Strage a mezzo stampa

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Non so se viviamo ancora nella realtà o in qualche fiction horror-satanista. Scusate ma non riesco a riprendermi da una notizia appresa dai tg di cui avete trovato notizia sui giornali di ieri. Mi ricompongo e parto dall’inizio, riprendendo conoscenza. Mi presento: sono un uomo di destra d’antico pelo, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area d’opinione. Leggevo da ragazzo anche Il Borghesediretto da Mario Tedeschi, non avendo fatto in tempo a leggere il mitico Borghese di Leo Longanesi. C’erano con lui al Borghese firme eccelse come Gianna Preda e Luciano Cirri, Piero Buscaroli e Alberto Giovannini, Claudio Quarantotto e Giuseppe Prezzolini, tanto per dirvi solo qualcuno. Nell’epoca d’oro vendeva più dei settimanali di sinistra, era letto da un pubblico conservatore, missino, nostalgico, monarchico, liberal-nazionale di destra.

Apprendo ora che i magistrati di Bologna accusano Mario Tedeschi, morto ventisette anni fa, di essere uno dei quattro mandanti, organizzatori e finanziatori della strage di Bologna il 2 agosto del 1980. In particolare di aver organizzato il depistaggio mediatico della strage. Il capo di tutti era il mitico Licio Gelli. Mettetevi nei panni di un lettore di destra. È come se a un uomo di sinistra, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area, come l’Espresso, i giudici dovessero comunicare che Eugenio Scalfari o Giorgio Bocca sono stati i mandanti e i depistatori, gli organizzatori e i finanziatori della strage di via Fani o di qualche altro eccidio delle Brigate rosse.

Il paragone è fondato su alcune reali analogie non solo anagrafiche: da giovani Mario Tedeschi, Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca furono fascisti. Tedeschi lo fu anche con la Rsi, Bocca fu poi partigiano. Tedeschi e Scalfari, classe 1924 ambedue, scrissero sugli stessi fogli fascisti romani, e dopo decenni di amnesia, se n’è ricordato pure Scalfari che nel suo recente libro ha citato Mario Tedeschi. Poi Tedeschi e Scalfari diressero settimanali paralleli di forte impegno politico e civile, uno a destra – il Borghese – l’altro a sinistra, l’Espresso. Tedeschi si pose sulle tracce di Longanesi, da cui ereditò poco più che trentenne la guida del Borghese alla morte precoce del formidabile fondatore. Scalfari si pose sulle tracce di Mario Pannunzio, il cui Mondo fu uno dei suoi modelli di riferimento. Se la pasionaria di punta del Borghese fu Gianna Preda, polemista dalla penna acuta e la lingua biforcuta, la pasionaria di punta dell’Espresso fu Camilla Cederna. Tedeschi come Scalfari ebbe anche una transitoria esperienza politica, come senatore del Msi-Dn, da cui uscì per fondare un raggruppamento moderato finito male, Democrazia nazionale. Scalfari fu invece parlamentare del Psi, nell’era precedente a quella craxiana, ma anche lui tornò al giornalismo e fondò la Repubblica.

Ora i magistrati dicono che quel Tedeschi, proprio lui, con quei baffoni asburgici e quel viso paffuto, che per trentasei anni ha diretto Il Borghese, nella buona e nella cattiva sorte, ha pubblicato i Libri del Borghese, le riviste culturali del Borghese, era una sorta di criminale assoluto che con i servizi segreti deviati e in combutta con l’ala più torva della massoneria, non tentò un golpe, una controrivoluzione o qualcosa del genere, ma peggio; fu tra i promotori e depistatori di una strage d’innocenti alla stazione di Bologna, il cui unico effetto “politico” che ebbe sin dal giorno in cui fu compiuta, fu quella di criminalizzare ulteriormente l’area politica di destra, non solo quella estrema ma anche quella rappresentata in parlamento. La strage fu subito definita, prima di trovare veri o presunti colpevoli, “di marca fascista”. Torno a sottolineare che quattro anni prima della strage Tedeschi era uscito dal Msi che reputava troppo nostalgico ed estremista per fondare un partito moderato che dialogasse con la Dc e gli anticomunisti…

Non so se siamo in presenza del Male Assoluto, della Demenza Assoluta, della Malafede Assoluta. I quattro mandanti coinvolti sono tutti morti e mai sapremo nulla da loro. È pura damnatio memoriae. Si conoscevano tra loro? Direi di sì. Anche se quel Federico Umberto d’Amato, longa manus dei servizi segreti, oltre a conoscere Tedeschi, collaborava con una sua rubrica sotto falso nome proprio con l’Espresso. Era noto ai potenti e agli editori di quel tempo. Manovravano dietro le quinte? Probabile, ma non riesco ad andare oltre. In quel tempo c’erano giornalisti legati ai servizi segreti, alcuni a loro libro paga e affiliati alla massoneria, come la solita P2. Ma come si può umanamente pensare che una firma importante del giornalismo italiano, il direttore di un settimanale prestigioso, in prima linea, uscito dal Msi per dar vita a una destra moderata, democratica e costituzionale, circondato da firme e giornalisti di valore, potesse far parte di una congiura criminale di questo tipo, mettere le bombe in una stazione per uccidere innocenti e poi falsificare i fatti, senza peraltro riuscirvi? Ma Il Borghese, ma la sua direzione e redazione, ma chi leggeva quelle opinioni ogni settimana, cosa possono c’entrare con un atto bestiale e feroce che ti danna la vita e la coscienza per sempre, un gesto vigliacco e disumano quanto insensato e persino autolesionista? Non lo so, non mi permetto di giudicare i giudici, le loro tesi, il loro operato. Ma lasciate che esprima tutto il mio sconcerto. E che ribadisca: mi sembra di non vivere la realtà, il mondo, le persone e le idee che ho finora conosciuto. Ma di assistere a una pessima fiction di mostri e di morti viventi, un remake di patastoria tra l’horror e il satanismo, dove non riesco nemmeno a trovare un risvolto grottesco di cui almeno ridere.

MV, La Verità 13 febbraio 2020
Da

Strage a mezzo stampa

 

Il Castrismo raddoppia gli attacchi contro i cristiani

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando
Il quotidiano ABC ha rivelato le conclusioni del Rapporto Patmos sulla Libertà Religiosa del 2019 a Cuba.
Se l’intensità della persecuzione anticristiana (e dunque anticristica) è rimasta a bassa intensità, le molestie si intensificano per i fedeli di tutte le confessioni.
La maggior parte delle confessioni con una presenza a Cuba, infatti, aveva fatto appello a votare contro la riforma della Costituzione, referendum che il regime ha organizzato e vinto il 24 febbraio 2019.
La scelta delle confessioni cristiane era dovuta al fatto che la nuova Costituzione esclude qualsiasi pluralismo politico e contempla la separazione della libertà religiosa dalla libertà di coscienza.
Il prezzo di questa opposizione alla riforma costituzionale è stato un’intensificazione delle molestie nei confronti delle confessioni e una diversificazione delle modalità repressive. Un’ennesima prova, se ce ne fosse bisogno, delle difficoltà legate alla pratica della fede cristiana in una dittatura comunista.
E Cuba, purtroppo, non fa eccezioni, visto che anche sull’isola caraibica non c’è la minima intenzione di rendere la vita più facile ai credenti al di là dell’esercizio di base di culto.
Due chiese cattoliche, infatti, secondo il rapporto, hanno subito attacchi.
Nella notte tra sabato 8 e domenica 9 giugno 2019, giorno di Pentecoste, la parrocchia «La Cruz de Mayo», situata a Camajuaní (provincia di Villa Clara) ha subito una profanazione, attraverso il furto di un campanile in bronzo, del vino utilizzato per la consacrazione, di un calice e diversi fiocchi d’argento. Come dimostrazione di un’azione in odio alla fede una tonaca era stata fatta a pezzi.
Una situazione simile è stata vissuta due mesi dopo presso la chiesa dedicata alla Madonna della Guardia, nel quartiere Luyanó dell’Avana. Secondo il rapporto, i profanatori hanno forzato il cancello ed hanno preso una serie di oggetti di culto.
Diversi mesi dopo, i parroci di entrambe le chiese non hanno ancora avuto notizie sulla paternità e la motivazione della profanazione.
Il rapporto evidenzia anche le molestie a cui sono sottoposti i fedeli cattolici e attesta la repressiva raffinatezza del regime.
Per esempio l’8 settembre, festa della Virgen del Cobre, patrona di Cuba, la tradizione stabilisce di onorare la Vergine con i girasoli. Bene, pochi giorni prima della festa questi fiori sono stati ritirati dai mercati.
Questo episodio si è unito ad altri episodi di ostacoli alla fede come, per esempio, quelli che sono stati posti a diversi fedeli in modo che non partecipassero al funerale del cardinale Jaime Ortega (che, peraltro, non era di gran lunga il principale oppositore del regime).
Quattro giorni dopo quelle esequie furono anche cancellati all’ultimo minuto gli eventi pubblici legati alla Giornata Nazionale della Gioventù Cattolica.
Per quanto riguarda le persone, è necessario sottolineare la situazione dell’intellettuale cattolico Roberto Quiñones, riconosciuto prigioniero di coscienza da Amnesty International, incarcerato dall’11 settembre a Guantanamo e la cui salute è peggiorata negli ultimi giorni. Quiñones è un prigioniero cattolico a lungo termine.
Purtroppo anche altri Cristiani non se la passano bene, soffrendo a causa degli arresti brevi ma costanti.
Il rapporto ricorda che ogni domenica del 2019, una media di trenta cittadini ha dichiarato di aver subito arresti a casa prima di incamminarsi per assistere alla Santa Messa, o durante essa.
La consueta pratica è di portarli in caserme militari, dove vengono minacciati, multati e di solito trattenuti per un giorno, a volte di più.
Tecniche di molestie che si estendono ai fedeli di altre confessioni diverse da quella Cattolica.
Un episodio fa molto riflettere.
Il 2 novembre scorso i parrocchiani della Chiesa episcopale di Los Arabos, a Matanzas hanno subito, oltre alla classica dissacrazione, il furto di un dispositivo idraulico che fornisce acqua potabile. Il dispositivo in questione è stato donato dalle chiese protestanti americane. Il dettaglio non è banale, perché mostra le molestie alle quali le autorità comuniste sottopongono i religiosi stranieri che viaggiano a Cuba per assistenza e formazione.
Il pastore nicaraguense-americano Edgar Santana ha dovuto affrontare un interrogatorio della polizia non appena arrivato a Cuba. Il sistema di limitazione dei movimenti del clero viene esercitato anche nella direzione opposta, con il regime che ha improvvisamente annullato il viaggio negli Stati Uniti di una dozzina di pastori che erano stati invitati alla Seconda Conferenza ministeriale per il progresso delle libertà religiose. Ad alcuni è stato impedito di uscire di casa, ad altri era stato detto dell’impossibilità di viaggiare dall’aeroporto dell’Avana, dove erano arrivati ​​dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri dalle rispettive province.
La dittatura comunista estende anche i suoi tentacoli nella direzione di altre confessioni non cristiane.
Il Castroismo ha vietato alla comunità ebraica Bnei Anusim di coordinarsi con altre comunità che professano la stessa fede.
Il panorama della libertà religiosa che descrive questa nuova edizione del Rapporto Patmos è preoccupante, nonostante gli sforzi della dittatura di proiettare un’altra immagine di Cuba, anche nella sfera religiosa.
La realtà che mostra il rapporto è invece molto diversa. Eppure, c’è una minima speranza.
“La disperazione del sistema repressivo è un segno che il sistema sta annacquando e affondando; solo i sistemi in declino, che vedono avvicinarsi la fine, agiscono con tale nervosismo”, ha dichiarato il pastore battista Mario Félix Lleonart.
Chissà!

Le stazioni quaresimali romane

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzastazioni quaresima

Le stazioni quaresimali romane

Placido Lugano, osb, “Le sacre stazioni romane nella Quaresima e l’ottava di Pasqua”, Centro Librario Sodalitium, pagg. 118, euro 10,00.
https://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/068

Introduzione: Le stazioni quaresimali in Roma 

Il sacro tempo della Quaresima, nella attuale disciplina della Chiesa e secondo lo spirito della sua liturgia, è un tempo di ritiro che ogni cristiano deve passare nella solitudine in unione col divin Redentore Gesù Cristo, attendendo alla penitenza ed alla mortificazione, segnatamente sotto la forma del digiuno, e a tutti gli esercizi della vita spirituale. Ha principio col mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa invita i suoi figli a chinare la fronte sotto l’austera sentenza pronunziata nel paradiso da Dio contro l’uomo ribelle : Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai; e termina con la Veglia pasquale, in cui la risurrezione del Redentore viene a rallegrare le anime che hanno sofferto le volontarie privazioni della penitenza. La Quaresima prepara il popolo credente a commemorare la Passione di Gesù e a celebrare con Lui l’Alleluia della vittoria.

Istituita, la Quaresima, in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Redentore, è dedicata in modo particolare alla penitenza, all’istruzione e alla predicazione. Le preghiere liturgiche della Quaresima parlano prevalentemente di digiuno e di mortificazione; ma, dopo la quarta settimana entrano a far menzione della Passione : perchè la sola mortificazione, fatta di penitenza e di astinenza, è degna preparazione a celebrare con animo purificato la memoria della Passione dell’Uomo-Dio, che caratterizza l’ultima quindicina della Quaresima. L’Epistola e il Vangelo contengono l’alimento spirituale per l’istruzione e la predicazione; le orazioni, implorando misericordia e perdono, muovono a far penitenza delle colpe commesse. Varie tracce restano tuttora nel Messale romano dell’antica disciplina relativa ai pubblici penitenti per la loro riconciliazione e di quella per i con-vertiti dal paganesimo (catecumeni), che si preparavano a ricevere la grazia del battesimo nella Veglia pasquale.

Il digiuno, una volta molto rigoroso nei giorni feriali della Quaresima, è ora assai mitigato dalla benignità della Chiesa. La legge del digiuno permette un solo pasto al giorno, ma non vieta di prendere un poco di cibo la mattina e la sera, osservando l’approvata consuetudine locale circa la qualità e la quantità dei cibi; come non vieta la promiscuità di carne e pesce nello stesso pasto e la commutazione della refezione della sera con il pranzo (Codice di diritto canonico, can. 1251, §§ 1-2). La legge dell’astinenza vieta l’uso delle carni e del brodo di carne, pur concedendo l’uso delle uova, dei latticini, del burro e di qualsivoglia condimento anche di grasso degli animali (can. 1250). Sono compresi nella legge del digiuno (salvo dispensa o legittimo impedimento) tutti i fedeli che hanno compiuto gli anni ventuno di età e non hanno principiato i sessanta; mentre sono tenuti alla legge dell’astinenza tutti quelli che hanno compiuto il settimo anno di età (can. 1254, §§ 1-2).

La rigida costumanza più antica, riguardo al digiuno, già incostante al tempo di sant’Agostino, trovava ancora frequente applicazione presso il popolo romano. Anzi in Roma, il digiuno quaresimale si accompagnava con le grandi ufficiature divine, che, per conseguenza, rivestivano in questo tempo un carattere austeramente penitenziale. Dall’antico linguaggio militare si prese il termine di stazione (statio), trasportandolo ad indicare l’adunanza dei fedeli in un luogo sacro determinato, dove il Papa, assistito dal suo clero, celebrava i divini misteri. Alla stazione militare andava congiunta la caserma (statio), dove si vigilava anche di notte, con un corpo di guardia per la vigilanza diurna. E alla stazione liturgica, specialmente quaresimale, s’accompagnò fin dall’origine il significato di vigilanza, di penitenza e di preghiera, fatta in comune. Tertulliano trovò giusto il paragone, perchè i cristiani sono la milizia di Dio. E sant’Ambrogio, nel paragonare i nostri digiuni alle mansioni del popolo israelitico, riconosce che anche noi dobbiamo laboriosamente fare il cammino di quaranta giorni, e fortificarci con la devozione dei digiuni quasi in altrettante fortezze: perchè per noi sono fortezze i digiuni che ci difendono dall’oppugnazione diabolica; e conchiude col dire: « Si chiamano stazioni, perchè, rinchiusi in esse, respingiamo le insidie dei nemici ».

La « stazione » faceva di ogni feria quaresimale una grande dimostrazione religiosa. A Roma, la liturgia offre il medesimo carattere di movimento e lo stesso colore locale, che assumevano i divini uffici celebrati a Gerusalemme, d’ordinario, di chiesa in chiesa. Le stazioni erano l’espressione dell’unità della liturgia, raggruppandosi clero e popolo, intorno alla persona del Pontefice, che celebrava i divini misteri e faceva spesso la predica. Col pellegrinare alle diverse chiese si mantennero vive le memorie del culto ai martiri nei singoli luoghi. In questo andare del servizio liturgico da uno in altro luogo, è da ravvisare un’analogia con le usanze di Gerusalemme, donde derivarono, come in germe, molte delle prescrizioni liturgiche romane. Al tempo di san Gregorio Magno la stazione importava la processione con le litanie e la Messa. Tutto il popolo romano vi era convocato, laici e sacerdoti. Lo stesso Pontefice, col suo corteo, vi interveniva. All’ora fissata, si raccoglievano tutti in una chiesa stabilita per l’adunata (colletta). Qui il Pontefice recitava l’orazione ad collectam, cioè l’orazione sul popolo adunato, faceva muovere la processione, preceduta dalla Croce stazionale, al canto delle litanie. Giunta alla chiesa designata per la stazione, il Pontefice celebrava solennemente la Messa, assistito dai suoi diaconi e suddiaconi e dai preti delle varie parrocchie (tituli) della città. D’ordinario, dopo la Messa, s’annunziava il luogo della stazione pel giorno seguente.

Ecco la nota delle Collette e delle Stazioni, ove in carattere neretto sono indicate le stazioni del gruppo più antico della liturgia quaresimale (le basiliche più venerate e di proporzioni più vaste); in carattere corsivo sono indicate le stazioni del secondo gruppo, aggiunte verso il secolo v, tra san Leone (+ 461) e san Gregorio (+ 604) (le chiese parrocchiali); e in carattere romano, le chiese stazionali del terzo gruppo, aggiunte nel secolo VIII da Gregorio II (+ 731) (le sette chiese designate per i giovedì che erano rimasti fino a quel tempo senza liturgia).

Il pio pellegrinaggio processionale percorreva litaniando le vie dell’Urbe facendo risuonare l’aria della voce implorante la misericordia e l’intercessione dei Santi. Nel tempio, le voci supplichevoli si stringevano intorno all’altare, sul quale il divin Redentore, sacerdote e vittima, rinnovava, nella persona del Pontefice, il sacrificio del Calvario, e sotto il quale giacevano venerate le reliquie dei martiri, testimoni invitti della fede e della verità cristiana. Chè, le palme dei martiri rappresentano propria-mente i trionfi del nostro principe Cristo, ed i martiri di Cristo, secondo la bella espressione ambrosiana, sono il vero tesoro della Chiesa.

Uno dei caratteri assunti dalle stazioni fu quello del trionfo della venerazione di chi aveva dato la vita per Cristo: anzi il culto degli eroi della fede, dei santi e dei martiri, ebbe notevole incremento dalle visite stazionali. Onde a ben comprendere la liturgia della Quaresima occorre tener presenti anche le ragioni agiografiche e non dimenticare le ragioni topografiche. E le indicazioni del Messale, che, fuori di Roma, possono sembrare soltanto un vestigio archeologico di usanze di tempi tramontati, furono in Roma, e lo sono tuttora, una realtà vivente. Le basiliche e le chiese, mèta del pellegrinaggio stazionale, sono sempre i trofei dei martiri più venerati. La moderna disciplina non è che la continuazione dell’antica. «E’ cosa buona e utile invocare supplichevolmente i servi di Dio, regnanti insieme con Cristo, e venerarne le reliquie e le immagini: ma prima di ogni altro tutti i fedeli onorino con filiale devozione la beatissima Vergine Maria» (can. 1276). E la visita stazionale reca il tributo dell’onore e l’incenso dell’amore filiale alla Madre di Dio nelle dorate basiliche della sua glorificazione, e il profumo della venerazione alle reliquie dei Martiri e dei Santi che impreziosiscono per l’immortalità le nostre chiese romane.

Il clero e il popolo, anche ai nostri tempi, rivivono le usanze antiche, benché alquanto modificate. Alti dignitari della Chiesa e personalità del laicato, monaci e popolo minuto si confondono insieme in un medesimo spirito di espiazione, di penitenza e di preghiera. E, rinnovando con devozione ogni anno queste sante osservanze, confidano di riuscire graditi a Dio e col corpo e con la mente.

Da

Le stazioni quaresimali romane

Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

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 Il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjárt avverte che le Nazioni Unite stanno spendendo denaro per facilitare un programma di migrazione di massa che minaccia “l’intera umanità”.

Invece di spendere soldi per l’antiterrorismo, le Nazioni Unite stanno finanziando programmi che incoraggiano le persone a lasciare la loro terra natale e dirigersi verso i paesi occidentali,  Szijjártó ha detto martedì  a una conferenza a Vienna.

Approvato nel 2018, il patto delle Nazioni Unite sulla migrazione non è giuridicamente vincolante, ma i governi sono sotto pressione internazionale per seguire i suoi mandati.

L’eurodeputata britannica Janice Atkinson ha avvertito che il patto potrebbe portare all’alluvione dell’Europa con 59 milioni di nuovi migranti entro i prossimi 6 anni.  L’eurodeputata olandese Marcel de Graaff ha anche affermato che il patto avrebbe ispirato le leggi che avrebbero criminalizzato le critiche all’immigrazione di massa come “discorsi di odio”

[…]  Nel caso dell’Europa, il documento afferma che almeno 159 milioni di lavoratori migranti dovranno entrare entro il 2025 per “mantenere l’attuale equilibrio da 4 a 5 lavoratori per un pensionato”.

Nel caso degli Stati Uniti, nello scenario più estremo, il rapporto afferma: “Sarebbe necessario avere 593 milioni di immigrati dal 1995 al 2050, una media di 10,8 milioni all’anno”.  Mentre la Gran Bretagna e numerosi altri paesi occidentali hanno firmato il patto di migrazione, gli Stati Uniti hanno rifiutato di farlo.

Nello scenario peggiore, entro il 2050 sarebbero necessari 1,4 miliardi di migranti, in media 25,2 milioni all’anno. Ciò significa che entro il 2050 la popolazione europea sarebbe di 2,3 miliardi, di cui 1,7 miliardi, quasi tre quarti, sarebbero migranti o loro discendenti.

Dunque il Piano esiste effettivamente.

Che ha a  che fare il progetto con le direttive scolpite nel granito delle Georgia Guidestone, monumento secondo tutti gli indizi massonico, elevato in Georgia nel 1979?

Ma, secondo le inormazioni (o disinformazioni) che sono diffuse  riguardo a “misterioso  monumento”,  queste   sarebbero direttive da applicare “dopo” il presunto “evento apocalittico”

 

 

 

 

 

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Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

Pressione fiscale totale, Italia prima col 64%

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Nell’analisi Ambrosetti, che ha messo insieme tasse sui profitti e tasse sul lavoro, Roma stacca Francia (62%) e Germania (48%)

Nel momento in cui il governo sta provando a tagliare l’Irpef, c’è una tabella che pesa come un macigno sull’Italia che il governo Conte farebbe bene a consultare: è quella messa della pressione fiscale complessiva (tassazione sui profitti delle imprese, tassazione sul lavoro e altre tasse) messa a punto da Ambrosetti. L’Italia è la prima in classifica in tutta Europa (64,8%), seguita da vicino dalla Francia (62,7%) e da più lontano dalla Germania (48,8% e dalla Gran Bretagna (32%). Insomma, rispetto ai suoi primi concorrenti sui mercati parte qualche metro indietro.

1°) Italia 64,8%

2°) Francia 62,7%

3°) Belgio 58,4%

4°) Spagna 50%

5°) Grecia 49,6%

6°) Svezia 49,1%

7°) Germania 48,8%
8°) Portogallo 41%

9°) Paesi Bassi 41%

10°) Norvegia 39,5%

11°) Finlandia 37,9%

12°) Gran Bretagna 32%

13°) Svizzera 28,8%

14°) Danimarca 24,5%.

La media Europea è al 40,6%.

Purtroppo c’è poco altro da aggiungere, se non che classifiche come questa dimostrano il livello esagerato di imposizione cui sono sottoposte tutte le imprese italiane. E indicano la strada che l’esecutivo deve intraprendere al più presto: abbassare le tasse alle aziende. (riproduzione riservata)

 

Da https://www.milanofinanza.it/news/pressione-fiscale-totale-italia-prima-col-64-202002100927486946

Gregoretti, si vergognano del tradimento: la foto incastra Conte e il M5s

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Il Movimento 5 Stelle, come il Partito Democratico, diserta i banchi del governo in Senato: l’aula di Palazzo Madama deve decidere se approvare o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini sulla Gregoretti. Ma per il caso della Diciotti i grillini avevano riempito i posti in aula

Diciotti sì, Gregoretti no. Il Movimento 5 Stelletradisce l’ex alleato Matteo Salvini: dopo averlo salvato per il caso della nave Diciotti, ora gli volta le spalle sulla Gregoretti. Luigi Di Maio & Co non ci mettono la faccia e scappano e con loro anche il Partito Democratico, visto che i banchi del governo nell’emiciclo del Senato sono vuoti in ogni ordine di posto.

L’aula di Palazzo Madama è chiamata a decidere se approvare o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti del segretario della Lega, nel mirino della magistratura per come operò circa l’unità navale della Guardia Costiera italiana carica di (131) migranti clandestini l’estate scorsa, quando il cosiddetto “capitano” era ancora ministro dell’Interno del governo gialloverde.

Ora che i giudici vogliono condannare l’ex titolare del Viminale i cinque stelle se ne lavano le mani. Proprio loro che salvarono Salvini nell’analogo caso della Diciotti, quando il Carroccio e il Ms erano maggioranza. Quando il governo fu chiamato in Senato per esprimersi sul caso, leghisti e grillini gremirono i banchi riservati all’esecutivo.

Oggi, invece, è il deserto. Dem e “five stars” non ci mettono la faccia (per vergogna) e scappano (sempre per vergogna). Le foto a confronto parlano chiaro e inchiodano i pentastellati, che per codardia danno buca all’appuntamento. Nessun 5stelle di governo si è presentato a Palazzo Madama per seguire la discussione e il successivo voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale dei ministri di Catania.

Stesso discorso vale per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che nel marzo del 2019 era la fianco di Salvini in occasione della votazione per il nodo Diciotti. Ora la sua poltrona, come tutte le altre, è vuota. Un’assenza che fa eco a tutte le altre, un’assenza tanto imbarazzante quanto codarda, simbolo di una maggioranza giallorossa che scappa di continuo dalle proprie responsabilità.

Le parole di Salvini

“Quando ci sarà il processo lo affronterò con orgoglio. A differenza di altri, io non scappo”, tuona Matteo Salvini, che attende il giudizio del Senato sulla questione che gli pende sulla testa come una spada di Damocle. Il capo politico del Carroccio, dunque, è arrivato in aula e ha così parlato all’emiciclo: “Se c’è qualcuno che scappa non è fra i banchi della Lega ma fra i banchi del governo. Se avessi dovuto ragionare per opportunismo, per interesse personale non avrei preso la decisione che ho preso: si parla di un processo, non di una passeggiata Ritengo di aver difeso la mia Patria, non chiedo un premio ma se ci deve essere un processo che ci sia”. Infine, Salvini ha così chiosato: “Ho fatto il mio dovere. Non andrò a difendermi ma a rivendicare con orgoglio quello che collegialmente abbiamo fatto per l’Italia. E l’abbiamo fatto per più di un anno con gli amici dei 5 Stelle”.

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Da https://m.ilgiornale.it/news/politica/gregoretti-foto-che-incastrano-i-grillini-si-vergognano-1825691.html

La bufala storica delle foibe come “reazione alle atrocità italiane”??

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Roma, 12 feb – La questione della controguerriglia italiana nella Balcania occupata (territori ex jugoslavi), sulla quale tante falsità, ancor più che inesattezze, sono state scritte da autori di estrazione marxista, quasi a giustificare la pulizia etnica praticata dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo nei territori di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, culminati nell’uccisione complessiva di circa 23.000 italiani e nell’esodo forzato di altri 350.000; ciò senza negare assolutamente le atrocità commesse da entrambe le parti in lotta.
Per sostenere quanto da noi affermato ci affideremo anche ai lavori di due storici dichiaratamente di sinistra, come il prof. Giorgio Rochat e Gianni Oliva, assai più seri e documentati rispetto a due attiviste filoslave come Cernigoi e Kersevan– che si autodefinisce sui social capitano dell’OZNA (la polizia politica titina responsabile materiale delle foibe e del massacro di un milione tra sloveni, serbi, croati, bosniaci, minoranze albanesi, germanofone, ungheresi e bulgare[1])- autrici di operette horror- fantasy sulle presunte violenze fasciste in Jugoslavia, e ovviamente negazioniste nei massacri non presunti compiuti dai comunisti slavi e dai loro manutengoli garibaldini. Ovviamente le due Lovecraft del confine orientale sono attualmente candidate con Potere al popolo.
Ad una situazione quasi interamente tranquilla nei territori sotto occupazione italiana, seguì, dopo il 21 giugno del 1941, l’inizio dell’attività dei partigiani comunisti. Il movimento comunista internazionale era rimasto filo-nazista sin dal momento del patto Molotov- Ribbentrop, favorendo in ogni modo l’operato di Hitler, in seguito alle precise istruzioni di Stalin. Tutto questo cambiò repentinamente con l’inizio della guerra fra Germania ed URSS, cosicché anche in Slovenia e Dalmazia fece la sua comparsa la guerriglia comunista.
Spiega infatti l’Oliva:
Le truppe [italiane] si sono mosse per reazione ad attacchi subiti e questi, a loro volta, non sono stati determinati dalla durezza dell’occupazione, ma da fattori interni e internazionali indipendenti dal com­portamento del Regio esercito[2].
Come era stata la Jugoslavia ad attaccare l’Italia nel 1941, così in seguito sono stati i partigiani comunisti ad assalire per primi le truppe italiane in Montenegro, Slovenia e Dalmazia. Inoltre, sin da subito i partigiani si resero responsabili di ripetute e gravi violazioni delle leggi di guerra. Giorgio Rochat, sicuramente non ascrivibile a posizioni in qualsiasi modo riconducibili a visioni nazionalistiche della storia militare italiane, si è soffermato anche sulla guerra balcanica dell’Italia[3] nella sua monografia dedicata alle guerre italiane del periodo 1935-1943. È interessante vederne l’approccio. Anzitutto il Rochat delinea il contesto in cui operarono le truppe italiane, che è quello classico di un esercito regolare contrapposto a reparti irregolari:
La prima cosa da rilevare è che tutti gli eserciti regolari hanno difficoltà a capire e affrontare una guerra partigiana. L’istituzio­ne militare si legittima come monopolio della violenza organizza­ta al servizio dello Stato, quindi ricerca la massima potenza di­struttiva consentita dallo sviluppo degli armamenti per un con­flitto programmato contro forze analoghe degli Stati nemici. I suoi codici di valore sono orientati a questo tipo di conflitto, definirlo «cavalleresco» sarebbe eccessivo, ma tutti gli eserciti regolari ac­cettano alcune regole di massima come il rispetto del nemico feri­to o che si dà prigioniero (non fosse che per ovvie esigenze di re­ciprocità) e dei civili, fino a quando restano civili, ossia non partecipano ai combattimenti. […] La cultura e l’addestramento di un esercito regolare vanno però in crisi quando si trova a occupare un paese ostile con una resi­stenza di popolo, dove ogni civile è un potenziale nemico, e deve fare fronte a una guerra partigiana condotta secondo regole tatti­che e codici di comportamento differenti da quelli «regolari». […] Quindi tende a ricorrere a solu­zioni brutali (fucilazioni, distruzioni di villaggi, deportazioni)[4].
In altri termini, il Rochat ricorda come il Regio Esercito si trovò a dover fronteggiare avversari i quali non rispettavano le leggi di guerra: uccisione sistematica dei prigionieri, sevizie, attacchi terroristici ecc. Per dare un’idea del modo di condurre la guerra, bastino pochissime citazioni dall’opera di Oliva, relative ad alcuni episodi bellici relativi alle Camicie Nere:
Decine e decine di mi­litari italiani furono ritrovati con le membra spezzate, evirati, con gli occhi enucleati […] Quando le nostre truppe poterono tornare sul luogo del­la lotta, poterono constatare che i feriti erano stati sevi­ziati: denudati tutti, alcuni evirati, conficcati i fasci del bavero negli occhi, infine tutti sgozzati […] I ribelli si accanirono sui feriti, ai più gravi aprirono il ventre estraendone le vi­scere, ai più leggeri spaccarono la testa a martellate e poi buttarono i cadaveri in un pozzo profondo venticinque metri[5].
Ancora, i cosiddetti “partigiani” secondo le convenzioni internazionali di guerra dell’epoca non potevano essere considerati legittimi belligeranti, ma franchi tiratori e come tali tratta­ti Ciò avveniva per una serie precisa di ragioni:
1 ) Non avevano possesso stabile di territorio, né erano insorti contro di noi al momento del­l’occupazione della Jugoslavia;
2) non facevano capo ad un governo responsabile né, per motto tempo, apparten­nero ad un’organizzazione unica;
3) erano sudditii di uno Stato che aveva concluso con noi un armistizio;
4) non portavano uniformi né, spesso, distintivo visibile a di­stanza;
5) non sempre portavano le armi apertamente;
6) non sempre rispettavano le leggi e gli usi di guerra;
7) per molto tempo non furono riconosciuti come legittimi belli­geranti neppure dalle Nazioni Unite, che tale qualifica ri­conoscevano invece ai cetnici[6].

Determinate forme di conduzione del conflitto compiute dai partigiani, quali gli attacchi a tradimento, gli attentati con bombe, le uccisioni di prigionieri, le torture inflitte loro ecc. erano, e sono ancora oggi, contrarie alle leggi di guerra. I caratteri dell’attività di contro-guerriglia delle forze armate italiane furono quindi una reazione alle azioni criminali dei partigiani, compiute in violazione delle leggi di guerra. Le operazioni anti-guerriglia intraprese dalle truppe italiane furono perciò conseguenza sia dell’attacco compiuto contro il Regio Esercito da parte dei partigiani comunisti e dovuto a fattori di ordine internazionali indipendenti dal suo operato, sia dei crimini di guerra dei partigiani. Le istruzioni date da Roatta, comandante delle truppe italiane in Jugoslavia, erano semplici anti-guerriglia. Citando sempre dal Rochat:
La lunga circolare emanata il 1° marzo 1942 dal generale Roatta […] rappresenta un’articolata raccolta di istruzioni per 1’occupazione e la contro­guerriglia, nonché un forte appello a una maggiore combattività delle truppe; il documento più ampio che conosciamo su questi problemi, che merita qualche attenzione[7]
Le istruzioni contenute nella circolare di Roatta sono definite dal Rochat quali elementari, essendo presenti nell’insegnamento di qualsiasi scuola di guerra:
[Roatta] dà per scontato un livello quanto mai basso di addestramento delle truppe e soprattut­to dei quadri (le indicazioni contenute sono elementari, materia di insegnamento in qualsiasi scuola per ufficiali) e cerca di porvi rime­dio con pagine e pagine di istruzioni[8].
Le norme di Roatta prevedevano:
1) la fucilazione dei partigiani
2) l’utilizzo della rappresaglia su civili
3) la distruzione delle abitazioni di chi appoggiava i partigiani
4) internamento di coloro che appoggiavano i partigiani
5) si doveva evitare di colpire chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e non bisognava fare ricorso a bombardamenti indiscriminati sui villaggi.
Commenta ancora Rochat:
Sono le norme classiche dell’antiguerriglia, applicate in tutte le guerre contemporanee, con ovvie varianti e qualche limitazio­ne rispetto ai secoli precedenti[9].
Dello stesso parere è Gianni Oliva:
Vi è stata una politica repressiva del Regio esercito, simile a quella che gli esercito occupanti di ogni nazione (comprese quelle più democratiche), attuano in un paese nemico […] dove si sviluppa una guerriglia variamente appoggiata dalla popolazione civile[10].
Le istruzioni di Roatta prevedevano infatti quanto era contenuto nelle norme antiguerriglia di tutti gli eserciti belligeranti, compresi quelli alleati. Inoltre, esse risultavano pienamente conformi alle stesse leggi di guerra vigenti all’epoca, le quali consentivano la fucilazione dei combattenti irregolari, la rappresaglia e l’internamento dei civili rei di connubio con reparti irregolari. Come appare inequivocabilmente, le direttive di questo generale non progettavano alcuno sterminio sistematico della popolazione civile, ma erano unicamente finalizzate alla repressione dell’attività partigiana. L’assenza di un piano di uccisione od anche solo cacciata degli abitanti in quanto tali si manifesta anche dalle direttive di risparmiare chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e di non servirsi di bombardamenti a tappeto sui villaggi. Vale la pena di esaminarle.
Emanata nel marzo del 1942 la Circolare 3C, relativa al trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono, è stata spesso utilizzata come prova delle nefandezze commesse dalle truppe italiane di stanza in Iugoslavia. Da tale documento vengono talvolta estratte — e conseguentemente estrapolate dal loro contesto — delle affermazioni di particolare impatto, quali per esempio
Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente”,
oppure
Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti,
non riportando però quanto nella medesima circolare Roatta riteneva opportuno venisse precisato, ossia che
Nel trattamento da usare verso le popolazioni, gli edifici,  villaggi e beni, e verso i partigiani, è assolutamente necessario di attenersi alle norme permanenti o contingenti in vigore. — Inasprimenti alle medesime, praticati senza un’assoluta necessità (atti di ostilità armata — tentativi di fuga), sarebbero indegni delle nostre tradizioni di umanità e di giustizia, e costituirebbero altresì — nei riflessi delle popolazioni — un’arma a “doppio taglio”.
e, precedentemente all’affermazione riportata pocanzi, che
Alla distruzione di interi villaggi si procede solo nel caso che l’intera popolazione o la massima parte di essa, abbia combattuto materialmente contro le nostre truppe, dall’interno dei villaggi stessi, e durante le operazioni in quel dato momento in atto. 
e che
Il saccheggio delle abitazioni, comprese quelle da distruggere, deve essere impedito con misure preventive e, se occorre, con repressioni draconiane.
Inoltre la severità e la durezza previste dalla circolare per i partigiani — o per i presunti tali — e per coloro che li sostenevano non erano da applicarsi universalmente: infatti nell’Allegato “B” del 22 aprile 1942 XX dal titolo Trattamento da usare verso i ribelli si trova scritto che
— I ribelli, colti colle armi alla mano, e gli individui di cui al comma a) del n. 1 della Ia appendice alla circolare 3C, saranno immediatamente fucilati sul posto. Faranno eccezione:
— i  feriti
— i  maschi validi di età inferiore ai 18 anni
— le  donne
che saranno deferiti (i primi una volta guariti), ai tribunali di guerra competenti. 
[…] Il contenuto di questo allegato non sarà incluso nella circolare n. 3 C, ma comunicato per iscritto ai comandi di divisione (od ente corrispondente), e da questi ai comandi in sottordine solo verbalmente.
Oltre a ciò, Roatta, una volta venuto a conoscenza di degli episodi di ritorsione a danni di villaggi, emanò nell’aprile del 1942 — ossia un mese dopo l’uscita della 3C — un’appendice al documento, nella quale si trova scritto:
[…] allo stato attuale delle cose è sancita la distruzione di abitazioni solo nel primo caso di cui sopra, ed a quattro condizioni:
— località in situazione anormale;
— sabotaggio o sabotaggi avvenuti in prossimità delle abitazioni di cui trattasi;
— trascorso lasso di 48 ore;
— mancata emersione dei responsabili. 
III. — Orbene, in questi ultimi tempi è accaduto che, in seguito a semplici scaramucce, o durante rastrellamenti compiuti senza colpo ferire, interi villaggi sono stati distrutti.
[…]

  1. — Non intendo esaminare caso per caso, non intendo “fare il processo” al passato, e non ho neppure l’intenzione di legare le mani ai comandanti dipendenti, nel senso di vietare senz’altro la distruzione di abitazioni; desidero unicamente attirare l’attenzione sul pericolo (“arma a doppio taglio”) annesso a distruzioni indesiderate ed inutili.— Le popolazioni delle località non protette materialmente dai nostri presidi (che costituiscono la maggioranza), e che sono disarmate, quando premute dai ribelli sono costrette — volenti o nolenti — ad ospitarli, a vettovagliarli, e pertanto — a prescindere anche da qualsiasi altro atteggiamento a favorirli.
    — Quando le nostre truppe si avvicinano, operazioni durante, a dette località, i ribelli costringono la popolazione ad abbandonarle, senza peraltro distruggerle.
    — Se noi, penetrati senza ostacoli locali nei villaggi, li diamo alle fiamme, compiamo non solo un eccesso, non compiuto dai ribelli, ma favoriamo la propaganda di questi ultimi.
    Nel senso che la popolazione, anziché tornare alle proprie case — ormai inesistenti — rimarrà conglobata nelle formazioni ribelli, e si spargerà la convinzione che le truppe italiane, nonché la pacificazione e la giustizia, portino la devastazione. Senza contare che, malgrado qualsiasi misura in contrario, si verificano saccheggi individuali, non certo fatti per aumentare il nostro prestigio ed attirarci le popolazioni.

    1. — Ciò posto determino — nell’allegato A — quali siano le circostanze in cui è consentita la distruzione dei singoli edifizi, e di interi villaggi.

    — Il contenuto di detto allegato formerò oggetto della “1a appendice” alla circolare 3C che verrà stampata e distribuita per essere materialmente in essa inserita.
    — I comandi in indirizzo ne diano però senz’altro conoscenza a quelli dipendenti.
    Bisogna inoltre avere ben chiaro che le misure prese, per quanto drastiche, erano avulse da scopi quali la pulizia etnica dell’elemento slavo,ma volte solo alla repressione della guerriglia partigiana, come è d’altronde dimostrabile attraverso una lettura completa della Circolare 3C; essa infatti si presenta come un insieme di una serie di provvedimenti straordinari uniti a indicazioni, rivolte ai soldati italiani, di tipo tecnico e pratico. Le autorità italiane internarono nei campi di prigionia in Dalmazia e in Italia i civili croati sospettati di sostenere i partigiani o pericolosi per il governo italiano. All’inizio del 1942, gli italiani iniziarono ad espellere circa 17.000 croati indesiderati in direzione della N.D.H..
    Parallelamente l’esercito italiano creò un cordone sanitario lungo i confini del territorio annesso per evitare le incursioni partigiane. Inoltre, al fine di internare i partigiani e sospettati catturati in precedenza, le autorità militari e civili italiane crearono, su un certo numero di isole dalmate, campi di concentramento; i più grandi si trovavano sull’isola di Melada e di Arbe. Dai 30.000 ai 40.000 croati furono internati e nel settembre 1943 inviati in Croazia a seguito di un accordo tra il governo italiano e quello della N.D.H.. Per dare un giudizio di quanto accaduto in maniera imparziale, l’unico metodo è quello di affidarsi alle leggi internazionali. Nel caso specifico ci riferiremo alla Convenzione dell’Aja del 1907, vigente a quell’epoca, e alle successive conclusioni del Tribunale di Norimberga. L’art. 42 della Convenzione dell’Aja recita:
    La popolazione ha l’obbligo di continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività dannosa nei confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza. Solo al fine di conseguire tale scopo la potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e alla esecuzione degli ostaggi.
    Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell’Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari i quali rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i subordinati, abbiano un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz’altro affermare che gli attentati messi in atto dai partigiani fossero atti illegittimi di guerra essendo stati compiuti da appartenenti a un corpo sì di volontari che però non rispondevano ad alcuno degli accennati requisiti. Secondo l’Art. 2 della convenzione di Ginevra del 1929 non potevano essere utilizzati per una rappresaglia né feriti né prigionieri di guerra e neppure personale sanitario.
    Il Tribunale di Norimberga d’altra parte affermò:
    Le misure di rappresaglia in guerra sono atti che, anche se illegali, nelle condizioni particolari in cui esse si verificano possono essere giustificati: ciò ‘in quanto l’avversario colpevole si è a sua volta comportato in maniera illegale e la rappresaglia stessa è stata intrapresa allo scopo di impedire all’avversario di comportarsi illegalmente anche in futuro.
    E per finire la parte legale del ‘discorso‘ ecco le condizioni che ammettevano una rappresaglia, sia per il diritto internazionale, sia per l’interpretazione data dal Tribunale di Norimberga:
    Dopo attacchi contro la potenza occupante, laddove la rappresaglia si rendesse necessaria dal punto di vista militare. La rappresaglia serviva innanzi tutto per impedire ulteriori delitti commessi dall’avversario. Le Forze Armate italiane adottarono il diritto di rappresaglia nelle modalità ritenute necessarie per la sicurezza della truppa che occupava il territorio, ovvero:
    Quando le ricerche degli autori di atti illeciti avessero dato esito negativo.
    Che le rappresaglie fossero ordinate da ufficiali superiori.
    Che tenessero conto della proporzionalità.
    Il tribunale di Norimberga confermò che misure di ritorsione, qualora consentite, debbono essere proporzionate al fatto illecito commesso.
    Nel processo a carico dei generali List, von Weichs e Rendulic, tenutosi nel 1948, la proporzione accettata dal tribunale di Norimberga come equa era 10 a 1, vale a dire la fucilazione di dieci ostaggi per ogni soldato tedesco ucciso da un atto terroristico.
    Che la cerchia delle persone colpite dalla rappresaglia fosse in qualche modo in rapporto col reato commesso a danno delle forze occupanti.
    Che gli ostaggi o le persone destinate alla rappresaglia fossero tratte dalla cerchia della resistenza.
    Non venivano stabiliti i criteri per la scelta degli ostaggi, ma la scelta stessa era affidata a criteri di discrezionalità.
    Il Tribunale di Norimberga a tale proposito, affermò:
    Il criterio discrezionale nella scelta può essere disapprovato ed essere spiacevole, ma non può essere condannato e considerato contrario alle norme del diritto internazionale. Deve tuttavia esserci una connessione fra la popolazione nel cui ambito vengono scelti gli ostaggi e il reato commesso (quindi luogo dell’attentato o l’appartenenza a gruppi clandestini che compiono atti terroristici).
    Il diritto alla rappresaglia venne accolto anche alle forze britanniche nel paragrafo n.454 del British Manual of Military Law. Le forze americane a loro volta prevedevano la rappresaglia nel paragrafo n. 358 dei Rules of Land Warfare del 1940. Per le truppe francesi, l’allegato I alle istruzioni di servizio del 12 agosto 1936 consentiva all’articolo 29 il diritto di prendere ostaggi nel caso in cui l’atteggiamento della popolazione fosse ostile agli occupanti, e il successivo articolo. 32 prevedeva l’esecuzione sommaria degli stessi ostaggi se si verificavano attentati. Nel 1947 i magistrati militari britannici, nel processo di Venezia a carico di Albert Kesselring, commentarono che nulla impediva che una persona innocente potesse essere uccisa a scopo di rappresaglia[11]. Il Rochat non ha dubbi sul fatto che le truppe italiane agirono nel conflitto in maniera meno dura di tutti gli altri contendenti. Anzitutto, purtroppo, esse combatterono con scarsa determinazione: 
    Tutte le indicazioni dicono che le truppe italiane affrontarono questa guerra con scarso entusiasmo e partecipazione, una testimo­nianza indiretta viene dalla necessità dei comandi di rinnovare ripetutamente le direttive di massimo rigore[12] .
    Necessità che ovviamente non riguardava i reparti di Camicie Nere, di ben altra combattività contro i partigiani comunisti. Soprattutto, il Regio Esercito fu, tra tutti quelli impegnati nella guerra balcanica, certamente il meno feroce, tanto che le stessi eccessi furono opera di iniziative individuali o di singoli reparti, -spesso i migliori come addestramento e motivazione: lasciando da parte i reparti della Milizia, in primis i battaglioni “M” e i battaglioni CC.NN. Squadristi, i due reggimenti della 21a divisione Granatieri di Sardegna, il 1° Reggimento Granatieri in Slovenia e, soprattutto, il 2° in Croazia, gli alpini, i bersaglieri e specialmente i RR. Carabinieri- anziché la norma: 
    Va co­munque ricordato che in una guerra con uno straordinario livello di atrocità e massacri da entrambe le parti, le truppe italiane fu­rono certamente le meno feroci. Anche i piú duri ordini dei co­mandi ponevano limitazioni alle rappresaglie, come il rispetto di donne e bambini. E la repressione fu condotta con largo ricorso a fucilazioni e devastazioni, senza i massacri e le efferatezze com­piute dagli altri belligeranti, tedeschi compresi. Anche la nota fra­se della circolare di Roatta: «Si sappia bene che eccessi di reazio­ne, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», va ri­condotta alla difesa di compagni aggrediti, non alle operazioni di controguerriglia, non può essere paragonata alle direttive hitleria­ne che avallavano a priori qualsiasi eccesso o massacro commesso dalle truppe naziste. 
    Eccessi ci furono certamente, ma per inizia­tive individuali o di reparti minori, non come regola di condotta delle operazioni[13]. Lo stesso parere viene condiviso da Gianni Oliva:
    Sul piano militare, vi è certamente una sostanziale differenza fra la Werhmacht e il Regio esercito. Per gli strateghi tedeschi, il terrore sistematico è strumento centrale della politica di occupazione[…] La violenza del Regio esercito, all’opposto, appare una reazione difensiva di fronte agli attacchi delle formazioni partigiane […] Il raffronto con la brutalità tedesca è dunque improponibile, sia sul piano quantitativo, sia su quello qualitativo[14].
    Tutto ciò però non deve far dimenticare, come Oliva stesso ricorda, si fosse avuta una fuga di civili dalla Slovenia tedesca a quella italiana, proprio perché l’occupazione italiana era più mite di quella germanica[15]. Gli italiani in Jugoslavia, oltre alle operazioni belliche contro i guerriglieri locali, costituirono un valido strumento di protezione delle popolazioni locali dalle violenze dei partigiani titini e degli ustasha. Per rimanere solo alla Slovenia, la schiacciante maggioranza degli abitanti non era affatto filo-comunista, e risultava anzi vittima dell’operato dei partigiani comunisti stessi, che massacravano gli avversari politici e depredavano le popolazioni, non diversamente da quanto accadeva in Italia ad opera dei loro compagni della Resistenza. Milizia e Regio Esercito rappresentarono molto più spesso di quanto non si creda una difesa per i civili anche dinanzi ai partigiani titini, il cui operato fu oltremodo violento ed oppressivo:
    A parte le spolia­zioni di viveri e di bestiame cui la popolazione civile fu soggetta, coloro che erano ritenuti favorevoli agli occupato­ri furono proditoriamente assassinati assieme alle loro fa­miglie, interi villaggi furono saccheggiati e incendiati, fab­briche, miniere, segherie, macchine agricole, scuole, chiese furono incendiate o distrutte, uomini furono costretti ad ar­ruolarsi nelle bande, giovani donne furono rapite[16] .
    Pierluigi Romeo di Colloredo Mels
    NOTE
    [1]Per farsi l’idea di cosa fosse- ed è – l’OZNA basti ricordare l’assassinio di uno storico del calibro di William Klinger, fiumano residente in Italia, autore di OZNA. Il terrore del popolo, che dopo la pubblicazione di tale studio venne assassinato a New York nel 2015, dallo statunitense di origini fiumane Alexander Bonich, suo amico, con due colpi di pistola (uno alla schiena e uno alla nuca). Il colpo alla nuca era considerata la firma dell’OZNA.
    .
    [2]          Gianni Oliva, Si ammazza troppo pocoMilano 2006, p. 135
    [3]          G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino 2005.
    [4]          Ibid.p. 366
    [5]          Gianni Oliva, 2006, p. 136
    [6]          Note dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano, citate in Oliva 2006, p. 110
    [7]          Ibid. p. 368
    [8]          Ibid., ivi.
    [9]         Ibid. p. 369
    [10]         Oliva 2006, p. 8
    [11]F.J.P. Veale, Advance to barbarism, London 1968 e id., Crimes discretely veiled , Los Angeles 1979.
    [12] Rochat 2005, p. 370.
    [13] Ibidem, pp. 370-371.
    [14] Oliva 2006, p. 7
    [15] Ibid., p. 124
    [16] Oliva 2006, p. 145. Secondo i dati del governo sloveno, le vittime civili degli occupanti italiani furono circa 6.300, i civili sloveni uccisi dai partigiani comunisti otre 13.000.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/la-bufala-storica-delle-foibe-come-reazione-alle-atrocita-italiane-79745/

Foibe, fuoco e fiamme in consiglio comunale. “Eventi revisionisti finanziati dal Comune per accontentare l’ANPI”

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Sono volate saette ieri sera in consiglio comunale tra il coordinatore di CasaPound Andrea Bonazza e alcuni mebri dell’assemblea sulla questione foibe.

Una diatriba scoppiata in relazione all’intervento del consigliere Benussi sulla personale tragedia che colpì la sua famiglia, costretta all’esilio dall’Istria durante gli anni della tragedia dell’esodo giuliano dalmata che portò migliaia di italiani fuori dalla propria terra: secondo più di qualcuno, risatine irrispettose da parte di sinistra e Verdi sarebbero riecheggiate nella sala.

Nel video allegato a questo articolo, un furioso Bonazza tuona contro il piglio revisionista dell’amministrazione cittadina, che a quanto pare avrebbe finanziato un convegno gestito da Anpi e Centro per la Pace dove l’argomento foibe verrebbe “insultato nella sua memoria storica”.

Scrive Bonazza:

Dopo aver assistito alle risate di sinistra e Verdi mentre il consigliere Benussi raccontava commosso della tragedia delle foibe che colpì anche la sua famiglia costretta all’esilio dall’Istria, non sono riuscito a trattenere la rabbia verso chi continua a predicare “pace e amore” insultando la memoria di migliaia di “scomodi” italiani massacrati sul confine orientale dai partigiani comunisti di Tito.

La tragedia delle foibe dovrebbe unire politica e società civile anziché dividere ma, ancora una volta, il Comune di Bolzano si è reso complice e finanziatore di eventi revisionisti e negazionisti guidati da ANPI e Centro per la Pace.

Già a dicembre avevo lanciato un duro ammonimento alla giunta comunale sul programma 2020 del Centro per la Pace che avrebbe finanziato e portato a Bolzano Carola Rackete, tutt’ora sotto processo contro lo Stato italiano per aver speronato una motovedetta delle Forze dell’Ordine con una nave Ong, e per l’organizzazione di una conferenza dal sapore revisionista sulle foibe al Centro Trevi.

Una conferenza revisionista in cui si mettono in dubbio responsabilità e numeri delle vittime è stato il risultato di anni di lotte in commissione cultura in cui ho insistito per celebrare degnamente la Giornata del Ricordo del 10 febbraio. Così come una nostra mozione, deliberata e mai attuata, nella quale richiedevamo l’intitolazione di una via o una piazza ai martiri delle foibe.

Oggi, a fine legislatura, nulla è stato fatto se non far entrare i nuovi partigiani dell’ANPI nell’organizzazione degli eventi che vedono le loro bandiere sporche di quel sangue italiano che dopo 70 anni ancora non trova pace né giustizia“.

Risposta piccata da parte dell’assessora Marialaura Lorenzini che sul suo profilo Facebook dà addirittura del ‘fascista in Comune’ al coordinatore regionale delle tartarughe frecciate.

Attacco a Sindaco, Anpi e a Margheri e soprattutto ai partigiani chiamati mxxxe di partigiani“, scrive tra le altre cose Lorenzini

Da https://www.lavocedibolzano.it/foibe-fuoco-e-fiamme-in-consiglio-comunale-eventi-revisionisti-finanziati-dal-comune-per-accontentare-lanpi/

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