che il quotidiano di De Benedetti titola: «Trump? Non giudico. Mi interessa soltanto se fa soffrire i poveri».
Quando Trump era ancora solo un candidato, e anche molto sfavorito nella corsa alla Casa Bianca, Bergoglio non aveva risparmiato critiche severe sul questione del «muro» col Messico. «Una persona che pensa di fare i muri, chiunque sia, e non fare ponti, non è cristiano. Questo non è nel Vangelo» – disse Bergoglio sul volo di ritorno dal Messico nel febbraio scorso – Non mi
immischio ma solo dico che questo uomo (Trump, ndr) non è cristiano, se dice queste cose». Ora, dopo l’elezione del tycoon, ufficialmente il Vaticano è più prudente («Muri? Aspettiamo di vedere quali saranno le scelte che Trump farà durante il suo mandato. Diamogli il tempo di cominciare» commenta il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin). Ma la sinistra orfana di Obama guarda già a Bergoglio come al leader mondiale in chiave anti Trump. Continua a leggere
Per informazioni: christusrex@libero.it
Segnalazione Edizioni Il Cerchio
Acquisizione diretta: http://www.ilcerchio.it/veneto-1866-da-lissa-all-unita-resistenza-plebiscito-emigrazione.html
ETTORE BEGGIATO è stato Consigliere regionale dal 1985 al 2000 e Assessore dal 1993 al 1995; promotore della legge regionale 8/07 per la “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto”. Per Il Cerchio ha pubblicato 1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella terra di San Marco (2009); Lissa. L’ultima vittoria della Serenissima (2012).
NICOLÒ DAL GRANDE, storico e saggista. Dal 2012 segretario nazionale dell’Associazione Culturale Identità Europea e collaboratore dal 2015 della rivista online Domus Europa (www.domus-europa.eu). Per il Cerchio ha pubblicato Il Risorgimento italiano (2013) ed è fra gli autori del testo Grande Guerra: le radici e gli sconfitti (2015).
Segnalazione del Centro Studi Federici
di Maurizio Blondet
Trump “ha tutte le intenzioni di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato ebraico, spostando lì l’ambasciata Usa, ora Tel Aviv”. Intende anche “stracciare il trattato con l’Iran” che (colpa di Obama) ha sollevato Teheran dalle sanzioni, e punire questo paese “che è il più grande sponsor del terrorismo al mondo”. Questo, cinque giorni fa. Un giorno dopo Walid Phares, un notevole analista e studioso politico (cristiano maronita libanese) che viene indicato come “importante consigliere in politica estera di Trump”, assicura alla BBC che Trump riconoscerà Gerusalemme capitale ma lo farà “per consenso”; e non “straccerà” il trattato con l’Iran, ma “lo rinegozierà”. Qualche ora dopo, tale David Friedman, indicato come “uno dei consiglieri di Trump per Israele e Medio Oriente, confermava che Donald “avrebbe adempiuto la sua promessa” di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.
Temo che dovremo abituarci a questo tipo di procedimenti decisionali. Quel che Trump ha detto all’AIPAC a marzo per strappare i voti ebraici, è stato tale da far sembrare Netanyahu un moderato, Paul Wolfowitz un timido nell’amore a Sion. Egli dice quel che il pubblico del momento vuol sentirsi dire? O né già in mano ai neocon, come temono per esempio Ron Paul (“Occhio al governo-ombra”, lo ha esortato) e Paul Craigs Robert?
http://www.thedailysheeple.com/ron-paul-on-trump-election-beware-of-shadow-government_112016
Propongo umilmente una terza ipotesi. Le idee di Trump su Israele e gli ebrei gli vengono dalla figlia Ivanka, indicata (anch’essa) come “ascoltatissima consigliera di papà”; e Ivanka prende le idee dal marito, l’aitante ebreo Jared Kushner, a cui ha dato tre figli.
Quindi è istruttivo sviscerare la personalità di Jared. Da dove viene? Come nasce? Egli è proprietario della ditta di famiglia, la Kushner Properties, si occupa di “real estate owning and development”, insomma prende gli affitti delle migliaia di appartamenti che la famiglia possiede a New York, e con quel che lucra, compra grattacieli per uffici a Manhattan: è questo il suo lavoro. Diciamo, un palazzinaro, anche se nelle misure titaniche dei palazzinari a New York; un collega di Donald, in qualche modo. Possiede anche il New York Observer, un settimanale che ha comprato con 10 milioni spiccioli.

Non è il classico imprenditore che si è fatto da solo, il bel Jared. E’ subentrato nell’impero immobiliare al papà, Charles Kushner. Notevole figura di “filantropo” (ossia donatore ad organizzazioni ebraiche), 61 anni, nemmeno papà Charles si è fatto da solo. E’ entrato in affari nel 1984 subentrando a suo padre Joseph, indicato come “un sopravvissuto all’Olocausto di origine polacca” (torna sempre utile) nella gestione dei 4 mila appartamenti che il Sopravvissuto aveva messo insieme nel New Jersey. Jared dunque è figlio-di-papà di un figlio di papà; figli di papà da generazioni. Dati gli affitti alle stelle a New York, si intuisce che quando si gestiscono migliaia di appartamenti, i soldi arrivano tanti e sicuri: non occorre nemmeno sviluppare uno spiccato senso degli affari.
Né ci si aspetta da un mega-palazzinaro che nutra profonde riflessioni in politica estera e filosofia politica, o che si doti di una cultura superiore. Vero è che Jared ha frequentato Harvard: vi è stato ammesso dopo che suo padre ha fatto alla prestigiosa università una donazione di 2,8 milioni di dollari. E dopo, il bel Jared ha preferito spostarsi alla New York University dove ha preso un dottorato (MBA), previa donazione paterna di altri 3 milioni di dollari.
http://www.townandcountrymag.com/society/politics/news/g2542/jared-kushner-facts/
Insomma, c’è motivo di ritenere che Jared non tenga sul comodino “La democrazia in America” di Alexis de Tocqueville, né abbia mai desiderato scambiare riflessioni geopolitiche con Henry Kissinger o Zbig Brzezinsky (il che può essere un bene), né abbia conoscenza alcuna del guru dei neocon, Leo Strauss. Si è fatto ebreo nella setta degli ortodossi riformati; Ivanka nata Trump si è “convertita” a quella setta, prendendo dei corsi di ebraismo da un rabbino riformato; forse è utile sapere che i rabbini di Israele negherebbero la cittadinanza ebraica ai figli nati dal matrimonio, considerandoli non giudei. Ciò non impedisce a Jared e Ivanka di esibire un comportamento scrupolosamente ebraico: il venerdì sera spengono gli smartphone (il Sabato non si devono accendere fuochi né per estensione apparecchi elettrici) e “si godono i figli”, secondo le descrizioni rapite dei rotocalchi rosa. Mangiano i cibi freddi e kosher che Ivanka “ha imparato a cucinare il venerdì”, ha raccontato Jared ai suddetti rotocalchi, “lei che mai aveva cucinato in vita sua”. Le idee di Jared su Israele sono semplici: Sion ha sempre ragione. Continua a leggere
Il politologo sulle motivazioni che hanno portato al triofo di The Donald. L’inattendibilità dei sondaggi, il ruolo “ricattatorio” dei media. E l’Italia? «Anche Renzi sta giocando la carta populista»Populisti sì, ma mica scemi. Gli elettori che hanno votato Donald Trump «avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica». Per Marco Tarchi, politologo all’Università di Firenze e uno dei massimi esperti di populismi, quello americano è stato un voto mosso non solo dalla passione, ma anche dalla ragione. Alle spalle del nuovo presidente si è unito un elettorato che in pochi avevano individuato. E che «i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi di stigmatizzare e intimidire». Ottenendo il risultato opposto a quello sperato. Anche da noi può succedere qualcosa di simile? Per Tarchi è Beppe Grillo che più si avvicina al messaggio complessivo di Trump. Ma in vista del referendum persino Renzi «sta giocando la carta dello stile populista». Cercare una copia italiana del nuovo inquilino della Casa Bianca, in ogni caso, può essere fuorviante. «La mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse – continua – Anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche».
Professore, la vittoria elettorale di Donald Trump può essere considerata una vittoria del populismo? Fin dalle prime ore molti analisti hanno parlato della reazione degli “sconfitti” contro le élites, di un messaggio anti establishment.
Sì, l’analisi mi sembra corretta, anche se i fattori che hanno portato a questo risultato inatteso sono molteplici. Gli argomenti e lo stile populisti della campagna di Trump hanno certamente contribuito in misura sostanziale.
È sbagliato inquadrare il risultato delle presidenziali Usa attraverso il confronto Democratici-Repubblicani? Lo stesso Grand Old Party non ha mai nascosto più di un dubbio sulla candidatura di Trump.
Più che sbagliato, sarebbe insufficiente. Non c’è dubbio che la fedeltà partitica degli elettori ha avuto, su entrambi i versanti, il suo peso, ma l’elemento aggiuntivo vincente è venuto da votanti indipendenti, in forte crescita (non va trascurato che il candidato libertario ha ottenuto il 3,2% e la candidata verde l’1,1%: ulteriori piccoli ma significativi segnali di crepe nel bipartitismo), che non avrebbero probabilmente sostenuto un candidato dell’establishment, di cui i vertici repubblicani fanno parte a pieno titolo. C’è da immaginarsi che costoro, da sempre diffidenti od ostili verso Trump, non mancheranno di creargli ostacoli nei due rami del parlamento se vedranno proposte politiche che non li soddisfano. La disciplina di partito dei parlamentari, negli Stati uniti, è estremamente limitata. Si risponde, semmai, agli elettori – e in primis ai grandi elettori, cioè ai finanziatori della propria campagna – del collegio in cui si è si è stati eletti.
Nel suo primo discorso Trump si è rivolto ai “dimenticati”. È questo il suo bacino di voti? Chi è più sensibile ai richiami del populismo americano? Nelle analisi post elettorali si citano gli arrabbiati d’America, i bianchi, i disoccupati, le classi medie impoverite, i perdenti della globalizzazione…
Sono tutte analisi “a spanne”, perché i dati di sondaggio sono, al momento, scarsi – e, come sempre accade ad onta di quanto pensano taluni analisti, da prendere con le molle. Tuttavia, tutti i gruppi sociali che Lei cita paiono aver contribuito al risultato. E poiché si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione.
È un elettorato che si vergogna anche un po’ della propria scelta? Nei sondaggi molti sostenitori di Trump hanno preferito non esprimersi per paura di essere giudicati. E questo ha reso più difficile prevedere il risultato elettorale.
È più corretto dire che è un elettorato che i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi, con una campagna martellante, di stigmatizzare e intimidire. Ciò spiega il desiderio di non esporre le proprie “deplorevoli” – o meglio, deplorate – intenzioni a chi li chiamava al telefono per sapere come avrebbero votato. Si ha un bel dire che i sondaggi garantiscono l’anonimato; chi vi è sottoposto sa che i sondaggisti dispongono del suo numero di telefono; sarà anche stato selezionato a caso, ma la diffidenza è radicata. Molti anni fa un’eccellente studiosa tedesca, Elizabeth Noël-Neumann, individuò questo fenomeno come un dato cruciale per le indagine d’opinione e lo inquadrò nella teoria della “spirale del silenzio”, di cui evidentemente non tutti gli addetti ai lavori hanno compreso la portata.
«Gli elettori di Trump? Si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione»
Lei si batte perché il fenomeno populista sia studiato senza accezioni negative. È difficile non notare come nella campagna elettorale americana il fenomeno Trump sia stato criticato e denigrato dai principali media. Paradossalmente questo può aver aiutato la corsa del nuovo presidente?
È probabile, perché l’insofferenza nei confronti dei dettami della “correttezza politica” è oggi visibilmente in crescita in molti paesi. Chi coltiva, ad esempio, un’immagine negativa dei flussi migratori è investito da una comunicazione pubblica che vuole convincerlo di essere un razzista o quantomeno uno xenofobo, viene descritto come uno stupido senza cuore in balia della propaganda di malvagi imprenditori della paura e si sente trattato come un essere ignobile. Questo modo di comportarsi dei media mainstream, che non esitano ad utilizzare un ricatto della compassione e della commozione che fa il paio con il ricatto della paura e dell’insicurezza di certi populisti, spesso ottiene un risultato opposto a quello sperato e rende sistematica l’ostilità del telespettatore verso chi pretende di impartirgli di continuo lezioni di civismo.
Adesso la vittoria di Trump può dare nuova consapevolezza alle forze populiste e anti-élite mondiali? Il successore di Obama può diventare un punto di riferimento?
Psicologicamente, potrebbe “scongelare” un certo numero di elettori che preferiscono le proteste, e le proteste dei movimenti populisti, alle opinioni e ai comportamenti dei loro avversari, ma che finora temevano di varcare la soglia della rispettabilità votandoli (e, soprattutto, facendo sapere, o anche solo sospettare, di averli votati). Politicamente, il discorso è più complicato, perché ogni populista guarda in primo luogo, o solamente, al proprio popolo, e Trump è statunitense, quindi ha in vista l’interesse dei suoi connazionali; ciò significa che alcune sue mosse potrebbero andare in una direzione contraria agli interessi di paesi europei. E questo dispiacerebbe certamente a un populista francese, olandese o italiano. Solo il tempo ci dirà come andranno le cose su questo versante. Anche perché, sin qui, il tallone d’Achille del populismo è stata proprio la sua capacità di governo di situazioni complesse, perché i populisti hanno una visione iper-semplificata della realtà e faticano a superare gli ostacoli posti da ambienti a loro ostili, come i poteri finanziari, i burocrati e gli intellettuali. I risultati ottenuti da Trump potrebbero ribadire o ribaltare la regola.
«Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo. Ma se parliamo del M5S le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche»
C’è un filo conduttore che lega il voto in Gran Bretagna per l’uscita dall’Europa e l’affermazione di Trump alla Casa Bianca? Quale sarà la prossima tappa, magari il referendum italiano?
Sicuramente c’è: le preoccupazioni in materia di sicurezza – economica e psicologica – e la voglia di affermare le proprie specificità nei modi di vita nei confronti dell’irruzione di atteggiamenti e stili ispirati al cosmopolitismo globalista hanno pesato molto in entrambi i casi. Il caso del referendum italiano è, in questo senso, anomalo, perché Renzi, che pure agli occhi di molti è in tutto e per tutto un rappresentante tipico dell’establishment, timoroso di questa sua immagine, sta giocando la carta dello stile populista per diminuire l’efficacia delle argomentazioni avversarie: le tirate contro l’inefficienza e l’immobilismo burocratico dell’Unione europea, l’irrisione verso i “professoroni” che non condividono la riforma, l’enfasi sul “tagliare i costi della politica” sono tutti elementi di questa sua strategia.
In Italia chi ha celebrato la vittoria di Trump sono stati soprattutto Cinque Stelle e leghisti, le principali realtà populiste del nostro Paese. Ma chi dei due è più affine al messaggio del presidente Usa? Entrambi si accreditano come una forza anti sistema, ma solo Salvini condivide con Trump le spinte nazionaliste anti immigrazione.
Lei sa che io da anni distinguo il discorso pubblico di Beppe Grillo, che considero populista a pieni carati, da quello del Movimento Cinque stelle, che ne segue solo in parte le coordinate. Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo (e difatti è stato lui a proporre il paragone con il suo “vaffa”), ma se parliamo del M5S, che cerca di muoversi sul sottile filo di un equilibrio instabile delle posizioni dei suoi esponenti di vertice e intermedi e quindi non se la sente di seguire il fondatore su temi come quelli dell’immigrazione e del multiculturalismo, le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini, peraltro, non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche, e, come ha fatto notare un populista di sinistra francese qual è Jean-Luc Mélanchon, forse, se fosse stato il candidato dei democratici contro Trump, avrebbe fatto meglio dell’icona dei “poteri forti” Hillary Clinton.
di Maurizio Blondet
Le esecuzioni sono già in corso. “Chi assassina gli ufficiali di Al Qaeda dopo il 9 novembre?” domanda il benissimo informato Meyssan. “Per il momento non è chiaro se siano regolamenti di contri tra bande rivali o l’amministrazione Obama stia cancellando le tracce dei suoi delitti”.
Non occorre disporre di profonde fonti d’intelligence per sapere che la risposta esatta è la seconda. L’ha scritto il Wahington Post il 10 novembre: “Alti funzionari del Dipartimento di Stato” hanno informato il giornale che Obama non poteva più permettersi di “trattare col diavolo” per esercitare una pressione militare sul presidente Bachar al-Assad”. Obama avrebbe ordinato di localizzare ed uccidere tutti i dirigenti di Al Qaeda attivi in Siria, anche con droni.
E anche i WP non aveva bisogno di chissà quali fonti anonime: bastava che andasse sul sito del Dipartimento Usa del Tesoro per vedere che il detto Ministero comunicava: “Abbiamo smesso di pagare i qaedisti”. Beninteso, il linguaggio non è così esplicito, ma lo è abbastanza: “L’ufficio per il Controllo degli Attivi Esteri” (il Tesoro ha appunto un ufficio con questo nome) ha agito oggi per interrompere le operazioni militari, di reclutamento e finanziamento del Fronte Al Nusra. Specificamente il detto ufficio ha indicato quattro leader di Al Nusra – Abdallah Muhammad Bin-Sulayman al-Muhaysini, Jamal Husayn Zayniyah, Abdul Jashari, and Ashraf Ahmad Fari al-Allak – in coordinamento col Dipartimeno di Stato, come individui responsabili di fornire al Al Nusra sostanziale sostegno finanziario e logistico, dal reclutamento di combattenti alla raccolta di fondi”. Si può leggere qui: Continua a leggere
Segnalazione ProVita
Per chi ancora non ne fosse a conoscenza e volesse sperimentare nuove emozioni, annunciamo che ormai da anni è spuntato un nuovo orientamento sessuale, l’ecosessualità.
Dal 1° al 5 novembre scorsi, ad esempio, nel contesto del Festival di Arte Sperimentale di Sidney, gli ecosessuali hanno potuto partecipare all’iniziativa “Ecosexual Bathhouse“, organizzata dal gruppo”artistico” (riteniamo che le virgolette siano d’obbligo) Pony Express.
Ma chi sono gli ecosessuali? Finora abbiamo avuto modo di parlare di una innumerevole varietà di ‘generi’ e alcuni Lettori probabilmente pensano che qui si stia scherzando o che si sia impazziti, ma non è così, lo assicuriamo.
L’ecosessualità, nata nel 2008 come corrente artistica con lo scopo di venerare il pianeta Terra, è diventata ormai un nuovo orientamento sessuale. A inventare il termine ‘ecosessuale’ sono state due presunte artiste eco-femministe, Annie Sprinkle ed Elizabeth Stephens, che hanno perfino redatto un Manifesto dell’ecosessualità nel quale vengono enunciati i principi ed i valori di questa sorta di movimento.
«Facciamo l’amore con la Terra. Abbracciamo senza pudore gli alberi, massaggiamo la terra con i nostri piedi, parliamo eroticamente con le piante», recita il Manifesto.
Per creare una relazione più sostenibile con l’ambiente gli ecosessuali si impegnano ad «amare, onorare e accudire la Terra, fino alla morte». Il nudismo, ovviamente, è parte integrante e fondamentale di questo bizzarro modo di vivere e fare l’amore. Compreso l’abbattimento di ogni barriera tra le specie viventi.
Ecologismo sfrenato e sessualità, dunque, si mescolano tra loro, dando vita ad un cocktail che qualunque comune mortale dotato di un minimo barlume di ragionevolezza definirebbe pazzia. Ma per gli ideatori dell’ecosessualità e quanti la praticano evidentemente non di follia si tratta, ma di vero amore. E se love is love, allora possono fare quello che più loro aggrada. Come ad esempio baciare le piante, accarezzare una vasca piena di erba e di terra fertile, masturbarsi sotto una cascata o sussurrare sensualmente agli alberi. Ed è quello che è stato fatto a Sidney durante il Festival. Continua a leggere
di Arai Daniele
BIN EXCLUSIVE: Sanhedrin Asks Putin and Trump to Build Third Temple in Jerusalem
By Adam Eliyahu Berkowitz November 10, 2016 , 11:30 am 15.4K 97 52 307Email 18.6KShare
“Thus saith Hashem to His anointed, to Cyrus, whose right hand I have holden, to subdue nations before him, and to loose the loins of kings; to open the doors before him, and that the gates may not be shut.” Isaiah 45:1 (The Israel Bible™) image: http://www.breakingisraelnews.com/wp-content/uploads/2016/11/trump-putin-temple.jpg
The Sanhedrin has requested that president-elect Donald Trump and Russian President Vladimir Putin work together to help rebuild the Temple. (Breaking Israel News)
The Nascent Sanhedrin is calling on Russian President Vladmir Putin and US president-elect Donald Trump to join forces and fulfill their Biblically-mandated roles by rebuilding the Jewish Temple in Jerusalem.
Rabbi Hillel Weiss, spokesman for the Sanhedrin, contacted Breaking Israel News to announce that the election of Trump, who has promised to recognize Jerusalem as the capital of Israel, coupled with Putin’s expressed desire for the Temple to be rebuilt, prompted the Jewish court to send a letter offering the two the opportunity to act as modern-day Cyrus figures: non-Jewish kings who recognize the importance of Israel and the Temple.
Read more at http://www.breakingisraelnews.com/78372/bin-exclusive-sanhedrin-asks-putin-trump-build-third-temple-jerusalem/#qC3wfgFokm2gWRX8.99
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Certamente ciò è possibile a causa della loro simpatia per Israele. Qualche primo passo si è visto nella dichiarazione di Trump su Gerusalemme e nella recentissima visita del primo ministro russo in Israele. Trump che ha sempre più bisogno d’essere sdoganato dalla ‘grande stampa’ mainstream e capi, può essere tentato dal secondo passo? Non può essere una via, anche se costoro di questioni religiose sentono solo l’altra voce. Sono forse tanto lontani dall’odio anticristiano di Giuliano, di tetra memoria? Continua a leggere
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