Il woke ha nauseato tutti: l’Fc Barcellona perde 400mila follower per aver sostenuto il Pride

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di Cristina Gauri

 

Roma, 3 lug — Il popolo delle piattaforme social è sempre meno incline a farsi somministrare contro la propria volontà le — ormai giornaliere — badilate di propaganda woke-Lgbt in ogni contesto della propria esistenza, in particolar modo a giugno, mese dell’orgoglio arcobaleno: ne dà l’esempio l’Fc Barcellona, che in 48 ore si è visto diminuire il proprio bacino di utenti Instagram di 440mila unità dopo essersi posizionato in favore del mese del Pride pubblicando la classica parata di bandiere Lgbt.

Mostra la bandiera Lgbt, l’Fc Barcellona perde 400mila follower

Una perdita che può sembrare relativa (il Barça vanta un seguito immenso, 122 milioni di follower) ma la cifra rimane significativa se pensiamo che, come riporta la Gazzetta, «nella settimana precedente lo stesso account viaggiava a una media di 35.909 follower in più al giorno». E’ stato il giornalista catalano David Saura a notare il picco negativo di disiscrizioni al canale, postando i dati sul suo account Twitter e segnalando il fatto ai dirigenti del Barcellona. Oltre al calo evidente di follower, impossibile ignorare la bufera di commenti negativi sotto al post, contrastata da qualche flebile messaggio di incoraggiamento a tinte Lgbt.

Solita ipocrisia woke

Messaggi di incoraggiamento i cui toni si sono smorzati, tramutandosi in accuse di ipocrisia woke e di voler semplicemente cavalcare l’onda del Pride per fini pubblicitari, quando in molti hanno notato che i messaggi di sostegno all’orgoglio arcobaleno e la foto profilo con il simbolo del Barcellona sullo sfondo della bandiera Lgbt comparivano su tutti gli account internazionali della squadra… tranne quelli in arabo. Ma il team spagnolo è in buona compagnia: si tratta della solita «svista» in cui ogni anno incappano fior di multinazionali e società quotate in borsa. Profluvi di arcobaleni e messaggi solidali con la causa dell’inclusione e il sostegno dei diritti, un grigio silenzio tombale sui canali di Turchia, nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

 

 

articolo completo: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/barcellona-perde-400mila-follower-sostenuto-pride-266144/

 

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

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di Valerio Savioli

 

Roma, 3 ug — Il pride month è finalmente terminato; per tutta la durata del mese dedicato all’orgoglio arcobalenico in occidente abbiamo assistito alle solite parate colorate e all’ormai collaudata presa di posizione cromatica delle principali multinazionali. Un coro che canta più o meno all’unisono ma dal quale qualche voce, o qualche strofa, stona più delle altre: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi bambini”.

“Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: al NY Pride non potevano essere più chiari

Questo il canto filmato in una clip dal giornalista e inviato Tim Cast, già noto per una serie di importanti reportage tra cui quelli provenienti dai prodigi della Scandinavia multiculturale e soprattutto da quella Svezia, sogno bagnato dei progressisti nostrani, capace di stare sul podio delle nazioni con più stupri al mondo.

Ma torniamo all’argomento principale di questo scritto, i 21 secondi filmati da Tim Cast sono già stati visti da più di cinque milioni di persone. Nel breve video, effettuato durante la parata di New York del 24 giugno tenutasi in occasione dell’anniversario dei moti di Stonewall del 1969, data a cui si fa risalire la nascita del movimento di liberazione gay, si può chiaramente sentire scandito il canto dei manifestanti: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. La notizia è stata ripresa da NBC e da altri media mainstream, con il tentativo di minimizzare l’episodio, uno sforzo però malriuscito.

“Solo” parole?

NBC, ad esempio, ha contattato Brian Griffin, il cui nome d’arte da drag queen è Harmonie Moore, l’originale organizzatore della NYC Drag March, il quale però, con una certa spavalderia, tra una battuta sui peli pubici e sex toys rincara la dose andando apparentemente fiero di quanto lui stesso ha cantato in passato in altri pride: “Uccidi, uccidi, uccidi, veniamo a uccidere il sindaco” e ancora: “Le persone alla Drag March cantano regolarmente ‘Dio è lesbica. Sono solo parole’, è tutto presentato per soddisfare i loro peggiori stereotipi su di noi.”

Già, solo innocenti parole e sottili provocazioni utilizzate nei confronti dei cattivoni reazionari, minacce di morte incluse, che però, come lo stesso Griffin sostiene, pensate come pungolo per controbattere certi stereotipi affibbiati alla comunità LGBT, guarda caso gli stessi stereotipi di cui si lagnano ritenendoli infondati e… stereotipizzanti!

Quelli del Pride convertiranno i tuoi bambini… ma solo per scherzo

Ma veniamo al canto in oggetto, quello che la folla festosa newyorchese intona gaiamente con quelle parole per nulla inquietanti: “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi figli”: non si può non ricordare quando il San Francisco Gay Mens Chorus pubblicò una canzone nel luglio 2021 canticchiando che “convertiremo i tuoi figli” e che quella era “l’agenda gay”; nello specifico: “Convertiremo i tuoi figli. Succede a poco a poco. Silenziosamente e sottilmente. E lo noterai a malapena”.

Secondo la NBC, che avrebbe interpellato “partecipanti di lunga data” dei pride e delle drag march, la suddetta strofa sarebbe stata usata per anni durante gli stessi pride: nel 1990 il canto era “We’re here, we’re queer, we’re not going shopping” ma le manifestazioni si erano tenute presso i centri commerciali e lo scopo era quello di attirare fondi per fronteggiare la crisi da Aids.

Provocazioni a targhe alterne

Gli intervistati avrebbero sostenuto quello che dice anche Griffini ossia “che [quel canto sui bambini N.D.A.] è una delle tante espressioni provocatorie utilizzate per riprendere il controllo degli insulti contro le persone LGBTQ”, stracciandosi però le vesti, al tempo stesso, per la stigmatizzazione del video da parte degli attivisti di destra americani. Chiaramente sono dichiarazioni privi di qualsivoglia sostenibilità logica, non si capisce per quale ragione una comunità che non voglia essere etichettata o stereotipata delle peggiori accuse – negli USA divisi dalle culture wars e dalle identity politics che oppongono visioni radicalmente ed esistenzialmente opposte e inconciliabili, le destre più radicali fanno spesso uso del termine groomers, adescatori -, faccia di tutto per rinforzare gli stessi stereotipi.

 

articolo completo: Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video) (ilprimatonazionale.it)

Zitti tutti parla Draghi

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di Fabio Bonciani

 

Dopo l’austerità espansiva e la siccità piovosa ecco a voi la bassa crescita con alti deficit!

E se a dirlo è Mario Draghi, dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi un massiccio martellamento mediatico su questo assurdo concetto, che solo la diabolica sfacciataggine del Potere e la stupidità di coloro che ancora continuano a non ragionare con la propria testa, potranno renderlo assunto credibile alla maggioranza.

Di questo passo a breve avremo il grasso snello, il cantante muto e l’erezione moscia!

Tanto il popolino, che ormai si beve tutto, è plagiato a tal punto che nemmeno riesce più a cogliere la contraddittorietà di un concetto a livello grammaticale.

Mario Draghi, è tornato a parlare pochi giorni fa e lo ha fatto dagli Stati Uniti durante il discorso di ringraziamento pronunciato nelle stanze del  MIT Golub Center for Finance and Policy  dove è stato onorato del premio Miriam Posen.

E come sempre quando Supermario parla, pontifica quello che di peggiore i poteri profondi hanno in serbo per noi:

La guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione sono il segnale di un «cambiamento di paradigma» che «può portare a tassi di crescita potenziale più bassi» e che «richiederebbe politiche che possono causare deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati». [1]

Sì, avete compreso bene, Mario Draghi ci dice che in conseguenza della guerra in Ucraina e del fenomeno inflattivo in corso, ci dobbiamo rassegnare a non crescere e quindi a ‘tirare ancora di più la cigna’, di quanto non abbiamo fatto fino ad ora. Di di contro – ordina il nostro ex-premier – i deficit dei governi dovranno salire insieme ai tassi di interesse.

E’ bene ricordare per i più distratti che, entrambi gli eventi che Draghi cita come la causa delle nostre ennesime sofferenze, non sono certo origine di disgrazie divine; ma bensì frutto della diretta azione di Supermario-premier uomo delle lobbie, da sempre esecutore fedele dei voleri dei potenti. Sia la decisione di coinvolgere il nostro paese nella guerra in Ucraina che quella di sottoporlo al massacro di una inflazione frutto dell’inerzia del suo stesso governo di fronte alla delinquenziale speculazione energetica, sono due eventi ben inseriti all’interno di quello che è il progetto elitario di controllo e saccheggio dei popoli occidentali, al quale Draghi ha da sempre aderito, sia intellettualmente che nella sua messa in pratica.

Ed ora Draghi, con questo suo intervento ci conferma che la costruzione della piramide di Davos sta andando avanti aggiungendo frode su frodi a livello dottrinale, per tenere in piedi questo progetto predatorio che giorno dopo giorno, sempre più si scontra con gli Dei che governano la scienza economica, i quali paiono essere rimasti gli unici a non avere padroni.

Dopo che per decenni, a discapito della crescita e del benessere comune, i deficit governativi erano identificati come le bestemmie in chiesa, oggi Mr Britannia, ci dice che i deficit saranno necessari per uscire da questa drammatica situazione di stato recessivo perenne, aggravato ancor di più dagli eventi citati e dalla pandemia.

Bene, “finalmente i deficit” e la tanto desiderata crescita, verrebbe da dire!

Ma de ché! direbbero sulla sponda opposta del Tevere…..

Infatti, ghiacciando subito i nostri entusiasmi, le parole esplicite di Draghi ci dicono: “deficit sì…. ma non aspettatevi la crescita!”

Alt! qualcosa non torna, direbbe chi ha un minimo di basi di scienza economica corretta!

Ma se con i surplus governativi – in esecuzione delle politiche di austerità, che ogni nostro governo ha conseguito pedissequamente in questi anni – abbiamo stoppato la crescita; di contro se ora, come ci dice Mario Draghi, sta iniziando l’era dei deficit, finalmente arriverà anche la tanto desiderata crescita con benessere generalizzato al seguito.

Ed invece NO!

“Saranno deficit che porteranno decrescita economica”, dice Draghi!

Tutto questo ha veramente dell’incredibile!

Spero con tutto il cuore che anche i più fessi comincino a capire!

Quindi i deficit ci saranno, come del resto mai hanno smesso di esserci anche in questi anni…. e questo è dimostrabile attraverso la semplice aritmetica, stante il fatto che a livello numerico qualsiasi debito pubblico di tutti i paesi del pianeta Terra, aumenta ininterrottamente da almeno duecento anni.

Ma, non solo i deficit continueranno ad esserci, ma addirittura – in barba ai fondamentalisti del debito – Draghi ci dice che, dovranno persino, essere ancora maggiori.

Ma se i deficit saranno sempre maggiori, il che significa maggiore quantità di denaro immessa nel sistema economico, mi spiegate come fa Draghi, di contro, a prospettare la decrescita economica?

Semplice, molto semplice!

La decrescita che Draghi prospetta sarà sempre per i soliti noti, ovvero la maggioranza della popolazione, mentre gli appartenenti alla medesima e ristretta élite saranno come al solito travolti dallo tsunami di una crescita finanziaria senza fine.

I deficit, come ci confessa Draghi, non saranno per occupazione e consumi, finalizzati a quel benessere comune presupposto essenziale per il quale si possa ritenere di vivere in una buona economia, ma verranno destinati alla spesa militare per un riarmo a livello europeo ed al pagamento di interessi sul solito fantomatico debito.

Niente di nuovo tranne l’affitto però! canterebbe Zucchero…..

I ricchi saranno sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, verso livelli di sottomissione delle proprie vite al padrone, sempre più assimilabili ad una moderna schiavitù in salsa-digital.

Certo, se continueremo a dedicare il deficit alla sola spesa per interessi, per consegnare denaro al solo 5% degli italiani (di fatto un vero e proprio reddito di cittadinanza per ricchi), come nel nostro paese stiamo ormai facendo da tre decadi, la crescita ed il benessere generalizzato ce lo passiamo scordare… in questo Draghi sa bene quello che dice e fa!

Come detto, riguardo alla destinazione dei deficit del governo, Draghi ci indica anche un’altra precisa destinazione, utile per mantenere il sistema attuale ed ingrassare le tasche di certe lobbie:

«Mentre noi eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia stava preparando il suo ritorno», ha detto. «Le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative», ha aggiunto Draghi. «In primo luogo, l’Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa». In secondo luogo, «dobbiamo essere pronti a iniziare un percorso con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato». [1-ibidem]

Vladimir Putin e la Russia fanno paura agli ideatori del progetto europeo. Il mondo multipolare che a Mosca stanno progettando, insieme alla Cina ed i BRICS, rappresenta il pericolo più grande per la sopravvivenza dell’euro e della UE stessa; e sappiamo bene che quando la moneta unica è in pericolo, l’intervento di Draghi è sempre richiesto con estrema urgenza.

Quindi, se oltre oltreoceano oggi l’invio di armi pesanti in Ucraina è quanto meno ambiguo per non dire latitante e con la prospettiva che possa diventare nullo con il ritorno di Donald Trump alla presidenza, risulta estremamente chiara la necessità, espressa da Draghi, di dedicare grandi deficit governativi al riarmo europeo.

L’ormai nota avversione di Trump verso la NATO, dove Draghi punta a far entrare al più presto l’Ucraina, e l’espressa volontà del Tycoon – una volta tornato in sella alla Casa Bianca – di fermare il conflitto cristallizzandolo sulle posizioni richieste da Putin, rischia di far saltare la UE e l’intera élite globalista di stampo massonico, ideatrice del sistema-euro.

Il tempo stringe e Mario Draghi sembra proprio disposto a tutto!

“La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile” ma “un passo premeditato di Vladimir Putin e “un colpo intenzionale per l’Ue”[2] – afferma Draghi, per giustificare il suo intento guerrafondaio, già pienamente espresso fin dall’inizio del conflitto, quando sedeva a Palazzo Chigi.

“I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica”, ed è “per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra”. [2-ibidem] – ha aggiunto Draghi, ricorrendo persino a quei valori nobili come la pace, la libertà e la democrazia; gli stessi valori che da lunghi anni, Draghi stesso spregia, all’interno di quello che è il progetto predatorio europeo, da lui sostenuto senza il minimo rimorso di coscienza.

Se ancora molti italiani non lo avessero capito, siamo a pieno titolo in guerra contro la Russia ed i suoi alleati da più di un anno. E se saremo vittime di una sempre più probabile escalation, dopo le seguenti parole di Mario Draghi, sapremo anche chi ringraziare.

Deve farci veramente riflettere, come tali fortissime parole siano pronunciate da chi in questo momento, ufficialmente, non ricopre nessuna carica istituzionale nel nostro paese, ma che da tutti è riconosciuto come un uomo appartenente ai poteri forti.

Questo ci certifica che la democrazia ormai nel belpaese è più che una chimera. Se un uomo della strada avesse pronunciato le medesime parole guerrafondaie, che Draghi ha lanciato di fronte ad una platea internazionale; parlando di fatto a nome del paese ed in spregio alla nostra Costituzione – che la guerra la ripudia (come offesa) – sarebbe già stato arrestato e sottoposto ad indagine accurata.

Ma Draghi no! a lui tutto è permesso, anche di parlare a nome del suo governo fantoccio….

 

Articolo completo: Zitti tutti parla Draghi – IdeeAzione

“Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc

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di Nicola Porro

“Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc

Ogni giorno uno sguardo alternativo al mondo americano e sudamericano

Il presidente dell’Iran in Venezuela, Nicaragua e Cuba: “Abbiamo interessi e nemici comuni”

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ieri ha incontrato Nicolás Maduro a Caracas e ha firmato 25 accordi in molteplici settori al fine di rafforzare la cooperazione contro i “nemici comuni”. “La relazione tra Iran e Venezuela non è una normale relazione diplomatica, ma una relazione strategica tra due paesi che hanno interessi comuni, visioni del mondo comuni e nemici comuni”, ha detto Raisi in una dichiarazione con Maduro, in cui ha detto di voler ampliare il commercio bilaterale a 10 miliardi di euro l’anno.

“L’Iran sta giocando un ruolo da protagonista come una delle più importanti potenze emergenti nel nuovo mondo”, ha detto Maduro. “Insieme saremo invincibili!”, ha gridato il leader socialista con un’immagine sullo sfondo delle bandiere del Venezuela e dell’Iran che si fondono in una sola. Maduro ha consegnato al presidente iraniano la decorazione “Order Libertadores y Libertadoras de Venezuela”. Oggi il presidente iraniano è da Ortega, in Nicaragua, poi a Cuba.

Il governo cubano è responsabile della morte dei dissidenti Oswaldo Payá e Harold Cepero

I due morirono in un incidente d’auto nel 2012 e ieri, il principale gruppo per i diritti umani nell’emisfero occidentale, la Corte Interamericana, ha concluso che gli agenti della sicurezza dello stato cubano sono stati coinvolti nella loro uccisione e che il regime dell’Avana ha la responsabilità della loro morte. Nel rapporto che conclude l’indagine aperta nel 2013, la Commissione interamericana dei diritti umani, afferma che le morti di Payá, il fondatore del Movimento di liberazione cristiano, e Cepero furono politicamente motivate. “Entrambi sono stati sottoposti a vari atti di violenza, molestie, minacce, attentati alle loro vite e, infine, un incidente automobilistico che ha causato la loro morte”.

“Ci sono prove gravi e sufficienti per concludere che agenti statali hanno partecipato alla morte di Payá e Cepero e, di conseguenza, la Commissione conclude che lo Stato è responsabile della violazione del diritto stabilito nell’articolo I della Dichiarazione americana a danno di Oswaldo Payá e Harold Cepero”. “Dopo più di 10 anni, la verità ha prevalso”, ha detto Rosa María Payá, la figlia di Payá. “Ora è ufficiale, come dimostra questa decisione della Corte Interamericana, il regime cubano ha ucciso mio padre, Oswaldo Payá e Harold Cepero. Nulla può compensare le perdite subite dalle nostre due famiglie, ma oggi abbiamo fatto un grande passo verso la giustizia, che arriverà solo quando l’eredità di democrazia e libertà a cui mio padre e Harold hanno dedicato la loro vita si realizzerà nel nostro paese.”

Paolo Manzo, 14 giugno 2023

 

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Due concetti chiave stanno riempiendo le agende degli imprenditori: la competitività del business e la sostenibilità dell’impresa. Due dimensioni che rischiano di apparire in contrasto, se non si tiene conto degli effetti sulle relazioni con gli istituti finanziari, con i propri clienti e in generale sul posizionamento di mercato dell’azienda.

È proprio da questa visione che ha preso il via Open-es, l’alleanza tra mondo industriale, finanziario ed istituzionale per supportare tutte le imprese nel connettere la competitività e sostenibilità del proprio business. Banche, imprese, associazioni, service provider, uniti per offrire a tutte le aziende una piattaforma digitale e gratuita per misurare, migliorare e valorizzare il proprio profilo ESG.

Questo è infatti ormai il “codice segreto”, ESG, in cui nonostante l’ordine dei fattori, la dimensione chiave per un’azienda moderna è rappresentata proprio dall’ultima lettera, la Governance. Governance significa individuare opportunità e rischi, definire priorità e azioni concrete e monitorarne i progressi e gli impatti sui risultati aziendali.

Consapevoli di questo sempre più imprese si stanno unendo a Open-es, una community collaborativa di più di 12.000 realtà che oltre alle funzionalità della piattaforma hanno a disposizione momenti di confronto, condivisione best practice e formazione sul campo. Agli imprenditori serve concretezza, un linguaggio semplice e per comprendere come collegare gli aspetti ESG con la propria strategia di Business. La piattaforma Open-es è stata pensata proprio per questo! Gli istituti finanziari e i principali gruppi industriali hanno un ruolo chiave in questa sfida e grazie all’evoluzione tecnologica e ai modelli di integrazione è sempre possibile trovare una soluzione per collaborare. La “call to action” di Open-es è aperta a tutti, un’occasione unica per il nostro sistema per unire le forze a favore delle imprese e affrontare questo percorso nell’unico modo possibile: Insieme!

La Francia brucia. Non è la prima volta negli ultimi tempi, ma questa volta non si tratta di operai o pensionati in caduta sociale libera. Questa volta a protestare sono i giovani delle banlieu e i figli degli immigrati. E la loro non è una protesta pacifica: è violenta ed eversiva quante altre mai.Le violenze che hanno messo a ferro e fuoco l’intero Paese sono esplose dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di un giovane di origine algerina ad un posto di blocco. Ma la reazione esagerata ha dimostrato chiaramente che quell’uccisione, per quanto esecrabile e le cui dinamiche restano comunque ancora da chiarire, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai pieno, oppure se si preferisce la miccia messa su di un serbatoio saturo. La sinistra ha puntato subito il dito sul razzismo e sulla discriminazione diffusa che sarebbe propria di una parte della società francese e che andrebbe combattuta con una prevenzione fatta di leggi dure. Si sono persino previsti nuovi reati di opinione, come non bastasse quel che è successo quasi nelle stesse ore all’incauto allenatore del Paris Saint Germain, Christophe Galtier, che aveva osato dire che nella squadra c’erano troppi arabi e neri. Non è, né sarebbe, un bello spettacolo inasprire pene così aleatorie. Soprattutto per la patria dei lumi, lì dove è fiorita sin dal Settecento la liberté de plume affermata dai suoi philosophes.

Per approfondire

Se disagio c’è, le cause sono molto più profonde. A fallire drammaticamente è, in queste ore, la politica dell’integrazione e delle “porte aperte” che ha caratterizzato per anni la Francia. In primo luogo, l’idea che francesi si potesse diventare per una semplice adesione agli ideali universalisti della République, e cioè per una “naturale” assimilazione ai suoi principi di “pura Ragione”. Gli obiettivi colpiti dai rivoltosi sono proprio quelli statali, dalle scuole ai municipi, dalle caserme agli uffici pubblici. Sembra un paradosso ma non lo è: proprio l’idea di una pacifica “assimilazione” ha partorito un multiculturalismo di fatto che ha riproposto le differenze dividendosi il territorio nazionale per appartenenenza etnico-religiosa e sottraendolo alla giurisdizione dello Stato centrale.

C’era molta arroganza nella pretesa repubblicana, l’arroganza di parlare in nome della verità. E, soprattutto, c’era l’idea che le differenze culturali e storiche che sono il bagaglio di ogni essere umano potessero essere sradicate in un batter d’occhio, solo per un movimento della volontà. E c’è stata molta protervia e ipocrisia da parte di Emmanuel Macron che, nascondendo la polvere sotto il tappeto, si è permesso di dare lezioni all’Italia di Giorgia Meloni e Matteo Salvini proprio su una nostra presunta capacità di integrare. Speriamo che la lezione arrivi forte alle classi dirigenti europee, non solo francesi: solo controllando e governando l’immigrazione, limitandola drasticamente e selezionandola, scaglionandola nel tempo, si può sperare che i valori liberali e democratici su cui si fonda la nostra civiltà possano ancora avere un futuro.

Ogni giorno uno sguardo esclusivo sul mondo americano e sudamericano

L’Ong “SOS Orinoco” denuncia l’invasione di minatori brasiliani nelle terre YanomamiL’organizzazione ha mostrato cosa sta accadendo al popolo Yanomami. In sintesi, i brasiliani si sono aggiunti ai chavisti nel distruggere le loro riserve. In un video pubblicato sul proprio account Twitter, l’organizzazione ha mostrato, attraverso immagini satellitari, “l’invasione del territorio venezuelano che sta avvenendo in questo momento da parte dei garimpeiros brasiliani alle sorgenti del fiume Orinoco, il terzo fiume più grande del mondo e casa del popolo ancestrale degli Yanomami.

L’esercito venezuelano chiede soldi per fare entrare i brasiliani che usano gli indigeni venezuelani come lavoratori quasi schiavi”, ha denunciato l’organizzazione. “È scandaloso vedere i media mostrare che Maduro sta fingendo che sta ponendo fine alle attività minerarie illegali a Yapacana e in altri parchi nazionali dell’Amazzonia ma basta vedere i satelliti per vedere come l’attività mineraria illegale continui ad espandersi”.

La Bolivia ha firmato accordi sul litio con la società nucleare statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan

Lo ha annunciato ieri il governo di La Paz, mentre cerca di sviluppare le sue enormi ma sinora non sfruttate risorse di questo metallo, necessario per fabbricare le batterie delle auto elettriche.

Gli Stati Uniti di Biden (e del filocubano González) e il Venezuela di Maduro (e dello psichiatra Rodríguez) si incontrano in gran segreto in Qatar

Il presidente dell’Assemblea venezuelana, Jorge Rodríguez, e Juan González, consigliere speciale per l’emisfero occidentale presso il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, si sono incontrati tre settimane fa senza mediatori o terzi. La rivelazione è del quotidiano El País che sottolinea come il Qatar abbia acquisito un rilievo inaspettato nella mediazione tra l’amministrazione Biden e la dittatura di Maduro. Oltre ad ospitare questo incontro, il Qatar ha infatti fatto sforzi per intercedere tra i due paesi, che si sono riavvicinati con l’arrivo a Washington di Biden e Gonzalez. Gli incontri erano tenuti segreti fino allo scoop di ieri de El País in modo che nessuno potesse interferire nel dialogo tra Washington e Caracas.

Paolo Manzo, 1° luglio 2023

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Articolo completo: “Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc (nicolaporro.it)

Controllo sociale, la pericolosa affinità Cina-Big Tech

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di Nicola Porro

 

Il Festival del Libro di Nizza (Francia) ha avuto come tema una parola cara ai francesi, “Liberte’(s)”, e la prestigiosa presenza di Giuliano da Empoli in qualità di presidente. Abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo a margine della presentazione del libro “Il Mago del Cremlino” e di conversare non tanto sul libro (peraltro molto interessante in quanto correlato all’attuale situazione in Ucraina), ma della sua visione sulla similitudine dell’approccio al controllo degli individui tra Cina e… Big Tech.

Inoltre, visto che era reduce da un incontro con Sam Altman, non abbiamo mancato di parlare della strana posizione del ceo di OpenAI sulla questione della “regolamentazione” dell’Intelligenza Artificiale.

Chi volesse ascoltare integralmente l’intervista, incluse le parti relative al libro e alla difficoltà dei rapporti tra Italia e Francia, troverà il podcast sul sito di Radio Nizza o in fondo a questo articolo.

Giuliano da Empoli è scrittore, presidente del think tank Volta, presidente del comitato scientifico dell’associazione Civita. In passato è stato consigliere del ministro dei beni culturali durante il Governo Renzi. Scrive regolarmente per Corriere della Serala RepubblicaIl Sole24Ore e il Riformista.

La vecchia Guerra Fredda

MARCO HUGO BARSOTTI: Nella presentazione di poco fa ha fatto un’osservazione che non avevo mai sentito: che l’approccio al controllo sociale della Cina e quello della Silicon Valley in qualche modo coincidono…

GIULIANO DA EMPOLI: Vero, ho accostato l’approccio cinese al controllo sociale con quello delle grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley. Ma facciamo un passo indietro. La Guerra Fredda originale, quella tra il blocco occidentale e il blocco sovietico comunista, vedeva affrontarsi due concezioni dell’umanità e dell’essere umano.

Quella occidentale era l’idea dell’uomo, dell’individuo libero di esercitare le proprie preferenze, le proprie scelte e di seguire i propri gusti. Il che in qualche modo, senza quasi senza saperlo, produceva l’interesse collettivo, il benessere e lo sviluppo.

E poi invece c’era la concezione dell’uomo nuovo sovietico socialista: interamente dedito al benessere collettivo e che in qual che modo necessitava di valori nuovi che imponevano una  riformulazione o riformattazione dei valori umani.

Cina-Big Tech

Ebbene, oggi se si guarda la concezione del Partito Comunista Cinese e quella delle grandi aziende della Silicon Valley si scopre come in fondo abbiano la stessa concezione dell’umanità: quella di individui che possono essere misurati in tutte le loro preferenze, in tutti i loro comportamenti, in tutti i loro movimenti le loro aspirazioni.

Tutto può essere misurato e trasformato in un’enorme quantità di numeri (e di vettori con la IA, ndr) i quali poi possono essere analizzati per studiare le correlazioni.

MHB: Però difficile pensare che in Silicon Valley siano fan del sistema comunista…

GDE: Chiaramente nel caso cinese l’obiettivo è un controllo politico totalitario sulla popolazione, mentre nel caso della Silicon Valley l’obiettivo è di natura economica. Ma guardi che la concezione è un po’ la stessa, anche perché chi dispone di questi dati …

MHB: Ah, certo, come nel caso di Cambridge Analytica: non necessariamente il social network stesso…

GDE: Esattamente, chi dispone di questi dati può raggiungere determinati obiettivi e cercare di generare determinati comportamenti. Da questo punto di vista dobbiamo stare veramente molto attenti.

L’ipocrisia di Sam Altman

MHB: Lei ha avuto modo di conoscere Sam Altman di persona. Sam, che era reduce da una strana testimonianza al Senato Usa, dove con volto preoccupato chiedeva ai politici di regolamentare, forse di rallentare gli sviluppi della IA. Questo mentre contemporaneamente la sua stessa azienda continuava a sfornare novità basate su modelli di IA sempre più avanzati. Qualcosa non quadra, o sbaglio?

GDE: Ho avuto esattamente la stessa impressione. Trovo che sia una forma di vera ipocrisia che neppure gli uomini politici – diciamo – più cinici praticano su questa scala. Lui dice “Impeditemi di fare quello che sto facendo. Regolate la nostra industria altrimenti rischiamo di andare incontro a enormi catastrofi”.

È paradossale e a mio avviso non è neppure la verità. Molto diversa dalla linea storica di Google, che era più o meno “voi politici non ci capite nulla, meglio che ne restiate fuori”.

Penso che Microsoft (che possiede una quota importante di OpenAIndr) sia stata furba: chiede regolamentazioni sapendo che in realtà non arriveranno e così creano una posizione oligopolistica. Perché se vengono create leggi sulla base dei consigli di OpenAI queste taglieranno fuori la concorrenza.

E poi però mi dico: non voglio entrare nella filosofia dell’uomo, uno che tra l’altro ha creato OpenAI come no profit per poi trasformarla in un’azienda normale che vuole fare profitti.

Uno che cerca – a mio parere – di fare sia il magnate della tecnologia che il buono del settore. Uno che non vuole essere mischiato con gli altri, che magari pensa abbiano un’immagine pessima. Trovo umiliante che noi come società ci troviamo nella situazione di interrogarci sulle intenzioni e sui caratteri di questi personaggi. Dovremmo riuscire a mettere in piedi dei sistemi in cui questi personaggi devono attenersi ad una serie di regole e protocolli chiari, senza costringerci ad analizzare le loro intenzioni.

Anche se, guardandolo da un altro angolo, potrebbero pure esserci elementi genuini nel suo discorso. Forse possiamo interpretarlo come “io sono dentro una spirale nella quale per essere competitivo rispetto agli altri devo fare delle cose che se ci fosse un quadro regolamentare potrei fare diversamente, in modo più responsabile”.

Chi deve regolamentare?

MHB: Quindi dobbiamo spingere i politici a regolamentare il settore?

GDE: Forse in qualche modo l’Europa sta cercando di fare qualcosa (con il recente AI Act ndr). Francamente ritengo che quello che pensa Altman debba essere marginale: ci dovrebbero essere ben altri soggetti ad occuparsi di questi temi. Lo ripeto: chi regola non può essere lo stesso soggetto di chi crea questa tecnologia.

Anche se… se guardo il panorama politico oggi mi pare che la maggior parte dei responsabili, quando lo incontra, ha più che altra voglia di prendersi un selfie con lui, questo è il massimo al quale si arriva: temo che la sfida che abbiamo davanti sia abbastanza grande.

Due concetti chiave stanno riempiendo le agende degli imprenditori: la competitività del business e la sostenibilità dell’impresa. Due dimensioni che rischiano di apparire in contrasto, se non si tiene conto degli effetti sulle relazioni con gli istituti finanziari, con i propri clienti e in generale sul posizionamento di mercato dell’azienda.

È proprio da questa visione che ha preso il via Open-es, l’alleanza tra mondo industriale, finanziario ed istituzionale per supportare tutte le imprese nel connettere la competitività e sostenibilità del proprio business. Banche, imprese, associazioni, service provider, uniti per offrire a tutte le aziende una piattaforma digitale e gratuita per misurare, migliorare e valorizzare il proprio profilo ESG.

Questo è infatti ormai il “codice segreto”, ESG, in cui nonostante l’ordine dei fattori, la dimensione chiave per un’azienda moderna è rappresentata proprio dall’ultima lettera, la Governance. Governance significa individuare opportunità e rischi, definire priorità e azioni concrete e monitorarne i progressi e gli impatti sui risultati aziendali.

Consapevoli di questo sempre più imprese si stanno unendo a Open-es, una community collaborativa di più di 12.000 realtà che oltre alle funzionalità della piattaforma hanno a disposizione momenti di confronto, condivisione best practice e formazione sul campo. Agli imprenditori serve concretezza, un linguaggio semplice e per comprendere come collegare gli aspetti ESG con la propria strategia di Business. La piattaforma Open-es è stata pensata proprio per questo! Gli istituti finanziari e i principali gruppi industriali hanno un ruolo chiave in questa sfida e grazie all’evoluzione tecnologica e ai modelli di integrazione è sempre possibile trovare una soluzione per collaborare. La “call to action” di Open-es è aperta a tutti, un’occasione unica per il nostro sistema per unire le forze a favore delle imprese e affrontare questo percorso nell’unico modo possibile: Insieme!

Mal di Francia: separatismo islamista e un presidente solo chiacchiere

Giulio Meotti: 150 enclave, pezzi di città dove vige un mix di banditismo e islamismo e la Sharia è imposta ufficiosamente. Ma in questi anni Macron non ha fatto nulla

Ancora alta la tensione in Francia dopo giorni e notti di violenza e devastazione. Cosa sta succedendo? Quali le cause delle rivolte? Come valutare la risposta dell’attuale presidente Emmanuel Macron? A queste domande abbiamo provato a dare una risposta con Giulio Meotti, giornalista de Il Foglio, saggista e scrittore.

La cattiva coscienza dei media

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Quali sono le cause delle rivolte in corso in Francia? A cosa dobbiamo la tardiva e limitata copertura mediatica degli eventi?

GIULIO MEOTTI: Tutto quel che negativamente riguarda immigrazione, multiculturalismo ed islam viene trattato con imbarazzo nei nostri media, perché ne mette in discussione la coscienza. La copertura dei tg è grottesca: i rivoltosi sono descritti come “manifestanti” e le scene più traumatiche (come quelle relative ai linciaggi in corso sui poliziotti) non vengono trasmesse. Del resto, il tentativo dei media mainstream di occultare la verità è un vecchio vizio.

Il mio giudizio in merito a quanto sta avvenendo? Semplicemente drammatico! La Francia vive un fenomeno di disintegrazione. Siamo al quarto giorno di rivolte che appaiono molto diverse da quelle avvenute nel 2005 (in quell’anno rimasero circoscritte alla città di Parigi, ora avvengono in tutto il Paese) e rappresentano un attacco allo Stato nazionale, dato che vengono bruciati anche edifici pubblici, municipi, biblioteche e stazioni di polizia.

Islamizzazione incontrastata

TADF: Cosa determina questi avvenimenti in Francia in maniera carsica ma costante? Perché le rivolte non si placano?

GM: Ad un certo punto si placheranno, ma non sappiamo se uno stop arriverà stasera o tra diversi giorni. Il problema della Francia è insito nel fenomeno dell’islamizzazione del suo territorio, avanzato per decenni incontrastato.

Secondo analisi ufficiali dei servizi segreti interni, Oltralpe esistono circa 150 enclave: pezzi di città dove vige una sorta di mix tra banditismo ed islamismo. La Sharia viene imposta attraverso la cacciata degli ebrei, il rispetto del vestiario per le donne (aumentano i veli, spariscono le minigonne) e l’imposizione del cibo Halal nelle macellerie e nelle mense scolastiche.

Addirittura ci sono caffè per soli uomini ed il tutto avviene in maniera ufficiosa, dato che per ovvie ragioni sarebbe legalmente vietato. In Francia hanno concesso ad una civiltà differente di inserirsi nel territorio senza neanche chiedersi se le sue abitudini sociali e religiose fossero compatibili con la legge nazionale.

La debolezza di Macron

TADF: Il presidente Macron ha assecondato questo processo negli anni per ragioni politiche ed elettorali. Come pensa reagirà adesso? Che difficoltà rischia di affrontare se non placa le rivolte?

GM: Macron a parole si dimostra capace di affrontare ogni tema: cita il separatismo islamico, la legge islamica, il saper “vivere insieme” delle differenti comunità. Discorsi e concetti di indubbio spessore culturale. Il suo problema è quello di essere un debole nell’azione, essendo di formazione un tecnocrate e banchiere incapace di fronteggiare simili temi attivamente.

La sua debolezza strutturale non aiuta il Paese: non dichiara lo stato d’emergenza (almeno per ora) e si dimostra incapace di gestire la sicurezza dei cittadini. Per fermare e fronteggiare il fenomeno dell’islamizzazione negli anni della sua presidenza non ha fatto praticamente nulla ed i risultati si vedono.

Differenze con le rivolte Usa

TADF: Quali sono le analogie e le differenze tra quel che accade in Francia e le rivolte targate Black Lives Matter del 2020 negli Stati Uniti?

GM: Con gli Stati Uniti l’analogia è insita nella questione razziale, dato che notiamo il tentativo di “etnicizzare” lo scontro. Nel caso francese si aggiunge la questione islamica, assente in America. Le rivolte si saldano al tema delle “terze e quarte generazioni”: c’è un fenomeno di rivendicazione identitaria e religiosa assente negli altri Stati.

In Italia siamo indietro di decenni rispetto a questa problematica e rischiamo di arrivare alla stessa condizione tra venti o trent’anni. I Paesi non sono allineati nelle condizioni, piuttosto nella sfida da fronteggiare.

La nomina del generale Francesco Paolo Figliuolo a commissario straordinario per la ricostruzione post-alluvione in Emilia Romagna dimostra come l’ombra del governo Draghi si allunghi anche su quello presieduto da Giorgia Meloni.

Discontinuità incompleta

Chi, dopo le elezioni, si attendeva una netta discontinuità rispetto all’Esecutivo di unità nazionale (ribattezzato improvvidamente come il “governo dei migliori”) è rimasto un po’ deluso. Già nei scorsi mesi abbiamo avuto modo di sottolineare le titubanze e le incertezze del ministro Orazio Schillaci, che stenta ad affrancarsi del tutto dalle rigide politiche speranziane.

Ora, il ritorno di Figliuolo in ruolo così importante rappresenta, da parte della nuova maggioranza, una sorta di riconoscimento del suo operato nella fase pandemica. È vero che due partiti della maggioranza sostenevano il governo Draghi ma è altrettanto innegabile che l’attuale governo aveva promesso di archiviare definitivamente la stagione dell’emergenza sanitaria.

Invece, ci ritroviamo con le mascherine ancora obbligatorie in determinati contesti e con Figliuolo di nuovo commissario. La sgrammaticatura politica è evidente per quanto la notizia non abbia avuto molta risonanza sui media, schiacciata dagli sviluppi del conflitto in Ucraina e dalle solite polemiche pretestuose imbastite da un’opposizione in cerca di una bussola per orientarsi.

Sostenitore del Green Pass

In mancanza, ci ha pensato Beppe Severgnini sul Corriere della Sera a magnificare le imprese del generale, un uomo che “trova romantica la logistica” e che sa ascoltare. Sulla logistica non sapremmo dire, quanto all’ascolto c’è da esprimere qualche dubbio visto che, da commissario per l’emergenza sanitaria, fu uno dei più accaniti sostenitori di uno strumento coercitivo come il Green Pass.

I cittadini hanno capito che si lottava per la sopravvivenza”, disse durante il Meeting di Rimini dello scorso anno. Certo, senza carta verde, non si portava letteralmente il pane a casa. Ergo, si trattava di sopravvivere innanzitutto dal punto di vista economico e di assicurarsi un minimo di libertà di movimento.

Tra l’altro, in quell’occasione, mostrò pure un certo fastidio verso chi aveva messo in dubbio i dogmi sanitari: “Sono stati fatti molti dibattiti che potevano anche essere non fatti”. Un’idea della democrazia un po’ particolare quella in cui sono permesse solo le discussioni gradite al generale Figliuolo che, a un certo punto, voleva recarsi “casa per casa” per convincere i recalcitranti. Ma tant’è, nell’era pandemica ne abbiamo sentite di tutti i colori.

Sui vaccini smentito dai fatti

Il problema è che Figliuolo entrò un po’ troppo nella parte, non limitandosi a organizzare gli hub vaccinali ereditati dalla gestione Arcuri ma assunse un ruolo politico con ripetute esternazioni più che discutibili: “Quando raggiungeremo il 90 per cento della popolazione vaccinata e se i comportamenti continueranno a essere responsabili, ci potrebbe essere un allentamento delle misure”. Come abbiamo poi visto, neppure il 100 per cento di inoculazioni sarebbe servito a creare la famosa immunità, perché il virus nelle sue infinite mutazioni e varianti bucava impietosamente il vaccino.

A rileggere oggi affermazioni di un paio di anni fa c’è da sorridere, seppure amaramente. Allora, risulta ancora più beffardo il ritorno del generale per mano, peraltro, di un governo la cui maggiore forza politica aveva aspramente criticato l’approccio autoritario alle questioni sanitarie.

Il problema non è la mimetica

Tornando al panegirico di Severgnini, si ricorda pure il disagio di Michela Murgia per l’uomo in divisa a cui era stato affidato un incarico civile. Be’, mai nulla obiettò la Murgia a proposito delle normative liberticide imposte agli italiani. Il problema, dunque, non era la mimetica ma l’atteggiamento draconiano che ha contagiato un po’ tutti.

Con una vena di sentimentalismo, Severgnini – che ha già scritto un libro a quattro mani con Figliuolo – ci informa che il generale è diventato nonno da nove mesi. Così, quando si intrattengono nelle loro conversazioni, parlano dei rispettivi nipoti: “Gli italiani di domani, quelli che dovranno raddrizzare un Paese che noi sessantenni abbiamo lasciato crescere un po’ storto”. Nel frattempo, seguendo la logica severgniniana, il Paese si allontanerà ancor di più dalla retta via fin quando i nonni non lasceranno spazio ai nipoti. E fin quando esisteranno uomini per tutte le stagioni e per tutte le emergenze

 

Aricolo completo: Controllo sociale, la pericolosa affinità Cina-Big Tech (nicolaporro.it)

Vignola (MO), 7/10/2023: Il modernismo sociale: dalla dottrina sociale della Chiesa alla sua negazione. Da san Pio X a J.M. Bergoglio

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di Sodalitium

 

“Molti sono, infatti, quelli che credono o dicono di tenere le dottrine cattoliche sull’autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui rapporti fra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni fra Chiesa e Stato, fra religione e patria, fra classe e classe, fra nazione e nazione, sui diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e dell’episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore, Redentore, Signore degli individui e dei popoli. Ma poi parlano, scrivono e, quel che è peggio, operano come non fossero più da seguire, o non col rigore di prima, le dottrine e le prescrizioni solennemente ed invariabilmente richiamate ed inculcate in tanti documenti pontifici, nominatamente di Leone XIII, Pio X e Benedetto XV. Contro questa specie di modernismo morale, giuridico, sociale, non meno condannevole del noto modernismo dogmatico, occorre pertanto richiamare quelle dottrine e quelle prescrizioni che abbiamo detto” (Pio XI, enciclica Ubi arcano Dei consilio, 23 dicembre 1922)

Sabato 7 ottobre 2023 presso l’hotel La Cartiera di Vignola (MO), Via Sega 2, si svolgerà la XVI edizione della giornata per la regalità sociale di Cristo, col seminario di studi tenuto don Francesco Ricossa, direttore della rivista Sodalitium, dal tema: 

IL MODERNISMO SOCIALE: DALLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA ALLA SUA NEGAZIONE. DA S. PIO X A J.M. BERGOGLIO

Programma

ore 10,00 Arrivo dei partecipanti e apertura dell’esposizione di libri e riviste.

ore 10,45 Inizio dei lavori.

ore 11,00 Prima lezione:  “Dal modernismo dogmatico” al “modernismo sociale” e ritorno.

ore 12,30 pranzo.

ore 14,30 Seconda lezione: Autorità, capitale e lavoro, Stato e Chiesa, religione e patria. Idee chiare per un cattolicesimo integrale e non liberale.

ore 16,00 Terza lezione:  J. M. Bergoglio, e l’apologia di Giuda, capostipite dei nemici interni (“Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri”, 1 Jo 3,19).

ore 17,30 Conclusione dei lavori.

  • Pranzo: quota di 28,00 euro a persona, prenotazione obbligatoria entro giovedì 5/10/2023 sino a esaurimento dei posti (gradita una caparra di 10,00 euro che verrà trattenuta in caso di mancata partecipazione).
  • Anche coloro che non si fermano a pranzo sono invitati a segnalare la loro partecipazione, per poter predisporre nella sala conferenza i posti sufficienti.
  • Non è permessa la distribuzione di materiale informativo senza l’autorizzazione dell’organizzazione.

Come raggiungere l’hotel la Cartiera a Vignola (MO)

  • Per chi arriva da Firenze/Padova/Bologna in autostrada: uscita al casello di Valsamoggia, poi prendere la Via Bazzzanese/SP569 in direzione di Vignola (dal casello: 12,9 km).
  • Per chi arriva da Piacenza/Milano/Verona in autostrada: uscita al casello di Modena-Sud, poi prendere la strada provinciale SP623 in direzione Spilamberto – Vignola (dal casello: 9,8 km).

Organizzatori della Giornata: la rivista “Sodalitium” e il Centro Studi “Giuseppe Federici”.

Per informazioni e iscrizioni:
tel. 0541.758961 – info.casasanpiox@gmail.com

 

Articolo completo: Vignola (MO), 7/10/2023: Il modernismo sociale: dalla dottrina sociale della Chiesa alla sua negazione. Da san Pio X a J.M. Bergoglio – Sodalitium

Per la rinascita dell’Idea Imperiale

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Il volontario suicidio dell’anima politica

Se leggiamo con ardore, interesse o quantomeno curiosità la Storia politica del ‘900, rimaniamo spesso stupiti e a volte esterrefatti dalla volontà politica adamantina che animava i seguaci della Seconda Teoria Politica (socialcomunismo) e della Terza Teoria Politica (fascismo e nazionalsocialismo). Una volontà politica che li portava a non risparmiare sé stessi a favore della Causa, attraverso una vita fatta soventemente di stenti, persecuzione, prigione, dove i capi – come Stalin, Mussolini, Hitler, Codreanu, Gramsci, Mao Tze-Tung, Pertini, Nenni, Muti, Degrelle e molti altri – furono i primi a dare l’esempio e a pagare di persona per l’Idea. A onor di Storia, anche se un po’ più indietro nel tempo, la stessa tenace volontà politica la dimostrarono i fautori della Prima Teoria Politica (liberalismo), i quali nell’America e nella Francia nella seconda metà del XVIII Secolo, sotto l’egida delle Logge massoniche fautrici di un nuovo ordine del mondo, contribuirono alla sconfitta dell’Impero Britannico nel territorio più intensamente popolato del Nuovo Mondo e al crollo dell’Ancien Régime nella Francia dei Capetingi.

Per quanto riguarda la Storia italiana, complici la democrazia, il boom economico e il benessere, negli anni ’60, ’70 e ’80 del XX Secolo – nonostante i casi legati agli eredi dei delusi della Resistenza e ai figli spirituali della Generazione che non si è arresa fascista repubblicana, i quali optarono per la lotta armata sia per motivi di autodifesa armata sia per volontà di sovvertire con un colpo di Stato le Istituzioni repubblicane – questa tenace volontà politica si affievolì e spesso venne meno. Fino a coinvolgere anche la maggior parte dei rivoluzionari di professione, attraverso i fenomeni del pentitismo e del riflusso, condizione quest’ultima di ritorno alla normalità borghese verso una vita ormai scevra da ogni interesse politico e metapolitico, dopo i furori studenteschi del ’68 e del ’77 e le rivendicazioni della classe operaia a partire dagli anni ’60, il cui epicentro erano gli stabilimenti FIAT di Torino.

Il processo di imbarbarimento rispetto alla purezza dell’Idea metapolitica e della volontà politica extraparlamentare sia di destra sia di sinistra, dalla metà degli anni ’80 del XX Secolo si manifesta con la commistione tra politica e sport vivente nella subcultura sociale degli stadi. Sottocultura la quale, al di là della buona fede dei suoi componenti ma anche della scarsa conoscenza da parte loro delle idee nazifasciste o anarchiche o socialcomuniste ristrette solamente a plateali manifestazioni di liturgia della contestazione da stadio contro il Sistema, trova oggi i suoi esiti ultimi dopo le maree skinheads e noglobal degli ultimi decenni, nella presenza degli hooligans parapolitici al conflitto russo-ucraino, i quali costituiscono anche una buona fetta dei cosiddetti battaglioni della morte pseudo nazisti ucraini – creati dal Deep State americano e addestrati dalla CIA e dalla NATO come già gli stessi fecero con l’ISIS in Medioriente – che dall’anno 2014 al 2022 hanno impunemente massacrato e ora continuano a colpire la popolazione russa del Donbass.

Nel mondo attuale, dove il liberalismo ha definitivamente trionfato sul socialcomunismo e sul nazifascismo ed ora mostra il suo volto totalitario, risulta facile essere affascinati dalle avvenenze virtuali che lo smartphone e i social media ci propongono in ogni momento, nonostante il perdurare di una crisi globale ormai sistemica. Chiudersi in sé stessi, crearsi un proprio mondo di affetti virtuali e in parte reali, non vivere né combattere né manifestare più per l’Idea in quanto essa porta solo sventure e persecuzione e morte, rinunciare alla lotta per un mondo migliore perché questa stessa lotta non ci ha mostrato il suo volto di bellezza finale ma ci ha rivelato l’oscuro volto della Morte per cui adesso non siamo neanche più in grado di gridare l’ardito motto del “Me ne frego!”, tutto questo equivale ad un suicidio volontario dell’anima politica individuale. Non parliamo qui di suicidio politico in senso lato, come quello di un Partito che si estingue a causa dell’utopia della sua linea politica, né vogliamo additare qui la dipartita di onorabili persone come Jan Palach o Dominique Venner i quali hanno accentuato la protesta antisistemica fino alla distruzione volontaria del proprio corpo, testimoniata come negazione estrema della propria esistenza, della propria presenza e della propria appartenenza ad una società civile non più riconosciuta come propria.

Parliamo invece in senso stretto di coloro che dopo aver combattuto generosamente per l’Idea ed essere stati violentemente perseguitati a causa dell’Idea, hanno definitivamente rinunciato all’Idea e ora vivono nel più squallido soddisfacimento dei bisogni primari e in una disperata vita basso borghese, senza nessuna prospettiva di futuro tranne quella di arricchirsi, di vivere nell’agio e nel comfort della società liquida postmoderna o di essere rassegnati per sempre all’isolamento e all’estinzione. Questo genere di persone non vanno criticate, ma sostenute e incoraggiate con la nostra presenza e il nostro aiuto, in quanto spesso sono state generosissime e alla Causa hanno dato tutto ciò che erano e tutto ciò che avevano, a volte hanno anche subito arresti, vessazioni psicologiche, torture fisiche e lunga ferma nei penitenziari, ma poi una volta pagati i loro presunti debiti con la giustizia si sono disperse, sono andate in crisi esistenziale non ritrovando più sé stesse né tanto meno un ambiente metapolitico a loro confacente, così hanno subito la logica del riflusso nei meandri marcescenti della vita stentatamente borghese, mentre questa loro apparente morte potrebbe trasformarsi nella vita eroica del Soggetto Radicale.

Il suicido giovanile, dal punto di vista strettamente socioclinico, si caratterizza nella rinuncia alla vita per mancata realizzazione della primaria struttura familiare di coppia, in cui l’amato o l’amata sono stati mentalmente iper-idealizzati in una sorta di felice limbo sociopsichico. Per cui l’avvenuta mancanza del soggetto iper-idealizzato e il vuoto lasciato da esso che in realtà si era meramente trasformato in oggetto di culto religioso personale fatto di dipendenza psicologica totale, provocano un dolore e un vuoto esistenziale incolmabili, i quali nel disturbo neurobiologico di percezione della realtà proprio della persona abbandonata appaiono così fortemente traumatici da trovare pretesa risoluzione solo nell’atto di togliersi la vita. Una cosa simile accade nel suicidio volontario dell’anima politica individuale, in quanto nelle Tre Teorie Politiche della Modernità sopracitate, ossia liberalismo massonico, socialcomunismo e nazifascismo, la realtà naturale dell’Idea è stata scalzata dall’irrealtà utopistica dell’Ideologia che viene fanatizzata al punto di essere in simbiosi con coloro che professano il suo credo ideologico. Una volta sconfitta ed eradicata storicamente dal contesto sociopolitico che l’ha generata, ecco che molti membri di tale Ideologia fanatizzata vedendo irrealizzate le loro aspirazioni e vanificati i loro progetti politico-sociali, presi dal lutto, dallo scoraggiamento e dalla pesante sconfitta subita, rinunciano alla lotta fosse anche solo culturale, generando un volontario suicidio della loro anima politica e immergendosi più o meno in toto nel qualunquismo e nel consumismo liberale della società liquida totalitaria. Tuttavia, morte per morte, questo genere di individui se vengono risvegliati alla lotta politica eurasiatista della Civiltà multipolare per l’Impero d’Europa, potranno trasformare il loro mortifero disagio in humus spirituale per un nuovo inizio della Tradizione ed essere trasfigurati nel Soggetto Radicale, il quale perseguitato da satana ma in sodalizio con sorella Morte si accinge come ultraguerriero dei Tempi Ultimi a compiere l’annientamento e lo sterminio del male cosmico.

L’alternativa della Quarta Teoria Politica

Il Progetto del Movimento Eurasiatista si fonda sulla Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin, per un nuovo inizio della Tradizione e il ripudio ontologico e metafisico della Modernità e dell’attuale Postmodernità, non attraverso resistenze politico-sociali di taglio conservatore, ma dando una nuova direzione all’entropia provocata dallo sfaldamento postumano del crollo dell’anticiviltà postmoderna e guidando la sua estinzione attraverso l’affermazione di una Nuova Metafisica detta anche Metafisica del Caos. Tale Nuova Metafisica, a livello metapolitico si attua come una lotta per l’affermazione di una nuova Civiltà multipolare che rispetti la diversità spirituale, culturale ed etnica delle diverse aree geostoriche e geopolitiche viventi sul pianeta in antagonismo alla pretesa imperialista unipolare a trazione USA, la quale pretende di esportare in ogni zona del pianeta la sua pretesa verità disgregatrice delle diversità antropologiche mondiali, attuando violentemente schiavitù economica e finanziaria attraverso il mercato globale, disintegrazione morale dei valori, obbligo delle politiche di genere che disgregano l’unità familiare e sociale, presenza militare della NATO come conquista, controllo e imposizione del sistema unipolare.

La weltanschauung metapolitica della Quarta Teoria Politica è il ritorno dell’Idea di Tradizione, la sua attuazione pratica è la lotta per una nuova Civiltà multipolare, il suo Progetto politico è la realizzazione dell’Idea Imperiale. Un’idea di Imperium che ritrova le sue radici nella tripartizione sociale propria dei popoli indoeuropei: Sacerdozio, Aristocrazia, Popolo; i quali in termini contemporanei possono essere tradotti secondo l’intuitiva e intelligente espressione di Rainaldo Graziani in: Ritorno del Sacro, Aristocrazia intellettuale, Giustizia sociale. L’Idea Imperiale si contrappone nettamente all’ideologia imperialista Usa e Occidentale che ne è storicamente la scimmia, il sosia, il suo doppio. L’Idea Imperiale è un’idea prevalentemente arioeuropea, la quale prima dell’avvento dell’anticiviltà della Modernità ha plasmato spiritualmente in strettissima e vitale correlazione col Cristianesimo il continente europeo ed euroasiatico. Essa oggi si impone come soluzione politica concreta per queste due aree geostoriche e geopolitiche, dopo la devastazione plurisecolare dettata dall’odio etnico e dallo sfruttamento prima assolutista e poi capitalista provocato dalla nascita e dall’affermazione delle Nazioni e dalla demolizione progressiva del Sacro Romano Impero e dell’Impero Russo della Terza Roma. La figura di un Imperatore, non dinastico ma eletto corporativamente dagli Stati Generali, che funge da moderatore, da protettore e soprattutto da stimolatore e da punto di accordo, di pace e di cooperazione tra i vari popoli, etnie e tradizioni religiose, diventerebbe il fautore di quel realismo spirituale, politico, economico e sociale che già fece grandi attraverso la manifestazione imperiale l’Europa e la Russia eurasiatica.

Tra coloro che hanno aderito alla causa eurasiatica e hanno sposato in continuità ideale la Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin e il suo pensiero, troviamo diversi seguaci di Julius Evola principalmente – ma non solo – già membri o simpatizzanti dell’Area di quello che fu prima il Centro Studi e infine Movimento Politico Ordine Nuovo le cui figure fondanti furono appunto Julius Evola, Clemente Graziani, Pino Rauti. L’approccio duginiano ad Evola, la trasposizione del suo Uomo indifferenziato nella novità apocalittica del Soggetto Radicale, nonché la concezione indoeuropea e cristiana dell’Idea Imperiale hanno attecchito in molti cuori dell’Area Nazionalpopolare che si ispiravano ad Evola e al disciolto Ordine Nuovo. Infatti, il portato essenziale dell’Ordinovismo, oltre al superamento della concezione fascista dello Stato e del biologismo razziale del nazionalsocialismo, risultò inequivocabilmente essere quello di una renovatio dell’Idea ghibellina dell’Impero, visto già storicamente prefigurarsi, da parte dei militanti e dei simpatizzanti di ON, nell’alleanza anticomunista che vide moltissimi giovani di etnie europee e eurasiatiche militare nelle Forze armate tedesche tra lo stupore di quest’ultime, nonché dalla presenza di almeno seicentomila volontari italiani i quali aderirono in funzione prettamente anticapitalista, o antiplutocratica come si diceva allora, alla Repubblica Sociale Italiana: «Pur sapendo che la Guerra era persa e che molti di noi non sarebbero più tornati, noi andammo a combattere per difendere l’Italia, contro il capitalismo americano e contro la plutocrazia ossia l’alta finanza internazionale. Nella speranza di stare sempre al fronte a combattere contro i nemici e a non dover rivolgere le nostre armi contro altri italiani in una guerra civile che noi tutti odiavamo». 1

Attualità del Movimento Eurasiatista in Italia

«La Quarta Teoria Politica è una “crociata” contro la postmodernità; la società postindustriale; il pensiero liberale, così come è messo in atto nella pratica; la globalizzazione, con i suoi presupposti logistici e tecnologici. Se la terza teoria politica criticava il capitalismo da destra, e la seconda da sinistra, allora il nuovo palcoscenico non è più caratterizzato da questa topografia politica: è impossibile determinare dove si collochino la Destra e la Sinistra in relazione al postliberalismo. Ci sono solo due posizioni, entrambe globali: adesione e obbedienza (il centro) e dissenso (la periferia). La Quarta Teoria Politica è l’amalgama di un progetto comune e nasce da un impulso comune verso tutto ciò che è stato scartato, messo da parte e umiliato durante il processo di costruzione della “società dello spettacolo” (della postmodernità). “La pietra che il costruttore ha scartato è divenuta testata d’angolo” (Vangelo di Marco 12, 10). Il filosofo Aleksandr Sekackij ha giustamente sottolineato la rilevanza dei “marginalia” (gli elementi relegati ai margini) nella formazione di una nuova visione filosofica, suggerendo il termine “metafisica dei detriti” come metafora». 2

Con quasi settanta Comunità Organiche di Destino, delle quali almeno quindici molto attive, la Quarta Teoria Politica, attraverso il Movimento Eurasiatista ha notevolmente attecchito sul suolo metapolitico italiano. Gli antesignani di tale presenza italiana sono stati principalmente: Maurizio Murelli, già editore della Rivista rossobrunista Orion e attuale fondatore di AGA Edizioni che ha fatto conoscere Aleksandr Dugin negli ambienti d’Area già dal 1992, insieme al compianto Carlo Terracciano; Rainaldo Graziani, (figlio di Clemente il capo del M.P. Ordine Nuovo), già fondatore di Meridiano Zero e Responsabile della Comunità Organica di Destino La Corte dei Brut; Claudio Mutti, fondatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro e Direttore della Rivista di geopolitica Eurasia. L’attuale referente del Movimento Eurasiatista Italiano, scelto dallo stesso Dugin è Lorenzo Maria Pacini, Direttore del website Idee&Azione, giovane e coraggioso filosofo politico e docente universitario.

La creazione della Quarta Teoria Politica e del Movimento Internazionale Eurasiatista nell’anno 2003 da parte di Aleksandr Dugin, segna il suo definitivo distacco dal Nazionalbolscevismo, una tendenza politica russa diffusasi poi nel resto d’Europa e in Italia negli anni ’80 e ’90 del XX Secolo all’interno dell’Area extraparlamentare di destra e di sinistra denominata anche rossobrunismo, tesa a salvare e ad amalgamare gli elementi validi di ordine sociale e patriottico in funzione anticapitalista propri dell’esperienza storica della Seconda e della Terza Teoria Politica, ossia dei comunismi e dei fascismi. Il cammino dalla Terza Teoria Politica dei fascismi alla Quarta Teoria Politica dell’Idea Imperiale per un Imperium d’Europa a fianco di un Imperium eurasiatico russo, è stato un processo psicologicamente complesso, lento e doloroso ma metapoliticamente fluido, almeno per quanto riguarda quella porzione dell’Area metapolitica umana legata direttamente o indirettamente all’Idea Imperiale ghibellina dell’Ordinovismo evoliano italiano.

Con l’esordio della Operazione Militare Speciale Russa che ha scatenato il conflitto nelle zone del Donbass, le idee dell’Eurasiatismo italiano trovano resistenza passiva, indifferenza interessata da motivi psicologici o da paura di persecuzione da parte del potere giudiziario e, a volte, resistenza aperta da parte di quelle organizzazioni che, ad esempio come Casa Pound, pur avendo avuto un’origine comune con elementi ordinovisti passati poi alla Causa eurasiatista con un moto di continuità ideale, appoggiano risolutamente le milizie cosiddette neonaziste ucraine pur sapendo esplicitamente che esse sono state “fondate” e “addestrate” dalla CIA con l’aiuto della NATO, le quali sono a tutti gli effetti l’intelligence e l’apparato militare del Deep State americano e occidentale. Forse in un moto di calcolata utopia, tali organizzazioni della Destra radicale pensano in buona fede al ritorno del nazionalsocialismo in Europa sotto l’egida del liberalismo e dell’Alleanza atlantica in funzione antirussa. Non sanno che finita la sua funzione antirussa, il totalitarismo liberale sterminerà i cosiddetti neonazisti ucraini così come ha fatto poi con il Califfato dell’ISIS, perché non più necessari all’esercizi del suo instrumentum regni.

Il conflitto russo-ucraino innescato dall’Operazione Militare Speciale, iniziata come prima sfida geopolitica del multipolarismo nei confronti dell’unipolarismo, si è presto trasformato in uno scontro di Civiltà, o meglio in una guerra sulla terra d’Ucraina tra l’anticiviltà occidentale unipolare e le Civiltà del resto del mondo che aspirano ad un mondo multipolare così come viene esplicitato negli Obiettivi dichiarati del Movimento Internazionale Eurasiatista:

«favorire lo sviluppo d’un ordine mondiale multipolare, fondato sul rispetto e la cooperazione tra popoli, civiltà e culture; l’associazione fra paesi europei e paesi asiatici, con la Russia nel ruolo fondamentale di mediatrice; l’integrazione politica, economica, strategica e culturale dello spazio post-sovietico, fino alla creazione d’una “Unione Eurasiatica”; il dialogo ed il reciproco rispetto tra le confessioni tradizionali del continente eurasiatico; la conservazione delle identità etnica, culturale e religiosa d’ogni popolo del mondo; l’opposizione alle tendenze negative dell’attuale ordine mondiale: unipolarismo, omologazione culturale, decadenza spirituale, narcotraffico, degrado ambientale, iniquità sociali». 3

In un mondo che scorre naturalmente, ma anche con grandi resistenze da parte dell’Occidente, verso la Civiltà multipolare, la sfida più grande del XXI Secolo è e sarà la rinascita e l’attuazione metapolitica e politica dell’Idea Imperiale indoeuropea all’interno dell’Europa e della Russia euroasiatica. L’afflato di un nuovo Sacro Romano Impero garante della libertà, dello sviluppo, della pacifica convivenza e delle autonomie dei popoli e delle etnie viventi nel continente europeo, deve entusiasmarci nella lotta per questa verità di ordine naturale e spirituale che può tornare ad essere realtà viva e vivente dopo i marosi plurisecolari della Modernità e del decadimento Postmoderno.

In questa grande guerra epocale, in questa battaglia contro il male cosmico che attanaglia la Terra ci aiutino tutti quegli Uomini cristiani che hanno fatto grande il suolo e la Patria Europa: Re Artù, Carlo Martello, gli imperatori Costantino, Carlo Magno, Federico II Hohenstaufen, Carlo d’Asburgo; e poi veglino su di noi gli eroi insorgenti e difensori dei diritti e delle legittime autonomie locali dei Popoli d’Europa: Robin Hood, difensore dei poveri in terra inglese; Guglielmo Tell, che con le sue gesta produsse l’insorgenza svizzera dai soprusi degli avidi emissari imperiali; Alberto da Giussano, comandante della Compagnia della Morte alla Battaglia di Legnano; Andrea Robustelli, iniziatore della liberazione cattolica della Valtellina dai soprusi protestanti del Canton Grigioni, una vittoriosa rivolta detta Sacro Macello valtellinese; Andreas Hofer, un umile oste fedele all’Imperatore ed eroe dell’indipendenza del Tirolo dall’aggressione napoleonica; Henri de la Rochejaquelein, François de Charette, Jean Chouan e tutti gli altri comandanti vandeani e bretoni della Guerra di Vandea e della chouannerie, difensori della Chiesa e della Corona; i Requetés carlisti spagnoli e Jose Antonio Primo de Rivera col suo martirio; e infine Corneliu Zelea Codreanu con tutti i martiri ortodossi della Legione dell’Arcangelo Michele.

Il loro aiuto e la loro benedizione scendano su di noi, ci rendano coraggiosi, impassibili e terribili distruttori del male cosmico e delle sue schiere umane e angeliche, come forti Soggetti Radicali pronti a combattere, a vivere e a morire fino alla Vittoria per la giustizia sociale, per l’Aristocrazia intellettuale, per il ritorno del Sacro, per tutto ciò che rappresenta la santità dell’Idea Imperiale fino al ritorno del Verbo di Dio Rex regum et Dominus dominantium. Amen!

1. Testimonianza di Italo Manusardi, volontario minorenne nella R.S.I. al figlio e ai suoi allievi di Sport del Ring.

2.  Aleksandr Dugin, La Quarta Teoria Politica, NovaEuropa, Milano 2017, pp. 16-17.

3. Wikipedia L’enciclopedia libera, Voce: Movimento Internazionale Eurasiatista.

 

Articolo completo: Per la rinascita dell’Idea Imperiale | Геополитика.RU (geopolitika.ru)

No, caro Mengoni, la famiglia non può essere un’opinione. E’ l’elemento fondamentale di ogni società

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di Marco Battistini

 

Roma, 22 giu – Continua a far discutere la decisione presa dalla Procura di Padova di impugnare trentatré atti di nascita registrati negli ultimi sei anni dal locale sindaco di centro-sinistra Sergio Giordani. Nel caso specifico che ha sollevato il vespaio di polemiche – quello della prima raccomandata fatta recapitare a una coppia omossesuale – viene confermato quanto previsto dalla legge, ossia che i documenti attestanti la presenza di due mamme (o due papà, non farebbe differenza) sono illegittimi. L’ultimo in ordine di tempo a rendere pubblica la propria opinione in merito è stato Marco Mengoni. Il due volte vincitore del Festival di Sanremo – nel 2013 e nello scorso febbraio – proprio dal palco della città patavina tiene a farci sapere che, a suo dire, “dovrebbe essere proibito decidere cosa sia famiglia”.

Una questione semantica

Il cantante continua poi collegandone il significato esclusivamente all’amore e agli insegnamenti, dandone una definizione ologrammatica: “Può essere chiunque famiglia”. Ovviamente non è così e sebbene il significato del termine italico (derivante dal latino famĭlia) possa nel tempo aver abbracciato forme – per così dire – diverse, con tale parola si indica quella specifica comunità umana elemento fondamentale di ogni società. Le strutture famigliari di oggi sono differenti da quelle dei nostri nonni e – con ogni probabilità – in futuro i nostri nipoti dovranno fare i conti con legami ancora diversi.

Convivenza, parentela, affinità: da qualunque lato la si voglia guardare trattasi di gruppo sociale – per dirla con la Treccani – caratterizzato da residenza comune, cooperazione economica e riproduzione.

Biologia e tecnica

Particolare non da poco, quest’ultimo. Perché ancora la perpetuazione della specie – fine ultimo anche di un popolo – è garantita solo dall’incontro tra uomo e donna. Ergo, con tutte le possibili particolarità (divorzi, affidi, adozioni: in ogni caso di padre, madre e figli stiamo parlando) l’odierno concetto di famiglia, pur assumendo varie sfumature, rimane ben delineato. Piccola provocazione. E se un domani la tecnica dovesse permettere il concepimento per mezzo di metodologie a oggi impensabili? Non esiste il bene o il male in senso assoluto: forti di una centrata – e imprescindibile – concezione del mondo, il nostro dibattito politico dovrà valutare il “problema” a 360 gradi – vedere, ad esempio, alla voce denatalità.

Caro Mengoni, la famiglia è una parola fondante

Non è mai stata solo una questione di amore e di insegnamento quindi. C’è molto, molto di più. Dalla patriarcale alla nucleare si è trasformata, ma nel corso della storia sempre di famiglia naturale – o biologica – si è trattato. Ecco perché il termine “tradizionale”, tanto caro a certi ambienti, risulta realmente fuorviante nell’economia del dibattito.

Come tutte le parole potenti anche il vocabolo in questione negli ultimi tempi sta subendo quel processo per cui un termine, nel diventare onnicomprensivo, tende a perdere il proprio significato. Ma non (ancora) la propria forza: nell’era del tutto e subito, nel tempo delle mille giravolte, parlare di famiglia rimane una visione di lungo periodo, termine fondante non soggetto a interpretazioni. Tutto il resto, per favore, chiamatelo con un altro nome.

 

Articolo completo: No, caro Mengoni, la famiglia non può essere un’opinione. E’ l’elemento fondamentale di ogni società (ilprimatonazionale.it)

L’ultima croce

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di Alberto Giannoni

 

Il club alpino italiano: “Basta crocifissi in montagna, non indicano più una visione comune”. E i soci protestano

Ascolta ora: “L’ultima croce”

«Anacronistiche». Sulle croci di vetta si abbatte, gelido come la tramontana, il verdetto del Cai, il Club alpino italiano.

La tesi non ha la furia cieca della «cancel culture» quando si abbatte sulle statue; il passo è rispettoso, eppure è spinto dallo stesso vento: il politically correct: «La società attuale si può ancora rispecchiare nel simbolo della croce? Ha ancora senso innalzarne di nuove? Probabilmente la risposta è no».

È solo l’ultima diatriba, l’ultima «croce» di una modernità che tutto mette in discussione, tutto vuol cambiare o liberare.

Ieri la questione è stata sviscerata nel corso di un convegno nell’aula magna della Cattolica di Milano, in occasione della presentazione di «Croci di vetta in Appennino» di Ines Millesimi, volume dedicato a questa usanza antica, che si perde nei secoli nel cuore di un’Europa cristiana che da sempre trova nell’ascesi lo slancio di un rapporto intimo con Dio – basti pensare ai santuari mariani e, più di recente, al «Papa montanaro», Giovanni Paolo II.

Se i monti sono luoghi dello spirito, le croci nel tempo diventano segno di passaggio, richiesta di protezione – anche dalle intemperie – e preghiera, devozione votiva. In ogni caso, frutto di una cristianità che a queste latitudini è cultura condivisa. O forse lo era.

E dunque: ha ancora senso? Domanda, e risposta, sono contenute appunto in un breve articolo comparso su «Lo scarpone», il portale del Cai, autorevole associazione che da 160 anni si occupa di studio e tutela dei monti. «Sbagliato rimuoverle, anacronistico istallarne di nuove» asserisce Pietro Lacasella, curatore del portale, annunciando l’evento di Milano. «La croce non rappresenta più una prospettiva comune, bensì una visione parziale» assicura.

La maggior parte delle croci risale al XIX-XX secolo. A volte sono solo due scarne tavole di legno, altre monumenti veri e propri, che evocano la torre Eiffel e possono superare i 20 metri. Difficile censirle tutte, stabilire davvero quante siano e quando siano comparse. Il Club alpino svizzero attesta che sono documentate dal quarto secolo: «Come si legge in un articolo dello storico Peter Danner – spiega un saggio del Cas – la prima croce sulla cima elevata di una montagna in ambito cristiano sorgeva sull’Olimpo (a quota 1951), a Cipro». Il Concilio di Efeso la adottò come simbolo cristiano ufficiale nel 431. «Poco prima del 1100 – prosegue – i crociati eressero croci in legno e in ferro ovunque fossero passati, per indicare la strada a chi li avrebbe seguiti e anche per mostrare alle popolazioni del luogo dove stesse il vero Dio». Documentata, all’epoca, una croce a Roncisvalle, sui Pirenei. Davanti a quella, come ad altre, i pellegrini di San Giacomo si inginocchiavano, chiedevano protezione divina «rallegrandosi al tempo stesso perché, da quel punto in poi, la via sarebbe stata in discesa».

Le croci di vetta suscitavano anche allora l’irritazione di sparuti contestatori. Liberi pensatori, anticlericali. Nel 1928 – lo ricorda il Cas – l’alpinista e insegnante ginnasiale viennese Eugen Guido Lammer, in un libro diventato di culto si scagliava veemente contro questi simboli. «Cosa ha da dire la croce nella solitudine della montagna? – scriveva – Lasciate che risuoni pura la lingua degli elementi, lasciate che la natura parli inalterata alla vostra anima!».

Voci isolate. Oggi invece è il più noto fra gli enti di alpinismo che, con le dovute cautele, prova a «smontare» questa costruzione dell’immaginario europeo. Non tutti però sono d’accordo». Qualcuno accusa il Cai di essere diventato «divisivo», un altro protesta: «La passione per la montagna dovrebbe unirci invece… Io sono socio dagli anni Settanta ma medito di non rinnovare più se continuate così». C’è chi sottoscrive la tesi del Cai, la considera «equilibrata». Ma un alpinista chiude lapidario: «Si può andare in montagna anche senza tessera».

Articolo completo:L’ultima croce – ilGiornale.it

 

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