Tra cento anni gli italiani saranno stranieri in patria. Analisi dei dati Istat

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Roma, 17 feb – La popolazione italiana autoctona sta invecchiando e la natalità è in costante calo. Ma a differenza di quanto sbandierato dai principali giornali, gli stranieri stanno perdendo il loro impulso positivo sul quadro demografico, come riferisce il rapportoTendenze demografiche e percorsi di vita” dell’Istat: “Il contributo dell’immigrazione alla crescita demografica si va tuttavia ora ridimensionando per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso, oltre che per comportamenti riproduttivi meno dinamici”. Infatti, nonostante l’aumento costante degli stranieri residenti regolarmente in Italia, il cosiddetto “saldo migratorio positivo” sta ampiamente diminuendo: le nascite nel 2017 da genitori immigrati sono diminuite di quasi 8 mila unità rispetto al 2012 e scendono a 100 mila (il 21,7 per cento del totale). A questo si aggiunge l’invecchiamento della popolazione straniera: gli ultra 64enni stranieri sono passati, in soli 10 anni, da circa 69 mila individui del 2008 (2,3 per cento) a oltre 208 mila (4,0 per cento), mentre l’età media degli stranieri residenti è aumentata da 31,1 a 34,5 anni.

Dal 2004 al 2019, gli stranieri in Italia (regolari e irregolari) sono passati da 2.240.159 a 6.222.000, quasi il 300 per cento in più in 15 anni.

Nel 2004 gli immigrati irregolari, secondo le stime della Fondazione Ismu, erano 250 mila, mentre nel 2019 sono 562 mila.

L’esponenziale aumento di stranieri è stato favorito dalla sanatoria del 2002 del Governo Berlusconi, da quella del 2012 del Governo Monti, dall’entrata della Romania nell’Unione Europea e dall’aumento del flusso migratorio verso l’Italia non governato nell’ultimo decennio.

Come si può facilmente notare dal grafico, l’entrata nella Ue della Romania del 2007 ha causato un’immigrazione di massa verso l’Italia, facendo passare i residenti rumeni dai 342.200 ai 1.206.938 del 2020, un aumento del 400 per cento, che si riflette perfettamente sul flusso totale proveniente dall’Europa.

Residenti africani in Italia

Gli stranieri africani residenti in Italia sono passati dai 549.801 del 2004 ai 1.140.012 del 2020, mentre quelli asiatici residenti sono passati dai 335.004 del 2014 ai 1.092.840 del 2020. È da sottolineare come negli ultimi sedici anni sia cambiata la composizione delle nazionalità degli stranieri, con una diminuzione in termini percentuali degli immigrati “tradizionali” e un aumento degli stranieri di nazionalità poco presenti nei primi anni duemila. Nel 2004 i marocchini rappresentavano il 12,73 per cento (253.362) della popolazione straniera residente in Italia, mentre nel 2020 l’8,05 per cento (422.980). La stessa diminuzione in termini percentuali si può riscontrare anche negli stranieri residenti in Italia di nazionalità tunisina (3,45 per cento del 2004 verso 1,81 per cento del 2019), mentre gli egiziani, gli algerini e i senegalesi non hanno subito forti variazioni.

La Nigeria è passata dalle 26.383 unità del 2004 alle 117.358 del 2019(un aumento del 450 per cento), la Costa d’Avorio ha triplicato le presenze, mentre  i residenti in Italia di nazionalità del Mali sono passati da 541 a 22.840 e quelli della Guinea da 1.259 a 13.493. Gli stranieri provenienti dall’Eritrea, Paese che ha una lunga storia di immigrazione in Italia partita negli anni Sessanta, non sono nemmeno raddoppiati (4.900 del 2004 verso 8.773 del 2019). L’aumento delle presenze delle suddette nazionalità è dovuto all’immigrazione di massa dell’ultimo decennio.

Residenti asiatici in Italia

I primi tre Paesi di origine dei residenti asiatici in Italia sono la Cina, le Filippine e l’India, che hanno avuto un trend costante negli ultimi sedici anni (nel 2004 rispettivamente 4,36 per cento, 3,64 per cento e 2,25 per cento verso 5,70 per cento, 3,20 per cento e 3,01 per cento del 2019). Sono aumentati invece esponenzialmente i cittadini del Bangladesh, passati dai 27.356 nel 2004 ai 139.953 nel 2019 (un aumento del 500 per cento), e quelli del Pakistan, passati dai 27.798 ai 122.308 (aumenti del 440 per cento). Nonostante le guerre e le destabilizzazioni degli ultimi vent’anni, gli stranieri provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq rimangono una percentuale irrilevante dei residenti in Italia, rispettivamente lo 0,22 per cento, lo 0,12 per cento e lo 0,10 per cento.

Le acquisizioni di cittadinanza

Dal 2004 al 2017, sono state 1.185.914 le acquisizioni di cittadinanza degli stranieri residenti in Italia, ben 201.591 nel 2016. Dal 2015 al 2017, l’Italia è stato il Paese che ha concesso più cittadinanze in Europa. È quindi contro ogni logica politica chiedere la modificazione della legge sull’acquisizione della cittadinanza, inserendo lo ius soli o lo ius sanguinis.

Lo scenario futuro

Se il tasso annuale medio di aumento degli stranieri in Italia degli ultimi sedici anni (256.740) dovesse mantenersi costante, come i tassi di natalità e di invecchiamento, nel 2120 i cittadini originari di Paesi stranieri saranno più di 32 milioni. Senza politiche serie per sostenere le nascite e la famiglia, tra un secolo, o forse meno, gli italiani saranno stranieri in Patria.

Francesca Totolo

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/italiani-stranieri-patria-dati-istat-146222/

Corso intensivo sul politicamente corretto

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Ma cos’è esattamente il politically correct? Lo citiamo ogni giorno senza magari coglierne tutto il significato. Provo a offrire una breve guida, un sunto critico e un succo concentrato.

Per cominciare, il politicamente corretto è un canone ideologico e un codice etico che monopolizza la memoria storica, il racconto globale del presente e prescrive come comportarsi. Nasce dalle ceneri del ’68, cresce negli Usa e nel nord Europa, si sviluppa sostituendo il comunismo con lo spirito radical (o radical chic secondo Tom Wolfe) e sostituendo l’egemonia marxista e gramsciana col “bigottismo progressista” (come lo definisce Robert Hughes). Rompe i ponti col sentire popolare, non rappresenta più il proletariato, almeno quello delle nostre società; separa i diritti dai doveri e li lega ai desideri, rigetta i limiti e i confini personali, sociali, sessuali e territoriali, nel nome di una libertà sconfinata, sostituisce la natura col volere dei soggetti.

E sostituisce l’anticapitalismo con l’antifascismo, aderendo all’establishment tecno-finanziario di cui intende accreditarsi come il precettore.

Il politically correct è una forma di riduzionismo ideologico che produce le seguenti fratture: a) riduce la storia, l’arte, il pensiero e la letteratura al presente, nel senso che tutto quel che è avvenuto va letto, riscritto e giudicato alla luce del presente, in base ai canoni corretti e ai generi; b)riduce la realtà al moralismo, nel senso che rifiuta le cose come sono e le riscrive come dovrebbero essere in base al suo codice etico e gender; c)riduce la rivoluzione vanamente sognata nel Novecento e nel ’68 alla mutazione lessicale, nel senso che non potendo cambiare la realtà delle cose e l’imperfezione del mondo si cambiano le parole per indicarle, adottando un linguaggio ipocrita e rococò; d) riduce le differenze ideologiche a una superideologia globale o pensiero unico, che se si nega come tale.

Alle quattro riduzioni di cui sopra, il politically correct aggiunge una serie di sostituzioni: 1) sostituisce il sentire comune, l’interesse popolare, il legame famigliare e comunitario con la priorità assegnata ad alcune diversità e minoranze, ritenute discriminate o emarginate. E adotta uno schema vittimistico: non sono i grandi, gli eroi, i geni a meritare onori, strade, elogi unanimi ma le vittime (retaggio cristiano, notava René Girard). 2) sostituisce la preferenza per ciò che è nostrano – la nostra identità, le nostre tradizioni, il nostro modo di vedere, la nostra civiltà e religione, i nostri legami e le nostre appartenenze – con la preferenza per tutto ciò che è remoto – le culture e i costumi altrui, i migranti, i mondi lontani, le ragioni di chi viene da fuori (quella che Roger Scruton chiamava oicofobia); 3) sostituisce l’antica dicotomia tra il compatriota e lo straniero, o quella politico-militare tra l’amico e il nemico con la dicotomia tra il Bene e il Male, per cui chi non è allineato al canone non è uno che la pensa differentemente né un avversario da combattere ma è il male assoluto da sradicare e annientare. Col nemico si può arrivare a patti, lo puoi sconfiggere e sottomettere; il Male no, va cancellato e dannato nella memoria. 4) sostituisce l’oppositore, il dissidente, l’antagonista col razzista, nemico dell’umanità, del progresso e della ragione. E gli riserva un trattamento a metà strada fra la patologia e la criminologia, accusandolo di fobie: è omofobo, sessuofobo, islamofobo, xenofobo, e via dicendo. Di conseguenza non c’è contesa con lui, ma lo si isola tramite cordone sanitario, lo si affida alla profilassi medica e prevenzione nelle scuole, università, media; o quando il caso è conclamato, lo si affida ai tribunali e alla condanna. Il pregiudizio ideologico riduce i dissidenti al rango di pregiudicati, ovvero di condannati dalla storia, dal progresso, dalla ragione. Non conflitti ma bombe umanitarie, operazioni di polizia culturale o internazionale.

Per il politically correct la realtà, la natura, la famiglia, la civiltà finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione. Ecco, in breve il politically correct.

Postilla finale dedicata a come si reagisce. Chi rifiuta l’imposizione del politicamente corretto e reagisce con l’insulto contro i suoi totem e i tabù, entra a pieno titolo nel suo gioco e ne conferma l’assunto e l’assetto: visto che avevamo ragione a dire che il razzismo, l’odio, l’intolleranza albergano nei nostri nemici? È una forma stupida e istintiva di risposta che rafforza il politically correct. Non migliore sul piano dell’efficacia è la risposta opposta, mimetica, di chi sta al gioco, asseconda, tace o compiace, rispondendo con ipocrisia all’ipocrisia parruccona del politicamente corretto. Anche in questo caso si resta sul suo terreno, si fa il suo gioco, si mira a una sopravvivenza immediata e individuale pregiudicando in prospettiva una visione alternativa più ampia.

Spesso ci si limita a opporre all’ideologia la realtà, alla sua narrazione la vita pratica. Invece, partendo da quella, si dovrebbe tentare lo sforzo opposto: smontare i loro tic, totem e tabù, usando l’arma dell’intelligenza, del paragone culturale, del senso critico e ironico. E indicando percorsi alternativi, letture diverse, altre priorità. Qui, purtroppo, l’intolleranza degli uni s’imbatte nell’insipienza degli altri, frutto di ignoranza, ignavia e indifferenza.

Se il politically correct domina, è anche perché non trova adeguate risposte. Solo imprecazioni e silenzi. La città è nelle mani degli stolti, dissero al sovrano i messi di una città in rivolta; ma i “savi” nel frangente che facevano, chiese loro il Re Carlo d’Angiò? Domandiamocelo pure noi.

MV, La Verità 16 febbraio 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/corso-intensivo-sul-politicamente-corretto/

Scienza: il dolore fetale

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In evidenza Scienza e bioetica
di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

 

Il Journal of Medical Ethics ha pubblicato un importante articolo sul dolore fetale.
L’articolo espone le scoperte di due scienziati, Stuart WG Derbyshire e John C. Bockmann, che indicano che il feto può provare dolore già dalla 13a settimana di gestazione, a differenza delle 24 settimane su cui molti avevano precedentemente insistito.
Queste nuove indagini, quindi, suggeriscono che il feto può provare dolore molto prima di quanto si credesse in precedenza.
Il professor Stuart Derbyshire, che è stato consulente dell’organizzazione per l’aborto “Planned Parenthood”, nel 2006 aveva scritto sul British Medical Journal che le donne che chiedevano aborti non potevano parlare del dolore fetale dato che, a suo dire, c’erano “buone prove che i feti non possono provare dolore”. Ora, dopo diversi studi, lo stesso professor Derbyshire afferma qualcosa di completamente diverso.
Nel riassunto presentato dal Journal of Medical Ethics possiamo leggere quanto segue: “All’inizio degli anni ’90, sono emerse nuove tecniche per la chirurgia fetale e un gruppo che ha lavorato presso il Queen Charlotte’s Hospital ha sollevato una domanda da parte delle loro pazienti in gravidanza che non avevano precedentemente preso in considerazione: provocano dolore al feto? Ovviamente i chirurghi non potevano chiedere al feto quindi, dopo aver inserito un ago nel feto, avevano misurato se il feto rispondeva con i cambiamenti ormonali che ci si aspetta quando c’è dolore e hanno scoperto che il feto provava dolore. Tuttavia questa prova non era stata accettata come una dimostrazione di dolore perché le risposte ormonali sono troppo generali.
Era il 1994 e nei successivi 25 anni si è discusso ulteriormente su quando e se il feto diventa neurologicamente e psicologicamente abbastanza sviluppato da provare dolore”.
Così, a partire dal 2016 John Bockmann cominciò a dialogare sul dolore fetale con Derbyshire.
I 2 autori hanno sempre differito nelle loro opinioni sull’aborto, ma entrambi concordavano sul fatto che la questione del dolore fetale era interessante.
Derbyshire, in particolare, sosteneva che la corteccia (che è lo strato esterno ondulato del cervello associato ai livelli più alti di pensiero e sentimento) rimanesse immatura e disconnessa prima della gestazione di 24 settimane, quindi, se la corteccia è necessaria per il dolore, il dolore fetale non è possibile prima delle 24 settimane.
Tuttavia, recentemente, la necessità della corteccia è stata messa in discussione da uno studio che dimostra l’esperienza del dolore nei pazienti a cui manca la maggior parte delle aree corticali che si ritiene siano necessarie per il dolore. Un altro studio ha dimostrato l’attivazione di queste stesse aree corticali in pazienti che hanno ricevuto stimoli nocivi ma che non hanno potuto provare dolore. Pertanto, il dolore può essere sperimentato senza la corteccia e l’attivazione della corteccia non genera necessariamente dolore. Questi studi hanno permesso ai 2 autori di dire che strutture diverse dalla corteccia (come il tronco cerebrale, il mesencefalo e la placca), che maturano prima di 24 settimane, possono essere sufficienti per l’esistenza dell’esperienza del dolore.
I due scienziati hanno opinioni divergenti sull’aborto, dal momento che uno di loro considera l’aborto una necessità etica per le donne mentre l’altro considera l’aborto eticamente incompatibile con le buone pratiche mediche. Tuttavia, entrambi concordano sul fatto che opinioni diverse sull’aborto non dovrebbero influenzare la discussione, aperta e schietta, sulla possibilità del dolore fetale. Infatti, i risultati scientifici relativi alla questione del dolore fetale e la discussione filosofica sulla natura del dolore dovrebbero essere valutati indipendentemente da qualsiasi opinione sulla pratica dell’aborto.
I due medici hanno discusso di questi problemi dal 2016 e i recenti risultati hanno reso possibile una posizione comune. Il documento è il loro sforzo combinato per riconsiderare la possibilità di dolore fetale già dalla 13.a settimana, indipendentemente da qualsiasi preoccupazione legata al sostenere o al negare la pratica dell’aborto.

Anche in Italia si è ritornato a parlare pubblicamente di aborto.
Il leader della Lega Matteo Salvini, domenica 16 febbraio, ha dichiarato: “Non è compito mio dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere. Però non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020”. Così Matteo Salvini ha parlato dell’afflusso di donne “non italiane” che chiedono l’interruzione di gravidanza, nei pronto soccorso di Roma.

“Ci sono immigrati che hanno scambiato i pronto soccorso per l’anticamera di casa. Ci sono migliaia di cittadini che non pagano una lira. Io dico che la terza volta che ti presenti paghi”, ha detto il leader della Lega durante la manifestazione del Carroccio ‘Roma torna capitale’.
Poi ha continuato: “Delle infermiere del pronto soccorso di Milano mi hanno segnalato che ci sono delle donne che si sono presentate per la sesta volta per una interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita. Però non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020”.

Da Platone e Aristotele a Pound: la filosofia contro l’usura

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Roma, 16 feb – Nei testi dei filosofi della Grecia antica, in particolare in quelli di Platone e Aristotele (i due “maestri” immortalati da Raffaello al centro del suo affresco sulla Scuola di Atene) non mancano riflessioni sull’economia, un termine che, derivando dalla combinazione di oikos(“dimora”) e nomos (“legge”), indicava anticamente le regole pratiche per la saggia amministrazione della proprietà domestica o, in senso estensivo, della terra dove si è nati e si vive (la patria ovvero, per i greci, la polis, la città-stato).

Tali considerazioni, però, non costituivano ancora una scienza economica propriamente detta, autonoma rispetto alle altre forme del sapere, che emergerà solo in epoca moderna con le pubblicazioni del Tableau économiquedi F. Quesnay (1758) e della Ricchezza delle nazioni di A. Smith (1776). Per i pensatori greci, infatti, l’economia, lungi dall’essere oggetto di una riflessione indipendente, rientrava nel dominio dell’etica, dell’indagine morale(oltre che della politica), rispetto a cui svolgeva un ruolo ancillare analogo a quello che, nella Scolastica medievale, la filosofia rivestì nei confronti della teologia. I filosofi dell’Ellade, infatti, discettavano «della vita buona, dello stato giusto, dell’uomo felice e, poiché erano convinti che il denaro non dava né saggezza né felicità, essi si preoccupavano di suggerire non il modo per aumentare la ricchezza, ma il modo per subordinare l’attività economica alle finalità morali»[1].

Posta tale premessa, nella corposa produzione platonica e aristotelica si trovano comunque disseminate anticipazioni di temi e di concetti dell’economia politica moderna, quali per esempio, in Aristotele la distinzione embrionale tra valore d’uso e valore di scambio di un bene. Tra questi spunti non poteva, ovviamente, mancare una riflessione teorica sulla moneta (in greco nomisma), la cui comparsa è fatta risalire dagli storici alla metà del VII secolo a.C. presso i greci della Ionia, e su finalità e modi del suo utilizzo; una riflessione, questa, al cui interno compare una critica del prestito a interesse sostanzialmente identificato con la pratica dell’usura.

Platone e il divieto della moneta

Già nei dialoghi politici di Platone (428-347 a.C.), la Repubblica e le Leggi, il cui tema è la descrizione di una polis “ideale” dotata di una costituzione (politeia) conforme a equità e giustizia, traspare la diffidenza per la smania di guadagno e la tendenza all’accumulazione di denaro che capovolgono la naturale gerarchia dei valori, ponendo al primo posto quel desiderio di ricchezze materiali che, invece, dovrebbe correttamente occupare la terza posizione, dopo la cura dell’anima e quella del corpo.

Secondo l’autore della Repubblica, nell’economia della polis perfetta si deve ricercare infatti una via di mezzo tra l’eccesso di povertà e quello di ricchezza, non solo perché la divisone tra abbienti e indigenti spaccherebbe la polis in due città contrapposte minandone l’unità, ma anche perché la disparità di condizioni economiche tra i cittadini sarebbe foriera di instabilità politica e sociale. Come osserva infatti Socrate, l’alter ego di Platone nel dialogo, rispondendo nel libro IV ad Adimanto: «l’una [la ricchezza] produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari, l’altra [la povertà] grettezza e scadente lavorazione, oltre ai moti rivoluzionari». Un tema, questo, che è ripreso dall’Ateniese (anch’egli alter ego di Platone) nel libro V delle Leggi, dove si afferma che, se i fini della legislazione della colonia immaginaria di Magnesia (la cui edificazione è oggetto del dialogo) sono la felicità e la concordia dei cittadini, allora nella nuova polis, per garantire il conseguimento di tali scopi, non dovranno esserci «né la gravosa povertà né la ricchezza». Ne consegue che il legislatore deve fissare d’autorità un limite (calcolato non in denaro, ma in lotti di terreno) per la ricchezza e per la povertà degli abitanti della colonia.

Tornando alla Repubblica, nel libro III, discutendo con Glaucone dello stile di vita dei “guardiani” (i phylakes ovvero l’élite di reggitori-filosofi a cui è affidato il governo della città ideale), Socrate, richiamandosi al mito delle tre stirpi (quella d’oro, quella d’argento e quella di ferro o bronzo), affronta il tema della moneta affermando che «non è pio [per i guardiani] contaminare il possesso dell’oro divino [la virtù che essi portano nell’anima] mescolandolo a quello dell’oro volgare», la detenzione del quale sotto forma di moneta è causa di comportamenti “empi” ovvero non conformi a giustizia. Se dunque il denaro è indegno del reggitore-filosofo, che avendo una “anima d’oro” disprezza l’oro materiale, e se l’amore per il denaro è tipico di quella forma politica degenere che è la “timocrazia”, si capisce perché nella Repubblica ai guardiani (ma non alla massa dei produttori) «non è concesso di maneggiare e di toccare oro e argento» (ovvero sono loro preclusi il possesso e l’utilizzo di moneta). Un divieto analogo è pronunciato, per la costituzione di Magnesia, dall’Ateniese (sempre nel libro V delle Leggi), dove si afferma che, fatta salva la quantità di moneta necessaria agli scambi quotidiani, «non è possibile a nessun cittadino privato possedere assolutamente né oro né argento». È all’incirca in questo punto del dialogo che Platone, ancora per bocca dell’Ateniese, oltre a introdurre una forma di autarchia monetaria (la colonia avrà una sua moneta “di servizio”, funzionale agli scambi tra cittadini, ma priva di corso legale al di fuori di essa), introduce il divieto del prestito a interesse, sancendo che «è lecito a chi ha ricevuto il prestito non restituire affatto né l’interesse né il capitale». Il prestito a interesse è così inserito tra i mezzi di illecito arricchimento ed equiparato, in contrapposizione all’agricoltura, a “turpi” mezzi di guadagno quali, per esempio, quelli «legati alla vendita del bestiame».

Aristotele e la “sterilità” del denaro

Pur nella diversità, rispetto a Platone, dell’impianto teoretico generale, anche in Aristotele (384-322 a.C.), che concentra la sua attenzione sulla tecnica di produzione/appropriazione delle ricchezze o crematistica (da ta chrémata: “beni”, “sostanze”), si ritrovano spunti polemici verso un’idea dell’economia che pone l’accento sulla mera accumulazione/moltiplicazione di beni materiali come fine in sé e non come mezzo di soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo.

In questa ottica rientra, non a caso, il biasimo riservato a coloro che, vivendo con l’ossessione di accrescere le proprie sostanze, «si preoccupano di vivere, ma non di vivere bene, e siccome i loro desideri si estendono all’infinito, pure all’infinito bramano i mezzi per appagarli [cosicché] tutta la loro energia si spende nel procurarsi ricchezze» (Politica, libro I).

Di notevole importanza sono, inoltre, le considerazioni di Aristotele sulla moneta, della quale il filosofo mette in luce la natura convenzionale e la cui introduzione, in sostituzione al baratto, egli fa risalire all’estensione dei commerci oltre l’ambito delle comunità locali (di villaggio o cittadine). In particolare, Aristotele vede chiaramente il rischio di un utilizzo improprio della moneta nella misura in cui essa si mette al servizio di quella attività “innaturale” (cioè non correlata al soddisfacimento di bisogni naturali come sono, invece, la pastorizia, la pesca e la caccia) che è l’“arte di guadagnare” e diventa, come interesse sul prestito, una fonte impropria di accumulazione di ricchezza. Secondo il filosofo, che nella Costituzione degli Ateniesi attesta, tra le cause discusse nei tribunali attici del V-IV secolo a.C., «il mancato pagamento degli interessi sul prestito di denaro», la parola “interesse” (tokos) viene da tiktein, “generare”, nel senso che «l’interesse è moneta [generata] da moneta» (Politica, libro I). Questa etimologia non deve trarre in inganno, in quanto la “nascita” di denaro dal denaro non corrisponde all’utilizzo naturale del medesimo. Aristotele, piuttosto, condanna il prestito a interesse proprio in virtù della sua innaturalità, poiché contrario al principio della “sterilità” della moneta (secondo cui è opposto a natura l’uso del denaro “per fare altro denaro”). Il brano della Politica in cui si tratta il tema dell’usura, infatti, non lascia spazio a equivoci interpretativi: «si ha pienamente ragione a detestare l’usura, per il fatto che i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò [lo scambio] per cui il denaro è stato inventato […] sicché questa [l’usura] è tra le forme di guadagno la più contraria a natura» (Politica, libro I).

Contro l’usura: da Aristotele a Ezra Pound, attraverso Dante

La polemica di Aristotele contro il prestito a interesse attraversò i secoli medievali, durante i quali la Scolastica non solo teorizzò la peccaminosità dell’usura in quanto «furto del tempo che non appartiene che a Dio, perché fa pagare il tempo trascorso tra prestito e rimborso», ma riprese anche l’idea della sua contrarietà al principio della “sterilità del denaro”, motivo per cui Tommaso d’Aquino, «citando Aristotele […] dice: nummus non parit nummos, “il denaro non partorisce denari”»[2].

La condanna dell’usura, risalente ad Aristotele e passata ai medievali, riecheggia anche in Dante («ch’usura offende/la divina bontade»; Inf. XI, 95/96) e, tramite l’Alighieri, in Ezra Pound, che «colse soprattutto da Dante il modello che l’ha confortato a tentare [nei “Cantos”] la moderna versione della Divina Commedia, includendovi come lui il problema della moneta, dei falsari, dell’usura riconsiderata aristotelicamente come delitto contro natura e contro l’arte» (G. Accame. Ezra Pound economista, Firenze, 2017). Fu proprio Pound, che nel Canto XLV aveva riproposto la convinzione antica dell’usura come “peccato” («peggio della peste è l’usura»), a tributare un omaggio ad Aristotele nel Canto LXXIV (il primo dei Cantos Pisani), alludendo alla Politica del filosofo in una delle sue invettive contro «i due imbrogli più grandi» che sono le speculazioni sui tassi di cambio della moneta e, ovviamente, il prestito di denaro a interesse usurario.

Corrado Soldato

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/platone-aristotele-pound-filosofia-contro-usura-146106/

È “guerra santa” in Vaticano

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La sagace analisi di uno degli uomini più informati (da decenni) da un lato e dall’altro del Tevere…(n.d.r.)
di Luigi Bisignani

Ci ha pensato Bergoglio a vivacizzare il tempo liturgico ordinario del calendario romano che intercorre tra il Battesimo di Gesù e la Quaresima, con due colpi di scena degni di Dan Brown. Con il primo, ha scombussolato i Palazzi Apostolici relegando il fascinoso padre George Gänswein, “l’uomo che sussurrava a due Pontefici”, in una sorta di arresti domiciliari; con il secondo, ha incontrato l’ex Presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, di fatto infiammando il Sud America.

Due episodi distinti che dimostrano come Francesco segua un’agenda tutta sua e si senta legittimato ad entrare a gamba tesa nelle segrete stanze che ospitano Ratzinger, dando così un avvertimento a tutta la frangia tradizionalista della Chiesa che non si riconosce più nella sua dottrina nonché a quella polveriera tra Usa e Russia che è diventata il Centro-Sud America. Con Colombia e Bolivia pronte ad esplodere. Sullo sfondo, la lotta, non troppo sotterranea, per un futuro Conclave. Ma andiamo con ordine. Sembra che il Papa emerito sia finito, suo malgrado, in un triangolo del fuoco. Nell’ex convento Mater Ecclesiae, che un tempo accoglieva una comunità di religiose e che oggi ospita Ratzinger in perpetua orazione al Santissimo, si è consumato l’ultimo episodio che ha contrapposto i due Papi.

Da tempo, Benedetto è conteso tra le Memores Domini (le consacrate che lo accudiscono fin dall’inizio del suo pontificato), la segretaria suor Birgit Wansing e Georg Gänswein, il George Clooney in abito talare che abbiamo visto su molte riviste, autodefinitosi “lo spazzaneve del Papa”, per la sua capacità di appianare tutto. Gänswein mai avrebbe pensato di poter essere spazzato via proprio da Bergoglio, che mal lo aveva sopportato come potentissimo prefetto della Casa Pontificia. Secondo i bisbigli dei confessionali, proprio in assenza del bel concierge tedesco, il Papa emerito ha scritto al cardinale Robert Sarah, ultraconservatore autore del libro che ha espresso la contrapposizione di Benedetto a Francesco sui temi del celibato e dell’apertura del sacerdozio alle donne. Questa uscita è avvenuta prima della pubblicazione del documento nel quale Bergoglio ha evitato di modificare i principi discussi nel Sinodo dell’Amazzonia, che in molti temevano potessero portare ad una rivoluzione copernicana nella Chiesa di Roma. Pare che, a suggerire il documento, sia stata suor Birgit, ma ciò è comunque servito a Francesco per umiliare padre Georg, dopo aver compreso quanto ingombrante sia divenuta la presenza di Benedetto XVI, soprattutto quando viola il silenzio nel quale aveva promesso di ritirarsi.

La reazione del Papa non ha tardato. Senza preavviso, Georg, amante dei Beatles e dei Pink Floyd, è stato demansionato e messo all’esclusivo servizio del Papa tedesco, dal quale non potrà più allontanarsi. Il tentativo di esiliarlo a Magonza come vescovo è subito abortito per le barricate alzate contro di lui, a causa del suo discutibile carattere, dalla curia locale. Con questa mossa, Francesco si è ispirato al famoso detto di Mao “colpiscine uno per educarne cento”, ma i conservatori, soprattutto quelli tedeschi e africani che si identificano nei cardinali Müller e Sarah, stanno già preparando una rappresaglia.

A questo subbuglio, Bergoglio ha candidamente aggiunto l’incontro di ben un’ora, rispetto agli usuali 15 minuti di udienza concessi ai capi di Stato in carica, con l’ex Presidente del Brasile Lula, da poco uscito dal carcere e simbolo della sinistra al potere in Sud America, in contrapposizione all’attuale Presidente Bolsonaro. Un’iniziativa che in un colpo solo ha fatto imbestialire Trump e gioire Putin, che sta giocando tutte le sue carte non solo per difendere Maduro in Venezuela, ma soprattutto per rafforzarsi in tutta quell’area, ora che anche in Argentina può contare su un Presidente amico, Alberto Fernandez, dopo la breve parentesi di Mauricio Macri. Secondo alcuni dispacci, sembra che Lula, dopo Bergoglio, voli proprio a Mosca, mentre in Brasile è nell’aria una guerra giudiziaria contro Bolsonaro, favorita anche dalla Chiesa più riformista e vicina ai temi ecologici e della salvaguardia della natura. Tutto torna.

Quando Lula è tornato libero, nella sua prima dichiarazione ha ringraziato con parole piene di affetto Papa Francesco, che durante la prigionia gli aveva inviato delle lettere ed un rosario. Bergoglio, a seguito delle parole di Lula, gli ha scritto di nuovo, precisando, inter alia, che sarebbe stato onorato di incontrarlo di persona. Mentre avveniva tutto ciò, improvvisamente Bolsonaro ha fatto presentare al Parlamento federale un proposta di legge per lo sfruttamento minerario ed energetico dell’Amazzonia: trivellazione e industrializzazione delle acque à gogo.

Un segnale di guerra a Francesco per il suo appoggio a Lula. Quest’anno, in Sud America, il tempo liturgico ordinario è durato meno del solito.

Da https://www.nicolaporro.it/guerra-santa-in-vaticano/

Il virus della paura globale

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Paura, paura. Per ogni vittima del coronavirus ci sono mille vittime della paura del contagio. Homo homini virus, variante epidemica del lupus. La paura del contagio è antica, umana, originaria, quanto irrazionale e a volte superstiziosa, ma viene tradotta con un’accusa impropria, carica di valenza ideologica e di fanatismo: razzismo. Ma non c’è alcuna carica ideologica o fanatica nella paura; è solo una diffusa, elementare, protettiva paura della contaminazione e dei suoi agenti possibili e presunti. È paura della malattia, non è odio o disprezzo verso il cinese, lo straniero. George Duby pubblicò un memorabile libretto sulle cinque paure più diffuse di fine millennio. Tra queste spiccava la paura del contagio. Ancestrale. Ma la paura è il sentimento pubblico più diffuso nella nostra società egoista e individualista.

Sulla paura si fonda la politica, anche se dissimulata in altre vesti. Paura del fascismo, del comunismo, dell’invasore, del terrorismo. La paura della bomba atomica mosse i movimenti pacifisti. E il movimento ecologista di Greta Thunberg cos’è se non una variazione sulla paura della catastrofe ambientale e climatica? Ci sono paure nobili e paure indecenti, paure politically correct perché progressiste e paure inammissibili perché ritenute regressive?

Sul piano civile e politico la paura ha due impresari di successo: uno fa profitti sulla paura dello straniero, dell’ignoto, del contagio epidemico, del futuro incerto. L’altro specula sulla paura del razzista, del nazista, del contagio xenofobo e tribale, del passato tornante. Ambedue si servono di minimi indizi per allestire fortini, cordoni sanitari e vendere polizze per ripararsi dalle rispettive paure di cui sono spacciatori. Il governo in carica nasce e regge sulla paura di Salvini, lo spauracchio dell’establishment. Ma anche il consenso a Salvini crebbe sulla paura del Migrante, in particolare islamico. Il primo è visto come il nemico della libertà, il secondo come il nemico della sicurezza.

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. È una paura trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali, le scuole e i tribunali, i media. La paura è protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura della contaminazione, del fumo e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive; paura degli sbarchi, dei rom, degli spacciatori, paura dei populisti e perfino dei fantasmi nazifascisti.

Eppure le statistiche ci dicono che non viviamo in una società particolarmente violenta e insicura; altre epoche e altre società erano e sono assai più cruente, più esposte e più pericolose delle nostre, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di uno ogni milione d’abitanti, meno di qualunque incidente mortale; ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e le loro vittime sono di gran lunga inferiori agli incidenti, ai suicidi o agli omicidi in famiglia. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto realmente misura il barometro, quel che conta è la nostra percezione. Viviamo un’epoca soggettivista, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali. L’emozione non è che il rovescio positivo della paura.

Aveva ragione il vecchio Thomas Hobbes a sostenere che la paura fonda gli Stati. Non riusciamo a generare sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli. Viviamo in una società di codardi che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra e rinuncia a vivere pur di salvare la vita… No, non si tratta solo di punire i colpevoli e gli untori perché è un processo generato da più cause e con più attori. Prima fra tutte è la paura dell’impronunciabile, la morte. Abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio d’insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell’appartenenza, del vivere comunitario anziché sempre e solo la protezione dalla paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Si, prevenzione, attenzione, capacità di isolare i focolai e gestire l’emergenza; ma poi amor fati, sereno realismo e affidarsi alla sorte. Abbandoniamo Pauropolis.

A volte la paura viene ingentilita e indossata a rovescio: dietro la retorica della speranza spesso si nasconde la bestia nera della paura. Una sana, realistica disperazione è invece il miglior vaccino contro la paura. Ossia la convinzione che non si debba partire dal timore di perdere qualcosa o mettere a repentaglio qualcuno, ma dalla convinzione che quel qualcosa, quel qualcuno sono già colpiti. Dunque si tratta di reagire, rispondere con efficacia senza farsi illusioni. La speranza è moralista e velleitaria, la disperazione è reazionaria ma realista: ritiene la disperazione non il punto d’arrivo ma il punto da cui partire.

“Non abbiate paura” tuonò Papa Giovanni Paolo II agli inizi del suo glorioso e lungo pontificato. Dio sa quanto ce ne vorrebbe di coraggio e di esempi a non avere paura. Coraggio virile contro paura virale.

MV, Panorama n.7 (2020)

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-virus-della-paura-globale/

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