Cos’è e cosa non è l’omofobia e quali potrebbero essere le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto?
Ne ha parlato durante l’ultima puntata di Diario di Bioetica la bioeticista professoressa Giorgia Brambilla.
Il ddl Zan-Scalfarotto è solo apparentemente contro quella che viene chiamata “omotransfobia”. Gli atti di violenza, infatti, sono già puniti – oltretutto con aggravanti, se l’offeso è disabile, omosessuale, ecc.
Se passa la legge, sarà tacciato e punito chiunque ha dei valori diversi da quelli imposti dalla nuova categoria LGBT: mamme e papà che educano i loro figli, sacerdoti e catechisti che trasmettono la fede, insegnanti che non inseriscono il gender nella didattica.
Avere opinioni diverse non rende tali idee automaticamente lesive; eppure sarà automaticamente stigmatizzato e punito al pari di un “razzista” chi oserà obiettare rispetto al pensiero dominante; il quale, per rendere tutti uguali, renderà alcuni più uguali di altri (Orwell).
Macché governo, parlamento, elezioni. In Italia comandano i magistrati, e quanto avvenuto l’altro giorno a Lampedusa ne è l’ennesima dimostrazione. Luigi Patronaggio si sostituisce al governo e consente, lascia fare. Un sequestro trasformato in un permesso. Tutti sbarcati dalla Sea Watch, chissenefrega dello stop del ministero, che la toga ci conferisce poteri praticamente assoluti.
Giudici e magistrati non applicano le leggi e le disposizioni dello Stato. Le rimodulano con la maschera della “reinterpretazione”, ma storicamente fanno sempre la stessa operazione: decidere al posto di chi è stato regolarmente eletto.
Nell’etica come nell’immigrazione. Sulla prima materia si segnala quale eccezione solo la recente debolesentenza della Cassazione, che nega la liceità della maternità surrogata in Italia ma riconosce una genitorialità omosessuale, totalmente assente nelle leggi italiane. Per il resto riconoscimenti di figli nati all’estero e approvazione di unioni tra persone dello stesso sesso ben prima della legge Cirinnà.
Le leggi contro l’immigrazione sono inutili
Sulla seconda materia i magistrati italiani esercitano il proprio dominio da più di 15 anni. A suo tempo ignorando le disposizioni della Bossi – Fini, divenuta futile nel giro di pochi anni se non addirittura mesi, poi fregandosene altamente del reato di immigrazione clandestina introdotto dall’ultimo governo a nome Berlusconi.
A quanto pare sì. Almeno, stando alla storia degli ultimi 20 anni. Questo a meno che non si decida a promulgare leggi già generate ad hoc dalla magistratura (come quelle sulle unioni omosessuali poc’anzi citate). Salvini si prenda un bel caffé, ha una bella gatta da pelare. Quella di chi ha il dovere di eseguire le leggi, sempre che qualche toga gli consenta di farlo.
I diversi arresti in provincia di Verona per un’organizzazione locale di ‘Ndrangheta, riconducibile alla potente cosca degli “Arena-Nicoscia” di Isola Capo Rizzuto (Crotone), con sequestri per oltre 15 milioni di euro e il coinvolgimento di dirigenti locali e indagini aperte che vedono coinvolti vari personaggi eccellenti della città scaligera, ci porta a riflettere sulla realtà della mafia.
L’inchiesta, corroborata dal contributo di alcuni collaboratori di giustizia, ha fatto emergere gravi indizi di condotte criminali tipiche delle propaggini extra-regionali della ‘ndrangheta, ispirate alla commistione di metodologie corruttive-collusive ed estorsive, ed ha consentito di registrare anche indebiti rapporti tra alcuni appartenenti al sodalizio mafioso in questione ed i dirigenti di una società operante nel settore della raccolta dei rifiuti urbani. Analoghe strutture ‘ndranghetiste sono state scoperte negli anni in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.
“A Verona stiamo lavorando per erigere muri invalicabili alle infiltrazioni, proprio pochi giorni fa con il prefetto abbiamo lanciato l’allarme perché l’attuale crisi economica può essere terreno fertile. Dobbiamo fare di tutto per evitare nuove infiltrazioni, ma devono essere estirpate anche quelle vecchie», ha dichiarato il sindaco della città Federico Sboarina”.
Ecco, una prima modalità di difesa dalle mafie è proprio la loro conoscenza. Quando si parla di mafie non ci si riferisce a un semplice problema di ordine pubblico e di sicurezza sociale (sia pure da gestirsi a livello nazionale o internazionale) ma a una realtà che può mettere in pericolo la sopravvivenza delle democrazie, delle istituzioni e delle strutture della società civile di tutti i paesi del mondo. Se il primo approccio con la realtà delle varie criminalità organizzate è senz’altro quello dell’azione di contrasto, del controllo repressivo (di polizia), tuttavia questo non basta, anche a causa della diversa efficienza delle forze di polizia nell’ambito dei singole città, della pluralità e conseguente frammentazione operativa degli organismi competenti, della inadeguatezza e della preparazione non sempre eccellente di una parte del personale, dell’insufficienza degli stanziamenti di bilancio, dei sistemi di valori e delle sensibilità relative alla coscienza di ciò che è male e bene (a livello legale oltre che etico), che divergono notevolmente da città a città, da persona a persona.
Affinché le leggi siano giuste, perché giudici e poliziotti possano adempiere al loro dovere, occorrono condizioni culturali e politiche ottimali. Queste si possono conseguire soltanto laddove le istituzioni siano caratterizzate da un grado soddisfacente di democrazia. Purtroppo questa situazione non si riscontra in Italia. Se la nostra Costituzione, almeno sulla carta, garantisce l’esercizio dei diritti civili e politici fondamentali, le mafie riescono spesso a instaurare un notevole condizionamento delle politiche, governative e amministrative, oltre che a corrompere poliziotti, giudici, funzionari della pubblica amministrazione, banchieri, imprenditori. Purtroppo finché ci saranno instabilità politica, disordine legislativo, scarsi mezzi per la Polizia, sacche di povertà, incultura o vero e proprio sottosviluppo, per i gruppi criminali ci saranno zone d’ombra nelle quali poter prosperare indisturbati, anche nell’insospettabile Verona. Parafrasando Giovanni Falcone, che nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, scritto insieme alla giornalista francese Michelle Padovani (ed. Fabbri Editori, 1994) parlava di Sicilia, si potrebbe anche dire che il Veneto stia diventando sempre più “una terra dove, purtroppo, la struttura statale è deficitaria. La mafia ha saputo riempire il vuoto a suo modo e a suo vantaggio, ma tutto sommato ha contribuito a evitare per lungo tempo che la società … sprofondasse nel caos totale in cambio dei servizi offerti (nel proprio interesse, non c’è dubbio) ha aumentato sempre più il proprio potere. È una realtà che non si può negare. Il concetto di parassitismo va quindi rivisto, insieme con la inevitabile dicotomia tra vecchia buona mafia e presunta nuova mafia. Negli ultimi vent’anni i mafiosi, dotati di intelligenza vivace, di grande capacità lavorativa e di una notevole abilità organizzativa, dopo avere notevolmente accresciuto le loro possibilità di investimenti, sono potuti entrare direttamente nel mondo economico legale impiegandovi risorse illegali e perpetuando se stessi. E di qui la continuità dei comportamenti mafiosi e l’abitudine, … di appropriarsi del bene pubblico”. Così a pagina 133 del libro scriveva della Sicilia Giovanni Falcone, ma sembrano parole adeguate anche alla realtà odierna veneta e veronese.
Se è vero, come disse lo stesso Falcone, che la mafia “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” è anche vero che la “professionalità nella lotta alla mafia significa anche avere la consapevolezza che le indagini non possono essere monopolio di un’unica persona, ma frutto di un lavoro di gruppo. L’eccesso di personalizzazione è il pericolo maggiore delle forze antimafia, dopo la sottovalutazione dei rischi”, come anche “perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora”.
Sempre Falcone scriveva: “uno dei miei colleghi romani, nel 1980, va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: ‘Signor Coppola, che cosa è la mafia?’. Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: ‘Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…’”. Lo stesso può dirsi per altri incarichi pubblici, come la vicenda di Verona ha dimostrato e continuerà a dimostrare se l’inchiesta continuerà…
L’azione di contrasto alla criminalità mafiosa sta attraversando un periodo di transizione i cui sviluppi, ora difficilmente prevedibili, dipenderanno dalla capacita e dalla volontà di non disperdere, come purtroppo è avvenuto più di una volta nel corso dei decenni repubblicani, il patrimonio di strumenti legislativi e di professionalità degli apparati giudiziari e di polizia accumulato nei periodi “alti” della reazione istituzionale e politica ai poteri mafiosi. Se il complesso bagaglio legislativo, penitenziario, giudiziario, finanziario, amministrativo ecc., è da migliorare sicuramente, ancor di più siamo tutti chiamati a prendere coscienza che il problema si gioca sul piano educativo, della comunicazione, dell’informazione.
Solo se si ha della mafia un’idea adeguata la si potrà affrontare efficacemente. Occorre avere una conoscenza adeguata dei fenomeni criminali e della realtà in cui essi si sono formati. Poi occorrerà operare sul piano economico, boicottando le attività illegali e contribuendo alla crescita dell’economia legale, sapendo che il mercato non è un toccasana e che occorre porre l’accento sulla socialità dell’economia o, come insegna la Chiesa Cattolica, “sull’economia sociale di mercato”.
Sul piano politico, poi, occorrerebbe sviluppare le forme di partecipazione e di controllo da parte del popolo, praticando realmente il pluralismo dei poteri (lo “Stato diffuso”).
Sul piano sociale, invece, bisognerebbe creare e rafforzare il tessuto della società civile, partecipando il controllo del territorio alle forme di vigilanza dal basso.
Infine, sul piano culturale, educativo ed etico, occorre praticare un’etica comune, il diritto naturale, fondato sul rispetto delle vita dal concepimento alla morte naturale (anche il praticare l’aborto è una forma di mafiosità, in quanto si tratta della volontà di far prevalere il diritto del più forte, la mamma, sul diritto del soggetto più debole, il nascituro), sui valori irrinunciabili della libertà e della legalità, sul contrasto alla “società mafiogena” attraverso la trasparenza degli stili, delle scelte e delle iniziative quotidiane, sia interne alla persona sia esterne, sul rispetto del prossimo applicando la regola aurea del “non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”.
La mafia si pone, rispetto al tessuto sociale del Paese, come una comunità che, al suo interno, ha sostituito alle regole del diritto quelle della sopraffazione e della violenza e che tali regole intende proiettare al di fuori di se stessa. Di fronte ad una situazione del genere, occorre promuovere prima una riflessione e poi, soprattutto, un’azione organica e continuativa contro le mafie, ma un’azione che non può fermarsi a qualche “predica” sulla legalità e nemmeno alle animazioni, alle sdrammatizzazioni o agli spazi scolastici dedicati alla creatività “antimafia” degli alunni, come non possono bastare gli articoli di giornale e i libri per lottare contro le Mafie. Valori come quello della legalità non si trasmettono con la sola buona volontà. Purtroppo cadendo il senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani, si è arrivati, progressivamente, ad una vera e propria eclissi del rispetto delle regole sociali. E questo si è ulteriormente aggravato con l’impressionante crisi della fede cattolica. Dimenticando che ogni autorità viene da Dio (e che deve essere rispettata), contrastando l’evidenza del fatto che ogni legge dovrebbe corrispondere all’ordine morale naturale, non si può legittimare l’autorità dello stato ed estendere la legalità, semmai si aumentano i frutti amari della mancanza di fede, che sono sotto gli occhi di tutti e sono veri e propri disastri: guerre, rivoluzioni, omicidi, suicidi, aborti, famiglie distrutte, governi impotenti di fronte a tanti gravi problemi, gioventù ribelle e delusa. E non da ultimo, appunto, l’aumento del potere mafioso. Gran parte degli italiani, tanto per rimanere a casa nostra, non frequenta più la Chiesa, i sacramenti, non santifica la festa. Ma questo seppellire i valori cristiani, ci rende tutti responsabili dell’abbruttimento e dell’imbarbarimento del vivere quotidiano. Bisognerebbe gridare a tutti, in primis agli atei, che è impossibile vivere senza Dio, senza osservare i comandamenti di Dio e i continui richiami della Chiesa, senza preghiera e senza credere nell’aldilà. È questo vale anche per una sana antimafia e per le politiche anti-corruzione. Un mondo miscredente non può contrastare efficacemente le mafie e la corruzione. Se non c’è un traguardo eterno della vita terrena ognuno è legittimato a vivere, a “sfruttare” al massimo la sua vita terrena (considerandosi solo un corpo che, prima o poi, diventerà “cibo per i vermi”), magari calpestando gli interessi altrui pur di far emergere e soddisfare i propri. Ciascuno faccia un serio esame di coscienza e prenda convinte e fattive decisioni per crescere nella fede e, conseguentemente, nella vita sociale e civile. Dare la colpa agli altri delle cose che non fanno, compresa “la cultura” dell’illegalità, è un segno di vigliaccheria e poca responsabilità individuale. Se ciascuno di noi diventerà più credente, automaticamente diventerà più onesto e tutto il mondo sarà migliore. Bisogna, infatti, superare la cultura individualistica e libertaria di molti mafiosi, la loro “visione etica, sociale e solidaristica” tutta particolare e “relativistica”, per prendere coscienza che anche le mafie sono “strutture sociali di peccato, frutto del Maligno”. Come tali coinvolgono non solo comportamenti devianti di singoli individui, ma regole e metodi che hanno guadagnato un carattere collettivo ed anche istituzionale. I più fondamentali rapporti umani e civili sono come stravolti dall’ingiustizia e dalla prevaricazione mafiose. I diritti elementari o sono negati o sono concessi a titolo di favore. Per scardinare questo sistema di potere, dannoso culturalmente, socialmente e politicamente, basato sulla violenza fisica ma pure su un intreccio di alleanze e collusioni con pezzi delle istituzioni e della società civile, è necessaria una denunzia del fenomeno mafioso, non solo sul piano verbale ma, ancor più, sul piano della trasparenza degli stili, delle scelte e delle iniziative quotidiane, sia interne alla persona sia esterne. Occorre imparare ad assumere nei confronti delle mafie, dei suoi capi, dei suoi complici e dei suoi fiancheggiatori, atteggiamenti degni della santa radicalità di Nostro Signore Gesù Cristo: amore per la vita, rispetto del prossimo, fraternità che deriva dall’unico Padre che è nei Cieli, rispetto reciproco che deriva dalla regola d’oro del fare agli altri ciò che vorremmo gli altri facessero a noi (o, detta diversamente, del non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi), essere segno di contraddizione, rottura e denuncia nei confronti del male, con quello spirito profetico della “sentinella”, tante volte messo chiaramente in evidenza dalle Sacre Scritture. Le organizzazioni mafiose non temono soltanto l’operato delle forze dell’ordine e della magistratura ma anche quello delle scuole, delle associazioni di volontariato, delle parrocchie, dei servizi sociali che si propongono di offrire ai ragazzi che possono essere reclutati dai mafiosi o che lo sono già stati, non solo delle opportunità di vita e di lavoro alternative a quelle criminali, ma soprattutto propongono una cultura della legalità e della solidarietà radicalmente alternativa a quella mafiosa.
Solo così si può superare e archiviare quella forma di terrorismo (e non soltanto una mentalità distorta e un comportamento deviante) che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società che risponde al nome di MAFIA.
Roma, 7 giu – Il 18 marzo 2014, di fronte alle camere riunite del parlamento sulla questione dell’annessione della Crimea, Putin, con l’intera società civile russa mobilitata, si sofferma sull’idea nazionale russa e sul “Ruskij Mir” come essenza dello Stato ideocratico. Nel 2020, nel pieno della crisi geopolitica globale da Covid-19, la strategia del Cremlino è quella di affermare la legittimità dei vari Stati democratici sovrani e la missione degli universali spiriti nazionali invasi dai due globalismi totalitari, quello cinese e quello del Deep State.
Anno 2000: Putin diveniva presidente della Federazione russa, di contro ai dogmi progressisti dei due avanzanti globalismi di sinistra (comunismo cinese e americanismo clintoniano), il neo-presidente russo lanciò un sasso nello stagno del nuovo bipolarismo mondiale: “Cristo, Nazione russa, Democrazia sovrana” sarebbero stati i valori e la politica della Nuova Russia. Putin tracciava una linea rossa: aveva già capito quale fosse il nemico vero, quella sinistra globalista che stava mettendo in moto una nuova rivoluzione mondiale, metamorfosi di quella antirussa dell’ottobre ’17. La destra nazionale russa entrava però nel campo globale con Putin: attiva contro la sinistra materialista globalista, non sovrapponibile al suprematismo bianco “protestante” occidentale. Sedici anni dopo, l’intero occidente avrebbe iniziato a vivere un conflitto politico e sociale – identità culturale e nazionale contro totalitarismo globalista di sinistra – che la Russia aveva risolto ormai da anni. I militanti di destra radicale sono accettati, in Russia, se non assumono posizioni scioviniste e razziste russofobe, mentre i militanti “antifascisti” sono continuamente monitorati e spesso arrestati come nemici della patria se si macchiano di gravi reati (ultimo caso si è avuto nello scorso febbraio).
Eurasismo?
Sono passati ormai circa 30 anni – eravamo allora nel gennaio 1992 – da quando il settimanale “Den”, diretto da Aleksandr Prochanov, pubblicò gli atti di un simposio, “La resistenza eurasista”, al quale parteciparono il generale Klokotov dell’Accademia militare, Dugin e Sultanov membri della redazione, Sergej Baburin con una corrente nazionalista russa, De Benoist e Steuckers con altri rappresentanti della neo-rivoluzione conservatrice europea.
Tale resistenza apparve da subito svincolata dall’eurasismo classico di Savickij e Trubeckoj, fortemente indirizzata dalla visione dottrinaria della Rivoluzione Conservatrice europea degli anni’30. La sintesi teorica di tale concezione risultò nel delinearsi di una auspicata contrapposizione geopolitica di civiltà tra “Terra” e “Mare”, ovvero potenze continentali da un lato e potenze marittime dall’altro, blocco continentale alleato strategico di Cina, India, Iran da un lato e talassocrazia angloamericana dall’altro. Di solito i critici si limitano a segnalare l’adesione di Zjuganov con il suo Partito comunista della Federazione russa (KPRF) a tale indirizzo storico e geopolitico, trascurando sorprendentemente la piena appartenenza di un pezzo da novanta come Primakov alla strategia di civiltà eurasista.
Nel gennaio 1996 Primakov sostituì quale ministro degli esteri quel Kozyrev che fu convinto fautore dell’avvicinamento russo con la Nato, come emerge dall’importante saggio di Strobe Talbott “The Russia Hand”; da allora, per tre anni, nonostante l’altalenante e confusa leadership di Eltsin, la politica estera russa sembrò muoversi concretamente sulla via del blocco continentale, avviando collaborazioni strategiche con Cina ed Iran e ponendo altresì le basi per una collaborazione ad ampio raggio con i popoli turchi o turcofoni dell’ex Urss, come chiedeva a gran voce il comunista Eduard Bagramov. Andrej Panarin, noto ideologo dell’ “eurasismo accademico”, scrisse che la linea strategica eurasista molto doveva alla morfologia del clash of civilitation (scontro di civiltà) di Huntington; rifiutato come russofobo il modello atlantico che sembrava prevalere nell’epoca Eltsin, Panarin scartava anche il modello nazionalistico organicistico e quello neo-panslavista che avrebbero condotto, a suo parere, ad un contemporaneo conflitto sui classici due fronti (occidente e Islam o occidente e Cina), per delineare teoricamente la rifondazione della Russia su base eurasista. Sul piano del pragmatismo politico, in definitiva, l’eurasismo non poteva essere declinato che come modello “neo-sovietico” o nazionalcomunista.
Il putinismo come nazionalismo e conservatorismo di Stato
L’ideocrazia putiniana non è, evidentemente, figlia né figliastra dell’eurasismo sebbene molti influenti consiglieri presidenziali, tipo Glazyev, puntino in quella direzione. Non andrebbero dimenticati taluni manifesti del fronte Rodina (Patria) di Rogozin, partito militante del putinismo (dal 2007 partito della “Grande Russia”), che si potevano vedere nelle strade di Mosca o San Pietroburgo nei primi anni del 2000; sembravano infatti, tali messaggi, quelli dei neofascisti italiani degli anni ’70 con la rappresentazione grafica della Grande Europa delle Nazioni sovrane da Lisbona a Vladivostock. Era un europeismo di tipo culturale revisionistico, non economicistico, in evidente continuità con il nazionalismo slavofilo di Igor Safarevic, Alexander Solzenicyn e con i social-cristiani di Evgenij Vagin che si rifacevano al movimento nazionalpopolare antibolscevico degli anni ’30; un integrazionismo eurorusso che contestava i processi di allargamento della UE e le varie riforme strutturali incentrate sulla moneta unica. Nel messaggio alla nazione del 2005, non a caso, Putin ribadì che la Russia assegnava alla collaborazione con l’Europa un ruolo di primissimo piano nel campo della civilizzazione globale.
Quale fu allora il motivo di una separazione di intenti e prospettive sempre più palese? Evidentemente Putin, con il tutto il suo pragmatismo, deve comunque aver preso molto sul serio “La lezione di Bisanzio” di Tichon Sevkunov, suo confessore spirituale. La lezione di Bisanzio è la missione della Terza Roma cristiano ortodossa, il che significa non rinnegare la “vera fede”, reiterando sul suolo russo mode o pratiche ideologiche che condurrebbero allo sfaldamento morale e spirituale. Sotto attacco e sotto la lente di osservazione del Patriarcato di Mosca vi è perciò quel fanatismo progressista europeista, che agli occhi del “partito del patriarca Kirill” rimanda, per quanto con tecniche o modalità di agire solo apparentemente differenti, al nichilismo del terrore sovietico già patito dai russi. Si pensi che tra il 1960 e il 1985, in una fase già meno critica di quella del Terrore di Lenin e Stalin, l’abortismo sovietico di Stato realizzò il massacro di circa 140 milioni di vite innocenti! Putin e la Chiesa Ortodossa hanno in materia gradualmente avviato, nel corso degli anni, una legislazione per nulla repressiva, aprendo migliaia di centri di sostegno per donne in attesa, promuovendo la politica di natalità demografica e di sensibilizzazione, rafforzando la sanità pubblica universale; nonostante ciò, stampa e istituzioni dell’UE attaccano la Russia cristiana “nazione negatrice di diritti”. Di qui la laconica definizione del presidente Putin: Ue significa Unione Sovietica Europea. Lo stesso si dica dell’ideologia gender, che peraltro è stata in questi giorni stigmatizzata in termini molto forti dallo stesso papa emerito Benedetto XVI. L’europeismo basa con cieco fanatismo tutta la strategia di civilizzazione e la base pedagogica delle nuove generazioni su questi presunti diritti, che i russi generalmente non comprendono e sicuramente non apprezzano; per di più, il putinismo pur non essendo il prototipo di un fenomeno storico rivoluzionario conservatore, si è però sempre più caratterizzato come una ideocrazia conservatrice panrussa e nonostante il presidente della Federazione sappia come buona parte dei suoi connazionali sia ancora vittima del lavaggio del cervello sovietico, ha coraggiosamente innalzato come eminenti spiriti dell’Idea Russa i vari Denikin, Vrangel, Solzenicyn, Ivan Ilyn.
Una politica estera di “Sacra difesa” e la terza linea russa
L’Unione Eurasiatica è perciò niente di più che una diversione tattica geoeconomica radicatasi nel contesto di una nuova guerra fredda antirussa, pianificata con l’”Euromaidan” (2014) dall’amministrazione dem statunitense a guida Obama-Clinton, ben più pericolosa di quella tra Usa e Urss, e per la nuova impostazione conservatrice ortodossa della Russia, antitetica al progressismo globalista sino-euro-americano, e per la specifica pressione cinese ad est.
Come sostiene giustamente Dimitri Trenin, l’aquila a due teste, emblema nazionale russo, all’apparenza simmetrica, si è sempre sporta verso ovest piuttosto che verso est. La politica estera putiniana, nel corso degli anni, ha dimostrato di avere una strategia difensiva, né aggressiva né imperialista, la linea rossa è rappresentata dalla volontà assoluta di difendere la “fortezza ortodossa”: Mosca Terza Roma. Si pensi alla tattica mediorientale: si mira anzitutto alla difesa della cristianità ecumenica sterminata dal terrorismo islamico, in concerto con il baathismo siriano, ma non si vuole destabilizzare né Israele, né la Turchia, nonostante la proiezione imperialista e neo-ottomana di Ankara. Importanti esponenti del mondo finanziario ed economico, di cui Karaganov sembra essersi fatto portavoce, spingono per una alleanza strategica con la Cina ed il Deep State angloamericano ha finto di rappresentarsi come un incubo un eventuale patto di ferro tra russi e cinesi. L’elite politico-militare di Mosca non cade però nel tranello. Il ventre molle della potenza cinese è costituto, come noto, dai settori di avanguardia sul piano della tecnologia militare. La fornitura russa di tecnologie militari a Pechino, tutta di seconda generazione, rientra nella consolidata logica di partnership commerciale e geoeconomica, esula assolutamente dall’alleanza strategica ed in più casi, anche negli ultimi mesi, Yevgeny Livadny, amministratore delle proprietà intellettuali Rostec (Ministero della Difesa) ha accusato esplicitamente la Cina di essere stata più volte colta nel tentativo di copiare le tecnologie militari russe di ultima generazione. Inoltre, la Russia, soprattutto in momenti storici decisivi, come ci insegna la sua millenaria storia, non ama prendere parte ad alleanze strategiche in cui risulti elemento non centrale dello schieramento. Una eventuale alleanza con Pechino sarebbe in tal senso di evidente subalternità.
Certamente, una prossima leadership dem negli Usa, se vi sarà, troverà la Russia pronta a ogni possibile escalation; il sovranismo digitale, l’auto dipendenza satellitare e la ipotetica autarchia economica sono state sperimentate nelle ultime settimane con risultati non peggiori rispetto a Cina ed Usa. Infine, la recente politica putiniana ha ben mostrato che quanto sostenevano gli eurasisti alla fine degli Anni 90 non era vero: la Federazione russa, ben guidata dal ministro S.K. Sojgu, pur avendo temporaneamente perso Kiev, si è mostrata all’altezza di saper “reggere botta” sui fatidici due fronti. Dal 2013 al 2019, il fronte russo ha affrontato, in contemporanea, occidente e terrorismo islamico con risultati che non sono stati affatto catastrofici. Tutt’altro. La Terza linea russa, indipendente dai materialismi di oriente e occidente, è fattivamente sul campo da anni e tale con ogni probabilità continuerà a essere.
Mosca, 6 giu – Dopo il rinvio dovuto al coronavirus che ha fatto slittare il voto dal 22 aprile al primo luglio, in Russia la campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale si appresta ad entrare nel vivo. All’interno del pacchetto di modifiche volute da Vladimir Putin vi è anche una norma che prevede l’inserimento nella Costituzione russa del concetto di matrimonio inteso esclusivamente come unione tra un uomo e donna. A sostegno di questa proposta, il tabloid d’informazione Federal News Agency ha realizzato uno spot contro le adozioni da parte di famiglie omosessuali. Nel video, ambientato in una ipotetica Russia del futuro (nel 2035), si vede un bambino in un orfanotrofio che scopre di essere stato adottato da una coppia di omosessuali. Uno di questi, vestito e truccato da donna, gli porge come regalo un abito femminile. “È questa la Russia che vuoi? Decidi il futuro del Paese. Vota gli emendamenti alla Costituzione”, l’appello della voce fuori campo.
Lgbt all’attacco
Ovviamente il video ha immediatamente suscitato i piagnistei delle varie associazioni Lgbt, secondo le quali lo spot “inciterebbe all’odio e all’ostilità”. Immediata la replica di Nikolay Stolyarchuk, amministratore delegato di Patriot Media Group, la società alla quale fa riferimento Federal Agency News, che spiega chiaramente come “il video è in linea con le leggi russe approvate sotto il governo di Putin che hanno messo fuorilegge la cosiddetta propaganda omosessuale. La questione principale non è combattere contro la comunità Lgbt, ma difendere l’istituzione della famiglia come unione di un uomo e una donna, e garantire che i partner dello stesso sesso non debbano essere autorizzati ad adottare i bambini”.
Le leggi alle quali fa riferimento Stolyarchuk sono quelle approvate nel 2013 con l’intento di “proteggere i minori da informazioni che promuovono la negazione dei valori tradizionali della famiglia”. Secondo un sondaggio condotto in quell’anno dal ‘Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica’, oltre il 90% dei russi intervistati si dichiarava favorevole all’introduzione di quelle leggi. Inoltre la Russia vieta l’adozione internazionale di minori da parte di coppie omosessuali e single provenienti da paesi in cui è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Sergio Mattarella è il punto fermo nel nostro convulso universo politico e istituzionale. Tutto si agita nei poteri, nei partiti, nel paese, le toghe svolazzano nere sui Palazzi; tutto si muove, eccetto lui, il Primo Motore Immobile delle Istituzioni. Un punto fermo ci vuole nel caos; ma che sia troppo fermo?
No, rispondono, è solo apparenza, Mattarella muove le fila, parla anche da muto, agisce sobrio, silente, allusivo, suggerisce, si muove come un sommergibile, non si esibisce. Sarà, ma troppe volte avremmo voluto che l’arbitro della Repubblica arbitrasse, che il Garante dello Stato garantisse. Troppi nodi irrisolti, troppe storture, troppi sfregi alla Costituzione, alla libertà, alla democrazia, alla divisione dei poteri… Dalla pandemia al pandemonio. E invece, dal Colle solo sermoni congelati, messaggi come moduli prestampati, predicozzi e rituali ovvietà. Più il solito politically correct, il solito antifascismo rituale, il solito luogocomunismo in apparenza ecumenico. Niente sugli abusi compiuti nel nome della salute, nessun appello di nessun tipo alla nazione alle prese col momento peggiore della nostra storia repubblicana.
Conte e Bergoglio gli rubano non solo la scena ma anche il ruolo. Da un lato il Conte Vanesio si mostra al Paese come Unica Voce del Palazzo, col suo protagonismo istituzionale e i suoi continui messaggi alla nazione: Mattarella ne fa uno a fine anno, i restanti giorni li fa Conte con la regia del suo puparo Rocco Casalino. Dall’altro lato Bergoglio troppo spesso parla da presidente, si occupa in modo laico, tra cornici secolari, di temi sociali, economici, sanitari, politici, migratori, internazionali, come se fosse al Quirinale. Mattarella, schiacciato nella morsa, appare come il vicario dei due, o l’intervallo, la pausa. Tace.
Sul pasticciaccio del Csm Mattarella si è trincerato dietro il formalismo giuridico, dicendo che non è in suo potere scioglierlo: ma basterebbe a un presidente esternare il suo parere o rifiutarsi di presiederlo per delegittimarlo e spingerlo alle dimissioni.
Ho vanamente sperato in tutti questi anni che Mattarella uscisse dal sarcofago, si dimettesse dal ruolo egizio di Mummiarella a cui era stato destinato dal suo Grande Elettore, Matteo Renzi; che ci stupisse, come fece anni fa il rimpianto Cossiga, che ci spiazzasse e ci facesse capire che è pure il nostro presidente, anche di noi che idealmente non lo avremmo votato. Insomma che fosse il presidente di tutti gli italiani e il Custode Supremo dello Stato, della Patria, della Costituzione. E invece, l’unico suo messaggio di questi ultimi mesi è che se cade Conte non si fanno altri governi, si va subito al voto: così spaventando i tre quarti dei Parlamentari ha donato una polizza salvavita all’indecente governo in carica e al premier che vende fumo in piena disgrazia.
Ricostruiamo la parabola di Mattarella. Per decenni era stato coricato nell’oblio, nel frigorifero, nelle seconde file della prima repubblica. Poi un bel giorno per un gioco di prestigio di Renzi, a sorpresa, un reperto old style della canuta Dc e del vecchio notabilato, apparve d’un tratto come la risorsa segreta della Repubblica. Appena eletto, tutti presero a vantarlo: quanto è santo, saggio e prestigioso, ecco l’uomo necessario all’Italia. E noi increduli chiedevamo: ma in tutti questi anni non vi eravate mai accorti di quanto fosse necessario Mattarella, visto che non avevate mai pensato a lui a proposito di niente? D’improvviso Mattarella passò per statista, via di mezzo tra Moro e Andreotti; la sua flemma, il suo aplomb, la sua bocca cucita, i suoi discorsi biascicati come rosari, la sua lieve gibbosità senza collo che fissava la testa sulle spalle, la nuvola bianca sul capo, furono i segni visibili della sua saggezza e della sua felpata prudenza.
Per carità, Mattarella è persona ammodo, corretta sul piano formale, dignitosa. Ma è forse il garbo il primo requisito per il capo di qualunque impresa, pubblica o privata? Figuratevi il Capo dello Stato.
Lo Zar Matteo partorì Mattarella al Quirinale per circondarsi di ombre e rifulgere come il Re Sole del sistema politico. Mattarella era una figura minore della prima repubblica, un gregario della corrente demitiana, aveva qualche notorietà perché proveniva dalla Famiglia Mattarella, figlio di quel Bernardo e soprattuto fratello di quel Piersanti ucciso dalla mafia. Il suo nome era legato al Mattarellum che non è un suo antenato ma uno dei tanti artifici elettorali della seconda repubblica, come il porcellum, il tatarellum o qualche altro pasticcellum parlamentare. Mentre il suo capocorrente Ciriaco De Mita diventava sindaco di Nusco, l’affiliato siculo diventava Presidente della Repubblica. Eccolo, il presidente ideale, la figura mosciarella che non fa ombra a nessuno, non parla ma sibila, non si muove ma fruscia; il capo dello statico. I suoi primi messaggi tavor di fine anno narcotizzavano gli italiani che dopo averlo sentito non aspettavano nemmeno la mezzanotte perché cadevano nel sonno… Mattarella appariva come un regnante assiro-babilonese, frutto di altre epoche e altri mondi e lo confermava il suo stile, il suo linguaggio, il suo incedere, il sontuoso copricapo bianco, suo e del suo inseparabile alter ego. Poi avvennero due cose impreviste: il crollo verticale di Renzi e la calata dei barbari, incapaci e ignoranti al potere. A quel punto Mattarella è apparso al paragone un eccelso statista, un illuminato giurista, un gigante della repubblica, quasi un messia.
Nella grave situazione anche noi cominciavamo a guardare a lui con disperata speranza. Prima o poi interverrà, lancerà segnali di vita… E invece Mattarella non ci sta traghettando verso alcun porto, non indica alcuna rotta, si limita al ruolo di guardiano del faro. Scruta di giorno e lampeggia di notte. Troppo poco per un paese che rischia di esplodere e poi di affondare.
La Via degli Uomini è il libro di JackDonovan (figura di importante rilievo nell’Alt-Right nonostante la sua bisessualità) che tratta in maniera decisamente interessante la società degli uomini, il loro arcaico ma fondamentale spirito comunitario che si riconosce nella “gang” (termine utilizzato per identificare la squadra di uomini, la crew, la tribù, il clan o comunità) e come questa visione sociale, in parte civilizzatrice e pienamente identitaria sia minacciata dalla società moderna capitanata dall’armata arcobaleno e i suoi gendarmi: antifascisti, liberal, anarchici, femministe, mondo LGBT, progressisti, radical chic e tutto l’organo mondialista.
Lo scontro culturale, sociale, politico e identitario descritto da Donovan si sta palesando in questi giorni nelle strade degli Stati Uniti d’America a causa delle proteste susseguitesi all’assassinio di Floyd. Infatti da una parte della barricata abbiamo l’ondata dei facinorosi: esteticamente discutibile, priva di valori, odiatrice della propria gente, organizzata in modo barbarico e al contempo piagnucolona e ipocrita; dall’altra, invece, abbiamo le milizie di auto-difesa americane che possono essere rappresentate in questo modo: comunitarie, colme di valori, spirito di gruppo e senso di appartenenza. La differenza tra le due squadre sul campo è palese e rappresenta due differenti visioni del mondo, una perversa e distruttiva l’altra guardiana ed ancestralmente europea.
I patrioti statunitensi non hanno perso tempo nell’armarsi e scendere in strada per difendere la propria comunità dagli attacchi dei “selvaggi invasori”, ripercorrendo le tappe della genetica dell’uomo che si eleva quando in pericolo vi è la propria gente e la propria terra. Gli esempi che ci giungono dall’America, in questo pessimo clima da pseudo guerra civile, ci fanno ricordare cos’è davvero un “UOMO” e non la visione che ne vogliono dare i mondialisti, completamente snaturata e femminilizzata in maniera tale da trasformarla in innocua e completamente asservita ai diktat totalitari del mondialismo.
Gli europei riprendano vigore dalle milizie statunitensi e si adoperino per vivere di azione abbandonando sterili sofismi, salotti e teorie anacronistiche dannose per la lotta alla globalizzazione.
Altro che unità nazionale, Bersani delira in tv: “Con la destra al potere non sarebbero bastati i cimiteri”.
Con il centrodestra al governo non sarebbero bastati i cimiteri», ha detto l’altra sera in tv ospite dalla Berlinguer Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd e oggi leader di Leu, fallimentare partitino di sinistra al governo per grazia ricevuta.
Alla faccia della concordia nazionale invocata da Mattarella e auspicata dalla sinistra: comunisti si nasce e comunisti si resta, per quanto lo si provi a camuffare per vergogna della propria storia. Non so se in vino veritas, ma Bersani ha gettato la maschera del moderato di buon senso che ama indossare nelle sue apparizioni televisive e lo ha detto con chiarezza: per lui chi non è di sinistra è un assassino, quantomeno un incapace. Si può trattare, collaborare o mediare con gente così?
E dire che noi – assassini quantomeno di riflesso – la volta che Pier Luigi Bersani allora potente leader e duro avversario di Silvio Berlusconi ebbe un serio problema di salute tanto da essere ricoverato in rianimazione, titolammo a tutta pagina, con lo stupore dei nostri lettori, «Forza Bersani», che non è esattamente uno slogan criminale. Non sappiamo se il medico che gli salvò la vita fosse di sinistra o di destra, sappiamo che i medici si dividono in bravi e non bravi – come i politici e i giornalisti in onesti e disonesti – e che solo da queste percentuali dipende l’affollamento dei cimiteri e la verità.
E poi, egregio onorevole Bersani, è noto che i cimiteri del mondo sono zeppi di vittime dovute alla ferocia e alle incapacità dei regimi di sinistra, che in quanto a numeri (triste classifica) superano di gran lunga le orribili stragi compiute da analoghi boia di destra.
Comunque grazie onorevole, grazie di averci dimostrato con poche e chiare parole quanto sia falsa e strumentale la richiesta di collaborazione che la sinistra in queste ore sta rivolgendo al centrodestra, che nei suoi anni di governo – detto per inciso – non ha mai ucciso nessuno, né riempito i cimiteri per gravi incapacità. Insultare i governatori di centrodestra del Nord che hanno combattuto (e vinto, nonostante l’assenza dello Stato) un’eroica guerra, mettere in dubbio che fuori dalla sinistra non ci sia una classe dirigente capace, sono sintomi di becera faziosità. Con gente così è impossibile qualsiasi dialogo, se ne stiano con i grillini che è proprio vero il detto: Dio li fa e poi li accoppia.
Meglio la Monarchia o la repubblica? Purtroppo, tra gli italiani l’istituzione monarchica non gode di particolari simpatie, riluttanza che serpeggia anche in ambienti conservatori, dovuto al convincimento che Vittorio Emanuele III abbia tradito Mussolini. Ma in quel febbrile fine luglio del 1943 il Re tradì davvero Mussolini o lo salvò dalla congiura assassina da parte dei vertici militari?
Nella giornata del 2 e nella mattinata del 3 giugno 1946 si tenne in Italia il Referendum per scegliere la forma istituzionale dello Stato, cioè tra Repubblica e Monarchia.
Sconfitto il fascismo, ora bisognava cacciare la monarchia (una vendetta dovuta all’opposizione del Re contro la congiura ordita contro Mussolini?), e non sembrava facile farlo, in quanto la maggioranza degli italiani era attaccata alla vecchia istituzione.
Le settimane precedenti alla consultazioni si svolsero tra tensioni e incidenti gravissimi: il ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, trovandosi a corto di uomini per le forze dell’ordine, pensò di inquadrare nella polizia ausiliari provenienti dalle bande partigiane comuniste del nord, i quali trattavano la popolazione, soprattutto quella del Sud, come un nemico. Furono soprannominate dal popolo “le guardie rosse di Romita”. 2 giugno 1946: Nenni disse “o repubblica o il caos”; gli fece eco il ministro comunista delle Finanze Scoccimarro in un comizio, che in caso di vittoria della monarchia a referendum i comunisti avrebbero scatenato la lotta armata; e tutto mentre Pertini chiedeva la fucilazione di re Umberto di Savoia.
Per favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto – dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo – nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. In altre parole mai più. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.
Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica.
Il 4 giugno i carabinieri, a metà spoglio, comunicano a Pio XII° (chissà perchè solo a lui) che la Monarchia si avviava a vincere.
Nella mattinata del 5 giugno, De Gasperi annuncia al Re Umberto II° che la Monarchia aveva vinto.
Dopo che i rapporti dell’Arma dei Carabinieri, presente in tutti i seggi, segnalarono al Ministro degli Interni Romita la vittoria della Monarchia, iniziarono una serie di oscure manovre ancora non del tutto chiare: nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
In quelle due notti si svolse anche una vera e propria guerra tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia.
Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa la notizia della vittoria della Repubblica affermando che avrebbe fatto la proclamazione ufficiale con i dati definitivi il 18 giugno. Ciò però non avvenne per cui la Repubblica, in effetti, non è mai stata proclamata!
A questo punto il Re Umberto II°, per evitare una guerra civile, parte per l’esilio, dopo aver diffuso un proclama in cui contesta la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario dei suoi ministri, che non hanno atteso il responso definitivo della Cassazione. A tal proposito un’interessante testimonianza dei fatti, dei probabili brogli sono raccontanti nell’artico che segue ( https://www.ilgiornale.it/news/cronache/schede-truccate-referendum-46-mio-padre-vide-tutto-1341751.html).
Facciamo un passo indietro.
Re Vittorio Emanuele III apprende dal colonnello Tito Torcila di Romagnano, suo secondo aiutante di campo, uno sconcertante episodio.
L’alto ufficiale riferisce che nelle primissime ore del mattino il generale Angelo Cerica, comandante in capo dell’Arma dei carabinieri, lo aveva invitato a recarsi al comando di viale Liegi per una comunicazione della massima importanza.
Appena giunto al comando – continua Romagnano – era stato pregato da Cerica di rendere noto al re, con la massima urgenza, un sorprendente colloquio avuto la sera prima con il capo di Stato Maggiore Generale, Vittorio Ambrosio.
“Ieri sera – aveva precisato Cerica – sono stato chiamato a Palazzo Vidoni dal generale Ambrosio. Dopo aver accennato alla riunione del Gran Consiglio e alle sue possibili conseguenze. Ambrosio mi ha detto; “Posdomani Mussolini andrà dal re, al Quirinale, per la solita udienza. Quando starà per uscire, tu devi farlo scomparire. Hai capito? Devi farlo scomparire com’è scomparso Matteotti, Mussolini va spedito senza lasciar traccia, in modo che il re non dovrà mai sapere nulla dell’accaduto”.
Resosi subito conto che con il suo incredibile “ordine” il capo di Stato Maggiore Generale lo stava coinvolgendo in un complotto in stile balcanico, il comandante dei carabinieri aveva deciso di informare dell’accaduto il secondo aiutante di campo del sovrano.
E, tramite il colonnello Romagnano, di avvisare il re di quanto di torbido e misterioso stava accadendo nelle alte sfere del Comando supremo.
Ma chi sono – oltre al generale Ambrosio – i capi militari che, all’insaputa e contro la volontà del sovrano, hanno deciso di far “scomparire”, ossia di assassinare, il capo del Governo nonché Comandante Supremo, per delega, delle Forze Armate?
Tra i cospiratori, il più determinato è sicuramente Giuseppe Castellano, primo aiutante di Ambrosio nonché noto come il più giovane generale dell’esercito.
Ancora più del generale Castellano, l’autentico “cervello” dei congiurati di Palazzo Vidoni era il generale Giacomo Carboni, lo stesso che, dopo l’8 settembre, sarà al centro di infinite polemiche per la mancata difesa di Roma dai tedeschi. Di madre anglo-americana, conoscitore attento, della realtà USA, l’alto ufficiale aveva percorso una lunga ed avventurosa carriera nel servizio segreto militare (SIM), del quale era diventato il “numero uno” alla vigilia della guerra. Carboni, in dichiarazioni e scritti, si è vantato più volte – a cose fatte – di essere stato il primo, tra gli esponenti della “fronda” militare, a proporre al generale Ambrosio l’adozione di “misure energiche” nei confronti del Duce. (Giacomo Carboni, Memorie segrete. Firenze, 1959).
Castellano aveva inizialmente suggerito di rapire il capo del Governo a Palazzo Venezia oppure a Villa Torlonia. La proposta era stata però bocciata dal generale Ambrosio poiché, venendo meno l’effetto sorpresa, il tentativo di sequestro si sarebbe inevitabilmente tramutato in uno scontro a fuoco con il reparto scelto di polizia addetto alla sicurezza del Duce. Di fronte alla motivata obiezione del capo di Stato Maggiore Generale, Carboni aveva modificato il progetto Castellano, proponendo di catturare Mussolini al Quirinale, al termine di una delle due udienze settimanali concesse dal sovrano.
Data indicata per l’operazione: la mattina di lunedì, 26 luglio. Badoglio confesserà in seguito, quanto segue: “Mentre il piano giungeva a maturazione e si metteva a fuoco un programma d’azione, un fatto nuovo e impreveduto ne deviò il corso. La mattina del 24 luglio si sparse a Roma la notizia, accolta con diffidenza ed inquietudine, che tutti i componenti del Gran Consiglio avevano imposto la convocazione per la sera. Si parlava apertamente di una congiura di grossi gerarchi contro il duce e non si escludeva che potessero aver luogo atti di violenza’’. (V. Vailati, Badoglio racconta, Torino 1955, pagg. 363-364).
Nell’apprendere dal colonnello Romagnano il piano architettato dai cospiratori del Comando Supremo, Vittorio Emanuele III decide che è arrivato il momento di uscire allo scoperto e di prendere nelle proprie mani la situazione.
Sugli avvenimenti occorsi a Villa Savoia nella giornata di domenica 25 luglio il racconto più attendibile lo dobbiamo al colonnello (poi generale) Tito Torcila di Romagnano, presente a tutte le vicende di quelle ore storiche, come riportato nel libro di Bruno Spampanato.
Come prima mossa, il sovrano comunica a Mussolini, tramite il generale Puntoni, il suo assenso di anticipare di ventiquattro ore l’udienza del lunedì. Quindi convoca a Villa Savoia il generale Cerica.
Secondo la testimonianza del colonnello Romagnano, il sovrano convocò a colloquio il generale Cerica nella tarda mattinata del 25 luglio. (“Il Tempo”, 8 febbraio 1955).
Senza perdersi in molte spiegazioni, il re informa il comandante dei carabinieri che alle 17 riceverà in udienza Mussolini al quale, salvo imprevisti, chiederà di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Dopodiché – continua il sovrano – occorrerà prendere in consegna il deposto capo del Governo e trasportarlo in un luogo assolutamente sicuro. Al riguardo, Vittorio Emanuele è tassativo: l’incolumità dell’uomo che per di più di vent’anni ha guidato la nave dello Stato doveva essere salvaguardata. Contro tutto e tutti!
Il generale Cerica s’irrigidisce sull’attenti e dichiara che avrebbe rigorosamente osservato gli ordini ricevuti.
(Il Maresciallo d’Italia, Enrico Caviglia fu il primo, tra i protagonisti di quei giorni, a menzionare il colloquio Cerica-Ambrosio e la proposta fatta da quest’ultimo di rapire Mussolini e di assassinarlo. Nel sostenere la sua clamorosa affermazione, l’anziano Maresciallo si riferì a una dichiarazione a lui rilasciata dallo stesso pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre. (Enrico Caviglia, Diario 1925-1995, Roma). Anni dopo, fu il senatore Raffaele Paolucci – presidente dell’Unione Monarchica – a ricordare la vicenda in un’intervista a un giornale romano. “Vittorio Emanuele III – dichiaro Paolucci – ignorava in maniera assoluta il piano dei suoi generali di rapire e quindi di assassinare Benito Mussolini. Quando lo apprese se ne indignò fino al furore”. (“Il Secolo d’Italia”, 4 febbraio 1955) Le affermazioni del senatore Paoluccì furono confermate da Umberto II, nel corso di un’intervista al settimanale “Epoca”: “Mio padre – affermò l’ultimo re d’Italia – era a conoscenza di un piano maturato nell’ambito del Comando Supremo, al quale si era nettamente opposto, per sopprimere Mussolini (“Epoca”, 28 febbraio 1955)).
Completato il giro, nel corso del quale il Duce viene accolto con entusiasmo, l’auto presidenziale si dirige verso Villa Torlonia per consentire al capo del Governo di prepararsi in vista dell’udienza reale.
Galbiati che sa dell’imminente incontro di Mussolini con Vittorio Emanuele, non nasconde una certa apprensione: “Scusate, Duce ma il re in quale considerazione vi tiene in questi ultimi tempi? Vi dà sempre fiducia?”. La replica di Mussolini è pronta e sicura: “Non ho mai fatto nulla senza il suo pieno consenso. In oltre vent’anni sono andato da lui una ed anche due volte alla settimana e mi sono consigliato con lui su ogni questione di Stato, persino su cose private. Egli è sempre stato solidale con me”.
Non appena arrivato a Villa Torlonia, Mussolini ripete lo stesso: “Il re è il mio migliore amico, forse il solo che abbia in questo momento. Quattro giorni fa mi ha detto. “Se anche tutti vi attaccassero, io vi difenderei”.
Al momento di stringere la mano al sovrano, il Duce è tranquillo e sicuro di sé.
La manifesta sicurezza con cui Mussolini inizia il colloquio con Vittorio Emanuele, è destinata infatti a venire subito meno non appena il re lo rende edotto dell’incredibile decisione presa da Hitler dopo il fallito vertice di Feltre, e la cui autenticità gli è stata garantita dal genero Filippo d’Assia nella sua veste di messaggero “segreto” del Fuhrer.
Dopo l’incontro con il cognato principe Umberto, l’inviato del Fuhrer venne infatti ricevuto dal re. Nel corso del colloquio, Filippo d’Assia informò il suocero dell’ormai imminente “Operazione Alarico”. (Melton Davis, Who defends Rome?, New York, 1948, nella versione italiana a pag. 101).
Ossia l’ordine impartito ai reparti della Wehrmacht dislocati in Italia di scatenare nelle prime ore del mattino di lunedì 26 luglio – cioè poche ore dopo – una fulminea operazione denominata “Alarico”, con il dichiarato obiettivo di affidare alle autorità militari tedesche il pieno controllo, anche politico, dello scacchiere italiano.
Questa, in succinto, è la situazione che si presenta a Vittorio Emanuele e al suo attonito Primo Ministro nel tardo pomeriggio del 25 luglio. Che fare? Opporsi con la forza all’imminente atto di forza tedesco, provocherebbe la sicura rovina della Nazione. Tuttavia – osserva il sovrano – esiste ancora la possibilità di evitare all’Italia una sorte tanto tragica. Il suo “informatore”, ossia il principe d’Assia, gli ha infatti garantito che il vero, autentico obiettivo cui mira Hitler con l’ “Operazione Alarico” ha ben poco in comune con quello da lui sostenuto con i capi della Wehrmacht.
Il Fuhrer, in realtà, punta ad eliminare Mussolini dalla scena politica e con lui la richiesta, sostenuta da settori sempre più vasti nello stesso Reich, di porre un termine alla suicida guerra all’Est.
Posta in questi termini, la scelta è presso che obbligata. Preso atto, infatti, che Hitler scatenando l’“Operazione Alarico” gli ha strappato l’iniziativa, Mussolini perviene rapidamente alla conclusione cui è già arrivato il sovrano: la resa alla mossa ultimatum del Fuhrer da Rastenburg, cioè le sue dimissioni.
Vittorio Emanuele non manca di avvertire l’ex Duce che contro di lui si sta tramando anche con un complotto dei militari con lo scopo di rapirlo e quindi di assassinarlo.
Un anno dopo, Mussolini Capo della Repubblica Sociale, accennò – con la cautela imposta dalla sua non facile posizione ufficiale subordinata ai tedeschi – all’avvertimento ricevuto dal sovrano in merito al complotto ordito contro la sua persona, “C’è stata una congiura contro di me?”, si era chiesto. “Sì”, aveva concluso il capo della Repubblica Sociale Italiana. (Benito Mussolini, Storia di un anno, Milano, 1944).
Per questo motivo, il re sollecita Mussolini ad affidarsi alla sua protezione. Sarà compito dei fedeli carabinieri – assicura il sovrano – proteggere sia la sua che la vita dei suoi familiari.
La soluzione trovata dal re d’accordo con Mussolini, prevede il trasferimento dell’ex capo del Governo – sotto la protezione di ufficiali dei carabinieri – alla caserma “Podgora” di via Quintino Sella. Qui, l’ex Duce avrebbe atteso che il sovrano convocasse a Villa Savoia il Maresciallo Badoglio per incaricarlo di formare un gabinetto d’emergenza. Subito dopo, sarebbe stata recapitata a Mussolini una lettera firmata da Badoglio, con la quale il nuovo capo del Governo avrebbe invitato il suo predecessore a prendere ufficialmente atto della decisione del sovrano. Mussolini avrebbe risposto esprimendo piena approvazione ai mutamenti intervenuti al vertice del potere. Infine – non appena la lettera così concordata fosse stata a disposizione di Badoglio – sarebbe stata esibita ai capi della Milizia e del Partito in modo da impedire, per volontà dello stesso Mussolini, una reazione armata delle forze fasciste al “colpo di Stato” della Monarchia.
Seguito dal colonnello Romagnano, Vittorio Emanuele accompagna in silenzio Mussolini verso la porta. E’ presente alla scena anche il segretario del Duce, De Cesare, il quale avrebbe così ricordato, anni dopo, quei drammatici istanti: “Giunti sulla soglia, Mussolini e il re rimangono diritti, l’uno di fronte all’ altro, senza parlare. Poi il re tende la mano, Mussolini gliela stringe e il re ricambia la stretta appoggiandovi anche l’altra mano con molta cordialità”.
I due uomini che per oltre vent’anni hanno guidato l’Italia, creando una singolare diarchia retta da reciproca intesa, stima e persino amicizia, non si sarebbero più visti.
Mussolini espresse in più occasioni un giudizio sostanzialmente positivo nei confronti di Vittorio Emanuele. Ancora il 15 dicembre 1944, nel corso di un incontro con Nino D’Aroma, presidente dell’Istituto Nazionale Luce, il capo della RSI dichiarò: “Non avevo motivo di dubitare del re, che mi aveva sempre mostrato la sua benevola amicizia. Potevo forse dubitare di lui quando, anche per fatti personali, io lo consultavo, giacché il re era indubbiamente un uomo di profondo buon senso? Era noioso sì, alle volte meticoloso, insistente ma galantuomo”.A sua volta, anche Vittorio Emanuele espresse ripetutamente, nell’immediato dopoguerra, la sua stima per l’eccezionale intelligenza politica del defunto Duce. Ad esempio, intervistato durante l’esilio ad Alessandria d’Egitto dal giornalista svizzero Raphael Andrieux, l’ex monarca affermò: “Mussolini aveva una testa grossa così”. Vittorio Emanuele accompagnò le sue parole facendo un gesto molto significativo con le mani”. (Nino D’Aroma, Mussolini segreto, Firenze, 1996).
Mentre l’ex Duce scende gli ultimi scalini della villa, gli si fa incontro il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri. Mettendosi sull’attenti, l’ufficiale dichiara: “Eccellenza, Sua Maestà mi incarica di proteggere la vostra per- sona. Vi prego di seguirmi”.
Mussolini annuisce non reagisce e, sempre scortato dal capitano Vigneri, sale su un’autoambulanza già in attesa che parte a velocità sostenuta in direzione della caserma “Podgora”.
Approvata e firmata, la lettera viene consegnata al generale Ernesto Ferone – addetto agli “incarichi speciali” presso il Ministero della Guerra – con l’ordine di recapitarla all’ex Duce, in attesa alla caserma “Podgora”, e riportarne la risposta. Il generale esegue. Alle 19 precise, Mussolini riceve da Ferone la lettera firmata “Badoglio”, la scorre trovandola conforme agli accordi assunti con il sovrano e subito risponde:
“Desidero ringraziare il Maresciallo Badoglio per le attenzioni che ha voluto riserbare alla mia persona. Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro in comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione. Sono contento della decisione di continuare la guerra cogli alleati, così come l’onore e gli interessi della Patria in questo momento esigono. Faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il re, del quale durante ventuno anni sono stato leale servitore e tale rimango. Viva l’Italia!”.
Anni dopo, il senatore Paolucci – che assicurava di riferire una “confidenza” di Vittorio Emanuele – dichiarò che “il re, facendo fermare Mussolini a Villa Savoia, aveva inteso prevenire le intenzioni omicide dei generali dello Stato Maggiore verso il capo del Governo”.
Molte nazioni europee sono rette da monarchie parlamentari, in Italia la democrazia parlamentare ha consumato la sua spinta assai condizionata e machiavellica, i tempi sono maturi per ridiscutere nel Bel Paese per un ritorno di un sovrano, anzi due, una DIARCHIA, le famiglie reali di Borbone e Savoia – Aosta.