La paura di vivere e la gabbia della salute

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Ma torneremo o no alla libertà e alla democrazia di prima della pandemia? Torneremo, e quando e come, alle piazze gremite e al lavoro in ufficio, agli alunni a scuola e agli studenti all’università, al volto scoperto e alle relazioni affabili? O le mutazioni intervenute negli ultimi tre mesi hanno cambiato definitivamente il nostro sistema di vita, di lavoro, di studio, di ricreazione e di cittadinanza, hanno imposto dopo le gabbie salariali le gabbie della salute?

O per essere più malpensanti, le restrizioni imposte nel nome della pandemia verranno estese e applicate per cambiare definitivamente i nostri rapporti umani e produttivi e per renderci più docili al potere politico e tecnocratico, scientifico e sanitario, economico e finanziario? L’estensione sine die della scuola a distanza, oltre a distruggere l’essenza comunitaria della scuola e il rapporto vitale tra docente e discente, vuole in realtà formare nuove generazioni per il lavoro da casa, lo smart working, più conveniente per le aziende, meno dispendioso e dispersivo, con la riduzione dei dipendenti a monadi, lontane da ogni aggregazione sociale, sindacale, culturale e conviviale e non più in grado di distinguere tra pubblico e privato, tra tempo libero e tempo lavorativo, tra casa e caserma? E quanti meccanismi di controllo e di prevenzione verranno usati oltre il tempo della misura sanitaria ed eserciteranno una più capillare sorveglianza sui cittadini, le loro preferenze, i loro consumi, la loro tracciabilità negli spostamenti? E la vaccinazione obbligatoria, che si ipotizza, non è una forma di controllo inquietante sulla libertà, la salute e il dominio di una tirannide farmaceutica, come sempre giustificata a fin di bene? Tutto questo non vi ricorda il comunismo che per fondare la società perfetta, la società migliore, per imporre un futuro migliore, un uomo nuovo e una società nuova, era poi costretto a usare tutti i mezzi di controllo e di repressione, fino alla deportazione e al genocidio?

Uno sciame di domande che in realtà compone un mosaico di inquietudini. A volte si ha l’impressione che si sia instaurato un dispositivo economico-sanitario che nel nome della paura – antica fonte di ogni potere, soprattutto dispotico – genera una forma di totalitarismo applicato a una società molecolare di massa. L’idea che col virus dovremo convivere, che prima o poi ritorna, o ne arriva un altro, in forme inedite e perciò nuovamente pericolose, si associa alla raccomandazione ossessiva di questi mesi: non abbassare la guardia, tenere alta la vigilanza. Ovvero traduci: non tornare alla normalità e alla libertà, far perdurare all’infinito questo stato di emergenza, isolamento e restrizione.

A chi giova tutto questo? Chi ci guadagna in questa situazione? Chi resta al potere, con l’alibi dell’emergenza. Chi vende prodotti farmaceutici, programmi di controllo, strumenti tecnologici di sorveglianza, o altre linee di prodotti, anche ideologici, anche pseudo-medici, fino ai libri dei virologi-star, onnipresenti e ben remunerati. Insomma chiunque speculi su questa situazione e tragga vantaggio dal suo perdurare. Chi detiene in queste condizioni un potere vasto, fino al potere di vita e di morte, sulla popolazione, ha tutto l’interesse a rendere permanente, cronica la situazione in cui siamo stati proiettati dalla pandemia. Il fatto che la Cina, un regime totalitario che mescola mercato, profilassi e comunismo, sia diventato il modello di riferimento, rende ulteriormente inquietante la situazione in corso.

Provo allora a riassumere i tratti della nuova umanità che si profila, in cui tutto ciò che pareva una tendenza diffusa ma privata, individuale, diventa invece sistema e modello sociale: 1) La solitudine globale dei cittadini, connessi ma isolati, collegati ma dissociati, separati dalla distanza di sicurezza. 2) La prigione senza muri, ovvero la libertà limitata già al suo interno, svuotata da dentro, in cui il rifiuto è introiettato nei comportamenti singoli come forma di precauzione per sé e per gli altri; una libertà negata nelle sue elementari funzioni ed espressioni, totalmente dissociata dalla natura, dalla realtà, dalla storia. 3) la riduzione dell’esistenza a nuda vita da preservare ad ogni costo, sorvegliata da un biopotere che costringe i cittadini-utenti-pazienti a rinunciare a qualsiasi cosa possa mettere in pericolo la nuda vita, anche se necessaria all’intelligenza, all’anima, alla vita sociale e comunitaria del cittadino. 4) La sostituzione della religione e del sacro con la tecnica e la sanità, con la relativa ospedalizzazione universale. Giorgio Agamben ha scritto riflessioni sacrosante sulla religione medica combinata al capitalismo globale, che si sostituisce alla religione vera e propria, con la complicità della medesima; e propone e poi impone una prassi della salvezza terrena, rispetto a cui ogni altra fede, cultura, convinzione cade in secondo piano, fino a essere sospesa e revocata nel nome assoluto della prima.

Servirebbe a questo punto una nuova ondata di ateismo nei confronti del nuovo dio, la Sanità, o meglio del sistema totalitario, prodotto dall’incrocio tra ideologie egualitarie, capitalismo tecnologico e controllo farmaceutico; fondato sul timor di Dio (la paura del contagio), la salvezza di vite umane anche a costo di perdere ogni ragione di vivere.

Naturalmente nulla è scritto in partenza, la minaccia può perdere forza e sgonfiarsi lungo la strada, come accade ai virus; il futuro è aperto a ogni soluzione, al trionfo del Biopotere o di chi vi si oppone. L’uomo è mortale ma non s’ingabbia.

MV, Panorama n. 25 (2020)

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La paura di vivere e la gabbia della salute

Mel Gibson punta il dito: a Hollywood rituali orridi e demoniaci

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L’attore americano Mel Gibson ha rilasciato interviste a dir poco sconcertanti che gettano uno squarcio di luce sul marciume di un sistema corrotto e decadente come quello dello star system hollywoodiano. Intriso di corruzione e perversione.

Gibson racconta di una macchina in cui l’arrivismo a ogni costo, compreso quello di accettare proposte inquietanti, è la regola. Tutti sanno che per aderire a questo sistema e ottenere il successo bisogna vendersi, in senso che si dubita essere solamente figurato, l’anima al diavolo. Partecipando a pratiche immonde e orribili, che introducono in un sistema dove si finisce anche per essere continuamente ricattati e controllati.

Le parole di Mel Gibson sullo star system americano

Un sistema che va ben oltre il cinema ma che arriva fino agli altri settori della cultura, dell’industria, spesso della politica. Non è un caso che gran parte dei proprietari di marchi del settore cinematografico detengano anche le case di produzioni musicali.

E abbiano interesse a veicolare certi messaggi distorti, intrisi di sentimenti perversi e di simbologie inquietanti e diaboliche. Basta accendere un canale di video musicali a rotazione e aspettare i prodotti del sistema americano per rendersene conto. Mel Gibson ha spiegato che correva l’anno duemila quando venne introdotto in questo torbido “giro“.

Il sistema della pedofilia dietro le luci del grande schermo

Il suo linguaggio è intriso, purtroppo, di riferimenti di tipo esoterico. Si tratta del mondo da cui è emerso lo scandalo legato a una figura come quella di Harvey Weinstein. L’ex produttore cinematografico statunitense condannato a 23 anni per reiterati e continui abusi sessuali sulle giovani attrici che volevano essere introdotte in questo “sistema”.

Purtoppo, però, pare che quasi tutti gli attori del mondo di Hollywood, in un modo o nell’altro, abbiano a che fare con questo mondo. Lo denunciò in passato il regista Stanley Kubrick direttamente in uno dei suoi film, Eyes wide Shut.

Le pratiche immonde di cui parla Mel Gibson

Un’altra pratica di cui parla Mel Gibson è quella della programmazione mentale. Gibson afferma, stando a quanto riportato dal giornale online americano www.smilecelebs.com e da quello britannico www.neonnettle.com, che “gli studi di Hollywood sono intrisi di sangue di bambini innocenti, il consumo di ‘baby blood’ è così popolare a Hollywood che funziona fondamentalmente come una valuta a sé stante”.

Le élites di Hollywood sono cioè, secondo le parole di Gibson riportate dalle testate anglosassoni e riprese da numerosi blog indipendenti, “un nemico dell’umanità che agisce continuamente in contrasto con i nostri migliori interessi infrangendo ogni tabù dato da Dio all’uomo, inclusa la santità dei bambini”.

L’orrido del sistema hollywoodiano: calunnie o realtà esoterica?

Mel Gibson, passato alle cronache per un periodo in cui ha cominciato a sparare a zero sul mondo delle élite hollywoodiane mettendo in piazza molte delle verità che hanno caratterizzato la sua carriera di attore famoso, depositate nel fondo della sua coscienza, avrebbe perciò parlato esplicitamente di “pedofili”.

Le affermazioni di Gibson riportate da questi siti sono raccapriccianti. Si parla del sangue dei bambini come della “valuta più preziosa”, parla di élite dell’industria che “banchetta con il sangue di bambini innocenti”. Che i protagonisti del mondo del cinema “ottengono i loro calci dalla distruzione del santuario dei bambini” mentre “prosperano nel rompere ogni tabù donato da Dio conosciuto all’uomo”.

Il gioco delle élite di distruggere le persone

“Distruggere la vita delle persone è solo un gioco per loro: più dolore possono causare, migliore è il brivido”, afferma, spiegando che questi “si dilettano con il dolore e la paura” dei bambini, e che “più giovane, meglio è”.

“Queste persone seguono la propria religione e la usano come guida morale. Non è il tipo di insegnamenti religiosi di cui la gente avrebbe mai sentito parlare. Eseguono rituali sacri malati e totalmente in contrasto con il tessuto morale che lega la maggior parte degli americani patriottici”.

Le parole terrificanti di Mel Gibson

Le parole di Gibson sono terrificanti, e continuano con esempi e elementi che fanno accapponare la pelle. “È difficile da capire, lo so, e mi dispiace di essere io a romperti questo, ma Hollywood è un anello pedofilo istituzionalizzato”, ha continuato Gibson.

“Usano e abusano dei bambini per le loro convinzioni spirituali malate, se puoi anche chiamarle così. Non lo capisco completamente da solo, ma raccolgono questi bambini per la loro energia e banchettano con il loro sangue“, dice.

I giochi perversi sui bambini: intervenga la giustizia!

“Più il bambino è innocente, più sono terrorizzati, più prosperano su di esso”, ha detto la stella di Braveheart. “I riferimenti alla pedofilia e al cannibalismo sono sempre stati lì, ma per anni sono enigmatici o simbolici”, ha affermato ancora.

“Sono stato introdotto a queste pratiche nei primi anni 2000 e sono stato minacciato con gravi ripercussioni se dovessi mai parlare. E non intendo solo la mia carriera, intendo la mia vita era minacciata, la vita della mia famiglia sarebbe in pericolo. Ora posso parlarne solo perché quelle persone, quei dirigenti del settore, ora sono tutti morti”, è un altra delle accuse dell’attore americano.

Dietro le pratiche esoteriche, pedofilia e cannibalismo

“Vedono il sangue di un bambino abusato sessualmente come il premio finale e affermano che è altamente arricchito”. Secondo Gibson, questa raccapricciante perversione non rappresenta solamente una moda, ma una cultura profondamente radicata a Hollywood per generazioni ed è qualcosa di popolare tra uomini e donne.

“Questa non è una novità e si svolge da prima ancora che Hollywood fosse fondata. Se cerchi questo fenomeno, ti troverai in agguato nell’ombra di ogni epoca oscura della storia.

Oscure pratiche utilizzate dalle società segrete per centinaia di anni

Queste oscure pratiche multidimensionali occulte sono state utilizzate nelle società segrete per centinaia di anni. Hollywood viene utilizzata per la programmazione sociale e il controllo mentale e il loro messaggio viene proiettato nella psiche del popolo americano, ovunque”.

Le parole attribuite all’attore americano e riportate da questi giornali non sono state mai pubblicate da grandi testate internazionali. Se ci fossero riscontri di tutto questo, persone di buon senso, polizia, uomini di giustizia dovrebbero mettere fine in un solo istante a tutto questo scempio che grida al cospetto di Dio

Evidentemente, non esistono prove di tutto questo, e umanamente si spera che tutto questo sia in qualche modo alterato dall’autore. Altrimenti, l’umanità dovrebbe essere messa al corrente di questo scandalo che segnerebbe in maniera altamente negativa la nostra epoca.

Giovanni Bernardi

fonte: www.neonnettle.com

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Mel Gibson punta il dito: a Hollywood rituali orridi e demoniaci

Il presidente Duda vuole una Polonia contro le ideologie che danneggiano la famiglia

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DI MATTEO ORLANDO

Durante una visita nella città di Wieluń, il presidente polacco Andrzej Duda ha dichiarato di volere “lo stato polacco a sostegno e protezione della famiglia”. Il capo di stato della Polonia vuole che le famiglie siano meglio protette “contro le ideologie” che le danneggiano.

Durante un incontro con i cittadini in Legion Square, Andrzej Duda si è riferito anche al defunto Lech Kaczyński, il presidente polacco morto nel disastro aereo di Smolensk nel 2010.

“Cinque anni fa ho iniziato ad attuare il piano del presidente Lech Kaczyński, che non è stato in grado di portarlo a termine perché è morto al servizio della Repubblica di Polonia. Ho abbassato l’età pensionabile, abbiamo lanciato programmi sociali e per gli anziani”.

Andrzej Duda ha sottolineato che la sua battaglia politica più importante è quella per la famiglia: “È un dovere costituzionale, che si sta finalmente adempiendo. Questo è il motivo per cui desidero la rielezione, in modo che le famiglie polacche possano essere meglio protette, anche contro le ideologie che le danneggiano. Sappiamo che la nostra tradizione è la nostra forza, quella che ci ha permesso di sopravvivere ai più grandi test, di ricostruire questa città con fede”.

Spiegando il motivo della sua visita a Vielun Duda ha detto: “Ci sono due città in Polonia che sono simboli dello scoppio della seconda guerra mondiale. Uno di questi è Wieluń. L’ho capito chiaramente quando sono venuto qui per la prima volta nel 2017. È stata un’esperienza molto bella per me. Non avevo mai visto nulla di simile, che l’intera città si radunasse alle quattro del mattino e commemorasse gli eventi avvenuti 78 anni prima. Ho visto che la storia vive qui”.

Sempre il presidente Andrzej Duda ha promesso di vietare l’insegnamento delle tematiche Lgbt nelle scuole polacche. Attraverso un apparente richiamo alla sua base, durante questa campagna elettorale che terminerà con le elezioni presidenziali del 28 giugno, Duda ha detto che “i genitori sono responsabili dell’educazione sessuale dei loro figli. Non è possibile per nessuna istituzione interferire nel modo in cui i genitori crescono i loro figli”.

Duda, che è un alleato del partito di destra Law and Justice Party (PiS), che considera l’ideologia lesbica, gay, bisessuale e transgender come un’influenza straniera invasiva che indebolisce i valori tradizionali della fedele nazione cattolica, è avversato nella riconferma presidenziale dal sindaco liberale di Varsavia, Rafal Trzaskowski, appartenente al maggiore partito di opposizione (Piattaforma civica). Trzaskowski è lo stesso che ha introdotto l’educazione sulle questioni Lgbt nelle scuole di Varsavia.

Firmando una “Family Card” di proposte che includono impegni per preservare regimi di benefici speciali per famiglie e pensionati, Duda ha anche affermato che non permetterebbe alle coppie gay di sposarsi o adottare figli. “È un’ideologia straniera. Non vi è alcun motivo perché questo fenomeno si verifichi nel nostro paese in alcun modo”. Trzaskowski, invece, ha affermato di essere a favore dei diritti civili per gay, ma non approverebbe le adozioni.

“Questa Family Card è un documento radicale che divide la società polacca, introducendo standard che ricordano i tempi più brutali della storia polacca ed europea”, ha sostenuto da parte sua il dichiaratamente gay Robert Biedron, candidato presidenziale per un partito della sinistra polacca.

 

MATTEO ORLANDO

Tarro, Bacco e De Donno sovvertono la dittatura scientifica ► “Vi sveliamo errori e orrori del virus”

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Canale Europa Tv”, piattaforma di televisione in streaming, ha ospitato tre voci di esperti fuori dal coro: Giulio Tarro, Giuseppe De Donno e Pasquale Bacco. I loro pareri, poco ascoltati dai media mainstream, sono state accolti dalla web tv nel corso di una conversazione pubblicata sulla pagina Facebook. (Clicca qui per l’intervista integrale).

In questi mesi siamo stati sommersi da un flusso informativo sul Coronavirus proveniente da tutti i mezzi a nostra disposizione. Eppure tra chi si trova dall’altre parte degli schermi di televisioni e telefonini sono parecchi a sostenere la presenza di un unico flusso narrativo.

Ad apparire nelle pagine dei giornali e nei salotti televisivi sono in gran parte sempre gli stessi volti. Mentre le opinioni di medici e virologi che cercano di risalire il fiume controcorrente hanno trovato poco spazio. E’ proprio il caso del trio Tarro, De Donno, Bacco, autori di pensieri divergenti dai consessi tradizionali. E per questo, forse, ne hanno pagato le conseguenze.

Origine e sviluppi del virus, terapia al plasma e immunità cellulare: questi alcuni dei nodi sciolti durante la videoconferenza.

Tarro: “Raggi ultravioletti e immunità cellulare i prossimi passi nella lotta contro il virus”

Innazitutto ne approfitto per dire che l’Oms ha appena dichiarato che l’asintomatico non è infettante. Ma questo già l’aveva detto fin dall’inizio la dott.ssa Maria Van Kerkhove quando si era messa a polemizzare con Fauci.

E poi credo che sia importante un aspetto che ci riguarda molto da vicino, il sole e i raggi ultravioletti. Circa 6-7 minuti vengono dati al virus per sopravvivere.

Il prossimo passo viene invece dall’immunità e da questo miracolo della sieroterapia. Il tema fondamentale è che c’è un’immunità cellulare. L’immunità cellulare è quella che è stata dimostrata dagli amici di Singapore, soprattutto per quel che riguarda la prima Sars. La prima Sars ha avuto un’immunità cellulare che rimane per 17 anni.

L’altro aspetto importante è che abbiamo predisposta questa immunità cellulare con il beta Coronavirus degli animali. Già a gennaio io parlavo del famoso 3% degli agricoltori della Cina meridionale che avevano una risposta immunitaria nei riguardi del Coronavirus. C’era già la presenza sintomatica e asintomatica del virus”.

De Donno: “Se avessimo usato sin dall’inizio la plasmaterapia avremmo evitato circa 3500 morti”

Abbiamo avviato a Mantova questo protocollo di ricerca, insieme ai colleghi di Pavia, portandolo avanti convincendo anche quella parte più critica dei nostri colleghi. Inizialmente non erano così convinti della nostra intuizione. Abbiamo iniziato ad arruolare i pazienti e questi stavano meglio.

Essendo una strategia terapeutica a così basso costo e con scarsissimi effetti collaterali, la mia idea è che questo vada usato in prima linea. Molti di quelli che screditano questo tipo di trattamento, negli ultimi giorni hanno portato alla luce il lavoro che hanno fatto i cinesi e che è stato pubblicato su Jama il 3 giugno.

In realtà quel lavoro ci dà ancora più ragione perché viene confermato tutto quello che noi diciamo. Ovvero che i pazienti trattati con plasma convalescente vedono una riduzione del tempo medio di ricovero di almeno 5 giorni. Se avessimo usato il plasma di pazienti convalescenti in Italia dall’inizio dell’emergenza avremmo evitato circa 3500 morti”.

Bacco: “Uno studio angloamericano posiziona la comparsa del virus a fine settembre. Quando lo dicevamo noi…”

Noi abbiamo fatto 7038 visite, abbiamo fatto un calcolo semplice sul numero dei positivi e abbiamo detto che sicuramente questo virus è arrivato a fine settembre, inizio ottobre. L’abbiamo detto, siamo stati trattati non benissimo. Poi è di ieri uno studio americano e inglese che ha posizionato l’inizio del virus nello stesso periodo individuato da noi. E poi abbiamo fatto un’azione di laboratorio e detto che il virus fosse sensibile alla temperatura.

Ma già a inizio marzo il professor Tarro aveva detto quanto sarebbe finita questa emergenza. Io ho sempre detto una cosa: un Paese che non dà voce ad un professore come Giulio Tarro si deve vergognare“.

Tarro: “Plexiglas sui banchi di scuola? Come si fa a pensare un fatto del genere!”

Già avevano previsto pannelli di plexiglas non sotto l’ombrellone ma sopra i banchi di scuola. Come si fa a pensare ad un fatto del genere! A livello epidemiologico dobbiamo stare attenti, ma non possiamo sempre proiettare il bicchiere mezzo vuoto. Adesso sappiamo benissimo, grazie a Giuseppe De Donno che l’ha applicato subito in Italia, che esiste un salvavita ed è la sieroterapia”.

Bacco: “Anche se in buona fede, abbiamo ucciso molte persone con dei protocolli sbagliati”

La mancanza delle autopsie ha rappresentato l’elemento cruciale della parte iniziale. Noi possiamo dire che, anche se in buona fede, molte di quelle persone noi le abbiamo uccise. Ed io ho parlato con dei medici che stavano in prima linea che hanno fatto delle azioni e si sono resi conto che hanno fatto più male che bene a quelle persone.

E’ il meccanismo intorno al quale gira tutto. Abbiamo sbagliato completamente il protocollo terapeutico perché non ci hanno permesso di vedere che cosa succedeva all’interno dell’organismo. Alla prima autopsia ci siamo resi conto di aver sbagliato quasi tutto”.

DA

https://www.radioradio.it/2020/06/tarro-bacco-e-de-donno-sovvertono-la-dittatura-scientifica-vi-sveliamo-errori-e-orrori-del-virus/?cn-reloaded=1

Un fedelissimo di Palamara sostituirà la pm che indaga su Conte

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Il pm Maria Cristina Rota, che ha sentito il premier lo scorso vederdì, lascerà il suo ufficio al nuovo procuratore Angelo Antonio Chiappani

Ci sono due inchieste che si incrociano. Quella delle chat di Luca Palamara e quella del caso delle “zone rosse” nella provincia di Bergamo.

Maria Cristina Rota, il pm che ha sentito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso venerdì, a breve lascerà il suo ufficio al nuovo procuratore Angelo Antonio Chiappani, nominato all’unanimità dal Csm procuratore di Bergamo circa un mese fa. Un magistrato che il 29 maggio 2019, quando esplose il caso Palamara, manifestò a quest’ultimo la propria solidarietà.

Allora Chiappani era in corsa per la poltrona di procuratore di Brescia (sua città natale). In occasione del famoso dopocena dell’hotel Champagne uno dei presenti a proposito di quella nomina, stando a quanto ricostruito da La Verità, disse: “Io vorrei fare Roma e magari ci metto Brescia perché dovrebbe essere più semplice Brescia visto che abbiamo il derby”. Il derby era quello tra Chiappani e Francesco Prete, che a dicembre è risultato vincitore, entrambi di Unicost, la corrente di Palamara.

Ma Chiappani non è finito solo nelle chat di Palamara. Ha anche visto di persona il pm indagato mentre era sotto intercettazione e le sue parole potrebbero essere state carpite dal trojan. L’occasione dell’incontro tra i due riguarda una partita della rappresentativa magistrati contro quella degli attori allo stadio di Lecco, città di cui Chiappani era procuratore. Palamara, forse trovandoselo inaspettatamente di fronte, chiese, via messaggio, al collega di Unicost Massimo Forciniti: “Chiappani è quello che deve andare a Brescia?”. Riceve risposta affermativa.

Al termine dell’evento Chiappani scrive sulla chat di gruppo: “Grazie a tutti per questo 23 maggio vissuto a Lecco con una grande cornice di studenti e grazie a tutti di avermi dato l’occasione di rimettere le scarpette dopo più di trent’anni”. Gli aveva dato il benvenuto Paolo Auriemma, procuratore di Viterbo, in strettissimi rapporti con Palamara. Il 29 maggio arriva, però, la notizia dell’inchiesta su Palamara. E sulla chat del calcio inizia la corsa a esprimere la propria solidarietà all’ex presidente dell’Anm sotto indagine. Chiappani ci va giù pesante. Scrive polemico: “Jus sputtanandi”. Ma Palamara consiglia di abbassare i toni.

Palamara non doveva invece godere della fiducia della Rota. Infatti, la nomina di quest’ultima a procuratore aggiunto di Bergamo, è arrivata alla fine di una durissima battaglia al Csm che ha portato alla spaccatura tra Area e Unicost, dopo che per diversi mesi i due schieramenti avevano votato insieme interi pacchetti di nomine. Lei è diventata procuratore aggiunto di Bergamo con i voti di Area, la corrente delle toghe progressiste e di Magistratura indipendente, la corrente che per molti anni, e in parte anche oggi, ha avuto come punto di riferimento il parlamentare di Italia viva, Cosimo Ferri. L’unica corrente che cercò di sbarrarle la strada fu quella di Palamara, Unicost. Ora la Rota lascia il suo incarico e al suo posto arriva un fedelissimo di Palamara. E chissà come se la caverà con l’inchiesta che tiene col fiato sospeso il governo giallorosso.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/fedelissimo-palamara-sostituir-pm-che-indaga-su-conte-1870174.html

L’ANTIRAZZISMO DELIRANTE (E MILITANTE)

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A forza di somministrare massicce dosi di antirazzismo virale sparse a piene a mani su e giù per l’Occidente, si raggiungerà finalmente l’obiettivo voluto, cercato con bramosia dai sacerdoti del pensiero unico dominantein servizio permanente effettivo: la desertificazione del pensiero, lo stampino perfetto per creare l’uomo instupidito del domani. Siamo alla lobotomia 2.0.

L’onda delle proteste che arrivano da Oltreoceano in seguito alla morte di George Floyd, l’afroamericano 46enne ucciso a Minneapolis, ha assunto le dimensioni di uno tsunami. Spazzato via anche il pluripremiato “Via col vento” dai cataloghi della Hbo in quanto plastica rappresentazione di “pregiudizi razzisti”. Ma non basta, scrive Il Giornale, perché “nella nuova serie Looney Tunes Cartoons, che sarà trasmessa nel nuovo servizio video in streaming di Warner Media, non ci saranno più armi da fuoco: la decisione è stata anticipata da Peter Browngardt, produttore esecutivo di Hbo che ha rivelato al New York Times come la scelta sia stata presa in risposta alle storie di violenza armata quotidiane e al crescendo delle tensioni in strada dopo l’omicidio di George Floyd. Vi ricordate Taddeo, il cacciatore di Bugs Bunny che nella serie originale si chiama Elmer Fudd? Nella nuova serie Hbo Taddeo sarà un cacciatore senza fucile, per non turbare la sensibilità dei politicamente corretti – come se le violenze negli Usa dipendessero dal simpatico e impacciato cacciatore. Un altro personaggio chiave della serie che rischia seriamente di essere disarmato è il ‘pistolero’ Yosemite Sam, che forse dovrà dire addio alle sue mitiche pistole”.

La follia comunque sembra essere senza soluzione di continuità, e infatti anche degli innocenti cioccolatini vengono fatti sparire dai supermercati di una catena svizzera perché il nome, udite udite, cozza contro la sensibilità di chi vomita menate propagandistiche prima e dopo i pasti. Insomma, “I moretti”, un nome inequivocabilmente terrificante per chi brinda con calici che traboccano sangue e ipocrisia, i cioccolatini che dal dopoguerra vengono prodotti dalla Dubler, dovranno scomparire dagli scaffali della grande distribuzione elvetica. A questo punto va bene tutto; è tutto lecito in questa follia ideologica spazio-temporale e allora non ci sarà da stupirsi se da qui a breve verranno ammainate anche le bandiere della Sardegna. Potrebbe essere un nuovo must: via i Quattro Mori. Hai visto mai che qualcuno possa offendersi.

DA

http://opinione.it/societa/2020/06/12/stefano-cece_antirazzismo-usa-pensiero-unico-politically-correct-floyd-looney-tunes-quattro-mori/

Omofobia e identità di genere, importanti rilievi sul DDL Zan – Scalfarotto

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Di seguito il testo di quanto detto in audizione alla Camera per il DDL contro l’omofobia.

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce.
Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.
In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.
Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere».

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori?

CONCETTO DI IDENTITÀ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo».

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.
Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere.

Gianfranco Amato

 

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Omofobia e identità di genere, importanti rilievi sul DDL Zan – Scalfarotto

Conte e il bluff degli stati generali

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La kermesse di Villa Pamphili voluta dal Presidente del Consiglio è democraticamente e istituzionalmente assai discutibile in quanto taglia fuori il Parlamento. Ma è soprattutto inutile. Tra gli invitati mancano le opposizioni e personaggi in grado di fornire consigli veramente utili per il futuro economico dell’Italia.

La scelta dei cosiddetti Stati Generali, voluti e organizzati da Giuseppe Conte, è infelice già nel nome. Gli Stati Generali a cui s’ispira il premier erano un’istituzione feudale che riuniva in consessi separati clero, nobili e rappresentanti di città e campagne, ma avevano un potere puramente consultivo e solitamente finivano con il dare ragione al sovrano grazie al voto congiunto di preti e nobili.

L’unica volta in cui, nel 1789, il “terzo stato” s’impuntò pretendendo la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale l’istituzione venne sciolta aprendo la strada a quella Rivoluzione che portò Luigi XVI alla ghigliottina. Dunque sia che s’ispiri agli Stati Generali garanti del potere del sovrano attraverso le elite di clero e nobiltà, sia che guardia gli Stati Generali precursori della Rivoluzione Giuseppe Conte rischia di non andare troppo lontano. Ma forse è proprio l’illusione d’essersi trasformato da“avvocato del popolo” – come si definì lui stesso all’inizio del primo mandato – in “sovrano illuminato” ad alterarne la visione politica inducendolo a organizzare la kermesse di villa Pamphili.

Una kermesse impropria istituzionalmente, democraticamente assai discutibile e sostanzialmente inutile dal punto di vista pratico. Il primo a non vederla di buon occhio è quel Presidente della Repubblica da cui dipende la sopravvivenza di Conte e del suo governo. Mattarella, nonostante l’ufficiale riserbo, fa trapelare il fastidio per un’iniziativa presa al di fuori di un Parlamento che rappresenta costituzionalmente l’unico guardiano e l’unico possibile ispiratore delle scelte di governo. Soprattutto se queste riguardano iniziative di stampo economico il cui requisito fondamentale è la copertura finanziaria. Esattamente l’incontrario di quanto avverrà negli Stati Generali di Villa Pamphili. Lì Conte sottoporrà i suoi piani per l’impiego dei fondi promessi, ma non ancora messi a disposizione dall’Unione Europea, ad una variegata platea in cui spicca innanzitutto l’assenza delle opposizioni.

Ovviamente Conte non mancherà d’imputare quell’assenza a Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani colpevoli d’aver rifiutato il suo invito. Un invito in cui, oltre a mancare qualsiasi indicazione sugli argomenti da trattare,non si spiegava la necessità di discuterli in una sede esterna a quel Parlamento. Anche perché le Commissioni economiche di Senato e Camera sono, grazie all’esperienza delle pregresse leggi Finanziarie, le più titolate a giudicare la correttezza di un progetto economico.

Il paradosso più singolare della kermesse di Villa Pamphili sono però gli interventi in videoconferenza della presidente della Commissione Europea Ursula von derLeyen, di Kristalina Gheorghieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale e, quello assai in forse, della presidente della Bce Christine Lagarde. Con questi interventi Conte punta a conferire una patina d’internazionalità alla giornata di apertura degli Stati Generali. Il risultato rischia però di rivelarsi grottesco. E non solo perché l’Europa non ha ancora deciso se, e come, darci i soldi del Recovery Fund, ma soprattutto perché le tre invitate rappresentano la solita vecchia troika e sono quindi le tre parche pronte a filare le condizioni e i limiti imposti al nostro paese nell’utilizzo degli aiuti.

Al di là dell’opportunità politica di affidarsi a quel terzetto c’è da chiedersi quanto valgano il loro giudizio e i loro consigli. Christine Lagarde non è un’economista, ma un avvocato arrivato a guidare il Fondo Monetario Internazionale prima e la Bce poi senza essere mai passata per i vertici di un istituto bancario. La sua totale inadeguatezza emerse nel discorso di esordio alla Bce quando, nel pieno della pandemia, minacciò di cancellare tutte le pregresse politiche di Mario Draghi per il contenimento dello spread causando un crollo delle borse europee.

Ursula von der Leyen, un politico di medio livello abituata in Germania a eseguire gli ordini di Angela Merkel, ci ha messo mesi per capire la gravità della pandemia e non è riuscita, ad oggi a varare delle effettive politiche per la ripresa europea. Già dal primo giorno gli Stati Generali rischiano insomma di rivelarsi una semplice rimasticatura delle promesse e dei dubbi sull’Italia già ripetuti decine di volte dagli euroburocrati di Bruxelles. Il tutto senza nemmeno ascoltare la voce dell’unico vero esperto italiano ovvero quel Mario Draghi che dai vertici della Bce ha difeso gli interessi dell’Italia e contenuto gli egoismi della Germania. Ma ovviamente per lui nel giro tondo di villa Pamphili non c’era posto. Anche perché basta il suo nome a mettere di cattivo umore Giuseppe Conte e ricordargli che da Presidente del Consiglio non c’è mai da star sereni.

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