Politica, Magistratura e un Paese diviso su tutto

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L’Italia è una Repubblica democratica, divisa su tutto: andrebbe riscritto con queste parole l’articolo 1 della Costituzione, a cui si dovrebbe poi aggiungere che la nostra attitudine a farci del male è talmente forte e radicata nel nostro Io di italiani, da essere uscita perfino rafforzata dalla catastrofe-Covid.

Così come i ratti sarebbero tra i pochi superstiti di un conflitto atomico, allo stesso modo l’italica capacità di dividerci sopravvive per il semplice fatto che si nutre rovistando tra le interiora dei nostri istinti più bassi, tra cui l’invidia sociale.

Se mi chiedessero di individuare la causa principale dei mali atavici dell’Italia non avrei il benché minimo dubbio nel puntare il dito contro la nostra divisività, i cui sinonimi sono l’invidia, appunto, ma anche provincialismo, campanilismo e individualismo, cioè i prodromi della nostra incapacità di “fare sistema”, se non in casi estrema necessità, e comunque senza riuscire mai a imparare la lezione.

Uniti siamo usciti da una situazione difficile? Bene, ora che siamo sani e salvi torniamo pure a essere nemici come prima. Altrimenti non si spiegherebbe il livello così basso in cui continua a sprofondare una nazione come l’Italia che, in condizioni non dico eccelse ma quantomeno normali, tra le 5 nazioni più potenti e influenti al mondo dovrebbe starci in scioltezza.

In cosa ci dividiamo? Tutto. Tra imprenditori e professionisti dello stesso settore, tra chi abita in un comune e chi in un altro, tra classi: sociali e perfino di scuola, dove financo i genitori si dividono in fazioni. Poi, serenamente e pacatamente (si fa per dire), veniamo ai poteri dello Stato.

Cominciamo dalla politica che, se non facesse piangere, ci farebbe sbellicare dalle risate: per scongiurare l’arrivo di un altro Mussolini (ricordiamo, però, che passò anch’egli dal Parlamento ricevendo la fiducia in entrambe le Camere, ndr) i Padri Costituenti favorirono – di fatto – la nascita di un altro regime, ovvero quello partitocratico.

Da allora il Parlamento si divide in partiti e partitini che, a loro volta, si dividono in correnti e correntine che, talvolta, danno luogo a scissioni e scissioncine. Perfino i singoli politici riescono a dividersi, scindendo le loro granitiche convinzioni in base all’utilità del momento, saltando con nonchalance da destra a sinistra passando, ovviamente, per il mitologico centro. Risultato: il pantano che, ahinoi, ben conosciamo.

Poi, come detto nel titolo, la Magistratura. Le cronache di questi giorni ci regalano l’immagine degradante di magistrati ed ex magistrati che si lanciano accuse al vetriolo, accompagnate dalle “Ola” delle rispettive tifoserie che alimentano uno scontro tanto stucchevole quanto pericoloso, che non rende certamente giustizia al resto della categoria.

Divisioni – anche qui in correnti – interne alla Magistratura a cui si somma l’incapacità e in qualche caso la disonestà di alcuni, che ci proiettano tra l’incudine e il martello della divisione tra due poteri: legislativo e giudiziario.

Volendo limitarci all’ultimo trentennio, da Tangentopoli in poi abbiamo assistito a una lotta senza quartiere in cui le reciproche invasioni di campo non si contano nemmeno più e che, al netto degli interessi dei protagonisti e dei loro sodali  – elenco lunghissimo, che comprende i rappresentanti di tutte le categorie, compresi giornalisti che grazie a questa dicotomia continuano a campare di rendita -, ci consegna un Paese sempre più lacerato e privo di punti di riferimento, oltretutto nel mezzo di un crocevia decisivo come quello che stiamo atraversando.

Pensare che basterebbe pochissimo, a cominciare dalla presa d’atto che in ogni categoria esistono i buoni e i cattivi, che generalizzare è sempre sbagliato (specie se lo facciamo per convenienza) e che l’unione fa veramente la forza.

Tutti concetti di cui parliamo ai nostri figli, e che dovremo cominciare a mettere in pratica noi per primi.

DA

https://www.orwell.live/2020/05/27/politica-magistratura-e-un-paese-diviso-su-tutto/

E la dittatura impose il reato di vivere

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L’Italia si avvia a diventare un regime totalitario temperato dall’inefficienza e dal ridicolo. Con la scusa della salute è stato introdotto il divieto di sbarco agli italiani in piazza, al bar, al ristorante, sulle spiagge; ora mitigato da libertà provvisoria, con la condizionale. I veri clandestini sono gli italiani, sorpresi a consumare all’aperto il più losco dei crimini: il reato di vivere. L’eversione ha un nome preciso: movida. Acchiappatelo, fa la movida. È pericoloso, ha un’arma in pugno, lo spritz.

Gli unici che hanno diritto di sbarco sulle nostre coste senza dover prenotare lo scoglio né il tavolo o stare a distanza regolamentare, sono i migranti, che è reato chiamare clandestini. Appena sbarcano ricevono la mascherina vanamente cercata dagli italiani per mesi. Difatti hanno ripreso a sbarcare in massa, incoraggiati dalle aperture dell’Italistan e dall’imam che si professa papa. In omaggio ai nuovi arrivati le nuove mascherine promesse dal floppista Commissario agli Interventi Immaginari, detto Arcuri, saranno burqa o chador; ma in virtù della parità dei diritti non saranno riservati alle donne ma estesi pure ai maschi e agli asmatici che così potranno soffocare liberamente per strada, nella loro anidride carbonica.

Dopo un’ottantena di reclusione ci è stata concessa l’ora d’aria, che è poi la tregua in corso. Gli italiani clandestini per strada sono stati regolarizzati dalla legge Bruttavecchia (simmetrica alla legge Bellanova sui migranti); ma col preciso avvertimento che saremo controllati, limitati, dovremo prenotare tutto, dal prete allo scoglio, dal barbiere al bar, fare i turni per respirare. Dovremo vivere separati, mai riuniti, il sesso solo se lo prescrive la Guardia Medica; c’è divieto di associazione come nei regimi totalitari, salvo quelle di stampo mafioso. Purché in bonafede. Il permesso provvisorio di vivere concesso ora potrà essere revocato da un giorno all’altro e comunque si sta già predisponendo il comitato accoglienza del covid-20, il nuovo virus annunciato per l’autunno, molto atteso dagli addetti ai lavori (forzati). Allora ci sarà una nuova stretta, appena varano il vaccino e il 5G, secondo i dettami di Colao-Tse-tung.

Intanto allo scopo di perseguire il reato di vivere, è stata istituita la Guardia del popolo, la guardia civile reclutata dai 5Stelle & Bandiera rossa tra i pasdaran del regime; il Servizio d’Ordine del Partito Grillo e Martello vigilerà sugli italiani come l’Ovra, Organizzazione Vigilanza Repressione Asintomatici.

Siamo diventati una succursale di Hong Kong, mitigata dalla nostra incapacità di pianificare la violenza di Stato (neanche quella funziona) in cui il dissenso in piazza è proibito, naturalmente per ragioni di salute; e una piccola, innocua manifestazione tricolore viene dispersa con uno spiegamento di forza che manco a Piazza Tienanmen; l’opposizione è perseguitata da associazioni di stampo mafioso e da magistrati collusi col potere ed è accusata a sua volta di agire per conto di potenze straniere e clan mafiosi. Si può tenere in cattività un popolo di 60milioni di italiani per più di due mesi ma non si può tenere su una nave, con tutti i comfort, alcune decine di scappati di casa, per una decina di giorni. Questo è sequestro di persona, quella è profilassi sanitaria.

Nella Repubblica Impopolare Filocinese la gente non ha soldi ma la verità, somministrata dell’Istituto Nazionale Propaganda Sociale, detto Inps, afferma tramite il suo satrapo chiamato Tridico perché ha tre narici, di aver “riempito di soldi gli italiani”. Ci governa un’imitazione scadente di totalitarismo prodotta in Cina e venduta a Zingaretti a prezzi gonfiati. L’emergenza a ogni livello – sanitario, previdenziale, giudiziario, ministeriale – viene guidata da un gruppo di persone d’estrazione grillosinistra, che risultano asintomatiche al test sull’intelligenza. Non ci sono neanche i più vaghi sintomi d’intelligenza, forse ne sono immuni. E sono così puri da avere spesso il curriculum immacolato, senza una voce, almeno decente. La tv di regime rispecchia perfettamente i requisiti indicati e offre l’immagine di un Paese felice di vivere sotto questa cappa totalitaria, che porta la foto di Conte nel portafoglio, adora la divinità Kasalino e segue gli ordini del regime, con poche infrazioni represse nel sangue delle multe. Seguono a ruota i giornaloni conniventi col potere per tirar su i profitti dei loro padroni anche sotto i pechinesi della Repubblica impopolare. Avallano le peggiori incompetenze, tacciono le peggiori nefandezze, appoggiano il peggior venditore di fumo al governo. Un po’ come fa, nel suo piccolo, Renzi.

La Lombardia è il loro Tibet, da reprimere e sradicare; all’uopo è stato allestito pure un giornale, la Piccola Vendetta Lombarda, che si occupa ogni giorno di spostare l’attenzione sul duo Fontana-Gallera, reputati la causa di tutti i mali.

Gli Stelle & Coronas guazzano nell’emergenza perché sospende ogni libertà e riduce il Paese a un asilo infantile per grillini; sospende i luoghi del sapere, dando un chiaro impulso all’estensione universale dell’ignoranza come prevede la loro costituzione; dispone dei cittadini come se fossero pupazzetti nelle mani del Pagliaccio, riduce la democrazia e la scuola, il lavoro e la vita a un video-collegamento con la Piattaforma del Grande Fratello o della Grande Sorella col rossetto (tipo Azzolina, per capirci).

Ridendo e scherzando abbiamo un regime comico-totalitario che per nostra fortuna funziona male. Appena aprono le frontiere ce ne andiamo. Oppure finiamola in fretta, dateci di corsa il Mes, ma a una condizione: che ci annetta all’Austria o alla Svizzera, alla Germania, alla Scandinavia o ai Paesi Bassi (e Loschi). La troika è troppo poco.

MV, La Verità 26 Maggio 2020

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E la dittatura impose il reato di vivere

Gianfranco Amato in audizione alla Camera sulla legge “omofobia”

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IN ESCLUSIVA PER AGERECONTRA.IT

INTERVENTO IN COMMISSIONE GIUSTIZIA 26.5.20

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

1) DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce. 

Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.

In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.

Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere». 

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori? 

 

2) CONCETTO DI IDENTITÁ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». 

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.  

Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere. 

 

Arruolati anche tu nelle Guardie della Rivoluzione Covid!

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DI GUIDO GIRAUDO

Diventa un “assistente civico” insieme con le “bimbe di Conte” per tenere a casa gli italiani, zitti e buoni, lasciar sbarcare i migranti (portandoli nei campi con la Bellanova) e garantire “Lunga Vita al Presidente Xi-Giu-Con”

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«Sono in arrivo 60 mila “assistenti civici” che avranno il compito di aiutare e vigilare durante la Fase 2. In settimana sarà lanciato il bando rivolto “a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali”. Ad annunciarlo, in una nota congiunta, sono il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco Pd di Bari, spiegando che gli assistenti saranno; ”individuati su base volontaria”».

***

È appena partito l’arruolamento e già sono migliaia le donne in fila davanti alle Casette del Popolo, rapidamente allestite in ogni municipio a cura delle locali sezioni della Protezione Incivile. Sono le avanguardie dell’esercito di “bimbe di Conte” che stanno rispondendo all’appello del fido Deng-Xiao Boccia per diventare “assistente civica”; ovvero Guardia della Rivoluzione Covid.
Insieme con loro, ovviamente, anche tanti uomini: guardoni, delatori, infami di professione, maniaci, pedofili e ogni genere di “inoccupato” per vocazione o scelta.

Nei centri di arruolamento ogni Guardiano della Rivoluzione riceve il kit predisposto dal Partito del popolo Covid, composto da:
– mascherina “made in China”, acquistata dalla Regione Lazio (a prezzo maggiorato) griffata personalmente dal presidente Nicola Zingaretti;
– “Libretto rosso” di Xi-Giu-Con – 1.000 pagine di promesse irrealizzate, tratte dalle conferenze stampa in diretta a reti unificate;
– “Vademecum della Spia del Popolo”, redatto da Rocco Casalino e contenente le indicazioni su come e su chi vigilare;
– App “Immuni” in versione hard… traccia tutti quelli che le Guardie incontrano entrando direttamente nei loro smartphone grazie alla tecnologia Bluetooth controllandone gli spostamenti;
– Bracciale rosso con lo stemma delle Guardie della Rivoluzione Covid: il Virus che sorge con il ritratto del “Grande timoniere”, Xi-Giu-Con.

Ieri, il fido Deng-Xiao Boccia ha reso note le linee guida contenute nel Vademecum dei nuovi Guardiani della Rivoluzione Covid. Boccia ha sottolineato con enfasi che i “pasdaran di Palazzo Chigi” (così li ha definiti), devono essere pronti a imporre il lockdown e a impedire i pericolosi rigurgiti di gioia borghese (happy hours, movida). Ma, soprattutto, dovranno garantire il distanziamento sociale tra italiani per evitare che ci si possa contagiare con idee o pensieri sovversivi.

In sintesi, secondo il Vademecum Casalino, un buon “assistente civico” deve:
– spiare i suoi vicini di casa denunciando chiunque non ascolta i Tg o non legge i quotidiani allineati con la voce del “Grande Timoniere” Xi-Giu-Con;
– Intervenire per sciogliere qualsiasi tipo di assembramento, evitando che le persone parlino tra loro e – soprattutto – si scambino opinioni;
– denunciare come contro-rivoluzionario chiunque tenti di riprendere una vita simile al “pre-Covid”.

In particolare, il Vademecum della Spia del Popolo mette in guardia dalle idee reazionarie, come quella di avere ancora dei “diritti” di stampo vetero-costituzionale (diritto di parola, di opinione, di pensiero, di professare la religione, diritto al lavoro e – men che meno – diritto di voto…).

Una speciale vigilanza dovrà essere effettuata dei Guardiani della Rivoluzione Covid su tutti gli strumenti social. In accordo con Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Youtube) e su semplice segnalazione dei Guardiani, verranno chiusi i profili di chiunque osi criticare i “Sommi decreti” di Xi-Giu-Con o pubblichi foto o video che invoglino a riprendere atteggiamenti politicamente scorretti come: chiacchierare con gli amici, fare una grigliata, prendere il sole in spiaggia, chiedere elezioni…

Tutto ciò, naturalmente – lo hanno ribadito anche Burioni da Fazio e Ricciardi (il finto OMS) dalla Gruber – esclusivamente per il nostro bene e per garantire la salute di tutti.
Viva la Rivoluzione Covid.

da

https://www.orwell.live/2020/05/26/arruolati-anche-tu-nelle-guardie-della-rivoluzione-covid/

Musulmano fugge dall’Iran per diventare cristiano

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Fuggì dall’Iran perché voleva diventare cristiano e sabato 23 maggio lo è diventato, ricevendo nella cattedrale di Burgos il battesimo dal locale arcivescovo, Monsignor Fidel Herráez Vegas.
È la storia di Mahdi, un vero richiedente asilo politico in Spagna, che per il suo desiderio di seguire “il cammino luminoso di Gesù e Maria”, ha lasciato il paese mediorientale con una Bibbia persiana come compagna.
In Iran le conversioni dall’Islam al Cristianesimo, in espansione negli ultimi anni, sono severamente punite. “Le cose vanno molto male in Iran”, ha spiegato Mahdi. “Lì i cristiani sono perseguitati”.
“Adoro il mio paese ma non il governo iraniano”, ha dichiarato questo giovane che è rimasto in fuga dalla Repubblica Islamica per quasi 2 lunghi anni.
Ha viaggiato per mesi e migliaia di chilometri fino a quando, finalmente, un furgone lo ha “lasciato” a Burgos.
Dopo aver visitato la cattedrale il giovane aveva preso coraggio e, recatosi presso la locale stazione di polizia, ha chiesto asilo politico per essere cristiano.
Nel tempo in cui ha risieduto in Spagna prima dell’ottenimento dell’asilo politico il giovane ha completato la sua formazione catechistica. Inizialmente si è aiutato con il traduttore di Google per tradurre dal farsi allo spagnoloe viceversa.
Quindi Mahdi ha cominciato le sue lezioni di spagnolo e adesso, settimana dopo settimana, dopo aver conosciuto le basi principali della fede cattolica ha cominciato a parlare spagnolo. “È un Dio molto diverso dall’Islam, quello Cattolico. Non c’è bisogno di temerlo, perché come dice San Giovanni ‘Dio è amore'”.
Mandi ha spiegato che nel cattolicesimo “è Dio che viene da noi e non è come nell’Islam, dove si pensa che sia l’uomo che deve raggiungerlo”.
“La via di Gesù dona molta luce ed è l’opzione che voglio seguire nella mia vita”, ha spiegato Mahdi. “Da quando mia madre è morta 3 anni fa, sento che la Beata Vergine Maria si prende cura di me e mi accompagna ed è sempre con me”.
Lo stato di allarme per la pandemia di coronavirus aveva costretto il giovane a rimandare il suo battesimo, previsto per l’ultima veglia pasquale. Finalmente due giorni fa ha ricevuto tutti e tre i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Infatti oltre al battesimo ha ricevuto la Cresima e la prima santa comunione.
Adesso per Mahdi inizierà una nuova vita. “Ognuno ha la sua storia, ma la mia è diversa grazie a Dio”.

MATTEO ORLANDO

Il marxismo-leninismo del XXI secolo: la Cina di Xi Jinping

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Roma, 24 mag – Tra le più evidenti contraddizioni del pensiero e dei metodi di comunicazione dell’elitismo occidentale dei nostri tempi vi è quella di dipingere il presidente Trump come un fascista per un paio di tweet in cui citava Benito Mussolini, Vladimir Putin come un altro fascista per taluni riferimenti al filosofo russo Ivan Ilyn, il presidente cinese Xi Jinping, viceversa, come un illuminato capo di Stato che marcia con convinzione verso il globalismo ed il progresso civile universale.

Xi Jinping lo statista

Xi Jinping è indubbiamente un eccelso statista. Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2013, la sua scalata verso i vertici del fu celeste impero è costellata da varie traversie, tra cui un’antica persecuzione che lo colse in giovanissima età, nel periodo della Grande rivoluzione culturale, in quanto figlio di un dirigente bollato dai maoisti come “controrivoluzionario”. Si è imposto nella lotta di fazione per la conquista della presidenza con l’appoggio di Jiang Zemin e della famosa fazione di Shangai, sconfiggendo Bo Xilai, l’esponente di punta della “Nuova sinistra” socialdemocratica.

Nonostante sia stato appoggiato nella sua scalata dalla fazione di Shangai, una volta rafforzato il suo potere il presidente ha senza problema alcuno arrestato per corruzione esponenti della medesima fazione, tra i quali lo stesso figlio di Jiang Zemin. Questo, può sembrare un particolare irrilevante, è invece già un sintomo del grande statista che sa dove vuole arrivare poiché possiede una strategia. Solo chi ha una ideologia ed una visione del mondo possiede una strategia di lunga durata. Xi è tra questi. L’Occidente ha quasi generalmente fornito un’immagine assai rassicurante della visione del mondo di Xi e della sua élite: Sogno cinese e Nuova Via della Seta sarebbero la sostanza della strategia globalista del Partito Comunista di Xi. Essendo peraltro un progetto globalista, sarebbe in fondo meno pericoloso del “Maga” trumpista e del nazionalismo panrusso di Putin. Ma è realmente così?

L’ideocrazia comunista

Sogno cinese e Belt and road initiative sono in realtà strumenti tattici della grande politica globale di Xi Jinping. Il leader cinese non è un confuciano né un buddhista, tantomeno un nazionalista han, caso quest’ultimo della Repubblica di Cina (Taiwan), che tuttora si ispira ai Tre Principi del Popolo di Sun Yat Sen, in cui vige una modernizzazione corporativistica di stato molto simile a quella del Giappone; la linea patriottica di Taipei è attualmente salvaguardata dal PPD (Minzhu Jinbu Dang, Fronte pan-verde). Se potessimo guardare il pianeta con occhi un po’ meno eurocentrici, dato anche lo scarso peso geopolitico europeo e l’età media senile delle popolazioni del vecchio continente, vedremmo che la Cina è stata forse l’autentica vincitrice della guerra fredda terminata con il crollo sovietico. Il tentativo strategico, che ispirò il processo riformistico di “apertura al mondo” di Deng, di conquistare la leadership del mondo ideologico comunista fu infatti raggiunto da Pechino. I discorsi interni di Xi Jinping non sono di solito tradotti nelle lingue occidentali, di conseguenza abbiamo una immagine assai unilaterale del leader comunista.

Xi è autenticamente ossessionato dal crollo sovietico, per quanto quest’ultimo evento abbia giovato alla causa ideologica e geopolitica di Pechino più di ogni altro. La conclusione a cui è pervenuto è che l’Urss sarebbe crollata perché ha ceduto alla tentazione di criticare Stalin e la Cina odierna non deve commettere il medesimo errore politico: Marx, Lenin, Stalin e Mao debbono quindi rimanere le guide del “socialismo con caratteristiche cinesi”, il marxismo-leninismo la sua pedagogia di base (Xi Jinping, XIX Congresso del Partito Comunista cinese). Il leader di Pechino ha spiegato ai funzionari del Pcc che proprio la Nuova politica economica (NEP) di Lenin inaugurata nel 1921 in Russia, fu lo strumento tattico applicato da Deng Xiaoping per frenare la errata via della Rivoluzione culturale. Xi Jinping non è il nuovo Mao in vena di sperimentalismi, semmai è il nuovo Lenin, la cui finalità storica è mostrare definitivamente al mondo la veridicità dell’analisi scientifica marxiana.

L’élite politica neo-denghiana, di cui Xi continua nonostante tutto a considerarsi parte integrante e punta di avanguardia, è attivamente marxista-leninista e tale sarà sino alla vittoria nello scontro finale con i nemici del marxismo cinese, vittoria che viene considerata irreversibile e certa, come ben mostra la sinologa Alice Ekman nel suo fondamentale saggio sull’ideologia del Pcc, per quanto carente sia sul piano dell’analisi geopolitica. Arte, cultura, sistema pedagogico, interpretazione della storia e della cultura cinesi sono tutti elementi dispiegati in vista dell’omega storico, il regno millenario comunista, una volta superata la fase attuale, caratterizzata ancora da un socialismo mediato con zone economiche di mercato capitalistico: “Studiando la legge marxista del valore, Deng ha avviato la nuova fase, la NEP alla cinese. Le analisi di Marx e Engels delle contraddizioni della società capitalistica non sono per nulla obsolete. Non è obsoleta neppure la previsione centrale del materialismo dialettico in base a cui il socialismo si affermerà in tutto il mondo. Al contrario, è l’inevitabile direzione dell’evoluzione storica, scientifica e sociale”(Xi Jinping, Maggio 2018).

Il silenzio sui Laogai

Xi Jinping si definisce “ateo marxista”, la stessa élite comunista della Repubblica popolare è “inflessibilmente atea”. Le persecuzioni più cruente, per quel che poco che se ne sa, riguarderebbero proprio i “cristiani delle catacombe”, per il loro anti-comunismo e patriottismo han filo-Taipei. L’Arcipelago Laogai ricorda il russofobo Arcipelago Gulag divulgato all’umanità da Solzenicyn; si caratterizza per la sua azione di permanente tortura mentale e fisica di segno marxista-leninista, ma è stato completamente silenziato dall’Occidente progressista, più interessato ai Renmimbi che alla persecuzione delle minoranze religiose o etniche compiuta dall’Esercito popolare di liberazione. Il Vescovo cinese Joseph Zen ha accusato l’élite gesuitica in accordo con il Partito comunista cinese di aver di nuovo ucciso il Cristo, sottolineando ancora una volta che la strategia di Xi è il globalismo materialista ateistico comunista, né il neo-confucianesimo né il nazionalismo han.

Tali espressioni di purezza ideologica marxista leninista espresse dal più influente leader di stato mondiale sembrano quasi compiacere le élite occidentali del deep state. Il punto debole dell’interpretazione di Ekman potrebbe effettivamente essere rappresentato dal fatto che in una visione marxista, nella Cina di Xi, vige la legge del valore, l’alienazione del lavoro e la logica del profitto, più che dalle zone economiche interne di proprietà privata che lasciano il tempo che trovano essendo appunto il potere politico ideologico in saldo possesso di Zhongnanhai rossa. Tali fattori rischiano comunque di essere del tutto secondari in una logica comunista ortodossa, se si considera che pure in Unione Sovietica (come riconobbe Stalin nel 1951), nella Jugoslavia titina e in larga parte nella stessa Cambogia di Pol Pot, le medesime catene erano assolutamente vigenti. Si potrebbe ribattere tirando in ballo la relazione strategica tra Trump e la Repubblica Socialista del Vietnam di Nguyen Xuan Phuc, ma anche in tal caso si potrebbe ricordare come in piena guerra fredda le fazioni progressiste occidentali fossero vicine all’Urss e quelle più conservatrici alla Cina maoista. Non sono dunque questi i criteri per mettere in discussione il comunismo cinese. Le più avanzate tecniche di controllo totalitario sociale, dal riconoscimento facciale al 5G, dall’Ai alla smart city, ora in avanzatissima discussione anche in ambito Ue, sono così strumenti del nuovo sogno globale totalitario marxista-leninista. Come mai il mainstream internazionale punta l’indice contro il “fascista Trump” o “il fascista Putin” ed è tutto sommato accondiscendente e comprensivo verso Xi, anche dopo la pandemia da coronavirus?

Non vi sarà una nuova Yalta

E’ presto detto: l’illusione della gran parte delle élite e dei potentati politico finanziari di casa nostra poggia sulla fiducia strategica di una nuova Yalta e di una nuova spartizione globale con il Partito Comunista di Beijing. Ma ciò non avverrà e non potrà avvenire. La cronica carenza cinese di beni naturali, ambientali e primari necessari farebbe sì, alla luce di una eventuale spartizione di dimensioni insufficienti per la sovrappopolazione interna, che la dirigenza marxista si troverebbe messa al bando dal popolo in rivolta, modello Hong Kong. Il marxismo di Stato per ora regge in quanto ha assicurato un relativo benessere ad almeno la metà di popolazione grazie alla riforma denghiana. Se venisse meno l’incentivo materialistico diffuso a livello popolare, il marxismo cinese crollerebbe. Inoltre, l’élite di Xi è molto abile a cavalcare la ferita storica dei gravissimi crimini dell’imperialismo occidentale bianco e delle “Concessioni straniere” come ulteriore strumento di affermazione e di espansionismo. Tale ferita è in effetti incisa nella memoria popolare ed è il segreto del successo cinese degli ultimi decenni.

Per quanto il decisionismo democratico populista trumpiano abbia nei tempi recenti, almeno sino alla diffusione mondiale del coronavirus, ben fronteggiato l’espansionismo totalitario internazionale di Pechino, è lecito nutrire seri dubbi sul fatto che gli Stati Uniti, con un deep state tuttora così potente e per nulla anticinese, possano fermare l’imperialismo marxista di Pechino. Si pensi ai sostanziosi affari del milionario Hunter Biden, figlio del milionario Joe, con Pechino, emersi in tutta la loro portata negli ultimi giorni negli Usa. Si consideri poi che i vari movimenti giovanili occidentali trend propagandati dal mainstream, da Greta Thunberg alle sardine con pugni chiusi e bella ciao, senza disquisire sull’originaria bontà o onestà ideologica di questi, vengono facilmente manipolati e strumentalizzati come “carne da macello” da quel notevole cervello politico e strategico che è il Partito comunista di Pechino. Ben più concreta in definitiva è l’ipotesi che proprio i “patrioti russi”, che con il Samizdat e con la resistenza nei Gulag hanno avuto la forza di condurre alla dissoluzione interna del marxismo sovietico occidentalizzante, alla rinascita della Russia Ortodossa e all’annientamento dell’imperialismo unitario di Yalta, avranno senz’altro anche in questo nuovo conflitto globale un ruolo centrale e decisivo.

Mikhail Rakosi

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/marxismo-leninismo-xxi-secolo-cina-xi-jinping-156760/

Giornalistopoli, giornalisti al servizio dei magistrati

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Emergono dalle intercettazioni numerosi rapporti confidenziali fra magistrati e giornalisti di grandi quotidiani, questi ultimi usati come strumenti per le lotte di potere fra correnti della magistratura. Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. È un problema deontologico

In epoca di pandemia ci mancava pure “Giornalistopoli”. Così il quotidiano Il Riformista ha ribattezzato lo scandalo che sta montando in queste ore a proposito dei giornalisti che avrebbero supportato trame di potere ordite da alcuni magistrati. Si tratta di una vicenda torbida nata per gemmazione da “Magistratopoli”, il filone d’inchiesta della Procura di Perugia che ha travolto Luca Palamara, ex procuratore aggiunto di Roma e leader di Unicost, la corrente “moderata” delle toghe.

Delle deprecabili vicende emerse da quelle intercettazioni – nomine pilotate al Consiglio superiore della magistratura in base regolamenti di conti tra correnti delle toghe – si è già detto. La novità sconvolgente è che ora si fa strada l’ipotesi che alcuni cronisti di giudiziaria si siano resi complici di quei giudici per amplificare mediaticamente messaggi funzionali a quelle trame. Nel frullatore mediatico ora finiscono, per la classica eterogenesi dei fini, conversazioni alquanto imbarazzanti tra Palamara e alcune firme note dei principali quotidiani italiani. Si tratta di intercettazioni non penalmente rilevanti e quindi non valutabili ai fini dell’inchiesta Magistratopoli, ma certamente utili per analizzare sul piano deontologico e disciplinare la condotta di quei cronisti.

Chi di intercettazioni ferisce di intercettazioni perisce, verrebbe spontaneo dire. Per anni alcune autorevoli firme del giornalismo cosiddetto giustizialista hanno avviato vere e proprie crociate per difendere la liceità della pubblicazione di intercettazioni penalmente irrilevanti (prive di elementi di reato), considerandole però di interesse pubblico. Hanno difeso la loro pubblicazione in nome del diritto all’informazione dei cittadini. Oggi sono loro stesse vittime di quella pratica assai discutibile di accendere il ventilatore pieno di letame (calzante definizione di Claudio Cerasa, direttore del Foglio) quando non sussistono in realtà elementi sufficienti per violare la privacy delle persone che parlano al telefono. La cosa più raccapricciante è che la notizia, anziché suscitare indignazione unanime nella categoria dei giornalisti, ha acceso una diatriba, sterile e squalificante, tra testate, che sembrano aver ingaggiato una battaglia su come screditare il più possibile i rivali in ambito editoriale.

Ad esempio, il quotidiano Libero, pubblicando ieri le telefonate tra Palamara e Liana Milella, cronista della Repubblica, ha colto l’occasione per bacchettare il quotidiano La Verità, che avrebbe sottaciuto la notizia del coinvolgimento nell’inchiesta di un suo collega, Giacomo Amadori. La Milella avrebbe chiamato Palamara il giorno in cui il suo giornale ha pubblicato la notizia dell’inchiesta Magistratopoli quasi per scusarsi dell’enfasi di quell’annuncio e lo avrebbe avvertito che una sua collega stava per andare a casa sua probabilmente per strappargli una dichiarazione. Nell’informativa ci sono anche chiamate fatte da altri cronisti, come Francesco Grignetti della Stampa, che correttamente cerca notizie sull’inchiesta, senza mostrarsi arrendevole e complice di nessuno.

In altre telefonate risultano coinvolti Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera(definito “vicino ai servizi segreti e cassa di risonanza del gruppo di potere attuale”), Giovanni Minoli (con cui Palamara si confronta sugli articoli e su una possibile intervista a Lucia Annunziata, quest’ultima definita da Minoli “pericolosa perché sta dall’altra parte”), Claudio Tito (che su Repubblica offre diritto di replica a Palamara), Vincenzo Bisbiglia del Fatto Quotidiano (che cerca Palamara per chiedergli informazioni sul conto della moglie, che ha un impiego in Regione Lazio) e altre firme dell’Agi, dell’Ansa, del Tempo, del Tg5 e della Verità.

Piero Sansonetti, direttore del Riformista ironizza: «Curiosamente queste intercettazioni non vengono pubblicate sui giornali. Eppure, proprio i giornalisti intercettati sono gli stessi che di solito pubblicano, a loro firma, paginate intere di intercettazioni di politici». E aggiunge: «I giornalisti più importanti dei grandi giornali parlavano con Palamara e partecipavano alle operazioni politiche in corso per determinare i nuovi equilibri nella magistratura». Le commistioni tra stampa e magistratura toccano l’apice con le pressioni che il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini avrebbe fatto per parlare con Repubblica e condizionare la linea editoriale di quel quotidiano sul caso Palamara. «Il giornalismo politico, in Italia – conclude amaramente Sansonetti –  è del tutto subalterno al giornalismo giudiziario. E questo grazie alle grandi campagne moralizzatrici condotte dai giornali negli anni scorsi. ll giornalismo giudiziario, non tutto, certo, ma quasi tutto, è assolutamente eterodiretto e privo di indipendenza. E dunque non è più giornalismo».

Le intercettazioni delle chiamate con i giornalisti, così come quelle con i politici, son state prese con i trojan sul cellulare dell’ex procuratore aggiunto di Roma, Luca Palamara. Però quelle tra magistrati sono state pubblicate con cautela e ora anche quelle tra giudici e giornalisti escono, ma col contagocce. Mentre quelle che coinvolgono la politica sono sempre state spiattellate ai quattro venti, pur non contenendo quasi mai notizie di reato.

Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. E pone un problema deontologico. I giornalisti devono operare al servizio esclusivo dell’opinione pubblica, senza far dipendere le loro scelte editoriali dai desiderata di qualcuno. Dalle telefonate emergono condotte estremamente lesive del principio di autonomia dei giornalisti e i consigli di disciplina competenti per territorio farebbero bene ad occuparsene. Altrimenti diventa arduo attribuire bollini di qualità ai giornali cartacei.

 

DA

https://lanuovabq.it/it/giornalistopoli-giornalisti-al-servizio-dei-magistrati

BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

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Un intervento a Otto e Mezzo di Frau ̶B̶l̶u̶c̶k̶e̶r̶ Gruber del Senatore Bagnai, che viene accolto con la solita imparzialità dalla presentatrice. Non perdetevi il “I sovranisti europei vostri alleati sono i nostri maggiori nemici, ed è così perchè è un  dato di fatto e lo dico io” della presentatrice. Peccato che i  compagni della Lega siano non al comando, ma all’opposizione (ed in alcuni paesi con percentuali minime) mentre al comando in Austria ci sia il PPE ed in Olanda i Liberali ed i Socialisti, tutti amichetti della Gruber.

Fatta questa premessa un’intervista da ascoltare in cui il Senatore conferma la nullità del Recovery Fund, nonostante l’insistenza della Gruber che, alla fine, non ha nessun reale dato economico o politico da opporre.

Ringraziamo Inriverente per l’appoggio tecnico

Da

BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

Marcello Veneziani: «Vi spiego perché la sinistra è una cupola»

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«La sinistra è una cupola». Titolo ed incipit dell’articolo di Marcello Venezianisulla Verità sono da antologia. «La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente. Usa metodi mafiosi per eliminare con la rituale accusa di nazifascismo (o in subordine di corruzione) chiunque si opponga al suo potere. Si costituisce in cupola per decidere la spartizione del potere ed eliminare gli avversari, tutti regolarmente ricondotti a Male Assoluto da sradicare e da affidare alle patrie galere o alla gogna del pubblico disprezzo». Lo scrittore, filosofo ed editorialista va giù duro. La sua lettura di questa pagina deteriore di storia politica che stiamo vivendo si collega a un testo illuminante e dimenticato di Panfilo Gentile intitolato «Democrazie mafiose»: libro che, edito dalle Edizioni Volpe, ebbe poi una diffusione capillare dopo che  Montanelli lo elogiò sul Corriere della Sera.

Veneziani: «Ecco il metodo della sinistra»

Il giornalista e polemista Panfilo Gentile circa mezzo secolo fa anticipò con lucidità l’involuzione del sistema democratico e la trasformazione dei partiti in circuiti chiusi e autoreferenziali di stampo mafioso. Se avesse visto quanto sta accadendo oggi – con l’ esproprio del voto fino al disprezzo per la volontà popolare –  si  sarebbe ancora più convinto delle sue analisi. Per Veneziani la sinistra è ua «cupola» perché «si serve delle camorre mediatico-giudiziarie e intellettuali per imporre i suoi codici ideologici per far saltare i verdetti elettorali, per forzare il sentire comune e il senso della realtà, per cancellare e togliere di mezzo chi la pensa in modo differente. E si accorda con altri poteri tecnocratici e finanziari, per garantirsi sostegni e accessi in cambio di servitù e cedimenti: Mafia & Capitale. Metodi incruenti, ma di stampo mafioso -specifica nell’articolo –  e tramite forme paradossali: perché calpesta la democrazia e si definisce democratica, viola le leggi, perfino la Costituzione – sulla tutela della famiglia, sulla difesa dei confini, sul rispetto del popolo sovrano – ma nel nome della legalità e della Costituzione».

«La violenza del lessico della sinistra»

Il termine «Cupola» è forte, indubbiamente, ma Veneziani spiega che il lessico politico disinvolto e fuori misura non è un’invenzione sua, tutt’altro. E’ la sinistra che lo usa come una clava. Per cui l’unico metodo per fronteggare « in modo adeguato la violenza ideologica e propagandistica della sinistra» è rispondere col suo stesso lessico. Del resto, basta leggere come vengono definiti i sovranisti, chi ha a cuore la difesa dei confini, della famiglia, della religione: «È  trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia», scrive Veneziani sulla Verità. E non dovremmo neanche difenderci di fronte a questi attacchi?, si chiede lo scrittore. E fa l’esempio dell’ «uso mascalzone dell’antifascismo che serve per isolare e interdire il nemico e poi nel nome della democrazia in pericolo per l’incombente minaccia della Bestia Nera, sono consentite le alleanze più ibride, senza limiti…». Sì, per tutto questo è giusto usare l’espressione «la sinistra è ua cupola», Veneziani è convinto: «è giusto alzare il tiro e accusare la sinistra tornata ancora una volta al governo senza passare dalle urne, di essere un’associazione di stampo mafioso, di pensare e agire come una cupola, di calpestare la gente e gli avversari con l’arroganza e la presunzione di essere dalla parte del Giusto da ricordare i più fanatici regimi comunisti… Dal Soviet alla Cupola». Applausi.

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