Francia, altra chiesa in fiamme: a fuoco cattedrale gotica di Nantes

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Un misterioso incendio è scoppiato presso la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Nantes. Sgomento in Francia

Altra chiesa cattolica a fuoco in Francia. Un terribile incendio ha gravemente danneggiato la cattedrale di Saint-Pierre e Saint Paul di Nantes.

Le fiamme sono state avvistate nelle prime ore della mattinata di sabato 18 luglio e qualche ora dopo i Vigili del fuoco della Sdis-44 (cioè del Servizio dipartimentale antincendio e di salvataggio della Loira Atlantica) sono riusciti a delimitare una parte del fuoco ma un denso fumo nero continua ad uscire da varie zone della splendida cattedrale gotica della città francese.

Sul posto sono accorsi diversi Vigili del Fuoco mentre la Polizia ha isolato la zona circostante la cattedrale. Poco dopo le ore 10 del mattino, il direttore dipartimentale dei Pompieri, il generale Laurent Ferlay, ha specificato che il danno principale riguarda il grande organo, che sembra essere completamente distrutto. “La piattaforma su cui si trova è molto instabile e minaccia di crollare“, ha dichiarato l’alto ufficiale.

Molti abitanti della città hanno assistito attoniti all’incendio. Nella memoria di tutti gli abitanti della Francia, e non solo, sono ancora nitide le immagini che hanno portato, diversi mesi fa, ai gravissimi danni presso la Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

Secondo diversi testimoni almeno gli organi della Cattedrale sarebbero gravemente danneggiati ma è troppo presto per fare una conta dei danni. Anche la magistraturafrancese avrà da indagare molto per chiarire quest’ennesimo incendio che vede come vittima un luogo di culto cattolico.

Secondo il Procuratore Distrettuale di Nantes, Pierre Sennès, sono stati osservati “tre incendi” nella cattedrale di Nantes. “Uno a livello del grande organo, uno a destra e un altro a sinistra della navata“, scrive L’Express.

Questo vuol dire che l’incendio della cattedrale è partito da tre punti diversi e potrebbe essere un incendio doloso e non accidentale. “È un posto importante per la comunità cattolica di Nantes e parte della nostra storia, della nostra grande eredità“, ha detto ai giornalisti presenti, intervenendo sul posto, il sindaco della città Johanna Rolland.

Mentre il neo Primo Ministro Jean Castex ha annunciato che si recherà sul posto nel pomeriggio del 18 luglio, assieme ai ministri Gérald Darmanin (Interni) e Roselyne Bachelot (Cultura), il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, ha espresso il suo pensiero su Twitter.

Dopo Notre-Dame, la cattedrale di Saint-Pierre-et-Saint-Paul, nel cuore di Nantes, è in fiamme. Sostegno ai nostri vigili del fuoco che corrono tutti i rischi per salvare questo gioiello gotico della città dei duchi“, ha scritto l’inquilino dell’Eliseo.

Non è la prima volta che questa splendida cattedrale, nel cuore di Nantes, viene colpita da un incendio. Durante dei lavori di restauro, il 28 gennaio del 1972 imponenti fiamme distrussero buona parte del tetto. Sempre a Nantes, anche un altro edificio cattolico ha subito pochi anni fa danni ingenti. Infatti, nel 2015 le fiamme divorarono i tre quarti del tetto della basilica di Saint-Donatien-et-Saint-Rogatien, un edificio religioso del XIX secolo.

Molto più antica, invece, è la storia della Cattedrale colpita oggi, classificata come monumento storico dal 1862. La sua costruzione è durata ben 457 anni, dal 1434 al 1891, ma questi ritardi non hanno alterato in alcun modo la qualità o la coerenza del suo meraviglioso stile gotico.

La cattedrale, che nei secoli è stata sede del locale vescovo, attualmente è “sede episcopale vacante“, in conformità con il canone 416 del Codice di Diritto Canonico. Questo da quando non esiste un vescovo titolare nella diocesi perchè il precedente, monsignor Jean-Paul James, è stato nominato arcivescovo di Bordeaux.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/francia-altra-chiesa-fiamme-fuoco-cattedrale-gotica-nantes-1878063.html?mobile_detect=false

La fine del mondo e i falsi profeti

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Riceviamo e pubblichiamo una lunga ma interessante riflessione di una nostra attenta lettrice, che preferisce usare, pubblicamente, uno pseudonimo e che ci inoltra un suo scritto per la prima volta.

Le opinioni scritte dai lettori sono espressione del loro pensiero. Noi pubblichiamo qui, solo le lettere che ci appaiono avere spunti interessanti di riflessione ed eventualmente di discussione.

 

di Greta

“E tutti i signori temporali e i prelati ecclesiastici saranno dalla parte dell’Anticristo. E quelli che sono divisi tra loro, i Papi, i Re, i Vescovi e il clero, diranno: “Se il mio avversario mi denuncia a quest’uomo tanto potente, sono morto. Meglio che vada io prima di lui”. Così tutti gli presteranno obbedienza, e non ci saranno né Re né prelati senza che egli lo voglia.”

San Vicente Ferrer, Sermone sulla venuta dell’Anticristo

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(L’ ‘altro Vangelo’ di Monsignor Viganò)

Il 7 giugno del 2020, Monsignor Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, elogiandolo come “coraggioso difensore del diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei Cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto”.

Ma non solo; dopo avere descritto la battaglia spirituale che contrappone le forze del bene a quelle del male (“i figli della luce e i figli delle tenebre”), Viganò arriva a dichiararsi apertamente “compagno di battaglia” del presidente americano.

Donald Trump ha risposto dicendosi “molto onorato per l’incredibile lettera inviatagli dall’arcivescovo”, e augurandosi “che ognuno, religioso o meno, la legga”.

Di fatto la lettera è rimbalzata su tutta la stampa cattolica, senza esclusione per gli ambienti tradizionalisti, raccogliendo approvazioni unanimi. Il consenso ha riunito schieramenti fino ad oggi inconciliabili, perché a tessere le lodi di Monsignor Viganò sono state sia le pagine ufficiali della Fraternità San Pio X che quelle della Società Sacerdotale fondata da Monsignor Faure (SAJM), ma anche pagine apertamente sedevacantiste come la Catholica Pedia di Luis Hubert Remy e il Blog ufficiale di Monsignor Sanborn.

Il 27 giugno i quattro Vescovi della Resistenza hanno dichiarato ufficialmente il loro sostegno a Monsignor Viganò, e dal momento che la Società Sacerdotale degli Apostoli di Gesù e Maria, per esplicita dichiarazione del suo fondatore, si propone di “essere la continuazione dell’opera e della battaglia di Mons. Lefebvre nella fedeltà alla Fede di sempre”, è doveroso fare alcune osservazioni su quella che è “la Fede di sempre”.

1) Donald Trump ha divorziato due volte e si è sposato tre volte. Secondo “la fede di sempre” è un peccatore pubblico; per lo stesso peccato il Re d’Inghilterra Enrico VIII fu scomunicato dal Papa Clemente VII nel 1533. Continua a leggere

Multirazzismo

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di Marco Tarchi 
Fonte: Diorama letterario
«Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?». Se non fosse stato citato fino all’abuso nei quasi cinquant’anni che ci separano dalla sua formulazione, l’interrogativo posto dal matematico e meteorologo Edward Lorenz si presterebbe a meraviglia per prospettare lo scenario aperto dalla morte di George Floyd. Dal movimentato arresto dell’afroamericano finito in tragedia, uno dei tanti esempi della brutalità della polizia statunitense — a sua volta riflesso di un’abitudine alla violenza che scorre nelle vene della società nordamericana ed esplode periodicamente in una sequela ininterrotta di omicidi e massacri, a volte di proporzioni clamorose —sono infatti scaturiti un gran numero di episodi che lasciano intravedere lo scoppio di un’epidemia potenzialmente non meno pericolosa di quella con cui abbiamo tuttora a che fare.
Le reazioni alla vicenda di Minneapolis, con manifestazioni spesso culminate in attacchi teppistici e sommosse, con lo sbullonamento delle statue di reali o presunti razzisti di varia epoca, da Cristoforo Colombo a Winston Churchill a… Indro Montanelli, con la propagazione al di là degli oceani della moda dell’inginocchiamento commemorativo, con i cortei moltitudinari in dispregio delle disposizioni anti-covid per rivendicare “l’onore” di delinquenti pluricondannati deceduti nel corso di azioni di polizia (come nel caso di Adama Traorè in Francia, non l’unico della serie), benché le si faccia passare nei media mainstream come un’insorgenza di spirito antidiscriminatorio ed egualitario e una rivendicazione di comportamenti civili da parte delle forze dell’ordine — obiettivi di cui pochi (e non certo noi) negherebbero la legittimità —esprimono contenuti ben più inquietanti.
In coincidenza con l’uscita su piattaforme e schermi italiani di un film di impressionante realismo qual è I miserabili del franco-maliano Ladj Ly, ambientato in una delle tante banlieues della regione parigina abitate in massiccia prevalenza da africani, sono altrettanti segni di un futuro (che si sta facendo presente) dominato dalla disgregazione delle identità nazionali che hanno forgiato l’età moderna. Sono sintomi della volontà di disconoscimento della storia comune che la formazione di quelle identità aveva tenuto a battesimo ed accompagnato nei suoi processi di sviluppo e della sua sostituzione con una memoria fittizia, disegnata ad hoc per cancellare ogni traccia di quel percorso e sovrapporle frammenti scelti, selezionati e mistificati allo scopo di costruire una giustificazione degli odierni agglomerati multi-etnici e multiculturali.
Sotto il paravento dell’aspirazione ad un mondo di eguali, traspare la realtà di città popolate da tribù, ognuna delle quali rivendica il diritto ad un’esistenza separata, ostenta i propri codici di riconoscimento per coagulare i simili e contrapporli agli altri, esige dalla popolazione autoctona dei luoghi di accoglienza l’obliterazione di qualunque simbolo che possa ricordarle l’originaria estraneità e punta all’indebolimento degli strumenti dell’autorità statale — la polizia in primo luogo, ma anche altre istituzioni amministrative, le cui sedi sono spesso oggetto di devastazioni — per garantirsi, al di fuori della legalità, spazi sempre più vasti di autogestione secondo le proprie regole. La nascita di sempre più numerose «zone di non diritto» dove la popolazione immigrata è prevalente, sparse in tutta l’Europa, era già un indicatore significativo di questa tendenza. I recenti fatti di Digione — tre giorni di scontri di estrema violenza, con uso di armi da guerra, tra bande di ceceni e di maghrebini, nati per questioni di controllo del mercato della droga ma poi estesi a faida tra gruppi etnici che non si sopportano — forniscono una prova ancor più evidente. E il fatto che la battaglia si sia conclusa con un armistizio fra le due «comunità» (che così sì sono volute definire) sancito all’interno della locale moschea ha impresso un sigillo definitivo alla extraterritorialità di questi gruppi autogestiti. Tanto più se si considera la sostanziale autoesclusione dalla vicenda delle autorità francesi, ridotte al ruolo di spettatrici del conflitto.
Quella a cui stiamo assistendo è di fatto l’espropriazione del potere dei popoli di decidere dei propri modi di vita, di ricollegarsi alla propria storia e alle tradizioni che ne sono scaturite, di vivere entro le mura psicologiche protettive di un’identità condivisa ed esclusiva. Il ricatto della compassione e della commozione verso i “derelitti”, i “dannati della terra”, la denigrazione dell’orgoglio di un’ identità a profitto di una visione che nel cosmopolitismo vede il trionfo del Bene e della Pace universale, la ideologia dell’accoglienza incondizionata, l’odio per le frontiere e l’aspirazione all’omologazione planetaria stanno partorendo, tramite l’ennesima eterogenesi dei fini, un mondo in cui gli egoismi e gli odi etnici, a lungo compressi, affiorano sempre più vigorosamente in superficie. E in cui, dietro le invocazioni alla giustizia, si fa strada il desiderio di vendetta.
Vendicare la schiavitù, il colonialismo, la subordinazione economica è la parola d’ordine che apre la strada a una catena di reazioni il cui unico veicolo è l’attivazione della guerra civile. I tumulti che hanno terrorizzato Stoccarda per un’intera notte il 21 giugno, con una simbiosi tra immigrati, militanti dell’ultrasinistra no border e delinquenti comuni, così come gli attacchi di “lupi solitari” jihadisti o suprematisti, ne sono ‘semplici abbozzi. Molti segnali lasciano presupporre che molto di più, e di peggio, seguirà. Le società multirazziali sono sempre state, in potenza, società multirazziste. Ora iniziano ad esserlo anche in atto.

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Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

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di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

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La vera Bibbia e le false bibbie

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Segnalazione di Sursum Corda

E’ disponibile il numero 207  di Sursum Corda® del giorno 5 luglio 2020.

Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori.

Cliccare qui per gli ultimi contenuti pubblicati gratuitamente sul sito:
– Comunicato numero 207. La vera Bibbia e le false bibbie;
– Elezione ai Santi Pietro e Paolo, Apostoli (29.6);
– Il culto reale che si rivolge a Cristo nel Suo Vicario (29.6);
– Il Lamentabili Sane Exitu esposto e commentato da Mons. Heiner;
– Orazione a San Gallo di Auvergne, Vescovo (1.7);
– Orazione a San Ladislao Re di Ungheria (27.6);
– Orazione a San Lauriano, Vescovo e Martire (4.7);
– Orazione a San Pelagio giovanetto, Martire (26.6);
– Orazione a Sant’Albano di Verulam, Martire (22.6);
– Orazione ai Santi Processo e Martiniano, Martiri (2.7);
– Orazione al Preziosissimo Sangue di Gesù (1.7);
– Orazione alle Primizie dei tanti Martiri in Roma (24.6);
– Orazione nella Commemorazione di San Paolo Apostolo (30.6);
– Orazioni a San Guglielmo da Vercelli, Abate (25.6);
– Preghiera a Papa San Leone II (3.7) e la condanna ad Onorio;
– Preghiera a San Giovanni Battista (24.6);
– Preghiera a San Giuseppe Cafasso, Confessore (23.6);
– Preghiera a San Paolino da Nola, Vescovo e Confessore (22.6);
– Preghiera a San Pietro per la fedeltà a Cristo (18.1, 22.2, 29.6, 1.8 e 18.11);
– Preghiera a Sant’Antonio Zaccaria, Confessore (5.7);
– Preghiera a Sant’Ireneo, Vescovo e Martire (28.6);
– Preghiera a Santa Agrippina, Vergine e Martire (23.6);
– Preghiera a Santa Filomena, Vergine (5.7);
– Preghiera a Santa Lucina, discepola degli Apostoli (30.6);
– Preghiera ai Santi Giovanni e Paolo, Martiri (26.6);
– Preghiera al Preziosissimo Sangue di Gesù (1.7);
– Preghiera alla Madonna del Perpetuo Soccorso (27.6);
– Preghiera nella Visitazione della Vergine Maria (2.7);
– Preghiera per la Francia alla Vigilia dei Santi Pietro e Paolo (28.6);
– Saluto a San Pietro, fondamento della Chiesa (29.6). Continua a leggere

La Legge divina spiegata ai bambini (con illustrazioni ed esercizi)

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Segnalazione di Sursum Corda

E’ disponibile il libretto La Legge divina spiegata ai bambini con illustrazioni ed esercizi. Una buona lettura estiva per genitori e figli: la strada per salvarsi in una società perversa e pervertitrice …
Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio .
Ossequi, Carlo Di Pietro.

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Il ddl Zan & C. produrrebbe l’effetto di rovesciare l’ordine etico della società

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In Parlamento si discute sul testo unificato che contiene il Ddl contro l’omotransfobia. Quali saranno le ricadute se dovesse diventare legge? Cosa si potrà dire e cosa no? Avremo ancora un diritto d’opinione o questo segnerà la fine del libero pensiero? Ne abbiamo parlato con Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita.

di Ida Giangrande

Il quotidiano Avvenire ha ospitato l’onorevole Alessandro Zan per spiegare che il testo unificato delle proposte di legge in materia di omotransfobia non sono liberticide e che per i cattolici non c’è nessun problema per quanto riguarda il diritto d’opinione e di credo religioso. L’hanno convinta le rassicurazioni dell’on. Zan?

In effetti l’on. Zan ha precisato che l’estensione dell’attuale art.604 bis del Codice penale non riguarderebbe la «propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico». Sembrerebbe, quindi, che in caso di approvazione delle modifiche proposte, ai cattolici sarà possibile affermare che gli eterosessuali sono superiori agli omosessuali o, se si preferisce, che gli omosessuali sono inferiori agli eterosessuali. Sarebbe inoltre consentito, sempre secondo Zan, affermare pubblicamente che l’omosessualità è una «grave depravazione», come sancisce il punto 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica. Bene, questo ci tranquillizza. Ciò che, invece, ci lascia alquanto perplessi è il secondo aspetto del ragionamento di Zan. Secondo il deputato del PD, infatti, ciò che verrebbe punito è la discriminazione o l’istigazione alla discriminazione basata su motivi di genere, orientamento sessuale e identità di genere, e la violenza o la provocazione alla violenza basata sempre sui predetti motivi.

Quali sono gli elementi che la lasciano perplessa circa la discriminazione e la violenza?

Ci sono due obiezioni che subito mi vengono in mente. La prima riguarda la definizione del concetto di discriminazione che la proposta di legge non chiarisce. E non è un problema da poco se si formulano alcune ipotesi che certamente interessano cattolici e relativa Chiesa. Se, per esempio, il Rettore di un Seminario diocesano decidesse di non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità, integrerebbe evidentemente un atto di discriminazione sanzionabile ai sensi dell’art. 604 bis, lett. a) del Codice penale, secondo la riforma voluta da Zan. Stessa cosa se un parroco decidesse di non dare un incarico pastorale ad un omosessuale convivente e militante per i diritti LGBT, o decidesse di non affidare i ragazzi dell’oratorio per un campo estivo ad un responsabile scout che si trovasse nelle stesse condizioni. Nell’identica situazione di troverebbe un parroco che rifiutasse la provocazione di due lesbiche conviventi e militanti per i diritti LGBT che chiedessero, per la strana coppia, una benedizione in chiesa.  Discriminazione sarebbe considerata anche quella di un pasticciere cattolico che si rifiutasse di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali. O un fotografo cattolico che rifiutasse di prestare il proprio servizio fotografico per un’analoga cerimonia. Le ipotesi potrebbero proseguire fino all’esclusione di un uomo che si “sente” donna dall’accesso ai bagni riservati alle donne, o dall’accesso agli spogliatoi femminili di una piscina. In questo caso la discriminazione avverrebbe sulla base dell’identità di genere. Sempre rispetto a questo tema, un istituto scolastico non potrebbe imporre un codice di abbigliamento ad un insegnante transessuale o persino ad un docente Drag Queen, perché il variopinto trucco e l’eccentrico costume costituirebbero un’espressione dell’identità di genere tutelata per legge. La scuola non potrebbe porre in essere una discriminazione nei confronti dell’insegnante come i genitori non potrebbero rifiutarsi di mandare i propri bimbi a scuola con una simile maestra. Raccogliere, poi, le firme per protestare contro l’istituto scolastico integrerebbe un’istigazione alla discriminazione. Né sarebbe, ovviamente, consentito ai genitori impedire che i propri figli partecipino ai cosiddetti “corsi gender”, quelli appunto basati sul concetto di identità di genere.  Continua a leggere

La pandemia colpisce gli scettici e i sovranisti…

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Hanno trasformato la pandemia in pantomima. Una tragedia mutata in pagliacciata globale. Dunque, lo schema della fiaba con intenti moralistici e punitivi è il seguente. La pandemia nata in Cina, cresciuta in Asia, infuria nel mondo ma ci sono tre nazioni carogne guidate da tre canaglie che sono paladini, impresari e veicoli della pandemia. I tre porcellini in questione si chiamano Donald TrumpBoris Johnson e Jair Bolsonaro e guarda caso sono tutti “sovranisti”, conservatori o nazional-populisti. Una mezza scomunica arriva pure all’India dove c’è un mezzo nazionalista, Narendra Modi. E una velenosa maledizione scende sulla Russia del Maledetto Zarista-sovranista Vladmir Putin. Il Covid ha una sua morale progressista, secondo i media, punisce chi dubita della sua virulenza ed è sovranista. Fa eccezione la Svezia dove un governo socialdemocratico ha usato la linea aperta sul Covid ma per questi non vale la punizione divina né l’allarme sui dati.

Sugli altri paesi si dice poco e niente, le stragi del covid in Africa, in Asia o nei Caraibi vengono dimenticate, i contagi tra i migranti passano in sordina, e comunque mai col tono usato per i Tre Porcellini, che è riassunto nell’espressione “ben ti sta”, “te lo sei cercato”. Se Johnson o Bolsonaro risultano positivi al virus è un peana euforico degli umanitari, un inno progressista al Covid, un’ola di liberazione che fa il tifo per la Bestia, che in questo caso è il virus, anche se per loro la Vera bestia è la sua vittima sovranità  È inutile dire che la traduzione dei Tre Porcellini in Italia è Prosciutto & Meloni, ove per Prosciutto s’intende Salvini-Suini e per Meloni s’intende Giorgia regina de’ Coatti.  Avvertenza d’obbligo, anche se più volte espressa: nessuna simpatia per Trump e Bolsonaro (un po’ per Johnson), antipatia per i loro nemici e competitori.

Ogni giorno, a partire da quella cloaca grillo-contina che è il tg1 lo schema è sempre lo stesso: i Buoni sono la Cina e la Contea d’Italia da cui arrivano notizie radiose e profilassi efficaci mentre i cattivi sono gli Usa, il Brasile, la Russia, ecc. da cui arrivano sempre notizie sinistre condite da errori colossali dei leader. L’impressione che lasciano ai cittadini italiani è che quei paesi stiano toccando vertici pazzeschi di contagio e di vittime e siano esposti al male per una scelta ideologica folle prima che sanitaria: sono stati liberisti con il virus, hanno lasciato proseguire l’economia, hanno lasciato a piede libero le popolazioni, dunque vanno puniti e intubati. Continua a leggere

A Santa Sofia è stato sconfitto l’Occidente, Costantinopoli è di nuovo caduta

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di Alessio Benassi

Costantinopoli è caduta nuovamente, sembra strano a dirsi, ma la riconversione del museo di Santa Sofia in moschea, su spinta del dittatore islamista Erdogan, equivale ad una nuova caduta della città, come se i cannoni ottomani avessero aperto nuovamente il fuoco contro il tempio della “Divina sapienza” di Dio.

La flebile protesta del mondo moderno, laico e secolarizzato, non può niente contro la volontà turca, non può far nulla contro le mire del “Sultano” Erdogan che dalla Siria alla Libia sta riesumando il vecchio impero ottomano, con successo e senza che molti si frappongano.

La perdita di Santa Sofia non è una sconfitta solo per l’identità storica del monumento in sé, simbolo della gloria della “seconda Roma” che rimane uno dei monumenti simbolo della grandezza bizantina, memoria tangibile del Regno di Giustiniano II.

La riconversione di Santa Sofia è in primo luogo la sconfitta di un occidente, che dopo decenni di laicismo, non ha saputo difendere un monumento che considerava “laico”. Continua a leggere

LE VERITÀ SULLA RIVOLTA DI BELGRADO

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Riceviamo e pubblichiamo da parte di un nostro appassionato lettore:

Sulla rivolta in atto a Belgrado contro il governo di Aleksandar Vucic (leader del cosiddetto Partito Progressista Serbo) viene detto e scritto in Italia tutto e il contrario di tutto.

L’attuale ribellione popolare non è un fulmine a ciel sereno; essa sale sulle spalle delle proteste politicamante trasversali dell’inverno scorso scattate per condannare la politica di capitolazione sulla questione del Kosovo-Metohja.

Tra le tante sciocchezze, abbiamo ad esempio letto che i rivoltosi contestavano il governo per la sua scelta di ammorbidire la quarantena. Niente di più grottesco.

Come ben spiega questo reportage le radici della sollevazione sono ben più profonde ed i motivi politici ben diversi.

Malgrado noi si sia lontani dalle opinioni politiche dell’autore (riconducibili ad un nazionalismo serbo-ortodosso radicale) abbiamo tradotto e pubblichiamo la sua corrispondenza poiché getta un diverso ma illuminante fascio di luce su quello che bolle in pentola in Serbia, ovvero nel cuore stesso dell’area balcanica.

Non è del resto esatto che la rivolta in corso abbia, come scrive il corrispondente, un univoco segno. Essa raccoglie, per quanto quella nazionalistica sia quella dominante, diverse correnti d’opinione contrarie al governo.

* * *

di Goran Kadijević

I mezzi di informazione occidentali dipingono l’attuale rivolta serba come una sollevazione causata per lo più dalle bugie del Governo Vucic sui dati del contagio. Ciò è falso.

La rivolta serba contro la biosorveglianza totalitaria globalista e progressistica dell’elite del Deep State ha avuto inizio nel momento stesso in cui il progressista Vucic impose mesi fa il cosiddetto lock down all’intera Serbia.

La rivolta serba, essendo una rivolta politica conservatrice, non è iniziata una settimana fa, ma mesi fa. Bosko Obradovic, guida carismatica dell’Opposizione nazionalista serba, occupando per due settimane di sciopero della fame i gradini di fronte alla Camera dell’Assemblea Nazionale, era di fatto il primo uomo politico della storia contemporanea, ben prima del presidente statunitense Donald Trump, ben prima del presidente Bolsonaro, ben prima dell’irruzione sulla scena del BLM e di antifa americani e ben prima delle varie voci di scienziati alternativi al progressismo totalitario sanitario, a contestare la Rivoluzione colorata planetaria in atto.

E’ tipico del nazionalismo Serbo precorrere i fatti e le grandi tendenze storiche: Gavrilo Princip Draza Mihajlovic Ratko Mladic, guerrieri puri andati al martirio per essere stati troppo in anticipo sui tempi, strateghi politici, prima che militari, antagonisti totali, irriducibili, ai rivoluzionari colorati della loro epoca, hanno perso, sono stati demonizzati nella memoria eterna di più generazioni ma hanno però aperto una nuova epoca storica e spirituale come veri e propri eroi cosmici. Continua a leggere

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