Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak

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di Alberto Celletti

 

Roma, 28 apr – Il vertice di Londra tra Italia e Gran Bretagna non ha riguardato solo i clandestini, sebbene l’immigrazione sia stato un punto importante del discorso imbastito tra i capi dei rispettivi governi, Giorgia Meloni e Rishi Sunak.

Italia e Gran Bretagna, “partenariato strategico”

La definizione è esattamente quella. “Partenariato strategico” tra Italia e Gran Bretagna, allo scopo di contenere l’immigrazione e favorire una cooperazione internazionale per scoraggiare i traffici illegali di esseri umani. Entrambi i Paesi definiscono la questione un’emergenza e sull’argomento dichiarano di avere una certa identità di vedute. In effetti, sotto questo profilo, il governo britannico ha promosso leggi ben più dure e discriminanti di quanto non abbia fatto quello italiano, anche piuttosto contestate dai “soliti” organismi internazionali. Il premier italiano, dal canto suo, fa finta che le cose in Italia si stiano facendo davvero: “La lotta ai trafficanti e all’immigrazione clandestina è qualcosa che i due governi stanno facendo molto bene”. Insomma, cara Meloni…non possiamo parlare per quello britannico, ma sull’esecutivo italiano – purtroppo – non abbiamo alcun riscontro positivo.

Non solo clandestini

Il “Memorandum of understanding”  è il documento firmato da Meloni e Sunak, diviso in molti punti e in sette capitoli, preceduti da una premessa sui valori condivisi tra i due Paesi. La comune appartenenza al G7 e alla Nato, ovviamente, è stata ribadita in più occasioni. Nel testo, anche sezioni sulla collaborazione in politica estera e sulla sicurezza globale, sulla scienza, sull’innovazione e sulla politica economica. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato ufficialmente almeno, è quello di fafforzare il dialogo e la cooperazione strategica tra Italia e Regno Unito in coerenza con l’adesione italiana all’Unione europea.

 

Articolo completo: Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak (ilprimatonazionale.it)

Video messaggio del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale sul multipolarismo online, Mosca, 29 aprile 2023

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di Sergey Lavrov

 

Cari colleghi,

do un caloroso benvenuto ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale online sul multipolarismo. È gratificante che il vostro forum abbia riunito rappresentanti di spicco del mondo politico, pubblico e accademico provenienti da diverse decine di Paesi di quasi tutti i continenti del mondo. Non possiamo che accogliere con favore questo interesse per uno scambio di opinioni franco e depoliticizzato.

L’importanza di tali discussioni non può essere sopravvalutata. È ovvio che la “fine della storia” proclamata dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’URSS non ha avuto luogo. I tentativi di stabilire un modello unipolare dell’ordine mondiale – con il centro decisionale a Washington – sono falliti.

Oggi il movimento verso il multipolarismo globale è un fatto e una realtà geopolitica. Vediamo come i nuovi centri mondiali, soprattutto in Eurasia, Asia-Pacifico, Medio Oriente, Africa e America Latina, stiano facendo progressi impressionanti in vari campi – basandosi sull’indipendenza, sulla sovranità statale e sull’identità culturale e di civiltà. Allo stesso tempo, sono guidati dai loro interessi nazionali e perseguono politiche indipendenti negli affari interni ed esteri. Non vogliono più essere ostaggi di giochi geopolitici alieni ed esecutori di volontà aliene.

I fatti parlano chiaro. La quota degli Stati del G7 nell’economia globale si è notevolmente ridotta negli ultimi tre decenni. E il peso delle economie di mercato emergenti è in costante crescita. Ora la prima potenza economica del mondo – in termini di parità di potere d’acquisto – è la Cina, che combina abilmente meccanismi di mercato e metodi di regolamentazione statale.

Stiamo assistendo al continuo rinnovamento dell’infrastruttura delle relazioni internazionali. Un esempio lampante di diplomazia multipolare sono le attività di nuovi tipi di associazioni multilaterali, come la SCO e i BRICS. Al loro interno, Paesi con sistemi politici ed economici diversi e piattaforme valoriali e di civiltà differenti cooperano efficacemente in una varietà di settori. I BRICS possono essere giustamente definiti una sorta di “maglia” cooperativa che supera le vecchie linee di demarcazione Nord-Sud e Ovest-Est. Non è un caso che sempre più Paesi del Sud globale stiano cercando di stabilire legami con queste associazioni e di diventarne membri a pieno titolo.

Come ha osservato il Presidente russo Vladimir Putin, “la tendenza al multipolarismo nel mondo è inevitabile, non potrà che intensificarsi. E coloro che non lo capiscono e non seguono questa tendenza perderanno”.

Sembra logico che gli sforzi di Washington e dei suoi satelliti per invertire il corso della storia, per costringere la comunità internazionale a vivere secondo un “ordine basato su regole” inventato, stiano fallendo. Citerò solo il completo fallimento della linea degli occidentali di isolare la Russia. Gli Stati della maggioranza mondiale, in cui risiede circa l’85% della popolazione della Terra, non sono disposti a “togliere le castagne dal fuoco” alle ex metropoli coloniali.

Amici,

nel mondo multipolare di oggi, con le sue sfide e minacce transfrontaliere, l’unica alternativa sensata allo scontro, da cui i promotori sono destinati a perdere, è unire gli sforzi dei principali centri mondiali sui principi della Carta delle Nazioni Unite, compreso il rispetto pratico dell’uguaglianza sovrana degli Stati. Oggi dobbiamo tutti riconoscere l’irreversibilità di un ordine mondiale policentrico più equo. È nell’interesse comune garantire che l’architettura multipolare non sia basata su un “equilibrio di paure”, ma su un equilibrio di interessi, su norme universalmente riconosciute di diritto internazionale, su un dialogo reciprocamente rispettoso tra civiltà, religioni e culture diverse.

La Russia rimane in prima linea negli sforzi internazionali per rafforzare i principi multipolari, legali e democratici della comunicazione tra Stati. A tal fine, continueremo a lavorare attivamente all’interno delle Nazioni Unite, compreso il Gruppo di amici in difesa della Carta delle Nazioni Unite. Naturalmente, continueremo a coordinare strettamente i nostri passi con molti amici, alleati e persone che la pensano come noi, compresi quelli della CSTO, della CEEA, della CSI, dei BRICS, della SCO e di altri raggruppamenti regionali del mondo in via di sviluppo.

Fonte: mid.ru

Leggi l’articolo intero: https://www.geopolitika.ru/it/article/video-messaggio-del-ministro-degli-esteri-russo-sergey-lavrov-ai-partecipanti-e-agli

Mostra blasfema all’Ue: ecco il Gesù omosex (tra apostoli sadomaso)

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di Francesco Giubilei

 

Guai a parlare di radici cristiane dell’Europa o chiedere il riconoscimento di simboli e tradizioni del cristianesimo da parte delle istituzioni di Bruxelles ma ben venga una mostra all’Europarlamento raffigurante Gesù Lgbt.

Non sono nuove le provocazioni nei confronti dei cristiani e gli episodi di blasfemia con cui si vogliono far passare raffigurazioni di cattivo gusto come opere d’arte, eppure che a ospitare una mostra offensiva e fuori luogo sia il parlamento europeo è davvero inopportuno.

Qualche giorno fa a tutte le caselle email dell’Europarlamento è arrivata un’email firmata dal deputato europeo Malin Bjork del Partito della sinistra svedese per promuovere una mostra organizzata da «The Left».

«Carissimi – recitava la missiva – in occasione della presidenza svedese del Consiglio europeo, ho invitato l’artista fotografica Elisabeth Ohlson a mostrare alcune delle sue opere. Tutti i pezzi che ha scelto per questo spettacolo hanno un tema LGBTQI o altrimenti inclusivo, dei diritti umani».

Allegato al messaggio, l’invito per l’inaugurazione della mostra con due immagini, una raffigurante una imbarcazione di migranti che si avvicina a una nave con un militare che poggia il piede sul barchino con i migranti e un’altra con Gesù Cristo circondato da apostoli vestiti da schiavi sadomaso.

Come spiega l’europarlamentare della Lega Maria Veronica Rossi, «è legittimo affrontare tematiche di ogni tipo nelle sedi istituzionali, ma strumentalizzare una religione è una intollerabile mancanza di rispetto verso milioni di fedeli in tutta Europa. Altro che approfondimento culturale, questa appare come una provocazione gratuita: perché offendere e mancare di rispetto?».

C’erano numerose possibilità per celebrare il semestre di presidenza svedese del Consiglio Ue e per parlare di diritti umani ma la decisione di affrontare questo tema tirando in ballo la religione, ha un chiaro intento politico.

D’altro canto l’artista Elisabeth Ohlson non è nuova a provocazioni e la sua carriera artistica ebbe una svolta nel 1998 quando espose per la prima volta Ecce Homo, il suo Gesù in chiave Lgbtq+ all’interno di una cattedrale svedese (circostanza che testimonia i cedimenti valoriali di un certo protestantesimo).

In quell’occasione le immagini fecero il giro del mondo e l’ex europarlamentare Marianna Eriksson provò a farli esporre anche al Parlamento europeo. Il contenuto degli scatti fu però in quel caso ritenuto troppo offensivo dai questori dell’Europarlamento che bloccarono l’iniziativa. Venticinque anni dopo, il nuovo tentativo da parte un’altra eurodeputata non sembra aver suscitato lo stesso scandalo e gli scatti della Ohlson saranno così esposti a Bruxelles.

Il problema della sua mostra è però duplice; da un lato riguarda i temi delle sue opere ma, volendo appellarci alla libertà artistica, c’è una seconda criticità e riguarda il luogo in cui verranno esposte le sue opere: l’Europarlamento. Per evidenti ragioni di opportunità una sede istituzionale non è il luogo adatto in cui dare spazio a immagini blasfeme e offensive.

Articolo intero: Mostra blasfema all’Ue: ecco il Gesù omosex (tra apostoli sadomaso) – ilGiornale.it

 

Cina vs USA

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di Katehon think tank

La relazione bilaterale tra Cina e Stati Uniti è una delle più importanti sulla scena mondiale. Le due superpotenze hanno il più grande fatturato commerciale del mondo. Tuttavia, a causa del rapido sviluppo della RPC come uno dei centri di potere, le relazioni di successo di questi Paesi sono a un livello critico. Le ambizioni americane di stabilire un’egemonia globale complicano le relazioni tentando di contenere lo sviluppo della Cina. Le posizioni politiche delle autorità statunitensi e del Partito Comunista Cinese sono molto diverse, il che rende difficile il dialogo bilaterale.

Le relazioni tra i due Paesi sono state a lungo positive in tutti i settori di interazione. Con l’ascesa al potere di Donald Trump, il dialogo tra Stati Uniti e Cina ha cambiato direzione verso il confronto. Inizialmente, la politica di contenimento della Cina da parte dell’America si è concretizzata solo nella sfera economica. La guerra commerciale è stata caratterizzata, da parte occidentale, dall’imposizione di dazi sulle merci cinesi, dal divieto dei sistemi 5G cinesi e dalla cooperazione con Huawei. Inoltre, Donald Trump ha fatto della RPC il principale concorrente strategico del mondo, il che ha portato a un deterioramento delle relazioni.

Tuttavia, quando Joe Biden è entrato in carica, le relazioni sino-americane sono diventate sempre più tese e i Paesi hanno iniziato ad allontanarsi l’uno dall’altro. A questo punto, la Cina ha sempre più oppositori in tutte le parti degli Stati Uniti, ma molti sostenitori, al contrario, suggeriscono la rimozione delle misure restrittive e una politica più amichevole.

Wu Xinbo, direttore del Centro Studi Americani, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti hanno commesso un grave errore strategico nei confronti della Cina, agendo contro la RPC. Gli Stati Uniti considerano la Cina come la principale potenza nella loro strategia di base e credono che sia il centro del mondo. La leadership statunitense vuole dominare indiscriminatamente”. La comunità internazionale spera ancora in un miglioramento delle relazioni sino-statunitensi, ma è improbabile, viste le crescenti contraddizioni dei Paesi in quasi tutte le aree di interazione.

Biden non ha ascoltato l’appello di Xi Jinping alla cooperazione pacifica e allo sviluppo attivo delle relazioni bilaterali per soddisfare gli interessi comuni. L’isteria da Covid è stata imposta al mondo e la Cina è stata accusata di aver portato il virus nel mondo dai suoi laboratori. Gli Stati Uniti hanno tentato di destabilizzare Hong Kong riconoscendo Xi Jinping come un “autocrate”, cioè un avversario ideologico. L’amministrazione Biden non solo non ha abolito le barriere protezionistiche di Trump, ma, al contrario, ne ha introdotte di nuove, soprattutto nei settori tecnologici avanzati. Le nuove regole federali, gli ordini esecutivi e la legislazione incompiuta che mirano ai settori high-tech cinesi, iniziati nell’autunno del 2022 e che proseguiranno nel 2023, sono il culmine di anni di dibattiti. Nel loro insieme, rappresentano un’escalation dei dazi e delle dispute commerciali contro Pechino dell’ex presidente Donald Trump, che potrebbe finire per rallentare ulteriormente lo sviluppo tecnologico ed economico della Cina e dividere le due economie.

Gli Stati Uniti hanno iniziato a scaldare la situazione intorno a Taiwan, dove la speaker della Camera bassa del Congresso, Nancy Pelosi, è stata inviata nel 2022. Pechino è stata poi accusata di sostenere il presidente russo Vladimir Putin nella sua speciale operazione militare contro l’Ucraina. L’UE ha iniziato a scagliarsi contro la Cina, dipingendo la RPC come un importante fattore di destabilizzazione dell’ambiente globale e costringendo Bruxelles a sostenere l’imposizione di sanzioni sul settore tecnologico della RPC. La comunità dei servizi segreti statunitensi ha recentemente sollevato il timore che le aziende cinesi stiano acquistando terreni in prossimità delle basi militari statunitensi, che potrebbero essere utilizzati per attività di intelligence.

Lo scorso settembre, dopo l’incontro con il Segretario di Stato americano Anthony Blinken a New York a margine della 77esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha dichiarato che le relazioni tra i due Paesi sono a un livello critico e ha accusato gli Stati Uniti di minare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Di conseguenza, ciò ha influito sugli scambi commerciali tra i due Paesi, che sono cresciuti solo dello 0,6% nel 2022, rispetto al 28% del 2021.

Xi Jinping ha recentemente intrapreso una serie di passi che suggeriscono la sua determinazione a rifare l’ordine mondiale che garantisce l’egemonia statunitense. Ha visitato i monarchi del Golfo Persico, lanciando un commercio di petrolio denominato in yuan. Secondo Alastair Crook, analista britannico con sede a Beirut, l’incontro tra il presidente cinese e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dovrebbe rappresentare “la fine del sistema dei petrodollari”. E il patto si baserà “sui piani russo-cinesi per spostare l’Eurasia in una nuova valuta commerciale diversa dal dollaro”. L’esperto spiega che “gli alleati degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti, l’India, il Sudafrica, l’Egitto e gruppi come l’OPEC+ stanno facendo un grande passo verso l’autonomia e la fusione dei Paesi non occidentali in un blocco coerente che agisce nel proprio interesse”. Xi Jinping ha anche riunito i BRICS invitando i suoi protetti dall’Asia e dall’America Latina, in questo modo la Cina rivendica la leadership mondiale, approfittando del ritiro degli Stati Uniti dall’Asia e dai vertici del G-20 a causa della presenza della Russia e della mancanza di una politica economica coerente degli Stati Uniti nella regione.

Tutti i Paesi hanno il compito a lungo termine di resistere alle sanzioni occidentali, come quelle imposte alla Russia, e la dedollarizzazione ha un ruolo enorme da svolgere in questo senso. Inoltre, il presidente cinese ha iniziato a riunire forum alternativi a Davos e a promuovere i propri progetti di integrazione internazionale nelle aree di influenza statunitense.

Mao Ning, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ha parlato al briefing del 27 febbraio 2023. “Gli Stati Uniti non hanno il diritto di comandare sulle relazioni russo-cinesi, non tollereremo le pressioni e le minacce da parte americana”, – ha detto il diplomatico commentando gli avvertimenti di alcuni politici statunitensi a Pechino sulle conseguenze in caso di forniture di armi della Cina alla Russia. Mao Ning ha osservato che gli Stati Uniti non solo inviano armi letali sul campo di battaglia in Ucraina, ma violano anche le disposizioni di tre comunicati congiunti sino-statunitensi vendendo costantemente armi avanzate a Taiwan. Il diplomatico ha aggiunto che la Cina sta promuovendo attivamente i colloqui di pace e una soluzione politica alla crisi ucraina. La dichiarazione mostra ancora una volta le crescenti contraddizioni tra gli Stati Uniti e la RPC, sullo sfondo dell’attuale situazione mondiale. Le differenze tra i due Paesi sono molto significative e l’America non ha più il ruolo di egemone e una posizione di potere in queste contraddizioni.

Questa divergenza ha portato alla decisione di entrambe le parti di creare strutture speciali per gestire le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti sono stati i primi a compiere questo passo e l’11 gennaio 2023 la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per la creazione di un comitato speciale sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e la RPC. 365 membri del Congresso hanno espresso il loro sostegno al documento, mentre 65 hanno votato contro. La nuova struttura sarà composta da 16 persone, tra cui nove repubblicani e sette democratici. In precedenza il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato di considerare la Cina come il suo unico rivale, che non solo intende cambiare l’ordine mondiale esistente, ma sta costruendo un potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per raggiungere questo obiettivo. Gli Stati Uniti ritengono che la loro sicurezza nazionale possa essere minacciata dal PCC, la cui conseguenza è stata la creazione della commissione. Inoltre, il Partito Repubblicano statunitense ritiene che l’amministrazione Biden non stia facendo abbastanza per contenere la Cina.

Nel frattempo, il sottosegretario di Stato americano Wendy Sherman ha promesso che gli Stati Uniti manterranno aperte le linee di comunicazione con la Cina e svilupperanno una relazione bilaterale nel 2023, sulla base dell’incontro di Bali del 2022 tra i leader dei due Paesi. La diplomatica ha aggiunto che Washington e Pechino dovrebbero lavorare insieme “per il bene” dei popoli di tutto il mondo.

Di grande importanza per le relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese sono le fondazioni e le organizzazioni sino-americane create per rafforzare le relazioni. Fondata nel 1995, la US-China Political Foundation (USCPF) è un’organizzazione imparziale e senza scopo di lucro che promuove una migliore comprensione tra politici, ricercatori e funzionari governativi americani e cinesi. L’USCPF mira a fornire a studenti, ricercatori e operatori di politica estera l’opportunità di interagire in modo più diversificato e sostanziale. L’USCPF conduce inoltre ricerche sulla politica e sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina nella regione Asia-Pacifico. La fondazione non promuove alcuna politica né cerca di influenzare le decisioni politiche, ma fornisce informazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle questioni relative alle relazioni tra Stati Uniti e Cina.

Da parte cinese, c’è l’Istituto Confucio, una rete di centri culturali ed educativi internazionali istituita dall’Ufficio di Stato per la promozione della lingua cinese all’estero del Ministero dell’Istruzione cinese in collaborazione con i centri sinologici d’oltremare. Tuttavia, gli Stati Uniti sono stati irremovibili sulle azioni dell’Istituto già nel 2020. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato il centro degli Istituti Confucio negli Stati Uniti una missione estera della RPC; secondo Pompeo, l’organizzazione “promuove le campagne di propaganda globale e l’influenza ostile di Pechino” nelle istituzioni educative statunitensi.

Questo tipo di organizzazioni cerca di mantenere relazioni amichevoli tra i Paesi, attraverso la globalizzazione e lo scambio di culture. Sotto l’egida delle organizzazioni si svolgono scambi di studenti, incontri di alto livello, la conclusione di cooperazioni e la promozione delle relazioni USA-Cina per una conoscenza credibile tra i cittadini dei Paesi.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e la RPC sono in una fase di attrito da entrambe le parti nella sfera politica, che minaccia la cooperazione in altri settori in cui si è già registrato un grande successo. Il confronto sulle opinioni politiche sta già raggiungendo livelli critici, poiché gli Stati Uniti sono ancora determinati a essere l’egemone indispensabile del mondo, cosa impossibile nell’attuale realtà dei centri di potere multipolari e dell’Oriente emergente.

I recenti sviluppi intorno a Taiwan e le nuove misure restrittive dimostrano che Washington intende continuare l’escalation. La Cina sta reagendo dalla posizione di potenza sovrana.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/cina-vs-usa

L’Italia muore ma è vietato dirlo

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di Marcello Veneziani

Bella ciao? No, bella addio. L’Italia sta morendo di denatalità, si va estinguendo ma se lo dici sei un razzista. Gli italiani spariranno, dicono gli istituti di statistica che nel giro di pochi anni saremo nove milioni in meno; ma se sei scontento di questa situazione, sei nazista. Passata la buriana, resta il tema vero e drammatico, la cancellazione di un popolo, di una nazione, di una storia e di una civiltà. Mentre il tema fittizio che sostituisce il dramma reale è che se non accetti la morte dell’Italia, vuoi la pulizia etnica contro i migranti. Passato il delirio di queste affermazioni, con le invasate partigiane dell’estinzione, dopo la sinistra mobilitazione contro i fantasmi del passato per rendere un fantasma il nostro avvenire, resta la vera questione: non dobbiamo e non possiamo dir nulla e far nulla sull’estinzione del popolo italiano, dobbiamo rassegnarci alla morte dell’Italia e alla scomparsa progressiva degli italiani?
Sostituzione etnica è un’espressione tecnicamente appropriata ma genera equivoci perché evoca l’idea che ci sia una pianificazione. C’è una letteratura che sostiene l’esistenza di un piano prestabilito per sostituire il popolo italiano, ed europeo, con genti venute da altri mondi, soprattutto dall’Africa. Ci potrà pur essere qualcuno che auspica questa sostituzione e persino qualcuno che si adopera fattivamente per favorirla, ma è fumoso imbarcarsi in questa dietrologia complottista. Basta attenersi alla realtà: un popolo che non fa figli, che non vuole figli, ad eccezione di coloro che non possono averli (come le coppie omosessuali), lascia inevitabilmente spazi vuoti che vengono poi colmati da flussi migratori. Il problema principale non è quello di frenare i flussi, arrestarli o almeno governarli, per evitare il caos. Ma è invertire la tendenza interna, ovvero riuscire a incentivare, favorire la natalità in un paese avaro di nascite. Le ragioni di questa denatalità sono legate da un verso alle oggettive difficoltà di fare famiglia e di mettere al mondo figli, col tipo di vita e di società che si va delineando, coi genitori entrambi impegnati nel lavoro, e con la scomparsa della famiglia veramente allargata dove nonni, zii, parenti e figli più grandi si occupavano dei figli e affiancano i genitori. Dall’altro verso, è il modello di società fondata sul primato assoluto dell’individualismo e dei suoi succedanei (narcisismo, edonismo, egoismo), che è refrattaria a limitare libertà e benessere individuali (o di coppia) per assumersi l’onere di procreare e far crescere dei figli. Il tema dunque è questo: dobbiamo abbandonarci a un cupo fatalismo e accettare come irreversibile e inevitabile questa tendenza o è possibile fare qualcosa, tentare quantomeno di frenare, se non di invertire questa marcia verso l’estinzione?
Da un’opposizione responsabile ci sarebbe da aspettarsi un diverso atteggiamento; piuttosto che accusare di razzismo chi denuncia da posizioni di governo, l’estinzione di un popolo, dovrebbero incalzarli sul piano pratico: oltre che denunciare questa tendenza cosa fate voi, concretamente, al governo per favorire un’inversione di tendenza, avete in progetto una politica per la natalità, una tutela delle coppie e dei loro nascituri? E dunque, l’accusa dovrebbe essere quella di sollevare il problema ma di non adottare nessuna politica conseguente ed efficace per rispondere al problema.
Accade invece che la sinistra sia indifferente alla morte del popolo italiano e favorevole al ricambio di popolo; quel che conta è la società globale e i singoli che la abitano, non i popoli, non le nazioni, non la civiltà, tantomeno le identità. Più che indifferente potrei dire compiaciuta; l’unica natalità che a loro preoccupa è il diritto di affittare uteri per avere figli anche quando non si possono avere, a partire dalle coppie omosessuali. La maternità è un bene solo se è surrogata.
Chi è sempre sistematicamente contro il proprio popolo, la propria nazione, la propria civiltà, la sua identità e sempre dalla parte di chi viene da fuori e da lontano, ha smesso di rappresentare i cittadini del suo paese e di preoccuparsi della loro vita reale. Abita un mondo ideologico parallelo.
E’ un passo in più e in giù anche rispetto al comunismo: penso al nazional-popolare, a Gramsci e Di Vittorio, alla difesa dei proletari italiani, a partire dai più poveri con più figli, alla giustizia sociale. Tutto cancellato. La nuova sinistra, interpretata perfettamente dal fenotipo eletto alla guida del Partito dem, è estranea anche a questa tradizione. Del comunismo eredita solo la parte distruttiva, la cancellazione dei popoli, l’abolizione della realtà, l’internazionalismo come morte delle patrie, la negazione dei sentimenti di appartenenza e dei legami naturali e culturali su cui si fonda un popolo, una nazione, una civiltà. E aggredisce chiunque osi pensarla diversamente e preoccuparsi per la fine del Paese. Ma è un principio naturale e universale di autoconservazione che ogni famiglia, ogni popolo, ogni nazione voglia salvaguardare la sua esistenza. Ritenere che questo sia razzismo, autorizza a dire che chi preferisce l’estinzione di un popolo persegue scientemente il disegno criminale di favorire la morte dell’Italia e degli italiani. Follia per follia, una chiama l’altra, questo è il livello.
Il dramma aggiuntivo a tutto questo è che la nostra politica si ferma solo alle parole, alla demagogia e alla demonizzazione del nemico. Salvo qualche accenno di proposte concrete per aiutare le famiglie con figli (una l’ha fatta Giorgetti). Sarebbe infatti grottesco che dopo questa fumata di odio, non succeda poi nulla, non si tenti coi fatti di fronteggiare l’emergenza denatalità né si oppongano altre strategie. Intanto la politica si limita a sceneggiare lo scontro tra favorevoli e contrari e a capitalizzare consensi e dissensi sul tema. La realtà resta quella ma si vomita odio nella speranza che diventi concime di consenso. Miseria su miseria, porca miseria.

La Verità – 21 aprile 2023

fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/litalia-muore-ma-e-vietato-dirlo/

I giovani di oggi: una generazione in guerra con sé stessa

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di Cristina Gauri

Ad un primo sguardo, i giovani sembrerebbero condannati. E non è colpa loro: non saremo certo noi a raccogliere il testimone dei tromboni boomer in vestaglia, tanto svelti a puntare il ditino al grido di «signora mia dove andremo a finire» e «ai miei tempi», quando a ben vedere sono proprio loro ad aver regalato ai giovani un futuro che li condanna a solitudine, disoccupazione, povertà, dipendenza, immaturità. Non solo consegnano alle nuove generazioni un mondo a pezzi, ma nemmeno sono in grado di fornire loro gli strumenti per ricostruirlo.

Non è un mondo per giovani

Tuttavia, boomer o meno, non si può fingere che il quadro non sia desolante: dati, episodi, vicende mostrano una prospettiva d’insieme davvero poco rosea, e soprattutto una complessiva rassegnazione all’immutabilità dello stato delle cose. Chiusi in una dimensione che, in maniera asfissiante, inizia a combaciare con la narrazione dei social, dello streaming, del narcisismo spinto di un mondo che sembra esigere l’idea dello stare sempre sotto i riflettori per potersi dire vivi.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2023

Stritolati tra modelli profondamente sbagliati, superficiali, deteriori, a cominciare da quelli impartiti nei banchi di scuola: suonata la campanella, li aspetta una società che li valuta utili solo in quanto consumatori a cui vendere mode, stili, cavalcando l’enfatica idea del progresso sociale, della coltre dei «diritti» sotto la quale si celano omologazione e spesso morte.

Gli indicatori sono tutti alle stelle: disoccupazioneabbandono scolasticodroghedisturbi alimentari, tendenze autolesionistiche e suicide – come il fenomeno hikikomori ­– o l’aggregazione in gang in contesti urbani sempre più alienanti e degradati; il tutto mentre l’apparato culturale mainstream lancia improbabili allarmi su pseudo «disagi» fabbricati ideologicamente e presuntamente patiti da una fetta insignificante di popolazione.

Gioventù disturbata

Veniamo invece ai disagi veri. Quelli che due anni di restrizioni, per giustificare l’allarme pandemia, hanno fatto impennare drammaticamente, sacrificando almeno due generazioni: segregate, criminalizzate, private del diritto allo sport e alla socializzazione, spaventate da una terrordemia spietata e da genitori ancora più terrorizzati, convinti di agire nell’interesse dei figli. (Spoilerhanno peggiorato la situazione). Stupisce poco il dato dell’Inps, secondo cui, delle oltre 300mila richieste del bonus psicologo offerto dal governo, il 60% arrivava da under 35.

Più di due milioni (quasi tre milioni stimati) e di età sempre più giovane sono gli adolescenti italiani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), tra cui anoressia e bulimia. Letà di esordio, spiega Annalisa Venditti, psicologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare presso il Gruppo Ini-Istituto neurotraumatologico italiano, «è tra i 15 e i 25 anni, anche se sono appunto in aumento i casi dagli 11-12 anni». Rifiuto del cibo o, al contrario, grandi abbuffate seguite da vomito, abuso di lassativi-diuretici o sport estremo di compensazione, restano i problemi più frequenti, «ma ad essere in aumento è anche la risposta maschile della vigoressia, ovvero l’ossessione di un fisico prestante» che «porta i ragazzi a una continua ossessione per il tono muscolare, l’allenamento, una dieta ipocalorica e iperproteica a cui spesso si aggiunge l’uso di sostanze illegali per raggiungere tale obiettivo».

Un profondo disagio personale, radicato spesso nei traumi familiari irrisolti, che convoglia la spinta al miglioramento estetico in una patologia, aggravata dall’utilizzo degli onnipresenti social, che presentano confronti con modelli di bellezza irraggiungibili. Gli ultimi dati diffusi da Jama Pediatric riportano una media globale di 1 giovane su 5 affetto da Dca: l’Italia si classifica drammaticamente oltre il dato mondiale con 1 caso su 3. Il colpo di grazia lo hanno dato le restrizioni Covid. Durante i primi 6 mesi di misure pandemiche, i casi di…

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/giovani-oggi-generazione-in-guerra-con-se-stessa-260701/

In USA si candida Presidente R.F. Kennedy: cooperazione nel mondo multipolare?

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di Matteo Castagna

LA GEOPOLITICA È, OGGI, LA MATERIA PIÙ IMPORTANTE PER COMPRENDERE GLI AVVENIMENTI CHE STANNO COINVOLGENDO I POPOLI DEL MONDO

La geopolitica è, oggi, la materia più importante per comprendere gli avvenimenti che stanno coinvolgendo i popoli del mondo. La guerra in Ucraina ha prodotto anche un nuovo approccio di fronte ai cambiamenti epocali in atto. Per la prima volta, dalla fine della II Guerra Mondiale, si ragiona in termini di gestione del potere in forma multipolare, non più unipolare statunitense.

Oramai, è un processo incontrovertibile costituito da Superpotenze che non trovano, almeno per il momento, alcuna convenienza in un terzo conflitto planetario. L’Occidente si è suicidato in compagnia degli USA perché l’euro ha ucciso la finanza, la Commissione Europea ha annullato la politica, il sistema liberale ha distrutto l’identità socio-culturale e religiosa, sciogliendosi nella sua folle fluidità.

Non occorre una vittoria militare a Kiev, per osservare che Russia, Cina, America Latina e mondo arabo sono già protagonisti e fanno da contraltare multipolare a Biden ed alla sua servitù del Vecchio Continente. per quanto il 75% delle riserve mondiali siano espresse in dollari, il declino americano si palesa se si pensa che fino al 2000 erano oltre il 70% e che oggi è in continua decrescita in accelerazione. I BRICS si sono accordati per utilizzare le loro valute nazionali per i reciproci scambi. Stiamo parlando di economie che pesano un quarto di quella globale. Mosca si sta ben destreggiando con lo yuan cinese ed ha concluso accordi con India, Turchia, Iran, e i Paesi dell’ Unione Economica Eurasiatica. L’egemonia unipolare americana sta volgendo alla fine.

C’è una novità, che i media occidentali hanno riportato come notizia di poco conto, ad eccezione di Stilum Curiae di Marco Tosatti. Robert F. Kennedy, Jr. ha depositato la documentazione per candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2024. Lo ha annunciato il diretto interessato, il 5 Aprile, cui è seguita un’ intervista molto interessante su “The Epoch Times”. Sta crescendo, in casa Dem, l’anti-Biden, almeno dalle dichiarazioni rilasciate. Kennedy Jr. esordisce con un attacco alla politica del suo Paese: “E mentre i democratici combattono contro i repubblicani, le élite stanno spaccando la nostra classe media, avvelenando i nostri figli e mercificando i nostri paesaggi”. “Robert F. Kennedy, Jr.- si legge sulla pagina della sua campagna – ha lottato contro l’avidità delle aziende e la corruzione del governo per proteggere i nostri figli, la nostra salute, i nostri mezzi di sussistenza, il nostro ambiente e, soprattutto, la nostra libertà”. C’è scritto, inoltre: “Con integrità, coraggio e abnegazione, ha guidato gli americani in una lotta nobilitante per ripristinare il nostro Paese come nazione esemplare e per porre fine alla polarizzazione tossica che ci divide e arricchisce le élite”.

Pur essendo un democratico, Kennedy è noto per la sua opposizione a molte politiche dell’attuale amministrazione, in particolare a quelle relative al COVID-19. Ha fondato l’associazione Children Health Defense, organizzazione no-profit dedicata alla risoluzione delle “condizioni di salute croniche causate da esposizioni ambientali”, e ha parlato dei danni associati ai vaccini COVID-19. Le piattaforme di social media come Instagram hanno censurato Kennedy dal parlare contro i vaccini COVID. Anche i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) hanno preso le distanze da alcune sue affermazioni, ma per lui, nell’industria farmaceutica è molto diffuso il fenomeno delle “agenzie di regolamentazione [che] vengono catturate dalle industrie che dovrebbero regolare”.

Secondo Kennedy, la Central Intelligence Agency (CIA) è diventata “un governo all’interno del nostro governo” e un “tumore” per il sistema americano, e ha proposto di sistemare l’agenzia implementando un organo di controllo separato su di essa. Egli sostiene che l’agenzia di intelligence ha usato tecniche di “controllo mentale” come la “deprivazione sensoriale, le tecniche di tortura, la paura e la propaganda, [e] i messaggi autoritari” per influenzare le persone in tutto il mondo”. Egli ha affermato che la CIA è stata coinvolta in colpi di Stato o tentativi di colpo di Stato tra il 1947 e il 1997 contro un terzo delle nazioni della Terra. “La maggior parte di esse erano democrazie”. Ha suggerito che un modo per riformare l’agenzia sarebbe quello di implementare un organo di supervisione […]”.

“Mio padre voleva sistemare la CIA. Quando si è candidato, la sua intenzione era quella di riportare la CIA a quello che doveva essere, cioè un’agenzia di spionaggio, che significa raccogliere informazioni, fare analisi e fornire quelle informazioni all’esecutivo”, ha detto Kennedy. Nella sua intervista con “American Thought Leaders”, Kennedy ha detto a Jekielek che l’America non è più una democrazia e che le sue elezioni sono controllate da ricchi donatori.

“È più un’oligarchia o una plutocrazia che risponde solo alle esigenze dei ricchi e delle aziende, che pagano i costi elettorali delle lobby dei politici, che poi diventano i loro servi a Capitol Hill”.
Se il denaro non viene tolto dalle elezioni, ha detto Kennedy, l’America è una “corporazione”. Quando ricorda la sua infanzia dice: “Sapevamo che ciò che vedevamo ogni giorno faceva parte della storia del nostro Paese. I miei genitori ci parlavano ogni giorno di storia, letteratura e valori”.

La scommessa di pacifica cooperazione e ritorno ai principi fondamentali della sana civiltà occidentale, in un mondo multipolare, potrebbe iniziare dai Kennedy? Ai posteri la sentenza.

 

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/04/10/in-usa-si-candida-presidente-r-f-kennedy-cooperazione-nel-mondo-multipolare/

Femminismo contro vera femminilità

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di Vittoria Alliata di Villafranca

La russofobia come formula di colonizzazione

Un anno fa, quando l’insegnamento di Dostoevskij è diventato un problema nelle università italiane e i più grandi cantanti e direttori d’orchestra russi che ora vivono in Occidente sono stati costretti a rinunciare pubblicamente alla loro patria o a perdere il lavoro, mi sono detto: “Benvenuti a bordo!”.

La russofobia è solo l’ultima delle tante forme di odio deliberatamente create per i moderni metodi e formule di colonizzazione. Il suo manifesto può essere considerato il testamento con cui Cecil Rhodes (l’organizzatore dell’espansione coloniale britannica in Sudafrica alla fine del XIX secolo, l’architetto dell’apartheid, il fondatore della Rhodesia. – Ndr), ha affermato la supremazia degli anglosassoni e il loro diritto a dominare il mondo e a sfruttarne le risorse.

Io stesso provengo dalla Sicilia, un’isola multiculturale del Mediterraneo, che per millenni è stata crocevia di civiltà uniche che hanno prodotto un patrimonio grande e allo stesso tempo davvero vivo. Negli ultimi 70 anni, però, la Sicilia è stata conosciuta soprattutto per le atrocità della mafia, che è stata rilanciata dall’esercito americano, sbarcato sull’isola apparentemente solo per liberare l’Europa dal nazismo.

Sì, i nazisti sono stati il primo ISIS* – un’organizzazione terroristica che commette impunemente terrore in ogni forma e imita una forte religiosità. Ma nonostante i tentativi di eroici siciliani di ogni estrazione sociale di opporsi a questo demonio, l’industria cinematografica occidentale ha creato un’immagine denigratoria del mio Paese, volta a legittimare l’occupazione americana. Con un’enorme base militare che opera ancora in prima linea contro la Russia e il mondo arabo.

Il razzismo anglosassone distrugge i ponti tra Europa e Asia

La stessa forma di campagna d’odio è stata lanciata con successo contro i nativi americani, per giustificare e legittimare la confisca delle loro proprietà e dei loro diritti territoriali attraverso la calunnia sistematica. Un esempio tipico è il film muto britannico del 1899, di stampo genuinamente razzista, Indian Kidnapping.

Le campagne di odio dell’industria cinematografica occidentale divennero – in nome della cosiddetta “civiltà” – uno strumento di occupazione geopolitica strategica. Giustificavano la pulizia etnica, la guerra biologica, la schiavitù e l’assimilazione forzata. Così, nelle parole di Benjamin Franklin, il padre fondatore degli Stati Uniti, “questo è il disegno della Provvidenza: sradicare questi selvaggi per liberare una terra che possa essere coltivata”.

Come studioso di arabo e di islam e come presidente della German-Arab Society, vorrei ricordare i terribili anni successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando non si potevano leggere giornali arabi in pubblico senza essere sospettati di essere coinvolti con i terroristi. Naturalmente, la proliferazione di stereotipi viziosi e controversi sugli arabi, descritti come pigri e crudeli, sospettosi, creduloni e fraudolenti, ha origini molto più antiche.

Edward Said fa risalire le loro origini all’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798. Lo studioso palestinese, pioniere degli studi postcoloniali, mostra come l’ideologia dell’orientalismo occidentale affermi la nozione di popoli mediorientali come inferiori, sottomessi e bisognosi di salvezza. Di conseguenza, questi stereotipi razzisti hanno creato una visione del mondo che giustifica il colonialismo occidentale e la distruzione e l’occupazione di interi Paesi, a partire dal Nord Africa e da gran parte dell’Asia occidentale, e poi Iraq, Siria, Afghanistan.

Per non parlare della Palestina, i cui arabi hanno dovuto pagare – con il dramma della Nakba (l’espulsione di centinaia di migliaia di arabi palestinesi dalle loro terre a seguito delle guerre arabo-israeliane. – Ndr) – per il progetto di selezione razziale della Società Eugenetica. Un progetto lanciato dagli anglosassoni razzisti Cecil Rhodes, Arthur Balfour e Alfred Miller e proseguito da Hitler. Che gli anglosassoni nominarono Cancelliere nel 1933, sfruttando la loro influenza sul sistema bancario tedesco per trascinare il Paese in guerra con l’Unione Sovietica e la Francia.

Può sembrare che l’offensiva dell’Occidente contro il mondo arabo e, in generale, islamico fosse finalizzata a impadronirsi illegalmente dei suoi beni economici e strategici. Ma questa è solo una verità parziale. Ad esempio, gli stessi gruppi jihadisti wahhabiti caucasici che hanno creato, addestrato e finanziato, tra gli altri, la guerra in Libia, Siria e Tunisia, dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di minare la Russia e le ex repubbliche musulmane sovietiche.

Il sistema multipolare religioso ed etnico del Caucaso e dell’Asia centrale è sopravvissuto dall’epoca zarista grazie ai grandi sceicchi della Qadiriya, della Naqshbandiya e di altri ordini sufi, che si sono opposti con forza alla lotta per il cosiddetto “Stato Islamico”. La stessa famiglia imperiale, come il resto della nobiltà russa, era multietnica.

Le popolazioni autoctone di etnia non russa – polacchi, georgiani, lituani, tartari, azeri e tedeschi – hanno sempre costituito un segmento importante della nobiltà. Mia cugina era sposata con il pronipote dello zar Alessandro III, il principe Alessandro Romanov, che ora riposa nel nostro santuario di Palermo.

La distruzione di questi forti ponti che collegano l’Europa e l’Asia attraverso la Russia è un processo pericoloso e suicida, che dobbiamo essere pronti a impedire per il bene della pace e dell’armonia umana.

Il femminismo come principale ariete dell’Occidente

La russofobia non è altro che il prodotto di un progetto a lungo termine: la distruzione della Russia per le stesse ragioni per cui molti Paesi arabi, come il Libano, sono stati distrutti o sono sotto attacco. E queste ragioni non sono solo il petrolio, la ricchezza e le questioni geostrategiche, ma anche la capacità di aderire a modelli diversi di società multiculturali tradizionali.

Uno dei principali strumenti utilizzati per questo progetto sono le donne, le prime vittime dell’”orientalismo” occidentale, che ha generato un’immagine di promiscuità, schiavitù e ignoranza. Questo è ciò che ho scoperto nei miei numerosi lavori sull’argomento, a partire dal mio bestseller del 1980 L’harem. Il successo di quel libro suscitò una dura reazione e fui oggetto di ogni sorta di attacco per aver infranto molti miti vecchi di due secoli e basati sull’arabofobia.

Senza dubbio molti hanno notato come, dopo il brutale assassinio da parte degli israeliani di donne e bambini palestinesi, o persino di una giornalista con passaporto americano di nome Shirin Abu Akle, o di una giovane attivista americana di nome Rachel Corrie, nessuno dei media mainstream del mondo abbia riportato queste tragedie come realmente accadute. Nessuno ha marciato per chiedere giustizia e nessun gruppo della società aperta ha preso d’assalto gli edifici governativi come è successo in Iran quando la sfortunata ragazza è morta in una stazione di polizia a causa di un tumore al cervello.

Quando Daria Dugina, una donna profondamente cristiana e molto bella che rappresentava al meglio l’Europa con la sua capacità intellettuale di combinare l’antica filosofia greca e la tradizione russa, è stata uccisa in un attacco terroristico, nessuna femminista indignata ha chiesto sanzioni internazionali per il crimine o l’ha candidata al Premio per i diritti umani.

Le donne sono la prima e principale forza utilizzata per distruggere le società tradizionali nei Paesi sovrani. Un esempio: il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Berbock, è una donna così impopolare sul pianeta che quando è arrivata in India per il G20 è stata accolta solo dal suo stesso ambasciatore. Di recente ha emanato e finanziato una legge sulla “politica estera femminista” da 96 milioni di euro per “divulgare la sensibilità di genere nel mondo”.

L’obiettivo di questo documento, redatto da diverse istituzioni europee, è quello di “decostruire le strutture di potere presumibilmente ‘naturali’… come ingiuste, discriminatorie e oppressive, e di chiedere l’abolizione del patriarcato e l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della società”. In un’analisi dettagliata di questa legge, l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza spiega che l’obiettivo emancipatorio del femminismo è quello di abolire qualsiasi forma di dominio tra i sessi. Alcuni approcci sostengono che ciò implica l’abolizione del capitalismo. Altre interpretazioni mettono in discussione l’esistenza dello Stato, visto come un apparato repressivo patriarcale. Una concezione inclusiva del femminismo accetta anche altre identità, come quella LGBTQIA+, e rifiuta di fissarsi su uomini e donne cisgender la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita.

E quindi?

Ovviamente, la “politica estera femminista” è un altro modo per interferire con le politiche dei Paesi che si rifiutano di approvare tali leggi e intendono proteggere le loro strutture tradizionali. Quindi, per vincere la guerra mediatica contro queste forme di odio, dobbiamo promuovere l’immagine di quelle donne che rappresentano il meglio del mondo tradizionale.

Così come l’Occidente ha creato l’icona della Principessa Diana per la sua eleganza e il suo stile, allo stesso modo dobbiamo fare di Darya Dugina un simbolo di tutte quelle donne che ancora lottano con coerenza per un mondo tradizionale multipolare. Dobbiamo dare loro la forza di farsi valere. Non tutte le donne possono essere un’eroina come Daria Dugina. Ma ogni donna può dare un po’ del suo amore per costruire un mondo migliore.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/femminismo-contro-vera-femminilita

La nuova moneta di Argentina e Brasile

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di Katehon think tank

L’Argentina e il Brasile stanno riprendendo le discussioni per la creazione di una moneta comune per le transazioni finanziarie e commerciali, rilanciando un piano spesso discusso che dovrà affrontare numerosi ostacoli politici ed economici. La nuova valuta si chiamerà “sur” (“sud” in spagnolo). Secondo il Financial Times, altri Paesi dell’America Latina saranno invitati ad aderire al progetto.

Alla vigilia dell’incontro di Buenos Aires, il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e l’argentino Alberto Fernandez hanno scritto un articolo congiunto sul quotidiano argentino Perfil, osservando che la condivisione delle loro valute potrebbe favorire il commercio regionale. “Intendiamo superare gli ostacoli al nostro scambio, semplificare e modernizzare le regole e promuovere l’uso delle valute locali. Abbiamo anche deciso di portare avanti le discussioni su una valuta comune sudamericana che possa essere utilizzata per le transazioni finanziarie e commerciali, riducendo i costi delle transazioni e la nostra vulnerabilità esterna”, si legge nel comunicato.

Il Brasile e l’Argentina hanno deciso di portare avanti congiuntamente la creazione di una moneta comune, il Sud. Questa moneta non sostituirà le valute dell’Argentina (“Peso argentino”) e del Brasile (“Real”). Sarà utilizzata solo per gli scambi commerciali tra i due Paesi per ridurre la dipendenza dal dollaro e, secondo il ministro delle Finanze brasiliano, per “aiutare l’Argentina ad acquistare beni brasiliani senza intaccare le sue riserve di dollari”. Lula ha elaborato dei piani per creare una moneta comune a beneficio di entrambi i Paesi, in modo da dipendere sempre meno dal dollaro per le transazioni internazionali.

Particolare attenzione sarà rivolta alla reindustrializzazione delle economie con la creazione di posti di lavoro di qualità e investimenti nell’innovazione. Il commercio tra Argentina e Brasile presenta già un’elevata quota di prodotti industrializzati in settori strategici. L’integrazione tra le catene di produzione aiuta a mitigare gli shock esterni, come quelli sperimentati durante la pandemia. I Paesi potranno evitare di affidarsi a fornitori esterni per avere accesso a forniture e beni essenziali per il benessere delle loro popolazioni.

Contesto dello sviluppo dell’idea e dell’inflazione

L’ultima proposta arriva in un momento in cui l’Argentina sta lottando con l’inflazione più alta degli ultimi trent’anni e molti mercati emergenti sono alla ricerca di alternative al forte dollaro statunitense. L’economia brasiliana è destinata a crescere quest’anno e la nuova amministrazione di Lula intende aumentare significativamente la spesa pubblica per mantenere le promesse elettorali.

Secondo un portavoce del governo brasiliano, i negoziati sono stati avviati dall’Argentina. La moneta surrogata non sostituirà il real e il peso argentino – almeno in un primo momento – e sarà utilizzata accanto ad essi. Secondo Bloomberg, i colloqui sono in una fase iniziale e non c’è una tempistica per raggiungere l’obiettivo.

Le due maggiori economie del Sud America stanno valutando da decenni la possibilità di coordinare le loro valute, spesso per contrastare l’influenza del dollaro nella regione. I persistenti squilibri macroeconomici di entrambi i Paesi, così come i continui ostacoli politici all’idea, hanno portato a pochi progressi pratici.

Nel 1987, i leader dei due Paesi hanno annunciato la creazione di un’unità di conto comune, chiamata gaucho, per misurare il commercio tra i Paesi. L’idea fallì a causa delle differenze e dell’elevata volatilità che interessava i Paesi.

Nel 2019, l’allora presidente brasiliano Jair Bolsonaro dichiarò che Brasile e Argentina si stavano preparando a fare il “primo passo” verso “il sogno di una moneta unica nel blocco Mercosur”. L’idea è stata accolta con scetticismo in Brasile: lo speaker della Camera dei deputati nazionale ha suggerito che il piano potrebbe portare a un indebolimento del real brasiliano e a un ritorno dell’inflazione, e la banca centrale del Paese ha ufficialmente negato qualsiasi discussione su un’unione valutaria.

Nel 2021, il ministro dell’Economia brasiliano Paulo Guedes ha affermato che in una potenziale unione valutaria nel Mercosur, il Brasile potrebbe assumere il ruolo svolto dalla Germania nell’eurozona.

Le due nazioni si trovano ora ad affrontare problemi simili. L’Argentina ha un tasso di inflazione annuale di quasi il 100%, mentre il Brasile è al 5,8%. Anche il rapido deprezzamento del peso rispetto al real e l’autonomia della banca centrale brasiliana, che potrebbe opporsi all’iniziativa, sono ostacoli significativi.

In tutto il mondo, i Paesi stanno cercando modi per aggirare l’uso del dollaro USA e stanno cercando di vendere la maggior parte del loro debito in valute locali. La Russia accetta pagamenti esteri in rubli da quando sono state imposte le sanzioni, in seguito al lancio di un’operazione militare speciale in Ucraina. I Paesi asiatici stanno cercando di espandere l’uso dello yuan cinese. L’India e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di espandere il commercio in rupie.

Critiche

Il commercio tra Argentina e Brasile sta soffrendo a causa del deficit in dollari dell’Argentina. La maggior parte degli economisti ha interpretato la notizia di una potenziale moneta comune tra Brasile e Argentina come un’iniziativa per creare un’unione valutaria.

Se la maggior parte dei contratti in America Latina e con gli altri continenti fosse denominata in valute regionali, la sostenibilità e l’utilizzabilità di tali valute aumenterebbero. Per le imprese e i cittadini sarà più facile pensare in termini di queste valute regionali. I contratti non saranno più espressi in dollari o in euro.

Anche la diversa sensibilità delle due economie agli shock esterni gioca un ruolo importante. Se un Paese, ad esempio, esporta materie prime i cui prezzi sono in calo, può stabilizzare l’effetto sulla propria bilancia dei pagamenti indebolendo la propria valuta. Ma se un partner dell’unione monetaria non vende queste stesse materie prime, l’indebolimento della sua moneta sconvolgerà al contrario l’equilibrio dei flussi esterni.

La teoria dell’area valutaria ottimale e la pratica dell’area dell’euro suggeriscono che, per il successo di una moneta regionale, i paesi devono essere economicamente e politicamente simili e devono essere importanti partner commerciali e finanziari l’uno dell’altro. Inoltre, devono essere disposti a integrarsi ulteriormente, ad esempio per facilitare i flussi di manodopera e di capitali, attenuare gli shock fiscali e proteggere l’unione monetaria.

La principale difficoltà nel formare un’alleanza di questo tipo è l’instabilità politica tra i Paesi e al loro interno. Le relazioni tra Argentina e Brasile si sono un po’ normalizzate con l’arrivo al potere di governi di centro-sinistra in entrambi i Paesi, ma le dinamiche politiche in America Latina sono tali che è difficile fare previsioni a lungo termine.

Per ora, la creazione di un’alleanza è solo un’idea che è solo a livello di discussione, molto lontana dall’essere realizzata, anche se la regione nel suo complesso ha un buon potenziale per i processi di integrazione.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dichiarato che Caracas sostiene l’iniziativa di Brasile e Argentina di creare una moneta unica sudamericana, ha riferito Xinhua.

Opportunità per la ripresa economica congiunta del “cono” nel contesto dell’integrazione comune

I Paesi del Cono Sud avevano grandi speranze con la formazione del MERCOSUR. Ma le aspettative che l’apertura del mercato brasiliano avrebbe dato dinamismo al loro sviluppo economico non sono state del tutto soddisfatte. Per il Brasile stesso, il MERCOSUR sta diventando più un progetto politico, con le considerazioni economiche che passano in secondo piano. La capacità del Brasile di agire come “locomotiva” dello sviluppo economico è limitata. La necessità del Brasile di importare materie prime, ad eccezione dell’energia, sta gradualmente diminuendo grazie alla sua grande dotazione mineraria. Il suo interesse per i partner latinoamericani è inoltre limitato dalla scarsa competitività dei loro prodotti, che impedisce alle multinazionali brasiliane di organizzare catene di produzione con loro. Infine, la capacità del Brasile come fonte di investimenti per i Paesi latinoamericani è insufficiente.

Nell’attuale fase di integrazione latinoamericana, le tendenze centrifughe sono forti, oltre a quelle centripete.

Risultati del Vertice CELAC 2023

I documenti adottati al Vertice della CELAC riflettono in generale una posizione equilibrata e costruttiva dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi sullo sfondo di sfide globali come l’aumento delle tensioni geopolitiche, i crescenti problemi di sicurezza alimentare ed energetica, le conseguenze della pandemia.

Tutti i 33 Paesi partecipanti hanno emesso un documento in 100 punti con 11 dichiarazioni speciali che fanno riferimento alla “necessità di dialogo e integrazione regionale”, nonostante le differenze politiche tra alcuni Paesi della regione. Tutti gli Stati si sono impegnati a progredire nella ricerca di aree di cooperazione sovranazionale per progetti di beneficio comune, in particolare su questioni economiche, sociali e di sicurezza.

Nella discussione sulla democrazia e i diritti umani, gli Stati non hanno raggiunto un compromesso a causa delle diverse posizioni sul tema.

Hanno sottolineato la necessità di cercare progetti di interesse multinazionale nella regione che rafforzino la cooperazione e portino benefici condivisi ai Paesi della regione.

Lula ha sottolineato che il Brasile sta tornando a far parte della CELAC. Questo è importante perché tre anni fa l’ex presidente Bolsonaro ha ritirato il Brasile dalla CELAC. Lula ha ricordato che, quando era al potere dal 2003 al 2010, è stato uno dei promotori della CELAC.

Le relazioni tra Argentina e Brasile e la proposta di creare una nuova moneta

Poco prima della riunione della CELAC del 24 gennaio 2023, i presidenti di Argentina e Brasile si sono incontrati per “promuovere il commercio bilaterale e sviluppare progetti comuni”.

I governi brasiliano e argentino hanno concordato di promuovere congiuntamente la creazione di una moneta comune e di facilitare il commercio bilaterale e lo sviluppo di progetti comuni, tra i quali l’Argentina sta cercando di costruire un gasdotto per esportare gas nel Paese vicino. L’inflazione nel 2022 supera il 95% e l’impossibilità di rivolgersi ai mercati internazionali per i finanziamenti rende difficile la realizzazione di grandi opere pubbliche. Uno dei progetti infrastrutturali più urgenti per il governo argentino è il gasdotto. L’importanza della cooperazione tra i due Paesi, e del progetto del gasdotto in particolare, è data dal fatto che l’Argentina vuole riprendere le esportazioni di gas e non dipendere dal gas della Bolivia.

Il presidente argentino ha ora chiesto al Brasile di finanziare il prolungamento del gasdotto fino al confine condiviso dai due Paesi per poter esportare il surplus. L’Argentina ha smesso di essere un Paese esportatore di gas molti anni fa e ogni inverno deve acquistare gas liquefatto dalla Bolivia. A causa di questo le importazioni devono spendere fino a 1,2 miliardi di dollari al mese durante i mesi più freddi dell’anno. In risposta, Lula ha detto che è possibile che il Brasile proponga delle condizioni per il progetto.

Le conclusioni di questo incontro sono anche in linea con le dichiarazioni rilasciate dopo la riunione della CELAC, in cui 33 Paesi, tra cui Argentina e Brasile, si sono impegnati a cercare progetti comuni a beneficio dei Paesi della regione.

Relazioni Argentina-Stati Uniti

Come ha detto il leader argentino durante i colloqui, il suo Paese si trova in una situazione difficile. L’Argentina vuole liberarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti, dal momento che Buenos Aires ha accumulato un grave debito estero soprattutto a causa di Washington.

Fernandez ha spiegato che per decenni l’economia argentina è stata “molto dipendente dagli Stati Uniti”. La presidente ha aggiunto che “il debito con il FMI è sorto anche a causa di questo rapporto”.

Le difficoltà nella ristrutturazione dell’economia sono state aggravate dal fatto che per diversi anni il Paese è stato al potere a favore dell’integrazione con gli Stati Uniti.

Relazioni tra Brasile e Stati Uniti

Con l’avvento del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, gli Stati Uniti hanno un nuovo partner nella regione che fungerà da interlocutore regionale.

In precedenza, questo ruolo era stato riservato al presidente argentino Alberto Fernández. Ma per gli Stati Uniti il Brasile è un partner strategico di grande importanza, molto più importante dell’Argentina. Biden ha ora un nuovo partner nella regione, Luiz Inácio Lula da Silva, che sembra più adatto a svolgere il ruolo di interlocutore regionale.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden considera il suo omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva un leader mondiale. Una dichiarazione a seguito di una recente telefonata tra i leader statunitensi e brasiliani ha sottolineato che i due hanno concordato di lavorare insieme su questioni quali “il cambiamento climatico, lo sviluppo economico, la pace e la sicurezza”.

Lo stesso leader brasiliano ha poi ammesso di voler discutere con il suo omologo statunitense dei preparativi del Partito Democratico americano per le prossime elezioni presidenziali di due anni, alla luce della crescente popolarità dei repubblicani. Inoltre, ha proposto un’iniziativa per creare un nuovo formato internazionale che aiuti a risolvere il conflitto in Ucraina. Ma finora non è stata sostenuta.

Follia cancel culture: Fratel Coniglietto è razzista, Zio Tom cacciato da Disneyland

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di Matteo Milanesi

Anche le attrazioni di Disneyland finiscono nel mirino della cancel culture e del politicamente corretto

La chiamano cultura della cancellazione, anche se si tratta de facto di cancellazione della cultura. Eppure, si sa, in tempi di politicamente corretto è tutto possibile ormai, financo che Disneyland decida di chiudere, dopo 34 anni di attività, Splash Mountain, l’attrazione ispirata sul film del 1946 I racconti dello zio Tom della Disney. La motivazione è quella di sempre che potete già immaginarla: il film sarebbe una rappresentazione suprematista e razzista, criticato anche per la raffigurazione della vita nelle piantagioni, nonché del rapporto tra schiavi neri e padroni bianchi. Di conseguenza, spazzata via anche l’attrazione.

Non è l’unico e non sarà l’ultimo caso di un fenomeno di ripudio della cultura, che negli States ha trovato il proprio humus prima con l’abbattimento delle statue di personaggi storici e poi con la revisione dei grandi testi letterari occidentali, dalla Divina Commedia di Dante Alighieri fino ad arrivare alla celebre The Tempest di William Shakespeare, per passare addirittura ad Agatha Cristie e financo James Bond. In Italia, il fenomeno è decisamente più contenuto, anche se nel continente europeo, in particolare in Regno Unito, la cancel culture ha già mosso i primi passi qualche anno fa e ora sta letteralmente dilagando.

Per approfondire:

Nelle università britanniche, per esempio, sono stati introdotti dei veri e propri avvisi che i professori devono obbligatoriamente lanciare quando si sta per trattare temi particolarmente “sentiti”. Ecco che, se si parla di crociate o di schiavismo, il musulmano o la persona di colore possono alzarsi e uscire dalla classe, abbandonando in anticipo la lezione ed il dibattito.

Comunque, tornando al caso Disneyland, già qualche mese fa l’allora amministratore delegato, Bob Iger, aveva detto agli azionisti che “il film non sarebbe più stato disponibile su Disney+”. Ed ecco che ieri è arrivato il giorno fatale: Splash Mountain sarà sostituita da Tianàs Bayou Adventure, ispirata al film del 2009 La principessa e il ranocchio, nel quale invece è stato introdotto il personaggio di Tiana, ovvero la prima principessa nera di Disney, sempre in rigoroso rispetto dell’ondata politically correct che sta investendo il mondo atlantico.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/follia-cancel-culture-fratel-coniglietto-e-razzista-zio-tom-cacciato-da-disneyland/
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