Aperti gli archivi di Pio XII

Condividi su:
di Matteo Orlando

 

Il Vaticano ha aperto i suoi archivi su Papa Pio XII e già trecento ricercatori si sono registrati per consultare una montagna di documenti, accessibile dopo un inventario che ha richiesto quattordici anni di lavoro per gli archivisti della Santa Sede.
Lo storico tedesco Hubert Wolf sarà a Roma già lunedì 2 marzo, armato di sei assistenti e finanziamenti per due anni di ricerche.
Gli archivi del lungo periodo postbellico, quello della censura di scrittori e sacerdoti troppo vicini al comunismo, saranno per la prima volta a disposizione ma quello che sembra interessare di più agli storici è il rapporto con il nazismo del pontefice.
Sull’Olocausto il Vaticano aveva già pubblicato gli elementi essenziali quaranta anni fa, in undici volumi compilati da 4 gesuiti, dopo 16 anni di duro lavoro.
Ma mancavano dei pezzi, in particolare le risposte del papa.
Lo storico Wolf ha già esaminato i dodici anni in Germania di Eugenio Pacelli, ambasciatore della Santa Sede dal 1917 al 1929 e testimone della nascita del nazismo. Pacelli poi tornò a Roma per diventare il braccio destro del suo predecessore Pio XI e, alla sua morte, fu eletto papa.
“Non c’è dubbio che il Papa fosse a conoscenza degli omicidi degli ebrei. Ciò che ci interesserebbe davvero è sapere quando l’ha saputo per la prima volta e quando ha dato credito a queste informazioni”, ha affermato Hubert Wolf.
Il 24 dicembre 1942, in un lungo messaggio radiofonico di Natale, Pio XII ha evocato le “centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna colpa da parte loro, e talvolta per il solo fatto della loro nazionalità o della loro razza”, furono uccise e sterminate.
Questo messaggio, in italiano, è stato trasmesso una volta, non si riferiva esplicitamente né agli ebrei né ai nazisti, ma fu ascoltato e compreso dai cattolici tedeschi.
Ma Wolf dice: “gli unici che l’hanno sentito sono stati i nazisti”, osservando che le onde radio erano confuse e che il papa avrebbe potuto parlare in tedesco.
Ex diplomatico addestrato alla prudenza, ansioso di rimanere neutrale in tempo di guerra, Pio XII era preoccupato per la protezione dei cattolici e non poteva essere più esplicito, hanno detto giustamente i suoi difensori. Inoltre è noto che gli storici stimano che circa 4 mila ebrei furono nascosti a Roma nelle istituzioni cattoliche grazie proprio a Pio XII.
Anche l’esperto americano David Kertzer, autore di un libro su Pio XII e Mussolini, inizierà il controllo incrociato degli archivi lunedì 2 marzo per finalizzare rapidamente un nuovo libro sul periodo fascista.
Ha già digitalizzato decine di migliaia di pagine di archivi diplomatici in Germania, Italia e Francia, controllato documenti militari americani e archivi fascisti italiani.
Un buon rapporto diplomatico, un diario personale dimenticato, può fornire indizi sulle “emozioni” del papa, spera lo studioso.
L’apertura degli archivi vaticani al pontificato di Papa Pio XII è stata richiesta per decenni da storici e organizzazioni ebraiche. Adesso milioni di pagine occuperanno gli storici per anni.
Gli archivi della seconda guerra mondiale sono già stati ampiamente pubblicati dal Vaticano, ma i ricercatori avranno accesso diretto a un numero ancora maggiore di documenti. Gli archivi del dopoguerra non sono stati pubblicati.
Suzanne Brown-Fleming, direttrice dei programmi internazionali all’Olocausto Memorial Museum di Washington e autrice di The Holocaust and the Catholic Consciousness ha dichiarato: “riteniamo poco saggio fare ipotesi, in un modo o nell’altro, su quello che potremmo trovare, specialmente quando sappiamo che stiamo parlando di circa 16 milioni di pagine in una dozzina di lingue. E le parti più interessanti degli archivi sono spesso in cartelle inattese, con etichetta ‘varie'”.
Philippe Chenaux, professore di storia della Chiesa moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, biografo di Pio XII, ha spiegato che “non è certo che l’apertura dell’archivio vaticano possa far finire la controversia sui ‘silenzi’ di Pio XII”.
“Il maggior contributo della documentazione resa disponibile riguarda il periodo postbellico, o se preferite, la guerra fredda segnata dall’antagonismo tra l’Occidente cristiano e il grande Satana sovietico. La fine degli anni ’40 e ’50 era stata finora il punto cieco nella storia del pontificato”.
La Chiesa sostiene che Pio XII contribuì al salvataggio di diverse migliaia di ebrei nascondendoli in istituzioni religiose a Roma sotto l’occupazione tedesca. Crede che la prudenza verbale del papa abbia evitato rappresaglie contro i cattolici in Europa.
Ed infatti ne ha aperto il processo di beatificazione già dal 1967.
Papa Benedetto XVI lo ha proclamato “venerabile” alla fine del 2009, scatenando inutili proteste all’interno delle organizzazioni ebraiche.
Nel 2010, Benedetto XVI ha affermato che Pio XII era stato “uno dei grandi giusti, che ha salvato ebrei più di chiunque altro”.
Ratzinger aveva spiegato che Pio XII ha sofferto molto perché “sapeva che doveva parlare e tuttavia la situazione gli ha impedito di farlo”.
Nel 2014 Papa Francesco ha affermato di avere “un po’ di orticaria esistenziale” di fronte agli attacchi contro Pio XII, “un grande difensore degli ebrei”, tuttavia, non ha accelerato il processo di beatificazione.
Molti ricercatori sperano di trovare anche informazioni utili sul grande impegno contro il comunismo del pontefice romano.

Gli untori

Condividi su:

DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Prima della diffusione della cosiddetta “peste di Atene” nel 430. A.C. nessuna città della Grecia aveva mai sperimentato nulla di vagamente simile. Era il maggio del secondo anno della Guerra del Peloponneso, e Atene aveva visto raddoppiare in poco tempo la propria popolazione, raccogliendo masse di profughi dalle campagne in fuga di fronte all’avanzata dell’armata della nemica Sparta. Circa 200.000 persone si erano rifugiate nella città, dove spuntarono da subito baracche, tende e sistemazioni improvvisate erette dai nuovi venuti, che brulicavano come formicai ai piedi dell’Acropoli e nello spazio fra le grandi doppie mura lunghe oltre 27 chilometri che univano la città al porto del Pireo e che avrebbero dovuto garantire ai suoi abitanti protezione contro qualsiasi nemico esterno. Nessuna città della Grecia, neppure la possente Tebe, aveva difese tanto estese, e non a caso il governo ateniese affermava con adamantina sicurezza che la città aveva il sistema difensivo migliore della Grecia. Eppure la peste entrò in città e si diffuse. Le scarse condizioni igieniche e la mancanza di acqua potabile e pulita, unita al sovraffollamento creatosi nel caldo dei mesi estivi, favorirono la propagazione di un morbo sconosciuto.

Tucidide, che ne dettagliò l’escalation, racconta come molti morirono nell’abbandono, e altri nonostante le numerose cure prestate loro. Nessun trattamento particolare sembrava funzionare e ciò che apparentemente migliorava le condizioni di alcuni, peggiorava quelle di altri. Sia i forti che i deboli, giovani e meno giovani perirono. Terribile era la vista di coloro che si ammalarono dopo aver cercato di aiutare i propri concittadini e in breve tempo morivano come mosche. I sintomi erano diversi, accomunati da febbre che inizialmente si accompagnava a raffreddore e tosse acuta e all’indebolimento dell’apparato intestinale. Il progredire portava a convulsioni e al blocco dell’apparato respiratorio. Tucidide, più interessato alle implicazioni militari della vicenda, si limitò a speculare sulla natura “bellica” della malattia, mentre Diodoro cercò di considerare i possibili agenti di trasmissione, arrivando a sostenere che l’affollamento aveva inquinato l’aria e questo finì poi col colpire la popolazione. Seppur l’aria avesse poca attinenza con il contagio, le sue osservazioni empiriche non erano del tutto errate quando pensiamo che i virus, e il Coronavirus non fa eccezione, si trasmettono tramite piccole gocce espulse e diffuse nell’ambiente mentre parliamo, tossiamo, starnutiamo, e più un ambiente è affollato e maggiori diventano le probabilità di essere esposti al contagio.

Le poche centinaia di ateniesi che erano caduti durante il primo anno del conflitto erano stati celebrati con tutti gli onori, mentre le migliaia di donne e bambini che morirono nell’epidemia furono lasciati spesso a marcire nelle strade nell’abbandono più totale. Inizialmente nessuno sapeva spiegarsi il propagarsi del morbo, che continuò a mietere vittime fra la popolazione. Un po’ come oggi di fronte all’estendersi del contagio del Coronavirus nessuno ha saputo ancora chiarire come un agente patogeno dalle pianure dello Yangtze e del Fiume Giallo a 9.000 km di distanza sia atterrato indisturbato nel mezzo del Nord Italia.

E questo nonostante l’Italia “avrebbe, secondo il governo, il sistema di controlli e prevenzione migliore d’Europa“, sul modello delle dichiarazioni del governatore dell’ER che ritiene la sanità della sua regione una delle migliori al mondo. La Germania ha un volume di rapporti commerciali con la Cina di circa tre volte superiore a quello dell’Italia, e finora ha evitato il focolaio del contagio. Secondo alcuni facciamo troppi tamponi, a differenza di quanto avviene in altre nazioni europee. Ed è per questo che noi abbiamo registrato un focolaio ed altri no. Quindi, secondo la stessa logica, nelle regioni d’Italia dove non vi sono focolai è forse perché non vengono fatti controlli sufficienti?

Vi erano molti abitanti di Atene che – come molti Italiani di oggi – ritenevano che il contagio non fosse assolutamente casuale. E anzi fosse il diretto risultato di azioni compiute dagli Spartani per colpire i propri nemici. Tale logica, per quanto apparentemente paranoica, aveva un suo senso. Infatti epidemie di tale virulenza erano praticamente sconosciute nella Grecia del V secolo A.C., cosa che induceva gli ateniesi a credere a qualsiasi congettura pur di darsi una spiegazione. In compenso la guerra batteriologica era invece già ampiamente praticata. Un secolo prima Solone avrebbe contaminato le acque utilizzate dalla popolazione di Cirra, indebolendone la guarnigione che capitolò.

Alcuni fra gli ateniesi ricordavano come loro stessi avessero avvelenato i pozzi della propria città prima di abbandonarla di fronte all’avanzata dell’armata persiana di Serse nell’estate del 480 A.C. Successivamente in Sicilia gli stessi ateniesi tentarono di avvelenare l’acquedotto di Siracusa per costringere la città alla resa. A rafforzare l’idea che gli Spartani fossero responsabili contribuì probabilmente quanto avvenne l’anno successivo durante l’assedio di Platea, alleata di Atene, quando i soldati di Sparta bruciarono una pira enorme intrisa di pece e zolfo accatastata fuori dalle mura della città. Le fiamme sprigionarono gas mortali di anidride solforosa sui difensori, che per non finire intossicati dovettero abbandonare le difese.

La malattia, chiamata impropriamente peste, fu con ogni probabilità una forma di tifo, la cui diffusione fu favorita dalle scarse condizioni igieniche combinate con l’indebolimento fisico di molti dovuto a ristrettezze alimentari del tempo di guerra, o forse un agente patogeno epidemico proveniente dall’Africa, come pensava Tucidide, entrato nel Mediterraneo orientale dalla vicina Persia, e che potrebbe essere assimilato all’ebola. Ma soprattutto a radicare la convinzione che si trattasse di un morbo diffuso dagli Spartani fu semplicemente il fatto che la comparsa della malattia concise con l’invasione dell’armata Spartana in Attica nella primavera del 430 A.C.

Un po’ come la diffusione del Coronavirus in Asia coincide con un periodo di continuo braccio di ferro su dazi ed interessi commerciali globali che vede gli USA e l’Europa contrapporsi alla Cina. E in Atene i sostenitori e teorici della cospirazione ebbero ulteriori prove a conferma della propria tesi perché i primi ad essere colpiti e a perire per il morbo furono coloro che si trovarono nei pressi delle cisterne del Pireo, che, si diceva, fossero state avvelenate dagli Spartani. In realtà gli Spartani si avvicinarono alle mura quando l’epidemia era già in corso, e visto da lontano il fumo che si alzava dalle pire dove si bruciavano mucchi di cadaveri ne rimasero ben lontani, accontentandosi di devastare le campagne e razziare il razziabile. Il morbo si diffonderà invece poi nelle zone che videro il passaggio degli opliti o della flotta di Atene, ma non a Sparta, e nel Peloponneso toccherà solo Epidauro, dove gli abitanti si ammaleranno dopo essere entrati in contatto con i soldati ateniesi chiaramente infetti.

La popolazione dell’Attica di allora, non ritenendo che la combinazione di condizioni quali sovraffollamento urbano nel caldo estivo e la carenza di igiene fossero fattori scatenanti, si limitò alla semplice equazione che la peste colpiva Atene dove gli abitanti morivano in massa, ma risparmiava “stranamente” Sparta, per cui Sparta doveva esserne in qualche modo responsabile. E’ la stessa idea che di fronte ad epidemie odierne si rafforza in chi è consapevole che le forze armate di molti stati hanno messo a punto nei propri laboratori schiere di germi killer che possono essere utilizzati come armi di distruzione di massa. Sono economici da produrre, letali, assolutamente non ingombranti e possono essere facilmente trasportati, al punto che una valigetta può contenere un arsenale di gas e virus in grado di sterminare la popolazione di stati confinanti e annullare i vantaggi che un esercito più numeroso o un’economia più sviluppata hanno sulla carta contro un avversario più debole. Per cui se il morbo colpisce A ma non B, allora B, se dotato di armi batteriologiche, potrebbe avere realisticamente qualcosa a che fare con l’accaduto. Se poi B dall’indebolimento di A ci guadagna, ecco che l’ipotesi può diventare certezza e ancora più difficile da scalfire.

Si calcola che l’Attica abbia avuto tra le 70.000 e le 80.000 vittime, la maggioranza delle quali morirono dopo un paio di settimane dopo aver contratto il morbo. 10.000 di questi servivano nella falange o nella flotta ateniese. Complessivamente circa il 34% della popolazione perì, la maggioranza nei primi anni due anni delle ostilità. Non meno devastante fu il contraccolpo economico. E’ stato calcolato che solo nel primo anno la perdita per le casse dello stato dovute alla mancata tassazione e al collasso dei redditi ammontò a circa 500 milioni di euro del giorno d’oggi. Nonostante Atene continuasse la guerra, non fu prima del 415 A.C., ben 15 anni dopo l’epidemia, che riuscì a organizzare nuovamente operazioni ad ampio raggio, con una forza militare rinnovata e una nuova riorganizzazione finanziaria. Non a caso è stato osservato che in termini relativi il danno causato dall’epidemia si rivelò per Atene pari al disastro che la Germania subì con Stalingrado. Nessuna sconfitta campale contro Sparta avrebbe potuto ridurla in simili condizioni.

Nei primi anni di ostilità le invasioni Spartane dell’Attica non raggiunsero lo scopo di attirare il nemico in una grande battaglia in campo aperto e distruggerlo, nonostante l’indebolimento causato dal morbo. Né gli Ateniesi, colpiti duramente, si limiteranno più a restare all’interno delle mura della città per trovarvi la morte. Ciascun contendente dovette quindi ridefinire le proprie strategie per il futuro.

Alla fine la peste di Atene, raggiunto il culmine, si arrestò per inerzia. Anche il Coronavirus, misteriosamente arrivato in Italia, potrebbe esaurire la sua forza di diffusione semplicemente per inerzia, se non lo ferma prima la propaganda, che ieri mattina confermava 480 casi e 12 morti, e ieri sera aveva ridotto i casi di contagio confermati a 282, risaliti oggi a 655. Intanto mentre i numeri fluttuano e cambiano a seconda delle circostanze, il virus continua a propagarsi. A differenza di Atene dove i morti per le strade non si potevano nascondere, qui la diffusione e i decessi sono in numero più contenuto, per fortuna, ma questo non significa che il virus non aumenti nelle aree del contagio. Non abbiamo a che fare con il capitano Trips, ma neppure con un raffreddore, visto che questo virus uccide, e il raffreddore no.

La terribile epidemia che mise in ginocchio Atene non solo causò la morte di decine di migliaia di persone, incluso Pericle, ma anche il declino della più antica democrazia del mondo. Non si possono ancora conoscere con esattezza le conseguenze che il Coronavirus avrà per l’Italia e per l’attuale governo che, nonostante le ripetute rassicurazioni sul sistema di controllo e prevenzione migliore d’Europa, qualcosa deve aver sottovalutato, purtroppo, visto che l’infezione è esplosa e il nostro è al momento il terzo stato al mondo per contagiati e deceduti, primo paese con un focolaio al di fuori dell’Asia. Sembra anche verosimile che non sarà necessario sperimentare le tragiche morti di 1/3 della popolazione (per fortuna), come avvenne ad Atene 2450 anni fa, per subire un arresto economico. I mercati di oggi si spaventano per molto meno.

In Italia coloro che già un mese fa avvertivano sulle possibili conseguenze del contagio ed invitavano il governo ad adottare misure più stringenti erano tacciati di essere sciacalli e per alcuni membri del governo rimangono tali – “Salvini? Si sta veramente comportando da sciacallo“. Secondo altri membri dell’esecutivo ora sono diventati anche untori, cioè diffusori della malattia. Chissà tra poco qualcuno potrebbe suggerire che la peste di Milano del 1630 è stata scatenata da Matteo Salvini e schiere di leghisti. Non erano ancora nati allora, e l’accusa non servirà a fermare il Coronavirus sospettato di mire populiste, ma è poi importante? Anche la CNN ieri consigliava al governo Italiano di adottare misure più severe, ma nessun esponente dell’esecutivo si è scomodato a parlare di stampa affetta da sciacallaggio.

Quando tutto sarà finito potrebbe venire anche la curiosità di visitare Codogno, luogo che alcuni media presentano come pullulante di locali, feste e balli continui e con un via vai da far invidia a Las Vegas, e che secondo il presidente del consiglio è anche sede di un ospedale che non rispetterebbe i protocolli, anche se resta da capire come.

Ad Atene, mentre si cercavano i colpevoli e cresceva l’odio contro Sparta, vi erano anche coloro che credevano che l’epidemia fosse stata provocata da un’antica profezia. Almeno loro, pur nella sventura, sapevano essere originali.

 

Alessandro Guardamagna

Da https://comedonchisciotte.org/gli-untori/

Ex musulmani convertiti chiedono a Bergoglio di smettere di elogiare l’Islam

Condividi su:

Il sito internet francese exmusulmanschretiens.fr pubblica la lettera di un gruppo di ex-musulmani convertiti al cattolicesimo indirizzata a Papa Francesco dove i sottoscrittori (attualmente più di quattromilatrecento convertiti) mostrano il loro stupore circa i discorsi del Papa a favore dell’Islam.

Di seguito il testo della Lettera aperta a Papa Francesco che verrà presentata al Pontefice non appena sarà raggiunto un numero significativo di firmatari.

***

Padre Santo,

Molti di noi, a più riprese e per diversi anni, abbiamo cercato di contattarla, ma non abbiamo mai ricevuto il minimo messaggio di avvenuta ricezione delle nostre lettere o richieste di colloquio. Lei non ama i convenevoli e noi neppure, ci consenta perciò di dirle con grande franchezza che non comprendiamo il suo insegnamento riguardo all’islam, quale noi lo leggiamo per esempio nei paragrafi 252 e 253 dell’ Evangelii gaudium, perché non tiene conto del fatto che, essendo l’islam venuto DOPO il Cristo, esso è, e non può che essere, un Anticristo (Cfr. 1 Gv 2.22), e uno dei più pericolosi al mondo, giacché si presenta come il compimento della Rivelazione (della quale Gesù non sarebbe stato altro che un profeta). Se l’islam è intrinsecamente una buona religione, come lei sembra insegnare, per quale ragione noi siamo divenuti cattolici? Le sue parole non mettono forse in dubbio la fondatezza della scelta che abbiamo fatto… a rischio della nostra vita? L’islam prescrive l’uccisione degli apostati (Corano 4.89; 8.7-11), forse che lei lo ignora? Come è possibile equiparare la violenza islamica e una presunta violenza cristiana ?! «Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?» (2 Cor 6.14-17). In conformità con il Suo insegnamento (Lc 14,26), noi L’abbiamo preferito, Lui, il Cristo, alla nostra stessa vita. Non siamo forse ben posizionati per parlare con lei dell’islam ?

In effetti, dal momento che l’islam vuole che siamo il suo nemico, noi lo siamo, e tutte le nostre proteste di amicizia non potranno cambiare nulla a questa realtà. Da buon Anticristo, l’islam non esiste se non per essere il nemico di tutti: «Tra noi e voi è sorta inimicizia e odio [che continueranno] ininterrotti, finché non crederete in Allah, l’Unico!» (Corano 6.4). Per il Corano, i cristiani «sono impurità» (Corano 9.28), «di tutta la creazione […] i più abbietti» (Corano 98.6) e «saranno nel fuoco dell’Inferno» (ibidem), pertanto Allah li deve sterminare: «Li annienti Allah» (Corano 9,30). Non bisogna lasciarsi ingannare dai versetti coranici cosiddetti tolleranti, perché sono stati tutti abrogati dal versetto della Spada (Corano 9.5). Mentre il Vangelo annuncia la buona novella di Gesù morto e risorto per la salvezza di tutti, compimento dell’Alleanza che ebbe inizio con il popolo ebraico, Allah non ha altro da offrire se non la guerra e l’uccisione degli «infedeli» in cambio del suo paradiso: «[poiché] combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi» (Corano 9.111). Noi non facciamo confusione tra islam e musulmani, ma se per lei il «dialogo» è la via della pace, per l’islam esso è solo un modo diverso di fare la guerra. Perciò, come è già accaduto nei confronti del nazismo e del comunismo, il buonismo di fronte all’islam è una scelta  suicida e molto pericolosa. Come si può parlare di pace e al tempo stesso cauzionare l’islam, come lei sembra fare ? «Strappare dai nostri cuori la malattia che avvelena le nostre vite […]  Quelli che sono cristiani lo facciano con la Bibbia e quelli che sono musulmani lo facciano con il Corano»(Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Roma, 20 gennaio 2014). Che il Papa intenda proporre il Corano come via di salvezza, non è forse qualcosa di inquietante? Dovremmo quindi tornare all’ islam?

La supplichiamo di non  voler cercare nell’islam un alleato nella battaglia che sta conducendo contro le potenze che cercano di dominare e asservire il mondo, perché seguono tutti la medesima logica totalitaria, basata sul rifiuto della regalità di Cristo (Lc 4.7). Sappiamo che la Bestia dell’Apocalisse, la quale cerca di divorare la Donna e il suo Bambino, possiede molte teste… Allah, d’altronde, proibisce alleanze di questo genere (Corano 5.51)! E, soprattutto, i profeti hanno sempre rimproverato a Israele la sua volontà di allearsi con le potenze straniere, a discapito della fiducia assoluta che bisogna avere in Dio. Certo, è forte la tentazione di pensare che un discorso a favore dell’islam potrebbe risparmiare ulteriori sofferenze ai cristiani nei paesi divenuti musulmani; ma, a parte il fatto che Gesù non ci ha mai indicato altro cammino se non quello della Croce, ragion per cui noi dobbiamo trovare in essa la nostra gioia e non invece fuggirla come fanno tutti i dannati, non dubitiamo affatto che solo la proclamazione della Verità possa apportare, insieme con la salvezza, anche la libertà (Gv 8.32). Il nostro dovere è quello di rendere testimonianza alla verità, «in ogni occasione opportuna e non opportuna» (2 Tm 4.2), e la nostra gloria è quella di poter dire con san Paolo: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 2.2).

In correlazione con il discorso di Sua Santità sull’islam, proprio mentre il Presidente Erdogan, tra gli altri, chiede ai suoi compatrioti di non integrarsi nei paesi di accoglienza e  l’Arabia Saudita, insieme con tutte le petromonarchie, non accoglie alcun profugo ― fatti rivelatori questi, fra tanti altri, del progetto di conquista e d’islamizzazione dell’Europaufficialmente proclamato dall’OCI (Organizzazione della Conferenza Islamica) e da altre organizzazioni islamiche ormai da decenni―, lei, Santo Padre, predica l’accoglienza dei migranti senza tener conto del fatto che essi sono musulmani e che il comandamento apostolico ne fa divieto: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo. Poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse» (2 Gv 1.10-11);  «Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!» (Gal 1.8-9).

Allo stesso modo in cui «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25.42) non può significare che Gesù avrebbe voluto essere un parassita, allo stesso modo «Ero forestiero e non mi avete ospitato» non può significare «Ero un invasore e mi avete accolto», bensì: «Ho avuto bisogno della vostra ospitalità per un certo tempo, e voi me l’avete accordata». Il termine ξένος (Xénos) nel Nuovo Testamento non rimanda unicamente al significato di straniero, ma anche a quello di ospite (Rom 16.23; 1 Cor 16.5-6; Col 4.10; 3 Gv 1.5). E quando YHWH, nell’Antico Testamento, comanda di trattare bene gli stranieri perché anche gli Ebrei sono stati stranieri in Egitto, ciò è a condizione che lo straniero si integri con il popolo eletto al punto da accettarne la religione e praticarne il culto… In nessun caso si tratta di accogliere uno straniero che intende conservare la propria religione e i propri costumi! Pertanto, non comprendiamo come lei possa perorare la causa dei musulmani che vogliono praticare la loro religione in Europa. Il significato delle Sacre Scritture non deve essere stabilito dai propugnatori del mondialismo, ma permanendo nella fedeltà alla Tradizione. Il Buon Pastore è colui che scaccia il lupo, non certo chi lo fa entrare nel recinto delle pecore.

Il discorso pro-islam di Sua Santità ci spinge a deplorare che i musulmani non siano invitati ad abbandonare l’islam e che tanti ex musulmani, come Magdi Allam, abbiano lasciato la Chiesa, scoraggiati dalla sua vigliaccheria, addolorati dai suoi gesti equivoci, confusi dalla mancanza di evangelizzazione, scandalizzati dall’elogio tributato all’islam… In questo modo le anime ignoranti si trovano confuse e i cristiani non si preparano al confronto con l’islam, al quale sono stati sollecitati da san Giovanni Paolo II (Ecclesia in Europa, n. 57). Abbiamo l’impressione che il suo confratello Mons. Nona Amel, arcivescovo cattolico caldeo, esiliato da Mosul, abbia parlato nel deserto:  «Le nostre sofferenze attuali sono il preludio di quelle che voi, Europei e cristiani occidentali, soffrirete in un prossimo futuro. Io ho perso la mia diocesi. La sede della mia Arcidiocesi e del mio apostolato è stata occupata dagli islamisti radicali, i quali ci vogliono convertiti o morti (…). Voi accogliete nel vostro paese un numero sempre crescente di musulmani. Siete anche voi in pericolo. È necessario che prendiate decisioni forti e coraggiose (…). Voi pensate che tutti gli uomini siano uguali, ma l’Islam non dice affatto che tutti gli uomini sono uguali (…). Se non comprendete questo molto in fretta, diventerete le vittime del nemico che avete accolto in casa vostra» (9 agosto 2014; cfr. inoltre qui). Si tratta di una questione di vita o di morte, e ogni atteggiamento compaciente nei confronti dell’islam di compiacenza di fronte all’islam è un tradimento. Noi non vogliamo che l’Occidente continui a islamizzarsi, né che lei vi contribuisca a ciò con la sua azione. Dove dovremmo andare a cercare di nuovo un rifugio?

Santità, ci consenta di chiederle di convocare al più presto un sinodo sui pericoli dell’ islam. Che cosa rimane della Chiesa nei paesi in cui si è insediato l’islam? Se essa vi possiede ancora diritto di cittadinanza, è solo nello status di dhimmitudine, a condizione cioè che non evangelizzi e che rinneghi in tal modo se stessa… Per amore della giustizia e della verità, la Chiesa deve proclamare alla luce del sole i motivi per i quali le argomentazioni addotte dall’islam per bestemmiare la fede cristiana sono false. Se la Chiesa ha il coraggio di fare questo, siamo certi che i musulmani, e anche tanti altri uomini e donne che sono alla ricerca del vero Dio, si convertiranno a milioni. Come lei ha ricordato : «Chi non prega Cristo, prega il Diavolo» (14.03.13). Se le persone sapessero di andare all’Inferno, darebbero la loro vita a Gesù (Cfr. Corano 3.55)…

Con il più profondo amore verso il Cristo, che attraverso di lei guida la Sua Chiesa, noi, cattolici provenienti dall’islam, con il sostegno di tanti nostri fratelli nella fede, in modo particolare quello dei cristiani d’Oriente e dei nostri amici, chiediamo a Sua Santità di voler confermare la nostra conversione a Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, unico Salvatore, per mezzo di un discorso franco e diretto sull’islam. Assicurandole la nostra preghiera nel Cuore dell’Immacolata, chiediamo la sua apostolica benedizione.

Da http://www.lafedequotidiana.it/ex-musulmani-ora-cattolici-chiedono-papa-francesco-smettere-elogiare-lislam/?fbclid=IwAR3kEZP0sNsrUoKs8hCTGJf3LOKBRvC-hvu8I7ILtbeKRqMO7Ulxqza463k

Nuovo studio sulla Sacra Sindone: “Non è l’immagine di un defunto, ma di un vivo che si alza”

Condividi su:

“La Sindone di Torino mostra l’immagine di una persona nel momento in cui era viva”

Il dottor Bernardo Hontanilla Calatayud, dell’Università di Navarra, in Spagna, ha pubblicato sulla rivista Scientia et Fides un articolo inedito sulla misteriosa figura che in modo mai spiegato dalla scienza è rimasta impressa sulla Sindone di Torino. La tesi dell’esperto è che la figura non corrisponda a una persona inerte, come si pensava tradizionalmente, ma a una persona viva che si sta alzando.

“In questo articolo sono esposti vari segni di vita indicati dalla Sindone di Torino. Basandosi sullo sviluppo della rigidità cadaverica, si analizza la postura del corpo impressa sulla Sindone. La presenza di solchi facciali indica che la persona è viva. La Sindone di Torino mostra segni di morte e di vita di una persona che ha lasciato la sua immagine impressa in un momento in cui era viva”.

Questa affermazione si inserisce in modo notevole nella dottrina sulla Resurrezione di Cristo e nelle proposizioni di altri esperti sul momento in cui l’immagine sarebbe rimasta impressa sul telo, come se corrispondesse a una radiazione sconosciuta, emessa dal corpo fino ad allora coperto.

“Nel corso di questo articolo, analizzeremo una serie di segni impressi sulla Sindone di Torino che potrebbero giustificare il fatto che la persona avvolta nel sudario fosse viva al momento dell’impressione della sua immagine”.

Rigidità e postura della figura

La prima caratteristica studiata nell’analisi è la presenza o meno di “rigidità cadaverica o rigor mortis”. Questa rigidità viene constatata nei defunti “inizialmente nella mandibola e nella muscolatura oculare, poi interesserà il volto e passerà al collo. In seguito si estenderà al torace, alle braccia, al tronco e infine alle gambe”, ha affermato l’esperto. Questo effetto arriva all’espressione massima dopo 24 ore dalla morte, e inizia a scomparire a poco a poco, in ordine inverso, circa 36 ore dopo il decesso, richiedendo 12 ore per smettere di essere notevole. La gravità dei traumi subiti dall’uomo della Sindone e le perdite di sangue avrebbero provocato una rigidità precoce, da 25 minuti dopo la morte, che sarebbe arrivata alla massima espressione tra le tre e le sei ore dopo. “I segni apparenti di rigidità che appaiono nell’immagine potrebbero non corrispondere ai segni di rigidità post mortem classicamente attribuiti”.

L’esperto ha registrato una “semiflessione del collo e una semiflessone asimmetrica delle articolazioni dell’anca, delle ginocchia e delle caviglie”. Le caratteristiche della posizione registrata nella Sindone non corrispondono alla rigidità che il corpo dovrebbe avere dopo essere stato tirato giù dalla croce”.

Posizione come per alzarsi

Le analisi hanno coinvolto test con “uomini tra i 30 e i 40 anni con fenotipo atletico, alti tra 1,70 m e 1,80 m”. Quando è stato chiesto loro di alzarsi in una posizione simile a quella dell’uomo della Sindone, hanno mostrato “un dislocamento delle mani verso gli organi genitali nel flettere il tronco, una semiflessione della testa e l’appoggio di una pianta del piede con minore flessione della gamba e un grado di rotazione interna, come quella osservata nella Sindone”.

Un’analisi più dettagliata della posizione evidenzia che nell’immagine non c’era rigidità cadaverica nelle membra superiori, il che è contraddittorio, visto che i muscoli delle braccia hanno sopportato una pressione maggiore durante la crocifissione.

“La postura rigida di un crocifisso implicherebbe avambracci e articolazioni del carpo in semiflessione tipica, come osservato in molti cadaveri”, ha ricordato Hontanilla, indicando che la posizione delle dita non corrisponde a quella che ci si aspetta da un cadavere. “È ragionevole che anche l’assenza dei pollici nella Sindone possa essere attribuita a segni di vita e non solo alla paralisi di un cadavere rigido”.

Volto vivo

Una prova di vitalità nell’immagine potrebbe essere percepita nel volto, con la “presenza di solchi nasogeniani e nasolabiali”, linee d’espressione provocate dall’azione dei muscoli e che scompaiono nei pazienti con paralisi facciale o dopo la morte. “In un cadavere recente, la muscolatura facciale si rilassa, i solchi scompaiono e la bocca si apre. È il momento iniziale della flaccidità

post mortem”, ha dichiarato l’esperto, concludendo:

“La postura asimmetrica della semiflessione osservata nelle gambe, la semiflessione della testa e soprattutto la presenza dei solchi nasogeniani e la collocazione delle mani nella zona genitale potrebbero indicare che siamo davanti a una persona che sta iniziando il movimento di alzarsi”.

Un’analisi dei testi evangelici coerente con le prove della Sindone collocherebbe il momento in cui l’immagine è rimasta registrata “tra la prima veglia della domenica (dalle 19.00 alle 21.00 del sabato) e la seconda veglia (dalle 21.00 a mezzanotte), o al massimo all’inizio della terza veglia della domenica (da mezzanotte alle tre del mattino) del terzo giorno della morte”.

Autenticità della Sindone

Se la Sindone fosse falsa, le macchie di sangue e le altre caratteristiche verificabili avrebbero richiesto “una vera opera d’arte realizzata da una persona con minuziose conoscenze mediche, forensi e di processamento delle immagini su tessuti antichi”, e che fosse inoltre in grado di realizzare una falsificazione perfetta con le tecniche disponibili nel XIV secolo.

“Una seconda opzione, tenendo conto del racconto evangelico, è che si tratti di un panno appartenuto a un rabbino che venne sepolto in base alla tradizione ebraica dopo essere stato crocifisso e flagellato secondo la pratica romana. E possiamo aggiungere che l’immagine è stata impressa quando era vivo, visto che contiene segni statici propri di una persona morta ma anche segni dinamici di vita in contraddizione con la sequenza naturale dell’apparizione dei segni di rigidità cadaverica”.

L’esperto vede in questi segni l’apparente volontà di Cristo di registrare il miracolo.

“Se la Sindone ha coperto il corpo di Gesù, è ragionevole pensare che sarebbe stato interessato a mostrarci i segni non solo della morte, ma anche della resurrezione, nello stesso oggetto. Analizzando i tempi trascorsi dalla morte alla resurrezione e seguendo il racconto evangelico, sembra che Gesù Cristo volesse morire in quel momento, coincidendo con il sacrificio degli agnelli nel popolo ebraico, calcolando un tempo sufficiente perché il suo cadavere sopportasse la corruzione. Insistiamo sul verbo ‘volesse’, perché Pilato stesso si sorprese per il fatto che non fosse morto molto presto”.

Da https://it.aleteia.org/2020/02/28/nuovo-studio-sulla-sacra-sindone-non-e-limmagine-di-un-defunto-ma-di-un-vivo-che-si-alza/

Concluso l’acquisto della Chiesa in Trentino da parte dell’ I.M.B.C.

Condividi su:

Carissimi fedeli

a novembre del 2018 avevamo lanciato, con l’invio del calendario 2019, una sottoscrizione per l’acquisto di una chiesa in Trentino; siamo felici di poter annunciare che l’operazione è stata conclusa felicemente. La cifra di acquisto è stata inferiore a quella preventivata ed è stata coperta interamente dalla sottoscrizione.

Grazie alle generose offerte giunte dai fedeli del Trentino, da ogni parte d’Italia e anche dall’estero, il rogito è stato firmato a Rovereto dal notaio il 25 novembre 2019, festa di s. Caterina d’Alessandria. A fine gennaio del 2020 abbiamo ricevuto anche il placet con la ratifica all’acquisto da parte delle Belle Arti (trattandosi di un bene soggetto a vincolo culturale e artistico lo stato ha infatti diritto di prelazione).

Ringraziamo di cuore tutti coloro che hanno contribuito a quest’opera per la più grande gloria di Dio e il bene delle anime.

La chiesa che abbiamo comprato è quella dove eravamo ospitati benevolmente e già celebravamo la s. Messa fin dal 2007. Si tratta di una chiesetta privata, edificata nel settecento, situata sul muro di cinta della vicina villa, ubicata nella frazione Mori Stazione di Rovereto (TN), essa è dedicata a sant’Ignazio di Loyola e contiene un pregevole altare marmoreo con l’immagine del santo e un’ampia sacrestia sulla destra del fabbricato. Si tratta della seconda Chiesa di proprietà dell’Istituto Mater Boni Consilii, dopo quella di Albarea in provincia di Ferrara. Vi saranno adesso alcuni lavori da effettuare per la messa a norma dell’impianto elettrico ed un eventuale riscaldamento.

Deo gratias.

Da http://www.sodalitium.biz/concluso-lacquisto-della-chiesa-trentino/

GUARDARE LE FIGURE

Condividi su:

Il mercato globale delle autovetture crollerà a 76,9 milioni di veicoli quest’anno (un calo di quasi il 3,4% rispetto al 2019). Questa previsione è ancora  ottimista e presuppone che la diffusione del virus Corona possa essere fermata nei prossimi mesi e che i vaccini possano essere usati prima dell’autunno. Finora il crollo si è concentrato principalmente in Cina. In totale, le vendite di autovetture diminuiranno di 7,5 milioni di veicoli rispetto all’anno record 2017. Ciò corrisponde a circa la metà delle vendite annuali di auto dell’UE per dare un’immagine vivida “.

La Cina è il mercato più importante del mondo per le case automobilistiche tedesche con un fatturato annuo di circa 150 miliardi di euro – rappresenta circa un terzo delle loro vendite totali. Per quanto riguarda i loro profitti: dal momento che sono al di sopra della media nel Regno di mezzo, vi è persino il 40 percento del mercato lì.

Fatti e cifre

Numero di auto vendute in tutto il mondo (in milioni di unità):

  • 2000: 48.9
  • 2009 (crisi finanziaria): 55,9
  • 2015: 77.9
  • 2017 (record precedente): 84.4
  • 2019: 79.6
  • 2020 (stimato): 76.9

Numero di auto vendute in Cina (in milioni di unità)

  • 2010: 11.3
  • 2015: 20.0
  • 2017 (record precedente): 24.2
  • 2020 (stimato): 19.3

I più grandi mercati automobilistici del mondo nel 2020 (in milioni di unità / previsioni):

  • Cina 19.3
  • 2. USA 16.5
  • 3. Giappone 4.2
  • 4. Germania 3.3
  • 5. India 3.0
  • 6. Brasile 2.7
  • 7. Francia 2.2
  • 8. Gran Bretagna 2.1
  • 9. Canada 1.9
  • 10. Italia 1.9
  • 11. Russia 1.9
  • Corea del Sud 1.5

https://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/502543/Einbruch-am-Weltmarkt-Deutsche-Autobauer-stehen-vor-riesigen-Verlusten

Da

GUARDARE LE FIGURE

A lezione dal virus

Condividi su:


Che lezione possiamo trarre dall’epidemia del coronavirus e dalle ricadute che sta avendo in Italia? Non dico lezione sanitaria, non so di profilassi e non dirò del governo e del suo annaspare, limitandomi solo a notare che i nostri primati sono sempre negativi sia che si parli di denatalità che di disservizi, di malagiustizia che di corruzione, di burocrazia che di opere irrealizzate, di infrastrutture a rischio, di debito pubblico e di malavita organizzata. E ora il primato europeo, anzi occidentale di vittime del virus. Mancò la fortuna o il valore? O per tradurre nel gergo più consono: è sfiga o incapacità e pressapochismo? Lasciamo la domanda sospesa nei cieli e torniamo a terra, ripartendo dalla domanda. Già, che lezione umana, civile, morale, in senso lato psicologica, possiamo trarre da questa situazione?

La prima lezione è che dobbiamo toglierci la mascherina degli schemini ideologici. Di fronte alla realtà e alle sue repliche, spesso impreviste, non funzionano le filastrocche sulla bellezza della società senza confini, abbattiamo le frontiere, è razzista chi crea blocchi e filtri, la globalizzazione è un bene assoluto. È un raccontino falso, ideologico e nocivo, e lo sarebbe anche il discorso opposto, di rialzare muri e immunità, chiuderci in stati-fortezza e così via. No, dobbiamo essere semplicemente duttili; capire che la globalizzazione non è la manna del cielo né la maledizione divina in terra, ma è un processo che produce benefici e malefici, e diventa pericoloso se va fuori controllo in una specie d’imperativo assoluto dentro il quale ci muoviamo inermi e devoti. Bisogna sapere aprire e chiudere le frontiere, i porti e le vie d’accesso, circolare liberamente e quando è il caso rispettare i limiti. Si globalizza la ricchezza come la miseria, si globalizza la tecnologia come la malattia, ogni interdipendenza espone a contagio, non è pura crescita. Bisogna uscire dallo schemino progressista e trionfalista e capire che la storia procede e retrocede, ha moti ondulatori e sussultori, corsi e ricorsi, non è una linea retta.

Secondo, se c’è un modo per seminare panico è ripetere ogni giorno di non farsi prendere dal panico, non accaparrarsi mascherine, amuchina e beni di prima necessità; perché il messaggio arriva capovolto. E le rassicurazioni di un governo che bollava come razzismo e sciacallaggio le richieste di misure e cordoni sanitari per poi applicarli a caso (ufficio si, metro no, per esempio), sortiscono l’effetto contrario. Se Conte dice che la situazione è sotto controllo allora dobbiamo preoccuparci, visti i precedenti e il governo in carica, dove c’è un dato inquietante riportato domenica scorsa dal Sole 24 ore: solo due decreti-legge attuativi su 169. Il nulla con parlantina. Quasi nessuna delle riforme annunciate è stata varata. Record mondiale.

Torno alla questione. Il panico si affronta con le misure e non con le rassicurazioni o gli appelli a mantenere la calma. Molto utile è il paragone coi precedenti: altre volte negli ultimi cinquant’anni ci siamo trovati a fronteggiare emergenze del genere, anche se ogni contagio è una storia a sé. Finora il numero delle vittime non è superiore a quello di altre influenze stagionali: ovvero, il contagio preoccupa e i danni sociali ed economici che crea sono enormi, ma la psicosi dell’attacco mortale va ridimensionato coi dati alla mano. Mi ricordo da ragazzo cosa fu il vibrione al sud: scoppiò il colera, malattia venuta non dall’estero ma dal passato, e non da misteriosi incroci tra laboratori e animali ma dalle cozze del mare nostrum. Ci furono un po’ di morti, centinaia di contagiati. Quella volta fu un’epidemia terrona. E io ancora ricordo le file nei cinema per la profilassi e per ottenere il permesso di circolare, poi un viaggio per una borsa di studio in Val d’Aosta, e io costretto a esibire il mio certificato di esule da un paese appestato mentre altri viaggiatori leggevano su La Stampa che proprio nel mio paese c’erano stati alcuni casi e loro commentavano: speriamo che non ce li mandino qui. E poco dopo il controllore svelò la mia morbosa provenienza… Stavolta appestato non è il solito sud, ma il nord; e trovo dementi le battute antileghiste e il razzismo anti-nordista che si è scatenato.

Altra lezione da cogliere è la cagionevole fragilità dell’economia globale, della borsa soprattutto, che si abbatte e si ammala per un nonnulla, soffre di depressione e di psicosi più della gente comune. E il ritorno ai “valori” che contano, l’oro per esempio… la nostalgia dell’età dell’oro. Non lasciamo sfrenati il mercato e il capitalismo globale, vanno controllati e subordinati agli interessi reali dei popoli.

Sulla vita che è cambiata, seppur provvisoriamente, possiamo trarre molte lezioni. Per ora, la prima lezione è fare di necessità virtù, favorire la serendipity, cioè fare belle scoperte o riscoperte per il caso accaduto. Visto che siamo costretti, riscoprite il piacere di leggere, per esempio; che diventi virale. Riprendete le occasioni di riflessione, musica e sentimenti, per il domicilio coatto. Il Decamerone di Boccaccio nacque da una quarantena…

O la grande opportunità di valorizzare il lavoro da casa, lo smart working, risorsa non ancora usata nelle sue ricche potenzialità ma che potrebbe ridare qualità alla vita, più attenzione alla famiglia e ai figli, minori ingorghi nel traffico e nei mezzi pubblici.

E su tutto un serafico, operoso fatalismo. Certo, prevenire, fare attenzione, evitare; ma poi rimettersi alla sorte sovrana e alla nostra imperfezione. E per chi crede, alla Provvidenza. A proposito, una bella profilassi spirituale è pregare. Al di là della devozione è un grande esercizio di attenzione, concentrazione spirituale, visione della vita e distacco dalle cose del mondo, beatitudine, purificazione. Le mani vanno lavate, ma restano pulite se sono giunte…

MV, La Verità 26 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/a-lezione-dal-virus/

1 255 256 257 258 259 260 261 1.214