Marion Le Pen non si inginocchia: “Da bianca e francese non chiedo scusa per George Floyd”

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Parigi, 11 giu – Marion Maréchal-Le Pen non si piega al “rullo compressore” seguito alla morte di George Floyd. L’ex deputata del Front National (oggi Rassemblement National) e nipote di Marine Le Pen ha pubblicato un video che in Francia sta sollevando molte polemiche: “Io mi rifiuto di mettere un ginocchio a terra, mi rifiuto di lasciare che il mio Paese diventi il campo da gioco della sinistra e degli antirazzisti. Mi rifiuto di compiere un gesto che non è di rispetto ma è umiliante e di sottomissione”, spiega in un video pubblicato sui suoi profili ufficiali social.

Come donna bianca e francese non devo scusarmi per la morte di un afroamericano negli Stati Uniti e nemmeno per la morte di un criminale, Adama Traorè, una morte accidentale avvenuta in seguito ad un arresto”. Il caso di Adama Traorè, morto per asfissia in una caserma francese nel 2016, è tornato d’attualità in questi giorni definito dagli antirazzisti transalpini il “George Floyd francese”.

“Non sputo sulla mia storia e i miei antenati”

“Io non devo scusarmi perché non ho colonizzato, non ho colonizzato né schiavizzato nessuno”, aggiunge Marion Le Pen. “Allo stesso modo tutti questi gruppi politici che manifestano non hanno mai subito colonizzazioni o schiavitù. Black lives matter e tutti i gruppi antirazzisti non ci chiedono solo di inginocchiarci ma anche di sporcare il ricordo dei nostri antenati, di sputare sulla nostra storia, di eliminare il nostro patrimonio culturale, la nostra eredità e di abbattere le statue”. Infine la nipote di Jean Marie Le Pen accusa il governo di aver ceduto “all’emotività di gruppo, per calcoli politici e stupidità” permettendo manifestazioni violente.

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Se Mussolini avesse vinto la guerra

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Se Mussolini avesse vinto la guerra, il 10 giugno sarebbe festa nazionale per l’ottantesimo anniversario dell’entrata in guerra. Saremmo nel XCVIII anno dell’era fascista. Benito I Imperatore s’intitolava l’opera provocatoria che uno scrittore, romanziere e giornalista di talento, Marco Ramperti, scrisse nel 1950, quando erano ancora calde, caldissime, le polemiche sul fascismo. Quasi come oggi.

Ramperti immaginava cosa sarebbe accaduto se Mussolini avesse vinto la guerra, grazie alla bomba atomica usata da Hitler anziché dagli Stati Uniti. Dopo aver rischiato il crollo del regime, mentre tutti già accorrevano in soccorso del vincitore, passando baracca e burattini all’antifascismo, il duce riprendeva in extremis il controllo dell’Italia e capovolgendo le sorti usciva vittorioso dalla guerra. Liquidava la monarchia dopo il tradimento e si proclamava Imperatore. Era divertente leggere nella fantacronaca di Ramperti il doppio salto mortale dei voltagabbana, costretti frettolosamente a cambiare nuovamente casacca per stare al passo del potere. Politici, giornalisti, intellettuali, perfino gerarchi da antifascisti tornavano frettolosamente fascisti. Da riciclati a triciclati, con triplo salto carpiato. Il libro naturalmente fu silenziato. Ma noi vorremmo divertirci a fare un’edizione ridotta e aggiornata ai nostri giorni.

Dunque, se Mussolini avesse vinto la guerra, oggi sarebbe morto da pezzo ma ci sarebbe al potere un fascismo di maniera. Al governo del fascismo rococò ci sarebbe un continuatore di nome Giuseppe Conte. Ci sarebbe arrivato grazie al Movimento Cinque Stellette, organizzazione paramilitare fondata del vecchio gerarca Beppe Grillo, e avrebbe avuto il sostegno dei i poteri forti. Conte sarebbe filotedesco agli occhi degli eredi di Hitler che guidano l’Europa; filo-arabo in Africa orientale – nelle nostre colonie di Libia, Eritrea e Somalia; cattolico papalino in Vaticano sulla scia dei Patti Lateranensi. Sarebbe rivoluzionario coi rivoluzionari, imperialista con gli imperialisti, fascio-trasformista con tutti.

Decisivo per il governo l’appoggio del segretario del Partito Nazionale Fascista il camerata Matteo Renzi, pronto a far le scarpe, anzi gli stivaloni, al grido di #staisereno Conteduce. Ministro dell’agricoltura e colonie sarebbe la camerata Teresa Bellanova. Commissario straordinario dell’IRI il camerata Vittorio Colao; commissario con delega a procurare fez e mascherine nere, il camerata Arcuri; alla Propaganda di regime ci sarebbe il camerata Rocco Casalino; all’Opera Maternità e Infanzia la patriota Monica Cirinnà. Governatore di Roma sarebbe la camerata Virginia Raggi, figlia della Lupa capitolina, che avrebbe affidato il Palazzo della Federazione a CasaPound, sfrattando gli altri centri sociali.

I moschettieri del duce, la scorta del Capo di governo, sarebbero capitanati da Nicola Zingaretti e Dario Franceschini, la Protezione Duce in sigla PD. Nella sinistra sindacale il camerata Landini difenderebbe a spada tratta le conquiste dello Stato sociale fascista – la Carta del Lavoro, la Previdenza sociale, l’Opera di assistenza, il Dopolavoro, le colonie estive dei bambini e da ultimo la socializzazione delle imprese. La Camera dei fasci e delle corporazioni sarebbe presieduta dal melodico napoletano, camerata Roberto Fico. Erede di Alfredo Rocco al ministero della giustizia sarebbe il camerata Fofò Bonafede; al posto di Giovanni Gentile alla Pubblica Istruzione ci sarebbe la camerata Lucia Azzolina, al posto di Dino Grandi e Galeazzo Ciano agli esteri ci sarebbe il camerata Luigi Di Maio che prima vendeva poster del duce allo Stadio San Paolo di Napoli. L’erede di Balbo sarebbe Sassoli, di Bottai sarebbe Casaleggio.

Se Mussolini avesse vinto la guerra i vertici delle aziende pubbliche, Eiar in testa (detta Rai), sarebbero più o meno nelle mani degli stessi d’oggi. In tv e nei video dell’Istituto Luce sarebbe un diluvio quotidiano di ricorrenze fasciste, programmi retorici sul Duce e le sue Grandi Opere, inchieste a getto continuo sui crimini dei partigiani e gli orrori del comunismo. Ogni giorno ci sarebbe un anniversario dell’epopea fascista da ricordare; cantanti, attori, registi e scrittori farebbero a gara per vincere i Littoriali e i premi Mussolini e per ricordare di avere nonni fascisti che fecero la Marcia su Roma o andarono a Salò.

Il Popolo d’Italia sarebbe oggi guidato dal camerata Mario Orfeo, campione mondiale di riciclaggio politico plurimo aggravato. Il Corriere della sera sarebbe rimasto filogovernativo e il camerata Urbano Cairoavrebbe garantito la linea fascista del giornale; mentre la Repubblica sociale fondata dal camerata Eugenio Scalfari in omaggio alla Rsi, sarebbe ora nelle mani dei discendenti fascistissimi del già fascista senatore Giovanni Agnelli.

Al Csm garantirebbe le nomine dei giudici fedeli al regime il camerata Luca Palamara; la toga sarebbe per solo una camicia nera più lunga. I custodi del politicamente corretto, gli intellettuali organici – così nominati per separarli nella raccolta differenziata – chiederebbero di perseguire con leggi speciali gli antifascisti residui e i renitenti al catechismo fascista.

Se Mussolini avesse vinto la guerra, saremmo di fronte a un ennesimo remake di Uomini e caporali di Totò dove cambiano i regimi ma i caporali sono sempre gli stessi a comandare. Se Mussolini avesse vinto la guerra io sarei antifascista, scriverei sui fogli alternativi d’opposizione semiclandestina al fascismo rococò, mi batterei per ricordare che non ci sono solo i crimini del comunismo ma anche i crimini nazisti, difenderei migranti e gay dal regime che vorrebbe escluderli dalla giornata dell’Orgoglio Italiano e direi che è tempo di revisionismo storico: anche il duce ha commesso errori, e non come dice il camerata del Colle, Sergio Mascherella, che non si discute, ha fatto solo bene alla Patria.

MV, 9 giugno 2020

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Se Mussolini avesse vinto la guerra

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

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Intervento di Alberto Bagnai al’Aria che Tira. I temi sono l’ILVA e l’andamento generale dell’economia. Sul primo tema  il senatore nota che, quando si è trattato di gestire ILVA, ci potevano essere più scelte: società pubblica, mista, o capitali esteri. Quando si è scelta la strada dei capitali esteri bisognava percorrerla con la massima coerenza. Invece, alla fine, si è lasciato tutto nel caos e nelle mani della magistratura, quella italiana,lenta e contraddittoria. Che poteva fare Arcelor Mittal?

La realtà è che aquesto punto, dopo tutti  questi errori, confusioni, passi avanti ed indietro, è  necessario mettere dei veri soldi nell’economia, perchè le famiglie e le aziende sono al limite. Il passo successivo per loro sarà rivolgersi all’”Economia informale”, leggi criminalità, per poter sopravvivere. Una possibilità per un governo che ha liberato i mafiosi e assistito ad evasioni di massa, mentre dava la caccia ai cittadini con i droni.

Ringraziamo Inriverente e buon ascolto.

PER VIDEO E ARTICOLO COMPLETO SI RIMANDA A:

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

«Boldrini e Pd inginocchiati squalificano il Parlamento». L’ira di Donzelli. La Camera si infuoca (video)

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“Una sceneggiata indegna”. La rabbia di Fratelli d’Italia alla Camera esplode nell’intervento di Giovanni Donzelli. ”Quella messa in atto  dalla collega Laura Boldrini e da altri deputati del Pd che in Aula si sono inginocchiati in memoria di George Floyd, è una sceneggiata; che squalifica anche la stessa lotta al razzismo. In Parlamento non ci si  inginocchia, l’Istituzione deve restare in piedi sempre”.Non solo. “Nessuno, inoltre, a sinistra si era mai inginocchiato per la morte di Pamela; per quelle delle Forze dell’ordine; o per i tanti italiani che si stanno togliendo la vita per la grave crisi economica dovuta al Covid-19. Invece di fare questa sceneggiate, la sinistra al governo pensi a risolvere i tanti problemi dell’Italia”.

Perché non si è inginocchiata per Desirée e Pamela?

Seduta in Aula iniziata col botto. Polemica tra opposizione e maggioranza, sotto il segno di George Floyd, per le conseguenze di un’iniziativa assunta alla fine dei lavori d’aula, da Laura Boldrini. La parlamentare  era
intervenuta per ricordare la morte di George Floyd, condannando ogni forma di razzismo. Quindi un gruppo di deputati Dem si erano inginocchiati. Replicando la forma di protesta silenziosa e non violenta, che si è diffusa negli Stati Uniti per condannare la morte del cittadino afro americano ucciso da un agente di polizia a Minneapolis.

Il clima  si è subito surriscaldato. “La Boldrini è liberissima di inginocchiarsi a Montecitorio, platealmente, per George Floyd, ci mancherebbe. Mi domando solo perché non si sia mai inginocchiata da presidente della Camera. Quando avrebbe potuto mandare un messaggio ben più potente, quando in Europa centinaia di cittadini venivano trucidati dagli attentati islamici dell’Isis al Bataclan e nelle capitali europee; o ancora quando il regime islamista turco di Erdogan massacrava dissidenti interni o curdi o quello comunista cinese reprimeva le proteste degli studenti di Hong Kong. La signora Boldrini si inginocchia solo contro le democrazie ma non  contro i dittatori e i terroristi?”. E’ la o dichiarazione di fuoco di  Paolo Grimoldi, deputato della Lega, componente della Commissione Esteri della Camera e presidente della delegazione italiana all’Osce.

“Condanniamo il razzismo sempre, senza se e senza ma – ha dichiarato Giorgio Silli (Cambiamo) – tuttavia la sinistra continua e dividere il mondo in buoni e cattivi. E  loro, guarda caso, stanno sempre dalla
parte dei buoni. Che ragionamento è dire che chi non si inginocchia non condanna il razzismo? Sarebbe come dire che per essere antifascisti, occorre essere iscritti all’Ampi”.

Rampelli: «Valuterà la Giunta per il regolamento»

Il presidente di turno Fabio Rampelli ha cercato di sciogliere il nodo regolamentare: ci si può o no, inginocchiare in aula? “Abbiamo occupato 15 minuti – ha premesso Rampelli – a discutere contro il razzismo, la violenza, le discriminazioni e le intolleranza. Quindi  non abbiamo impiegato male il nostro tempo. Il regolamento in materia  non è chiaro – ha specificato Rampelli – perché si limita a dire che il deputato deve parlare in piedi e la deputata Boldrini ha rispettato questa disposizione. Sulla manifestazione simbolica, nulla è previsto, ma comunque non è stata al di fuori del regolamento. Sarà una falla,  una lacuna che, semmai, andrà approfondita in sede di Giunta per il regolamento”.

La falsa narrazione sulla lotta alla mafia che ha distrutto questo Paese

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Fu il Pci a votare contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxiprocesso. E’ tempo di ristabilire la verità

Ventotto anni fa tra maggio e luglio iniziò la campagna stragista dei corleonesi prima con l’assassinio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo con la loro scorta e poi con quello di Paolo Borsellino e la sua scorta. Un tempo più lungo della durata del fascismo e quindi sufficiente a ricordare le tappe salienti di quegli anni Ottanta che videro una lotta senza quartiere alla mafia da parte di tutti i governi e in parte anche dell’opposizione. E invece da qualche tempo c’è in giro una falsa narrazione degli accadimenti, addirittura tacendo o omettendo i fatti per come storicamente sono accaduti, da parte di ambienti che notoriamente contrastarono Giovanni Falcone e la sua azione. Ma tralasciamo le opinioni e andiamo ai fatti, pregando e sollecitando i falsi narratori di correggerci se incorriamo in errore. Partiamo dal 1984 quando si avviò di fatto la storia del maxiprocesso intentato da Giovanni Falcone e da quel pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto, capo dell’ufficio Istruzione di Palermo con l’arresto di 380 mafiosi. Un grande successo della lotta antimafia tanto che lo stesso Caponnetto sentì il bisogno di dichiarare a tutta la stampa italiana che quella iniziativa “è stata possibile grazie all’ossigeno che ci è venuto dal ministro dell’Interno Scalfaro e da quello della Giustizia Martinazzoli”. In realtà, già due anni prima con il ministro Rognoni all’Interno e Clelio Darida alla Giustizia furono introdotti il reato di associazione mafiosa (il 416 bis), l’alto commissario antimafia e la legge Rognoni-La Torre che innovò le indagini sui clan mafiosi e le loro ricchezze.

L’allarme di Falcone

Ma torniamo al maxiprocesso facendo un salto di alcuni anni, senza però dimenticare che nel 1984 Sergio Mattarella divenne commissario provinciale della Dc di Palermo e un anno dopo Lillo Mannino divenne segretario regionale a testimonianza che la Dc schiero due degli uomini più autorevoli per garantire che la lotta alla mafia diventasse una lotta senza quartiere. Mannino è stato processato, incarcerato e poi assolto 19 volte e il secondo è diventato il presidente della Repubblica amato da tutti gli italiani. Andiamo avanti. Ai primi di settembre del 1989 il maxiprocesso era alle battute finali ma c’era un grande rischio e cioè che per la decorrenza dei termini uscissero dal carcere diventando uccel di bosco quasi tutti i boss mafiosi. Falcone avvertì Giuliano Vassalli, ministro socialista di Grazia e giustizia, che riferì subito a Giulio Andreotti presidente del Consiglio che. Quest’ultimo, sentiti subito Mattarella e Mannino entrambi ministri in carica, convocò in un tardo pomeriggio il Consiglio dei ministri che approvo un decreto legge con il quale si raddoppiava la durata del carcere preventivo per gli imputati di associazione mafiosa. Un decreto che di fatto era un mandato di cattura, come dissero alcuni critici, tanto che la sera stessa i carabinieri arrestarono quanti erano da alcune ore già usciti dal carcere. Ebbene, quel decreto legge che pensavamo andasse veloce all’approvazione in parlamento trovò la forte resistenza di Luciano Violante, e quindi dell’intero Partito comunista dell’epoca, con una dura reprimenda al governo in cui si sosteneva che c’erano norme che consentivano il controllo di scarcerati pericolosi e quindi non si doveva raddoppiare la custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa ma lasciarli liberi benché controllati. La Dc e l’intero pentapartito tenne ferma la posizione e il maxiprocesso continuò, concludendosi anni dopo con condanne durissime a tutto il gotha mafioso. Quell’atteggiamento comunista si sposava con alcuni suoi comportamenti, prima e dopo quella data, nei riguardi di Giovanni Falcone. Nel gennaio del 1988, all’interno del Csm la sinistra giudiziaria e politica – fatta eccezione di Caselli – votò contro la nomina di Falcone a capo di quell’ufficio Istruzione retto sino ad allora da Antonino Caponnetto, costruttore del primo pool antimafia, preferendogli Antonino Mele privo di qualunque esperienza di lotta alla mafia. Paolo Borsellino, commemorando Falcone, definì Giuda alcuni che in quel Csm avevano tradito Falcone. L’avversione a Falcone fu in quegli anni una caratteristica della sinistra politica e giudiziaria che portò lo stesso Falcone prima a doversi presentare alla commissione disciplinare del Csm e poi a dover superare il contrasto comunista sia all’istituzione della Direzione nazionale antimafia e poi alla sua nomina alla guida della nuova istituzione. Agli inizi del 1991, Falcone prese la decisione su sollecitazione di Francesco Cossiga di venire a collaborare con il governo Andreotti diventando direttore generale degli affari penali con l’assenso di Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Nei diciotto mesi successivi furono approvate, tra le altre, la legge sui collaboratori di giustizia, sulle norme anti riciclaggio e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nei consigli comunali con il loro scioglimento con decreto del ministro dell’Interno. L’ispiratore fu sempre Falcone e l’intero governo agevolava ogni iniziativa.

Chi si oppose al 41 bis

 

Quando Falcone saltò in aria a Capaci, il governo Andreotti, Scotti all’Interno e Martelli alla Giustizia, approvò un decreto legge con il quale estendeva il carcere duro (il famoso 41 bis) anche ai mafiosi, ai camorristi e agli ndranghetisti. E ancora una volta il Pci si oppose facendo prima una pregiudiziale di costituzionalità che se fosse stata accolta avrebbe fatto decadere il decreto e poi, un a volta superato questo scoglio, si astenne sull’approvazione. Nei mesi precedenti, con Falcone ancora in vita, la sinistra politica non perdeva occasione di attaccarlo. Memorabile fu l’attacco di Leoluca Orlando Cascio che accusò in diretta televisiva Falcone di tenere nel cassetto carte compromettenti contro Lima per insinuare che con la sua presenza alla direzione nazionale antimafia si sarebbe venduta l’anima. Ricordo che per Lima non è mai stato richiesto un rinvio a giudizio neanche dalla procura di Palermo. Certo se non ricordassimo il sacrificio di Pio La Torre, di Peppino Impastato e di pochi altri comunisti ammazzati dalla mafia, verrebbe da dire che dal 1988 al 1992 i comportamenti del Pci guidati da Violante potrebbero far pensare alla volontà, essendo all’epoca tra l’altro la crisi del comunismo internazionale alle porte, di costruire una trattativa con alcuni ambienti della criminalità mafiosa. Ma questa è una nostra suggestione interpretativa e come tale va considerata non tenendola neanche in conto, ma i fatti restano questi: il Pci votò contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxi processo, tentò di far cadere il carcere duro del 41 bis, ostacolò la nascita della Dna e fu permanentemente contro Giovanni Falcone oggi ipocritamente elogiato in ogni commemorazione.

Ma c’e ancora qualcosa da ricordare. Dopo la morte di Falcone i carabinieri del Ros Mori e De Donno, oggi accusati e condannati in primo grado per la trattativa stato-mafia, tentarono di far pentire Ciancimino, uno dei capi della mafia che si infiltrò nella Dc da cui fu cacciato nel 1983, molto prima che arrivasse la magistratura. Bene, la famosa trattativa che Mori e De Donno avrebbero fatto fu che convinsero Ciancimino a parlare alla commissione antimafia utilizzando le norme della legge sui collaboratori di giustizia. Nell’ottobre del 1992 fu annunciata da Violante questa convocazione alla commissione antimafia. Qualche giorno prima della audizione, Ciancimino fu arrestato guarda caso dalla procura di Palermo e consegnato alla polizia di stato e Violante, sempre guarda caso, cancellò quella audizione che poteva tranquillamente fare come già la commissione aveva fatto nel 1989 con il detenuto Totuccio Contorno che Gianni de Gennaro tentava di convincere a pentirsi. In questi mesi abbiamo visto una narrazione in televisione e su alcuni giornali che non ha mai riportato questi fatti mentre la liturgia commemorativa di Falcone e Borsellino li nasconde offendendo la loro memoria, come nasconde l’atto di accusa di Borsellino e della Boccassini contro quell’area della magistratura che aveva sempre contrastato in vita Falcone. Quell’area della magistratura rappresentava una parte dello stato così come lo rappresentavano anche Ciampi e Conso, che liberarono dal 41 bis 300 mafiosi nel novembre del 1993 e il cui governo era appoggiato dal Pci. Le bombe che nei mesi precedenti avevano colpito Milano Firenze e Roma improvvisamente cessarono mentre iniziavano i grandi flussi di scarcerazione di mafiosi, camorristi e ndranghetisti, compresi alcuni assassini rei confessi di Falcone dopo pochissimi anni di carcere senza che i mafiologi ne abbiano mai parlato (fino al 2005 erano diecimila).

 

La falsa narrazione è andata oltre la Dc, ritenendo quella eliminazione dei 300 mafiosi dal 41 bis fu una trattativa fatta da Berlusconi e Dell’Utri ancora non entrati in politica! Ma solo per completare i fatti ricordiamo che da sempre una parte del Pci ha accusato la Dc di collusione o compiacenza con la mafia perché puntualmente perdevano le elezioni, salvo poi che a distanza di anni gli stessi fatti smentivano le ricostruzioni e le accuse fantasiose. Un solo esempio: il noto Michele Pantaleone, deputato all’assemblea siciliana del Fronte popolare, sin dopo la guerra accusò Bernardo Mattarella, padre di Sergio e uno dei fondatori della Dc siciliana insieme ad Alessi, Alderisio e Scelba, di colludere con ambienti mafiosi, salvo poi a venir fuori la documentazione che lo stesso Pantaleone dopo lo sbarco degli americani fu per diverso tempo il delegato del sindaco di Villalba, tale don Calogero Vizzini, noto autorevole capomafia. Pantaleone, dopo una denuncia di Bernardo Mattarella, ritirò ogni accusa scusandosi. E se è giusto ricordare il sacrificio di Pio La Torre e di Peppino impastato, vanno ricordato i tanti morti della Dc, a cominciare dal vicesegretario regionale Vincenzo Campo durante le elezioni del 1948; nel marzo 1979, Michele Reina segretario provinciale della Dc di Palermo; nel gennaio del 1980 Piersanti Mattarella, il sindaco di Palermo Insalaco, gli attentati ai sindaci democristiani Elda Pucci e l’avvocato Martellucci, e non essendo siciliani, non ricordiamo che i morti eccellenti. In ultimo, non possiamo non ricordare che la Cassazione confermando l’assoluzione di Giulio Andreotti per tutti gli anni Ottanta concluse sugli anni precedenti dicendo così: “La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata sulla base di apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che quindi possono essere contestati nel merito ma non in sede di legittimità”. Chi conosce l’italiano, la sintassi e l’analisi logica capirà.

 

Giudicare i fatti per quel che sono

 

E’ tempo dunque che i grandi opinionisti e gli storici dicano con forza i fatti per quel che sono, perché a nostro giudizio fino a quando gli stessi fatti vengono nascosti o falsati, la lotta alla mafia non è vinta. E la festa della Repubblica di ieri e le tensioni sociali che sono all’orizzonte devono far ricordare che quella libertà riconquistata il 25 aprile del 1945 fu difesa da altri autoritarismi definitivamente il 18 aprile del 1948 con la vittoria della democrazia cristiana. Offenderla come fanno alcuni vinti della storia significa offendere la storia repubblicana e i suoi uomini migliori. Lo testimonia il fatto che dopo 25 anni dalla scomparsa della Dc, l’Italia era nelle condizioni in cui si trovava prima della pandemia. Oggi più che mai il paese avverte che la sua àncora resta Sergio Mattarella, democristiano e leader indiscusso della Dc siciliana la cui famiglia pagò con il sangue l’impegno politico dall’immediato dopoguerra in poi e la lotta permanente contro la mafia. Il resto è solo falsa narrazione che deve indignare innanzitutto la sinistra che oggi è al governo del paese con una parte della Democrazia cristiana.

DA

https://www.ilfoglio.it/cronache/2020/06/07/news/la-falsa-narrazione-sulla-lotta-alla-mafia-che-ha-distrutto-questo-paese-320489/

Stiglitz attacca la Ue: “Se Bruxelles non cambia le regole, sarà un disastro”

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Roma, 8 giu – «Se torna il Patto di Stabilità per l’Eurozona sarà il disastro». È questo il monito che ha lanciato Joseph Stiglitz in un’intervista al Fatto Quotidiano. Premio Nobel per l’economia nel 2001, Stiglitz si è distinto negli ultimi anni per le sue posizioni fortemente critiche sulla moneta unica: «L’euro è un sistema praticamente progettato per fallire», è la sua analisi, poi argomentata in un libro di successo.Ora, però, l’economista mette nel mirino le politiche di austerità portate avanti dall’Unione europea con il Patto di Stabilità, che è alla base del Trattato di Lisbona. Una politica economica che, se era discutibile già in tempi normali, nel periodo post-coronavirus per Stiglitz rischia di essere addirittura fatale.

L’Italia non può cedere altra sovranità

Nell’intervista rilasciata al Fatto, il premio Nobel si sofferma sulle divisioni all’interno dell’Unione europea, le quali stanno compromettendo l’efficacia delle misure volte ad affrontare la recessione economica in atto: «Ogni economista direbbe che i soldi devono essere dati all’Italia a fondo perduto, ma alcuni paesi del Nord Europadicono che l’Ue non è un’unione fiscale. Così si torna alla discussione di dieci anni fa», afferma Stiglitz. Che poi spiega le criticità insite nel Recovery Fund: «Si discute poi su quante condizionalità mettere per avere i soldi: a quanta indipendenza dovrebbe rinunciare l’Italia?».

La profezia di Stiglitz

Ma il punto veramente dolente è quello che riguarda la riattivazione del Patto di Stabilità, temporaneamente sospeso a causa della pandemia. Insomma, che succederebbe se tornasse l’austerità? «Sarebbe un vero disastro», taglia corto l’economista statunitense. «Alcuni Paesi infatti avrebbero debiti molto più alti, debiti su cui andrebbero pagati gli interessi. Finché i tassi rimanessero molto bassi, non sarebbe un problema, ma i tassi potrebbero salire. A quel punto – prosegue Stiglitz – se il Patto di Stabilità fosse invocato, ciò avrebbe effetti recessivi sull’economia e costringerebbe i Paesi all’austerità».

Più Stato, meno mercato

Che fare quindi per superare la crisi? Secondo il premio Nobel, sarà fondamentale l’azione degli Stati e dei governi, che «devono giocare un ruolo centrale». Infatti, una volta finita l’emergenza sanitaria, «ci sarà molta più incertezza, il che renderà le persone molto più attente nello spendere: avremo un’insufficienza di domanda aggregata e quindi un’economia debole. L’azione del governo è l’unico modo per uscirne: un’azione collettiva per condividere i rischi, così che le persone abbiano meno paura di spendere, e per stimolare l’economia». Meno mercato, più Stato, quindi. Bruxelles è avvertita.

Valerio Benedetti

 

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https://www.ilprimatonazionale.it/economia/stiglitz-attacca-ue-se-bruxelles-non-cambia-regole-sara-disastro-159162/

I satelliti incastrano la Cina: ospedali di Whuan affollati da agosto

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I satelliti incastrano la Cina sulla data effettiva di diffusione del coronavirus. Stavolta non è Trump a dirlo, ma uno studio dell’università di Harvard. Gli scienziati americani hanno preso in esame le immagini satellitari dei parcheggi dei principali centri ospedalieri di Wuhan, nel periodo tra gennaio 2018 e aprile 2020.

La scoperta è sorprendente. C’è stato, infatti, un aumento anomalo del numero di veicoli fermi davanti ai principali ospedali di Wuhan sin da agosto 2019. La deduzione è inevitabile: il coronavirus si è propagato in città parcchi mesi prima di quanto non sia stato riconosciuto dalle autorità di Pechino. Lo studio porta la fima degli esperti di Harvard Medical School, Boston University of Public Health e Boston Children’s Hospital.

Non solo i satelliti, anche le tracce web

Secondo il dossier, che è ancora in fase di revisione, le immagini dei parcheggi hanno mostrato un “forte aumento” a partire da agosto 2019 e con un picco a dicembre 2019. Tra settembre e ottobre, cinque dei sei ospedali analizzati hanno visto il loro più alto volume giornaliero di automobili. Quanto alle ricerche sul web, l’utilizzo delle parole “diarrea” e “tosse” è aumentato notevolmente circa 3 settimane prima del picco nei casi confermati di Covid-19 alla fine del 2019.

Sebbene non si possa confermare che l’aumento del traffico dei veicoli fosse direttamente correlato al nuovo virus, l’evidenza “supporta altri lavori recenti”. Studi che “dimostrano che l’emergenza è avvenuta prima dell’identificazione (del coronavirus) nel mercato del pesce di Huanan”, alla fine di dicembre, quando i funzionari cinesi avevano riferito di un cluster al mercato nel centro di Wuhan.

La pandemia è partita prima, ma le autorità cinesi hanno negato

“Questi risultati confermano anche l’ipotesi che il virus sia emerso naturalmente nella Cina meridionale e che potenzialmente fosse già in circolazione al momento del cluster di Wuhan”, afferma il rapporto. “Stava succedendo qualcosa in ottobre”, ha detto alla Abc News John S Brownstein dell’ospedale pediatrico di Boston. “Chiaramente, qualcosa stava accadendo. Molto prima che Pechino lo comunicasse ufficialmente”.

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