La denuncia di Vox: come in un sistema totalitario vogliono estendere l’ideologia omosessualista

Condividi su:

 

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Matteo Orlando

“Vogliono imporre ai nostri figli un’educazione sessuale ideologica e settaria”. È questo l’allarme lanciato dalla deputata di VOX, il partito di destra spagnolo, Georgina Trías.

La Trías ha spiegato attraverso un appassionato discorso tenuto davanti al Congresso, i motivi per i quali il suo gruppo parlamentare ha presentato un emendamento all’intera legge Celaá, quelle norme sull’educazione, volute dal governo social-comunista spagnolo, per estendere quanto più possibile l’ideologia gender nella società, peraltro già sconquassata, spagnola.

La Trías ha avvertito che il progetto del governo delle sinistre mette in pericolo l’educazione dei bambini spagnoli. “La comunità educativa teme che oltre 8 milioni e mezzo di bambini e ragazzi spagnoli non frequentino la loro scuola da tre mesi e che, nel mezzo dell’estate, siano trascorsi sei mesi senza entrare nei centri. E voi vi preoccupate più di imporre il vostro programma ideologico che di risolvere i problemi reali della comunità educativa. In diverse città spagnole ci sono concentrazioni di cittadini per protestare contro l’elaborazione di questa legge”.

La portavoce di VOX ha affermato che nello Stato spagnolo prevalgono la neutralità e il principio del secolarismo positivo, e non la secolarizzazione promossa dal governo. “Vogliono imporre ai nostri figli, sin da piccoli, una presunta educazione sessuale, che invece è ideologica e settaria. E vogliono farlo in modo organizzato e curriculare, come si addice ad un buon sistema totalitario, con guide oscene che sono già state implementate in numerose comunità autonome”.

Nel suo intervento, di una dozzina di minuti, Georgina Trías ha spiegato i dieci motivi per cui Vox dice di no alla legge omosessualista Celaá. Continua a leggere

‘Ndrangheta, 479 indagati da Gratteri tra politici, massoni e boss

Condividi su:

 

I carabinieri del Ros e del Nucleo anticrimine di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia hanno notificato la chiusura indagini della maxi-inchiesta che il 19 dicembre scorso ha portato all’arresto di 334 persone. I militari hanno anche eseguito un altro blitz contro 11 persone: sono accusati di essere broker della droga che importavano cocaina e hashish da Brasile e Albania

La voce circolava già da qualche settimana. Lo stesso procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, lo aveva anticipato l’11 giugno quando è stato sentito in commissione parlamentare antimafia dicendo che era questione di giorni. E stamattina i carabinieri del Ros e del Nucleo anticrimine di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia hanno notificato la chiusura indagini della maxi-inchiesta “Rinascita-Scott” che il 19 dicembre scorso ha portato all’arresto di 334 persone.

Gli indagati, adesso, sono molti di più: in tutto 479. Tanti sono gli avvisi inviati dalla Direzione distrettuale antimafia ai soggetti ritenuti appartenenti o contigui alla cosca Mancuso e alle altre famiglie di ‘ndrangheta del vibonese. Tra questi anche gli 11 arrestati e i 7 sottoposti al divieto di dimora stamattina perché destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Dda di Catanzaro.

Il blitz è un troncone di Rinascita ed è stato eseguito a Vibo Valentia ma anche in provincia di Firenze e in altre città italiane: gli indagati, oltre 60, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. La droga arrivava dal Brasile e dall’Albania. Dal Paese sudamericano, le cosche calabresi e in particolare gli affiliati al locale di ‘ndrangheta di Zungrì importavano cocaina attraverso alcune ditte di import-export di marmi, niobio e manganese. La cocaina raggiungeva poi importanti piazze di spaccio sia in Toscana che in Sicilia, Piemonte e a Cosenza.

Il canale albanese, invece, serviva a fare arrivare ingenti carichi di marijuana e hashish che entravano in Italia attraverso il porto di Bari, grazie a una rete relazionale costruita dai vibonesi con un gruppo di albanesi che viveva in Toscana. Stando all’inchiesta, coordinata dal procuratore Gratteri e dai pm Antonio De Bernardo, Anna Maria Frustaci e Andrea Mancuso, la fase preliminare della compravendita in Brasile e Albania veniva gestita da alcuni soggetti specializzati, dei veri e propri broker della droga. Erano i “garanti” della buona riuscita del traffico: non solo, infatti, contrattavano il prezzo direttamente con i narcos ma si occupavano anche dell’attività di approvvigionamento della cosca.

Una volta che la cocaina, la marijuana e l’hashish arrivavano in Italia, il carico veniva gestito dal cartello e smistato alle piazze di spaccio dove avveniva la vendita al dettaglio. Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno sequestrato in tutta la provincia di Vibo Valentia un chilo di cocaina, 81 chili di marijuana, 3952 piante di canapa indiana, 25 chili di hashish, 89 grammi di eroina, 11 grammi di funghi allucinogeni e 27 pasticche di ecstasy.

Con la retata di stanotte si conclude la fase delle indagini preliminari dell’inchiesta “Rinascita-Scott” nell’ambito della quale sono stati indagati e arrestati politici, avvocati e figure professionali di spicco collegati alla criminalità organizzata. A dicembre, infatti, la Dda di Catanzaro ha smantellato la cosca Mancuso che, in provincia di Vibo Valentia, controlla ogni cosa.

In manette erano finiti tutti: i boss di Limbadi, come il mammasantissima Luigi Mancuso detto “lo zio”, e il loro gregari. Ma anche ex parlamentari, ex consiglieri regionali, sindaci, carabinieri e professionisti al servizio dei clan. Persino avvocati massoni come l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, definito “la cerniera tra i due mondi” in una “sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere”.

Alle cene che l’avvocato organizzava nella sua abitazione, sul centralissimo viale Mazzini di Catanzaro, partecipavano tutti, anche esponenti delle forze dell’ordine e magistrati. In un’intercettazione registrata all’interno del suo studio, l’avvocato Pittelli aveva detto: “Il pericolo in questa città è Gratteri”. Dal suo punto di vista, ci aveva visto lontano e infatti l’inchiesta ha scardinato un sistema incancrenito di rapporti tra ‘ndrangheta e pezzi delle istituzioni. Non è un caso che siano stati coinvolti anche uomini in divisa come due comandanti della polizia municipale di Vibo e Pizzo e l’ex comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Catanzaro Giorgio Naselli.

L’operazione “Rinascita-Scott” ha colpito al cuore al cuore il rapporto tra ‘ndrangheta, politica e massoneria. Tra i destinatati dell’ordinanza di gennaio, infatti, c’erano l’ex parlamentare del Pd Nicola Adamo, il segretario regionale dei socialisti Luigi Incarnato (che era anche consigliere regionale della Calabria), l’ex consigliere regionale della Margherita Pietro Giamborino finito carcere come il sindaco di Pizzo Gianluca Callipo, l’ex renziano che nel 2014 si era candidato alle primarie contro Oliverio. Adesso i 479 indagati possono chiedere di essere interrogati entro 20 giorni, trascorsi i quali la Dda potrà valutare se chiedere il rinvio a giudizio. E a quel punto inizierà il maxi-processo “Rinascita-Scott”.

 

DA

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/18/ndrangheta-chiusa-linchiesta-rinascita-scott-di-gratteri-479-indagati-verso-un-maxi-processo-a-politici-massoni-e-boss/5839132/

Giudici contro Orban: legge anti Soros “non conforme al diritto Ue”

Condividi su:

La Corte europea di giustizia boccia la legge ungherese che chiede la trasparenza dei finanziamenti dall’estero alle Organizzazioni non governative. Una legge che è stata considerata dai media contro il filantropo George Soros, accusato di interferire nella politica interna magiara

I giudici europei contro Viktor Orban e la sua legge “anti Soros”. La Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha sede in Lussemburgo, ha deciso, nella giornata di giovedì 18 giugno, che le restrizioni imposte dall’Ungheria al finanziamento delle Ong da parte di persone residenti fuori dell’Ungheria non sono conformi al diritto dell’Ue.

Una legge ungherese del 2017, fortemente voluta dal primo ministro Viktor Orban, ed approvata a larghissima maggioranza dal parlamento magiaro, aveva imposto alle Organizzazioni non governative, che ricevono finanziamenti dall’estero, di registrarsi come “organizzazioni sostenute dall’estero” e di pubblicare i nomi dei donatori (in modo analogo a quanto accade in Russia dove una legge del 2012 impone ai gruppi no profit, che ricevono finanziamenti stranieri, di identificarsi come “agenti stranieri”).

Ora, secondo i giudici della Corte di giustizia della Ue, le restrizioni, giustificate dall’Ungheria come mezzo per contrastare il riciclaggio di denaro e tesi ad una maggiore trasparenza, sarebbero discriminatorie sia nei confronti delle stesse Organizzazioni Non Governative sia degli stessi donatori. Infatti, secondo la Corte, la legge limiterebbe la libera circolazione dei capitali, uno dei quattro principi fondanti dell’Unione europea, perché “stabilisce una differenza di trattamento tra i movimenti nazionali e transnazionali”.

Il ricorso alla Corte europea era stato avanzato dalla Commissione europea e la sentenza pronunciata dalla Grande Sezione della Corte ha accolto tale richiesta. In base alla legge approvata tre anni dall’Ungheria, chiamata dalla stampa “legge anti Soros” (dal governo “A külföldről támogatott szervezetek átláthatóságáról szóló“, vale a dire legge “sulla trasparenza delle organizzazioni che ricevono sostegno dall’estero”), le Ong devono registrarsi presso taluni organi giurisdizionali ungheresi come “organizzazione che riceve sostegno dall’estero”, dal momento in cui l’importo delle donazioni da esse ricevute, provenienti da altri Stati membri o da Paesi terzi, nell’arco di un anno superi una determinata soglia. Inoltre la stessa legge prevede all’atto della registrazione, che le Ong indichino il nome dei donanti e l’importo complessivo del sostegno, quando lo stesso raggiunga o superi i 500 mila fiorini ungheresi, pari a circa 1400 euro. In base alla legge voluta da Orban tale informazione è poi pubblicata su una piattaforma digitale, gratuitamente accessibile al pubblico. Inoltre, la legge prevede che le organizzazioni civili interessate devono rendere noto, sulla loro homepage e in tutte le loro pubblicazioni, di essere “un’organizzazione che riceve sostegno dall’estero”.

Per i giudici della Corte di giustizia della Ue le misure dalla legge ungherese “possono creare un clima di diffidenza nei confronti di tali associazioni e fondazioni. La divulgazione pubblica di informazioni relative alle persone stabilite in altri Stati membri o in Paesi terzi che forniscono sostegno finanziario a queste stesse associazioni e fondazioni può, inoltre, dissuaderle dal fornire un simile sostegno. Di conseguenza, gli obblighi di registrazione, di dichiarazione e di pubblicità nonché le sanzioni previste dalla legge sulla trasparenza costituiscono, congiuntamente considerati, una restrizione alla libertà di circolazione dei capitali, vietata dall’articolo 63 Trattato Fondativo dell’Unione Europea”.

La Corte ha convenuto con l’Ungheria che una maggiore trasparenza, per quanto riguarda il finanziamento delle associazioni, può essere considerata “una ragione imperativa di interesse generale”, ma ha affermato che l’Ungheria non avrebbe “dimostrato per quale ragione l’obiettivo di aumento della trasparenza del finanziamento associativo da essa invocato giustificherebbe le misure concretamente istituite dalla legge sulla trasparenza. In particolare, esse si applicano indifferentemente nei confronti di qualsiasi sostegno finanziario estero il cui importo superi una determinata soglia ed a tutte le organizzazioni rientranti nell’ambito di applicazione di tale legge, anziché riguardare quelle che possono effettivamente avere un’influenza significativa sulla vita pubblica e sul dibattito pubblico”.

La Corte ha bacchettato l’Ungheria anche sull’opinione magiara che qualsiasi finanziamento estero delle organizzazioni civili sarebbe intrinsecamente sospetto. Per i giudici nel caso di specie non ci sarebbe “una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave a uno degli interessi fondamentali della collettività” e neanche motivazioni legate alla “lotta al riciclaggio di capitali, al finanziamento del terrorismo e alla criminalità organizzata”.

La questione analizzata dalla Corte lussemburghese è una delle tante che hanno contrapposto le istituzioni europee al governo di Orban. Molti sono stati gli scontri, in particolare sulla tematica dei migranti e, da ultimo, sugli ampi poteri concessi al premier ungherese, revocati dal Parlamento martedì 16 giugno, per gestire la pandemia nel paese centroeuropeo. Da tempo il primo ministro ungherese Orban è impegnato in una faida contro il filantropo miliardario ungherese-americano George Soros, accusato di finanziare le Ong per interferire nella politica interna ungherese.

Adesso per conformarsi alla decisione, l’Ungheria dovrà abrogare la legge e se si rifiuterà di farlo potrebbe incorrere in sanzioni pecuniarie.

Il giudice Judit Varga, in una dichiarazione rilasciata per conto del governo, ha affermatoche la sentenza non ha fornito “un singolo elemento specifico di dati o prove” che dimostrasse che la legge era eccessivamente ingombrante. “È una legittima aspettativa da parte della società che le organizzazioni non governative operino in modo trasparente anche per quanto riguarda il loro finanziamento”.

Patrick Gaspard, presidente delle Open Society Foundations di George Soros, ha accolto con favore la decisione della corte. “Questa sentenza risuonerà in tutta l’Unione Europea come un’affermazione che l’impegno civico è un pilastro vitale dei suoi valori democratici”, ha detto al New York Times. “Per l’Ungheria, l’abrogazione della legge segnerebbe un gradito passo verso il ripristino sia dello stato di diritto sia del pluralismo nella vita pubblica”.

Gergely Gulyás, capo dell’ufficio del primo ministro Orban, ha dichiarato che l’Ungheria ha sempre rispettato, “in passato e lo farà in futuro”, le decisioni della Corte di Giustizia dell’Ue. Gulyás ha affermato che il governo deve ancora esaminare in dettaglio la sentenza, ma ha rilevato come la Corte abbia concordato con l’obiettivo del governo di aumentare la trasparenza delle Ong. “Quindi è necessario cambiare solo gli strumenti con cui raggiungere questo obiettivo”. Un’affermazione che rilancia la lotta ungherese contro le Ong e le istituzioni europee!

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/giudici-contro-orban-legge-anti-soros-non-conforme-diritto-1871372.html

Ungheria: la legge su finanziamento Ong non è conforme al diritto UE

Condividi su:

 

“Discriminatoria e ingiustificata” nei confronti delle organizzazioni stesse e dei loro finanziatori. La Corte di giustizia UE accoglie il ricorso della Commissione Europea e bolla la legge ungherese contro il finanziamento estero delle ONG come “non conforme al diritto dell’Unione”.

DA

https://it.euronews.com/2020/06/18/ungheria-legge-finanziamento-ong-illegale-diritto-corte-giustizia-ue-discriminatoria

Benvenuti al circo Conte

Condividi su:

 

Magari fosse di sinistra. Magari fosse figlio della Troika. Magari fosse filo-tedesco o filo-cinese/venezuelano. Avrebbe in ogni caso una linea, una consistenza, un obbiettivo, sapremmo da cosa difenderci e come reagire. Ma il governo Conte Orfei, che ha piantato le sue tende a villa Doria Pamphili per lo spettacolo del Circo, dieci giorni come ogni circo, non è nulla di tutto questo. O meglio, è a turno tutto questo, un po’ l’uno un po’ l’altro, un po’ l’altro ancora. Quando c’è il numero degli acrobati, è figlio della Troika. Quando c’è il numero delle foche ammaestrate è di sinistra. Quando c’è il numero dei leoni è tedesco, quando si esibiscono le scimmie è cinese-venezuelano. Quando c’è il numero dei clown è se stesso, anche perché i clown fanno la caricatura di tutti gli altri numeri del circo; fanno un po’ i leoni e i domatori, un po’ le scimmie, un po’ gli acrobati, un po’ le foche ammaestrate. E hanno tutti il fazzoletto nel taschino da cui escono sorprese.

Da tempo ero convinto che Giuseppi Conte fosse un nuovo personaggio interpretato da Alberto Sordi, che in occasione del suo centenario ha voluto donarci una parodia postuma: dopo il Marchese del Grillo, il professor Tersilli, Nando Moriconi, Mario Pio, il pizzardone, il tassista, lo sceicco, il magliaro e cento altri, è arrivato il Premier Conte che un po’ li sintetizza, un po’ li scavalca. I personaggi di Sordi sono sbruffoni, esibizionisti, spacconi, a volte hanno la pochette nel taschino, vendono fuffa, raggirano il prossimo, coglionano la gente e i lavoratori (famoso il gesto sordiano dell’ombrello); sono un po’ vigliacchi, fregnoni e pataccari, truffatori e prepotenti, traditori e opportunisti, servili, gagà e cicisbei, voltagabbana e fintoamericani, spacciatori di merce farlocca e hanno una sola ideologia, una sola fede, una sola priorità: il paraculismo. Sono paraculi. Tutto ruota intorno al loro deretano, in ogni senso. Ovvero tengono a una cosa sola: la loro pellaccia, pensano solo a galleggiare, a piantare i glutei, a farsi ‘na magnata, a papparsi ‘na stecca, la loro unica bandiera è la propria panza. Sono l’esagerazione dei difetti degli italiani: personaggi godibili al cinema, amabili nella ricreazione, ma insopportabili nella vita seria, disastrosi nelle tragedie vere e addirittura al vertice delle istituzioni.

L’altro giorno mi è capitato di vedere un suo film e di averne conferma: ho visto Un italiano in America, del 1967, diretto e interpretato da Alberto Sordi: lui va in America, lì lo chiamano tutti Giuseppi, una signora di colore a un certo punto gli prende il naso e gli dice: Ah, Giuseppi Giuseppi. Ho visto in quella scena Conte col suo naso a pipa, che di profilo si allunga a vista d’occhio…

Giuseppi è nato lì, su quel set, in quella scena. Perché lui non è nato altrove, non viene dalla politica, non viene dalla gavetta, non viene dalle urne, non è nemmeno un tecnico, non viene da opere, studi e imprese memorabili; il suo curriculum, ricorderete, risultava taroccato. È nato lì, ciak, si gira, da una costola di Sordi, è un personaggio sordiano. E come Sordi assume le sembianze che occorrono per girare la scena, si fa filoamericano, filotedesco, filocinese, populista e tecnocratico, filosinistra come fu filosalviniano, grillino e della casta. Sono qui, per servirla. Già ai primi passi lo definimmo il Conte Zelig, assume le fattezze dell’interlocutore e ne fa il verso. Ma col tempo si è riempito di se stesso, si crede uno statista, si sente già nella storia. Passa da Sordi a Gassman, versione gradasso. Ha una sola priorità: Io. Un Io gonfio d’aria che manco Berlusconi, Renzi e Lady Gaga messi insieme. Chiedetemi tutto ma non fatemi dimettere. Sono disposto a tutto pur di restare Presidente for ever.

Per restare in ambito cinematografico Conte ci manda ogni giorno – soprattutto tramite il suo Giornale Luce, il Tg1 che è il megafono del regime – una valanga di trailer, ma il film intero non si vede. Ecco il promo di un film “Potenza di Fuoco”, ecco un altro “Vi riempiamo di Soldi”, un altro ancora “Gli Stati generali” sulla vita gloriosa del Re Sola e la sua Corte dei Conte. Protagonista unico lui: fa il Re, il Cancelliere, Sissi imperatrice… Una marea di trailer ma il film ancora non si vede. Si sa solo chi è il regista di questa ridicola menata: non è Fellini, De Sica o Monicelli, come ai tempi di Sordi, ma Rocco Casalino, figlio del reality da prendere sul serial. Le comiche di repertorio di Conte, mandate in onda dai tg, sono del genere lecchino-visionario, inaugurano il filone fantagovernativo.

Conte spara miliardi e cazzate, spesso le due cose coincidono, gigioneggia nel suo linguaggio attorcigliato e cavernoso, finto-istituzionale; concede, promette, annuncia e si piace, come si piace: un continuo congratularsi con se stesso, fa il Fenomeno, dice che tutto il mondo ci invidia e ci imita (il premier). Joseph Conte’s superstar. Uno così si trova a governare l’Italia, da solo, giocando ai due forni in maggioranza, con due partner scimuniti e un paio di pupari ricattati, con una sovranità e una visibilità che manco un re o un dittatore, nel momento più delicato, più difficile della nostra storia. Capite perché sarebbe stato meglio avere di fronte un governo di sinistra o della troika piuttosto che niente? Il Niente di Governo fa paura, spalanca l’abisso.

Uscendo dalla sala e dal circo, vorrei gridare: rimpiango la Politica. Quella vera, anche avversaria. La Politica, quella cosa modesta e potente, pratica e ideale, giudicata sui fatti e sulle idee: per anni hanno pensato che per avere più fatti dovessimo avere meno idee. Oggi vediamo che dove mancano le idee alla fine mancano pure i fatti.  Perché se non hai alte motivazioni non fai niente, punti solo a pararti le chiappe, a non schiodarle dalla poltrona, a prendere per i fondelli il mondo, farti attivo, passivo o deponente pur di restare lì. Ma prima o poi arriva Il Rinculo. Dove finiscono le idee e non cominciano i fatti, là governano i Giuseppi.

MV, La Verità 17 giugno 2020

DA

Benvenuti al circo Conte

Le relazioni pericolose grilline con i sinistri uomini di Maduro

Condividi su:

 

Gli incontri delle delegazioni Cinquestelle con Caracas. E sui 3,5 milioni la Procura di Milano apre un’inchiesta

Se i grillini non hanno mai preso i soldi del Venezuela e il documento dell’intelligence che lo dimostrerebbe è falso, le foto e la realtà politica dei rapporti con il regime di Nicolas Maduro sono veri e autentici.

Intanto, da ieri, c’è anche la Procura di Milano che indaga sui 3,5 milioni di euro che nel 2010 sarebbero finiti a Gianroberto Casaleggio: un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato è stato aperto dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli per capire anche se si possa trattare di un’operazione studiata per danneggiare il M5s. Tornando alle foto, una delle immagini, nel febbraio dello scorso anno, mostra una schiera di senatori pentastellati con il viceministro degli Esteri venezuelano, Yvan Gil, che ancora propugna «la via del socialismo» e attacca «l’ingerenza neo coloniale dell’Europa». Per non parlare degli scatti del 2017 della delegazione grillina in Venezuela capitanata dall’attuale sottosegretario della Farnesina, Manlio Di Stefano, assieme all’allora ministro degli Esteri, Delcy Rodriguez. Pochi mesi dopo sono cominciati a fioccare sulla testa di Rodriguez sanzioni da mezzo mondo, comprese Ue e Usa «per corruzione e avere minato la democrazia». Non è un caso che l’Italia sia l’unico paese Ue, assieme a Cipro e Slovacchia, a non riconoscere il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò.

Al contrario il 30 aprile dello scorso anno, i senatori pentastellati «esprimevano preoccupazione per il tentativo di colpo di stato in Venezuela e per il rischio di una deriva violenta dalla crisi politica» imputata agli Usa e a Guaidò. Un gruppetto di senatori si era fatto immortalare il 13 febbraio assieme al viceministro venezuelano per l’Europa, Yvan Gil, in visita a Roma. Nella fotografia si notano l’ex direttore di Tg nazionali, Emilio Carelli, Alberto Airola, Gianluca Ferrara, e altri parlamentari grillini. Neppure la Farnesina voleva incontrare l’uomo di Maduro e il caso scatenò le ire dei pentastellati. Nell’ottobre dello scorso anno Gil, ribadiva all’associazione di amicizia Italia-Cuba, che «possiamo vincere contro tutti gli attacchi che ci vengono portati per aver ripreso la via del socialismo». E identificava l’Occidente come «polo imperialista» accusando «l’Europa di ingerenza coloniale» in Venezuela. Per Gil il problema è che «una gran parte dell’immigrazione italiana ed europea (nel suo paese, nda) sia vincolata alla destra». Alla fine proponeva il regime di Maduro come «l’alternativa concreta al modello capitalista depredatore». E spiegava che «occorrono cambiamenti strutturali nei paesi capitalisti () che cerchiamo di favorire nonostante la complessità e la frammentazione esistente nei movimenti popolari in Europa. Guardando ai risultati ottenuti nella campagna in difesa della Palestina, di Cuba () credo si possa riuscire». Fra i movimenti è lecito supporre che pensava pure ai Cinquestelle.

Altre foto testimoniano degli incontri a Caracas di Manlio Di Stefano, oggi sottosegretario agli Esteri, assieme ad una mini delegazione grillina nel marzo 2017 per l’anniversario della morte del «caudillo» Hugo Chavez. Un sorridente Di Stefano è immortalato con Delcy Rodriguez, allora ministro degli Esteri. Nel quadretto ci sono anche Ornella Bertorotta, senatrice nel 2017 e Vito Petrocelli, oggi a capo della commissione Esteri del Senato.

Rodriguez, pezzo grosso del regime, è stata nominata vicepresidente del Venezuela il 14 giugno 2018 con la delega politica sul famigerato Sebin, il servizio segreto. Cinque mesi dopo la foto con i grillini sono fioccate le prime sanzioni dal Canada. L’Unione europea l’ha inserita nella lista nera vietandole i visti e congelando i suoi beni per «avere minato la democrazia e lo stato di diritto in Venezuela». Pure la Svizzera l’ha messa al bando e gli Stati Uniti hanno lanciato pesanti accuse di «corruzione».

Il sottosegretario Di Stefano purtroppo non rilascia dichiarazioni sul Venezuela. Sarebbe stato interessante capire i rapporti con Rodriguez e Raul Li Causi, un viceministro degli Esteri con delega per i Caraibi e non l’Italia. Il 5 marzo 2017 i grillini giunti a Caracas si facevano fotografare anche con lui.

Poco conosciuto è in realtà ben posizionato in alcuni gangli finanziari del regime. Presidente della West Indies Oil Company Limeted, società costituita con il governo di Antigua e Barbuda, che serve a piazzare il petrolio venezuelano, giugulare del regime. Li Causi è pure presidente del Banco de la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, una banca forziere di stampo chavista. E tratta con i cinesi alleati di ferro nella penetrazione in America Latina.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/relazioni-pericolose-grilline-i-sinistri-uomini-maduro-1870922.html

DL contro l’omotransfobia, Oliveri: “Legge inutile e liberticida”

Condividi su:

Le parole dell’editore di VoceControCorrente.it a Pro Vita & Famiglia.

Sandro Oliveri, editore di VoceControCorrente.it, è stato intervistato da Pro Vita & Famigliasul disegno di legge sull’omotransfobia che sarà consegnato domani, martedì 16 giugno, in commissione Giustizia.

Ebbene, per Oliveri si tratta «di una legge sostanzialmente inutile e che oltre ad essere inutile è anche dannosa, anzi è di una pericolosità incredibile. Infatti equipara illecitamente affermazioni di stampo razzista come “Non è bene che si sposi un bianco con un nero” alla considerazione oggettiva che una famiglia è formata da un uomo ed una donna, strutturalmente in grado di trasmettere la vita. Dunque è un attacco diretto alla libertà di opinione, un’opinione che, peraltro, non offende nessuno perché parte da una constatazione».

Oliveri ha poi aggiunto che il DL Zan – Scalfarotto «è un attacco alla libertà di culto. Poi c’è un aspetto psicologico. Noi abbiamo fatto un family day contro la legge Cirinnà e si parlava di unioni civili, non condivise dal punto di vista morale da molti credenti perché vanno contro i loro principi ma perlomeno, nel caso delle unioni civili parliamo di un fatto privato. Nel caso del ddl Zan parliamo, invece, di qualcosa di più insidioso: apparentemente sembra infatti, una legge buona ma è molto più pericolosa della legge sulle unioni civili perché entra nelle coscienze dei singoli per plasmarle».

Infine, l’editore di questo giornale ha ribadito che il DL non è necessario perché «esiste già il codice penale che punisce determinati tipi di reato contro la persona. Se, invece, questa legge venisse approvata, creeremmo una sorta di ‘categoria protetta’ che andrebbe contro il principio di uguaglianza di cui tutti i cittadini devono godere di fronte alla legge e che l’Italia deve tutelare. Un ddl che gioca non in difesa ma in attacco e nasce da una lobby che vuole raggiungere obiettivi subdoli e ciò è confermato proprio dal fatto che una reale emergenza in Italia non c’è. Altro aspetto che spesso non viene sottolineato è che molti omosessuali non condividono questo ddl che non vuole difendere la dignità degli omosessuali, cosa assolutamente buona e giusta, ma vuole semplicemente diffondere l’omosessualismo».

DA

DL contro l’omotransfobia, Oliveri: “Legge inutile e liberticida”

Venduta l’Italia alla dittatura comunista

Condividi su:

“O Casaleggio e soci hanno provato a vendere l’Italia a una dittatura sudamericana, o qualcuno sta usando i 5 Stelle per mettere le mani sul nostro Paese”. Lo scrive Alessandro Sallusti in merito al presunto finanziamento da 3,5 milioni che il Movimento avrebbe ricevuto nel 2010 dal regime chavista e in particolare da Maduro, che all’epoca era ministro degli Esteri e oggi è presidente non riconosciuto da buona parte della comunità internazionale. Per il direttore de Il Giornaleentrambe le ipotesi sono di una gravità estrema: “Più che querele serve un’approfondita indagine”. I grillini, così come il consolato e l’ambasciata venezuelana, hanno bollato l’inchiesta di Abc come “fake news”, ma il quotidiano spagnolo ha confermato tutto, convinta della bontà delle sue fonti.

DA

https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/23293543/m5s-venezuela-alessandro-sallusti-venduto-italia-dittatura-comunista-qualcuno-li-sta-usando.html

1 222 223 224 225 226 227 228 1.214