Soave (VR): Giorno Ricordo confuso con Giorno della Memoria

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Clamorosa gaffe del Comune di Soave che confonde il Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle Foibe, con il Giorno della Memoria, dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sui muri del Comune è infatti apparso un manifesto dell’amministrazione comunale con la scritta «Giornata del Ricordo, 7 febbraio 2020». Peccato che ad illustrarla ci fossero una fotografia di Auschwitz ed una frase di Primo Levi sull’Olocausto. Anche la data era sbagliata: visto che il Giorno del Ricordo si celebra il 10, e non il 7 febbraio.

“La spiegazione, purtroppo, è semplice quanto imbarazzante – dice il sindaco Gaetano Tebaldi (Lista Civica Insieme per Soave) al Corriere di Verona – anche perché qui siamo particolarmente sensibili alla Giornata del Ricordo, visto tra l’altro che abbiamo in giunta la nipote di una famiglia di esuli istriani. Il 20 gennaio avevamo dato incarico ad un funzionario di far preparare il manifesto celebrativo, e lui si era rivolto ad una ditta specializzata. La ditta ha commesso tutti quegli errori, ma la bozza del manifesto non ci era mai stata sottoposta, e di questo dovrò chiedere conto al funzionario. Abbiamo scoperto gli errori solo sabato scorso, e a causa della giornata festiva non abbiamo potuto intervenire immediatamente, come pure abbiamo tentato di fare. Adesso stiamo provvedendo, ma purtroppo il danno è stato fatto”.

Critiche dall’opposizione: “Una vicenda agghiacciante – attaccano i consiglieri dell’altra lista civica, Soave Crescere Insieme – con una giunta che confonde il Giorno del Ricordo del massacro delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata (celebrata dal Comune il 7 febbraio anziché il 10, sbagliando pure la data) con il Giorno della Memoria delle Vittime dell’Olocausto: agghiacciante e umiliante”.

Sindrome cinese

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Di Marcello Veneziani

Il pericolo cinese ci accompagna ormai da una vita. Ci fanno paura ormai da troppo tempo, altro che coronavirus e razzismo anticinese. Ero bambino e già si temevano i cinesi di Mao Tse Tung in marcia con la loro rivoluzione culturale, i loro libretti rossi, i loro feroci campi di rieducazione, le loro esecuzioni sommarie in massa; e l’annuncio che avrebbero raggiunto anche noi e invaso il lontano occidente. Aiuto, la Cina è vicina, ripetevamo con Marco Bellocchio. “Arrivano i cinesi” cantò poi Bruno Lauzi. Sono tanti, militarizzati e si moltiplicano a vista d’occhio, dicevano, non hanno niente da perdere, sono irregimentati, nascono e muoiono come mosche o chicchi di riso, uccidono senza problemi, ti costringeranno a cedere la macchina e andare in bicicletta e ti spoglieranno del capo firmato per farti indossare la tutina di forza alla Mao. Ecco il libretto d’istruzioni di Mao, con le sagge idiozie del Grande Timoniere; da noi i filocinesi erano tanti, fanatici e armati.

Non avevamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per la morte di Stalin e poi la fine della Guerra Fredda che le Guardie Rosse cinesi ci minacciavano. Quando Mao morì non si fece in tempo a dire pericolo scampato che la Banda dei Quattro, vedova inclusa, riprese le minacce. E una dependance dei cinesi ce l’avevamo, soprattutto noi pugliesi, a un tiro di schioppo, in Albania, e annunciavano l’imminente caduta dell’Imperialismo, del Capitalismo e l’arrivo degli albanesi come aperitivo dei cinesi.

Quando ero ragazzo diventò proverbiale il titolo di un film, Sindrome Cinese, con Jane Fonda e Michael Douglas che ci impauriva con un’esplosione nucleare che avrebbe creato bibliche contaminazioni nella popolazione californiana e in seguito planetaria. Ma ancor più terribile da giovane fu il filone dalla Cina con furore che ebbe come protagonista il mitico Bruce Lee, venuto dalla Cina d’esportazione, di Hong Kong, che nei suoi film ci mostrò le mazzate cinesi e le arti marziali, il Kung fu e una marea di violente crudità per nuocere al prossimo con pochi ma terribili colpi letali.

Anche il sesso in versione cinese era esagerato, mortale, eccessivo. Altro che Lanterne rosse. Da paura. Persino quando si divertono per il loro Capodanno e per il loro teatro, i cinesi inscenano mostruosi spettacoli, con dragoni, serpenti, maschere spaventose. Con loro non ti puoi mai rilassare un attimo.

Se vi assale il dubbio di vivere nel peggiore dei mondi possibili e sognate di lasciare il vostro paese, recuperate il film cinese Still Life, premiato anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia: vi riconcilierete con la vostra vita e il vostro mondo. Il degrado delle nostre città vi sembrerà oro rispetto a quello cinese, mostrato dall’orrendo film. Vedendo quel film ambientato tra i terùn del sud cinese, riacquisterete fiducia e stima nell’Europa, nell’Italia, in Scampia. E perfino nel cinema italiano. Dateci Scamarcio.

Negli anni la Cina ha continuato a spaventarci per la crescita esponenziale della sua popolazione, il maocapitalismo, le fabbriche organizzate come eserciti, l’inquinamento pazzesco che accompagna la sua industrializzazione e ammorba le sue città. Nel frattempo l’incubo cinese diventò commerciale, fregavano i nostri prodotti perché loro li riproducono a prezzi stracciati; i grossisti compravano mille tappeti persiani made in China al prezzo di uno solo, le loro manifatture coi lavoratori pagati quasi niente e disposti a lavorare sedici ore al giorno stipati in un sottoscala dove producevano, mangiavano, dormivano, copulavano e defecavano. Aziende chiuse, lavoratori nostrani sul lastrico per via della concorrenza cinese che sbaraglia tutto e tutti. Prodotto cinese fu sinonimo di merce a prezzo basso, altamente tossica e nociva per la salute e i bambini ma imbattibile. Nei loro mercatini trovi tutto, seppur scadente. Cominciarono a fiorire da noi quartieri di China Town, dove la gente non moriva mai perché si tramandavano le carte d’identità, secondo una vulgata diffusa. E poi i ristoranti cinesi, su cui si narravano truculente storie di cani e gatti trucidati, carni avariate, igiene pessima.

Sotto casa mia c’era un cinesino che tutti chiamavano Eulo; era il suo nome d’arte perché vendeva tutto a un euro (in cinese eulo). Se vai a Prato, la città più cinese d’Italia, ti spaventi a vederli crescere a dismisura e la consideri una nemesi dello sconsiderato gesto del pratese Curzio Malaparte che regalò la sua esclusiva, spettacolare villa a Capri alla Repubblica popolare cinese.

La Cina detiene ancora i record mondiale d’inquinamento, pena di morte e comunismo totalitario. La Cina è sempre esagerata. Dopo la Sars, la sindrome respiratoria acuta, ora ci arriva dalla Cina il coronavirus, corredato d’inquietanti notizie, decessi e omertà, più serpenti, pipistrelli, virus nati in laboratori militari e altre leggende metropolitane raccolte e ingigantite dalla rete. Con tutti questi precedenti, il campo delle opzioni a nostra disposizione si restringe: arrendersi ai cinesi e consegnare loro chiavi in mano l’Europa; dichiarare guerra alla Cina ma sono troppi, sfuggono da ogni parte e non ce la fai ad accopparli. O più modestamente scappare appena vedi un cinese, seppure con la mascherina, o appena senti un suo starnuto letale. Barricarsi in casa, negarsi ai luoghi affollati, vivere da eremita per timor cinese. Lo fanno in molti.

Tutto questo lo dico non per giustificare la paura o come impropriamente si dice, il razzismo nei confronti dei cinesi, e nemmeno per maledire la Cina ma per dire che non da oggi abbiamo paura dei cinesi, del comunismo cinese, del contagio cinese, della violenza cinese, del commercio cinese, del sovraffollamento cinese, dell’inquinamento cinese. L’incubo cinese. Morale della favola? Non c’è: volevo sdrammatizzare il pericolo cinese ma alla fine l’ho aggravato.

MV, La Verità 9 febbraio 2020

da https://www.google.com/url?q=http://www.marcelloveneziani.com/articoli/sindrome-cinese/&source=gmail&ust=1581542488789000&usg=AFQjCNFkv6sO3NeJCOgwOVPrKTuAPFTnGA

Emilia, alle sardine un posto in giunta: la Schlein sarà vice Bonaccini

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La vicepresidente della Regione Emilia Romagna sarà Elly Schlein, considerata dalle sardine il loro “riferimento” politico

Stefano Bonaccini ha scelto Elly Schlein come sua vice in regione. La nomina era nell’aria, tanto che all’indomani della sua riconferma a presidente dell’Emilia-Romagna si era lasciato andare a una frase sibillina nello studio di Otto e mezzo, ospite di Lilli Gruber, proprio in merito alla figura dell’ex europarlamentare del Partito Democratico.

Adesso è arrivata l’ufficialità, con una nota scritta dallo stesso governatore dem. “Ho chiesto ad Elly Schlein e a Mauro Felicori di entrare a far parte della nuova giunta che sto componendo e che completerò in questi giorni, entro la settimana. Entrambi hanno accettato con entusiasmo mettendo le proprie competenze al servizio della Regione e del nostro progetto di governo. Di questo li ringrazio”.

L’esponente emiliano-romagnolo del Partito Democratico nei giorni scorsi aveva già annunciato la nomina di Vincenzo Colla all’assessorato al Lavoro. Ora la poltrona di vice-presidente alla Schelin, che nelle urne è risultata essere la regina delle preferenze alla tornata elettorale regionale, ottenendole più di 22mila. Ma oltre alle preferenze sulle schede, ci sono ombre per quei “legami” con al Open Society di George Soros, oltre che per le “simpatie” delle sardine di Mattia Santori & Co. che l’avevano indicata cme loro “riferimento politico”.

“Elly Schlein – scrive sempre Bonaccini – ha ottenuto un risultato personale particolarmente significativo, guidando le liste di ‘Emilia-Romagna Coraggiosa’, ben interpretando la necessità di coniugare in modo nuovo e ancor più incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica. Il suo impegno su entrambi i fronti, al pari della sua consolidata esperienza europea, ne fanno un punto di forza anche per le future relazioni in ambito comunitario per una Regione aperta e pienamente europea come l’Emilia-Romagna”.

Bonaccini, si legge ancora, ha chiesto a Schlein “un impegno diretto nell’ambito delle politiche di welfare e nel coordinamento di un nuovo Patto per il clima, che ho intenzione di siglare con tutte le rappresentanze istituzionali, economiche e sociali, così come indicato nel mio programma”. In attesa di completare il quadro delle deleghe Schlein ha accettato “l’incarico di vicepresidente della nuova Giunta regionale”, si legge sempre nel comunicato diramato dal presidente dell’Emilia-Romagna.

Mauro Felicori, invece, è l’ex sovraintendente della Reggia di Caserta e sul suo conto le parole di Bonaccini sono le seguenti: “Quanto a Felicori, anche il risultato personale, particolarmente significativo nell’ambito dell’iniziativa da me promossa di una lista civica del presidente, premia la scelta fatta di aver aperto la nostra alleanza a personalità riconosciute della società civile. Nella sua affermazione vedo sia il riconoscimento della sua rilevante esperienza professionale nell’ambito culturale, sia uno sprone a proseguire nella scelta strategica di rafforzare e qualificare le politiche culturali dell’Emilia-Romagna”.

Da    https://www.ilgiornale.it/news/politica/bonaccini-sceglie-elly-schlein-sua-vice-regione-1825191.html

“Vangelo e Moschetto”: l’Italia fascista e la Chiesa: un libro di Raffaele Amato

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“Vangelo e Moschetto”: riceviamo recensione e volentieri pubblichiamo, caro direttore
Non è facile per nessuno, neanche per il più viscerale degli antifascisti, negare il valore del Concordato. Frutto di quei Patti lateranensi fortemente voluti e firmati da Benito Mussolini l’11 febbraio 1929. Non è facile in quanto l’articolo 7 della Costituzione repubblicana è lì a sottolinearne l’importanza per gli equilibri sociali, morali e politici.

“Vangelo e Moschetto”: chiarezza e documentazione

E i Patti lateranensi non furono – come qualcuno cerca di sostenere – un semplice, per quanto geniale atto di Realpolitik. Bensì – come sottolinea Raffaele Amato nel suo recentissimo “Vangelo e Moschetto”, (Solfanelli) – il compimento perfetto di un percorso ideale e ideologico; di una strategia politica precisa volta non solo a dare una soluzione definitiva alla “Questione romana”; ma anche a sradicare dalla mentalità delle classi dirigenti i portati di oltre un secolo di propaganda massonica.
È fondamentale – secondo l’autore – rilevare che: i Patti lateranensi concludono un ciclo di iniziative politiche e legislative che partono  dalla messa al bando della Massoneria in Italia. Cioè, di quella forza che aveva interpretato il suo ruolo storico alla luce di un feroce Anticlericalismo, di un esasperato Internazionalismo. Minando così di fatto alla stessa “identità italiana”. E non è un caso,  sottolinea l’autore in questo suo libro che si segnala per le non comuni capacità e chiarezza espositive. Espresse non a scapito della precisione storica e documentale.

L’Italia fascista restituì dignità alla Chiesa

Non è un caso che la frattura tra Fascismo e Massoneria fosse stata preceduta da quella tra Grande Oriente e movimento nazionalista;  e dalla confluenza di quest’ultimo nella schiera delle “camicie nere”. Col Concordato, quindi, l’Italia fascista non solo restituì piena dignità pubblica alla Chiesa e alla Fede cattolica. Ma tornò a riconoscere alla religione la funzione di “coronamento” dell’educazione dei giovani.
Oggi in particolare, la Chiesa postconciliare prova e potrebbe provare ben più di un imbarazzo nel ripercorrere le tappe di quel lungo cammino: che vide Fascismo e Vaticano accompagnarsi finanche in avventure belliche. Pima tra tutte, la guerra in Spagna. Ma, pur analizzando anche i non infrequenti momenti di tensione tra le due istituzioni, Raffaele Amato non può non arrivare a questa conclusione:  proprio e solo sotto il Fascismo, nell’Italia moderna, la Chiesa ha potuto informare la società dei suoi più significativi e radicati principi morali.
Influenza, quella della Chiesa, accettata e promossa, pur nella sostanziale dimensione laica dello Stato. Non solo e non tanto nell’apertura delle istituzioni alle istanze del Cattolicesimo, ma anche nella lotta strenua che fu condotta alle associazioni nemiche della Fede di Roma.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/02/vangelo-e-moschetto-litalia-fascista-e-la-chiesa-un-libro-di-raffaele-amato/

Dalla fucilazione della Ferida all’amicizia con Tito. La vera storia del partigiano Pertini

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Roma, 11 feb – La maggioranza degli italiani ricorda Sandro Pertini come il presidente della Repubblica che esultava per la vittoria della nazionale italiana di calcio nel 1982, sempre accompagnato dall’onnipresente pipa da tenero nonnino in bocca. Pochi sanno però la verità sugli anni della militanza di Pertini nelle fila partigiane. Quindi raccontiamo qualche episodio oscurato della storia del presidente, che ne inquadra il personaggio.

Pertini, via Rasella e le Fosse Ardeatine

Partiamo dall’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944: dodici partigiani del Gap (Gruppo di azione patriottica) organizzarono un attacco dinamitardo contro un reparto della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, nel quale rimasero uccisi anche due civili (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti).

L’attentato causò l’eccidio delle Fosse Ardeatine perché i gappisti si rifiutarono di farsi avanti come responsabili dell’agguato, seppur sapessero che i tedeschi avrebbero fucilato 10 italiani per ogni soldato ucciso. Sandro Pertini, allora responsabile militare del Comitato di Liberazione Nazionale del Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), dichiarò al “processo Kappler” che l’attentato era stato conforme alle direttive di carattere generale della giunta militare tendenti a costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione a lui dipendente”. Nel 1949, alcuni familiari delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro i mandanti e gli esecutori dell’attentato di via Rasella, tra questi anche Pertini. La richiesta fu però respinta dal Tribunale perché l’attentato fu “un legittimo atto di guerra”.

La fucilazione di Luisa Ferida

Il 30 aprile del 1945, l’attrice Luisa Ferida, all’ottavo mese di gravidanza, venne fucilata perché frettolosamente accusata di collaborazionismo con i tedeschi, incriminazione della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Nelle sue memorie, Giuseppe “Vero” Marozin, capo dei partigiani della “Brigata Pasubio” e già noto per le atrocità commesse in Veneto, scrisse in merito alla fucilazione della Ferida e del marito Osvaldo Valenti: “Quel giorno, il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!

Pertini e la grazia per il boia di Porzus

Anche come presidente della Repubblica, Sandro Pertini non si scordò dei suoi compagni. Nel 1978, uno dei primi impegni come prima carica dello Stato fu la grazia concessa a Mario “Giacca” Toffanin, condannato in contumacia all’ergastolo (Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia) dalla Corte di Assise di Lucca nel 1954. Toffanin fu il principale responsabile dell’Eccidio di Porzûs, dove vennero uccisi 17 partigiani della Brigata Osoppo dal battaglione di gappisti del Pci, comandati appunto dal “Giacca” e su mandato del Comando del IX Korpus dell’esercito titino. È bene ricordare che il graziato da Pertini subì un’ulteriore condanna a trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.

L’omaggio a Tito

L’8 maggio del 1980 si tennero a Belgrado i funerali del dittatore Tito. Un Pertini visibilmente commosso si intrattenne davanti alla bara dell’infoibatore, appoggiando la mano sulla bara e “tenendola a lungo”, come riportò in seguito una nipote di Tito.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/fucilazione-ferida-amicizia-tito-vera-storia-pertini-145567/

“Foibofobia”: il male oscuro della sinistra italiana

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Breve e tristissima carrellata tra gli orrori e le infamie di chi vuol negare il Ricordo di un dramma italiano

Il Giorno del Ricordo è un nervo scoperto, una memoria che non riesce a essere condivisa, perché è sfuggito alle maglie della censura storica dei vincitori. Costituisce quindi una “pietra d’inciampo” sul percorso della vulgata resistenziale e, di conseguenza, scatena quelle stesse reazioni isteriche di cui fu vittima anche Giampaolo Pansa.
Così, dal più piccolo dei paesi fino al cuore dei Palazzi romani, si moltiplicano le minacce, gli insulti infami e i vandalismi. In una parola odio diffuso a piene mani, nonostante uno degli argomenti centrali nel dibattito di questi mesi sia proprio la lotta allo hate speech.

In altri articoli ricordiamo le origini delle teorie “giustificazioniste” e “negazioniste” che non sarebbero mai consentite per il Giorno della Memoria del 27 gennaio ma sono, invece, ampiamente tollerate e persino incentivate da alcuni Enti territoriali per ciò che concerne il dramma delle Foibe.

L’eterogenesi dei fini è perciò servita su un piatto d’argento: l’avvicinarsi di un momento di riflessione sul dolore e il sangue versato nelle terre del confine orientale, contro italiani inermi e non già contro milizie belligeranti, finisce così solo per esacerbare gli animi, alimentare polemiche e riaprire ferite.

Fin dentro ai Palazzi, si diceva, anzi a Palazzo Madama. La sede del Senato, che ha ospitato forse uno dei momenti più vergognosi di questi giorni di commemorazione. Ovvero un seminario organizzato dall’Anpi del Friuli-Venezia Giulia. Per chi non sapesse l’Anpi è l’associazione dei partigiani, quindi parte in causa diretta dei massacri, delle torture e delle violenze commesse ai danni degli italiani d’Istria e Dalmazia.
L’impostazione è stata appunto, giustificazionista e il titolo lo spiega “Il fascismo di confine e il dramma delle foibe”, come dire che anche le Foibe sono colpa del fascismo. Contro il convengo, che si è tenuto nella Sala degli Atti Parlamentari sono insorti – inascoltati – molti esponenti della minoranza e anche lo scrittore Marcello Veneziani che ha sottolineato come ormai «La dittatura sulla Memoria sta diventando insopportabile».

In questo clima ogni Comune d’Italia rischia di diventare oggi una trincea, anzi, una foiba dove finiscono per essere gettati i sentimenti di riconciliazione, umana pietà, riconoscimento del valore della vita, insieme a quello dell’italianità. Noi vi presentiamo una breve carrellata di alcuni degli orrori e delle infamie commesse in questi giorni e che hanno avuto ben poca eco sui media (sempre asserviti alla “vulgata” di cui sopra)

Norma Cossetto: “presunta” vittima
La bestialità è emersa a seguito di una interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri che ha chiesto al ministro degli Interni di intervenire per sciogliere la delegazione leccese di Anpi secondo la quale Norma Cossetto (medaglia d’oro, sevizia e infoibata dai partigiani) era una “presunta vittima” delle foibe.

Trieste: anche d’Annunzio nel mirino
Un sedicente “Presidio antifascista” è stato indetto per oggi in piazza della Borsa contro la “falsificazione delle vicende del confine orientale”. Aderiscono partiti e centri sociali e si temono atti simbolici contro la statua di Gabriele d’Annunzio, definito “campione di antislavismo”.

Treviso: solo i partigiani “ricordano”?
Polemiche ha destato la decisione del Comune di Treviso di affidare all’Anpi e all’Istituto per la resistenza due conferenze legate al Giorno del Ricordo. Anche perché l’Anpi, appena un anno fa, a sua volta sollevò vibrate proteste per un corteo in memoria dei martiri delle Foibe. A Maserada, nella marca trevigiana, il Pd ha, invece, protestato contro la decisione del sindaco di erigere un monumento alle vittime delle Foibe. Per il consigliere del Pd Anna Sozza la scelta equivale a «strumentalizzare la storia».

L’autorevolezza di “Eric il Rosso”
In Piemonte è tutto un fiorire di iniziative di Eric Gobetti, uno che si fa chiamare Eric il Rosso. In rete circolano sue foto a pugno chiuso accanto alla statua del maresciallo Tito. Ebbene, questo personaggio è stato invitato dalla giunta di centrosinistra della Circoscrizione 3 di Torino. Non contento, è andato anche a presentare un suo libro: “La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro (1942-1945)” a Verbania. Cosa c’entra con il dramma dei nostri connazionali?

Negazionismo a Ravenna
A Ravenna e in provincia, invece, alcune commemorazioni pubbliche sono state affidate dalla sinistra a Sandra Kersevan, animatrice della casa editrice KappaVu di Udine, nota negazionista, arrivata al punto di contestare sia le ricostruzioni sull’eccidio di Porzus sia la funzione della foiba di Basovizza.

Firenze: censurato Alfio Krancic
Nel capoluogo renziano i consigli di quartiere hanno negato l’autorizzazione ad ospitare una mostra di vignette di Alfio Krancic, il notissimo vignettista originario delle terre dell’esodo. A Firenze, rileva il forzista Cellai: «il ricordo di questa strage di italiani resta un evento di serie B».

Roma: il veto dei 5 stelle
Il M5S in Consiglio comunale si è rifiutato di discutere la mozione per il conferimento della cittadinanza onoraria a Norma Cossetto. Una vergogna senza precedenti che insulta la memoria di una giovane martire e di una delle più grandi tragedie della storia d’Italia.

Ciampino: la paura dell’uomo nero 
Quando la sinistra non può imporre i “suoi” conferenzieri, si mobilita per non far parlare gli altri. Così è in corso una mobilitazione per impedire la conferenza indetta per domani con relatore lo storico Pietro Cappellari, definito dal Pd (e da Repubblica) «noto per le sue idee e posizioni nostalgiche».

Lapidi imbrattate o divelte
Infine, il capitolo degli scempi più vigliacchi. A Casale Monferrato (AL) la lapide posta a ricordo della tragedia delle foibe è stata vandalizzata. Ignoti hanno dipinto sul cippo una falce e martello. Stessa cosa era successa, a maggio, nella città di Marghera (VE); mentre a Modena il monumento alle Foibe era stato imbrattato nel corso della manifestazione del 25 aprile scorso.

Questo è il “primato di civiltà” della parte politica che ancora ci governa e chissà cosa potrebbero inventarsi oggi, in tante città, i “nipotini di Tito” con la copertura, il consenso, i finanziamenti e il plauso dei nostalgici della guerra civile.

Da https://orwell.live/2020/02/10/foibofobia-il-male-oscuro-della-sinistra-italiana/

Foibe, quel disprezzo di Togliatti verso gli esuli italiani

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Ho ricevuto questa bella riflessione sul massacro delle foibe e l’ipocrisia di una certa sinistra nei confronti degli esuli italiani da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dall’Istria e dalla Dalmazia. Fuggivano per non morire, fuggivano per non essere infoibati, per non essere perseguitati e torturati. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Fuggivano disperati e speranzosi verso la madre patria che invece, per anni, non li riconobbe, non li soccorse e li tenne in centri profughi quasi come vergogne da nascondere! Ma d’altra parte come si dovevano considerare uomini sconsiderati che scappano via dalla “libertà titina” e dal futuro radioso del socialismo? Ma è ovvio: non potevano essere che rigurgiti del fascismo, dei fascisti e dei mascalzoni in fuga!

Leggiamo cosa disse Palmiro Togliatti (le cui posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono certamente assai controverse), su quei poveri profughi italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

Si avete letto bene. Sono quelli che ora fanno la morale sull’accoglienza! Da non credere. Farebbe quasi ridere se non ci fosse da piangere e da commuoversi per quei poveri fratelli nostri, offesi e vilipesi da una ideologia non meno folle del fascismo.

Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

Da https://www.nicolaporro.it/foibe-quel-disprezzo-di-togliatti-verso-gli-esuli-italiani/

Svizzera: omofobia nel Codice Penale

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

Ancora una volta le lobby LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer), sono riuscite ad imporre le loro “agende omosessualiste” al potere politico.
Questa volta è accaduto in Svizzera dove la protezione contro l’omofobia sarà iscritta nel Codice penale.
Il 63% degli elettori (1.413.609 elettori) ha approvato attraverso un referendum che prevede l’introduzione dell’omofobia nel Codice penale svizzero.
Così discriminazioni e aggressioni basate sull’orientamento sessuale,
aggressioni legate all’omo-, etero- o bisessualità di una persona o di un gruppo di persone, saranno punibili in Svizzera alla stessa stregua del razzismo.
I votanti a favore del quesito referendario hanno votato ciò che hanno proposto il governo e la maggioranza del parlamento, cambiando un collaudato sistema legale che prevedeva pene detentive e pecuniarie per atti pubblici o dichiarazioni discriminanti basate sull’appartenenza razziale, etica o religiosa, ma non sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.
La neo legislazione omosessualista svizzera segue l’esempio di paesi come la Francia, l’Austria, la Danimarca e i Paesi Bassi, paesi con lobby omosessualiste imperanti, che hanno già adottato leggi che consentono di punire l’omofobia in base al diritto penale.
La proposta di inserire l’omofobia nel diritto penale svizzero ha ottenuto massicci sostegni soprattutto nella Svizzera progressista (la Svizzera romanda e il Canton Ticino) dove circa i due terzi dei votanti hanno approvato la modifica (ha votato sì il 70% dei votanti nei Cantoni di Neuchâtel e del Giura e addirittura l’80% nel Canton Vaud).
Diverso, invece, è stato il risultato nella Svizzera tedesca, più tradizionale e religiosa, dove l’estensione della norma penale è stata bocciata dai Cantoni di Uri, Svitto e Appenzell Innerrhoden.
Alla fine, in tutta la Svizzera i No sono stati 827.361.
Se, naturalmente, i promotori della norma “anti-omofobia” si rallegrano per il risultato di domenica 9 febbraio, e si preparano a nuove battaglie omosessualiste, dall’UDF la riflessione che arriva è di segno opposto.
“Continueremo a difendere i valori cristiani”, ha dichiarato infatti Hans Moser, presidente dell’Unione Democratica Federale (UDF), il partito conservatore che aveva lanciato il referendum contro l’estensione della norma antirazzismo alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Per Moser l’esito di questo voto non va interpretato come un lasciapassare per ulteriori aperture liberal. L’Unione Democratica Federale intende battersi attivamente anche in futuro contro il “matrimonio per tutti” e contro l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Marc Früh, altro esponente dell’Unione Democratica Federale, ha spiegato che durante la campagna per il voto è stato difficile comunicare alla gente il nocciolo della questione, ossia la difesa della libertà di espressione.
Ma adesso cosa accadrà in Svizzera?
Per evitare conseguenze penali ognuno dovrà stare attento a ciò che scrive o dice. Infatti, saranno vietati atti pubblici o dichiarazioni che ledono la dignità umana di una persona o di un gruppo di persone in relazione al loro orientamento sessuale, che creano in tal modo “un clima di odio e mettono in pericolo la convivenza pacifica nella società”. Sarà punibile anche chi “rifiuta a qualcuno un servizio destinato al pubblico a causa del suo orientamento sessuale”.
La norma penale non dovrebbe applicarsi a dichiarazioni o atti nell’ambito della cerchia familiare o degli amici e non dovrebbe concernere neppure i dibattiti obiettivi in pubblico, che restano permessi.
Ma c’è chi scommette che saranno in molti a rischiare fino a tre anni di detenzione, visto che questo tipo di reato sarà perseguito d’ufficio, dopo che le autorità verranno a conoscenza “di atti di odio e discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”. Tuttavia alle associazioni sarà negato il diritto di essere parte in causa e di avvalersi dei mezzi di ricorso.
L’UDF, che fonda le sue posizioni politiche su principi biblici, teme un attacco alla libertà di espressione e aveva già combattuto nel 2004 l’unione domestica registrata di coppie omosessuali.
Domenica 9 Febbraio tra i maggiori partiti solo l’Unione democratica di centro (UDC) si è schierata dalla parte dell’UDF, definendo l’iniziativa una “legge museruola”, che costituirebbe una censura della libertà di espressione e di coscienza. Anche perché il Codice penale svizzero offre già una solida base legale per difendere qualsiasi cittadino in caso di ingiurie, minacce e calunnie.
Adesso, dopo il referendum, l’articolo 261bis del Codice penale svizzero – la cosiddetta norma antirazzismo – entrata in vigore il primo gennaio 1995, che punisce con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria chiunque discrimina o discredita pubblicamente una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione, sarà esteso anche all’orientamento sessuale.
L’articolo punisce allo stesso modo coloro che incitano pubblicamente all’odio o propagano un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente persone o gruppi di persone per la loro razza, etnia o religione. Anche qui si aggiungerà in futuro l’orientamento sessuale.

Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

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Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono gialloespressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/02/il-ricordo-e-la-rabbia-dopo-36-anni-nessuno-ha-mai-pagato-per-lomicidio-di-paolo-di-nella/?fbclid=IwAR1HMQ7zHN-o4yY9DlWzlq773elY55PE6addb3b_N_Jdx7Rtfn2eMPraujw

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