AGCOM: garante della censura

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L’Autorità Garante delle Comunicazioni non è un tribunale politico dell’informazione al quale spetta il compito di dire cosa è politicamente corretto e cosa non lo è, su cosa si può ironizzare e su cosa, invece, bisogna tacere.

Eppure, in questi giorni ha interpretato questo ruolo comminando una multa di 1,5 milioni di euro alla Rai con delle motivazioni che hanno lasciato attoniti gli osservatori perché vengono contestati alcuni episodi, in termini puramente politici e non a tutela del pluralismo.

Vale la pena di leggere le frasi introduttive «il mancato rispetto da parte della Concessionaria della funzione di garante dell’informazione» genera una conseguenza «di ordine erariale stante il contributo pubblico percepito dalla Rai» e una «di ordine sociale, con possibili effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica».

Tradotto: se la Rai dovesse prendere una “deriva” a destra si perderebbero soldi… mentre invece sappiamo che il contributo pubblico di 108 euro annui è pagato obbligatoriamente da tutti (di destra o di sinistra) attraverso le bollette dell’energia elettrica. Quanto agli effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica… forse l’AgCom pensa alla massa di insegnati di sinistra che potrebbero avere uno choc se a parlare in Rai ci fosse più Salvini che Zingaretti.

Questa volta l’AgCom ha talmente esagerato da far arrabbiare persino Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano che hanno denunciato con tanto di titolo in prima pagina le manovre del Pd e di Italia Viva sulla Rai. Manovre per prendersi in toto l’azienda e fare il bello e il cattivo tempo come erano sempre stati abituati a fare.

Per screditare la Rai diretta da Foa, il Pd ha quindi pensato bene di utilizzare anche l’Autorità Garante delle Comunicazioni, spogliata del ruolo di garanzia per essere schierata in campo con il ruolo di Inquisitore del politicamente corretto.

Così, l’Agcom cita diversi episodi riguardanti il Tg2, a partire dal servizio circa «l’asserito fallimento del modello svedese di accoglienza degli immigrati» (vietatissimo dal pensiero unico);  un’intervista a Steve Bannon (il demone del sovranismo) oppure l’ironia nei confronti di Fabio Fazio per la sua intervista “a zerbino” al presidente francese Macron; per arrivare fino al servizio relativo all’omicidio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega che aveva inizialmente addebito la morte a due nordafricani, come peraltro riportavano le agenzie di stampa.

Il provvedimento inquisitorio dell’AgCom cita anche altri episodi riguardanti programmi come #Cartabianca, L’approdo, Realiti, La vita in diretta e Unomattina. Però i primi sono quelli su cui ha preso posizione anche il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, con un articolo pubblicato proprio sul sito di Orwell.live.

La situazione in Svezia è molto delicata, a volte persino drammatica, e il Tg2 non ha fatto altro che documentare quanto affermato anche in molti reportage giornalistici. Così anche gli altri servizi contestati denotano un attacco censorio di carattere puramente ideologico contro un direttore non allineato, per un Telegiornale che dovrebbe essere “fuori dal coro” proprio per rispettare il pluralismo. Una voce fuori dal coro che, tuttavia, Pd e Italia Viva non possono tollerare, a conferma che, per loro, il “pluralismo” significa ripetere più volte la stessa cosa, non dire cose diverse.

Chiudiamo riportando le parole espresse dal Comitato di redazione del Tg2, in genere mai tenero nei confronti dei direttori. Il documento, approvato a maggioranza, afferma: «Siamo rimasti profondamente sorpresi nel leggere le motivazioni del provvedimento dell’Agenzia Garante per le Comunicazioni nei confronti della Rai. Ci sembra che costituisca un precedente di estrema pericolosità dal momento che dimostra una volontà di entrare nel merito delle singole scelte editoriali delle redazioni, limitandone la libertà di espressione garantita dalla Costituzione».
«Ci preoccupa molto – prosegue la nota – vedere il tentativo di costituire una giurisdizione superiore che si arroghi il diritto di sovrintendere sulla libertà di informazione, da usare a seconda delle circostanze, oggi in una direzione, domani in un’altra».

Da

AGCOM: garante della censura

Calcio sempre a porte chiuse?

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando
L’incontro di calcio valevole per i sedicesimi di finale (gara di ritorno) di Europa League, tra l’Internazionale di Milano e i bulgari del Ludogorets, giocato a porte chiuse a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus e, per la cronaca, vinto dai padroni di casa per due reti ad una, ci dà la possibilità di riflettere su alcuni particolari niente affatto secondari.
L’apparente atmosfera spettrale dello Stadio Giuseppe Meazza (o San Siro che dir si voglia), insomma la Scala del calcio milanese in funzione dal 1926, che adispetto dei suoi quasi 76 mila posti a sedere ha registrato un “pubblico” di qualche decina di persone, tra calciatori delle due squadre, panchine, tecnici, giornalisti e radiotelecronisti, ci ha fatto riflettere moltissimo sulla aggressività negli stadi, sia in campo che sugli spalti e, spesso, anche fuori dagli stadi.
L’impianto calcistico che ospita le gare interne dell’Inter e del Milan, giudicato nel 2009 dal quotidiano britannico The Times come il secondo stadio più bello del mondo, senza pubblico ci ha fatto notare la triste realtà che sono davvero le folle, radunate in un luogo ristretto come può essere uno stadio, ad esacerbare gli animi sportivi.
Sono un appassionato di calcio, sono stato anche arbitro di calcio (per un biennio) e nella mia vita avrò visto migliaia di partite (anche dei campionati stranieri, specialmente la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la English Premier League) ed ho sempre pensato che il calcio senza tifosi sia improponibile.
Tuttavia, seguendo su TV8 il match, mi sono ricreduto.
Senza tifosi sugli spalti è mancata qualsiasi forma di agitazione e, per quelle poche volte che accade a Milano, violenza.
È vero che ci sono stati ritmi molto bassi, poche occasioni, il tutto in un ambiente dove rimbombavano le indicazioni dei protagonisti in campo e degli allenatori.
Tuttavia ho notato che nessun contrasto tra calciatori è stato inasprito dalle urla di migliaia di persone. Nessuna giocata è sembrata particolarmente violenta, come a volte sembrano con il pubblico sugli spalti, nessun carattere focoso, di calciatori o tecnici, è emerso senza pubblico allo stadio. Anche i telecronisti mi sono sembrati più tranquilli, mentre solitamente anche loro si lasciano “guidare” dai tifosi e dalle loro urla.
Sul terreno di gioco non ho riscontrato nessun episodio veramente cattivo.
Non ho visto calciatori agitati, alcun fare minaccioso.
Anche la terna arbitrale, guidata dal tedesco Siebert, che non è stata esente da errori, ha tuttavia visto rispettare da tutti il suo ruolo.
Gli allenatori Conte e Vrba, rispetto al solito, si sono dimostrati compassati.
Movimenti e gesti sono sembrati tutti scrupolosamente ponderati.
Se quello che ho scritto vi sembra un tantino edulcorato, cioè presentato in maniera meno grave di quanto non sia effettivamente stato in campo, vi invito a leggere il tabellino della partita.
Due soli ammoniti, D’Ambrosio (Inter) per un’entrata scomposta su Marcelinho e Wanderson (Ludogorets). E, soprattutto, in novantasette minuti di gioco (compresi i due recuperi), solo 14 falli, sei fatti dai giocatori dell’Inter, otto dagli avversari. Insomma una partita correttissima.
Proviamo a fare un ipotesi di fantacalcio. Cerchiamo di immaginare un intero campionato di calcio senza spettatori, se non quelli davanti ai televisori e con le squadre che si accontentano dei milioni di euro dei diritti televisivi e rinunciano alle “briciole” degli incassi ai botteghini.
Provate ad immaginare decine di migliaia di persone che rimangono nelle loro case, con le loro famiglie, e dedicano solo 90 minuti della loro domenica al calcio, invece di ore e ore, come spesso accade, per seguire le loro squadre del cuore in trasferta.
Provate a immaginare quanto personale delle forze dell’ordine, impegnato domenicalmente in tutta la penisola, potrebbe dedicarsi ad altro.
Provate ad immaginare quante violenze scomparirebbero.
Provate ad immaginare quanto sarebbe veramente educativo il calcio senza violenze per i nostri giovani.
Last, but not least, provate a immaginare quanto tempo si potrebbe sottrarre a cose inutili per dedicarle a Dio, specialmente la domenica, giorno del Signore!

Adesso tocca a Mattarella. Non se può più di panico e liti

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Sia Sergio Mattarella a prendere in mano la situazione. Sul coronavirus c’è un bordello mai visto. Il governo che non ne imbrocca una. Le regioni che (non a torto) si arrabbiano. Gli scienziati che litigano in diretta televisiva. La psicosi dilaga. E i morti salgono a dieci…

È uno dei momenti drammatici che può vivere una Nazione colpita da una malattia che non ha ancora un vaccino. Ma c’è una serie di personaggi in cerca d’autore che sono diventati inaffidabili agli occhi dei più.

Parli Mattarella

In momenti come questi, è il capo dello Stato che deve parlare. Raccolga gli elementi veri che sono a disposizione dello Stato e si rivolga direttamente al popolo italiano. Non per raccontare che tutto va bene, perché non crederemmo neppure a lui. Ma c’è bisogno di sapere se almeno al Quirinale sono in grado di offrirci garanzie. Non per le cure, perché non siamo tuttologi. Ma per spiegare come ci si attrezza in maniera seria.

Se l’Italia diventa terra off limits persino a Tenerife e non solo, la questione è maledettamente seria. Presidente Mattarella, serve anche dire a Conte di smetterla a giocare a fare lo scienziato che non è. E poi potrà chiedere a tutti di fare la propria parte, perché così davvero non si vive più. È arrivata anche in Sicilia, Emilia Romagna e Toscana la contaminazione da coronavirus e noi ci permettiamo di accogliere altre centinaia di clandestini. Non è giusto quello che sta accadendo e c’è bisogno dell’intervento della più alta carica istituzionale.

Convocare Conte e i leader al Quirinale

In casi come quello che stiamo vivendo, siamo certi che se parlasse il Presidente della Repubblica in molti accetterebbero davvero l’invito a stare uniti. E forse la cosa migliore – anche se fuori da protocolli che non hanno molto senso ora – è convocare i leader politici (non le mezze figure) e il presidente del Consiglio direttamente al Quirinale. Anche se non c’è il presidenzialismo, sia Mattarella a fissare le priorità del momento. Per la salute e per l’economia.

Fateci sentire lo Stato vicino agli italiani. La rete è piena. La paura che monta va combattuta con immagini simbolo. Ma solo Mattarella può dare un senso alla speranza resa vana da comportamenti incomprensibili messi in campo da chi dovrebbe avere il massimo della responsabilità. Atteggiamenti da asilo Maruccia al vertice delle istituzioni sono inammissibili. “Non è facile la situazione, ma vi assicuro che ci stiamo provando”, questo vogliamo sentirci dire e spiegare come, chi se ne frega se Salvini non risponde ai messaggini di Giuseppe Conte.

Oggi c’è chi rimprovera al Capo dello Stato quella visita ad una scuola con studenti cinesi a Roma. Erano i giorni in cui si inventavano sassaiole a Frosinone contro ragazzi provenienti dall’Asia – e Zingaretti non si è ancora scusato da allora – per parlare di razzismo. Presidente, quella roba va resettata. Fu un bel gesto, ma da archivio per i nipotini.

Oggi sono ben altri i doveri che la e vi attendono. Forse, il popolo italiano può avere ancora fiducia nel Quirinale, non più in chi sta facendo solo casino. Sì, l’iniziativa tocca a Sergio Mattarella. Per credibilità personale. Per sobrietà nei comportamenti. Virtù che mancano in queste ore.

 

Da

Coronavirus, ora basta! Mattarella convochi tutti al Colle e decidano assieme

Coronavirus, in Spagna tre colpiti. Vox accusa: “Niente controlli”

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Un medico lombardo è stato ricoverato presso l’ospedale universitario “Nuestra Señora de La Candelaria” a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario

In merito al Coronavirus “la Spagna è pronta per ogni possibile scenario”, ha dichiarato Fernando Simón, direttore del “Centro de Coordinación de Alertas y Emergencias” del ministero della salute iberico.

Sono quattro, attualmente, i casi di Coronavirus registrati in Spagna. I primi due casi sono stati rilevati in due episodi separati a La Gomera(Isole Canarie) e Maiorca (Isole Baleari). Il terzo caso riguarda un italiano. Secondo il quotidiano El Pais, come riportato dal Dipartimento della Salute della “Generalitat” di Barcellona, una quarta persona colpita sarebbe una donna italiana di 36 anni, residente a Barcellona, che negli ultimi giorni ha viaggiato nel nord Italia.

In particolare, il primo caso di Coronavirus, rilevato sull’isola di La Gomera, è stato confermato il primo febbraio. Si tratta di un cittadino tedesco che era stato in contatto, in Baviera, con un collega che a sua volta era stato infettato da un dipendente che aveva contratto il virus a Wuhan. Il tedesco è stato isolato presso l’Ospedale Nuestra Señora de Guadalupe di La Gomera mentre diverse persone sono state messe sotto osservazione, anche se non manifestavano i sintomi del virus.

A Palma di Maiorca, invece, il secondo caso è stato confermato il 10 febbraio. L’infettato è stata un cittadino britannico, residente a Maiorca con la sua famiglia, che è tornato il 29 gennaio da una gita sulle Alpi francesi dove probabilmente è stato infettato. Arrivato in Spagna è stato messo in isolamento presso l’ospedale di Son Espases, con una lieve diagnosi.

Il terzo colpito dal Coronavirus è stato un turista italiano, di professione medico, nativo della Lombardia, che è stato ricoverato presso l’ospedale universitario Nuestra Señora de La Candelaria, a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario. Secondo il Diario de Avisos, circa mille persone dell’albergo (l’H10 Costa Adeje Palace) dove ha soggiornato l’italiano sono stati messi in quarantena. o, per meglio dire, sotto sorveglianza delle autorità.

L’italiano infettato dal Coronavirus, secondol’agenzia Efe, ha chiesto di sottoporsi ai test lunedì 24 febbraio, presso la Clinica Quirón nel sud di Tenerife, per accertarsi della positività al virus dopo aver sviluppato sintomi come la febbre alta. Dopo aver confermato che il cittadino italiano era positivo al primo test, il Ministero della Salute del governo delle Isole Canarie ha attivato il protocollo stabilito dal Coronavirus.

In particolare, l’attuale protocollo spagnolo stabilisce l’obbligo di eseguire i secondi test presso il “Centro Nacional de Microbiología”dell’“Instituto de Salud Carlos III” a Madrid. Il governo delle Isole Canarie fornirà maggiori dettagli sul caso dell’italiano durante una conferenza stampa prevista per domani, mercoledì 26 febbraio, a mezzogiorno.

Il governo ha annunciato che oggi, martedì 25 febbraio, costituirà la “Comisión Interministerial sobre el coronavirus”, presieduta dal premier Pedro Sánchez. L’incontro avrà luogo a La Moncloa dopo il Consiglio dei Ministri. Il ministro della Salute, Salvador Illa, ha convocato per oggi pomeriggio il “Consejo Interterritorial del Sistema Nacional de Salud” (il Consiglio interterritoriale del sistema sanitario nazionale) in cui sono rappresentate tutte le comunità autonome.

Secondo la stampa locale, al momento la Spagna non proporrà altre misure straordinarie, come le restrizioni sui voli o la cancellazione di eventi. Il direttore del Centro di coordinamento per le allerte e le emergenze del ministero Simón ha dichiarato che il governo spagnolo ha già preparato delle misure ma che questo “non significa che debbano essere applicate”. Tuttavia la Spagna informerà i viaggiatori che vanno o ritornano dalle aree a rischio per prendere precauzioni e, se sarà il caso, impedirà i viaggi o i rientri.

La Spagna è preoccupata

La Spagna è particolarmente preoccupata per l’Italia, a causa della sua vicinanza e dell’importante scambio di popolazione. Simon ha sottolineato che il Ministero della Salute, oltre che per l’Italia, è molto preoccupato per lo scoppio del Covid-19 in Corea del Sud.

L’emergere del coronavirus nel nord Italia, secondo un epidemiologo, avrà un forte impatto sulla salute spagnola. “È qualcosa che cambia molte cose, l’inizio di una nuova fase”, ha affermato a El Pais il dottor Pere Godoy, presidente della Società Spagnola di Epidemiologia. “Fino ad ora i criteri di sospetto di un paziente erano semplici: avere sintomi ed essere stato nell’Hubei. Adesso è urgente riformularli con precisione e sarà un po’ complicato, perché la situazione in Italia cambia rapidamente e i legami tra i due paesi sono enormi”, ha aggiunto Godoy.

“La prima cosa da fare ora è cambiare i protocolli e avere piani di emergenza pronti per quello che potrebbe accadere”, ha detto allo stesso giornale spagnolo Jesús Rodríguez Baño, capo del Dipartimento di malattie infettive dell’ospedale “Virgen Macarena” di Siviglia. “Non è qualcosa di così diverso da quello che facciamo ogni anno con l’influenza, ma oggi abbiamo dovuto mettere tutto per iscritto e rivederlo”, ha spiegato Rodríguez Baño, che è anche presidente della Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive.

Più complicata è la riformulazione dei protocolli, perché il Consiglio consultivo del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che si è tenuto a Stoccolma nel pomeriggio di lunedì 24 febbraio pomeriggio, non è riuscito a concordare una definizione dei criteri clinici che dovrebbero essere utilizzati per identificare i casi sospetti. Per il dottor Antoni Trilla, capo del Servizio di medicina preventiva ed epidemiologica dell’Ospedale “Clínic de Barcelona”, ​​”è urgente” risolvere questo punto per spostare adeguatamente l’attenzione ai casi sospetti nei prossimi giorni. “La definizione di ciascun caso è lo strumento chiave. Ci dice quali sintomi e storia personale (viaggi, contatti…) dobbiamo prendere in considerazione per decidere se un paziente è sospettato o meno di essere infetto dal virus e adottare tutte le misure appropriate”, ha ricordato a El Pais il dottor Trilla.

Nel frattempo gli ospedali spagnoli hanno “adattato caso per caso e prudentemente” il protocollo già in vigore relativo agli arrivati dalla Cina. Il dottor Santiago Moreno, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale “Ramón y Cajal” di Madrid, ritiene che “è tempo di prendere decisioni ferme e consensuali, perché il virus è molto vicino e abbiamo poche opportunità per contenerlo”.

Sulla stessa linea di quest’ultimo medico si è espresso il leader del partito di destra Vox, Santiago Abascal, molto critico con il governo delle sinistre al potere nel paese iberico.

“La temperatura non viene ancora rilevata per i viaggiatori provenienti dalla Cina o dall’Italia. Sono così determinati ad abbattere i confini che neanche le misure minime suggerite dal buon senso vengono messe in atto. Devono essere prese misure urgenti per controllare i viaggiatori dalle aree a rischio”, ha affermato su Twitter il leader di Vox che ritiene che il governo social-comunista debba prendere misure urgenti in Spagna per evitare il contagio.

Da

https://m.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-spagna-3-colpiti-1000-sorvegliati-e-accuse-vox-1831980.html

Giuseppi e il coronavirus

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Il pessimo Giuseppi, perfetto per l’italiano medio
“Sono sorpreso da questa esplosione dei casi”.
In un Paese normale basterebbe una dichiarazione di questo genere per obbligare un presidente del Consiglio alle dimissioni. Ma servirebbe dignità. Invece siamo in Italia e le dichiarazioni sono quelle dell’incapace Giuseppi, incollato alla poltrona. Un capo del governo non può essere “sorpreso” di fronte all’esplosione di casi che ripete quanto si è verificato altrove. E se si sorprende dovrebbe capire che è inadeguato al ruolo. O forse no, forse è perfetto per questi stramaledetti italiani.
Perché, anche in questo caso, il malcostume italico è emerso nel suo splendore. Evitiamo di occuparci dei magistrati che obbligano ad accettare migranti senza controllo: rappresentano una casta anti italiana, intenta a distruggere l’identità nazionale e sono, dunque, un corpo estraneo.
Ma è l’italiano medio quello che si merita Giuseppi. Quell’italiano furbetto che fugge dalle aree sotto controllo, fregandosene di provocare eventuali contagi. Quell’italiano furbetto che si intruppa in supermercati sovraffollati per accaparrarsi tutte le confezioni possibili di disinfettanti, fregandosene se agli altri non resta più nulla. Quell’italiano furbetto che, di fronte all’incetta di disinfettanti, scatta veloce come la Brignone e raddoppia o triplica i prezzi.
Quell’italiano maleducato che non ha trovato l’inutile mascherina ed allora, quando sale su un autobus affollato si sente in diritto di starnutire o tossire in faccia agli altri: ma la mano davanti al naso e alla bocca fa parte del retaggio di quell’educazione borghese che non è più di moda nell’era della globalizzazione. Quell’italiano maleducato che si merita Giuseppi e pure l’inutile Speranza perché ha bisogno degli spot in tv per imparare a lavarsi le mani. L’educazione borghese insegnava a farlo ai bambini piccolissimi, l’Italia del permissivismo non vuole che una simile imposizione turbi i pargoli.
E lo squallore dilaga, non solo tra la gente comune. Si meritano Giuseppi quegli amministratori locali del Sud che vogliono impedire l’ingresso a turisti e viaggiatori in arrivo dalle regioni del Nord. Scelta legittima per tutelare la salute dei propri concittadini, ma solo se accompagnata dalla dignità di rinunciare a tutti i trasferimenti economici dal Nord al Sud. Troppo comodo respingere le persone e tenersi i soldi.
Ma si meritano Giuseppi anche quegli amministratori del Nord che dimostrano di non sapere cosa fare, oscillando tra rigore e permissivismo. Si chiudono le scuole ma non gli uffici postali, perché i sudditi devono pagare le bollette anche se malati. Si vietano le attività sportive negli stadi ma non sulle piste da sci dove, alla partenza degli impianti, le code obbligano alla vicinanza con chiunque. E sugli autobus affollati si respira a pochi centimetri dal vicino. Tutti a piedi, allora? Una follia.
E si meritano Giuseppi i media di servizio che invitano a non drammatizzare e poi sono i primi a provocare il panico con servizi che paiono bollettini di una guerra persa.
Ci sono anche i sostenitori espliciti di Giuseppi. Quelli che spiegano che i migranti, essendo migranti, non possono portare malattie e tantomeno contagi. Quelli che spiegano che il coronavirus ha un tasso di mortalità inferiore rispetto alla normale influenza, ma sono troppo faziosi per capire che il virus cinese non è alternativo a quello influenzale e, dunque, chi crepa o si ammala per il coronavirus non sarebbe necessariamente morto per un raffreddore. Ma sono gli stessi che non hanno capito che chi viene assassinato dalla mafia nigeriana non sarebbe comunque morto a causa della mafia italiana.
Ed allora è giusto che l’Italia si tenga Giuseppi. D’altronde non si potrà mica andare a votare con il rischio di contagio. Un assembramento eccessivo ai seggi sconsiglia ogni elezione. Oppure si possono collocare i seggi nelle fabbriche e negli uffici, gli unici luoghi dove il virus non può entrare nonostante l’affollamento. Nel dubbio, però, meglio tenersi Giuseppi, italiano medio.
https://www.electoradio.com/mag/commentarii/30660

Leggi anche —> Coronavirus, Walter Ricciardi dell’Oms: “Grave errore non mettere in quarantena le persone arrivate in Italia dalla Cina”
Come mai in Italia i contagiati sono aumentati di colpo?
«E’ un caso da manuale, in cui una o più persone vengono contagiate da chi arriva da un luogo di epidemia, e poi ci sono dei contagiati secondari con lo stesso tempo di incubazione. Paghiamo il fatto di non aver messo in quarantena da subito gli sbarcati dalla Cina. Abbiamo chiuso i voli, una decisione che non ha base scientifica, e questo non ci ha permesso di tracciare gli arrivi, perché a quel punto si è potuto fare scalo e arrivare da altre località. Inoltre, quando vengono contagiati i medici significa che non si sono messe in campo le pratiche adatte, oltre al fatto che il virus è molto contagioso. Francia, Germania e Regno Unito seguendo l’Oms non hanno bloccato i voli diretti e hanno messo in quarantena i soggetti a rischio, inoltre hanno una catena di comando diretta, mentre da noi le realtà locali vanno in ordine sparso».
https://www.lastampa.it/cronaca/2020/02/23/news/coronavirus-walter-ricciardi-dell-oms-grave-errore-non-mettere-in-quarantena-le-persone-arrivate-in-italia-dalla-cina-1.38504030

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Da

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Il Presidente impertinente

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Il 24 febbraio di trent’anni fa moriva Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, dice l’agiografia istituzionale. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il furetto-partigiano che esce dal protocollo. L’Impertinente. Il Puro. Il Coraggioso. Integriamo quel santino raccontando l’altro Pertini, a cui già dedicammo un controritratto e anche una controrievocazione a Genova aspramente avversata dall’Anpi.

Dunque, alla morte di Stalin nel ’53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell’Avanti! e all’epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa scrisse su l’Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell’elogio non fu mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin.

Da Presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato condannato all’ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati “premiati” dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.

Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre, per esempio, nella tragedia della coppia di attori Valenti-Ferida. Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano colpe tali da giustificarne la fucilazione. Marozin in sede processuale disse che Pertini aveva dato l’ordine di ucciderli: “Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”).  Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in “Pertini si, Pertini no” Settimo Sigillo, 1990.Quando Pertini incrociò nel ‘45 sulle scale dell’Arcivescovado di Milano, Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, “altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella”. Poi aggiunse: “come un cane tignoso”. Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento.

Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso. Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del CorrierePierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…”. Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista:”Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano”.

Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del “brichettu” (il cerino). E vennero i famigerati “ganci di Genova”, coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo.

Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: “Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione”. E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo… I giudizi su Pertini nei diari del suo compagno di partito Pietro Nenni furono perfino più aspri; un ritratto feroce di lui scrisse Marco Ramperti. Francesco Damato ricordò: “Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita”. Poi fu proprio l’onda emotiva dell’assassinio Moro e l’asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale.

Da poco Presidente della Repubblica, nel pieno infuriare del terrorismo rosso e con tante vittime, Pertini disse agli operai di Marghera: “Sono stato un brigatista rosso anch’io” per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo “briganti”, così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso “un brigatista rosso”. Anche questo fu Sandro Pertini, oltre il suo coraggio e la sua coerenza, al di là del fumo della pipa e dell’incenso…

MV, La Verità 24 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-presidente-impertinente-2/

Ponti a rischio: ancora 3.500 quelli senza controlli e manutenzione in Italia

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di Milena Gabanelli

L’allarme era stato lanciato un anno fa: 992 ponti che attraversano le strade e autostrade italiane gestite da Anas, costruiti in buona parte negli anni Sessanta, risultavano senza padrone. Non avevano cioè un proprietario certo che provvedesse alla manutenzione. La mappa era stata realizzata dopo che ci scappò il morto: anno 2016, cavalcavia di Annone, dietro il crollo si scoprì l’assenza di manutenzione dovuta al fatto che nessuno sapeva di doversene occupare, mentre il traffico pesante continuava a passarci sopra. In attesa di capire se queste strutture sono in carico a Province, Comuni o Consorzi, Il Ministero delle Infrastrutture tranquillizzava dunque tutti chiedendo ad Anas di sorvegliarli «al fine di assicurare l’incolumità della vita umana», scriveva preoccupato il direttore generale del Trasporto stradale, Antonio Parente. Un anno dopo a che punto siamo? I ponti in questione sono stati controllati? L’incolumità è stata garantita? Risposta: ci sono ancora 763 cavalcavia senza proprietà e su questi non sono state fatte le ispezioni approfondite, previste per legge con cadenza annuale, ma soltanto quelle «a vista» dei cantonieri. Anas ci scrive che comunque non sono emerse criticità tali da richiedere interventi di manutenzione.

Il caso Campania

La lista degli «anonimi» non è mai stata resa nota, ma nel gennaio 2019 Dataroom ne aveva individuato alcuni sulla trafficatissima Statale 7 bis in Campania. A Orta di Atella (Caserta) l’allora sindaco Andrea Villano, professione ingegnere, ne aveva chiusi due al traffico perché nel manto stradale si erano aperte delle grosse fessure e sulla Statale cadevano pezzi di impalcato. Siamo tornati sul posto pochi giorni fa: nessun intervento è stato fatto, i due ponti sono sempre più malandati, i calcinacci continuano a cadere sulla strada, e i buchi sono sempre lì. Eppure per Anas «non sono emerse forti criticità». «Ma se cade il calcestruzzo sulla Statale, com’è possibile che non sia necessario un intervento?», si stupisce l’ingegner Villano, mostrando i pezzi di cemento che si staccano a mano. Mentre sugli stessi cavalcavia, sempre ufficialmente chiusi al traffico, passano auto, camion, trattori. E, sotto, il serpentone delle auto corre incessante.

L’allarme sugli altri 3.572 ponti

Come va invece sui 14.500 ponti e viadotti che hanno una proprietà certa e Anas deve gestire? Un mese fa sul tavolo della ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, è arrivato un documento. Era accompagnato da una lettera firmata da Gianni Armani, l’ex amministratore delegato di Anas, il quale, venuto in possesso dei dati sorprendenti sull’attività di sorveglianza, ha voluto informare il governo «per ragioni di sicurezza del Paese», dice. Il documento riporta i dati riguardanti le ispezioni registrate fino a dicembre 2019: quelle sui ponti principali e critici si sono fermate a neppure un terzo del dovuto, le verifiche sulla pavimentazione azzerate e i nuovi camion dotati di laser scanner fermi in magazzino per l’intero anno. Veniamo al dettaglio delle ispezioni. Secondo l’ultimo aggiornamento i ponti da sorvegliare nel 2019 erano 4991. Si tratta delle ispezioni obbligatorie per legge da effettuare da parte di ingegneri qualificati sui viadotti principali (quelli con campata di luce superiore ai 30 metri di lunghezza), e critici (segnalati dai cantonieri per lo stato di salute non ottimale). Nell’anno appena concluso ne sono state fatte 1419, il 28%. Nel 2018 erano state il 56%. Un’attività di fatto dimezzata rispetto all’anno precedente. Significa che oggi Anas potrebbe non conoscere le condizioni in cui si trova il 72% delle sue strutture più delicate.

Stesso discorso, seppure in misura meno importante, vale per le ispezioni trimestrali, quelle «a vista» , a carico dei cantonieri: validate il 69%. Nel 2018 erano state l’88%. Questi sono i numeri registrati dal sistema Bms, che monitora lo stato di sicurezza delle opere e programma gli interventi di manutenzione straordinaria. È stato varato nell’ottobre del 2017 dopo il crollo del cavalcavia di Annone. Fino ad allora, Anas non aveva infatti alcun sistema di monitoraggio.

Dal Piemonte alla Sicilia: dove mancano i controlli

In questo quadro generale devono essere fatti dei distinguo. Ci sono regioni, come Piemonte e Friuli Venezia Giulia, in cui la verifica obbligatoria annuale segna «zero», quando ne erano invece previste rispettivamente 205 e 64. Le Marche ne hanno registrata una su 271, Autostrade Siciliane, zero ispezioni su 348 da fare. L’Autostrada del Mediterraneo, cioè la Salerno-Reggio Calabria, che ha dentro il viadotto Stupino e il viadotto Italia, fra i più alti d’Europa: 7 strutture ispezionate su 574. Sul fronte opposto, invece, la Liguria, dove l’Anas ha passato al setaccio 201 ponti quando avrebbe dovuto ispezionarne solo 18, andando così ben oltre il dovuto, caso unico in Italia. Uno zelo dovuto forse ai disastri che hanno colpito la Regione.

Azzeramento ispezioni sulla pavimentazione

Nel corso dell’anno i chilometri di carreggiata da tenere sotto controllo, sono aumentati da 26.373 a oltre 29 mila, a causa del passaggio di diverse strade provinciali nell’alveo di Anas. Per le «ispezioni sulla pavimentazione» che registrano le condizioni dell’asfalto, lo scorso dicembre il sistema sfornava uno zero tondo. Allo scopo di programmare e realizzare gli interventi, nei primi mesi del 2018, era entrato inoltre in funzione il sistema Pms, finalizzato a una manutenzione tempestiva e puntuale delle nostre strade. Prevede l’utilizzo di mezzi mobili attrezzati con laser scanner che verificano l’asfalto, tenuta, rugosità, buche… Nel 2018 ne erano stati acquistati 4 (su un totale di 8 previsti a regime) che avrebbero dovuto battere in lungo e in largo la Penisola. Eppure nel 2019 questa attività sembra essersi fermata.

Risorse disponibili: 30 miliardi

Mancano forse i fondi? No. L’Anas dispone infatti di risorse importanti. Il contratto di programma stipulato con il Ministero delle Infrastrutture aveva stanziato per il quinquennio 2016-2020 23,4 miliardi,aumentati lo scorso anno a 29,9, più della metà per la manutenzione programmata, l’adeguamento e la messa in sicurezza di ponti, gallerie e pavimentazione, al punto da far scrivere alla stessa Anas che «questo ci consentirà di disporre di fondi rilevanti per la manutenzione e la messa in sicurezza della rete autostradale esistente». In più, per il biennio 2019-2020, ben 2,7 miliardi sono stati destinati alla manutenzione straordinaria. Sono stati spesi meno di 200 milioni. Cosa non funziona?

Corruzione in Sicilia, Toscana e Friuli Venezia Giulia

La mancanza di un controllo sistematico e trasparente delle strade non può che favorire fenomeni corruttivi. Se non carichi a sistema i risultati delle ispezioni, puoi gestire come ti pare i rapporti con le aziende. È il caso dei funzionari Anas di Catania e degli imprenditori recentemente arrestati in Sicilia per tangenti. Dalle indagini della Guardia di Finanza è emersofatturavano lavori di manutenzione che venivano eseguiti solo parzialmente, in modo da spartirsi il residuo. Oppure registravano in contabilità la sostituzione di barriere di sicurezza mai avvenuta. A Trieste sono in corso indagini su un sistema di spese gonfiate nella manutenzione delle strade e di mazzette a un paio di dipendenti Anas. A Firenze sono state rinviati a giudizio in 18 per corruzione e abuso d’ufficio, fra cui 4 funzionari Anas. Fra le accuse quella di aver affidato lavori in urgenza senza che ci fosse l’urgenza e affidamenti diretti quando invece necessitava una gara d’appalto. Si trattava di asfaltature, manutenzioni straordinarie di ponti e viadotti.

Chi controlla Anas?

E il Ministero delle Infrastrutture, al quale spetta il controllo dell’attività di Anas, cosa dice? Risponde che, in merito ai propri ponti «si è in attesa da Anas della relazione 2019»; quanto ai cavalcavia anonimi «Anas ha assicurato di aver messo in essere processi di sorveglianza e controllo analoghi a quelli per ponti e cavalcavia di proprietà». Come dire, l’oste ha detto che il suo vino è buono. È il caso di precisare che sui ponti non di proprietà che richiedono manutenzioni urgenti (come il caso della Campania), basta chiedere al Ministero l’autorizzazione ad utilizzare le risorse esistenti. Insomma, chi dovrebbe controllare Anas, il Mit, dice che si fida del controllato. E il controllato, Anas, dice che va tutto bene. A guidare Anas è l’amministratore delegato Massimo Simonini, un manager interno senza esperienza di programmazione e controllo, voluto un anno fa dal ministro Danilo Toninelli. A dicembre era stato sfiduciato dal cda, e poi miracolosamente salvato. Anche Toninelli, che aveva scarse competenze di Infrastrutture, è stato sostituto e al suo posto ora c’è Paola De Micheli. Laurea in scienze politiche, De Micheli è una manager del settore agroalimentare, già sottosegretario all’economia e alla Presidenza del Consiglio e non memorabile commissario straordinario alla ricostruzione del terremoto del Centro Italia. Pure lei si cimenta per la prima volta con le Infrastrutture, e magari ritiene Anas adatta a prendersi la concessione dei 3.000 km di Autostrade.

 

 

 

 

Da

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ponti-viadotti-pericolosi-anas-3500-ponti-fuori-controllo-763-senza-proprieta/b79e6a4c-3ac7-11ea-9d89-0cf44350b722-va.shtml

“Euro? Dobbiamo ammettere che è stato un errore” dice Matolcsy

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«È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è in giro un pericoloso dogma, secondo il quale l’euro sarebbe stato un “normale” passo avanti verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma creare una valuta comune europea non è stato affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta. Due decenni dopo il lancio dell’euro, mancano ancora la maggior parte dei pilastri necessari per una moneta globale di successo – uno Stato comune, un bilancio che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle Finanze della zona euro e un ministero per esercitare questo ruolo». Lo dichiara Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca Centrale ungherese, in un editoriale sul Financial Times, tradotto da Voci dall’Estero.

“L’Euro, una trappola della Francia”

Raramente, osserva Matolcsy, «ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare una valuta comune: è stata una trappola della Francia. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora Presidente francese, temeva il crescente potere tedesco e credeva che convincere il Paese a rinunciare al marco tedesco sarebbe bastato a evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’ euro il prezzo da pagare per una Germania unificata».

«Erano entrambi in errore» sottolinea. «Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di un’altra forte potenza tedesca. Ma anche i tedeschi sono caduti nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più potente macchina di esportazione globale dell’Unione europea».

Pochi vincitori e molti perdenti grazie alla moneta unica

Questa opportunità inaspettata, afferma il governatore della banca centrale ungherese, «li ha riempiti di soddisfazione. Hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture o di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti».

La maggior parte dei paesi della zona euro, sostiene, «ha avuto un andamento migliore prima dell’euro che dopo la sua entrata in vigore. Secondo l’analisi del Center for European Policy nei primi due decenni di euro ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti. Non era certo stata necessaria una valuta comune per le storie di successo europee di prima del 1999, e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito. Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica dell’Eurozona del 2011-12 la maggior parte dei paesi membri è stata colpita in modo pesante, avendo accumulato enormi debiti pubblici. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto in seguito».

Da

https://oltrelalinea.news/2019/11/04/euro-dobbiamo-ammettere-che-e-stato-un-errore-dice-matolcsy/amp/

 


 

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