Riforma giustizia, cosa c’è dietro le mosse di Nordio

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I principi liberali di una riforma radicale: ecco le idee che il ministro della Giustizia sta applicando per le sue norme

Pubblichiamo un estratto dal capitolo conclusivo dell’ultimo libro di Carlo Nordio dal titolo “Giustizia” edito da Liberilibri. Il titolo di questo ultimo capitolo è “Principi liberali per una riforma radicale” e spiega quale pensiero c’è dietro la riforma varata ieri, primo passo per un cambiamento radicale del sistema giustizia in Italia.

Chiediamo soccorso all’ottimismo della volontà e proviamo a delineare un sistema che distilli al meglio, o almeno nella misura minima sufficiente, i principi idonei a riportare la giustizia italiana nell’ambito della razionalità e dell’efficienza. […] Questi principi, secondo noi, devono esser conformi alla cultura illuministico-liberale. E per attuarli pienamente è necessaria una nuova Costituzione. […]

La nostra Costituzione è un continuo ripensamento di concetti troppo conservatori per placare i progressisti, troppo arditi per gratificare i conservatori, e troppo confusi per convincere ambedue. E se è vero che questo bilanciamento di interessi si trova in tutti i Paesi, è altrettanto vero che soltanto da noi ha assunto una tale alterazione di equilibri da invertire il rapporto tra regola ed eccezione. L’esempio più clamoroso è costituito dalle intercettazioni telefoniche e ambientali. Se ne fanno in un anno circa 150 mila: quasi tutte hanno coinvolto persone ignare e innocenti, alcune hanno coinvolto anche parlamentari e sfiorato un paio di Presidenti della Repubblica. Dopo essere state sapientemente selezionate e mutilate sono state consegnate alla stampa, con grave danno di immagine anche per persone estranee al processo. Di fronte a questa vergogna è difficile pensare che il primo comma dell’art. 15, che fissa la regola della segretezza delle comunicazioni, non ne costituisca piuttosto l’eccezione: la piccola parte di liberalismo che ornava la nostra Costituzione si è decomposta sotto i colpi di una parte della magistratura esaltata dalla sua missione sacerdotale.

Ma che significa concretamente adottare i principi dell’illuminismo liberale? Significa essenzialmente questo: abbandonare la funesta utopia del cosiddetto Stato etico, che fino ad ora ha condizionato il nostro ordinamento attraverso il connubio di teorie apparentemente incompatibili: il fascismo, il cattolicesimo e il marxismo, concordi nel considerare il cittadino una creatura da istruire e tutelare, per assoggettarlo rispettivamente allo Stato, alla Chiesa e al Partito. […]

Lo Stato liberale non ha queste immaginazioni infantili. Prendendo atto dei limiti e dei difetti della nostra imperfetta natura, non pretende di assicurare la felicità ma soltanto di garantire il diritto a procurarsela, attraverso quella libertà economica, religiosa e culturale, nella cui esplicazione lo spirito umano si realizza secondo le sue aspirazioni e le sue possibilità, con la sola imposizione, doverosa e solidale, di una redistribuzione della ricchezza che inevitabilmente si accumula in misura ineguale nelle persone più dotate nel progettarla, più spregiudicate nel perseguirla, e più egoiste nel mantenerla. E la garanzia dello svolgimento di queste attività in modo libero, pacifico e ordinato, sta proprio nella legge: in quella fondamentale, la Costituzione, e in quelle ordinarie, a cominciare dai codici.

Una volta adottata una Costituzione realmente liberale, si dovrà infatti prendere atto che le nostre leggi sono troppo numerose per essere conosciute, e troppo contraddittorie per essere applicate. Il loro numero è inversamente proporzionale alla loro efficacia, e la loro incertezza è sinonimo di disordine, sciatteria, opinabilità e corruzione. […]

Abbiamo disposizioni severe e attitudini perdoniste, una voce grossa e un braccio inerte, una giustizia lunga e il fiato corto: vogliamo intimidire senza reprimere e redimere senza convincere. Siamo anche un po’ ipocriti; contrabbandiamo la nostra accoglienza dei migranti come carità cristiana, mentre si tratta solo di impotenza e rassegnazione davanti alle spregiudicate strategie delle organizzazioni criminali. Abbiamo decretato l’espulsione di decine di migliaia di clandestini, ma di fatto ne abbiamo rispediti indietro una trascurabile minoranza. Abbiamo guadagnato il loro rancore e perso la nostra fiducia. La riforma radicale e per certi aspetti rivoluzionaria di uno Stato liberale si propone di affrancare il cittadino dall’abbraccio soffocante dello Stato, di favorirne l’avvicinamento attraverso una semplificazione dei diritti e dei doveri, e, per quanto riguarda la giustizia penale, attuare il garantismo nella sua duplice funzione: la presunzione di innocenza e la certezza della pena.

Carlo Nordio

Fonte: https://www.nicolaporro.it/riforma-giustizia-cosa-ce-dietro-le-mosse-di-nordio/

“God save the Queen”. Biden, nuova gaffe: cosa ha detto?

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La frase di Joe lascia tutti a bocca aperta. Il presidente degli Usa di nuovo nel mirino dopo l’ennesimo “scivolone”

Cosa dici, Joe Biden? Continua la saga delle gaffe del presidente americano, gaffe in mondovisione e che il mondo continua a guardare alimentando i dubbi sulla sua ricandidatura alle elezioni del 2024. Durante il National Safer Communities Summit in Connecticut, Joe ha chiuso il suo discorso con una frase che in pochi hanno compreso davvero: “Alright? God save the Queen, man”. Cosa che cosa?

Il presidente Usa ha parlato una trentina di minuti di fronte ad una folla numerosa e senza grossi intoppi. Tema: riforma del controllo delle armi. Quando ogni cosa sembrava essersi conclusa nel migliore dei modi, ecco lo scivolone finale. Proprio all’ultimo. La chiusura “insolita”, notata anche dalla Bbc, sta ovviamente facendo il giro dei social. Perché qui le questioni sono due: primo, non si capisce a cosa si riferisse benché secondo Olivia Dalton, portavoce della Casa Bianca, Biden stesse parlando con qualcuno tra la folla; e secondo, anche avesse voluto fare un omaggio agli amici inglesi, Joe dovrebbe sapere che adesso a Buckingham Palace regna un “king” e non più la compianta Queen Elisabetta.

A questo si aggiungano le recenti gaffe messe a segno dal leader democratico. Di “cadute”, fisiche e non solo, il presidente Usa ne ha mostrate molte al mondo. Gli scivoloni dalla scaletta dell’Air Force One. Quegli occhi chiusi durante una conferenza sul clima che sapevano molto di sonno. Un’altra volta la caduta dalla bicicletta in Delaware. Ultimamente, durante il G7 in Giappone, è inciampato sulle scale del santuario di Itsukushima. Senza dimenticare la caduta dal palco, qualche giorno fa, quando Biden è inciampato su un sacchetto rotolando in terra. Tutti elementi che favoriscono la narrazione di Donald Trump, suo possibile avversario alle prossime elezioni, che vorrebbe Joe troppo vecchio e poco in forma per diventare di nuovo commander in chief.

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In morte di Silvio Berlusconi

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Si è trattato di una sostanziale celebrazione. Mi riferisco alla morte di Silvio Berlusconi, dovuta ad una leucemia di cui soffriva da almeno 5 anni.

Con lui se ne va un pezzo di storia d’Italia durato circa trent’anni, nel bene e nel male.

Silvio è stato, per lungo tempo, l’uomo più invidiato d’Italia, per le sue possibilità economiche. La sinistra si è scagliata contro di lui come da tempo non si vedeva. probabilmente Berlusconi è stato il politico più perseguitato d’Italia, dalla Magistratura e dagli avversari. Ha vinto quasi tutti i processi, ha vinto come grande imprenditore, ha dato lavoro a moltissime persone, spaziando dall’editoria alla televisione privata, dai supermercati allo sport. Certa sinistra è riuscita a vomitare il suo odio nei suoi confronti anche dopo la sua dipartita, in maniera davvero squallida. Quel pezzo di sinistra radical chic, certamente lontana da un signore, quale si dimostrò Enrico Berlinguer, ora ha perso il motivo d’esistere: l’antiberlusconismo militante e giustizialista, manettaro e schifosamente ipocrita , malato dell’ignobile “sindrome da Piazzale Loreto” ha dato dimostrazione che chi si considera “buono” è davvero molto perfido e maligno. Su di lui è stata fatta “satira da frustrati” – ha scritto il vignettista Beppe Fantin sul blog di Nicola Porro – continuando, ragionevolmente: “È vero che la satira è “protetta” dalla libertà di espressione, ma con le cattiverie questa libertà viene meno e andrebbe denunciata. Ma dove vogliamo arrivare? Ma davvero pensiamo che il nostro paese abbia un futuro? Un paese in cui si gode per la morte di un leader e si lotta per la liberazione di un delinquente rinchiuso al 41 bis reo di aver commesso delle atrocità; un paese in cui la famiglia tradizionale è condannata perché colpevole di pretendere che la normalità sia padre, madre e figli; un paese dove la normalità sono i genitori gay e l’utero in affitto; un paese dove il delinquente è tutelato e chi è stato aggredito condannato; un paese dove chi uccide viene trattato come una star del cinema, condannato e rilasciato dopo qualche anno” […]

Berlusconi non ha mai delocalizzato le sue aziende, dimostrando di voler credere nell’Italia. La sua ironia, anche in contesti formalissimi internazionali, resterà nella storia. Così come i suoi 3336 giorni complessivi da Presidente del Consiglio, record assoluto dal dopoguerra.

Su Berlusconi politico potremmo discutere a lungo. Io non l’ho mai votato. Moderati e liberali non mi sono mai piaciuti. Era un uomo generoso. Non mancava mai di aiutare chi riteneva in autentica difficoltà.

Marco Travaglio, orfano inconsolabile di un antiberlusconismo viscerale sul quale ha costruito la sua fortuna, è stato capace di esprimere nel salotto televisivo di Lilli Gruber un condensato di velenosità post-mortem, se così vogliamo dire, da far impallidire un serpente a sonagli. In estrema sintesi, per il direttore del Fatto Quotidiano il Cavaliere per antonomasia avrebbe incarnato le peggiori attitudini presenti nella cultura del Paese, attraendo sostanzialmente la componente più corrotta o corruttibile della popolazione. claudio romiti ha aggiunto: “Tutto questo, come ha giustamente colto Alessandro Sallusti durante la citata trasmissione, veicola qualcosa che va ben al di là di una semplice avversione politica per un personaggio che ha fatto guadagnare molti soldini a tanti odiatori di professione come è per l’appunto Travaglio. In realtà, come si è ben capito dal risolino nervoso di quest’ultimo quando Sallusti lo ha definito “vedovo inconsolabile”, la scomparsa dell’uomo di Arcore rappresenta quasi una tragedia per chi aveva trovato un “cattivone” buono per tutte le stagioni su cui raccogliere i frustati e gli invidiosi di questo disgraziato Paese”.

Nel suo diario del 1994 (raccolto poi nel libro “Come si manda in rovina un paese – Rizzoli 1995), Sergio Ricossa annota alcuni appunti sulla novità politica costituita dalla vittoria di Silvio Berlusconi e aggiunge considerazioni di una preveggenza che, in alcuni casi, sono da brividi. Ne riportiamo qualcuna come ricordo di Berlusconi, in questi giorni di cordoglio e di riflessione.

<<Mi guardo bene dal pretendere un governo Berlusconi liberista. Mi basterebbe un governo che durasse e fosse amico dei consumatori. Ma come si fa ad esserlo, se questo governo ha ereditato dai precedenti due milioni di miliardi (ndr di lire) di debito pubblico? […] Due milioni di miliardi, forse di più. Una sentenza della Corte costituzionale scopre, non senza un pizzico di perfidia, un nuovo debito per le pensioni, che era nascosto ed è in scadenza. Per il governo, è più probabile saltare in aria che sminare il terreno>> – ricorda Fabrizio Bonali, sempre sul blog di Porro.

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Berlusconi, colpo basso della Schlein: cosa ha detto sul lutto nazionale

Marcello Veneziani ha scritto su La Verità di ieri: “Berlusconi amava la vita, rifuggiva la morte, e anche all’anima voleva organizzare una festa con la banda…”. 

Quanto all’invenzione della cosiddetta “televisione spazzatura”, che lui prendeva come una burla per far riposare gli italiani, va detto ai moralisti che ci sono sempre stati milioni di “cassonetti” che hanno aperto il coperchio. Pensate alle innumerevoli edizioni del vituperato Grande Fratello. Pensate ai successi di Verissimo e di Barbara D’Urso. E nel 1985, il Drive In batteva tutti i record di share. Ha costruito una televisione di basso livello, scollacciata e, talvolta volgare, per un popolo che voleva e meritava quello.

La critica all’uomo, oramai l’ha già fatta il Giudice Supremo. Non ci permetteremmo mai di sostituirci a Lui. Silvio Berlusconi non ha dato l’esempio di un comportamento da buon cristiano. Scandali, più o meno montati sono stati sì un grimaldello politico e giudiziario contro di lui, ma anche uno scandalo lussurioso verso il popolo di Dio, che, coi due matrimoni e le convivenze, le “cene galanti” l’hanno reso un pubblico peccatore mai pentito, anche se ci  auguriamo un atto di contrizione personale, prima di morire. Per questi motivi, per la mancanza di trasparenza, le opacità e i sospetti sulla sua gestione politica e degli affari, con personaggi border line anche al capezzale era indiscutibilmente un pubblico peccatore. La Chiesa Cattolica, nel Codice di Diritto Canonico (1917) vieta i funerali ai pubblici peccatori. I divorziati, ovverosia i concubini, sono considerati ipso facto infames (can.2356) e publice indigni (can. 855 §1), cioè pubblici peccatori. Appartenne alla loggia massonica di Licio Gelli, P2 e a chissà quale altra osservanza col grembiulino, condannata dalla Chiesa. Perciò era scomunicato ipso facto e si sarebbe dovute avere spiegazioni in merito alla simbologia dal sapore esoterico, presente nel mausoleo. Ecco i video della tomba di famiglia:

e poi: https://www.fanpage.it/milano/come-fatto-il-mausoleo-di-villa-san-martino-ad-arcore-dove-potrebbe-essere-sepolto-berlusconi-dopo-i-funerali/

La cremazione venne condannata formalmente dalla Chiesa cattolica (can.1203, Codice 1917), e contro coloro che l’avessero disposta per il proprio cadavere fu comminata la privazione dei sacramenti e delle esequie ecclesiastiche (can. 1240, 1, n. 5, Codice 1917). Alcuni media hanno riportato che B., per sua volontà, sarebbe stato cremato.

Infine, informa LaPresse dell’esistenza di «Volta celeste». Questo il nome del mausoleo voluto da Silvio Berlusconi nel parco di villa San Martino, ad Arcore, e realizzato dall’amico scultore Pietro Cascella. Cento tonnellate di pietra e tre anni di lavoro per quella che Silvio Berlusconi fece costruire come tomba di famiglia per sé e per la «gens Berlusconiana». Di questa imponente opera circolano molte leggende e poche immagini, tra queste quelle del progetto spiegate dallo stesso artista nel documentario «Quando c’era Silvio – Storia del periodo berlusconiano». «Lui mi disse: non farmi una cosa mortuaria, con le falci, le morti, i teschi, gli scheletri, quell’armamentario cimiteriale – ricordava Cascella –. E allora io dissi: pensiamo all’alto, al cielo. E allora ho fatto questa cosa che si chiama Volta celeste».

Funerali di Stato celebrati da un “arcivescovo” in Duomo in forma solenne, omelia priva di qualsiasi riferimento a Cristo, ai Santi, alla S. Vergine Maria, avrebbe potuto leggerla tranquillamente Fedele Confalonieri. La Chiesa nata con il Conciliabolo Vaticano II ha dimostrato, per l’ennesima volta, di aver abbandonato nella sostanza e nella forma la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Noi ne siamo profondamente rattristati perché questi comportamenti non hanno nulla a che fare con la vera carità, che non è buonismo o ossequio incondizionato ai grandi personaggi, ma è adeguamento alle regole e prassi anti-cristiche del mondo moderno (e della massoneria?)

Ecco il testamento di Berlusconi:

https://quifinanza.it/editoriali/video/berlusconi-testamento-chi-come-divisa-eredita/722578/

 

 

 

Politica fluida e conservatori bolsi: così l’ideologia woke travolge l’Europa

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L’EDITORIALE – su Affaritaliani.it di oggi

di Matteo Castagna
A fronte di una galassia conservatrice sempre più fiacca divampa l’ideologia woke: il totalitarismo culturale che banna tutto ciò che non è politically correct
Politica e ideologia woke, “se i conservatori non si svegliano dal torpore dovremo soccombere al delirio transumano progressista”: il commento 
Nell’agone politico, destra e sinistra nascono con la Rivoluzione Francese nel 1789. Il filosofo francese Marchel Gauchet scrive che “coloro i quali tenevano al re e alla religione si erano messi alla destra del presidente per sfuggire ai discorsi, alle indecenze e alle urla che avevano luogo nella parte opposta, dove stava la componente rivoluzionaria”.
Nel periodo della Restaurazione, in Francia e poi in Europa, la destra era occupata dai monarchici cattolici contro-rivoluzionari, mentre dalla parte opposta vi erano coloro che intendevano sovvertire l’ordine morale, sociale e politico, ovvero i giacobini anticattolici e anticlericali. Nel XX secolo, la sinistra era rappresentata dai social-comunisti, mentre la destra dai monarchici e dai fascisti. Ci furono ulteriori sfumature, che inglobavano i liberali e i cattolici, a seconda delle circostanze storiche. Nel XXI secolo non ha più senso parlare di “destra e sinistra” perché le ideologie che le reggevano sono sostanzialmente morte.
Nel XXI secolo si parla di posizioni conservatrici e patriottiche per quella che fu, storicamente, la destra, e di progressiste e globaliste per quella che fu la sinistra. Ad eccezione delle posizioni radicali, che non sono rappresentate in Parlamento, almeno in Italia, la globalizzazione viene accettata da tutto l’arco costituzionale e tutti si dichiarano liberali, liberisti e libertari.
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Per cui sfumano le differenze tra le due parti, soprattutto sul piano economico (tutti liberisti) e morale (tutti libertari). Questa situazione si è creata perché il modello imposto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, è stato quello anglo-americano, con una decisiva accelerata dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989. Possiamo, dunque, parlare di evoluzioni e involuzioni nel tempo, del pensiero e dell’azione di entrambe le parti. Le crisi, generalmente, sono le cause dei cambiamenti. Le guerre sono i mezzi con cui si impongono i nuovi ordini/disordini. Il maggior potere possibile sul mondo è il grande Vitello d’Oro, il fine degli avidi e dei corrotti.
Oggi, osserviamo una politica fluida come la società, ove tra i conservatori prendono posizione tre corpi estranei, che ne riducono l’efficacia subordinando lo schieramento ai paradigmi dei progressisti, ridimensionando l’orizzonte valoriale: i liberali, gli anticattolici, gli opportunisti globalisti, che potrebbero tranquillamente cambiare casacca, senza colpo ferire. Anche tra i globalisti, buona parte della componente liberale e ex democristiana, figlia del modernismo, è trasformista per stipendi e privilegi, ma a livello culturale e sociale si sta imponendo una nuova ideologia che, progressivamente costituirà il bagaglio elettorale dei globalisti, ovvero del partito Radicale di massa.
Al momento, dalla parte opposta, si notano le pesanti infiltrazioni di questa wéltanschauung che oscura il sovranismo e l’identità e affievolisce la Tradizione, che dovrebbe costituire la solida roccia sulla quale basare la filosofia, l’economia e l’azione politiche. “La destra è sempre tradizione – ha scritto recentemente Marcello Veneziani – ho un’idea diversa da quella irregimentata nell’establishment italo-euro-atlantico, che include anche la destra di governo”.(cfr. Barbadillo, 7/4/2023)
Dunque, a fronte di una galassia conservatrice fiacca un po’ confusa, ha gioco più facile la nuova ideologia, costola del globalismo, che, come per il movimento sovversivo del 1968 muove i primi passi nelle Università francesi ma giunge dagli Stati Uniti. Si definisce “cultura woke“.
“La woke culture è inoltre il substrato della call-out culture (molto vicina alla più nota cancel culture) – scrive il giornalista ed esperto di comunicazione Andrea Zanini su Formiche del 06/12/2021 –  ossia la minacciosa e spesso violenta censura nei confronti di soggetti ritenuti colpevoli di idee e comportamenti disallineati da valori considerati progressisti e, più in generale, politicamente corretti; sono infatti molteplici i casi in cui attivisti woke hanno ostracizzato professori e accademici impedendogli di parlare ad eventi pubblici, manipolandone le dichiarazioni e proscrivendoli sui social e sui media tradizionali, fino ad arrivare, in alcuni casi, a provocarne le dimissioni”.
La nuova “ghigliottina woke” è l’isolamento assoluto dell’uomo della tradizione, che non avrà mai alcuna difesa da parte di quei Conservatori bolsi, che pensano solo agli affari e si vendono al miglior acquirente. Questo fenomeno sta pericolosamente dilagando nelle università americane, laddove woke è sinonimo di vigile allerta nella lotta contro le “ingiustizie della maggioritaria e prepotente cultura dei maschi bianchi”, che penalizzerebbero gli afroamericani, le donne, le identità sessuali diverse da quelle categorizzate biologicamente e via dicendo. Nelle teorizzazioni più estreme gli ideologi della woke culture affermano addirittura l’inutilità della lettura di testi o della fruizione di opere di autori non conformi ai canoni woke.

Zanini prosegue nello spiegare questo inquietante scenario: “Un altro requisito di questo totalitarismo culturale è la pretesa che siano gli studenti a decidere che cosa studiare. E’ la negazione della fondamentale figura del maestro, colui che per studi ed esperienza ha titolo ad insegnare…”. E’ evidente a tutti che, nel mondo dominato dai social media, qualsiasi mitomane possa, grottescamente, laurearsi su Facebook. Al voto si sostituirebbe il numero di like…

C’è infine un elemento che rappresenta il vero il cavallo di Troia della woke culture, ossia la pretesa di voler difendere dalla cultura dominante dei maschi bianchi le culture oppresse, ghettizzate e negate, un obiettivo sul quale liberali progressisti non possono che concordare. Peccato che gli assunti e i metodi della woke culture portino alla società dell’assurdo, del caos e della follia. Il problema è che di fronte a questa minaccia, una società dalla pancia piena, quasi totalmente apatica e paurosa come quella occidentale, non riesca a reagire.

I conservatori, troppo spesso appiattiti su questa decadenza o in altre faccende affaccendati, dovrebbero riflettere sulle loro responsabilità verso i figli d’Europa, che non possono avere come modello i Ferragnez, Bello Figo o i Maneskin, senza cadere nella peggiore decadenza, mai vista nella storica culla della Civitas Christiana.

 

IL NUOVO ORDINE MONDIALE E LA PREVALENZA DEL MULTIPOLARISMO

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Discorso alla 1° Conferenza globale sul multipolarismo del 29 aprile 2023

Il mondo come lo vediamo oggi è stato diviso da due assi di potenze:

L’Occidente, guidato da Stati Uniti d’America, Regno Unito, Unione Europea, Canada, Giappone, Corea del Sud e Australia. E i BRICS, che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, oltre a Iran e Venezuela come attori regionali e diversi Paesi africani. La Cina, con la sua iniziativa “Belt and Road”, è la potenza più grande, mentre Russia e India sono i principali attori su scala geopolitica ed economica.

L’Occidente e i BRICS hanno due possibilità: o affrontare l’attuale divisione geopolitica e raggiungere un accordo sano di un sistema mondiale bipolare o affrontare la catastrofe della terza guerra mondiale.

Come gli Stati Uniti d’America sono diventati unipolari?

La prima fase degli ultimi tre decenni è stata decisiva per dare forma al mondo di oggi. In primo luogo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del blocco socialista, in secondo luogo la seconda guerra del Golfo e in terzo luogo la guerra dei Balcani, che ha portato alla frammentazione dell’ex Jugoslavia in mini-paesi dopo l’intervento della NATO guidata dagli Stati Uniti. L’Unione Europea ha infine riunito questi mini-paesi sotto il suo ombrello su ordine degli USA.

La seconda fase è iniziata dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, che ha portato all’attacco degli Stati Uniti all’Afghanistan e all’invasione dell’Iraq, poi alla “dottrina del Grande Medio Oriente” e al “Caos Creativo” (2006), alla guerra contro il Libano (2006) e alla guerra del terrore per procura contro sette Paesi arabi, che stanno ancora sopportando le sue devastanti conseguenze come Paesi falliti, sotto l’occupazione militare degli Stati Uniti/Alleati e/o sotto le sanzioni.

La terza fase è rappresentata dalla rivoluzione colorata in Ucraina e dall’ascesa di un governo nazista, nonché dai massacri commessi contro gli ucraini russi nella regione del Donbass, nell’est del Paese, a partire dal 2014.

L’egemonia statunitense in azione

Per analizzare queste fasi di aggressione ed egemonia degli Stati Uniti contro altre nazioni e Paesi sovrani dobbiamo comprendere la sua struttura e la sua natura di legittimo successore delle potenze coloniali europee che per secoli hanno costruito le loro monarchie e le loro fortune sulle risorse naturali e sulla schiavitù del Terzo Mondo e che ancora oggi lo sfruttano al massimo, lo portano alla povertà e commettono crimini di guerra contro milioni di persone in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina.

Gli Stati Uniti hanno creato l’attuale sistema mondiale di unilateralismo gradualmente per continuare a servire gli interessi imperiali dell’1% della classe dirigente del mondo occidentale a spese di miliardi di persone in tutto il mondo e contro l’interesse del proprio popolo, sia in Europa, sia in Nord America, sia dei popoli dei suoi alleati subordinati altrove.

La mentalità dell’egemonia coloniale occidentale degli Stati Uniti sulle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, create dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, tra cui gli stessi Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Cina, il Regno Unito e la Francia, ha violato i principi della Carta delle Nazioni Unite e ha paralizzato il suo ruolo nella risoluzione dei conflitti regionali mondiali. Al contrario, gli Stati Uniti hanno creato enormi conflitti regionali.

La domanda da porsi è, come ha eloquentemente presentato Lavrov al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pochi giorni fa: Perché l’Occidente è sovrarappresentato nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Rispetto ai miliardi di persone che compongono la maggioranza globale dei Paesi africani (1,2 miliardi), dell’Asia (4,56 miliardi), dell’Europa orientale (292 milioni) o dell’America Latina (656 milioni)? Mentre il Nord America (375 milioni) e l’Europa Occidentale (198 milioni) compongono solo mezzo miliardo di persone.

Gli Stati Uniti hanno l’egemonia sull’economia globale attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, strumenti finanziari di egemonia per fare pressione e sfruttare i Paesi del Terzo Mondo. Gli Stati Uniti impongono il loro dollaro come moneta mondiale, che la Reserve Bank non sostiene nemmeno con l’oro o con altri metalli preziosi.

Gli Stati Uniti hanno oltre 850 basi militari di controllo in tutto il mondo, mentre ostacolano o minacciano la Cina e la Russia dal tentare di creare organizzazioni economiche regionali o persino di pattugliare i propri territori, come nel caso di Taiwan, intimidendo i Paesi e imponendo loro sanzioni se collaborano con le due grandi potenze.

Il braccio di egemonia militare imperiale degli Stati Uniti, la NATO, che si estende in tutto il mondo, minaccia la sicurezza globale, la pace e la prosperità dell’umanità ovunque.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, gli Stati Uniti sono stati e sono tuttora coinvolti in decine di invasioni militari, guerre, cambi di regime, destabilizzazione e assassinio di presidenti (Libia) al di fuori dei propri confini, la più atroce delle quali è la guerra terroristica per procura in corso dal 2011, durante quella che hanno falsamente chiamato “Primavera araba”, contro diversi Paesi arabi tra cui la Libia, Iraq, Siria, Yemen, Tunisi, Egitto e Libano, oltre all’Afghanistan, all’Iran e ultimamente all’Ucraina, che sta mettendo in pericolo e minacciando l’Europa con una guerra prolungata che sta influenzando enormemente l’economia mondiale e potrebbe scivolare in scenari di guerra mondiale.

Il potere imperiale degli Stati Uniti sta usando le sanzioni non solo come strumento per disciplinare il sistema politico dei Paesi disobbedienti che si battono per la loro sovranità, ma anche come modo per punire i popoli e spingerli alla povertà per esercitare pressioni sulla loro leadership politica. Ad oggi, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a 33 Paesi, tra cui il territorio di Gaza, a sud della Palestina occupata, dove oltre due milioni di persone soffrono per l’assedio e le sanzioni criminali di Israele/USA e alleati.

Cosa può essere più conveniente per gli Stati Uniti/Occidente di questo? Perché gli Stati Uniti dovrebbero pensare di rinunciare al loro controllo unipolare sul mondo? Perché mai dovrebbero consentire la possibilità di condividere tutti questi privilegi “egemonici” con altri grandi attori regionali e globali del mondo, pur conoscendone l’inevitabilità?

L’unica risposta alla dottrina statunitense dell’egemonia unipolare è imporre il sistema multipolare con tutti i mezzi possibili, attraverso la cooperazione e il rafforzamento delle relazioni con i Paesi del Terzo Mondo, le corporazioni continentali e regionali come l’organizzazione ALPA in America Latina, il CCG nella regione del Golfo Arabo, la Lega Araba, l’Unione Africana. Questa è l’unica strada per la pace, la sicurezza e la prosperità globale per tutti i continenti e le nazioni.

Cosa significa ordine mondiale multipolare per la Palestina occupata e il suo popolo?

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea continuano a ignorare tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite relative alla lotta palestinese per la liberazione e l’indipendenza, come il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione sulla terra dei loro antenati in quanto popolo indigente della Palestina occupata, la risoluzione 194 sul diritto al ritorno e decine di risoluzioni correlate che sono state riconosciute molto tempo fa, ma non sono state attivate, e così l’aggressione e l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese continuano, così come le sue sofferenze.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea chiudono un occhio sulle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele, tra cui l’assedio continuo alla Striscia di Gaza.

assedio continuo contro la Striscia di Gaza, dove due milioni di palestinesi sono prigionieri a cielo aperto, mentre la confisca delle terre palestinesi e la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, che l’Occidente considera illegali, non hanno mai votato a favore di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condanna le azioni coloniali di Israele. Questo è un peccato se ci rendiamo conto che gli Stati Uniti sono il principale paese finanziatore dell’”Israele” coloniale.

Inoltre, le azioni di soppressione coloniale israeliane stanno accelerando contro 4500 prigionieri politici palestinesi, centinaia dei quali soffrono di malattie croniche e rischiano una morte lenta a causa dell’assenza di cure mediche secondo la Convenzione di Ginevra. La politica di detenzione amministrativa, ereditata dall’epoca dell’occupazione britannica, è una punizione israeliana contro i prigionieri politici che nega loro qualsiasi processo legale. Shaikh Khader Adnan, in sciopero della fame da 87 giorni, è stato lasciato senza cure mediche adeguate e ha perso la vita come una delle ultime vittime di questa politica fascista.

Nonostante Amnesty International e Human Rights Watch abbiano denunciato che lo Stato di occupazione è in realtà e di fatto un sistema di apartheid, gli Stati Uniti bloccano ogni tentativo delle vittime palestinesi di portare il governo di occupazione davanti alla Corte penale internazionale (CPI).

In un mondo multipolare, l’unità nazionale, la cooperazione regionale e la resistenza a tutte le forme di egemonia occidentale avvicineranno noi palestinesi al raggiungimento del nostro diritto all’autodeterminazione, allo smantellamento del sistema coloniale di apartheid “israeliano” e all’istituzione di uno Stato democratico nella Palestina storica, basato su un sistema politico costituzionale che preservi l’uguaglianza, la giustizia sociale e i diritti umani per tutti sotto il ruolo delle istituzioni civili. Questo è l’unico percorso che può preservare la pace, la sicurezza e la prosperità a livello regionale e globale.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/il-nuovo-ordine-mondiale-e-la-prevalenza-del-multipolarismo

I fattori dietro la (sorprendente) tenuta economica della Russia

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di Giacomo Gabellini

Fonte: l’AntiDiplomatico

L’offensiva militare, economica, finanziaria e commerciale scatenata dal cosiddetto “Occidente collettivo” contro la Federazione Russa nasce da una palese sottovalutazione «della coesione sociale della Russia, del suo potenziale militare latente e della sua relativa immunità alle sanzioni economiche». L’intera campagna sanzionatoria imposta da Stati Uniti ed Unione Europea, in particolare, si fondava sulla previsione che la Russia non sarebbe stata in grado di reggere un lungo periodo di pressione economica e finanziaria esterna, in virtù della debolezza strutturale, dell’arretratezza e degli squilibri che caratterizzano il suo sistema produttivo.

I dati indicano che, alla fine del febbraio 2022, la Russia registrava un debito pubblico corrispondente ad appena il 12,5% del Pil, una posizione finanziaria netta fortemente positiva e riserve auree pari a circa 2.300 tonnellate. L’oro riveste una rilevanza particolare, trattandosi del tradizionale “bene rifugio” che tende sistematicamente a rivalutarsi proprio in presenza di congiunture critiche come quella delineatasi per effetto dell’attacco all’Ucraina. Stesso discorso vale per tutte le commodity di cui la Russia è produttrice di primissimo piano, dal petrolio al gas, dall’alluminio al cobalto, dal rame al nichel, dal palladio al titanio, dal ferro all’acciaio, dal platino ai cereali, dal legname all’uranio, dal carbone all’argento, dai mangimi ai fertilizzanti.

L’incremento combinato dei prezzi delle materie prime e dei prodotti raffinati i cui mercati risultano fortemente presidiati dalla Federazione Russa – la cui posizione si è ulteriormente rafforzata con l’incorporazione dei giacimenti di carbone, ferro, titanio, manganese, mercurio, nichel, cobalto, uranio, terre rare di vario genere e idrocarburi non convenzionali presenti nei territori delle repubbliche secessioniste di Donec’k e Luhans’k – ha per un verso penalizzato enormemente la categoria dei Paesi importatori netti, in cui rientra gran parte dell’“Occidente collettivo”. Per l’altro, ha assicurato alla Russia un volume di proventi talmente imponente da attenuare in maniera sensibile l’impatto dirompente prodotto dal congelamento delle riserve russe detenute presso istituzioni finanziarie estere.

I settori dell’economia russa ad alto valore aggiunto

Le principali categorie merceologiche di cui si compone l’export russo (petrolio, gas, materie prime, prodotti agricoli) delineano i contorni di un’economia non all’avanguardia, ma il discorso cambia completamente se si tengono in debita considerazione sia le punte di eccellenza raggiunte dal Paese in campo nucleare, aerospaziale, informatico e militare, sia il volume assai considerevole di entrate assicurato allo Stato dalla vendita all’estero di macchinari ed equipaggiamenti. Le attuali economie avanzate, strutturatesi nella forma odierna sulla base degli indirizzi strategici affermatisi a partire dagli anni ’80, poggiano soprattutto su attività ad alto valore aggiunto riconducibili al settore terziario, che apportano un contributo alla formazione del Pil di gran lunga superiore a quello assicurato dai comparti ricompresi nei settori primario e secondario. Nelle economie moderne, servizi finanziari e assicurativi, consulenze, nuovi sistemi di comunicazione e design risultano predominanti rispetto ad agricoltura, manifattura, estrazione di idrocarburi e minerali.

Un Paese come gli Stati Uniti può quindi contare sul colossale apporto alla “produzione di ricchezza” fornito dalle spese sanitarie gonfiate a dismisura, dalla crescita esorbitante delle cause legali fittizie che arricchiscono interi eserciti di avvocati, dal sistema carcerario privatizzato che fa lobby al Congresso per ottenere leggi in grado di garantire il maggior numero di detenuti possibile, ecc.

Alcuni economisti sia europei che statunitensi si sono addirittura spinti a sostenere l’integrazione della prostituzione e del traffico di stupefacenti nel paniere dei servizi che concorrono alla formazione del Pil.

I (veri) dati dell’economia russa

Se, come evidenziano i dati della Banca Mondiale, in termini di Pil nominale l’economia russa (1.779 miliardi di dollari nel 2022) risulta paragonabile per dimensioni a quella italiana (2.108 miliardi), sotto il profilo della parità di potere d’acquisto (4.808 miliardi, contro i 2.741 dell’Italia) tende invece ad avvicinarsi a quella tedesca (4.848 miliardi). Ma, evidenzia l’economista Jacques Sapir, neppure il Ppa riflette appieno la rilevanza della Federazione Russa, i cui vantaggi strategici connessi a “stazza”, posizione geografica e struttura economica a trazione agricolo-industriale-edilizia le conferiscono una capacità di resistenza pressoché inconcepibile per ogni altro Paese.

L’economia della Russia, che con una popolazione universitaria di 2,2 volte inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti forma il 30% di ingegneri in più, si incardina infatti su produzioni fondamentali, perché necessarie alla soddisfazione dei bisogni primari. Idrocarburi, metalli, cereali, fertilizzanti, mangimi sono risorse imprescindibili per garantire riscaldamento e sicurezza sia alimentare che energetica.

Condizioni assicurate in periodi di stabilità, ma che divengono improvvisamente vacillanti in presenza di congiunture geopolitiche altamente conflittuali, in cui si riscopre il primato di petrolio, gas, alluminio, nichel, grano, ecc. rispetto a tutto il resto. La rivista «The American Conservative» nota in proposito che: «la spettacolare crescita dei settori ad alta intensità di capitale, insieme alla loro ricchezza nominale e produttività, ha portato molti a Washington e in varie capitali occidentali non solo ad abbracciarli, ma anche a preferirli politicamente, culturalmente e ideologicamente. Noi americani siamo particolarmente orgogliosi, ad esempio, del successo dei nostri giganti della tecnologia come motori di innovazione, crescita e prestigio nazionale. Internet e le varie applicazioni per gli smartphone sono considerate da molti intrinsecamente democratizzanti, fungendo effettivamente da canale di diffusione per i valori americani e di promozione degli interessi nazionali statunitensi. Questo amore per i settori dei servizi si traduce in una tendenza a identificare le industrie ad alta intensità di manodopera del passato – energia, agricoltura, estrazione di risorse, produzione – come reliquie del passato. Ma questa prospettiva distorta ci ha lasciato impreparati per un mondo in cui i beni tangibili sono ancora una volta di vitale importanza, come dimostrato plasticamente dalla guerra in Ucraina».

 

 

Il conflitto in Ucraina: i numeri del complesso militare industriale

Come ha dichiarato nel febbraio 2023 il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, lo schieramento atlantista aveva fino a quel momento assicurato all’Ucraina un’assistenza militare, finanziaria e umanitaria senza precedenti, quantificata in 120 miliardi di dollari. Il trasferimento di materiale bellico a Kiev si è rivelato talmente ingente da svuotare letteralmente gli arsenali di molti Paesi membri della Nato. La Danimarca ha consegnato tutti e 19 gli obici semoventi di fabbricazione francese Caesar in proprio possesso. Il Ministero della Difesa tedesco ha ammesso che, qualora si fosse ritrovata a combattere una guerra ad alta intensità come quella russo-ucraina, la Germania avrebbe esaurito le munizioni nell’arco di appena due giorni. Stesso discorso vale per Francia e Gran Bretagna, mentre il Pentagono ha avanzato dubbi circa la capacità degli Stati Uniti di continuare a rifornire l’Ucraina senza distogliere armi ed equipaggiamenti da teatri di primario interesse quali quello del Mar Cinese meridionale. Alla fine del 2022, rilevava il Royal United Services Institute britannico, il Dipartimento della Difesa statunitense aveva ceduto all’Ucraina «circa un terzo delle riserve di missili anticarro Javelin e di quelli antiaerei Stinger: ripianare tali scorte richiederà rispettivamente 5 e 13 anni». Per quanto concerne le munizioni dei lanciarazzi campali multipli Himars, «a fronte di una produzione di 9.000 razzi all’anno, le forze armate ucraine ne consumano almeno 5.000 al mese».

Nemmeno il rapido e imponente incremento (500%) della produzione di proiettili d’artiglieria realizzato dal “complesso militar-industriale” è risultato sufficiente a compensare l’erosione delle riserve strategiche di armi e munizioni a disposizione degli Usa. Al punto da indurre Washington a rivolgersi alla Corea del Sud, il cui governo ha «accettato di fornire in prestito agli Stati Uniti 500.000 proiettili di artiglieria da 155mm che non saranno però forniti a Kiev ma consentiranno all’Us Army di non depauperare troppo le sue riserve di munizioni ridottesi in seguito alle massicce forniture all’Ucraina». Come ha riconosciuto Stoltenberg, «il nostro attuale ritmo di produzione delle munizioni è di molte volte inferiore al livello di consumo da parte dell’Ucraina», che risulta a sua volta enormemente ridotto rispetto a quello della Russia. La quale è riuscita a sparare fino a 50.000-60.000 proiettili d’artiglieria al giorno a fronte dei 5.000-6.000 esplosi dall’Ucraina e – secondo fonti di intelligence britanniche riportate dal «Washington Post» – a produrne nell’arco del 2022 qualcosa come 1,7 milioni di unità, contro le 180.000 fabbricate dagli Usa. Segno di una capacità industriale notevolissima, supportata da catene di approvvigionamento di materiali critici e componentistica solide e perfettamente funzionanti.

Il finanziamento dello sforzo bellico, per di più, non ha comportato alcuna distorsione della struttura economica russa; lo si evince da una stima formulata da una fonte “al di sopra di ogni sospetto” come l’«Economist», secondo cui le spese militari sostenute da Mosca nel corso del primo anno di guerra avrebbero assorbito circa 67 miliardi di dollari, pari ad “appena” il 3% del Pil russo. Una percentuale tutto sommato modesta, specialmente se raffrontata a quelle raggiunte sia dall’Unione Sovietica (61%) che dagli Stati Uniti (53%) nelle fasi più acute della Seconda Guerra Mondiale.

La vera forza dell’arsenale difensivo a disposizione della Russia risiede quindi nelle caratteristiche della sua struttura economica nella centralità che il Paese riveste rispetto al commercio internazionale, oltre che nell’indisponibilità del resto del mondo ad aderire alla campagna sanzionatoria imposta dal cosiddetto “Occidente collettivo”. Nonché dall’attivismo della Repubblica Popolare Cinese; di fronte al deflusso delle multinazionali occidentali dal Paese, Mosca ha reagito non soltanto nazionalizzandone gli asset e affidando la gestione degli stabilimenti sottoposti a confisca ad amministratori esterni secondo una logica di preservazione della continuità aziendale implicante necessariamente anche il sequestro dei brevetti (in assenza dei quali la produzione rimane pressoché impossibile), ma anche schiudendo le porte del mercato nazionale alle società sia pubbliche che private cinesi. Le quali hanno prontamente occupato gli spazi lasciati vuoti – soltanto parzialmente – dalle aziende europee e statunitensi, e costituito allo stesso tempo alleanze strategiche con le imprese locali operanti nei cruciali settori energetico, minerario e metallurgico.

Tutti aspetti, questi ultimi, che politici e specialisti di spicco del cosiddetto “Occidente collettivo”, persuasi che le misure punitive “da fine del mondo” avrebbero condannato la Russia all’isolamento e alla bancarotta nell’arco di poche settimane, non sono stati minimamente in grado di prevedere, nell’ambito di quello che l’economista Patricia Adams considera «il più monumentale errore di calcolo della storia moderna».

Rosso&Nero – Telenuovo Castagna. “basta guerra, società multipolare”

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Circa una volta al mese il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna viene invitato alla trasmissione Rosso&Nero su Telenuovo dal conduttore Mario Zwirner.

Ecco l’ultima volta, lunedì 5 Giugno 2023, conduttrice Antonella Manna in sostituzione temporanea di Mario Zwirner. Ospiti con Castagna collegato tramite Skype: Etta Andreella (Pd), Marcello Bamo (Lega, sindaco di Noventa Padovana) Qualche piccolo sfottò ironico con Andreella, che avendo presagito cosa io avrei potuto dire sul ruolo delle donne nella loro dimensione domestica, si è beccata la battuta d’esser la “maga Circe” di Telenuovo, che legge nel pensiero altrui… e un rimbrotto all’esponente della Lega sulla guerra in Ucraina, che gli fa fare marcia indietro…

la registrazione: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13282314

Ideologie

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di Marco Tarchi

Fonte: Diorama letterario

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi.

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi. Si pensava che sopravvivessero soltanto in microscopiche nicchie destinate a una lenta progressiva estinzione, dove conventicole di fanatici si intestardivano a celebrare i loro riti fuori dal tempo, a farsi coraggio a vicenda per superare il crescente isolamento, a coltivare rabbiosi e utopici sogni di rivalsa. Insomma, per le ideologie si era intonato il de profundis, in un primo momento in modo ancora circospetto, quasi sottovoce, poi con toni sempre più alti, fino a giungere – dopo la svolta avviata dal memorabile autunno 1989 – ad un coro possente alimentato dai proclami paralleli di politici ed intellettuali (specialmente da quelli che, nell’uno e nell’altro campo, più avevano creduto e fatto credere nella loro benefica insostituibilità e che adesso, con atti di pubblica contrizione più o meno sincera ed esibita, si dichiaravano pentiti e convertiti).

Nata, come tutte le mode culturali del secondo dopoguerra, negli Stati Uniti d’America con il libro del 1960 The End of Ideology, una raccolta di scritti di Daniel Bell, un sociologo che, per dare ulteriore credibilità a quanto sosteneva non esitava a definirsi «socialista in economia, liberale in politica e conservatore nella cultura», la tesi della scomparsa dei sistemi di credenze politico-sociali dall’orizzonte della contemporaneità – che lo stesso Bell avrebbe definito una dozzina di anni dopo, con innegabile acume, «postindustriale», è stata ovviamente a lungo contrastata, spesso con una malcelata irritazione, dai teorici del marxismo e delle sue varie derivazioni. Quando queste ultime hanno subìto la dura replica della storia, ha dilagato senza trovare ostacoli, banalizzandosi fino a diventare un luogo comune spacciato senza ritegno nei salotti televisivi come nelle aule o nei convegni universitari.

In questo percorso, della tesi sono andati smarriti, o sono rimasti sottotraccia, alcuni dei connotati originari fondamentali. Bell infatti aveva sostenuto che ad essere in via di esaurimento erano le vecchie “ideologie umanistiche” sviluppatesi nel corso del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo secolo, ma che altre credenze, di raggio più limitato (parochial), ne avrebbero preso il posto. E quella sua intuizione trovava a suo avviso conferma, come sostenne nell’introduzione alla nuova edizione del 2000 della sua più nota opera, nel fiorire di conflitti ispirati a rivendicazioni di carattere etnico e/o religioso che allora si manifestavano soprattutto all’interno degli Stati dell’ex-blocco sovietico (e che, da allora in poi, si sono estesi a molte altre aree del pianeta). Una visione che aveva non poche somiglianze, se non coincidenze, con quella espressa nel troppo spesso mal (o non) letto e frainteso lavoro di Samuel Huntington su Lo scontro delle civiltà.

Se dunque non si può far carico a Bell della distorsione del suo punto di vista, o dell’attribuzione di intenzioni che il suo studio non aveva, questa colpa va attribuita a molti di coloro che sul tema da lui sollevato hanno ricamato, in buona o in mala fede, per diffondere la convinzione che ai nostri giorni i conflitti politici, sociali e culturali che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi abbiano a che fare non più con opposte visioni del mondo ma, più prosaicamente, con divergenze sul modo di risolvere razionalmente problemi di interesse pubblico o con semplici appetiti di potere di individui e/o gruppi mossi da ambizione, avidità o – perché no? – follia o altre patologie psicologiche.

Cavalcando questa lettura, gli scopi che si vogliono raggiungere sono di una duplice natura. Da un lato, si vuol far credere che, una volta lacerato il velo accecante dei “pregiudizi” ideologici, tutte le questioni rilevanti che attraversano le società odierne possano e debbano essere risolte ricorrendo ad argomenti e soluzioni “razionali”, a partire dal paradigma utilitaristico che lega la bontà di ogni azione al rapporto costi/benefici (individuali o collettivi) che la ispira. Dall’altro, si punta a fare dell’”Occidente liberale” il luogo esclusivo di elezione e applicazione di questa razionalità, e quindi a fare dei criteri di ragionamento e di comportamento a questa ispirati il modello unico ideale a cui ogni governo, ogni uomo politico, ogni intellettuale – ma, in fondo, ogni individuo – dovrebbe in qualunque frangente ispirarsi e piegarsi. Detta più sinteticamente e in altri termini, dietro questa apparente negazione del ruolo svolto dalle ideologie nella nostra epoca c’è la precisa volontà di far crescere ulteriormente giorno dopo giorno, con tutti gli strumenti del soft power, l’unica ideologia che la ruling class considera proficua ed ammissibile: l’occidentalismo.

Va detto, ad evitare fraintendimenti, che – pur poggiando su alcuni pilastri indiscutibili, che nella loro essenza derivano dalla “rivoluzione moderna” attivata dalla predicazione illuministica – questa ideologia non presenta la stessa monoliticità e fissità delle ideologie del passato recente, provviste di padri fondatori e “testi sacri”. Nelle espressioni concrete dimostra una capacità di adattamento ed evoluzione notevole, che le permette di declinarsi in forme distinte e persino in taluni casi in apparenza contrastanti, allargando la platea potenziale dei suoi destinatari. Se l’individualismo, l’universalismo, il materialismo e il cosmopolitismo sono i suoi caratteri di fondo irrinunciabili, il repertorio delle sue incarnazioni può variare lungo l’intera vasta gamma di opzioni offerta dalle varianti del liberalismo, dalle versioni più conservatrici alle più progressiste, passando per gli ibridi socialdemocratici. E soprattutto può assumere il travestimento più efficace, presentandosi come un sinonimo di democrazia e innalzando il vessillo delle libertà (formali e individuali) come paravento, pur liquidando contemporaneamente il popolo – quel demos cui la parola attribuisce il kratos – come un mito, un’entità introvabile, una mera finzione, o, peggio, un veicolo di demagogia dietro cui spunta l’ombra dell’autoritarismo. Perché non al popolo, ma all’individuo – che è l’unica entità reale riconosciuta in quest’ottica – questa ideologia attribuisce il primato.

Se si è capaci di identificarla, o meglio di smascherarla, oltrepassando la cortina fumogena delle manipolazioni dei suoi divulgatori, questa ideologia occidentalista – spesso definita, con minore precisione, pensiero unico, pensiero dominante, politicamente corretto – si mostra oggi in tutta la sua aggressività in tutti i campi della vita collettiva. Nelle versioni progressiste è alla base del forte slittamento della “sinistra” dalla difesa dei diritti sociali all’affermazione dei diritti individuali – laddove i primi erano e sono definiti da oggettive condizioni economiche condivise da cospicue frazioni della popolazione, le (un tempo) cosiddette classi subalterne, mentre i secondi si basano sulla pretesa di riconoscimento giuridico di desideri soggettivamente coltivati da minoranze (come nella maggioranza delle rivendicazioni Lgbtq+, dai matrimoni e dalle adozioni omosessuali alla possibilità arbitraria di “cambiare genere” a prescindere dalla propria configurazione cromosomica e, più in generale, biologica). Nelle versioni conservatrici determina sia la progressiva rimozione dei limiti all’espansione planetaria delle grandi concentrazioni economico-finanziarie, con tutte le connesse conseguenze sulle delocalizzazioni industriali, le strategie di dumping, la sostituzione del lavoro umano con l’impiego di macchine guidate dall’”intelligenza artificiale”, e in definitiva il trionfo della logica capitalistica e consumistica più brutale, sia l’adesione incondizionata, a volte supina ma non di rado entusiasta, al progetto di ulteriore rafforzamento dell’egemonia planetaria degli Stati Uniti d’America, che dell’ideologia occidentalista sono la culla, il fulcro e la garanzia.

È in obbedienza agli imperativi di questa ideologia che oggi assistiamo a campagne di propaganda senza precedenti – in apparenza distinte e persino remote, ma di fatto convergenti – volte a vincere ogni residua resistenza al dilagare della way of life occidentalista. Non c’è alcun bisogno di credere, come è tipico di taluni ambienti marginali ed infantilmente estremisti, ad un complotto ordito in segrete stanze per fa trionfare il Nuovo Credo dell’era globalizzata. Come in tutti i casi in cui si è assistito al dilagare di febbri ed infezioni ideologiche, è la saldatura fra presupposti empirici e suggestioni teoriche a fare da veicolo delle convinzioni indotte che via via si impongono. Quando i mezzi d’informazioni impiegano l’arma psicologica del ricatto fondato sulla commozione e sulla compassione per giustificare l’accesso indiscriminato delle masse migratorie in Europa o per fare del conflitto russo-ucraino l’emblema della lotta finale tra il Male e il Bene, oppure si sforzano di giustificare gli atti di vandalismo degli “ecologisti radicali” o degli iconoclasti attivisti della cancel culture, o le pretese di chi, in nome dell’antirazzismo o della “letta contro le discriminazioni”, mira a promuovere un razzismo di segno inverso e ad imporre un senso di colpa generalizzato a tutti coloro che hanno il “difetto” di essere nati con la pelle bianca e di sesso maschile, non ci si può stupire se i loro messaggi trovano ascolto in considerevoli settori della popolazione, specialmente fra i più giovani, che hanno ormai da tempo abbandonato la lettura e la riflessione per concedere a tv e “social” la possibilità di plasmare e deformare le loro menti.
Se questa è la situazione che ci troviamo dinanzi, è bene che quanti non intendono restare inerti a contemplarla e desiderano, invece, combatterla si rendano conto che alle suggestioni dell’ideologia non si può far fronte che con la forza di credenze alternative in grado di reggere il confronto. E che un primo passo indispensabile per ostacolare seriamente la penetrazione sempre più invadente dei dogmi occidentalisti è l’elaborazione di una visione coerente e sistematica che abbia alla sua base i principi simmetrici a quelli proclamati dagli avversari: comunitarismo e visione olistica della società, radicamento nelle identità plurali delle culture che regalano al mondo la ricchezza della sua diversità, richiamo alle tradizioni popolari, riscoperta del Sacro, giustizia sociale, accettazione dell’esistenza di un ordine naturale.

È questa la strada che abbiamo intrapreso quasi mezzo secolo fa e che abbiamo costantemente percorso malgrado gli ostacoli, le incomprensioni, i boicottaggi, le irrisioni e le diffamazioni a cui abbiamo dovuto far fronte. È il motivo per cui, fin dall’inizio, abbiamo valorizzato il contributo di riflessione che ci veniva da chi, come noi, perseguiva gli stessi obiettivi in altri paesi – Alain de Benoist in primo luogo –, senza complessi di inferiorità e senza nascondere, quando ci sembrava necessario, qualche divergenza, ma sforzandoci di promuovere un proficuo interscambio di idee. Ed è anche la ragione che ci ha portato, e ci porta, non solo a rifiutare gli inutili e controproducenti richiami a modelli del passato inadatti al confronto con la nostra epoca, ma anche i compromessi opportunistici con il pensiero dominante. Abbiamo scelto la via metapolitica, e abbandonato quella politica, perché la sapevamo più efficace e libera dalle tentazioni dell’abiura. E, ancora una volta, facciamo appello a coloro a cui giunge la nostra voce perché vogliano condividere questa nostra scelta in vista degli obiettivi comuni, scartando scorciatoie, nostalgie, ipocrisie. Solo così si potrà lanciare una sfida efficace alla sola egemonia ideologica oggi esistente, quella dell’occidentalismo liberale.

(l’editoriale di Diorama Letterario 373)

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