Alluvione, Bonaccini ko. Mezza protezione civile in ufficio non sul territorio

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di Antonino Amorosi

Dopo le alluvioni disastrose dell’Emilia Romagna, i morti e i senza tetto Paolo Zanca, vecchio socialista iscritto ad Azione con una lunga carriera alle spalle, da fine conoscitore della macchina amministrativa locale, dopo anni di silenzio ha deciso si parlare con Affaritaliani: “Dal 2015 al 2023 quanti interventi di messa in sicurezza del territorio sono stati fatti?”

 

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“Dove è il report delle cose realizzate da Bonaccini e Schlein per contenere le alluvioni? Qua tutti parlano ma nessuno chiede il report. Come mai? Va chiesto per rispetto a chi è morto e a chi ha perso tutto. Ma lo sa come funziona la Protezione civile dell’Emilia Romagna?

 

 

 

 

Come funziona?

“E’ una macchina da ringraziare, come tutti i vari corpi di polizia intervenuti e tutti i volontari, ma la Regione ha da anni spostato tutta la messa in sicurezza del territorio sulla propria Protezione civile regionale”

Ma non interviene solo per le emergenze?

“No, dalla Regione volevano creare, dicono loro, una pratica innovativa perché l’intervento nelle emergenze deve coniugarsi con la prevenzione e la messa in sicurezza del territorio. Benissimo. La domanda che mi sento di fare è: dal 2015 al 2023 quanti interventi di messa in sicurezza del territorio sono stati fatti? Vogliamo in numeri, dove e come sono stati fatti. Si può fare questa domanda? Perché c’è un particolare non trascurabile”

Quale?

“Per legge, il bilancio della Protezione civile dell’Emilia Romagna viene redatto dal dirigente della Protezione civile con una determina, poi passa in prima commissione assembleare per un parere che non è vincolante, dopodiché viene approvato dalla giunta regionale ma non passa mai in Consiglio regionale”

 

Quindi nessuno conosce il dettaglio degli interventi e delle spese?

“Le chiedo perché in Consiglio regionale non passano”

Paolo ZAnca
Paolo Zanca

Ma come è possibile?

“A me interessano le cose pratiche non l’ideologia. Da quando la politica è diventato tifo da stadio per gli ultrà le cose pratiche scompaiono, che fare con i problemi e quali soluzioni. C’è solo il ‘io tifo per questo, io sto con la Schlein, tu stai con Giuseppina’. E’ la mela marcia del populismo italiano che ora si condisce di cambiamento climatico. Ma che interventi sono stati fatti e quali, finora? Si può sapere? Non mi interessano le religioni”

Eppure l’apparato burocratico di enti come la Protezione civile dell’Emilia Romagna esiste ed è imponente o no?

Ha visto quanto addetti ha la Protezione civile di Bonaccini?

Sì…

“I volontari sono migliaia ma sono 500 quelli dell’agenzia regionale e ha visto quanti di questi 500 sono apparato amministrativo?”

Sono quindi negli uffici …

“Quasi il 50%. E che vuol dire?”

Che circa 250 persone dovrebbero controllare ogni rivolo dell’Emilia Romagna…

“E vuol dire anche che se ho un bilancio di 100, faccio un’ipotesi, 50 li devo spendere per mantenere in vita il mio ente. Vuol dire che ogni volta che investo un euro ne spendo due per investirlo. È una follia”

Direi totale

“Scrivono che da quando hanno fatto la riforma del 2015 hanno assunto 80 persone di qua, 50 di là e sono arrivati praticamente a 500 addetti ma 240 sono amministrativi”

Di chi è la scelta?

“Di chi è? Hanno ritenuto che questo è il modo più efficace. Il mio vuole essere un ragionamento costruttivo. Ma visto il disastro queste domande vanno fatte. E’ questo il modo più costruttivo?”

A noi risulta che su 159 milioni di bilancio che la Protezione civile doveva utilizzare per interventi alla fine ne sono stati utilizzati 11,6 per la difesa del suolo. E’ corretto?

“Questo è quello che compare dalle carte. Per questo chiedo chiarezza al presidente della Regione Bonaccini. Le carte possono essere anche interpretate male ma secondo me qualcuno deve rispondere e dirci anche degli anni precedenti che scompaiono”

Cioè?

“Il piano di manutenzione del territorio della regione 2022-2024, 378 pagine, contiene di tutto salvo il resoconto di quello che e’ stato realizzato negli anni precedenti”

Dopo il passaggio delle competenze dall’Anas agli enti locali quelle competenze sono state assorbite dai nuovi uffici, per il controllo del territorio?

“Molte regioni avevano passato queste competenze alle province ma le province come sappiamo grazie a un meraviglioso intervento riformatore del maestro dei riformatori italiani, cioè Matteo Renzi, come noto sono state abolite, e quindi sono tornare alle regioni”

Lei è ironico…

“No assolutamente. L’uomo che, in pochi anni, passa dal 42% a percentuali ridicole e che ogni volta che qualcuno fa qualcosa, dice ‘ma il mio governo lo aveva già fatta di qua e di là” è un esempio per tutti. Tra le cose di cui si dovrebbe vantare è come ha affrontato la tematica delle province che sono state distrutte, tanto è vero che oggi si pensa di rifarle. Questo passaggio di deleghe è stato devastante. Prima c’erano i cantonieri provinciale che almeno facevano attività di sorveglianza, i cantonieri dell’Anas che facevano sorveglianza e avvertivano sulle zone a rischio”

In generale avere un’idea politica, più o meno legittima o interessante, non vuol dire saper fare politica… ci sta dicendo questo?

“Con me sfonda una porta aperta. Il mio vecchio professore di storia medievale mi spiegava che nel 500 il Po è esondato 12 volte, come esondavano il Tevere e l’Arno. Sono eventi che si sono ripetuti nella storia ambientale climatica molte volte. Ora vediamo errori di cementificazione del suolo e di costruzione sugli alvei dei fiumi, mancanza di manutanzione del territorio. C’è una variazione di carattere climatico, certo. Ma anche il climatologo Franco Prodi, fratello di Romano, propone un punto di vista diverso di leggere il rapporto tra cambiamento climatico e impatto delle attività umane. Considerare l’uomo come responsabile dei cambiamenti climatici è scientificamente infondato, non ci sono prove, anche perché le nostre conoscenze sul sistema metereologico e climatico sono veramente limitate a poco tempo. Abbiamo sequenza di studi sul cambiamento climatico molto limitate. Quindi invece di concentrarsi sul ‘credo’ e sulle discussioni da bar concentriamoci su cosa si è fatto concretamente in un’area che nasce come una palude e che storicamente è sempre stata inondata. Aspetto delle risposte”.

 

Link articolo completo: Alluvione, Bonaccini ko. Mezza protezione civile in ufficio non sul territorio – Affaritaliani.it

Bilderberg, da Lilli Gruber a Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti globalisti e perché

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di La Redazione

Roma, 22 mag – Cosa ci fanno Lilli Gruber e Sanna Marin al meeting del Club Bilderberg, ormai celebre think tank dei potenti globalisti? Mistero della riservatezza elitaria. Perché gli invitati che prendono parte all’incontro, non possono divulgare alcun ordine del giorno dettagliato ufficiale né è riferibile successivamente quanto discusso. Dunque conosciamo solo quanto riportato sul sito ufficiale del Club, ovvero l’elenco dei partecipanti e i temi che verranno trattati, senza però sapere esattamente come, a quale scopo, con quali presupposti. Ma andiamo con ordine, per capirci di più.

Bilderberg, da Lilli Gruber e Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti

Gli italiani che hanno partecipato quest’anno al 69esimo incontro del Club Bilderberg, a Lisbona, sono ufficialmente tre: la conduttrice di La7 Lilli Gruber, l’ex As di Snam Marco Alverà e il commissario Ue, nonché ex premier, Paolo Gentiloni. La Gruber, della quale molti hanno notato l’assenza a Otto e Mezzo negli ultimi giorni, è ormai di casa al Club. Quando nel 2015 i potentoni si riunirono a Telfs-Buchen, in Austria, dall’11 al 14 giugno, vennero infatti invitati cinque italiani: il presidente di Fiat Chrysler Automobiles John Elkann, il re dell’acciaio italo-argentino Gianfelice Rocca, Mario Monti, l’ex presidente di Telecom Franco Bernabé e appunto Lilli Gruber (presente già 2013 e di nuovo invitata nel 2016 a Dresda).

Tra i non italiani presenti a Lisbona, fra gli altri, c’erano anche il vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell, lo storico Niall Ferguson, l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, il primo ministro finlandese Sanna Marin e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Oltre al direttore dell’Intelligence nazionale statunitense, Avril Haines e al direttore senior per la pianificazione strategica americana presso il Consiglio di sicurezza nazionale, Thomas Wright. Ma c’era pure Jen Easterly, direttore dell’Agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture. E ancora: il Ceo di OpenAI Sam Altman, quello di Microsoft Satya Nadella, il capo di Google DeepMind Demis Hassabis e l’ex Ceo di Google Eric Schmidt.

Il mistero del Club

Il primo incontro del Club si tenne, su iniziativa del banchiere David Rockefeller, il 29 maggio 1954 presso l’hotel de Bilderberg a Oosterbeek, vicino Arnhem, nei Paesi Bassi. Da allora, ogni anno, un centinaio di uomini politici, giornalisti, esponenti della finanza si riuniscono periodicamente a porte chiuse. Il Club, come sopra accennato, non prevede conclusioni scritte né comunicati. Avvicinarsi all’incontro, è pressoché impossibile a causa di un apparato di sicurezza privato efficientissimo e che non bada tanto per il sottile. La natura profondamente oligarchica della struttura è stata denunciata per decenni da isolati gruppi della cosiddetta destra radicale, fra il disinteresse o l’ironia generale, salvo divenire da qualche anno un tema di dibattito pubblico. Inutile dire che ha alimentato pure esagerazioni complottiste. Quest’anno a parte l’Ucraina, sono state queste le questioni che hanno ufficialmente dominato le riflessioni a Lisbona: intelligenza artificiale, transizione energetica, conflitto russo-ucraino, contenimento della Cina e leadership statunitense. Insomma, si sono affrontati i macrotemi del momento. Di per sé, nulla di sconvolgente. L’unico obiettivo, più o meno manifesto, è legare il più possibile l’Europa agli Stati Uniti. Ma alcune domande sono d’uopo: è accettabile che personalità istituzionali partecipino a questo tipo di incontri senza che poi rivelino nulla di ciò che è stato detto? A che titolo vi prendono parte? E a quale scopo?

 

Articolo compelto: Bilderberg, da Lilli Gruber a Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti globalisti e perché (ilprimatonazionale.it)

Per trovare la strada a coloro che vogliono ascoltare la verità

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di Alexander Kornilov

Discorso alla 1° Conferenza globale sul multipolarismo del 29 aprile 2023

Il crollo dell’Unione Sovietica ha cambiato l’equilibrio internazionale del potere. Il mondo bipolare è stato sostituito da un mondo unipolare, il che ha avuto ripercussioni sui mezzi di comunicazione di massa, con il liberalismo che si è imposto e ha permesso ai media liberali di dominare l’agenda globale delle notizie.

Ma alcuni anni fa la situazione ha iniziato a cambiare. Il mondo è diventato multipolare, molti Paesi hanno scelto il proprio modo di sviluppare i media. È scoppiata una nuova guerra fredda, mentre il vecchio confronto tra capitalismo e socialismo è stato sostituito da dibattiti o, in alcuni luoghi, da vere e proprie battaglie tra i campioni del corso economico liberale e i sostenitori di una politica interna statale incentrata sul popolo.

Ora il nostro compito principale è quello di eliminare gli ingannevoli media liberali mainstream e trovare un modo per condividere informazioni veritiere con i Paesi del cosiddetto miliardo d’oro, raccontando loro la diversità del mondo e lo sviluppo dinamico di altri centri di gravità.

In Europa si è verificata una scissione ideologica che ha avuto un impatto anche sui media. La maggior parte dei media russi è stata bloccata in molti Paesi, non solo in quelli ostili. I megaprogetti russi del valore di molti miliardi non sono riusciti a riorganizzarsi in tempo nonostante i numerosi avvertimenti. Purtroppo, non svolgono alcun ruolo significativo come organi di informazione stranieri in Europa. Semplicemente non esistono più.

Per trovare sostenitori di un mondo multipolare in Europa, dobbiamo creare nuovi organi di informazione, unire gruppi interni europei nei social media e altre risorse. Potremmo iniziare con il supporto dei media lanciati dai connazionali russi.

Dobbiamo imparare a lavorare insieme a coloro che simpatizzano con la Russia, sostenendo così un mondo multipolare. Con coloro che non sono nostri compatrioti, ma che amano la Russia e sono pronti a dire la verità su di essa sui social media e sulle pagine pubbliche degli altri Paesi.

Ci sono davvero molte persone pronte ad ascoltare la verità, basta trovare la strada per raggiungerle. Camminate e arriverete.

Grazie per l’attenzione!

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacinia

 

Leggi l’articolo completo: Per trovare la strada a coloro che vogliono ascoltare la verità | Геополитика.RU (geopolitika.ru)

ASEAN e superpotenze: commercio, accordi, relazioni

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di Katehon think tank

L’Associazione delle Dieci Nazioni del Sud-Est Asiatico è stata creata come organizzazione per migliorare le relazioni commerciali tra i Paesi della regione, con l’obiettivo specifico di stabilire la pace e la stabilità sulla base dei principi della Carta delle Nazioni Unite, di accelerare lo sviluppo economico e socio-culturale e di mantenere una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con organizzazioni internazionali di natura simile (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico // Geopolitica).

Negli ultimi 20 anni o più, la quota dell’Associazione nel PIL globale è aumentata lentamente ma costantemente, passando dal 4,8% nel 2000 al 6,4% nel 2019. [Allo stesso tempo, anche il livello complessivo del PIL degli Stati dell’ASEAN è in crescita: nel 2017 era di 2,85 trilioni di dollari e nel 2023 di 2,85 trilioni di dollari. Allo stesso tempo, il prodotto interno lordo (PIL) dei Paesi ASEAN è in aumento – da 2,85 trilioni di dollari nel 2017 a 3,96 trilioni di dollari nel 2023 (un forte calo solo nel 2019-2020 a causa della situazione epidemiologica nel mondo) (Prodotto interno lordo (PIL) dei Paesi ASEAN dal 2017 al 2027 // Statista). Filippine, Malesia, Thailandia, Singapore e Indonesia rappresentano la maggior parte del PIL tra i Paesi del Sud-Est asiatico. Quest’ultimo è il Paese più grande all’interno di questa organizzazione [2, p. 74].

Nel 2019, l’ammontare degli investimenti diretti esteri nei Paesi dell’organizzazione ha raggiunto più di 180 miliardi di dollari USA. Ciò rende l’Associazione la più grande in termini di investimenti tra le organizzazioni simili nel mondo (ASEAN Investment Report: 2020-2021. Investing in Industry 4.0 // ASEAN Main Portal). Solo nel 2020 questa cifra è scesa, sempre a causa della pandemia di coronavirus. In seguito, tuttavia, i Paesi hanno iniziato ad attrarre sempre più investimenti, soprattutto in infrastrutture attraverso progetti nazionali, espansione delle opportunità legali per il settore privato, ecc. Oggi gli investimenti attratti solo in questo ambito ammontano a 184 miliardi di dollari all’anno [2, p. 75]. Oggi gli investimenti attratti solo in questa sfera ammontano a 184 miliardi di dollari all’anno [Ibid., P.75]. Il principale “sponsor” in questo caso è la Cina, che sta investendo anche nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni dei Paesi ASEAN, anche per promuovere la propria iniziativa “One Belt, One Road”. [Ibidem].

Oltre alla Cina, l’azienda chimica britannica Linde ha iniziato a costruire un complesso integrato per la produzione di gas a Singapore. Royal Dutch Shell, un’azienda britannico-olandese con attività simili, ha aperto una filiale in Malesia e nelle Filippine. Questi progetti hanno un valore di diversi miliardi di dollari USA. La giapponese Toyota ha costruito uno stabilimento in Myanmar nel 2019 per un costo di circa 60 miliardi di dollari. La Ford degli Stati Uniti ha potenziato i suoi impianti vietnamiti per oltre 80 milioni di dollari e la Ford degli Stati Uniti ha potenziato i suoi impianti vietnamiti per oltre 80 milioni di dollari. Indonesia e Thailandia sono diventate anche le sedi di molti stabilimenti automobilistici di colossi come Mitsubishi, Mazda. “Nissan, Audi, BMW, ecc. [Ibid., pp. 75-76].

Inoltre, tutte le nuove multinazionali, come la giapponese Murata, che produce componenti elettronici, in Malesia, o la taiwanese USI, che produce chip elettronici, in Vietnam, si stanno stabilendo nel Sud-Est asiatico. Anche in questo caso, i progetti prevedono investimenti per diverse centinaia di miliardi di dollari. Inoltre, società della RPC, del Giappone, degli Stati Uniti, della Corea e dell’UE sono i principali investitori nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché nella costruzione di strutture per la mitigazione dei cambiamenti climatici per le fabbriche situate nella regione [1, pagg. 65-69].

La cooperazione attiva tra l’ASEAN e i Paesi europei si è sviluppata fin dall’inizio del XXI secolo. L’UE ha assistito i Paesi dell’Associazione nel miglioramento dell’economia, dell’istruzione, della medicina e della sicurezza. Nel 1994 l’ASEAN è stata definita “la base del dialogo europeo con i Paesi asiatici” e dal 2000 l’ASEAN e l’UE hanno iniziato a dialogare insieme. L’ASEAN e l’UE hanno iniziato a tenere riunioni congiunte a livello di ministri dell’economia e incontri economici. Dal 1995, il volume degli scambi commerciali tra i Paesi è cresciuto e all’inizio del 2010 rappresentava il 5% del commercio globale [6, p. 38-39].

Anche gli Stati Uniti sostengono l’ASEAN, includendo gli aiuti ai Paesi ASEAN nella loro pianificazione di bilancio annuale [7, p. 84]. Dalla presidenza di B. Obama, l’Indonesia è il partner strategico più importante per gli Stati Uniti nella regione e nel 2016 gli Stati Uniti hanno revocato l’embargo economico nei confronti dell’ASEAN. Gli Stati Uniti hanno revocato l’embargo economico sulla vendita di armi al Vietnam; B. Obama e H. Clinton hanno incontrato la nuova leader Aung San Suu Kyi in Myanmar dopo l’insediamento di un governo democratico; nel 2016 si è tenuto un vertice USA-ASEAN a Sunnylands Manor in California [3, p. 145]; nel 2022, John Biden ha annunciato il lancio del partenariato strategico globale ASEAN-USA [Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti e l’ASEAN stanno lanciando un partenariato strategico globale // TASS]. Dal 2002, gli Stati Uniti hanno fornito più di 12 miliardi di dollari in aiuti totali ai Paesi del Sud-Est asiatico. Gli Stati Uniti hanno inoltre fornito oltre 1,4 miliardi di dollari in aiuti umanitari per salvare vite umane, assistere in caso di disastri naturali, fornire aiuti alimentari d’emergenza e sostenere i rifugiati in tutto il Sud-est asiatico [U.S.-ASEAN Special Summit: New Era in U.S.-ASEAN Relations // U.S. Embassy & Consulates in Indonesia].

Il principale rivale degli Stati Uniti nella regione è la Russia. Il partenariato ASEAN-Russia risale al 1996, ma fino al 2012 il sostegno e il fatturato della Russia non erano all’altezza degli investimenti europei, americani e cinesi. Ma poi, dopo il 2014, la politica russa ha effettuato un “pivot to the East”. Nel 2018, il vertice ASEAN-Russia di Singapore ha innalzato il livello del dialogo tra la Federazione Russa e l’ASEAN a un partenariato strategico [Dichiarazione congiunta del terzo vertice ASEAN-Federazione Russa sul partenariato strategico // Sito web del Presidente russo]. Il commercio complessivo ASEAN-Russia ha raggiunto i 18,2 miliardi di dollari nel 2019. Gli investimenti diretti esteri della Russia nell’ASEAN sono stati pari a 45 milioni di dollari. TUTTAVIA, LA RUSSIA È SOLO IL NONO CONTRIBUTORE DELL’ASEAN. Tuttavia, la Russia è solo il nono partner commerciale dell’ASEAN e il decimo partner per gli investimenti diretti esteri. Il contributo annuale della Russia al Dialogue Partnership Fund, istituito per rafforzare la cooperazione diversificata tra la Federazione Russa e l’Associazione, è di 1,5 milioni di dollari. Il contributo annuale della Federazione Russa al Fondo di partenariato per il dialogo, istituito per rafforzare la cooperazione multiforme tra la [Federazione Russa e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico], ammonta a 1,5 milioni di dollari. Si può dire che i meccanismi di cooperazione non sono ancora perfetti; tuttavia, la Russia continua a partecipare attivamente agli accordi con l’ASEAN sugli investimenti nei settori dell’energia, della medicina, della tecnologia dell’informazione, ecc. Inoltre, durante le consultazioni tra S.Y. Glazyev, Ministro per l’Integrazione e la Macroeconomia della Commissione Economica Eurasiatica – l’organo di governo dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) – e S. Singh, Vice Segretario Generale per gli Affari della Comunità Economica dell’ASEAN, nel 2021. Le parti hanno dichiarato l’intenzione di sviluppare la cooperazione tra le comunità imprenditoriali dell’EAEU e dell’ASEAN [EAEU and ASEAN declared their intention to promote business cooperation // Russian Union of Industrialists and Entrepreneurs], e nel 2023, a seguito di un incontro tra Glazyev e il Segretario Generale dell’ASEAN K. A Jakarta si è giunti alla conclusione che l’EAEU e l’ASEAN sono focalizzate sullo sviluppo della cooperazione tra le associazioni e che i settori dell’energia, dell’alimentazione, del turismo e della digitalizzazione sono stati indicati come prioritari in questa cooperazione [EAEU and ASEAN are focused on developing cooperation – EEC // RAPSI].

La cooperazione tra l’ASEAN e la RPC ha iniziato a svilupparsi rapidamente dopo l’inclusione di diversi Paesi della regione nell’iniziativa della Via della Seta Marittima del XXI secolo, che si è rivelata vantaggiosa per i Paesi, in quanto il progetto prevede la creazione di nuove rotte marittime dalla costa cinese alla regione del Pacifico meridionale attraverso il Mar Cinese Meridionale e dalle aree costiere della RPC alle coste dell’Europa attraverso il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano [5, P. 5-6]. Nel 2018, durante la conferenza Cina-ASEAN, Han Zheng, vice premier del Consiglio di Stato cinese, ha formulato le principali aree di cooperazione tra Cina e ASEAN: rafforzamento della coniugazione delle strategie; promozione della cooperazione commerciale e degli investimenti; rafforzamento della cooperazione nella costruzione di una catena produttiva e logistica con una più profonda integrazione; implementazione dei progetti ferroviari Cina-Laos e Giacarta-Bandung, della linea ferroviaria nella Thailandia orientale, ecc. [Ibidem].

Inoltre, la Cina ha condotto due volte esercitazioni marittime congiunte con i Paesi del Sud-Est asiatico nel 2018 e nel 2019, Oltre ad aver co-presieduto il gruppo di esperti antiterrorismo alla riunione dei ministri della Difesa dell’ASEAN, dove è stata proposta la prima esercitazione militare su larga scala in Cina nell’ambito di questo meccanismo [中国-东盟合作事实与数据:1991-2021 [China-ASEAN Cooperation in Facts and Figures: 1991-2021 ] // 中华人民共和国外交部 [Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese]. Il 22 novembre 2021, il presidente cinese Xi Jinping e i leader dell’ASEAN hanno partecipato congiuntamente a un vertice commemorativo per celebrare il trentesimo anniversario dell’istituzione delle relazioni di dialogo Cina-ASEAN. Le due parti hanno inoltre tenuto altri 24 incontri dei leader e due vertici speciali. Le due parti hanno istituito 12 meccanismi di incontro a livello ministeriale su diplomazia, economia, commercio, trasporti, dogane, controllo di qualità, salute, telecomunicazioni, cultura e lotta alla criminalità transnazionale. A fine giugno 2021, gli investimenti bilaterali cumulativi superavano i 310 miliardi di dollari. L’ASEAN È LA TERZA ECONOMIA MONDIALE. L’ASEAN è la terza fonte di investimenti esteri per la Cina e nel 2020. La Cina è diventata la quarta fonte di investimenti diretti esteri dell’ASEAN [Ibid].

Pertanto, tutte le principali potenze mondiali sono ora interessate a cooperare con l’ASEAN. Per i Paesi dell’UE è un importante partner economico; per gli Stati Uniti è un alleato strategico; per la Cina è un modo per promuovere i propri progetti e iniziative nazionali; e per la Russia è un partner “orientale” che mantiene ancora legami con la Russia nelle attuali circostanze politiche e con il quale si tengono ancora oggi incontri e riunioni regolari per discutere le condizioni e le aree di ulteriore cooperazione.

 

articolo completo: ASEAN e superpotenze: commercio, accordi, relazioni | Геополитика.RU (geopolitika.ru)

PARTENARIATO ORIENTALE, LA SCOMMESSA GEOPOLITICA DELL’UE CHE STA INABISSANDO L’EUROPA

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di Laura Ruggeri

 

La cooptazione di sei paesi ex-sovietici da parte dell’Unione Europea li ha trasformati in un campo di battaglia per la guerra ibrida contro la Russia e ha fondamentalmente minato l’architettura della sicurezza europea.

Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Vladimir Putin pronunciò un discorso molto incisivo che segnalava la ritovata fiducia in se stessa della Russia e annunciava il desiderio e la disponibilità di Mosca a svolgere un ruolo di primo piano nelle relazioni internazionali. In quella sede il presidente russo criticò come pericolosi e futili i tentativi degli Stati Uniti di creare un ordine mondiale unipolare in un momento in cui stavano emergendo nuovi poli. Sottolineò anche con forza che l’espansione della NATO e il dispiegamento di sistemi missilistici nell’Europa orientale costituivano una minaccia per la sicurezza della Russia. Gli Stati Uniti ritennero il suo discorso un atto di sfida: le relazioni USA-Russia diventarono più fredde, più tese e Washington iniziò ad elaborare nuovi piani per contenere le legittime aspirazioni della Russia. L’attuazione di questi piani richiedeva una più stretta collaborazione tra la NATO e l’Unione Europea: spinta dagli USA, l’UE decise di intensificare il suo coinvolgimento nello spazio post-sovietico.

Ovviamente, l’UE aveva sempre avuto un interesse per i paesi situati fuori dai propri confini. Ad esempio, la strategia di sicurezza europea (ESS) del 2003 aveva già raccomandato un “impegno preventivo” attraverso la promozione di “un anello di paesi ben governati a est dell’Unione europea”(1), ma mancava un quadro istituzionale per coordinare gli sforzi. Il cambio di passo fu sollecitato dagli Stati Uniti dopo il discorso di Monaco.

Nel maggio 2008, al Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne dell’UE a Bruxelles, Polonia e Svezia presentarono la proposta di un partenariato speciale con Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. Durante il vertice di Praga del maggio 2009, il concetto venne ufficialmente tradotto nel Partenariato Orientale (EaP).

Apparentemente il Partenariato Orientale fu lanciato per rafforzare la cooperazione economica e politica tra l’UE e i paesi ex sovietici parallelamente alla cooperazione con la Russia, ma presto divenne chiaro che i suoi obiettivi reali erano piuttosto diversi: strappare questi paesi alla Russia, trascinarli nella sfera di influenza occidentale, dove ci si aspettava che contribuissero alla politica di sicurezza e difesa comune dell’UE e, ultimo ma non meno importante, la loro trasformazione in una rampa di lancio per la guerra ibrida che sarebbe stata condotta contro la Russia.

Non sorprende che gli “architetti” del partenariato orientale fossero due noti russofobi , entrambi ben inseriti nella rete di influenza anglo-americana.

Radosław Sikorski, un ex membro del think tank neocon American Enterprise Institute, due anni prima aveva rinunciato alla cittadinanza britannica, ma non alla sua fedeltà al Regno Unito, per diventare prima ministro della Difesa e poi ministro degli Affari Esteri nel suo paese natale, la Polonia. Il suo amico e collaboratore, Carl Bildt, impopolare Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri in Svezia, aveva ricoperto posizioni di rilievo in influenti think tank atlantisti. In veste di entusiasta lobbista della guerra, anche lui aveva mantenuto relazioni molto strette con i neocon americani che lo utilizzavano per portare avanti i loro programmi in Europa: nei cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati da Wikileaks, Carl Bildt è stato descritto come “un cane di taglia media con l’atteggiamento di un cane di grossa taglia”, una descrizione poco lusinghiera ma calzante per chi ha il compito di tutelare gli interessi del suo padrone. Il tradimento della neutralità formale del suo paese e la collaborazione con una potenza straniera risale agli anni ’80, quando passò documenti governativi riservati ad un addetto dell’ambasciata statunitense(2).

Il Partenariato Orientale fu inaugurato dall’Unione Europea a Praga il 7 maggio 2009, mentre l’Europa soffriva ancora della sua peggiore recessione economica. Il giorno dopo, nella stessa città, il vertice “Southern Corridor — New Silk Road” esaltava i vantaggi di una rotta di approvvigionamento di gas naturale dal giacimento dell’Azerbaigian Shah Deniz (gestito da BP, che risulta essere anche il maggiore azionista) verso i mercati europei. Il Southern Gas Corridor da 33 miliardi di dollari, non solo sarebbe diventato uno dei progetti di infrastrutture energetiche più grandi e costosi al mondo, ma avrebbe anche lasciato dietro di sé una scia di devastazione ecologica, scandali e corruzione. Tuttavia venne elogiato dagli Stati Uniti come una pietra angolare della politica dell’UE di diversificazione delle fonti energetiche per emanciparsi dalla dipendenza dal gas russo.

Non solo il Partenariato Orientale e il Southern Gas Corridor sono indissolubilmente collegati, ma le impronte degli anglo-americani sono visibili in entrambi i progetti. L’inclusione dell’Azerbaigian — geograficamente, culturalmente e convenzionalmente considerato parte dell’Asia — nel Partenariato serviva anche ad altri scopi strategici: cementare il corso filo-occidentale di un paese alleato con Israele, Turchia e Stati Uniti, strumentalizzare Baku per interferire nell’Iran settentrionale, far deragliare qualsiasi progetto di connettività eurasiatica.

Tra retorica e realtà

Il Partenariato Orientale è stato presentato ai membri dell’UE come un forum istituzionale per discutere accordi sui visti, accordi di libero scambio e partenariato strategico, evitando al contempo il controverso tema dell’adesione all’Unione Europea. In quel momento l’Europa doveva fare i conti con la sua più profonda recessione dagli anni ’30, diversi stati membri dell’UE si stavano adoperando per salvare le banche e ripagare il loro debito pubblico, le misure di austerità e i tagli alla spesa avevano ulteriormente ridotto il PIL, mentre aumentava la povertà e il risentimento contro gli eurocrati. Sarebbe stato inopportuno discutere apertamente di un dirottamento delle risorse verso paesi che non erano nemmeno membri dell’UE. Eppure Bruxelles decise di dare avvio a programmi di aiuto e finanziamento in tutti e sei i paesi del Partenariato Orientale in coordinamento con le agenzie statunitensi. La maggior parte di questi programmi serviva a creare o consolidare relazioni clientelari e reti di influenza in settori quali legislazione, informazione, sicurezza, istruzione, cultura ed economia, con il pretesto di promuovere la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto, oltre all’integrazione politica ed economica, ecc.

Al vertice inaugurale del Partenariato Orientale, Radosław Sikorski caratterizzò l’iniziativa come un’espressione del soft power dell’UE, la capacità di ottenere ciò che si desidera attraverso l’attrazione piuttosto che la coercizione e il denaro. In altre parole, proiettare un’immagine, un “marchio” e plasmare la percezione al fine di ridurre i costi in termini di “bastoni e carote” per garantire i risultati politici desiderati.

La fase precedente del processo di allargamento dell’UE aveva mostrato che i paesi che si adattavano gradualmente all’apparato legislativo dell’UE e alla sua normativa politica sarebbero finiti per diventare parte dell’unione. Ma l’UE, dopo il 2008, non solo aveva perso il suo sex appeal, ma difficilmente poteva accogliere nuovi membri senza implodere.

Ben presto si capí che il soft power da solo non sarebbe bastato: milioni di euro vennero diretti nei paesi del Partenariato Orientale per finanziare vari progetti sulla base della condizionalità: il finanziamento sarebbe stato trattenuto se non si fossero compiuti progressi verso la “democratizzazione” (cioè l’elezione dei candidati controllati e approvati da USA-UE) e per combattere la corruzione (vale a dire indagare, e spesso incastrare, politici filo-russi mentre si corrompevano i loro oppositori).

Anche se gli “indici di democrazia” continuavano a peggiorare, finché i governi di questi paesi avessero mostrato lealtà al blocco occidentale e implementato le riforme ideate dagli eurocrati, essi avrebbero continuato a ricevere sostegno finanziario e politico.

Ben presto l’Unione Europea divenne il principale donatore per gli stati del partenariato orientale, promuovendo il brand “Europa” in termini di grandi obiettivi idealistici piuttosto che di risultati economici tangibili che nessuno poteva assicurare.

Sebbene i paesi del Partenariato Orientale siano estremamente diversi tra loro, hanno anche molto in comune: l’uso diffuso del russo come lingua franca, un passato e una memoria storica condivisi, legami di lunga data con la Russia di tipo commerciale, culturale e sociale. Il compito dell’UE era assistere gli Stati Uniti nel dipingere questo patrimonio condiviso come lascito dell’ “imperialismo e totalitarismo sovietico” al fine di distruggere tale patrimonio, cancellare l’uso del russo, demonizzare qualsiasi forma di cooperazione con la Federazione Russa.

Contrariamente alle aspettative di sicurezza, stabilità e sviluppo socioeconomico che molti associavano ad una maggiore integrazione sotto l’egida dell’UE, l’interferenza occidentale alle porte della Russia ha portato guerra, povertà, spopolamento, fuga di cervelli e instabilità.

Non sorprende se si pensa al vero scopo del Partenariato Orientale: sostenere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti nella regione mostrando alcune carote ai vicini orientali dell’UE e colpendoli con un bastone se deviavano dal precritto tracciato anti-russo.

Prima della creazione del Partenariato Orientale, gli Stati Uniti avevano già orchestrato e finanziato due rivoluzioni colorate che avevano portato al cambio di regime in due paesi strategicamente significativi sulla scacchiera eurasiatica, la “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina, ma mantenere il controllo dello spazio post-sovietico diventava sempre più costoso e prosciugava troppe risorse. Gli Stati Uniti non avevano altra scelta che affidare alcuni compiti e funzioni al loro vassallo, l’UE.

Il Partenariato Orientale ha fornito il quadro normativo per erodere lentamente la sovranità e l’autonomia degli Stati membri, aumentando così la loro dipendenza dall’UE.

Invece di riconoscere le legittime preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e cercare una soluzione pacifica delle controversie, l’UE ha alimentato tensioni e conflitti nei paesi del Partenariato Orientale.

Per quanto riguarda le promesse di pace e stabilità nella regione, cinque dei sei membri originari del Partenariato Orientale hanno dispute territoriali; l’Ucraina ha subito un secondo colpo di stato guidato dagli Stati Uniti nel 2014 e da allora è in guerra grazie al supporto cruciale di USA-NATO-UE; la Bielorussia, l’unico paese senza dispute territoriali, ha visto una rivoluzione colorata nel 2020, è riuscito a prevenire un colpo di stato e ha saggiamente lasciato il Partenariato. Nel caso in cui si nutrano ancora dubbi su chi abbia sostenuto e parzialmente finanziato il colpo di stato, l’UE elenca ancora la Bielorussia come membro del Partenariato Orientale riconoscendo Svetlana Tikhanovskaya e la “società civile bielorussa” come suoi rappresentanti.

Sebbene il Partenariato Orientale sia praticamente sconosciuto tra i cittadini europei, da oltre un decennio gli emissari dell’UE e i loro clienti locali promettono ai membri del Partenariato vari vantaggi e un’ulteriore integrazione nell’UE, in cambio della rottura di tutti i legami con la Russia e dell’aumento di volume della loro russofobia.

Qualsiasi cosa può essere usata come leva, anche la liberalizzazione dei visti, o la minaccia della sua sospensione. Finora solo tre paesi su sei, Georgia, Moldova e Ucraina, sono stati premiati con accordi di liberalizzazione dei visti in cambio di “progressi verso la democrazia”. E chi potrebbe valutare i loro progressi meglio di un’organizzazione statunitense che si dedica al “regime change”?

Tra i suoi numerosi servizi, il National Endowment for Democracy (NED) fornisce consulenza all’UE anche in materia di visti. (3)

Un’altra leva utilizzata è lo status di “candidato all’UE”, che non è altro che un passo verso il nulla: la lista d’attesa per l’adesione all’UE è così lunga che le possibilità che i membri del partenariato orientale aderiscano è inferiore alla possibilità che l’UE si sciolga.

Al momento solo due paesi, Moldavia e Ucraina, hanno ricevuto lo status di candidati. L’Ucraina se l’è guadagnato pagando un tributo di sangue: i suoi soldati vengono usati come carne da cannone nella guerra per procura contro la Russia. Il governo fantoccio della Moldavia è stato premiato per la sua posizione anti-russa, anche se è improbabile che la promessa di adesione all’UE in un lontano futuro possa alleviare il dolore e la rabbia dei cittadini moldavi che stanno affrontando le conseguenze del collasso economico, la criminalizzazione degli oppositori politici e la povertà energetica.

Se in passato l’UE ha propagandato l’adesione al suo “club per ricchi” come un percorso verso la prosperità e la crescita economica, dopo il crollo finanziario del 2008 e la persistente crisi sistemica, quella narrazione ha iniziato a suonare falsa sia all’interno che all’esterno del club. Ed è per questo che il controllo della narrazione è diventato una priorità. Nessuna spesa viene risparmiata per manipolare l’”infosfera”, quel regno metafisico di informazioni, dati, conoscenza e comunicazione che modella la percezione a discapito dell’osservazione empirica.

Nei paesi del Partenariato Orientale i cittadini hanno subito il peso maggiore delle riforme neoliberiste e delle politiche suicide di Bruxelles: in milioni sono stati costretti a emigrare per sfamare se stessi e le loro famiglie. Questi paesi erano legati strettamente al mercato russo e il riorientamento delle esportazioni verso i mercati dell’UE non solo ha richiesto costose riforme strutturali, ma non ha neppure mantenuto le sue promesse.

Pochissimi vincitori e molti perdenti

Poiché tutti e cinque i rimanenti paesi del Partenariato Orientale restano fragili, ben poco democratici, economicamente depressi, lacerati da conflitti o tutte e quattro le cose contemporaneamente, l’idea che intere società avrebbero goduto ad essere penetrate dall’UE è chiaramente assurda.

Ma, come sempre, ci sono alcuni vincitori tra i milioni di perdenti. C’è chi ha beneficiato del sistema di relazioni clientelari che ha contribuito a costruire la maggior parte dell’infrastruttura sociale, politica, economica e culturale sottesa alla penetrazione dell’UE nello spazio post-sovietico.

Gli affiliati dell’UE ei beneficiari degli aiuti europei hanno ottenuto l’accesso a potenti reti e fonti di finanziamento che hanno consentito loro di accumulare capitale politico, potere e status creando la propria clientela. Una conoscente georgiana che gestisce un’agenzia di marketing e pubblicità mi ha detto che l’80% del suo fatturato proviene da campagne di marketing sociale per organizzazioni no profit sponsorizzate dall’UE. Non sorprende che lei e il suo staff sostengano attivamente tutte le cause progressiste che la sua agenzia aiuta a promuovere: attivismo e affari si rafforzano e si alimentano a vicenda.

La maggior parte dell’assistenza della UE va a coloro che promuovono il simulacro della democrazia occidentale e dello “stato di diritto”, i diritti umani (solo alcuni), l’agenda LGBT, il “new deal verde” e la transizione digitale, e a coloro che “combattono la disinformazione”, che è solo una parola in codice per produrre e diffondere narrazioni occidentali e propaganda anti-russa, censurare il dissenso, cancellare i media russi e filo-russi.

Concentrarsi su alcuni mitici valori occidentali è più facile che portare prosperità.

Anche secondo i suoi stessi parametri, l’Unione Europea ha fallito come entità economica. La performance dell’UE è stata pessima rispetto ad altre grandi economie. La stagnazione, l’elevata disoccupazione, l’eccessiva regolamentazione dell’attività economica e un deficit di democrazia hanno portato a un diffuso risentimento. I critici puntano il dito contro l’elaborazione di politiche e normative sovranazionali, poiché essa avviene in organismi tecnocratici, opachi e chiusi come comitati o agenzie che non sono eletti dal popolo e sfuggono al controllo pubblico.

L’esternalizzazione a società di consulenza gestionale ha portato alla perdita di responsabilità e ha prosciugato il significato stesso della democrazia.

È proprio a causa del deficit di democrazia e della mancanza di legittimazione che la retorica democratica è stata gonfiata e grandi risorse sono state investite nel marketing dell’UE come bastione di “democrazia, libertà e diritti umani”.

L’UE assomiglia ad un gigantesco schema piramidale: il benessere dei partecipanti a questa frode dipende molto dalla possibilità di attrarne di nuovi. I membri più attivi nelle attività di evangelizzazione sono invariabilmente quelli che vi hanno aderito in tempi relativamente recenti, come gli stati baltici. La loro adesione all’Unione europea si è rivelata deludente, piuttosto diversa dalle promesse ricevute nel 2003–2004. Gli investimenti diretti esteri negli Stati baltici sono crollati durante la crisi del debito del 2008–2009, oggi rimangono deboli e si trovano nella “trappola del reddito medio” con redditi che equivalgono a circa il 70% del reddito medio registrato nell’UE.

L’UE, come un vampiro, li ha risucchiati economicamente e demograficamente, ma avendo investito nello schema piramidale devono trovare altre vittime per aumentare il loro profilo a Bruxelles. Cittadini di Lituania, Lettonia, Estonia e paesi dell’Europa orientale con lauree inglesi spiccano nei luoghi prescelti per il “regime change”, nei think tank, nelle ONG, nelle reti di influenza online e offline, nell’intelligence e nelle psyop. In qualità di emissari dell’UE, forniscono “assistenza tecnica” ai paesi del Partenariato Orientale, condividono la loro esperienza, soprattutto nel settore pubblico, per facilitare l’attuazione di riforme politiche, economiche e sociali e continuano a difendere in modo aggressivo gli interessi angloamericani sia nell’UE che negli Stati post-sovietici.

I valori e le norme occidentali e liberali sono promossi come tutte le merci: sfruttando le paure recondite di inadeguatezza e rifiuto sociale, promettendo status e un senso di superiorità morale, inducendo desideri che oscurano i bisogni materiali.

Spesso è difficile distinguere tra schemi piramidali, clientelismo transnazionale, marketing evangelico e marketing da affiliato, poiché tendono a sovrapporsi. Se inizialmente si può osservare una distinzione, gli evangelisti credono in ciò che promuovono mentre gli affiliati traggono vantaggio dalla promozione, alla fine gli evangelisti più ambiziosi e abili diventano affiliati. Se trasponiamo questo modello di marketing nella sfera politica, gli attivisti svolgono la funzione di evangelisti. Non appena costruiscono una notevole influenza, viene offerta loro l’opportunità di diventare affiliati e quindi ricevere incentivi come finanziamenti per le loro campagne, maggiore visibilità sui media, una spinta sui social media, inviti a conferenze internazionali, opportunità di istruzione superiore e carriera, un libro, un tour internazionale, ecc. Qualunque cosa li faccia contenti. Una volta completata la transizione da “attivista/evangelista” ad “affiliato”, i promotori dell’UE entrano a far parte di un sistema che può essere descritto come clientelismo transnazionale: l’invio di ordini a broker e intermediari attraverso una distribuzione asimmetrica dei benefici. Nella politica clientelare una minoranza organizzata o un gruppo di interesse (lobby) beneficia a spese del pubblico con conseguenze negative sulla democrazia.

Le politiche dell’UE generalmente riflettono gli interessi delle lobby transatlantiche e, man mano che il loro potere cresce, aumenta anche la repressione del dissenso.

La capacità dell’UE di attrarre semplicemente basandosi sul suo soft power si è rapidamente rivelata un’illusione. La cooptazione dei vicini orientali richiedeva sia il pagamento che la coercizione.

I membri del Partenariato Orientale hanno presto scoperto che non c’è nulla di “libero” negli accordi di libero scambio con l’UE: le valutazioni di conformità di prodotti agricoli o industriali vengono concesse o negate sulla base di fattori esterni non correlati, come ad esempio il sostegno alle misure anti-russe. E una volta che i prodotti sono ritenuti idonei per i mercati dell’UE, il paese esportatore si rende conto che deve applicare gli stessi standard dell’UE anche alle sue importazioni, comprese quelle per gli appalti pubblici. Questo requisito è un fattore vincolante per le importazioni a basso costo di beni industriali da determinati mercati come la Cina o il CSI(4), porta a prezzi più elevati per i consumatori, a una gamma più ristretta di prodotti e all’emergere di monopoli. Il sogno di accedere a un mercato ricco può facilmente trasformarsi in un incubo, poiché il mercato interno è posto sotto la sorveglianza dell’UE e tenuto in ostaggio dagli esportatori occidentali e da standard dell’UE che cambiano in continuazione.

Il mito della superiorità degli standard UE ha portato anche a un diffuso senso di inadeguatezza tra coloro che non possono ottenere l’ambito certificato di conformità, un fenomeno psicologico che regola tipicamente i rapporti tra colonizzato e colonizzatore. Dopotutto, non ci sarebbe colonialismo senza una proiezione di superiorità.

I paesi del partenariato orientale si troveranno ad essere sempre un po’ “carenti”, non soddisferanno mai tutti i requisiti, perché sono utili solo nella misura in cui si auto-percepiscono come inadeguati e accettano di essere istruiti, consigliati, tirati per la giacca da quelli che ne “sanno di più”. Per compensare il loro complesso di inferiorità, le élite dei paesi orientali proiettano status abbracciando le ultime mode occidentali con uno zelo che spesso rasenta il ridicolo… e invariabilmente scelgono un’educazione anglo-americana per la loro prole. Adesso anche chi ha meno mezzi, ma i giusti contatti, può mandare i propri figli in una scuola straniera. Nel 2018, con il sostegno attivo dell’UE, è stata lanciata a Tbilisi, in Georgia, la prima scuola europea per studenti dei paesi del Partenariato Orientale. Ma l’invasione dei modelli educativi occidentali non si limita a poche scuole per privilegiati con i contatti giusti. Nei paesi del Partenariato Orientale sono state avviate ampie riforme per trasformare il loro sistema educativo in un vettore di influenza occidentale. Nel campo degli scambi, il principale contributo dell’UE è attraverso il programma Erasmus+, che aveva un budget totale per l’UE più paesi terzi di 4,7 miliardi di euro per il 2014–2020.

L’istruzione è uno degli elementi chiave di questo progetto di colonizzazione poiché i programmi educativi europei vengono utilizzati come un cavallo di Troia per demolire i quadri di riferimento esistenti, abolire lo studio del russo, sostituire norme, credenze e habitus culturale di un popolo. Cancellano il passato e riscrivono la storia nazionale come una lotta contro “l’invasione sovietica e il totalitarismo” — e si arriva persino alla celebrazione di un collaboratore nazista, come nel caso di Stepan Bandera. Questi programmi esaltano le virtù di un’identità europea comune (fittizia) e producono invariabilmente una nuova generazione di adoratori dell’Occidente pronti per la migrazione o la guerra (sia ibrida che convenzionale) contro la Russia, il loro vicino demonizzato.

Le ONG sono un altro canale cruciale dell’influenza e della pressione occidentale negli stati orientali.

Nel 2009, la Commissione Europea ha istituito, insieme al Partenariato Orientale, un Forum della società civile (CSF), apparentemente perché “gli attori della società civile fungono da correttivo alla politica statale negli stati meno democratici e autoritari in cui l’opposizione parlamentare non è in grado di svolgere questo ruolo”(5).

“Potenziare” la società civile con gli aiuti dell’UE è stata una caratteristica del progetto di Partenariato sin dall’inizio.

È anche degno di nota che lo stesso testo descriva un’organizzazione creata dalla Commissione Europea come “iniziativa della società civile”. Ancora un esempio di offuscamento della realtà, qualcosa che l’UE ha imparato a fare molto bene.

Il Forum non fa mistero delle sue attività: “Il CSF ha organizzato piattaforme nazionali per avere maggiore influenza a livello di governo negli stati del Partenariato. In una certa misura, la Commissione europea funziona anche come una sorta di mecenate nei paesi con deficit democratici e costituzionali che consente ai gruppi della società civile di formulare critiche pubbliche e offre loro maggiore libertà d’azione. Ad esempio, la piattaforma bielorussa ha sfruttato questa libertà d’azione per trasformarsi in un’organizzazione filoeuropea”.(6)

Sappiamo tutti cosa è successo in Bielorussia nel 2020.

Come spesso accade con questo tipo di iniziative della cosiddetta “società civile”, l’organizzazione statunitense NED fornisce esperienza e supporto.

Nel 2012 il CSF ha istituito una Segreteria, rendendo così ancora più chiaro che l’attivismo nella società civile è diventato una professione. Le ONG locali possono candidarsi per partecipare al Forum annuale ma… sono selezionate dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna! Non sorprende che il CSF sia pieno di attivisti, membri dello staff e beneficiari della Open Society di Soros et similia. In questo schema fraudolento l’UE paga le operazioni di influenza di Soros e garantisce un ritorno per i suoi investimenti.

Ma ovviamente CFS e Open Society Foundations non sono le uniche organizzazioni presenti. I paesi del Partenariato Orientale pullulano di ONG. Quando si tratta di armare la società civile, uno degli attori più attivi nel Partenariato è l’European Endowment for Democracy (EED), istituito nel 2013 dall’UE sul modello del suo più noto omologo statunitense, il National Endowment for Democracy (NED).

EED e NED non hanno risparmiato sforzi nel plasmare il panorama mediatico, culturale e politico dei paesi post-sovietici. Potrei citare dozzine di esempi, ma questo va oltre lo scopo di questo articolo, quindi invito il lettore a dare un’occhiata ai rapporti annuali di NED ed EED.

In Moldavia, solo per limitarmi ad un esempio, hanno sostenuto testate giornalistiche, programmi radiofonici e televisivi in ​​lingua russa e rumena che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’elezione di Maya Sandu attaccando e screditando i suoi oppositori politici. L’ironia è che queste testate giornalistiche sono descritte come “indipendenti” nei documenti dell’EED. Ad esempio, da uno di questi rapporti apprendiamo che influencer e musicisti famosi come Pasha Parfeny, che aveva rappresentato la Moldavia al concorso Eurovisione 2012 con la sua canzone Lautar, erano stati cooptati e finanziati dall’EED.(7)

Un esito tragico

Nel corso degli anni il Partenariato è notevolmente cambiato poiché la realtà trova sempre il modo di farsi largo. Ora è composto da cinque paesi membri, la Bielorussia essendo di fatto uscita.

Dal momento che l’Armenia e l’Azerbaigian non hanno mai chiesto l’adesione all’UE e l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione Economica Eurasiatica nel 2015, l’UE ha meno influenza lì rispetto a paesi desiderosi di aderire all’UE, come Ucraina, Moldavia e Georgia. Solo i primi due hanno ricevuto lo status di paese candidato all’UE come forma di compensazione per i servizi resi. Non sorprende che mostrino indicatori socioeconomici di gran lunga peggiori rispetto ai paesi che hanno mantenuto un certo grado di autonomia dall’Occidente: Ucraina e Moldavia erano i paesi più poveri d’Europa quando è stato lanciato il Partenariato Orientale, e lo sono tuttora. Gli ucraini, dopo essere stati vittime di campagne di propaganda e psy-op molto aggressive per quasi un decennio, hanno finito per combattere una guerra per procura per la NATO. Che è esattamente ciò per cui erano stati condizionati e addestrati.(8)

Molto prima dell’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina, gli Stati Uniti avevano stabilito una base importante nel paese, pompando miliardi di dollari in armi in Ucraina. Per anni il paese ha ospitato personale militare e di intelligence americano ed europeo, specialisti della guerra dell’informazione e squadre di supporto tecnico.

Di fatto, altri paesi del Partenariato sono stati designati dagli Stati Uniti come potenziali agnelli sacrificali. Oltre all’Ucraina, gli Stati Uniti e la NATO hanno istituito centri per coordinare le strategie di guerra ibrida in Georgia e Moldavia.

Su imbeccata degli USA, nel febbraio 2019 il Parlamento europeo ha annunciato l’istituzione di un’assemblea parlamentare regionale che comprende Ucraina, Moldavia e Georgia per stringere una cooperazione più stretta su “questioni strategiche come la guerra ibrida e la disinformazione”. È stato creato un gruppo di lavoro informale sulla disinformazione con il sostegno dell’Istituto Nazionale Democratico (NDI), uno dei componenti principali del NED.

Dopo l’Ucraina, anche la Moldavia e la Georgia hanno espresso il desiderio di aderire al Centro Europeo di Eccellenza per il Contrasto delle Minacce Ibride (Hybrid CoE) con sede a Helsinki, una joint venture UE-NATO impegnata nella guerra ibrida. Sebbene non siano elencati come partecipanti, collaborano già con Hybrid CoE.

Come se non bastasse, una lobby transatlantica travestita da think tank, nel 2020 chiedeva un Security Compact al Partenariato: un’iniziativa atta a creare una cellula di supporto e coordinamento dell’intelligence all’interno del Ministero degli Esteri e della Difesa dell’UE, per facilitare lo scambio di intelligence tra l’UE e i paesi del Partenariato. Tbilisi e Chisinau sono state suggerite come sedi per gli uffici di collegamento dei servizi segreti.(9)

L’idea che i paesi ex sovietici si sarebbero gradualmente allontanati dalla Russia sotto l’influenza del soft power occidentale e della promessa di un’ulteriore integrazione nell’UE, aveva senso quando l’UE rappresentava un modello di successo da emulare ed era un motore di crescita. Ma quell’idea era pericolosamente peregrina nel 2009, quando il crollo finanziario aveva già fatto crollare il castello di carte. L’UE, invece di risolvere i suoi problemi sistemici, ha escogitato nuovi schemi stravaganti e fraudolenti nel tentativo di rimanere rilevante.

Nel frattempo il baricentro economico e geopolitico si stava spostando a est verso l’Asia e l’ordine mondiale emerso negli anni ’90 mostrava segni di declino. Questa tendenza si è rafforzata nell’ultimo decennio e ora sta emergendo un ordine multipolare. Mentre l’Occidente si aggrappa alle sue manie di grandezza e superiorità morale, l’unico soft power che può proiettare è basato su bugie, doppi standard e vuote promesse. I bugiardi possono creare un’illusione di verità… finché non crollano sotto il peso delle loro menzogne.

Ma poiché estrarre ricchezza da una periferia di nazioni assoggettate e concentrarla nel nucleo imperiale richiede molto più del marketing, gli imperi sono sostenuti e di solito imposti con la forza militare. L’impero statunitense non fa eccezione e la militarizzazione dell’Europa da parte della NATO e la sua espansione verso est hanno accompagnato la retorica ipocrita di “libertà, democrazia e diritti umani”.

Considerando che l’iniziativa del Partenariato Orientale è stata venduta ai membri dell’UE come un modo “per proteggere i fianchi orientali dell’Europa”, che per inciso sono anche i fianchi occidentali della Russia, il conflitto in Ucraina e il suo impatto devastante sulla stabilità politica ed economica dell’UE mostrano chiaramente che l’esito di tale spinta espansionistica è stato tragico non solo per i paesi del Partenariato ma anche per l’UE.

articolo completo: https://www.geopolitika.ru/it/article/partenariato-orientale-la-scommessa-geopolitica-dellue-che-sta-inabissando-leuropa

UE: La vergogna della blasfemia

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di Raffaele Amato

UE, la vergogna della blasfemia – Quel tempio dei “diritti” – ma soprattutto dei dritti – che è l’Europarlamento si appresta, in occasione della presidenza svedese, ad ospitare una mostra della sedicente “artista” Elisabeth Ohlson, tra le cui “opere” figurerebbe l’immagine di Gesù omosessuale circondato da apostoli in tenuta sadomaso.

L’iniziativa viene promossa dall’organizzazione “The Left”. Diventa difficile trattenere il turpiloquio di fronte a tanta indecenza, eppure, a considerare le cose con la logica della rana bollita, piuttosto che della “Finestra di Overton”, ci troviamo di fronte all’esito annunciato di un processo che viene da lontano.

La Carta di Nizza

Più precisamente dall’approvazione della Carta di Nizza del 2000, embrione della Costituzione Europea del 2004, documento che non riconosceva le radici cristiane dell’Europa.

Quella Carta fu il simbolo di una frattura, che appare ogni giorno di più insanabile, tra l’Europa, fonte di civiltà trimillenaria, e l’Unione Europea, costruzione burocratica, artificiosa e astratta.

Non possiamo non dirci cristiani

Negare il valore e l’importanza per l’Europa delle sue radici cristiane significa negare la Storia e la realtà.

Lo stesso uso del termine “Europa” è relativamente recente.

Nei tempi antichi, a cominciare dal tanto vituperato Medioevo – in cui fiorirono le prime università, in cui nacquero i primi ospedali, in cui vennero trascritti i classici greci e latini attraverso l’opera dei monasteri benedettini e tante altre “atrocità” del genere – il Vecchio Continente era infatti identificato con il nome di “Cristianità”.

Il cristianesimo ha permeato la cultura dell’Occidente nel corso dei secoli, forgiandola con il proprio sistema di valori e con la propria ispirazione.

Nel 1942 Benedetto Croce, liberale e perciò sostenitore di una visione laica dello Stato, pubblicò un saggio intitolato “Non possiamo non dirci cristiani”, in cui, tra l’altro, si legge: “…la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità”.

Basterebbe solo questo per capire quanto deviata e pervertita possa essere la concezione dell’Unione blustellata che si è preteso forzatamente di costruire.

Una volontà luciferina

Ma a piccoli passi, senza che quasi ce ne si accorgesse, come la rana fatta bollire aumentando lentamente la temperatura dell’acqua, ecco che l’UE ha compiuto un ulteriore scatto di decadenza.

Non paga, infatti, di essere senza Dio, ora ambisce ad essere contro Dio.

La martellante propaganda LGBTQ impone una nuova casta a cui ci si deve rapportare con il capo perennemente cosparso di cenere, titolare di ogni diritto, a cui ogni capriccio è dovuto.

La blasfemia è la cifra di questa casta, che ne fa sfoggio in ogni gay pride oltre che in una serie interminabile di opere ignobili spacciate per artistiche.

La casta LGBTQ è l’avanguardia di quella società fluida tanto cara al pensiero unico di cui l’UE è diventata patria. Poco importa se si diverte a calpestare i sentimenti e la sensibilità di milioni di credenti. Anzi, tanto meglio.

Raffaele Amato

Articolo completo: https://www.2dipicche.news/ue-la-vergogna-della-blasfemia/

Cancel Culture: tra follia e paradossi

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di Matteo Castagna

LA CULTURA, PER ESSERE VERAMENTE TALE, DEVE SAPER ESPRIMERE UNA VISIONE DEL MONDO

“Essere conservatori – scrisse Moeller van den Bruck – non significa dipendere dall’immediato passato, ma vivere dei valori eterni”.

La cultura e l’arte – insegna Adriano Romualdi – non possono pretendere di essere loro stesse il tempio, ma solo il vestibolo del tempio. La verità vivente è oltre. il fervente cattolico José Antonio Primo de Rivera raccomandava ai suoi falangisti “il sentimento ascetico e militare della vita”. La cultura, dunque, per essere veramente tale, deve saper esprimere una “visione del mondo”. Non per nulla, Julius Evola ha paragonato la tradizione ad una vena che ha bisogno di innumerevoli capillari per portare il sangue in tutto il corpo. Il filosofo Friedrich Nietzsche osservò acutamente: “una volta il pensiero era Dio, poi divenne l’uomo, ora si è fatto plebe. Ancora un secolo di lettori e lo spirito imputridirà, puzzerà”. Sembra proprio che avesse ragione, perché se ci guardiamo attorno, osserviamo una decadenza, causata principalmente dal materialismo ateo e dal liberalismo socio-politico che non ha eguali nella storia.

Le sinistre hanno scelto il grande Capitale di matrice americanista, con la società tecnocratica e pornografica di massa. Il pregio della cultura, soprattutto nelle sue espressioni nella pittura e nella scultura è che, per forza di cose, assume caratteristiche antidemocratiche e antiegualitarie, perché espressione di intellettuali e/o artisti che vogliono lasciare un’impronta universale, frutto di un pensiero che si trasforma in letteratura, simboli, dipinti e statue destinati a restare, per sempre, davanti ad un pubblico serio, l’espressione della bellezza di ciò che è vero, reale, autentico. La cultura contrasta, per essenza, con le mode fugaci, con le canzonette, con gli effimeri convegni e gli orrori dei decadenti progressisti, che arrivano all’esaltazione del brutto oggettivo. Noi che, come ha scritto Abel Bonnard, siamo uomini che rimaniamo “fedeli alle leggi della vita in una società che se ne allontana”, rigettiamo “esempi di ritualistica obliterazione – nei tempi di cancel culture e nel pieno degli scontri tra manifestanti e polizia seguiti all’omicidio di George floyd – in cui prima di scomparire il cancellato fa il botto” (Il Venerdì di Repubblica, 9/10/2020).

Nel testo “Iconoclastia” (Eclettica Edizioni, 2020) gli autori Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci riassumono il concetto di cancel culture “come una forma di damnatio memoriae dei personaggi al centro degli attacchi della seconda ondata del movimento femminista MeToo. Nella sostanza, lo scopo è distruggere tutti coloro che si oppongono ai supposti valori morali del MeToo. I mezzi utilizzati, soprattutto sui social-media mirano alla gogna pubblica, mentre “la cancel culture è l’esilio previo esproprio dei beni”. Il paradosso sta nel fatto che i propugnatori o sostenitori della cancel culture appartengano tutti alla galassia liberal, ovvero coloro che, a parole, sono i paladini del pluralismo e della democrazia. I radical chic ritengono di non essere loro a voler cancellare la cultura e la memoria storica che si oppone alle loro idee, ma è la cultura che merita di essere cancellata, perché impresentabile ai loro occhi perfetti, però, con l’ipocrisia che li contraddistingue sempre, non vogliono mettere la testa sul ceppo nominando spontaneamente ed esplicitamente i cosiddetti “colpevoli”.

D’altronde, come scrive Virgilio Ilari su “Limes”, l’obiettivo di questa rivolta non è ” correggere le discriminazioni, ma piuttosto di instaurare una sorta di colpevolizzazione laica succedanea di quelle confessionali”. Chi si desidera colpevolizzare per diffondere un’innaturale uguaglianza totalitaria? L’uomo bianco, religioso, identitario, patriota, con famiglia numerosa, legato al solo diritto naturale, conservatore, tradizionalista, né green, né ecologista, né animalista, onnivoro, libero e, primariamente, dotato di pensiero critico, non condizionabile dalle follie del deep State. Per i liberal il nemico del Terzo millennio, che merita la cancel culture, è l’uomo della Tradizione e con lui i simboli e la mentalità della società organica e della comunità di destino.
Nel deserto umano, in cui belano tante pecore, i leoni continueranno a ruggire davanti alla boria e all’ odio del globalista militante o inconsapevole.

 

Articolo completo: https://www.informazionecattolica.it/2023/05/02/cancel-culture-tra-follia-e-paradossi/

Articolo pubblicato anche sulle riviste online www.2dipicche.news di ieri, La Voce del Periodista (in spagnolo) e sul sito www.unavox.it 

La de-dollarizzazione entra nel vivo

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di Pepe Escobar

 

È ormai assodato che lo status del dollaro USA come valuta di riserva globale si sta erodendo. Quando i media occidentali iniziano ad attaccare seriamente la narrazione della de-dollarizzazione del mondo multipolare, si capisce che il panico a Washington è ormai pienamente diffuso.

I numeri: la quota del dollaro nelle riserve globali era del 73% nel 2001, del 55% nel 2021 e del 47% nel 2022. Il dato fondamentale è che l’anno scorso la quota del dollaro è scivolata 10 volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi due decenni.

Ora non è più inverosimile prevedere una quota globale del dollaro di appena il 30% entro la fine del 2024, in coincidenza con le prossime elezioni presidenziali statunitensi.

Il momento decisivo – l’effettiva causa scatenante della caduta dell’egemone – è stato nel febbraio 2022, quando oltre 300 miliardi di dollari di riserve estere russe sono state “congelate” dall’Occidente collettivo e ogni altro Paese del pianeta ha iniziato a temere per i propri depositi di dollari all’estero. In questa mossa assurda, però, c’è stato un po’ di sollievo comico: l’UE “non riesce a trovare” la maggior parte di essi.

Passiamo ora ad alcuni sviluppi essenziali sul fronte del commercio.

Secondo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, oltre il 70% degli accordi commerciali tra Russia e Cina utilizza il rublo o lo yuan.

Russia e India commerciano petrolio in rupie. Meno di quattro settimane fa, il Banco Bocom BBM è diventato la prima banca latinoamericana a partecipare direttamente al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero (Cross-Border Interbank Payment System, CIPS), che è l’alternativa cinese al sistema di messaggistica finanziaria guidato dall’Occidente, SWIFT.

La cinese CNOOC e la francese Total hanno firmato il loro primo scambio di GNL in yuan attraverso lo Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange.

Anche l’accordo tra Russia e Bangladesh per la costruzione dell’impianto nucleare di Rooppur non prevede l’uso del dollaro. Il primo pagamento di 300 milioni di dollari sarà in yuan, ma la Russia cercherà di cambiare i successivi in rubli.

Il commercio bilaterale tra Russia e Bolivia accetta ora pagamenti in boliviano. Questo è estremamente pertinente, considerando la spinta di Rosatom ad essere una parte cruciale dello sviluppo dei depositi di litio in Bolivia.

In particolare, molti di questi scambi coinvolgono i Paesi BRICS – e non solo. Almeno 19 nazioni hanno già chiesto di entrare a far parte del BRICS+, la versione allargata della principale istituzione multipolare del XXI secolo, i cui membri fondatori sono Brasile, Russia, India e Cina, e poi il Sudafrica. I ministri degli Esteri dei cinque membri originari inizieranno a discutere le modalità di adesione dei nuovi membri in un vertice che si terrà a giugno a Capetown.

Il BRICS, nella sua forma attuale, è già più importante del G7 per l’economia globale. Gli ultimi dati del FMI rivelano che gli attuali cinque Paesi BRICS contribuiranno alla crescita globale per il 32,1%, rispetto al 29,9% del G7.

Con l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’Indonesia e il Messico come possibili nuovi membri, è chiaro che i principali attori del Sud globale stanno iniziando a concentrarsi sulla quintessenza dell’istituzione multilaterale in grado di distruggere l’egemonia occidentale.

Il presidente russo Vladimir Putin e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman (MbS) stanno lavorando in totale sincronia, mentre la partnership di Mosca con Riyadh nell’OPEC+ si trasforma in BRICS+, parallelamente all’approfondimento della partnership strategica Russia-Iran.

MbS ha intenzionalmente indirizzato l’Arabia Saudita verso il nuovo trio di potere dell’Eurasia, Russia-Iran-Cina (RIC), allontanandosi dagli Stati Uniti. Il nuovo gioco in Asia occidentale è l’imminente BRIICSS, che vede la partecipazione di Iran e Arabia Saudita, la cui storica riconciliazione è stata mediata da un altro peso massimo dei BRICS, la Cina.

È importante notare che l’evoluzione del riavvicinamento irano-saudita implica anche una relazione molto più stretta tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) nel suo complesso e il partenariato strategico Russia-Cina.

Ciò si tradurrà in ruoli complementari – in termini di connettività commerciale e sistemi di pagamento – per il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), che collega Russia-Iran-India, e per il Corridoio Economico Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale, un asse portante dell’ambiziosa e multimiliardaria Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino.

Oggi solo il Brasile, con il suo presidente Luiz Inácio Lula Da Silva ingabbiato dagli americani e una politica estera erratica, rischia di essere relegato dai BRICS allo status di attore secondario.

Oltre il BRIICS

Il treno della de-dollarizzazione è stato spinto ad alta velocità dagli effetti cumulati del caos della catena di approvvigionamento legato a Covid e dalle sanzioni collettive occidentali contro la Russia.

Il punto essenziale è questo: I BRICS hanno le materie prime e il G7 controlla la finanza. Quest’ultima non può coltivare le materie prime, ma la prima può creare valute, soprattutto quando il loro valore è legato a beni tangibili come oro, petrolio, minerali e altre risorse naturali.

Il fattore chiave di oscillazione è probabilmente il fatto che il prezzo del petrolio e dell’oro si sta già spostando verso la Russia, la Cina e l’Asia occidentale.

Di conseguenza, la domanda di obbligazioni denominate in dollari sta lentamente ma inesorabilmente crollando. Trilioni di dollari statunitensi cominceranno inevitabilmente a tornare a casa, distruggendo il potere d’acquisto del dollaro e il suo tasso di cambio.

Il crollo di una moneta armata finirà per distruggere l’intera logica che sta alla base della rete globale di oltre 800 basi militari degli Stati Uniti e dei loro bilanci operativi.

Da metà marzo, a Mosca, durante il Forum economico della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) – una delle principali organizzazioni intergovernative dell’Eurasia formatesi dopo la caduta dell’URSS – si discute attivamente di un’ulteriore integrazione tra la CSI, l’Unione Economica dell’Eurasia (EAEU), l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e i BRICS.

Le organizzazioni eurasiatiche che coordinano il contrattacco all’attuale sistema a guida occidentale, che calpesta il diritto internazionale, sono state non a caso uno dei temi chiave del discorso del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov alle Nazioni Unite all’inizio di questa settimana. Non è nemmeno un caso che quattro Stati membri della CSI – la Russia e tre “stan” dell’Asia centrale – abbiano fondato la SCO insieme alla Cina nel giugno 2001.

L’accoppiata Davos/Grande Reset globalista, a tutti gli effetti, ha dichiarato guerra al petrolio subito dopo l’inizio dell’Operazione militare speciale (OMS) della Russia in Ucraina. Hanno minacciato l’OPEC+ di isolare la Russia – o altrimenti, ma hanno fallito in modo umiliante. L’OPEC+, gestita di fatto da Mosca-Riyadh, ora governa il mercato globale del petrolio.

Le élite occidentali sono nel panico. Soprattutto dopo la notizia bomba lanciata da Lula in terra cinese durante la sua visita con Xi Jinping, quando ha invitato l’intero Sud globale a sostituire il dollaro USA con le proprie valute nel commercio internazionale.

Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), ha recentemente dichiarato al Council of Foreign Relations di New York – il cuore della matrice dell’establishment statunitense – che “le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina potrebbero far aumentare l’inflazione del 5% e minacciare il dominio di dollaro ed euro”.

Il pensiero monolitico dei media mainstream occidentali è che le economie dei BRICS che commerciano normalmente con la Russia “creano nuovi problemi al resto del mondo”. È un’assurdità: crea solo problemi al dollaro e all’euro.

L’Occidente collettivo sta raggiungendo la “Fila della Disperazione”, ora in concomitanza con lo stupefacente annuncio di un ticket presidenziale statunitense Biden-Harris che si ricandiderà nel 2024. Ciò significa che i responsabili neocon dell’amministrazione statunitense raddoppieranno il loro piano per scatenare una guerra industriale contro la Russia e la Cina entro il 2025.

Arriva il petroyuan

E questo ci riporta alla de-dollarizzazione e a ciò che sostituirà la valuta di riserva egemonica del mondo. Oggi il CCG rappresenta oltre il 25% delle esportazioni globali di petrolio (l’Arabia Saudita è al 17%). Oltre il 25% delle importazioni di petrolio della Cina proviene da Riyadh. E la Cina, come prevedibile, è il primo partner commerciale del CCG.

La Borsa del petrolio e del gas naturale di Shanghai è entrata in funzione nel marzo 2018. Oggi qualsiasi produttore di petrolio, di qualsiasi paese, può vendere a Shanghai in yuan. Ciò significa che l’equilibrio di potere nei mercati petroliferi si sta già spostando dal dollaro USA allo yuan.

Il problema è che la maggior parte dei produttori di petrolio preferisce non tenere grandi scorte di yuan; dopo tutto, tutti sono ancora abituati al petrodollaro. Pechino ha quindi deciso di collegare i futures sul greggio a Shanghai alla conversione dello yuan in oro. Il tutto senza toccare le enormi riserve auree della Cina.

Questo semplice processo avviene attraverso le borse dell’oro istituite a Shanghai e Hong Kong. E, non a caso, è al centro di una nuova valuta che scavalca il dollaro, in discussione presso l’EAEU.

L’eliminazione del dollaro ha già un meccanismo: sfruttare appieno i contratti petroliferi futuri in yuan della Shanghai Energy Exchange. Questo è il percorso preferito per la fine del petrodollaro.

La proiezione del potere globale degli Stati Uniti si basa fondamentalmente sul controllo della valuta globale. Il controllo economico è alla base della dottrina del Pentagono “Full Spectrum Dominance”. Tuttavia, ora anche la proiezione militare è in crisi, con la Russia che mantiene un’avanzata irraggiungibile sui missili ipersonici e Russia-Cina-Iran in grado di schierare una serie di portaerei-killer.

L’eemone – aggrappato a un cocktail tossico di neoliberismo, demenza sanzionatoria e minacce difgfuse – sta sanguinando dall’interno. La de-dollarizzazione è una risposta inevitabile al collasso del sistema. In un ambiente Sun Tzu 2.0, non c’è da stupirsi che la partnership strategica Russia-Cina non abbia intenzione di interrompere il nemico quando è così impegnato a sconfiggere se stesso.

Pubblicato su The Cradle

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Articolo completo: https://www.geopolitika.ru/it/article/la-de-dollarizzazione-entra-nel-vivo

Cancel culture tra follia e paradossi

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di Matteo Castagna

Cancel culture tra follia e paradossi . “Essere conservatori – scrisse Moeller van den Bruck – non significa dipendere dall’immediato passato, ma vivere dei valori eterni”.

La cultura e l’arte – insegna Adriano Romualdi – non possono pretendere di essere loro stesse il tempio, ma solo il vestibolo del tempio. La verità vivente è oltre. il fervente cattolico José Antonio Primo de Rivera raccomandava ai suoi falangisti “il sentimento ascetico e militare della vita”. La cultura, dunque, per essere veramente tale, deve saper esprimere una “visione del mondo”. Non per nulla, Julius Evola ha paragonato la tradizione ad una vena che ha bisogno di innumerevoli capillari per portare il sangue in tutto il corpo. Il filosofo Friedrich Nietzsche osservò acutamente: “una volta il pensiero era Dio, poi divenne l’uomo, ora si è fatto plebe. Ancora un secolo di lettori e lo spirito imputridirà, puzzerà”. Sembra proprio che avesse ragione, perché se ci guardiamo attorno, osserviamo una decadenza, causata principalmente dal materialismo ateo e dal liberalismo socio-politico che non ha eguali nella storia.

La scelta capitalista

Le sinistre hanno scelto il grande Capitale di matrice americanista, con la società tecnocratica e pornografica di massa. Il pregio della cultura, soprattutto nelle sue espressioni nella pittura e nella scultura è che, per forza di cose, assume caratteristiche antidemocratiche e antiegualitarie, perché espressione di intellettuali e/o artisti che vogliono lasciare un’impronta universale, frutto di un pensiero che si trasforma in letteratura, simboli, dipinti e statue destinati a restare, per sempre, davanti ad un pubblico serio, l’espressione della bellezza di ciò che è vero, reale, autentico.

La cultura contrasta, per essenza, con le mode fugaci, con le canzonette, con gli effimeri convegni e gli orrori dei decadenti progressisti, che arrivano all’esaltazione del brutto oggettivo. Noi che, come ha scritto Abel Bonnard, siamo uomini che rimaniamo “fedeli alle leggi della vita in una società che se ne allontana”, rigettiamo “esempi di ritualistica obliterazione – nei tempi di cancel culture e nel pieno degli scontri tra manifestanti e polizia seguiti all’omicidio di George floyd – in cui prima di scomparire il cancellato fa il botto” (Il Venerdì di Repubblica, 9/10/2020).

Cancel Culture

Nel testo “Iconoclastia” (Eclettica Edizioni, 2020) gli autori Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci riassumono il concetto di cancel culture “come una forma di damnatio memoriae dei personaggi al centro degli attacchi della seconda ondata del movimento femminista MeToo. Nella sostanza, lo scopo è distruggere tutti coloro che si oppongono ai supposti valori morali delMeToo.

I mezzi utilizzati, soprattutto sui social-media mirano alla gogna pubblica, mentre “la cancel culture è l’esilio previo esproprio dei beni”. Il paradosso sta nel fatto che i propugnatori o sostenitori della cancel culture appartengano tutti alla galassia liberal, ovvero coloro che, a parole, sono i paladini del pluralismo e della democrazia. I radical chic ritengono di non essere loro a voler cancellare la cultura e la memoria storica che si oppone alle loro idee, ma è la cultura che merita di essere cancellata, perché impresentabile ai loro occhi perfetti, però, con l’ipocrisia che li contraddistingue sempre, non vogliono mettere la testa sul ceppo nominando spontaneamente ed esplicitamente i cosiddetti “colpevoli”.

La colpevolizzazione laica

D’altronde, come scrive Virgilio Ilari su “Limes”, l’obiettivo di questa rivolta non è ” correggere le discriminazioni, ma piuttosto di instaurare una sorta di colpevolizzazione laica succedanea di quelle confessionali”. Chi si desidera colpevolizzare per diffondere un’innaturale uguaglianza totalitaria? L’uomo bianco, religioso, identitario, patriota, con famiglia numerosa, legato al solo diritto naturale, conservatore, tradizionalista, né green, né ecologista, né animalista, onnivoro, libero e, primariamente, dotato di pensiero critico, non condizionabile dalle follie del deep State. Per i liberal il nemico del Terzo millennio, che merita la cancel culture, è l’uomo della Tradizione e con lui i simboli e la mentalità della società organica e della comunità di destino.

Nel deserto umano, in cui belano tante pecore, i leoni continueranno a ruggire davanti alla boria e all’ odio del globalista militante o inconsapevole.

di Matteo Castagna

Articolo completo: Cancel culture tra follia e paradossi – (2dipicche.news)

La riduzione in schiavitù dei migranti africani: il “big business” in Libia grazie ai finanziamenti dell’UE

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di Alexander Rubinstein

Un’indagine delle Nazioni Unite ha concluso che il denaro fornito dall’Unione Europea a entità statali in Libia ha facilitato crimini contro l’umanità che vanno dal lavoro forzato e la schiavitù sessuale alla tortura.

Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, attraverso il sostegno finanziario alla Guardia costiera libica e alla Direzione libica per la lotta alla migrazione illegale (DCIM), l’Unione Europea ha aiutato e favorito i crimini contro l’umanità.

Il 27 marzo 2023, le Nazioni Unite hanno pubblicato i risultati di un’indagine durata tre anni, confermando che “la detenzione arbitraria, l’omicidio, lo stupro, la riduzione in schiavitù, la schiavitù sessuale, l’uccisione extragiudiziale e la sparizione forzata” sono diventate una “pratica diffusa” nell’ex – prospera nazione della Libia, che è stata immersa nella guerra civile dalla guerra per il cambio di regime della NATO oltre un decennio fa.

Mentre i crimini contro l’umanità sono risultati diffusi in tutto il paese, il rapporto si concentra sulla difficile situazione dei migranti e accusa l’Unione Europea di aver consentito al governo di unità nazionale con sede a Tripoli di mettere in atto abusi contro gli africani che chiedono asilo in Europa.

Il rapporto afferma nella sua sezione introduttiva: “La Missione ha riscontrato che sono stati commessi crimini contro l’umanità contro migranti in luoghi di detenzione sotto il controllo effettivo o nominale della Direzione libica per la lotta alla migrazione illegale, della Guardia costiera libica e dell’Apparato di sostegno alla stabilità. Queste entità hanno ricevuto supporto tecnico, logistico e monetario dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri per, tra l’altro, l’intercettazione e il rimpatrio dei migranti.

In altre parole, piuttosto che intercettare direttamente i migranti che viaggiano via mare verso l’Europa, l’Unione Europea ha esternalizzato il lavoro sporco alla Guardia Costiera libica. Una volta che la guardia costiera trattiene i migranti, questi vengono rispediti in Libia e trasferiti in “prigioni ufficiali e segrete” dove vengono spesso sfruttati a scopo di lucro attraverso il lavoro forzato, il riscatto o la schiavitù sessuale.

“Ci sono motivi ragionevoli per ritenere che i migranti siano stati ridotti in schiavitù nei centri di detenzione della Direzione per la lotta alla migrazione illegale”, afferma il rapporto, aggiungendo che il personale e i funzionari del DCIM e della Guardia Costiera sono implicati “a tutti i livelli” mentre funzionari di alto rango “collusi” con trafficanti e contrabbandieri sia nell’ambito della detenzione che dell’intercettazione.

“La Missione ha anche trovato ragionevoli motivi per ritenere che le guardie abbiano chiesto e ricevuto il pagamento per il rilascio dei migranti. La tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il contrabbando hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali”, afferma il rapporto.

Nel 2017, i media internazionali hanno riportato la ripresa della tratta degli schiavi in Africa a causa delle continue conseguenze dell’operazione di cambio di regime sostenuta dalla NATO per deporre il leader libico Muammar Gheddafi. Le Nazioni Unite hanno ora confermato che la pratica non solo persiste, ma che è stata abilitata dall’UE.

“Il sostegno fornito dall’UE alla guardia costiera libica… ha portato a violazioni di alcuni diritti umani”, ha detto ai giornalisti l’investigatore delle Nazioni Unite Chaloka Beyani. “È anche chiaro che il DCIM ha la responsabilità di una moltitudine di crimini contro l’umanità nei centri di detenzione che gestisce. Quindi il sostegno dato loro dall’UE ha facilitato tutto ciò. Anche se non stiamo dicendo che l’UE e i suoi Stati membri abbiano commesso questi crimini, il punto è che il sostegno fornito ha aiutato e favorito la commissione dei crimini”.

Secondo un rapporto del 2021 della Brookings Institution, dal 2015 l’UE ha erogato 455 milioni di dollari alla guardia costiera libica e ad altre agenzie governative.

Nel frattempo, un’indagine di The Outlaw Ocean Project e The New Yorker ha rilevato che i soldi dell’UE “pagano di tutto, dagli autobus che trasportano i migranti catturati in mare dal porto alle carceri, ai sacchi per i cadaveri utilizzati per i migranti che muoiono in mare o mentre sono detenuti”.

Secondo la loro indagine congiunta, la direzione libica per la lotta alla migrazione illegale “ha ricevuto 30 Toyota Land Cruiser appositamente modificate per intercettare i migranti nel deserto del sud della Libia”, mentre i soldi dell’UE hanno anche aiutato il DCIM ad acquistare “10 autobus per spedire i migranti prigionieri alle carceri dopo che sono stati presi”.

Il violento rovesciamento del governo di Gheddafi da parte della NATO e le bande di insorti salafiti da essa sponsorizzate nel 2011 hanno fatto precipitare la Libia in uno stato di guerra civile, con aree del paese conquistate da Al Qaeda e banditi allineati con l’ISIS. Mentre la NATO e i suoi delegati jihadisti si abbattevano su di lui, Gheddafi ha avvertito che la sua cacciata avrebbe provocato la destabilizzazione di intere regioni del continente e una nuova crisi migratoria per l’Europa, con il Mediterraneo trasformato in un “mare di caos”.

Il figlio di Gheddafi, all’epoca aveva avvertito allo stesso modo, «la Libia può diventare la Somalia del Nord Africa, del Mediterraneo. Vedrete i pirati in Sicilia, a Creta, a Lampedusa. Vedrete milioni di clandestini. Il terrore sarà nella porta accanto».

L’investigatore delle Nazioni Unite, il professor Beyani, ha attribuito l’attuale crisi libica a una “contesa per il potere”, alludendo al vuoto di potere che l’Occidente ha creato in Libia con la sua guerra per il cambio di regime, evitando ogni riferimento diretto ad essa. Human Rights Watch ha anche deviato dalla discussione sull’intervento della NATO nel 2011 nella sua copertura del rapporto delle Nazioni Unite, che ha descritto come “brutale e schiacciante”. Forse perché il suo direttore all’epoca, Ken Roth, era un prolifico sostenitore dell’assalto.

La trasformazione della Libia in un inferno anarchico ha drasticamente ridotto il rischio che gli aspiranti migranti verso l’Europa vengano individuati dalle autorità dell’UE. Il rapporto delle Nazioni Unite stima che più di 670.000 migranti fossero presenti in Libia durante parti della sua indagine.

La mancanza di un governo centrale forte e stabile a Tripoli ha permesso lo sviluppo di un’intera industria con lo sfruttamento dei migranti come modello di business. “La detenzione, il traffico di migranti, è un grande affare in Libia. È un progetto imprenditoriale”, ha detto Beyani a France 24 dopo la pubblicazione del rapporto.

Mentre la Corte penale internazionale ha incriminato il presidente russo Vladimir Putin per le accuse inventate dai ricercatori sponsorizzati dal Dipartimento di Stato americano, il nuovo rapporto delle Nazioni Unite sulla Libia è stato trattato dai media statunitensi ed europei in gran parte come una nota a piè di pagina, nonostante il ruolo dell’Occidente come architetto chiave dell’incubo in corso del paese.

Traduzione di Alessandro Napoli

Fonte: thegrayzone.com

Leggi l’articolo intero: https://www.geopolitika.ru/it/article/la-riduzione-schiavitu-dei-migranti-africani-il-big-business-libia-grazie-ai-finanziamenti

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