I doni dello Spirito Santo

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I doni dello Spirito Santo, conferiti in germe nel Battesimo ed effusi con abbondanza nella Cresima, sono abiti buoni che hanno il compito di rendere facile, pronto, perfetto l’esercizio delle virtù soprannaturali, specialmente di quelle teologali, che senza i doni sono molto imperfette e conservano il modo umano nel loro esercizio. I sette doni dello Spirito Santo perfezionano l’uomo e lo inducono a seguire prontamente lo stimolo al bene e alla virtù suscitato dallo Spirito Santo (v. San Tommaso Summa Theologica, 1-2, 68). Le virtù infatti dànno ricordati da Isaia con quest’ordine: Lo Spirito del Signore riposerà sopra di lui; lo spirito di sapienza e d’intelletto, lo spirito di consiglio e di fortezza, lo spirito di scienza e di pietà; lo riempirà dello spirito del timor di Dio (Is 11, 2-3).

Accenniamo brevemente ai singoli doni:

a) La sapienza ci fa sentire e gustare la presenza di Dio in noi e rende capaci di giudicare di Dio e delle cose divine mediante la conoscenza sperimentale che ce ne dà. L’anima favorita di questo dono giudica tutto secondo i gusti di Dio ed ha una conoscenza di Lui e delle cose divine immensamente più chiara di quella che possono dare la ragione e la semplice fede.

b) L’intelletto fa vedere le divine verità in modo più chiaro e profondo, quasi intuitivamente, senza bisogno di molti ragionamenti e sforzi.

c) La scienza ci rende capaci di giudicare rettamente delle creature, ci fa, conoscere quasi intuitivamente noi stessi e le cose create, senza lasciarci abbagliare dalle apparenze e deviare da pregiudizi.

d) Il consiglio indica con prontezza i mezzi più adatti per agire con sicurezza, senza esitazioni e dubbi, in ordine al nostro fine e ordina ad esso i singoli atti; indica i mezzi pratici per agire rettamente e virtuosamente e inclina anche a cercare e seguire il consiglio delle persone prudenti e illuminate.

e) La pietà inclina l’anima a rendere a Dio adorazione, di lode, di ringraziamento, di propiziazione, ecc., come a Padre infinitamente degno, mentre la virtù della religione induce a questi atti in quanto sono dovuti a Dio se me sovrano creatore. Il dono della pietà ci fa vedere Dio in tutte le cose e di tutte le cose fa sgabello e via per innalzarci a Lui con amore di figli. E’ specialmente questo che forma gli apostoli, i missionari, i grandi eroi della carità, che sanno vedere e servire Dio nel prossimo.

f) La fortezza, in quanto dono, perfeziona la virtù della fortezza, ne rende pronto, perfetto, totale l’esercizio e fa sì che l’anima affronti difficoltà e pericoli confidando unicamente in Dio e rivestendosi della sua potenza

g) Il timor di Dio non è il timore carnale, che fa evitare il male solo per non incorrere in mali temporali peggiori; non è il timore soprannaturale servile, che fa fuggire il male per paura dell’inferno e spinge a fare il bene solo in vista della ricompensa; ma è il timore filiale e perfetto, che induce a fuggire il male e a fare il bene solo per amor di Dio, per non disgustarlo col peccato e per piacere a Lui.

Lo Spirito Santo oltre la grazia, le virtù e i doni, effonde in noi anche i suoi frutti: carità, gioia, pace, bontà, fedeltà, pazienza, benignità, dolcezza, temperanza (Gal 5 ,22).

Tratto da: Carlo Tommaso Dragone, Spiegazione del Catechismo di San Pio X, Centro Librario Sodaltium, Verrua Savoia, 2019, pagg. 493 – 494.

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I doni dello Spirito Santo

Antifa, ecco chi sono i violenti della sinistra estrema Usa

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Sono polarizzati contro Trump e la destra, sono gli Antifa, il gruppo estremo e violento che non accetta l’esito democratico delle elezioni Usa. Nel puntare il dito contro i presunti responsabili delle proteste che infiammano il paese, il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti inseriranno gli attivisti Antifa di estrema sinistra tra le organizzazioni terroristiche. L’annuncio non ha mancato di sollevare aspre critiche. C’e chi fa notare come gli Stati Uniti non sono dotati di una legge sul terrorismo interno. E sostengono che ‘antifa’ non è un’organizzazione con un suo leader, una sua struttura definita o dei ruoli e dei mandati al suo interno. A sottolinearlo è oggi il New York Times’. Che cerca di fare il punto su questi manifestanti di Antifa ed i loro obiettivi. Piuttosto, scrive il giornale, Antifa è un movimento di attivisti che condividono filosofia e tattiche. Si sono fatti notare con la loro presenza in occasione di varie proteste negli anni recenti, tra cui ‘Unite the Right’ a Charlottesville nel 2017. E’ impossibile sapere quante persone si considerino membri di Antifa, scrive il giornale. I suoi seguaci ammettono che il movimento Antifa è circondato dal riserbo. Non ha leader ufficiali. Ed è organizzato in cellule autonome. Inoltre si tratta di uno solo dei movimenti di attivisti all’interno di un’ampia costellazione di gruppi. Che negli ultimi anni si sono uniti per opporsi alla destra. Anche alla destra repubblicana democraticamente eletta. I membri di antifa contestano le azioni che considerano autoritarie, omofobiche, razziste o xenofobe. Il movimento non è affiliato ad altri gruppi a sinistra. Ma i suoi attivisti a volte collaborano con altre reti locali che protestano sulle stesse tematiche, ad esempio Occupy o Black Lives Matter. Gli obiettivi sono genericamente quelli di contrastare l’azione messa in atto da gruppi considerati fascisti, razzisti e di destra per dotarsi di una piattaforma che consenta loro di promuovere il loro punto di vista. L’idea di partenza è che l’espressione di tali ideologie provochi azioni dirette contro gli emarginati, quali minoranze razziali, donne, membri della comunità L.G.B.T.Q. “La loro tesi è che la militanza antifascista sia intrinsecamente un’azione di autodifesa per via della violenza documentata rappresentata dai fascisti, soprattutto per la gente marginalizzata”, spiega Mark Bray, del Dartmouth College, interpellato dal quotidiano. Molti organizzatori aderenti ad Antifa partecipano a molte forme pacifiche di organizzazione comunitaria. Ma ritengono che l’uso della violenza sia giustificato dal fatto che se i gruppi fascisti o razzisti sono autorizzati ad organizzarsi liberamente, “questo porterà inevitabilmente a violenze contro gli emarginati”, aggiunge. Quanto alle origini del movimento si ritiene che molti si siano uniti ad esso negli Stati Uniti a seguito dell’elezione di Trump nel 2016. Per contrastare la minaccia proveniente dall’alt-right, la destra alternativa. Il movimento ha acquistato maggiore visibilità nel 2017. Dopo una serie di azioni. Tra cui gli scontri con i nazionalisti bianchi a Charlottesville. Il movimento Antifa è stato ampiamento criticato dalla politica mainstream, a destra come a sinistra. Dopo le proteste a Berkeley, California, nel 2017 Nancy Pelosi aveva condannato “le azioni violente di gente che si fa chiamare antifa” ed aveva detto che dovevano essere arrestati. Quanto ai conservatori, hanno ripetutamente condannato le loro azioni sostenendo che i militanti del movimento stanno cercando di impedire la libera espressione del loro pensiero politico.

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https://www.secoloditalia.it/2020/06/antifa-ecco-chi-sono-gli-estremisti-violenti-di-sinistra-che-stanno-mettendo-a-ferro-e-fuoco-gli-usa/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Cosa si festeggia il 2 giugno? Il 3 giugno

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Non fiori né opere di bene per la festa della Repubblica italiana. All’opposizione sono stati negati i fiori sull’Altare della Patria, agli italiani sono negate o tardate le opere di bene. Galleggiamo da mesi in una lunga e sfiorita anticamera, nell’attesa generale di fondi europei e nell’attesa particolare di aiuti per le singole imprese, famiglie e attività. Il 2 giugno ha in serbo solo una radiosa promessa per il domani: l’indomani, 3 giugno, tana libera tutti. Liberi, seppure con la condizionale, e forzosamente autarchici perché siamo ancora costretti nei nostri confini nazionali, respinti dal mondo, dai tedeschi ai greci. Mai accaduto, il peggior momento della repubblica italiana, interno ed esterno. La bandiera si è ridotta a una mascherina tricolore per un micropatriottismo sanitario, in cui ai fratelli d’Italia è vietato “stringersi a coorte”.

Ma visto che siamo alla sua festa di compleanno per i 74 anni, proviamo a chiederci: in che repubblica siamo, la seconda, la terza, la farsa? La mia idea è che non siamo mai usciti dalla prima repubblica, viviamo solo un nuovo stadio dissolutivo della stessa. Lo dico per almeno tre ragioni.

Uno, la formula politica su cui regge la nostra repubblica è rimasta la stessa, siamo ancora in una repubblica parlamentare e non siamo mai passati a una repubblica presidenziale, federale o altro. Tradita, degenerata ma parlamentare. Vani tentativi, piccoli aborti, leggi elettorali a raffica e su misura per chi governa, ma nessun sostanziale passaggio da una forma repubblicana a un’altra. Fallì pure il tentativo renziano di “abolire” il senato e il bicameralismo perfetto. Siamo dove eravamo, solo più sfasciati.

Due, nessuno ha avuto il coraggio e i numeri per modificare la Costituzione, riscrivere i suoi passi alla luce delle esigenze mutate e dei cambiamenti d’epoca; non sono nemmeno cadute le grottesche “norme transitorie”, non è stato rivisto il presupposto ideologico e storico della Carta, legato all’esperienza della guerra e del fascismo. Sarebbe giusto, dopo 74 anni, scrivere che la repubblica ripudia non solo il fascismo ma ogni dittatura e ogni totalitarismo e ribadire il primato sovrano degli interessi generali, popolari e nazionali, sul predominio della tecnica e della finanza.

Tre, è rimasto invariato il suo peccato originale: i partiti non furono dentro la repubblica, ma la repubblica fu sin dall’inizio dentro il sistema dei partiti che allora si chiamava Cln. Avemmo sin da allora la partitocrazia come recinto e orizzonte della democrazia, e tale è rimasta dopo tanti scossoni; sono i partiti, i loro capi e le bande a loro collegate che via via li occupano: non solo i poteri politici ma tutto il resto, perfino la comunicazione (vedi la Rai). È ancora la Cupola dei partiti a nominare, a rimuovere, decidere in tutti i campi in base ai propri interessi, scegliendo il personale di servizio. La meritocrazia è solo una vecchia battuta, e non fa ridere.

Dunque, siamo ancora nella fase dissolutiva della prima repubblica. E che di un processo dissolutivo si tratti, lo testimonia drammaticamente la divisione dei poteri saltata, l’invasione di campo della magistratura, il suo imbastardimento e la sua politicizzazione, il suo protagonismo e il conflitto a fuoco con gli altri poteri o tra bande di magistrati. Non siamo entrati nella seconda repubblica giudiziaria, ma siamo dentro la guerra civile dei poteri, fino alla nascita di associazioni di stampo mafioso nel cuore degli stessi poteri. Non siamo dunque passati alla seconda o alla terza repubblica, siamo semmai degradati nel seminterrato, al piano meno uno, meno due della Repubblica.

L’unica grande novità degli ultimi decenni è che sono scomparsi i partiti storici che l’avevano costituita, le loro ideologie e la loro presenza territoriale. La Dc, il Pci, il Psi, il Msi, il Psdi, il Pri, il Pli. C’è chi mostra legami con i partiti e gli schieramenti di quel tempo, come il Pd, LeU e Fratelli d’Italia, derivati dal Pci-Margherita e dal Msi-An, discendenti dai rispettivi ceppi storici della sinistra o della destra nazionale e sociale. Le altre formazioni presenti, pur rivendicando alcune eredità, appartengono alla storia più recente dei partiti personali – Berlusconi, Renzi, Grillo, Di Pietro, Bonino/Pannella, forse Conte – o territoriali, come fu la Lega Nord.

Quando si formò il governo grillino-leghista si pensò che fossimo passati dalla democrazia delegata e parlamentare a una forma ibrida di democrazia diretta, populista e trasversale, che liquidava definitivamente gli steccati tra destra e sinistra. Ma l’intesa finì presto e non produsse cambiamenti strutturali che potessero davvero indicare un cambio di repubblica. Le due vecchie carcasse di destra e sinistra o le loro protesi correttive, di centro-destra, centro-sinistra o grillo-sinistra, ripresero il sopravvento o ricrebbero nel vuoto.

Nell’arco di questa legislatura si è mostrata pure l’inconsistenza del populismo; lasciato a se stesso, è un vago umore, un sentimento di rivolta e di opposizione. Ma poi, per governare, si deve unire ad altro che le dia sostanza, qualità, strategia e destinazione: per esempio una linea di sovranità o di subordinazione ai poteri internazionali. Il populismo vale come sfogo, disagio, voglia di mutamento; ma non ha poi le classi dirigenti, le capacità e le competenze per potersi trasformare da pura protesta in governo in guida del Paese. Il populismo è la fase puerile della politica, quando è ancora confusa con l’antipolitica e non distingue tra slogan e progetti, tra desideri e realtà. Quando va al potere, il populismo grezzo lascia il campo agli improvvisatori, ai trasformisti, ai venditori ambulanti di se stessi o di piccoli gruppi e sette; o si consegna alle vecchie cricche, le vecchie cupole di potere.

Cosa festeggiamo dunque questo due giugno, se non il tre giugno, cioè il giorno in cui riavremo un po’ di libertà? Una prospettiva di corto respiro, una falena. Se questa è una repubblica, Viva il Re.

MV, La Verità 1° giugno 2020

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Cosa si festeggia il 2 giugno? Il 3 giugno

Trump: “Antifa presto considerati organizzazione terroristica”

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato nelle scorse che designerà gli Antifa come un’organizzazione terroristica dopo una settimana di violenti scontri in tutto il paese a seguito della morte dell’afroamericano George Floyd.  “Gli Stati Uniti d’America designeranno gli ANTIFA come organizzazione terroristica”, ha annunciato il presidente in un tweet.

Trump: “Antifa terroristi”

L’annuncio del presidente Donald Trump sugli Antifa è arrivato dopo un’altra notte di rivolte in tutto il Paese per la morte di Floyd per mano della polizia di Minneapolis. Le città di tutto il Paese sono state consumate da scontri tra manifestanti e polizia e innumerevoli incendi e altri atti criminali che vanno dal saccheggio e dal furto all’assalto agli ufficiali e all’uso di dispositivi incendiari. Il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien ha dichiarato a George Stephanopoulos della ABC News che le rivolte nella maggior parte delle città sono state istigate da estranei allineati con Antifa.

“I rapporti che stiamo ricevendo dicono che si tratta di Antifa”, ha detto O’Brien.”E l’abbiamo visto accadere prima. L’abbiamo visto a Portland. L’abbiamo visto a Seattle. L’abbiamo visto a Berkeley”. “Ma in questo momento penso che il presidente e il procuratore generale vogliano vogliano sapere cosa ha fatto l’Fbi per sorvegliare e fermarli perseguirli”, ha aggiunto. la prima volta che sono là fuori e usano tattiche di tipo militare e viaggiano in giro per il paese per approfittare di queste situazioni e bruciare le nostre città. E questo non può essere tollerato. “

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https://oltrelalinea.news/2020/05/31/trump-antifa-presto-considerati-organizzazione-terroristica/amp/

Zangrillo: la verità sul Covid

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Zangrillo, il primario del San Raffaele dice la verità sul Covid a 1/2 ora in +

 

Dopo le affermazioni di una settimana fa a Che Tempo che fa, il primario del San Raffaele Alberto Zangrillo ha portato scompiglio anche nella trasmissione Mezz’ora in più.

Ieri, tra gli ospiti di Lucia Annunziata, c’era anche professore del San Raffaele Alberto Zangrillo.

Nel bel mezzo della trasmissione al primario è uscito un commento che in poco tempo è rimbalzato sui media e sui social, creando diverse polemiche.

Tutto nasce quando Lucia Annunziata chiede a Zangrillo cosa pensa della situazione della Lombardia, considerata la regione untrice da temere.

Zangrillo sconvolge lo studio di Mezz’ora in più

La risposta del primario del San Raffaele lascia tutti di stucco: «Se vuole le dico la verità e gliela dico ufficialmente in modo che tutti gli italiani se ne facciano una ragione».

«Oggi è il 31 di maggio. Circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente, per la fine del mese, inizio di giugno, una nuova ondata e chissà quanti posti di terapia intensiva da occupare. In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico, non esiste più».

Zangrillo ho poi aggiunto: «Questo lo dice l’Università Vita e Salute San Raffaele, lo dice uno studio fatto dal virologo e direttore dell’Istituto di virologia, il professor Clementi. Lo dice, insieme alla Emory University di Atlanta, il professor Silvestri».

«I tamponi eseguiti negli ultimi 10 giorni hanno una carica virale, dal punto di vista quantitativo, assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di uno o due mesi fa», ha continuato.

Una vera e propria bomba quella che ha lanciato nello studio di Rai 3 il primario. Ma non è finita qui: «Lo dico consapevole del dramma che hanno vissuto i pazienti che non ce l’hanno fatta. Però non si può continuare a portare l’attenzione, come sta facendo la Grecia, su un terreno di ridicolaggine che è quello che abbiamo impostato a livello di Comitato scientifico nazionale e non solo, dando parola non ai clinici, non ai virologi veri, quelli che sono veramente professori e non che si autoproclamano professori. Il virus dal punto di vista clinico non esiste più».

Lucia Annunziata fa notare a Zangrillo che la frase che ha detto è molto forte ma il primario del San Raffaele risponde: «La firmo, deve stare tranquilla l’Italia intera».

L’Italia può ritornare a una vita normale

«La clinica è la migliore evidenza. Io mi prendo la responsabilità di dire che da un mese non arriva un malato che meriti il ricovero in un reparto di semi intensiva. Questa è un’evidenza o siamo talmente fortunati che evitano di andare al San Raffaele?», ha affermato il primario.

 «So benissimo che il peso di quello che dico è importante. All’interno degli ospedali purtroppo si muore anche di altro. Quindi a meno che non abbiamo avuto negli ultimi due mesi la bacchetta magica per cui muoiono tutti di Covid, dobbiamo tenere conto anche di questo».

«Sono tre mesi che tutti ci sciorinano una serie di numeri che hanno evidenza zero, che hanno valore zero. Siamo passati da Borrelli, a Brusaferro, al presidente del Consiglio superiore di sanità. Tutti questi cosa hanno portato? A bloccare l’Italia mentre noi lavoravamo».

Zangrillo ha poi aggiunto: «Adesso noi che abbiamo visto il dramma chiediamo di poter ripartire velocemente perché vogliamo curare le persone. Dobbiamo tornare un Paese normale perché ci sono tutte le evidenze per cui l’Italia possa ritornare, da oggi, ad avere una vita normale».

«Un mese fa abbiamo sentito un professore di Boston, che è un epidemiologo-statistico che si chiama Vespignani, condizionare le scelte del governo dicendo che andavano costruiti 151 mila posti di terapia intensiva. Domani uscirà un editoriale a firma mia e del professore Gattinoni, in cui diciamo ufficialmente perché questo non va bene, perché è una frenesia, perché terrorizzare il Paese è qualcosa di cui qualcuno si deve assumere le responsabilità. Perché i nostri pronto soccorso e i nostri reparti di terapia intensiva sono vuoti e perché la Mers e la Sars, le due precedenti epidemie, sono scomparse per sempre e quindi è auspicabile che capiti anche per la terza epidemia da coronavirus».

Critiche e commenti alle parole di Zangrillo

«Non vedo perché avendo due scelte dobbiamo per forza utilizzare quella che ci fa più male. Dovremo stare attentissimi, prepararci, ma non ucciderci da soli».

Una conclusione forte, come tutte le parole dette dal primario del San Raffaele che sono state commentate da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e componente del comitato tecnico scientifico: «Non posso che esprimere grande sorpresa e assoluto sconcerto».

Silvestri ha commentato su Facebook: «Sull’aspetto specifico, cioè l’osservazione che la carica virale nei tamponi naso-faringei positivi per SARS-CoV-2 è più bassa adesso che a inizio epidemia, si tratta di dati di laboratorio molto solidi ed in corso di pubblicazione».

Il virologo Silvestri continua sulla previsione dei 150.000 ricoveri in terapia intensiva entro l’8 giugno. «Penso che sarebbe utile usare questa vicenda come una opportunità per spiegare al pubblico – con onestà ed umiltà – i limiti concettuali dei modelli epidemiologici, e i problemi che nascono nel caso ci siano punti deboli nei presupposti “biologici” di tali modelli».

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Zangrillo, il primario del San Raffaele dice la verità sul Covid a 1/2 ora in +

Fernandez vuole legalizzare l’aborto ma gli argentini non vogliono

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di Matteo Orlando
Nonostante la marcia virtuale per la vita in Argentina, il presidente di Más Vida, Raúl Magnasco, ha sottolineato che il paese sta affrontando ancora una volta la sfida della difesa delle madri incinte e dei non nati contro il tentativo del presidente Alberto Fernández per legalizzare l’aborto.
Fernández, che durante la campagna elettorale ha dichiarato che il suo governo avrebbe promosso la legalizzazione dell’aborto, ha annunciato che “ci sono una serie di leggi” pronte per entrare in discussione al Congresso, tra cui la “legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza volontaria”.
“Le leggi sono pronte dal 1° marzo. L’aborto è una di quelle leggi. Non l’abbiamo inviata perché siamo in altre emergenze “, ha detto il presidente, riferendosi alla pandemia di coronavirus.
La presidenza di Fernández è iniziata dopo il suo giuramento il 10 dicembre 2019. I suoi rapporti si sono rilevati subito tesi con il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che si è rifiutato di andare al suo insediamento, accusandolo di voler creare una “grande patria bolivariana” e minacciandoli di prepararsi ad una fuga di capitali e aziende brasiliane.
Anche gli Stati Uniti hanno avvertito il governo argentino: “vogliamo sapere se Alberto Fernández sarà un sostenitore della democrazia o un apologeta delle dittature e dei caudillos della regione, che si tratti di Maduro, Correa o Morales”.
Assumendo le sue funzioni nel contesto di una forte crisi economica Alberto Fernández ha annunciato aumenti delle imposte per i più ricchi e la classe media, agevolazioni fiscali per i più poveri, introduzione di una tassa del 30% sull’acquisto di valuta estera.
Ma adesso è passato all’aborto come “priorità” per gli argentini.
Di fronte a questi tentativi del presidente argentino, il presidente di Más Vida, Raúl Magnasco ha dichiarato a EWTN News che in Argentina sono “di nuovo di fronte alla sfida di difendere la vita poiché il nostro presidente ha espresso la sua intenzione di promuovere ancora una volta l’aborto nel nostro paese”.
Questo, ha ricordato, “pur sapendo che la maggioranza del popolo argentino rifiuta l’aborto e lo ha fatto in modo abbastanza chiaro e deciso nel 2018”. Nell’agosto dello stesso anno, peraltro, in un voto storico, il Senato respinse il progetto di depenalizzazione dell’aborto.
Con la marcia virtuale per la vita che ha avuto luogo sabato 30 maggio, l’Argentina si è unita ai paesi che hanno organizzato marce digitali come la Colombia, il Messico e il Guatemala.
Il presidente di Más Vida ha affermato che anche con la quarantena non hanno smesso di aiutare le madri e di sensibilizzare alla vita, motivo per cui anche la Marcia per la Vita non avrebbe dovuto saltare, seppur virtualmente.

MATTEO ORLANDO

E se domani i sovranisti…

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E dopo? Quando cadrà il peggior governo della repubblica nel peggiore momento della sua storia, che succederà? La paura della pandemia ha dato fiato e consenso al Conte Vanesio, che ha monopolizzato l’informazione tra show, raggiri e promesse. Ma quando salterà la marea di aspettative generate nel paese, l’Italia fuggirà dal grillosinistrismo e cercherà vie alternative di salvezza. Le opposizioni dovranno giocare la loro partita. Intanto il 2 giugno scenderanno in piazza.

Attualmente è in calo il consenso per Salvini, peraltro compensato dalla crescita di Giorgia Meloni, apparsa più lineare. Salvini ha mutato look e tono, ma è come appannato, buca meno, logorato all’opposizione, penalizzato dal distanziamento mediatico e dallo spostamento dei temi dai suoi cavalli di battaglia. E ha un alleato come Berlusconi che a fasi alterne si separa e si unisce ai sovranisti.

Già, i sovranisti, sono loro il rimedio, l’alternativa? Seguendo il realismo disincantato di Indro Montanelli ne condivido la premessa: la destra ideale non combacia con quella reale. Ma lui poi consigliava di turarsi il naso e votare per la Dc o negli ultimi tempi per il centro-sinistra. Io invece, condivido la premessa e la sfiducia, ma con lo stesso realismo paragono le offerte disponibili e preferisco quel che passa il convento meno lontano anziché passare all’altro convento o addirittura alla moschea… Virare dall’opposizione culturale e morale al sostegno all’establishment vigente sarebbe più vantaggioso per chi lo fa ma non per l’Italia. Se vuoi essere accettato pur essendo “di destra” devi premettere che la destra migliore è quella morta, perdente, minoritaria, impossibile. Appena una destra ha qualche possibilità di vincere, devi subito schierarti contro se vuoi sopravvivere e figurare tra i presentabili. Ieri dovevi schierarti contro Berlusconi, oggi contro Salvini; ieri dovevi sputare sulla destra in campo, oggi sul sovranismo; dissociandoti da loro avrai qualche profitto. Per quel che mi riguarda, non fui berlusconiano ieri ma dovendo scegliere tra il suo centrodestra e i suoi nemici, turandomi naso, orecchio e gola preferivo il suo centrodestra. Oggi direi lo stesso con Salvini, Meloni e Forza Italia, quando c’è.

Lo stesso ragionamento farei per Trump e altri sovranisti lapidati dai media: non mi piace affatto ma se devo scegliere tra lui e i suoi nemici – poteri global, clan famigliari, progressisti del politically correct – preferisco Trump (et similia).

Reputo fatua e falsa l’argomentazione che usano contro i sovranisti per smontarli: ma non vedete – dicono – che ogni sovranista pensa solo ai suoi interessi nazionali ed è pronto a ostacolare i sovranisti della porta accanto? Vero, verissimo ma – pensate un po’ – la stessa cosa avviene tra governi che sovranisti non sono ma si dichiarano europeisti, alleati e sodali. La Germania o la Francia per esempio, cosa credete che facciano se non i propri interessi nazionali? Non si dichiarano sovranisti ma lo sono come e più degli altri, anzi esercitano il loro sovranismo anche come egemonia europea. Così la Cina e il resto del mondo. Anche a non essere sovranisti, siamo comunque facile preda del “sovranismo” altrui, palese o nascosto. E ancor più siamo vittime del sovranismo di grandi potenze che si chiamava imperialismo.

So bene quanta velleità ci sia nel sovranismo nostrano, quante declamazioni inconsistenti o impraticabili, quanti temi da piazza ma non da governo; però l’alternativa è il grillocomunismo con la mascherina contiana, il berretto cinese e il pagliaccetto europeo. Con realismo scelgo il guaio minore.

Giorni fa lanciai un disperato appello per un governo di persone serie. Molti mi hanno chiesto: d’accordo, ma chi sono, dove sono le persone serie? Non faccio nomi, dico solo che dobbiamo cominciare la ricerca partendo da quel requisito. E selezionando tra governatori, sindaci, esempi positivi, eccellenze, in ogni campo. Invocare persone serie vuol dire due cose precise: squalificare come abusivi i figuranti e cialtroni del vigente governo; e stabilire un criterio di selezione fondato sulla serietà, prima che ogni altro criterio, appartenenza, ideologia. Serietà come affidabilità, credibilità prima che presentabilità. La serietà è sempre necessaria ma ora è questione di vita o di morte.

Mi auguro che si torni presto a votare, ma ne dubito. E mi auguro che Salvini e Meloni continuino a guidare i loro partiti anche in caso di vittoria. Continuino cioè a esercitare la loro leadership nelle piazze, a farsi tribuni del popolo nei media e nei parlamenti; ma si impegnino sin da ora coi loro partiti a individuare un premier e a cercare, trovare, indicare, una squadra di governo all’altezza del compito. Sacrificando nomenklature di partito, spartizioni e appetiti, proprio nel nome del realismo. Impresa difficilissima ma mi pare l’unica via d’uscita dall’incubo in cui siamo cacciati.

Se le “persone serie” scendessero da sole in lizza non avrebbero la maggioranza. E se i sovranisti volessero governare direttamente loro, a parte i dubbi sulla loro perizia di governo, non avrebbero il certificato di agibilità dall’Europa e dalle Istituzioni. Allora, per restare al realismo, la strada è questa: una maggioranza politica alternativa a quella presente che sostenga un governo dei migliori (non i tecnocrati).

Per farci accettare dal circo, invece, anche noi dovremmo alzare la zampa contro le destre reali nel nome delle destre impossibili, lasciando al comando lorsignori. No, meglio puntare con realismo e coerenza al bene sovrano dell’Italia.

MV, Panorama n.23 (2020)

DA

E se domani i sovranisti…

Crollo nei sondaggi: così i cattolici “scomunicano” Conte

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Dal ping pong sulle “chiese aperte” alle dimenticanze su famiglie e scuole paritarie: aumentano le critiche dei cattolici verso Conte, che crolla nei sondaggi

“Ce ne ricorderemo”: lo slogan, coniato ad hoc contro la legge sulle Unioni civili, riguardava Matteo Renzi e proveniva dalle voci dei cattolici. La parabola che ne è conseguita si è già consumata.

Il ruolo che le persone appartenenti alla Chiesa cattolica esercitano nei confronti dell’opinione pubblica è spesso sottovalutato. Non parliamo della istituzione “Chiesa”, ma della base, che spesso e volentieri vota in maniera molto diversa rispetto alle indicazioni dei vescovi e degli altri consacrati. Basti pensare alle analisi post-elettorali che si domandavano come mai Matteo Salvini avesse spopolato tra i fedeli. Sono anni, questi, in cui i paletti bioetici sembrano interessare più al popolo cattolico che ai presuli. Forse sono solo sensazioni ma, ripercorrendo la cronaca politica di questi anni, ci si accorge dell’esistenza di barriere ideologiche precise: la proliferazione di “nuovi diritti”, per esempio, non è elettoralmente assecondata dai pro life e dai pro family, che non sono pochi. Anche Giuseppe Conte se ne sta accorgendo.

Il premier, che forse – ma proprio forse – godeva di un sostegno diverso da quelle parti quando era a capo del governo gialloverde, adesso ha sposato la “piattaforma Cirinnà”, con tutto quello che ne consegue in termini di consenso dei cattolici. L’alleanza con il Partito Democratico non prevede altre strade. A ben vedere, non si tratta solo di “nuovi diritti”. Pure il tira e molla sull’apertura delle chiese post lockdown non è piaciuto ai fedeli. Jacopo Coghe, uno degli animatori e degli organizzatori dei passati Family Day, ha postato su Facebook l’elenco dei motivi per cui i cattolici se ne ricorderanno. Tra i vari punti sollevati, vale la pena evidenziarne tre: “Per aver vietato di assistere alle Sante Messe ed averle considerate alla stregua dei barbieri e dei ristoranti violando la libertà di culto”; “Per ignorato completamente le famiglie italiane vero cuore pulsante della società”; “Per aver ignorato i genitori con figli nelle scuole, in special modo i bambini con disabilità”. Le motivazioni nascoste dietro alla diminuzione dei consensi sono scritte nere su bianco.

Questi fattori possono insomma avere contribuito al calo di consensi: Giuseppe Conte, stando ai sondaggi, ha perso 6 punti in un mese. I cattolici pesano, dicevamo. E pesa anche l’opinione di chi – come Filippo Savarese, un’altra delle voci cattoliche che hanno coordinato le manifestazioni di piazza durante le ultime legislature – non condivide la ratio individuata dalla task force di Colao, che ha detto di voler fare dell’Italia una nazione per giovani ma che, secondo i cattolici, ha dimenticato più di qualcosa: “Progetti ambiziosi e visioni anche condivisibili. Non si parla mai, nemmeno di striscio, di famiglia, crollo delle nascite, crisi demografica; cioè del macigno che pesa e peserà sempre più sul nostro sistema-paese in modo strutturale nei prossimi anni molto più del terrificante debito pubblico”. La famiglia, certo, con quella riforma del quoziente familiare che è ancora non è stata riposta nel dimenticatoio da chi, puntualmente, ne ripropone l’attuazione. Un altro ambito su cui il governo giallorosso sembra aver preferito soprassedere.

Il premier guarda al cattolicesimo democratico: quello è il canovaccio ideale per tenere unita la maggioranza. Bisogna vedere se i cattolici-democratici guardano a Conte come ad un leader, però. La posizione di Stefano Zamagni, per esempio, è paradigmatica. Il professore avrebbe dovuto guidare quel “partito dei cattolici” di cui si parla da tempo ma che non è mai stato fondato. Semplifichiamo: l’emisfero che fa riferimento all’economista nato a Rimini ha sposato la causa di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Poi, qualcosa non è andato come pronosticato. E su Famiglia Cristiana si legge un virgolettato di Zamagni che non lascia spazio a troppe interpretazioni: “In Emilia dopo il voto Bonaccini ha tradito i cattolici”. Il governatore emiliano fa parte di coloro che pensano che Conte, in caso riuscisse a guidare la fase 2, possa rappresentare un “candidato naturale” per le prossime elezioni politiche. E certo Zamagni non è annoverabile tra i “cattolici-conservatori” o tra i “tradizionalisti”. Si vede bene, quindi, come il cortocircuito possa non avere rilevanza soltanto per il mondo pro family e pro life.

In conclusione di questo discorso, è utile citare pura la questione delle scuole paritarie:suor Anna Monia Alfieri ha già raccontato tutto. Le scuole paritare sembrano essere “invisibili” per il governo giallorosso. Un altro focus che può, anche nel breve tempo, modificare la percezione che i cattolici hanno dell’azione politica di un premier che dovrà fare politicamente i conti con un’equazione senza incognite: in un paese a maggioranza cattolica, l’opionione dei cattolici conta.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/crollo-nei-sondaggi-cos-i-cattolici-scomunicano-conte-1866960.html

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