22 maggio 1978: 42 anni dalla legalizzazione dell’aborto “strage degli innocenti”

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In Italia l’aborto diventa legge durante uno dei governi Andreotti, era il 22 maggio 1978. In seguito il già senatore a vita ha sempre raccontato di essersi pentito di aver permesso tale legge; pentimento confermato recentemente dalla figlia di Andreotti.

Le forze che si scagliano contro coloro che non condividono la pratica dell’aborto è violentissima e non vi è angolo della terra dove le angeliche creature non siano esposte a politiche erodiane.

In New Jersey, all’esterno di una clinica della Planned Parenthood, 4 frati dell’ordine religioso dei francescani del rinnovamento, con il fine di sensibilizzare sugli aspetti abortivi, limitandosi nell’omaggiare rose rosse alle donne incinte che si approssimavano a sottoporsi a pratica abortiva, sono stati arrestati.

Purtroppo, le statistiche compilate da Worldometers indicano che nel 2018 ci sono stati quasi 42 milioni di aborti in tutto il mondo.

Ma tutto questo è davvero umano?

Quando si parla di aborto, non si tiene conto della fondamentale differenza che passa tra FORMA e SOSTANZA. I sostenitori dell’aborto – Suppongo in buona fede- si limitano alla FORMA, ovvero considerano degno di vita un essere quando ha maturato interamente le fattezze umane, invece chi contrario all’aborto – vedi il sottoscritto – guarda alla sostanza, ovvero alla nuova vita fino dal principio, sì perchè dall’atto del concepimento esiste già un altro uomo, un uomo che necessità di 9 mesi per svilupparsi. Non è solo il mio istinto, la mia piccola intelligenza, la mia fede religiosa a far maturare queste convinzioni, ma si trova riscontro nella così tanto “amata” scienza. Riporto a seguire il giudizio di eminenti medici del “settore”.

Ippocrate ritenuto il padre della medicina, nel suo giuramento esplicita senza possibilità di interpretazioni la sua contrarietà all’aborto.

Bernard Nathanson durante gli anni giovanili si schierò decisamente in favore della libertà di scelta della donna, e realizzò un aborto su una donna che lui stesso aveva messo incinta. In seguito acquisì notorietà quando divenne membro fondatore della National Association for the Repeal of Abortion Laws (Associazione Nazionale per l’Abrogazione delle Leggi sull’Aborto, oggi NARAL Pro-Choice America). Lavorò con Betty Friedan ed altri per la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti

I loro sforzi ebbero successo quando si produsse la celebre decisione Roe v Wade. Durante un periodo di tempo fu anche direttore del Center for Reproductive and Sexual Health (“Centro per la Salute Riproduttiva e Sessuale”), la più grande clinica di aborti di New York. Nathanson ha scritto che fu responsabile di oltre 75 000 aborti durante la sua militanza per la libertà di scelta. Negli anni settanta lo sviluppo degli ultrasuoni lo portò a riconsiderare il suo punto di vista sull’aborto, e divenne un forte sostenitore del movimento per la vita.

Nel 1984 realizzò il documentario The Silent Scream (Il grido silenzioso), che mostrava un aborto attraverso l’ecografia. Il suo secondo documentario, Eclipse of Reason (Eclisse della ragione), analizzava invece la tematica degli aborti tardivi. Affermò anche che il numero in passato citato dal NARAL sul numero di aborti illegali erano “numeri falsi”.

La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto” – dott. Giorgio Pardi che oltre ad essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, godeva di una fama che oltrepassa l’oceano, si è sempre dichiarato ATEO.

L’aborto non riguarda solo le donne, le donne non devono avere l’arroganza nel credere e pensare che la gravidanza riguardi solo loro. Il “seme” non è una parte marginale per la produzione dei frutti, così come non è marginale il campo da seminare, entrambi dipendono gli uni dall’altro, ed in entrambi casi nessuno è più padrone dell’altro. Nessuno è padrone, ma entrambi custodi del frutto, perchè seme, terra, frutto sono elementi dipendenti uno dall’altro, ma allo stesso tempo, cose distinte tra loro, così com’è per la Santissima Trinità!

L’aborto volontario è sempre una ingiustificabile barbarie, poniamo fine al sacrificio di cuccioli di uomo indifesi immolati criminalmente sull’altare della cultura dell’incultura della morte.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

DA

https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/22/22-maggio-1978-42-anni-dalla-legalizzazione-dellaborto-strage-degli-innocenti/

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa ufficiale. Intervista all’avv. Gianfranco Amato

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Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa

Intervista all’avvocato Gianfranco Amato

di Samuele Cecotti

 

La crisi sanitaria connessa alla pandemia da COVID-19 ha generato processi economici e politici su scala planetaria tali da delineare un quadro nuovo e preoccupante lasciando già ora intravvedere una fortissima recessione economica globale e gravi indizi di un incipiente totalitarismo post-moderno. Le questioni che una simile crisi di civiltà pone sono molteplici non ultime di carattere giuridico, bioetico e religioso.

Il nostro Osservatorio ha dato vita, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, ad un Tavolo di Lavoro per affrontare cattolicamente la crisi, analizzare i fatti, formulare giudizi e proporre soluzioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Gianfranco Amato, giurista, fondatore e presidente nazionale dei Giuristi per la Vita, intellettuale cattolico attivo su molti fronti dell’apostolato culturale, fondatore e presidente del Movimento popolare Nova Civilitas, uno degli organizzatori del Family Day, componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentate su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

 

Avvocato, in questi mesi di emergenza sanitaria proclamata dal governo italiano a fine gennaio, abbiamo assistito, in una prima fase, ad una sottovalutazione del problema (ricordiamo tutti gli hashtag #milanononsiferma e #abbracciauncinese con relativi aperitivi sui navigli) da parte degli stessi esponenti di maggioranza per poi, in una seconda fase, precipitare il Paese in una sorta di “arresti domiciliari” universali stabiliti per dpcm. Si conosce ora l’esistenza d’un Piano elaborato al Ministero della Salute già a gennaio ma tenuto segreto … Ci aiuta a trovare una chiave di lettura per un simile procedere del governo italiano? Vede la possibilità per azioni legali contro l’operato del presidente Conte e del governo?

L’unica chiave di lettura possibile è quella che ci offre la drammatica immagine di un governo caratterizzato da un irresponsabile, dissennato, incosciente dilettantismo. Per nostra sfortuna l’emergenza pandemica del Covid-19 è giunta nel momento storico in cui l’Italia ha registrato il livello politico-culturale più basso della propria classe dirigente negli ultimi settant’anni. Non si è mai visto nulla di simile dal dopoguerra ad oggi.

Le sorti del nostro Paese in uno dei momenti più drammatici della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale sono, infatti, affidate alla cosiddetta “cabina di regia” della crisi pandemica. In cabina troviamo a dirigere un oscuro avvocato di provincia, tale Giuseppe Conte, che ha l’onore di non rappresentare nessuno, non avendo – a quanto risulta – mai ottenuto un voto in vita sua, e che pare non aver mai amministrato nulla prima d’ora, neppure il condominio del palazzo in cui vive. Segue il fido ed onnipresente portavoce ufficiale, Rocco Casalino, che annovera tra i propri titoli quello di aver partecipato al programma televisivo di dubbio gusto noto come “Grande Fratello”. Non proprio un master ad Harvard o ad Oxford. Lo affianca, sempre in cabina, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che proviene dal mondo dello sport: è stato infatti steward presso lo stadio San Paolo di Napoli. In italiano la definizione è “assistente di stadio”, una professione di tutto rispetto che si estrinseca in varie attività come, ad esempio, il presidio dei varchi di accesso, il filtraggio della tifoseria, la verifica del biglietto, l’accompagnamento al posto assegnato. Nella stessa cabina abbiamo anche un giovane ministro della salute, Roberto Speranza, laureato in Scienze Politiche, che sta alla medicina come un chirurgo sta alla letteratura sanscrita, e che non siamo proprio certi sappia cogliere a colpo d’occhio la differenza tra un batterio e un virus. C’è spazio, infine, per l’ultimo componente della cabina: il responsabile della Protezione Civile, il quale, per meriti di competenza, non poteva che essere un commercialista e revisore dei conti. Stiamo parlando del dott. Angelo Borrelli. Con tutto il rispetto dovuto, a me pare che la competenza del dott. Borrelli in materia di emergenza pandemica sia pari a quella del sottoscritto nel progettare un ponte. Ossia pari a zero.  Qualcuno potrebbe obiettare che un Paese non deve necessariamente essere governato da tecnici. Questo è vero, però nel caso eccezionale di una pandemia mondiale forse a gestire l’emergenza sarebbe più opportuno mettere qualcuno che almeno mastichi la materia, o quanto meno che abbia esperienza politica, nel senso aristotelico della πολιτική τέχνη, ovvero della scienza e dell’arte del governare. Il punto è che nessuno dei soggetti attualmente al governo pare avere il benché minimo senso del concetto di “bene comune”. Il rischio è che una politica incapace di governare abdichi completamente, cedendo lo scettro del comando alla scienza. In un momento in cui la stessa scienza, rispetto ad una sconosciuta pandemia, pare brancolare nel buio. L’unica certezza che sanno darci i virologhi sulla questione è che non ci sono certezze. Così la gestione del bene comune viene fondata sulle sabbie mobili.

Più che azioni legali contro il presidente del Consiglio e la sua “cabina di regia”, – per le quali credo sussistano comunque tutti gli estremi – io vedo l’assoluta necessità di togliere il prima possibile dalle mani di questi dubbi personaggi il destino della nostra Patria.

 

Da giurista come valuta i provvedimenti assunti per gestire la crisi sanitaria limitando pesantemente i diritti fondamentali dei cittadini e determinando quella che è stata da più parti considerata una “sospensione della Costituzione” tramite atto del Presidente del Consiglio dei Ministri? Le risulta che ad oggi sia stata sollevata questione contro i dpcm in oggetto presso il giudice amministrativo e ne sia stata contestata la legittimità costituzionale?

Partiamo dalla premessa che la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto.

Nel nostro ordinamento giuridico le libertà fondamentali godono di una protezione totale attraverso la previsione di una riserva assoluta di legge. Cosa significa? Semplice: solo una legge statale, o un atto avente forza di legge, può limitare tali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia.

Quali sono gli atti aventi forza di legge che sono stati posti a fondamento delle limitazioni costituzionali che tutti noi stiamo vivendo? Sono due decreti legge, adottati dal Governo rispettivamente il 23 febbraio e il 25 marzo 2020. Questi decreti legge, però, si sono limitati a descrivere solo genericamente i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei due decreti legge contrasta in maniera evidente con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento – i D.P.C.M. di Giuseppe Conte – per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura.

Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative.

Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (o atti equiparati ad esse come i decreti legge del governo) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo sia sufficiente per generare, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità.

I D.P.C.M. emessi dal governo Conte in tema di pandemia Covid-19 sono stati impugnati davanti al T.A.R. Lazio dal Centro Studi Livatino. Un’iniziativa encomiabile a cui altre organizzazioni di giuristi, come quella da me presieduta, si stanno aggregando. I Giuristi per la Vita, infatti, hanno deciso di proporre un atto d’intervento ad adjuvandum nel procedimento instaurato a seguito del ricorso del Centro Studi Livatino.

Un segno di unità nella comune battaglia.

 

Le norme imposte dall’autorità di governo hanno violato molte libertà fondamentali garantite costituzionalmente ma, cosa ancor più grave, hanno violato la libertas Ecclesiae, diritto originario della Chiesa pattiziamente riconosciuto dallo Stato italiano con un Accordo di diritto internazionale, attribuendo ad atti amministrativi il potere di decidere la sospensione delle cerimonie religiose (battesimi, cresime, matrimoni, funerali), di impedire la partecipazione del popolo alle S. Messe, di interdire la visita dei Sacerdoti ai morenti per amministrare loro i Sacramenti, di impedire ai ministri del Culto Cattolico la libera circolazione per l’esercizio del proprio ministero di predicazione e santificazione. Come giudicare, in termini di diritto, una simile violenza inferta al diritto della Chiesa?

Non vi è il minimo dubbio che si sia integrata una palese e gravissima violazione del Concordato. A sostenerlo sono state, tra le tante, anche le voci autorevolissime di due Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Cesare Mirabelli e Annibale Marini. Siamo giunti anche al punto surreale in cui lo Stato si è arrogato il diritto di decidere quali celebrazioni si potessero tenere e quali no. Un’aberrazione dal punto di vista giuridico. L’art. 7 della Costituzione è chiarissimo: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Il punto, semmai, è un altro. Occorre capire se la Chiesa cattolica intende rivendicare la propria indipendenza e sovranità, oppure se intende far cessare gli effetti del Concordato per desuetudine. Certo non aiutano alcuni atteggiamenti ondivaghi. Non è stato uno spettacolo edificante, per esempio, quello dei vescovi della Sardegna che si sono ricordati di rivendicare la propria competenza in materia spirituale quando hanno contestato il Presidente di quella Regione, Christian Solinas, per aver autorizzato con una propria ordinanza la celebrazione delle Messe, mentre sono stati totalmente silenti quando il governo ha deciso di sospendere ogni attività di culto. Un simile atteggiamento da parte dei presuli sardi non può che indurre nei fedeli confusione, disorientamento e sconcerto.

Mi ha colpito l’ottimo intervento in aula del senatore Lucio Malan, cristiano evangelico, a proposito di un ulteriore atteggiamento illegittimo da parte del governo in tema di libertà religiosa. Malan ha evidenziato, infatti, che gli illegittimi D.P.C.M. hanno, in realtà, violato anche l’art. 20 della Costituzione, il quale stabilisce espressamente che «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative». I summenzionati decreti, infatti, hanno stabilito, per esempio, che quindici persone possano stare nei 40 metri quadrati di un autobus, una persona sola possa, invece, stare nei quaranta metri di un negozio solo se è di un certo tipo (altrimenti neppure una persona), mentre è previsto un massimo di quindici persone, e solo per un funerale, in una chiesa di 100, 200, 300 metri quadri o di 11.000 metri quadri come il Duomo di Milano. Questo modo di procedere non è solamente irragionevole e sproporzionato, ma integra un’evidente discriminazione tra l’attività religiosa e di culto, rispetto ad altre attività. Il senatore Malan ha aggiunto un altro paragone che rende il quadro ancora più assurdo: cinque, dieci o quindici persone in un parco, con i prescritti accorgimenti relativi alle distanze, possono fare ginnastica, ma non possono pregare insieme. Un clima da Repubblica popolare cinese, ha denunciato sempre il senatore Lucio Malan, il quale ha ricordato che la Costituzione dedica almeno cinque articoli alla libertà religiosa, ovvero l’art. 3, l’art. 18, l’art. 19, l’art. 20, l’art. 7 e l’art. 8. Ora, che sia proprio un evangelico a ricordare che esiste l’art.7 della Costituzione sul Concordato tra Chiesa cattolica e Stato, e che proprio un evangelico ne chieda una corretta e piena applicazione, la dice assai lunga sullo stato comatoso di certo cattolicesimo e di una certa parte delle gerarchie ecclesiastiche.

 

Impressiona la irrilevanza pubblica della Chiesa e del Culto a Dio palesemente manifestatasi nella gestione della crisi. Impressiona uno Stato italiano che equipara le chiese alle discoteche e la S. Messa ad un qualunque spettacolo teatrale. Ma impressiona ancor di più una Chiesa che tace innanzi a ciò. È, secondo lei, il segno della affermazione ormai pienamente avvenuta del secolarismo?

Da una parte abbiamo avuto uno Stato che si è dimenticato del fatto che quello di culto è un diritto costituzionalmente protetto e non comprimibile, mentre non esiste un diritto allo stadio o un diritto al teatro. È inaccettabile culturalmente e inammissibile giuridicamente l’idea che la celebrazione della Messa venga equiparata a qualunque evento di aggregazione sociale, come una lezione scolastica, uno spettacolo artistico o una partita di calcio.

Dall’altra parte abbiamo visto una Chiesa inspiegabilmente remissiva e silenziosa. Penso che questo rappresenti un problema. Una Chiesa che non riesce più a rivendicare in maniera ferma e autorevole le prerogative ed i diritti derivanti dal suo particolarissimo status e che non sa più opporre a Cesare la “Libertas Ecclesiae” è una Chiesa caratterizzata da un altissimo tasso di secolarismo. Ha fatto oggettivamente impressione il cedimento immediato della Chiesa italiana alle disposizioni impartite dal governo, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, quando cioè molti esercizi pubblici come bar, pizzerie, pub e ristoranti erano aperti.

Ma una Chiesa che tace rischia di veder realizzata la profezia evangelica delle pietre che parlano (Lc. 19, 40). Non ci si deve, quindi, meravigliare se alcuni personaggi del mondo della politica o dello spettacolo dicono cose che vorremmo sentire in bocca ai Pastori. Sono le pietre che parlano al loro posto.

 

Mentre molti nostri concittadini morivano nelle terapie intensive e a molti malati erano procrastinate le cure causa emergenza COVID-19, il Servizio Sanitario Nazionale continuava ad erogare il “servizio” dell’Ivg (l’aborto procurato garantito dallo Stato a carico del Servizio Sanitario Nazionale). Neppure la pandemia ha interrotto la strage dei bambini non nati. Anzi abbiamo assistito ad una intensa campagna di propaganda per promuovere l’aborto chimico domiciliare. Solo poche voci dei soliti coraggiosi pro-life si sono levate in difesa della vita. Ci siamo abituati anche alla normalità dell’aborto? Anche noi cattolici?

C’è un che di irrazionale, e quindi di preternaturale, in questo accanimento in favore dell’aborto. Non ha molto senso sottrarre un medico dal suo compito naturale di salvare la vita di un malato di Covid-19, per destinarlo a sopprimere una vita attraverso l’aborto. Non riesco a non vedere una dimensione spirituale dietro tutto ciò. In realtà, l’aborto, più dell’omicidio, è un attacco allo stesso concetto di Creazione e di Incarnazione. In questo senso l’aborto può esser considerato atto diabolico per antonomasia. Disumanizzare l’umanità è da sempre l’obiettivo del Nemico dell’uomo, perché un’umanità disumanizzata finisce per auto-divorarsi.

Del tutto incomprensibile, e quindi preternaturale, è anche il fatto che in Italia quella sull’aborto sia l’unica legge (194/78) che da quarant’anni non sia stata modificata neppure di una virgola. È un vero e proprio totem ideologico intoccabile. E dire che l’ordinamento giuridico italiano è uno dei più volubili al mondo dal punto di vista normativo. Le leggi vengono modificate con una velocità ed una frequenza da record. La Legge 194, invece, sembra scolpita nel marmo. Non è normale. Il punto è che l’opinione pubblica italiana si sta abituando a questa anormalità. La tragedia, però, sta nel mondo cattolico, dove ormai pare del tutto scomparsa l’idea che il Magistero consideri l’aborto un «crimen nefandum» (GS n.51), ossia un delitto abominevole. Oramai si sente sempre più spesso anche tra i cosiddetti praticanti il teorema che fu alla base della sconfitta del referendum: «Io non praticherò mai l’aborto, ma non posso impedire agli altri la libertà di farlo». Come dire, io non posso uccidere ma non posso impedire agli altri la libertà di uccidere. In questo teorema – che pesa come un macigno nella coscienza cattolica del nostro Paese – si nasconde, però, la celebre risposta di Caino: «Num custos fratris mei sum ego?» (Gn 4, 9). Un cristiano non può girare la testa da un’altra parte quando viene sparso il sangue innocente di suo fratello.

 

L’emergenza sanitaria ha fatto pure emergere pulsioni eutanasiche preoccupanti. L’idea di non curare certe categorie (anziani, handicappati, malati psichiatrici, etc.) è entrata nel dibattito e in molte parti della civile Europa si è fatta legislazione. Come vede la situazione in Italia?

In quella che un tempo si chiamava Cristianità, e oggi viene definita “Europa”, è ormai da decenni che imperversa la cultura della morte. Oggi la pandemia ha avuto il merito di togliere definitivamente la maschera dell’ipocrisia e legittimare pubblicamente la necessità di questo nuovo “darwinismo sociale”.

Nell’opinione pubblica sta sempre più prevalendo la logica dello scarto anche nei confronti degli esseri umani più deboli e fragili, come i disabili, gli anziani, i nascituri difettosi. Sempre più persone si stanno convincendo che, in fondo, è giusto per il bene di tutti eliminare pesi inutili da una società che ha sempre meno risorse da spendere.

Sono anni che denuncio come anche in Italia questa idea stia penetrando nella mentalità comune attraverso il processo della cosiddetta Finestra di Overton. È un vero e proprio piano inclinato che porta inesorabilmente verso l’abisso. Quello che gli inglesi chiamano “slippery slope”. Del resto, se i criteri per riconoscere la dignità di un essere umano non sono oggettivamente ancorati al diritto naturale, essi vengono posti e determinati dal potere attraverso norme di diritto positivo. E il potere è in grado di cambiare questi criteri a seconda della propria convenienza. Può avvenire anche democraticamente, attraverso il gioco delle maggioranze parlamentari. Ma i cristiani, che non riconoscono il principio democratico come assoluto, sanno bene che non può essere la maggioranza parlamentare di un determinato periodo storico a determinare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Quand’anche il parlamento italiano – Dio non voglia – dovesse arrivare ad approvare una legge sull’eutanasia, questa barbara pratica resterebbe comunque un crimen nefandum.

 

Le misure adottate per gestire l’emergenza sanitaria, non solo violano gravemente libertà fondamentali, ma gettano una luce sinistra sul futuro lasciando immaginare una possibile evoluzione totalitaria della nostra società. Un totalitarismo post-moderno fatto di app per il tracciamento, telecamere per il riconoscimento facciale, microchip sottocutanei con tutti i nostri dati personali, abolizione del contante, tracciamento di ogni nostro acquisto, geolocalizzazione di ogni nostro movimento. La fine della privacy e della libertà a favore di un complesso sistema centralizzato di gestione della collettività. Quanto siamo vicini a questo rischio? Cosa fare come cattolici per scongiurarlo?

Mi pare si stia concretamente profilando uno scenario che ricorda i romanzi di fantascienza distopica della metà del secolo scorso. Ascoltando alcune proposte che vengono seriamente prospettate, anche a livello istituzionale, sembra di rivivere davvero le pagine di George Orwell, di Aldous Huxley, di Isaac Asimov. Mi pare, in particolare, che sia proprio la deriva totalitaria tecnico-scientifica paventata da Huxley nel suo Mondo Nuovo, quella più vicina al rischio che stiamo correndo. Del resto, fu proprio quello scrittore inglese a paventare il fatto che il Potere nel futuro non si sarebbe più basato sulla violenza dei campi di concentramento ma su controllo tecnico-scientifico degli individui, spacciato come utile progresso per il bene dell’umanità, al punto da venire accettato da tutti. Il mondo, secondo Huxley, si sarebbe così trasformato in un gigantesco campo di prigionia dove, però, i prigionieri non avrebbero voluto evadere semplicemente perché ignari del fatto di essere prigionieri. Lo ha spiegato bene nella sua ultima conferenza tenuta il 20 marzo 1962 presso l’Università della California, Berkeley, intitolata La rivoluzione definitiva. In quell’occasione, infatti, affermò: «Penso che nella misura in cui le dittature diventeranno più scientifiche, più preoccupate della perfezione tecnica, del funzionamento perfetto della società, saranno sempre più interessate alle tecniche che io ho immaginato e descritto come realtà esistenti nel Nuovo Mondo. Mi pare, quindi, che la rivoluzione definitiva non sia poi così lontana, visto che già oggi esiste un notevole numero di questo tipo di tecniche di controllo degli esseri umani. Resta solo da vedere quando, dove e da chi saranno applicate per la prima volta su grande scala». Questo Huxley lo diceva sessant’anni fa. Oggi noi sappiamo perfettamente dove e chi vuole applicare quelle tecniche su grande scala.

 

Il Signore della storia è il Risorto, Cristo ha già vinto! Con questa fede noi possiamo guardare ad ogni momentanea parentesi anticristica della storia senza disperazione e anzi trovando la ragione per non desistere dalla buona battaglia. Anche in questi tempi bui non mancano segni di speranza: famiglie che si costituiscono e vivono secondo il Vangelo, cattolici militanti che spendono la propria vita per testimoniare pubblicamente la Verità, piccole comunità che si organizzano per vivere cristianamente in un mondo post-cristiano, il numero sempre crescente di scuole parentali cattoliche, giovani mamme che scelgono d’esser casalinghe per amore del marito e dei figli e si dedicano all’homeschooling, ecc… Volendo pensare a una “resistenza cattolica” allo strisciante totalitarismo post-moderno come la immagina?

Bisogna ipotizzare tre scenari.

Il primo è quello di un vero e proprio cataclisma a livello economico, politico e sociale. È il più apocalittico dei tre e richiamerebbe quello che è accaduto alla fine dell’impero romano, quando una civiltà oramai in pieno declino e al culmine della parabola discendente è implosa sotto il peso di una gravissima e irreversibile crisi economica, politica e sociale. In questo caso i cristiani, esattamente come nel VI secolo dopo Cristo, dovrebbero ricostituirsi come piccole comunità di famiglie attorno a centri di spiritualità. Allora furono i monasteri, grazie alla grande intuizione di San Benedetto da Norcia, nel nostro secolo potrebbero essere singoli sacerdoti, santuari, comunità religiose, movimenti laicali e ogni altro luogo dove poter vivere la fede come vera esperienza di vita. Più o meno ciò che Rod Dreher delinea nella sua opera Opzione Benedetto.

Il secondo scenario, invece, è quello dell’instaurazione di una vera e propria dittatura violentemente anticristiana. In questo caso la reazione dovrebbe essere quella del ricorso all’uso legittimo dell’insurrezione. Più o meno come è accaduto in Messico con la cosiddetta “Guerra Cristera” o in Spagna con l’intervento provvidenziale di Francisco Franco che ha liberato la penisola iberica dalla persecuzione anarco-comunista contro i cristiani, salvando la presenza della Chiesa cattolica in quella nazione. In questo periodo di confinamento forzato mi è capitato di rileggere l’interessante documento

Firmissimam constantiam, con cui Pio XI, il 28 marzo 1937, interveniva sulla situazione della Chiesa cattolica in Messico perseguitata dallo spietato governo massonico di Plutarco Elías Calles. In quel testo, il pontefice intervenne, infatti, a favore della liceità della lotta dei cittadini cattolici messicani contro il «potere pubblico», che «ponendosi contro la giustizia e la verità, era giunto al punto di distruggere le fondamenta stesse dell’autorità».  È interessante come, peraltro, una successiva indicazione in tal senso sia poi giunta a distanza di quarant’anni, il 26 marzo 1967, con l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, in cui quel pontefice legittimò l’insurrezione armata dei cattolici contro «una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese» (P.P. n.31). Una dittatura che arrivasse a chiudere le chiese e perseguitare i cristiani, come accadde in Messico e in Spagna negli anni ’30, autorizzerebbe, quindi, l’uso legittimo della forza per abbattere la tirannia.

Il terzo scenario, forse il più probabile, è quello di una dittatura tecnologica, quella che Aldous Huxley  definì “senza lacrime”, basata su un controllo ed una manipolazione orwelliana degli individui. Una dittatura solo apparentemente più morbida delle dittature classiche ma in realtà molto più pericolosa, perché non si accontenterebbe di sottrarci la vita ma pretenderebbe di cambiare le nostre coscienze per sottrarci un bene ancora più prezioso: l’anima. In questo caso mi pare che la reazione dei cristiani dovrebbe essere quella mirabilmente descritta dal celebre dissidente ceco Vacláv Havel nella sua opera Il potere dei senza potere. Havel in Cecoslovacchia sconfisse l’Impero del Male della sua epoca, l’Unione sovietica comunista, senza lo spargimento di una goccia di sangue. Fu lui, infatti, il padre di quella che venne poi definitiva la “Rivoluzione di velluto”. Ci riuscì semplicemente continuando ad opporre la verità alla menzogna. Noi sappiamo che la menzogna può vincere qualche battaglia. A volte può anche sembrare che le stia vincendo tutte, e per molti anni. Ma non potrà mai vincere la guerra contro la verità.

In questo scenario, l’atteggiamento dei cristiani dovrebbe essere quello delineato da un altro dissidente cattolico amico di Havel e che portava il suo stesso nome: Václav Benda. Fu lui a coniare il concetto che ritengo molto interessante di “polis parallela”. Prima di spiegare di cosa si tratta, faccio una piccola premessa sui tre livelli in cui dovrebbe articolarsi la “resistenza cattolica”. Il primo livello è quello esistenziale dell’individuo, quella sfera segreta della persona fatta di ideali, valori e principi a partire dalla fede cristiana. Per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi. C’è poi un secondo livello che definirei “prepolitico”, in cui la persona si manifesta attraverso i suoi comportamenti, la sua professionalità, la sua testimonianza, il suo coraggio di opporre la verità alla menzogna. Vi è, infine un terzo livello che possiamo, invece, definire “politico” in cui si instaura una vita indipendente da un sistema di potere che non rappresenta più il popolo. Questa vita indipendente si realizza attraverso vere e proprie strutture alternative, ossia la “polis parallela” di Benda. Sono strutture di livello organizzativo-istituzionale come ad esempio l’informazione parallela, l’economia parallela, l’istruzione parallela. Una sorta di società nella società, che richiama in qualche modo l’idea della Civitas Dei di Agostino: una città che vive dentro la città degli uomini e non si identifica con la città degli uomini.

A me pare che quello della “polis parallela” di Václav Benda sia il modello cui guardare e studiare per un’efficace “resistenza cattolica” contro il totalitarismo post-moderno che si profila all’orizzonte.

 

Grazie!

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I tradizionalisti costringono il laicista Macron a far ripartire il culto pubblico

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DI MATTEO ORLANDO

Avrà tempo fino al 26 maggio il Presidente francese Macron per tornare a consentire il culto religioso con i fedeli in terra di Francia. A sorpresa, anche un organo laicista come il Consiglio di Stato ha ordinato al governo francese di “revocare il divieto generale e assoluto di riunioni” nei luoghi di culto.

La notizia è stata accolta  con entusiasmo dai cattolici sui social media in un paese, la Francia, che di cattolico ha ben poco, oramai, ma che vede la rifioritura di numerosi gruppi cattolici ancorati alla tradizione bimillenaria della Chiesa e alla Santa Messa in latino.

Con una decisione inaspettata, il Consiglio di Stato, che è stato interrogato dal presidente del Partito Democratico Cristiano, Jean-Frédéric Poisson, e da altre associazioni cattoliche tradizionaliste, ha chiesto che il decreto dell’11 maggio venga modificato entro otto giorni dalla decisione del Consiglio (che è arrivata lo scorso 18 maggio).

Quindi per i fedeli cattolici questa decisione significa che le Sante Messe con il popolo potranno riprendere prima della domenica di Pentecoste, che quest’anno cade il 31 maggio. Resta da vedere, tuttavia, a quali condizioni riprenderà il culto cattolico e se, anche in Francia, si applicheranno quelle norme fantasmagoriche per consentire la libertà di culto e garantire la protezione della salute dei fedeli che sono state stabilite per l’Italia.

Il 24 aprile scorso la Conferenza episcopale francese aveva inviato un “piano di non confinamento” alle autorità pubbliche. Tuttavia, questo testo era stato ignorato dal governo, che il 28 aprile ha chiesto alle comunità religiose di attendere fino al 2 giugno per ricominciare il culto pubblico.

Mentre la Conferenza episcopale francese aveva scelto “la via amichevole anziché il contenzioso”, come ha pavidamente affermato Vincent Neymon, il suo vice portavoce al quotidiano Le Figaro (un blando tentativo era stato fatto il 15 maggio anche da Monsignor Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese, che aveva inviato al governo una lettera relativa al decreto dell’11 maggio che aveva “la stessa conclusione ora adottata dal Consiglio di Stato”), il Partito Democratico Cristiano e diverse associazioni cattoliche tradizionaliste hanno scelto la via legale. 

L’insorgenza delle organizzazioni tradizionaliste ha ottenuto i suoi risultati e i cattolici francesi sono riusciti ad ottenere una sentenza favorevole del Consiglio di Stato.

Nei giorni scorsi varie critiche ai governi locali sono state sollevate per le sospensioni delle Sante Messe con i fedeli che continuano a prorogarsi in alcuni stati come la Gran Bretagna, i paesi Scandinavi e anche il minuscolo Lussemburgo dove è intervenuto il locale Arcivescovo, e Cardinale, Jean-Claude Hollerich.

E in Italia? La ripresa del culto pubblico con assurde pretese comportamentali spacciate per scientificamente valide ha sollevato, al momento, solo la reazione pubblica di qualche sacerdote e di due comitati. Il comitato EUCHARISTIAM GENIBUS “OMNE GENU FLECTATUR” ha scritto che “nessuno può negare a un fedele la Santa Comunione in bocca. La pratica della Chiesa in tempi di epidemia ben più gravi di quello attuale non lascia nessun dubbio ragionevole su questo punto. In più, se la cosa fosse davvero a rischio di contagio si dovrebbe vietare il bacio tra congiunti o familiari. Questo non l’abbiamo mai sentito né dallo stato né da uomini di Chiesa. Per queste ragioni, una tale disposizione manca di buon senso nonché di fondatezza scientifica. Siccome ragione e fede guidano la vita cattolica, ogni fedele è quindi fondato a fare rispettare questo diritto suo con ogni mezzo lecito”.

Più battagliero si è dimostrato il Comitato spontaneo di laici cattolici “beato Francesco BONIFACIO” per la difesa della SS. Eucarestia che ha annunciato, per il 23 maggio a Trieste, in Piazza Sant’Antonio Nuovo, alle ore 17.00, la recitato di un Santo Rosario in riparazione del Protocollo sacrilego sottoscritto dalla CEI in data 7 maggio 2020. Si tratta della prima manifestazione, in Italia, con la quale i fedeli fanno sentire la propria voce per riparare l’oltraggioso Protocollo avente ad oggetto la celebrazione della Messa in virtù del quale Nostro Signore Gesù Cristo non è più ricevuto come l’Ostia Santa Immacolata Incorrotto ed Incorruttibile ma quale possibile strumento di infezione! 

“Noi diciamo NO”, hanno scritto dal Comitato. “Ragione e fede concorrono nel dichiarare inaccettabili le disposizioni disciplinari imposte dal Governo circa la Messa cattolica e accettate dalla CEI. In particolare esse sono censurabili laddove viene reso obbligatorio un guanto per la distribuzione della Santissima Eucarestia e ove si impone ai fedeli la Comunione sulla mano così violando la legge universale della Chiesa che prevede la Comunione sulla lingua”.

 

Matteo Orlando

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

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Come può sopravvivere l’Europa? Un tempo si sarebbe detto che  solo proseguendo in avanti, con più integrazione, poteva sopravvivere. Ora si inizia a pensare il contrario.

A dirlo non è un sovranista estremista, ma un compassato contributore del Financial Times, Gideon Rachmna. Il ragionamento parte dalla sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, massimo potere giurisdizionale tedesco, che è andato in opposizione su quando deciso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla legittimità dell’operato della BCE, alla quale si chiede di provare la “Proporzionalità” del proprio operato. A questo punto si tratta di evitare un pericoloso e potenzialmente devastante scontro fra poteri, che metterebbe la Germania in conflitto diretto con la BCE da un  lato e con la Corte di Giustizia dall’altro.

I  sostenitori più fanatici e meno lucidi della UE hanno reagito con orrore alle azioni della corte tedesca. Secondo loro la  sentenza di Karlsruhe ha “Messo a repentaglio l’intero ordinamento giuridico dell’UE” per cui la Commissione dovrebbe reagire portando la Germania in tribunale,cioè iniziando una procedura di infrazione. Bisogna dire che l’Autore si rende conto della insensatezza dell’operazione, che sarebbe distruttiva per diversi motivi:

  • la Germania è il più grande paese dell’Unione edil suo massimo contributore e non sopravviverebbe alla sua uscita;
  • la Corte Costituzionale è ancora una istituzione molto rispettata e soprattutto è l’espressione di una costruzione democratica, veramente democratica;
  • anche la Bundesbank gode di una grande stima.

Colpire queste due istituzioni tedesche significherebbe mettere la Germania contro l’Europa, e soprattutto il popolo tedesco contro le istituzioni europee. Quanto questo può essere utile all’Europa stessa? L’autore però non si rende conto che questa scelta viene a creare un forte, enorme squilibrio all’interno della struttura e, soprattutto, dell’uguaglianza dei cittadini della UE: infatti se viene tollerata l’intromissione a livello europeo della Corte Costituzionale di Karlsruhe, perchè non deve essere lo stesso per i massimi organi di applicazione delle leggi degli altri paesi?

Se la Commissione applicasse una procedura di infrazione alla Germania si creerebbe un corto circuito giuridico: la controversia è sulla superiorità come fonte del diritto fra Corte Tedesca e  Corte Europea, ma  se viene iniziata una procedura di infrazione questa ricade sotto la Corte Europea e questo però ne minerebbe la forza morale. La Germania potrebbe obiettare che la decisione giuridica non viene presa da una corte terza, ma dalla stessa Corte Europea che è messa sotto accusa . Un bel pasticcio.

L’autore purtroppo, evidentemente un frequentatore troppo assiduo di Bruxelles, si lancia in una ardita e quanto mai eccentrica differenziazione fra quanto sta accendendo nei rapporti fra Germania ed Unione e fra Polonia ed Ungheria ed Unione: queste ultime sarebbero “Cattive” perchè in mano a “Governi che stanno distruggendo la democrazia”, peccato che questi governi siano, democraticamente, molto più legittimati della Corte Costituzionale tedesca. Per fortuna che alla fine anche lui comprende che non si può forzare la mano con il cambiamento democratico, che  Bruxelles non può pensare di esportare la democrazia come se Budapest o Varsavia fossero la Baghdad di Saddam, ma bisogna lasciare che siano i rispettivi popoli a cambiare idea, se mai lo faranno.
Le conclusioni sono semplici: non può essere una procedura d’infrazione a far cambiare idea ai tedeschi, o a qualsiasi altro, Utilizzare questo sistema repressivo porterebbe solo all’esplosione del conflitto fra stati nazionali ed Unione. L’unico modo per risolvere il problema è quello di lasciare che , eventualmente lo risolvano gli stessi tedeschi , o polacchi, o ungheresi, e se questo significasse che la Germania vuole lasciare l’euro, beh, non ci sarebbe che da accettarlo. 

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L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

Cassa integrazione con beffa: ai lavoratori metà stipendio

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Secondo Unimpresa, gli assegni erogati dall’INPS per la CIG in deroga non arrivano al 50% dello stipendio di un operaio

Per assurdo, nell’immediato sarebbe stato meglio essere licenziati, piuttosto che essere messi in cassa integrazione. Magari nel medio-lungo periodo la soluzione della cassa integrazione permetterà di non avere problemi quando si tornerà a lavoro e a produrre, ma in questi mesi di crisi piuttosto grave, l’assegno della NaSPI sarebbe stato più corposo di quello ricevuto dalla cassa integrazione.

Questo, almeno, quello che emerge da un documento realizzato e diffuso da Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa. Secondo i suoi calcoli, mediamente i lavoratori in cassa integrazione a causa dell’emergenza sanitaria hanno ricevuto una “retribuzione netta” di 4 euro l’ora. Una cifra di gran lunga inferiore a quella della retribuzione ordinaria, che ha costretto i cassa integrati a stringere non poco la cinghia nel corso di questi mesi.

Assegno CIG in deroga, i conti di Unimpresa

Le cifre snocciolate nel documento Unimprese sono impietose. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione (e moltissimi sono ancora in attesa del primo assegno dopo oltre due mesi di attesa) hanno visto ridurre il proprio reddito del 50%. L’INPS, infatti, avrebbe versato assegni lordi di 938,89 euro che, al netto, fanno poco più di 750 euro.
Una sforibiciata netta rispetto agli assegni mensili che questi lavoratori avrebbero percepito normalmente, con tagli che arrivano a toccare il 50% della mensilità garantita dal datore di lavoro. Calcolatrice alla mano, si tratta di una retribuzione netta di circa 4 euro l’ora.

Per andare incontro alle necessità dei lavoratori, e delle famiglie italiane, i rappresentanti di Unimpresa chiedono dunque al Governo di rivalutare l’opzione NaSPI. Come noto, infatti, al momento nessuna impresa italiana può licenziare un suo dipendente. Una decisione, nei piani del Governo, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori dal rischio di licenziamento e che, invece, finirebbe per penalizzarli. O almeno così affermano da Unimpresa.

Da un punto di vista economico, i conti sono piuttosto semplice. La NaSPI avrebbe garantito alla gran parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione un assegno superiore ai 1.200 euro mensili. La nuova disoccupazione prevede, infatti, che il lavoratore percepisca il 75% dello stipendio medio degli ultimi quattro anni (la procedura è più lunga e complessa, prendetela come una semplificazione), fino a un massimo di 1.227,75 euro. Se la cifra dovesse eccedere questo massimale, il lavoratore riceverebbe un’ulteriore integrazione, fino a un massimo di 1.335,4 euro mensili.

Insomma, quasi il doppio rispetto ai 750 euroche, mediamente, stanno percependo in questi mesi i lavoratori in cassa integrazione in deroga. “Tuttavia, il decreto legge “rilancio” ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità prorogare gli ammortizzatori sociali per appena cinque settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi”.

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Per la prima volta una diocesi ha un vicario donna, a Friburgo clero amministrato da Marianne

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Città del Vaticano – Per la prima volta una diocesi cattolica ha nominato una donna vicario episcopale, generalmente un ruolo è sempre spettato ad un uomo e per giunta consacrato. La novità riguarda la città di Friburgo, in Svizzera, e naturalmente ha fatto subito il giro del mondo. Marianne Pohl-Henzen, ha 60 anni, è sposata con tre figli grandi e diversi nipoti. Ha accettato l’incarico come un segno positivo che porterà alla promozione delle donne nella Chiesa.

Negli ultimi anni Marianne si era fatta le ossa lavorando come braccio destro del vicario episcopale precedente. Naturalmente questo non significa che verrà consacrata sacerdote, tuttavia la responsabilità dello staff e le questioni che riguardano il clero diocesano saranno nelle sue mani. Un fatto davvero senza precedenti.

Marianne ha solidi studi teologici alle spalle e non ha nascosto la speranza, che questo passaggio possa essere foriero di novità positive anche a Roma, dove si sta discutendo se aprire uno spiraglio al diaconato femminile

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Il dossier Spygate potrebbe essere la polizza di assicurazione che permette a Conte di tenere buono Renzi

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“La mossa del cavallo”
è il titolo dell’ultimo libro di Matteo Renzi, che dovrebbe uscire a giugno. In copertina, lo splendido gruppo scultoreo del Bernini che ritrae Enea mentre porta in salvo il vecchio padre Anchise. Non si capisce bene quale sia il messaggio, se Renzi ci viene suggerito nei panni di Enea o di Anchise (o forse del piccolo Ascanio?). Comunque sia, la “mossa” dell’ex premier che presumibilmente verrà spiegata nel libro è quella che ha dato vita, nell’agosto scorso, al secondo governo Conte, scongiurando i “pieni poteri” a Matteo Salvini. Posso immaginare cosa state pensando: sì, in effetti, c’è dell’ironia in politica come nella vita, i “pieni poteri” Renzi li ha consegnati a Conte, che se li è presi ben volentieri. Ma non ci riferiamo solo alla gestione dell’emergenza coronavirus.

Il fatto è che in molti, compreso chi scrive, pensavamo che con la sua spregiudicata mossa l’ex premier, tornato al centro della scena, avrebbe tenuto sotto scacco l’Esecutivo, diventando ben presto il dominus della maggioranza. Ebbene, il tentativo è senz’altro questo, ma l’esito ben lontano.

Renzi ha ottenuto conferme importanti di suoi uomini ai vertici delle aziende di stato, come in questi giorni qualche “segnale” sulle policy, ma ha dovuto ingoiare la riforma, o meglio cancellazione della prescrizione (il “fine processo mai”) ed è ancora sottorappresentato nella compagine governativa.

Ma quel che è peggio, ai suoi penultimatum fingono di credere soltanto i giornali per vendere qualche copia in più. Come spiega Davide Rossi nel suo articolo di oggi, alle sue minacce, così come alle promesse, non crede più nessuno. Per un fatto evidentemente politico: non può permettersi, facendo cadere questo governo, di rischiare il ritorno alle urne. Ma dev’esserci qualcos’altro, se nonostante lo scenario del voto anticipato sia al momento precluso dall’emergenza coronavirus, Renzi non stacca la spina – e nemmeno osa avvicinarsi.

Intervendo ieri mattina al Senato in dichiarazione di voto sulle mozioni di sfiducia contro il ministro Bonafede, Renzi ha riconosciuto al centrodestra e alla senatrice Bonino di aver posto dei “temi veri”, ma ha spiegato di non poter votare la sfiducia per “motivi politici”, ovvero perché Conte ha lasciato intendere che una sfiducia a Bonafede avrebbe messo fine al governo da lui presieduto.

“Il presidente del Consiglio dei ministri ha detto con chiarezza che, ove vi fosse stato un voto, di una parte della maggioranza, contrario all’operato del ministro o favorevole alla mozione di sfiducia, egli ne avrebbe tratto le conseguenze politiche. Quando parla il presidente del Consiglio, si rispetta istituzionalmente e si ascolta politicamente”.

Queste le parole di Renzi. Ancora più esplicito Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva al Senato: è stato “un voto sulla prosecuzione del governo, se avessimo votato solo sul ministro avremmo fatto scelte diverse”.

Una possibile spiegazione è che non sia riuscito all’ex premier di tenere in scacco l’Esecutivo con i suoi voti in Senato. Certo, per quieto vivere nella maggioranza qualche contentino gli si concede, ma il punto è che nessuno sembra credere che il leader di Italia Viva abbia intenzione di tirare troppo la corda. E se fosse Conte a “tenere per le palle” Renzi?

Ieri Repubblica riportava che i renziani, “secondo Palazzo Chigi”, avrebbero richiesto per Ettore Rosato il posto da sottosegretario con delega ai servizi. Delega che però il premier non ha alcuna intenzione di cedere. Ha già resistito alle polemiche seguite alla visita di Barr e Durham lo scorso autunno e alle pressioni del Pd, figurarsi se accetterebbe di regalarla a Renzi… “Soprattutto con la tempesta atlantica in arrivo”, ha osservato su Twitter Maria Antonietta Calabrò, la quale per Huffington Post, tra le sfide del nuovo direttore dell’Aise Caravelli ne ha citata anche una “politica”, l’accelerazione dello Spygate, che “potrebbe coinvolgere alcuni esponenti politici italiani”.

Proprio la collaborazione sullo Spygate chiesta l’estate scorsa dall’amministrazione Usa potrebbe essersi rivelata un insperato colpo di fortuna per il premier Conte, che della gestione di un dossier così scottante avrebbe fatto una polizza di assicurazione contro le manovre di Renzi, dal quale ieri in Senato ha incassato una sorta di giuramento di lealtà istituzionale, un serrate i ranghi da ex premier a premier: “Chi di noi si ritiene un patriota istituzionale, chi di noi crede alla ragion di Stato, rispetta ciò che dice il presidente del Consiglio”.

Stiamo entrando in un’estate calda, anzi rovente, a Washington per quanto riguarda l’indagine del procuratore Durham sulle origini del Russiagate, su quello “schema di eventi” per sabotare prima il candidato, poi il presidente Trump. Ed è chiaro che se un coinvolgimento italiano dovesse essere provato, questo chiamerebbe in causa i governi italiani dell’epoca, Renzi e Gentiloni. Un’allusione al ruolo del nostro Paese è stata fatta anche dal presidente Trump e abbiamo trattato diffusamente il tema nel nostro speciale: tutte le strade del Russiagate sembrano portare a Roma, tutti i principali filoni – l’incontro Mifsud-Papadopoulos, il dossier Steele, il caso EyePyramid – partono dao passano per Roma.

Ricordiamo gli incontri con i vertici dei nostri servizi dell’Attorney General William Barr il 15 agosto scorso, e di Barr e Durham il 29 settembre. Poi, a inizio ottobre, la visita del direttore della Cia Gina Haspel. Non sappiamo con precisione quale siano state esattamente le richieste americane e quale il livello di collaborazione accordato dal premier e dalla nostra intelligence. Poco o nulla, a sentire Conte e fonti dei servizi.

Fatto sta che pochi giorni dopo apprendevamo dai media Usa che l’indagine di Durham era stata ampliata per uomini, mezzi e arco temporale sotto esame, ma soprattutto era diventata ufficialmente un’inchiesta penale, proprio sulla base degli elementi raccolti a Roma.

Il procuratore generale Barr ha più volte affermato che il lavoro di Durham si sta concentrando su “potenziali crimini” e che se il Dipartimento di Giustizia riterrà di poterli provare, i responsabili saranno perseguiti. Non è chiaro se il lavoro di Durham terminerà con un rapporto come quello del procuratore speciale Mueller, ma la natura penale dell’inchiesta e le dichiarazioni molto impegnative di Barr fanno supporre che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi potrebbero arrivare citazioni di testimoni e incriminazioni.

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Il dossier Spygate potrebbe essere la polizza di assicurazione che permette a Conte di tenere buono Renzi

L’offensiva di Soros e dell’Onu contro la famiglia

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Sulle pagine social delle Nazioni Unite si invita ad abbandonare termini come “marito” e “moglie” e a sposare il nuovo vocabolario politicamente corretto. Mentre sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller appaiono editoriali contro la famiglia

Prosegue l’offensiva contro la famiglia “tradizionale” portata avanti dalle grandi organizzazioni internazionali e dai magnati della finanza. Il politicamente corretto, l’ideologia che lega la sinistra progressista mondiale basata sul multiculturalismo e sull’immigrazione senza confini, passa anche da un nuovo vocabolario, come si evince da un post pubblicato sui social network delle Nazioni Unite (Onu).

Una sorta di neolingua studiata a tavolino per accontentare tutte le minoranze (etniche, sessuali) possibili. Chi sgarra viene sistematicamente etichettato come omofobo, razzista o maschilista. “Quello che dici conta! Unisciti a UN Women per aiutare a creare un mondo più equo usando un linguaggio neutro rispetto al genere se non sei sicuro del sesso di qualcuno o ti riferisci a un grupposi legge nel post che accompagna una piccola tabella riassuntiva dei termini “neutro” da impiegare. Non più “genere umano” ma “umanità“, così come è meglio impiegare un generico “partner” al posto del potenzialmente offensivo “fidanzato” o “fidanzata“. Banditi anche termini vetusti e arcaici – sempre secondo i progressisti – come “marito” e “moglie” da sostituire con “coniuge“.

L’Onu e la neolingua politicamente corretta

Il tutto pubblicato sulla pagina delle Nazioni Unite e promosso da Un Women, l’agenzia delle Nazioni Unite (Onu) per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne. “L’Onu sceglie una politica divisiva e discriminatoria arrivando a proporre una ricetta che farebbe ridere se non ci fosse da piangere: l’abolizione dei termini marito e moglie in favore del neutro spos*. Il tutto messo nero su bianco pubblicamente, via Twitter” sottolineanno Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia Onlus. “Per le istituzioni nazionali e internazionali, neanche in tempo di emergenza coronavirus la famiglia ritorna al centro di politiche e investimenti. Per la Festa della Famiglia il nostro Presidente Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte non hanno speso neanche una parola di sostegno sapendo che milioni di famiglie sono a rischio povertà e fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, questo mentre per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia si sono battuti ed espressi per un non reato da normare e senza essere nemmeno comprovato dai dati. Ci mancava l’Onu con la sua priorità, quella di abolire marito e moglie” hanno dichiarato Toni Brandi e Jacopo Coghe.

Articoli contro la famiglia sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller

Ma l’offensiva contro la famiglia passa anche da una campagna mirata, finanziata da magnati ultramilionari desiderosi di imporre la loro visione del mondo e la loro agenda globale. “Purtroppo non è l’unica iniziativa che contribuisce a distruggere la famiglia” osservano Brandi e Coghe. “Sul portale di informazione globale Open Democracy.net, finanziato dal multimiliardario George Soros, sono apparsi diversi articoli che mirano all’abolizione della famiglia” hanno continuato. Come vi abbiamo raccontato qui, di recente, il già menzionato Open Democracyfinanziato da enti come la Ford Foundation, la Atlantic Philanthropies, la Rockefeller Brothers Fund e la Open Society Foundations di George Soros – ha pubblicato diversi editoriali contro la famiglia. La femminista radicale Sophie Lewis, per esempio, ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi del coronavirus dimostra che è tempo di abolire la famiglia“.

Nell’editoriale pubblicato su OpenDemocracy, Lewis fa intendere che lo slogan “Restate a casa” rappresenta – secondo la sua visione – un problema. Le famiglie nucleari, scrive, “rappresentano il luogo dove ci si aspetta che ci ritiriamo tutti intuitivamente per prevenire la malattia. ‘Restare a casa’ è ciò che in qualche modo dovrebbe evidentemente mantenerci sani. Ma ci sono diversi problemi con questo approccio” spiega. E quali? “Le persone queer – osserva –specialmente quelle molto vecchie e molto giovani, non sono sicuramente al sicuro lì [casa e in famiglia]“. Ora il sito finanziato dai milionari globalisti pubblica un altro articolo, altrettanto feroce, sempre contro la famiglia. L’autrice è Sophie Silverstein, studiosa di questioni di genere. A suo dire, la crisi del coronavirus mostra quanto sia necessario ripensare “le strutture famigliari obsolete e inadeguate“, procedendo alla “abolizione della famiglia“. Questo per testimoniare dove può arrivare l’ossessione politically correct.

Peraltro, se parliamo di Soros, è nota la vicinanza del fondatore dell’Open Society alla galassia femminista, statunitense in particolare. Il tutto con uno scopo politico ben preciso, naturalmente. Basti ricordare che le oltre di 50 associazioni che hanno organizzato e aderito alla Women’s March svoltasi a Washington D.C il 21 gennaio 2017 e in molte città del mondo contro Trump, furomo finanziate dalla Open Society Foundations. A svelarlo non fu una testata conservatrice statunitense o qualche tesi “complottista”, bensì la giornalista Asra Q. Nomani sul New York Times. Femministe che si preparano, nel 2020, a scendere di nuovo in piazza, sempre contro Donald Trump e con il generoso sostegno del finanziere.

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https://www.ilgiornale.it/news/mondo/loffensiva-soros-e-dellonu-contro-famiglia-1864411.html

Ecco cosa ha dato Conte a Renzi per salvare il governo

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Subito nuove aperture e piano per i cantieri

Il governo Conte traballa sotto le pressioni di Italia Viva. Sembra di essere tornati a tre mesi fa, quando Matteo Renzi criticava l’esecutivo ogni giorno minacciando di togliere il sostegno (decisivo) del suo partito. All’epoca l’ex segretario del Pd tuonava contro le tasse sulle bibite gassate, la riforma della prescrizione disegnata dal ministro Alfonso Bonafede e la revoca delle concessioni ad Autostrade. La quarantena ha sospeso gli scontri e imposto una condivisione (almeno apparente) della lotta al Coronavirus. Ma con la fase 2 sono ricominciate le prese di distanza e gli annunci di dimissioni da parte della compagine renziana. Oggi pomeriggio il confronto tra il premier Conte e gli esponenti di Iv. A tentare di trovare un’intesa ci sono i due capigruppo Boschi e Faraone e il coordinatore nazionale Rosato. Il presidente del Consiglio vuole evitare scintille e ha già preparato un piano per convincere i “ribelli” a tornare sui loro passi.

Primo punto: l’anticipo delle riaperture previste per il 18 maggio e il 1° giugno. Italia viva pone da giorni la necessità di un approccio meno prudente, per evitare di far pagare alle piccole imprese una crisi che si annuncia lunga e complicata. Per questo il premier offrirà una revisione del piano già stabilito, consentendo ai renziani di intestarsi il risultato. Il premier sposerà anche il “piano shock” messo a punto già da mesi dagli esponenti di Iv: «Lo chiamassero pure piano De Micheli o come vogliono, purché parta e cominci a dare lavoro» dicono i renziani. Un grande cantiere Italia, insomma, che consenta di dare spinta agli investimenti pubblici. Poi c’è anche la questione delle scuole paritarie, a cui i renziani chiedono di dare una mano, e gli emendamenti presentati al dl Liquidità, su cui il premier è pronto a fare la sua parte.

Resta sullo sfondo la battaglia sulle regolarizzazioni portata avanti dalla ministra Teresa Bellanova che, come era prevedibile, ha escluso l’eventualità di dimettersi. Ieri sera non si era trovato l’accordo. La mediazione sulla durata dei permessi di soggiorno (3 mesi, rispetto ai 6 di partenza) avanzata da Iv si è scontrata con un nuovo no della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo (M5S).

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https://www.iltempo.it/politica/2020/05/07/news/ecco-cosa-ha-dato-conte-a-renzi-per-salvare-il-governo-1323543/

Palamara: “Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato”

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L’intercettazione tra il boss di Unicost e il capo della Procura di Viterbo Auriemma (non indagato)

Caso Palamara: “Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato”

Il caso Palamara si tinge sempre più di giallo, stando alle intercettazione agli atti del processo che lo vede il magistrato sospeso dal Csm indagato per corruzione. Spunta una nuova conversazione Whatsapp – secondo quanto riporta La Verità – relativa ad agosto 2018, che riguarda la questione migranti e la presa di posizione di Salvini. Il capo della Procura di Viterbo Paolo Auriemma (non indagato) dice a Palamara: “Salvini indagato per i migranti? Siamo indifendibili”. Ma Palamara replica: “No hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo”.

Da altre intercettazioni con la sua famiglia – riporta La Verità – risultano continui incroci tra Palamara e il leader della Lega, ma il magistrato fa di tutto per non farsi notare: “E’ davanti a me nei controlli in aeroporto”, “E’ sul mio stesso aereo nei posti in mezzo”. Al presidente dell’Anm Francesco Minisci: “C’è anche quella merda di Salvini, ma io mi sono nascosto”, e anche con il consigliere del Csm Nicola Clivio: “Cazzo, ho Salvini davanti”.

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https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-palamara-salvini-anche-se-ha-ragione-sui-migranti-va-attaccato-673722.html

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