30 giugno Amato su RPL
“Rimuovere San Michele che schiaccia Satana perché ricorda l’uccisione di George Floyd”
È la petizione lanciata dagli attivisti su Change.org che ha raggiunto 2000 firme in poche ore, come riportato dal Guardian
Rimuovere l’immagine di San Michele che schiaccia il demonio perché ricorda l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. È la petizione lanciata dagli attivisti su Change.org che ha raggiunto 2000 firme in poche ore, come riportato dal Guardian.
Gli attivisti hanno coinvolto la corona britannica perché l’Ordine di San Michele e di San Giorgio è una delle massime onorificenze diplomatiche che la regina concede ad ambasciatori e diplomatici e alti funzionari del Ministero degli Esteri che hanno prestato servizio all’estero.
La petizione, avviata da Tracy Reeve, afferma: “Questa è un’immagine altamente offensiva, ricorda anche il recente omicidio di George Floyd da parte del poliziotto bianco allo stesso modo presentato qui in questa medaglia. Noi sottoscritti chiediamo che questa medaglia venga completamente ridisegnata in un modo più appropriato e che vengano fornite scuse ufficiali”.
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Inter natos mulierum non surrexit maior
Comunicato n. 64/20 del 24 giugno 2020, San Giovanni BattistaInter natos mulierum non surrexit maior
Oggi è la festa di san Giovanni Battista: in suo onore pubblichiamo la voce curata da padre Giovanni Rinaldi tratta dal Dizionario Biblico diretto da mons. Francesco Spadafora (Editrice Studium, 1963, pagg. 295-296).
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Dopo le sculture, in Inghilterra anche i dipinti ora sono presi di mira, con proposte di smantellamento
Non solo sculture: adesso l’ondata di riesame delle opere d’arte controverse nei paesi anglosassoniha preso di mira anche i dipinti. La scorsa settimana, nel Regno Unito, la politica laburista Lisa Nandy, ministro degli esteri ombra, ha scritto una lettera al ministro degli esteri britannico Dominic Raab per chiedere a quest’ultimo quale sia la sua posizione su alcuni grandi teleri che decorano la sede del Foreign Office, il ministero degli esteri del Regno Unito. I dipinti in questione risalgono al periodo 1914-1921, sono opera del pittore inglese Sigismund Goetze (Londra, 1866 – 1939) e raffigurano l’origine, l’istruzione, lo sviluppo, l’espansione e il trionfo dell’Impero Britannico: sono opere fortemente didascaliche che risentono dell’influenza della pittura sviluppatasi in Inghilterra in epoca vittoriana.
Sono cinque grandi dipinti (ognuno dedicato ai cinque temi sopra menzionati: Britannia Sponsa, l’origine dell’impero; Britannia Bellatrix, lo sviluppo; Britannia Colonorum Mater, l’espansione; Britannia Nutrix, l’educazione; Britannia Pacificatrix, il trionfo), dal chiaro intento celebrativo, ma il contenuto viene ora considerato come scomodo, dato il forte accento imperialista delle raffigurazioni: in particolare, a dare fastidio è l’ultima delle tele, quella con il trionfo dell’Impero Britannico, dove la Britannia Pacificatrix, personificazione dell’impero, è raffigurata nell’atto di stringere la mano alla personificazione degli Stati Uniti. Quest’ultima è fiancheggiata dalle altre nazioni del mondo: c’è anche l’Italia, raffigurata come una donna vestita di bianco e che regge il fascio littorio, che non ha niente a che vedere col fascismo che di lì a poco avrebbe preso il potere, ma è il simbolo del diritto romano. Si notano poi il Giappone (una donna dagli occhi a mandorla in abiti tradizionali), la Francia (il soldato che porta il vessillo della nazione e punta la spada verso il basso, dove ci sono armi rotte, simbolo della Germania vinta: lo notiamo dal tipico copricapo dell’esercito tedesco nella prima guerra mondiale), la Grecia (la donna con in mano la statua della fama), la Romania (che porta un orcio sulla testa).
L’Impero Britannico, che col suo mantello protegge i paesi vittime della prima guerra mondiale (come il Belgio, rappresentato da una donna nuda che stringe le ginocchia dell’Impero tenendo in mano la bandiera del paese), avanza assieme ad altri stati che allora non erano ancora indipendenti e facevano parte dell’Impero (il Canada, l’Australia, il Sudafrica, la Nuova Zelanda), raffigurati come uomini nudi che portano stendardi e seguono la Britannia Pacificatrix. Ci sono poi le personificazioni dei domini in India e nei paesi arabi (sulla destra) e un bambino nero, nudo, con in testa una cesta di frutta esotica, che compare nell’angolo in basso a destra, che in un documento dell’epoca di Goetze è chiamato “a little Swahili boy” (“un piccolo bambino Swahili”), e che ricorda il ruolo dell’Impero Britannico in Africa.
A dare fastidio è il tono dell’opera, considerato razzista: “il dipinto”, ha dichiarato al Guardian lo storico Alexander Mirkovic, “mostra come era ordinata la visione razziale del mondo della Gran Bretagna. Gli anglo-sassoni, razza superiore, mostrano i loro corpi nudi ma coprono le pudenda; le razze inferiori, come gli indiani e gli arabi, sono vestite di tutto punto, e l’ultima delle razze, quella degli africani, è raffigurata come un infante nudo. Qui abbiamo una meta-narrativa razziale chiaramente incentrata sul corpo”.
C’è dunque chi vorrebbe veder smantellati questi dipinti: tra gli altri l’esperto di relazioni internazionali David Wearing, autore di un articolo pubblicato oggi sul Guardian, in cui auspica la rimozione dei quadroni. “Il problema”, ha argomentato Wearing, “non sta nelle parole e nelle immagini ‘offensive’, ma nelle implicazioni ideologiche della violenza di Stato contro gli ‘altri’ razializzati. Questa ideologia, esemplificata nei murali del Foreign Office, ha le sue radici nei secoli dell’impero che ha formato la moderna Gran Bretagna e le sue relazioni con il resto del mondo, soprattutto con il sud del pianeta. Adesso è dunque urgente mostrare questa eredità e confrontarsi con essa, per poi smantellarla”.
Di diversa opinione la storica della cultura Caroline Dakers, che insegna Cultural History alla University of the Arts di Londra ed è peraltro specialista dell’arte di Goetze: “posso capire”, ha detto, “perché le persone ritengono che questi dipinti debbano essere rimossi da una sede governativa, ma penso che allora dovrebbero essere conservati altrove, per esempio in un museo. Possiamo discuterne su più livelli e raggiungere una più ampia comprensione sul perché la Gran Bretagna avesse queste visioni sul tema dell’impero”. Dakers ha fatto anche notare che al momento nel Regno Unito non esiste un museo dedicato alla storia del paese.
Al momento, il ministero degli esteri britannico ha preso nota delle rimostranze, facendo sapere che verranno esaminate le opere (dipinti, statue e altro) che si trovano all’interno della sede, in modo da garantire che possano essere più rappresentativi del Regno Unito di oggi, senza però riscriverne la storia, ma conservandola.
Nell’immagine, il dipinto Britannia Pacificatrix di Sigismund Goetze.
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La follia dei Black lives matter: “Abbattere le statue di Gesù”
Secondo uno dei leader delle proteste anti-razziste divampate dopo l’omicidio di George Floyd le statue che raffigurano Gesù come “un europeo bianco” andrebbero abbattute: “Sono un simbolo suprematista, aveva la carnagione scura”
“Sì, penso che le statue che raffigurano Gesù come un europeo bianco debbano essere abbattute, sono una forma di suprematismo e lo sono sempre stato, nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi indovinate dove è andata? In Egitto, non in Danimarca, buttatele giù”.
Fa discutere il tweet pubblicato ieri da Shaun King, scrittore americano ed attivista per i diritti civili, in prima linea nelle proteste anti-razziste che in queste settimane hanno scosso gli Stati Uniti.
Nei giorni in cui a New York divampa la polemica per la rimozione della statua del presidente americano Theodor Roosevelt dall’ingresso dell’American Museum of Natural History perché colpevole di essere raffigurato a cavallo con a fianco un afroamericano e un nativo americano a piedi, King ha deciso di rilanciare proponendo l’eliminazione di tutte le statue di Gesù e Maria, come siamo stati abituati a vederle da centinaia di anni.
Il motivo, spiega in un altro tweet, è che le ricostruzioni storiche più accurate descrivono Gesù con la carnagione scura. Il problema, attacca, è che “gli americani bianchi che per centinaia di anni hanno comprato, venduto, scambiato, violentato e schiavizzato a morte gli africani in questo Paese, semplicemente non possono avere quest’uomo al centro della loro religione”. Per l’attivista, quindi, è giunto il momento di cambiare finalmente volto a Gesù, ripristinando la sua “vera” immagine. “
Se la vostra religione richiede che Gesù abbia i capelli biondi e gli occhi azzurri, allora la vostra religione non è il cristianesimo ma il suprematismo bianco”, incalza l’intellettuale afro-americano. “La fede cristiana – aggiunge – e non il cristianesimo bianco è stata la prima religione di questo Paese per centinaia di anni”. Una provocazione, la sua, che rischia di infiammare ulteriormente il clima dopo settimane di tensioni seguite all’uccisione, durante un arresto a Minneapolis, dell’afroamericano George Floyd.
Il rischio che si passi dalle parole ai fatti, visti gli atti vandalici che si sono susseguiti in questi giorni contro i simboli “colonialisti”, è concreto. Come racconta Marco Gervasoni sul Giornale venerdì scorso a San Francisco un gruppo di persone ha tirato giù il monumento dedicato al francescano spagnolo San Junípero Serra, accusato di “genocidio nei confronti dei nativi”. Papa Francesco, invece, l’ha fatto santo proprio per il merito di aver difeso la “dignità della comunità indigena”, proteggendola “da coloro che l’hanno maltrattata e abusata”.
Con la statua del frate è venuta giù anche la croce. L’assalto ai simboli cristiani è già iniziato anche in Europa, sull’onda delle proteste americane: durante le manifestazioni antirazziste a Firenze una teca contenente un affresco dedicato alla Vergine è stato sfregiato con lo slogan Black Lives Matter impresso con la bomboletta.
A replicare a King in un tweet è la consulente legale del presidente Trump, Jenna Ellis. “Se provassero a cancellare il cristianesimo, se mi costringessero a scusarmi o abiurare la mia religione, io non mi piegherò, non esiterò”, scrive l’avvocato in un tweet. “Sta solo difendendo il suo essere bianca”, replica King. “Il cristianesimo bianco ha bisogno di un Gesù bianco – attacca ancora l’intellettuale – non si tratta di generosità o gentilezza, né di proteggere i deboli, ma del suprematismo bianco, attaccate ‘Gesù bianco’ e attaccherete la sua religione”.
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Bibbiano, 24 rinvii a giudizio per l’inchiesta “Angeli e Demoni”
24 gli indagati rinviati a giudizio secondo il volere della Procura di Reggio Emilia per il caso “Angeli e Demoni”, l’udienza preliminare è fissata per il 30 ottobre davanti al Gup del tribunale di Reggio Emilia
Dopo mesi di silenzio si torna a parlare dell’inchiesta “Angeli e Demoni” e si riaccende la speranza di giustizia mentre si procede a piccoli passi verso la verità per i bambini di Bibbiano.
Sono 24 gli indagati rinviati a giudizio secondo il volere della Procura di Reggio Emilia che ha portato avanti l’inchiesta giudiziaria sugli affidi illeciti. L’udienza preliminare è fissata per il 30 ottobre davanti al gup, Dario De Luca, del tribunale di Reggio Emilia.
L’ordinanza della procura che analizzava i casi di alcuni minori che sarebbero state vittime di un sistema di affidi illeciti era stata la scintilla che, il 27 giugno scorso, aveva fatto scoppiare il caso Bibbiano. Dall’inchiesta “Angeli e Demoni” è emersa una serie di accordi sottobanco e favoritismi che svela un’enorme rete formata da enti privati e pubblici e collegata anche dalle istituzioni. Un sistema fatto di intrecci e atrocità che, per anni, sarebbe servito a favorire un business illecito di diverse centinaia di migliaia di euro. Dall’inchiesta della procura sono emerse finte relazioni, falsi documenti e pressioni psicologiche utilizzate dagli psicologi per riuscire a plagiare i minori. Vere e proprie opere di convincimento, meccanismi di persuasione e storie di fantasia per screditare le famiglie dei piccoli. Una volta “plagiati” i bambini avrebbero dovuto denunciare i genitori, raccontando di aver subito violenze mai avvenute.
I reati contestati sono, a vario titolo, peculato d’uso, abuso d’ufficio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, falsa perizia anche attraverso l’altrui inganno, frode processuale, depistaggio, rivelazioni di segreto in procedimento penale, falso ideologico in atto pubblico, maltrattamenti in famiglia, violenza privata, lesioni dolose gravissime, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
155 i testimoni citati dall’accusa e 48 le parti offese, tra cui l’Unione dei Comuni Val d’Enza, i Comuni di Gattatico e Montecchio, ministero della Giustizia e Regione Emilia Romagna. Tra i testimoni, oltre agli investigatori dei carabinieri che hanno seguito l’indagine che ha preso il nome di “Angeli e Demoni”, il giornalista-scrittore Pablo Trincia, la direttrice della fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato Elena Buccoliero, l’ex giudice minorile di Bologna Francesco Morcavallo, il direttore generale dell’Ausl di Reggio Emilia Fausto Nicolini.
Gli indagati al centro dell’inchieta
Tre i capi d’imputazione nei confronti del guru della “Hansel e Gretel” nell’ambito dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Concorso in abuso d’ufficio l’accusa nei confronti di Claudio Foti alla quale si sono aggiunte, sulla base delle registrazioni delle sedute da lui sostenute con alcuni minori presentate dal legale dello psicologo in sede di tribunale, frode processuale e lesioni personali gravissime.
Tra gli indagati anche Andrea Carletti. Il sindaco di Bibbiano e delegato dell’Unione Comuni Val d’Enza alla specifica materia delle politiche sociali, indagato per abuso di ufficio e falsità ideologica. Secondo quanto redatto dai pm l’ex sindaco dem avrebbe lavorato assieme a Foti alla creazione di un progetto volto a consentire, allo psicologo, la prosecuzione illecita del servizio di psicoterapia. Una comunità per minori che, sotto proposta proprio del sindaco dem, sarebbe nata nel paesino dove operava il primo cittadino. A Bibbiano. Un’idea già andata in porto e prota a prendere forma e la cui gestione degli spazi, in assenza di qualsivoglia procedura ad evidenza pubblica, era già stata interamente affidata al centro studi Hansel e Gretel.
Tra i principali indagati rimane anche Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza. Secondo quanto contestato dalla procura nel provvedimento, la capa degli affidi, avrebbe, minacciato i genitori di uno dei bambini, intimidando che gli avrebbe permesso di vedere i figli “a condizione che rilasciasse ai Servizi Sociali il suo consenso a che il figlio minore fosse sottoposto ad un percorso di psicoterapia specialistica con Foti”. Per i pm, Anghinolfi avrebbe compiuto “atti idonei diretti in modo inequivoco a costringerlo a prestare il predetto consenso”. Tutto, al fine di procurare a Foti Claudio, profitti in denaro, “pari al corrispettivo richiesto per le sedute terapeutiche di euro 135 ogni ora”.
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Shaun King: Statues of Jesus Christ are ‘form of white supremacy,’ should be torn down

Far-left activist Shaun King on Monday said all images depicting Jesus as a “white European” should be torn down because they are a form of “white supremacy.”
King made his remarks over a series of Twitter posts as historic monuments and statues have become the targets of anger and vandalism during Black Lives Matter protests in the wake of George Floyd’s death while in police custody late last month.
“Yes I think the statues of the white European they claim is Jesus should also come down. They are a form of white supremacy. Always have been,” King tweeted. “In the Bible, when the family of Jesus wanted to hide, and blend in, guess where they went? EGYPT! Not Demark. Tear them down.”
King followed the post up with another, saying that “white Jesus is a lie” and a “tool of white supremacy” created to help white people use Christianity as a “tool of oppression. He added that white people would never have accepted a religion “from a Brown man.”
King then tweeted support from taking down all imagery, including “murals and stained glass windows of white Jesus, and his European mother, and their white friends.”
“They are a gross form white supremacy,” King wrote. “Created as tools of oppression. Racist propaganda. They should all come down.”
Reactions on Twitter were mixed. Some agreed with King’s position, while others pointed out that cultures other than white Europeans have depicted Jesus in ways that resembled the local community.
SHAUN KING: DEMOCRATS ARE RUNNING CITIES WITH TEH WORST POLICE BRUTALITY RECORDS
Ethiopia, for instance, has depicted Jesus as black for more than 1,500 years. Likewise, images of Jesus appearing Asian can be found throughout the Far East.
King was once a leading voice in the Black Lives Matter movement but fell from grace when his race was questioned and he was accused of being a Caucasian falsely portraying himself as black.
“I have been told for most of my life that the white man on my birth certificate is not my biological father and that my actual biological father is a light-skinned black man. My mother and I have discussed her affair. She was a young woman in a bad relationship and I have no judgment,” he wrote in 2015 amid reports that he misrepresented his race.
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https://www.foxnews.com/media/shaun-king-jesus-christ-statues-white-supremacy
Eliminare il contante è un favore alle mafie…
Tutti i giornaloni del mainstream, FattoQuotidiano e Repubblica in testa, spingono per il cashless, cioè per il definitivo superamento del denaro contante. Strada ormai intrapresa dal governo Conte bis e dalla maggioranza giallo-rossa, che nell’ultima legge di bilancio ha ridotto l’attuale limite di 2.999,99 euro a 1.999,99 euro dal 1° luglio di quest’anno e a 999,99 euro a partire dal 1° gennaio 2021.
Ma l’obiettivo di Conte e compagni è quello di arrivare alla definitiva eliminazione del contante, in pratica solo pagamenti tracciabili (carte di credito, bancomat, assegni, bonifici etc).
Esiste anzitutto un problema di libertà. Se sparisse il contante, una consistente fetta della popolazione si estinguerebbe: lavoratori autonomi e imprese che avessero il conto corrente pignorato per debiti con privati o con lo Stato, in assenza di contanti morirebbero di fame. Con la sola moneta elettronica, tutto il denaro che andrebbe sul loro conto corrente finirebbe ai creditori, Stato o privato che sia. È giusto? È sbagliato? Non è questo il punto. Il problema irrisolto è che quelle persone non esisterebbero più e non avrebbero più alcuna possibilità per sostenersi. In assenza di contanti, manco l’elemosina avranno la possibilità di chiedere. Un click dello Stato e non esisti più.
Ma le scimmiette del mainstream continuano imperterrite a sostenere il cashless: l’eliminazione del contante sferrerebbe un colpo mortale alla criminalità organizzata. Ma sarà vero? Tutt’altro. Le mafie oggi non sono quelle con la lupara o con la coppola, come nel film Il Padrino, ma hanno il colletto bianco e agiscono in modo apparentemente legale. Sapete come si paga oggi una mazzetta, una tangente? Facile: regolare fattura elettronica di consulenza e bonifico tracciabile. Con la particolarità che non c’è stata nessuna consulenza e quella società che incassa il bonifico chiuderà tra qualche anno, per poi aprirne altre e così via. Mafiosi felici e contenti di continuare coi loro sporchi affari, tutto secondo le leggi. Insomma, tutto regolare, di contante non ne circola.
E allora a cosa serve questa continua criminalizzazione del contante? Per sconfiggere l’evasione fiscale? Macché, nemmeno quello. La grande evasione, come dimostrano diversi studi, non deriva dal mancato scontrino del bar o del parrucchiere, ma dai movimenti di grosse multinazionali con sedi legali nei paradisi fiscali. Prendersela col pasticcere o con l’idraulico è come sparare ad una mosca sul muro con un colpo di bazooka: sfasci il muro ma la mosca non muore, e se anche morisse, allo Stato costerebbe di più rifare il muro.
Fatto sta che, se si continua a criminalizzare il contante, il vero contraccolpo lo subirà la domanda interna: meno consumi = meno occupazione. Anche perché, soprattutto in alcuni settori, parecchi italiani saranno invogliati ad andare a comprare in Austria o in Germania (nel primo caso il limite è alto, nel secondo non esiste), mentre chi verrà da fuori avrà paura di spendere i suoi soldi in Italia.
Conte e la sua maggioranza stanno per dare un colpo mortale non alle mafie, che continueranno a proliferare più di adesso, ma a milioni di partite Iva e alla domanda interna.
Stavolta non si può neppure dire che gli italiani li hanno votati. Conte era un signor nessuno, non si era neppure candidato in Parlamento ed è uscito dal cilindro del M5S, mentre il PD faceva parte della coalizione arrivata ultima. Il centrodestra, che la soglia del contante la vuole invece aumentare, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi, è rimasto fuori dal governo. La chiamano “democrazia parlamentare”, ma in realtà è solo una grande truffa ai danni del “principio democratico” e del popolo italiano.
Il leone di El Alamein: “Quale razzismo, vi racconto come eravamo noi italiani in Africa”
Luigi Tosti, parà della Folgore classe 1920, è partito come volontario per combattere ad El Alamein. A chi oggi lo accusa di razzismo replica: “Ma quale razzismo, non siamo mica andati in Africa a portare la schiavitù, con noi c’era libertà”
“Non eravamo né fascisti né comunisti, eravamo italiani ed eravamo lì per difendere gli interessi della nostra patria”. Luigi Tosti sta per spegnere cento candeline ma ha ancora l’entusiasmo dei suoi vent’anni. Lo stesso di quando si presentò volontario per arruolarsi nella Folgore.
Il comandante della compagnia lo prese per un braccio, lo guardò dritto negli occhi e gli chiese: “Sei sicuro che vuoi fare il paracadutista?”. “E che sono venuto a fare altrimenti?”, rispose lui senza esitazione.
È la primavera del 1942. Luigi ancora non lo sa, ma presto il suo destino incrocerà la storia. Tempo qualche mese e sarebbe iniziata la prima battaglia di El Alamein. “Si era formato un nuovo battaglione, eravamo tutti orgogliosi di essere paracadutisti e ci siamo subito fatti avanti per la missione”, ci racconta il reduce. Lo incontriamo in provincia di Latina, dove è nato nel 1920 e vive con la moglie di 96 anni. Ci mostra il brevetto: “Ero il numero 18, sono stato uno dei primi in Italia a entrare nella divisione”.
È stupito quando gli spieghiamo che qualcuno oggi lo considera un “criminale”. Sono le voci di chi ha imbrattato la statua di Montanelli a Milano sull’onda delle proteste innescate dall’omicidio di George Floyd. Gli stessi che anche a Roma vorrebbero cambiare nome a via dell’Amba Aradam e si sfogano sulle statue degli intellettuali del periodo fascista e dei protagonisti della campagna d’Africa.
“Ma quale razzismo, non siamo mica andati in Africa a portare la schiavitù, anzi, facevamo del bene a quella gente, il governo italiano assegnava i poderi e costruiva le strade, tanti si sposavano e rimanevano a vivere lì, se uno ti assegna una proprietà è schiavitù? Per me è libertà”, spiega Tosti. “Noi sapevamo che l’Italia era entrata in guerra, andavamo a difendere la nostra patria, gli interessi italiani e il benessere della nostra gente, con tutto il rispetto per gli inglesi, ma noi non abbiamo mai depredato nessuno come invece hanno fatto loro”, va avanti il reduce. “Il nostro – riassume – era un colonialismo umano”.
Ripercorre quei giorni vissuti al fronte: “Di giorno restavamo nascosti mentre la notte uscivamo allo scoperto per sminare il terreno e preparare l’avanzata”. “Eravamo in una terra di nessuno: alle nostre spalle, distante un’ora circa in auto, c’era Tobruk in fiamme”. È l’ultima roccaforte inglese in Libia. “Man mano che avanzavamo trovavamo la popolazione ridotta alla fame, gli offrivamo le nostre razioni togliendocele di bocca, ecco chi erano gli italiani”.
L’avventura finisce dopo qualche settimana, quando la divisione italiana viene scoperta dalle truppe neozelandesi. Parte l’assalto. Tosti viene colpito ad una gamba. “Il dolore neppure lo sentivo tanta era l’adrenalina – va avanti – poi ho visto un fiume di sangue che stava uscendo”. Cosa ha pensato? “Giotto, come mi chiamavano a scuola, sei finito”. “E invece alla fine invece ce l’ho fatta ma non potevo più avanzare e così sono stato costretto a ritornare in Italia”. Poi si fa più cupo: “Assieme a me c’era un ragazzo, lui invece si toccava il ventre, non credo ce l’abbia fatta”.
“La guerra è brutta, ma la rifarei se si trattasse, come allora, di difendere il mio Paese”, commenta. “Quando ero ricoverato al Celio sentivo che la Folgore avanzava e non vedevo l’ora di tornare”, prosegue Luigi. Alla fine però viene dirottato in Sardegna, a presidiare l’aeroporto di Alghero. Nel frattempo l’Italia firma l’armistizio e lui decide di schierarsi al fianco degli angloamericani.
“Non ero un fascista, ma rivendico tutto quello che ho fatto, in Africa abbiamo difeso la nostra gente, combattendo spalla a spalla con i neri”, rivendica. “Combattere non è facile, ma io per la mia Italia metterei ancora a disposizione la vita”, assicura. Poi torna all’inizio del discorso: “Criminale? Criminali sono quelli che imbrattano le statue e vogliono cancellare la storia, mi fanno pena, non sanno di cosa parlano e soprattutto non hanno rispetto per chi ha dato tutto per difendere gli interessi del proprio popolo”. “Sono rimasto zoppo – continua – e lo Stato mi passa 126 euro al mese come indennità”.
A chi accusa gli italiani di aver depredato l’Africa ribatte: “Perché non parlano delle foibe o dei crimini commessi dai marocchini in Ciociaria”. Dopo l’8 settembre Tosti ha combattuto anche lì, a Cassino, con il battaglione Nembo. “Facevano carne di porco, uccidevano, torturavano e stupravano, anche i bambini, i generali gli avevano dato il via libera perché la Francia si sentiva tradita”, accusa. “C’era una casa di persone perbene, che spesso offrivano da mangiare ai tedeschi, un bel giorno – ricorda – li avevano trucidati tutti”.
La guerra Luigi la sogna ancora la notte. “È stata una guerra sbagliata, in Sardegna – ci rivela – un comandante un giorno mi confessò che Mussolini non voleva un conflitto e che l’ha fatto solo per salvare l’Italia dalla prospettiva di un’occupazione nazista”. Luigi ricorda volti, sguardi, uniformi: “Una volta eravamo sotto attacco di una mitragliatrice tedesca, toccava a me fermarla, mi sono preparato a sparare, poi nel mirino vidi un ragazzino, non ebbi il coraggio di premere il grilletto”.
“Nel nostro passato ci sono delle ferite ancora aperte, il problema non si risolve di certo imbrattando le statue”, interviene Ludovico Bersani, presidente della sezione di Latina dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia. “Mio padre – aggiunge – ha fatto la leva in Libia, non mi ha mai parlato di razzismo, di schiavismo o di qualunque altra cosa che potesse umiliare un altro essere umano”.
“Tra l’altro – osserva – il primo gruppo di fanti dell’aria, era composto proprio da libici”. “Tra i nostri popoli c’era amicizia e ancora oggi in quelle terre c’è amore per gli italiani”, assicura il parà. “Ai giovanotti che si divertono a vandalizzare i monumenti – conclude – dico di studiare la storia, perché non parlano delle marocchinate, delle foibe o degli eccidi consumati sulla pelle dei civili a guerra conclusa?”.
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