Vertice Ue: firmato accordo sul Recovery Fund a 750 miliardi, 390 di sussidi. All’Italia oltre 200 miliardi

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I piani di spesa nazionali saranno approvati dalla Commissione e dal Consiglio Ecofin a maggioranza qualificata, e non ci sarà diritto di veto per nessuno

BRUXELLES – Sono le 5.31 del mattino di oggi, 21 luglio 2020 quando il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel scrive finalmente una sola parola sul suo account Twitter: «Deal!», «Accordo!». E il vertice Ue che ha prodotto questo risultato entra nella storia.

La nuova proposta di compromesso su «Next Generation EU», il Recovery Plan post Covid-19 da 750 miliardi di euro (390 di sovvenzioni e 360 di prestiti diretti agli Stati), e sul bilancio pluriennale 2021-2027 da 1.074,3 miliardi di euro (in impegni), è stata accettata da tutti i leader dei Ventisette, dopo quattro giorni di difficilissimi negoziati a Bruxelles. La stessa durata record del Consiglio europeo di Nizza del dicembre 2000, ma con ben altri risultati.

Per la prima volta, l’Unione europea emetterà titoli di debito comuni sul mercato (degli eurobond, anche se non si chiameranno così) per ben 750 miliardi di euro, per finanziare dei programmi comunitari, i cui interessi saranno pagati dal bilancio comunitario e che saranno rimborsati alla scadenza dallo stesso bilancio comunitario. E’ una svolta senza precedenti, anche se si tratta di una iniziativa eccezionale, «una tantum» e limitata nel tempo, per rispondere a una crisi senza precedenti.

L’Olanda e gli altri paesi «frugali» (Danimarca, Svezia e Austria, con l’appoggio parziale della Finlandia), inizialmente contrari al principio stesso di emettere debito per finanziare delle sovvenzioni a fondo perduto, e non solo dei prestiti, a favore degli Stati membri, sono riusciti a modificare in modo rilevante ma non sostanziale l’accordo, che mantiene tutta la sua ambizione e la sua portata.

Rispetto alle precedenti proposte, della Commissione europea (27 maggio) e dello stesso Michel (10 luglio), l’accordo cambia notevolmente la proporzione fra sovvenzioni a fondo perduto (“grants”), che ammonteranno ora a 390 miliardi di euro, e prestiti diretti agli Stati (“loans”), pari a 360 miliardi. Il rapporto diventa quasi paritario (52 a 48).

Nella proposte della Commissione e nella precedente bozza negoziale di Michel, invece, il rapporto era 2 a 1 a favore dei «grants» (500 mld) rispetto ai «loans» (250 mld)

L’accordo lascia invariato l’ammontare totale del Piano di rilancio (750 miliardi), ma soprattutto viene rafforzato il suo fondo più importante, la «Recovery and Resilience Facility», che aumenta il suo «volume di fuoco», con il totale che passa da 560 miliardi (310 di sovvenzioni e 250 di prestiti) della proposta iniziale, a 672,5 miliardi (di cui 312,5 di «grants» e 360 di «loans”).

Secondo le prime stime di fonti del governo l’accordo non dovrebbe penalizzare l’Italia. Dovrebbero diminuire di poco le sovvenzioni a fondo perduto, ma vi sarebbe anche un aumento sostanziale dei prestiti agevolati disponibili. La valutazione stima a circa 81,4 miliardi di euro le sovvenzioni che potrebbero essere assegnate all’Italia, rispetto agli 85,242 miliardi della prima proposta negoziale, con una riduzione di 3,842 miliardi.Per quanto riguarda i prestiti, si passerebbe dagli 88,584 miliardi della prima proposta a 127,4 miliardi, con un aumento di ben 38,816 miliardi di euro.

In generale, la riduzione totale di 110 miliardi nelle sovvenzioni di «Next Generation EU» comporta tagli di peso diverso nei vari programmi che compongono il Piano di rilancio, ma proprio il fatto che non venga ridotto (anzi, viene aumentato leggermente) l’ammontare dei «grants» nella «Recovery and Resilience Facility» (Rrf), spiega in gran parte perché l’Italia, che è il paese maggior beneficiario di questo fondo, non viene penalizzata.

Sul nodo della «governance», si è concluso come doveva concludersi il durissimo braccio di ferro fra il premier olandese Mark Rutte, che pretendeva un diritto di veto sulle decisioni riguardanti l’esborso dei fondi Ue a favore degli Stati membri, e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, intransigente fino alla fine nell’opporsi a questa pretesa e nel difendere gli equilibri fra istituzioni Ue e le prerogative della Commissione, che ha la competenza nell’esecuzione de bilancio.

Hanno vinto Conte, la Commissione e il diritto comunitario, mentre Rutte ha ottenuto solo dei bizantinismi ambigui dietro cui nascondere il suo nulla di fatto. I piani di spesa nazionali saranno approvati dalla Commissione e dal Consiglio Ecofin a maggioranza qualificata, e non ci sarà diritto di veto per nessuno, ma solo la possibilità di discuterli più a lungo, sospendendone l’approvazione per non più di tre mesi.

(con fonte Askanews)

 

DA

https://www.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20200721-547082

E ora il parroco sposa 2 donne: “Garantiamo i diritti di tutti”

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Il parroco della comunità di Sant’Oreste, in provincia di Roma, ha celebrato il rito civile tra le due donne indossando la fascia tricolore

Un parroco celebra, in veste di sindaco, il matrimonio tra due donne e la notizia desta subito grande scalpore.

Una circostanza a dir poco singolare quella che coinvolge il prete della comunità cattolica di Sant’Oreste, piccola cittadina alle porte di Roma, alle prese con un evento a dir poco epocale.

Se non diventerà la consuetudine, di certo, queste nozze segneranno una svolta quasi storica per la Chiesa. Protagonista della vicenda è il sarcedote della parrocchia di San Lorenzo Martire che ha espresso la volontà di legittimare l’unione civile tra due donne vestendo, per l’occasione, i panni di primo cittadino del piccolo comune capitolino. Così, sull’abito talare, il presbitero ha indossato la fascia tricolore per officiare il rito con tutti i crismi del caso.

Stando a quanto riferisce l’Adnkronos, i fatti risalgono risalgono a domenica 11 luglio. Il matrimonio si è svolto a Sant’Oreste, comune della provincia di Roma con poco più di 3.600 anime. A pochi giorni dalla celebrazione, il parroco si è recato dal sindacoValentina Pini, eletta con una lista civica, affinché gli concedesse la possibilità di esaudire il suo desiderio e per la gioia delle due spose che, si presume, abbiano formulato richiesta esplicita della celebrazione ”sui generis”.

A raccontare l’episodio è proprio il primo cittadino del cittadina capitolina. “Il parroco mi ha chiesto di potere avere la delega per sposare le due donne perché è prerogativa del sindaco concederla e, nella volontà di non ledere i diritti di nessuno, gliela ho data“, spiega Valentina Pini all’agenzia stampa. “La cerimonia è avvenuta in Comune“, conferma ancora il primo cittadino di Sant’Oreste tenendo a precisare anche che “avendo una certa confidenza col parroco ho detto pure di valutare l’opportunità di questa cerimonia. Ecco come sono andate le cose”. Per la Chiesa, un conto sono i diritti, altro conto il matrimonio, sacramento riconosciuto in quanto tale solo tra un uomo e una donna. Le donne unite civilmente da un sacerdote sono cattoliche? “Non so se lo hanno fatto a titolo religioso o per amicizia – conclude Pini -. Io ho concesso la delega solo nella volontà di non ledere i diritti di nessuno“.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/parroco-fascia-sindaco-unisce-matrimonio-due-donne-1878499.html

Che cos’è la Bibbia?

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di Carlo Di Pietro

E’ disponibile il numero 208  di Sursum Corda® del giorno 19 luglio 2020. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori.

Cliccare qui per gli ultimi contenuti pubblicati gratuitamente sul sito:

– Comunicato numero 208. Che cos’è la Bibbia?;
– Ai Santi Cirillo e Metodio per la conversione degli eretici scismatici (7.7);
– Orazioni a San Federico, Vescovo e Martire (18.7);
– Orazioni a Sant’Elisabetta, Regina di Portogallo (8.7);
– Orazioni a Santa Veronica Giuliani, Vergine (9.7);
– Preghiera a San Bonaventura Dottore della Chiesa (14.7);
– Preghiera a San Camillo de Lellis, Sacerdote e Confessore (18.7);
– Preghiera a San Pio I, Papa e Martire (11.7);
– Preghiera a San Vincenzo de’ Paoli, Confessore (19.7);
– Preghiera a Sant’Abbondio, Prete e Martire (11.7);
– Preghiera a Sant’Alessio, Confessore (17.7);
– Preghiera a Sant’Enrico, Imperatore e Confessore (15.7);
– Preghiera a Santa Maria Goretti, Vergine (6.7);
– Preghiera ai Martiri di Gorcum o Gorcumiensi (9.7);
– Preghiera ai Santi Cirillo e Metodio, Vescovi (7.7);
– Preghiera ai Santi Nabore e Felice, Martiri (12.7);
– Preghiera ai Santi Sette Fratelli Martiri (10.7);
– Preghiera al Beato Andrea da Rinn, Martire (12.7);
– Preghiera alla Madonna del Carmelo (16.7);
– Preghiera alle Sante Vergini e Martiri Rufina e Seconda (10.7);
– Preghiere a San Giovanni Gualberto, Abate (12.7);
– Preghiere a Sant’Anacleto, Papa e Martire (13.7);
– Triduo alla Madonna del Carmine (dal 13.7 al 15.7).

Boom di sbarchi: l’Italia spalanca i confini ai clandestini e al Covid-19

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di Gianandrea Gaiani
Fonte: Analisi Difesa
Il boom di arrivi di immigrati illegali, tra i quali diversi positivi al Covid-19, sta mostrando in questi giorni in tutta la sua evidenza il pesante tracollo della residua credibilità del governo italiano alimentando la maliziosa ipotesi che l’esecutivo abbia bisogno di “importare” malati di Covid-19 per poter giustificare il prolungamento dello stato d’emergenza in scadenza il 31 luglio.
Non c’è dubbio infatti che il continuo flusso di clandestini afro-asiatici sia stato incoraggiato in questi mesi dal governo Conte che, pur di incrementare gli sbarchi, autonomi o gestiti attraverso le navi delle Ong, ha provveduto persino a
Impossibile infatti dimenticare che il 7 aprile scorso un decreto firmato da ben 4 ministri del Governo Conte (Esteri, Interno, Trasporti e Sanità) dichiarò di fatto chiusi agli sbarchi i porti italiani a causa dell’emergenza Covid-19.
Un decreto “archiviato” pochi giorni dopo dal via libera di Roma allo sbarco di clandestini da due navi delle Ong trasferendoli a bordo diun traghettoo attrezzato e affittato al costo di 1,2 milioni di euro al mese per la quarantena.
Una decisione che ha dimostrato la “sovranità limitata” auto imposta dal governo persino sulla difesa dei confini, tema in cui Roma sembra prendere ordini da trafficanti e Ong sostenute dai nostri “partner” paesi del Nord Europa.
Flussi illegali altrettanto nutriti, anche se meno visibili e composti ogni giorno da decine di afghani, pakistani e bengalesi, entrano in Italia attraverso la rotta balcanica varcando la frontiera slovena, come denunciano da tempo le autorità locali del Friuli. A tutti viene garantita accoglienza a tempo indeterminato nonostante il rischio epidemico.
Roma respinge alle frontiere, nel nome del rischio Covid-19, ricchi turisti statunitensi privi di sintomi e atterrati in Sardegna con un aereo privato (è accaduto davvero, per quanto pazzesco possa apparire abbiamo chiuso i confini ai cittadini USA ma non ai cinesi o ai clandestini afro-asiatici) ma lasciamo entrare illegalmente e poi accogliamo chiunque violi le nostre frontiere marittime o terrestri.
Inoltre non si può non evidenziare come vengano buttati al vento milioni per accogliere clandestini che hanno pagato criminali per giungere in Italia proprio nel momento in cui si fatica a trovare le risorse per l’emergenza economica e vi sono ancora forti carenze nel distribuire i fondi previsti per assistere gli italiani in difficoltà.
E i costi dell’accoglienza sono destinati a crescere ulteriormente con il noleggio di altre navi-quarantena mentre il ministero dell’Interno valuta anche di requisire caserme, ospedali militari o altri edifici da presidiare anche con i militari per sistemarvi i clandestini positivi al coronavirus.
Vale la pena ricordare che il governo ha “confinato” per mesi tutta Italia compromettendone l’economia in modo più rilevante di qualunque altro Nazione al mondo (secondo tutte le stime) con l’obiettivo di fermare il virus ed evitare che arrivasse a colpire pesantemente le regioni meridionali.
Obiettivo raggiunto con successo, anche se a caro prezzo in termini economici, ma che rischia di venire vanificato dallo sbarco di immigrati infetti distribuiti proprio nel Meridione d’Italia, come dimostrano le preoccupate reazioni di tanti amministratori locali appartenenti a diverse forze politiche in Sicilia, Puglia e Calabria.
La “strategia” del governo italiano sta infatti incoraggiando i flussi migratori illegali, in pieno boom in queste ultime ore, e sembra puntare a far riprendere anche il business dell’accoglienza gestito da enti e coop politicamente vicine alle forze che compongono la maggioranza governativa.
Organizzazioni che avevano già incassato dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, l’aumento delle tariffe diarie corrisposte per ogni clandestino accolto che erano state decurtate quando al Viminale sedeva Matteo Salvini per ridurle agli standardmedi  praticati nella Ue.
Nei giorni scorsi anche il Papa ha lanciato un appello per accogliere con corridoi umanitari (ovviamente sempre e solo in Italia) i migranti presenti nei centri di detenzione libici dopo essere stati intercettati e riportati indietro dalle motovedette di Tripoli, che in realtà sono appena 2.360 secondo le Nazioni Unite (Unhcr) e sarebbero facilmente rimpatriabili nei paesi d’origine dalle stesse agenzie dell’ONU.
Insomma, nonostante il dilagare del Covid-19 in Asia e Africa dovrebbe imporre a un’Italia che sembra essersi lasciata l’epidemia alle spalle la più ferrea chiusura dei confini nei confronti di quei paesi e soprattutto dell’immigrazione illegale, in molti, per ragioni politiche o di affari, puntano a un nuovo boom di sbarchi.
Alimentando con essi non solo l’immigrazione illegale e il crimine ma anche il rischio che nelle regioni del Sud si diffonda il coronavirus arginato nel Nord Italia.
“Per mesi abbiamo combattuto il Coronavirus, al costo di grandissimi sacrifici esistenziali, sociali ed economici.
Ma ora, a causa di questa incomprensibile indifferenza nei confronti della minaccia rappresentata dagli sbarchi incontrollati, tutti gli sforzi compiuti dai calabresi e dagli italiani rischiano di essere vanificati. Non possiamo consentirlo” ha detto la presidente della Regione Calabria, Jole Santelli. Meglio ricordare che per le stesse ragioni per cui il decreto dell’aprile scorso doveva “chiudere” i porti italiani agli sbarchi, oggi l’emergenza sanitaria impedisce di fatto il rimpatrio dei clandestini anche verso quei paesi con i quali l’Italia ha in atto accordi in tal senso, come Tunisia e Marocco.
Così come impedisce la ridistribuzione in Europa dei clandestini. Pratica a dire il vero più volte sbandierata dall’attuale governo come un successo fin dal vertice di Malta del settembre scorso ma in realtà mai concretizzatasi con numeri significativi di clandestini trasferiti in altri Stati partner della Ue.
L’estrema debolezza dell’Italia nei confronti dell’immigrazione clandestina, anche in condizioni di pericolo sanitario, costituisce un vantaggio per i trafficanti facendo incrementare le partenze da Tunisia, Libia e Algeria ma anche dalla ben più lontana Turchia da dove provengono i crescenti flussi in arrivo sulla costa ionica.
E che il governo non faccia poi molto per bloccare l’arrivo di stranieri malati in Italia lo dimostra anche il blocco dei voli dal Bangladesh, del tutto inutile considerato che dall’inizio dell’anno coi barconi dalla Libia sono sbarcati clandestinamente 1.715 bengalesi, nazionalità seconda solo a quella tunisina (2.296) tra quelle dei clandestini sbarcati quest’anno (seguono Costa d’Avorio, Algeria, Sudan, Marocco, Guinea …..)
Del resto i numeri parlano chiaro: tra il 1° gennaio e il 14 luglio 2019 erano sbarcati 3.186 clandestini e all’epoca non esisteva l’emergenza Coronavirus.
Nello stesso periodo quest’anno, in piena emergenza Covid, ne sono già sbarcati 9.372 e la tendenza è verso un ulteriore incremento favorito anche dalla presenza di 4 navi delle Ong che, come è chiaro da sempre, operano al largo delle coste libiche con l’obiettivo di sbarcare il maggior numero possibile di immigrati illegali solo ed esclusivamente in Italia.
Come più volte ribadito sui questo web-magazine, l’unica risposta efficace è rappresentata dai respingimenti assistiti, cioè dal negare lo sbarco ai clandestini rimorchiandoli o comunque riportandoli anche con la forza nelle acque libiche, tunisine e algerine allertando le locali autorità affinchè li prendano in consegna. Oppure riaccompagnandoli al confine sloveno, nel caso dei flussi che penetrano in Friuli.
Rimuovere l’arbitrario equivoco che equipara a “naufraghi” (da sbarcare sempre e solo in Italia) coloro che si mettono in mare dopo aver pagato criminali con il solo scopo di superare illegalmente i nostri confini nazionali (equivoco peraltro non giustificato lungo i confini terrestri) non è solo necessario per gli interessi nazionali ma indispensabile a garantire il rispetto dell’Italia, la cui sovranità è ormai ridicolizzata da anni da trafficanti, partner europei e lobby dei soccorsi e dell’accoglienza.
Dall’inizio dell’anno la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato indietro oltre 6mila clandestini diretti in Italia onorando gli impegni assunti con Roma ma, considerando il dominio incontrastato esercitato dai turchi sulla Tripolitania, è lecito attendersi che Ankara possa rinnovare l’ormai consolidato ricatto all’Europa sui migranti illegali rinforzando i flussi non solo lungo la rotta balcanica ma anche lungo quella libica che impatta direttamente sull’Italia.
Non è un caso che a Sabratha, lungo la costa occidentale della Tripolitania, le forze turche e le milizie di Tripoli abbiano scarcerato i trafficanti imprigionati dalle truppe del generale Haftar una volta riconquistata quella regione.
Anche per questa ragione è evidente che solo i respingimenti possono scoraggiare ulteriori partenze dalle coste africane azzerando il business di chi si ingrassa, sulle due sponde del Mediterraneo, con i flussi di migranti illegali. Una misura ancor più indispensabile oggi che dovrebbe risultare imperativo scongiurare una nuova diffusione dell’epidemia di Covid-19 in Italia.

 

Un mostro omotransgiuridico in Parlamento

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Trovo surreale e anche offensivo, in un momento così grave per la vita degli italiani, che il Parlamento sia impegnato martedì a varare una legge per punire il reato di omotransfobia. Una parola che già nel suono è assurda, oltre che cacofonica. Giro alla larga dagli scalmanati e dai fanatici e provo a ragionare su questa legge firmata da Alessandro Zan che sintetizza ben cinque proposte in merito, tra cui spiccano quelle di Ivan Scalfarotto e dell’ineffabile Laura Boldrini.

La legge prevede “la punibilità per atti discriminatori sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”; punisce “l’odio omotransfobico”, inclusa la misoginia. E come ciliegina sulla torta istituisce un’ennesima giornata nazionale dedicata a gay, trans, lesbiche. Non riprenderò la posizione dei Vescovi italiani contro questa legge liberticida, non riporterò le opinioni contrarie dei sovranisti (Berlusconi anche in questo caso è un po’ qui un po’ là, in posizione trans) e non ripeterò la battaglia di Pro Vita e Famiglia e di quanti sono scesi in piazza l’altro giorno a Roma davanti al Parlamento in difesa della libertà e della famiglia. Questa norma si salda con le precedenti leggi Mancino, Fiano, Cirinnà & C. tra antirazzismo e antifascismo per rinchiudere la società in un perimetro di filo spinato.

In primis è un oltraggio al diritto oltre che alla Costituzione, perché fondamento della Legge è l’universalità della norma, ossia l’applicabilità della legge nei confronti di ogni cittadino; mentre questa legge, come alcune sue precedenti, stabilisce una tutela speciale per alcune minoranze o categorie.

In uno stato di diritto chiunque offenda chiunque, lo mortifichi, lo minacci e lo aggredisca, è passibile di condanna commisurata al reato compiuto. Non se esprime opinioni critiche, ma solo se diffama, calunnia, insulta. Ci possono essere aggravanti o attenuanti specifiche, stabilite dal giudice, ma è una mostruosità giuridica stabilire che la violenza o l’insulto a un gay, a un trans, a una donna, a un nero, a un islamico sia “più reato” dello stesso insulto o violenza a un bambino, a un vecchio, a un genitore, a un cristiano, a un italiano, a una persona qualunque. La forza della legge è nella sua universalità, non prevede categorie privilegiate o più tutelate rispetto ad altre.

Invece dovremo dedurre che un reato contro un gay (o un trans) vale doppio rispetto a un reato contro un etero (o un cittadino maschio senza connotati particolari). Anzi in alcuni casi diventa reato solo se riguarda un gay o un trans. Un principio aberrante che è l’anticamera della subordinazione del diritto all’ideologia, della giustizia al politically correct. L’ideologia ugualitaria demolisce l’uguaglianza e l’equità.

Stabilire la tutela speciale di quelle categorie è poi un attacco alla vita comune e alla realtà naturale e civile. Una società giusta, sana, a misura d’uomo, riconosce e tutela la realtà naturale, sociale e famigliare, pur lasciando a ciascuno la libertà di vivere la propria vita, avendo come limite solo il rispetto delle leggi. Ossia tutela la famiglia, cellula primaria della società, le nascite e i nascituri, le tradizioni civili e religiose, la natura umana, da salvaguardare come le piante, l’aria, l’acqua e gli animali. Poi sul piano individuale e privato ciascuno è libero di vivere come ritiene, senza interferenze di alcun tipo, seguendo le proprie inclinazioni sessuali, sociali, culturali. Qui siamo invece all’esatto capovolgimento.

Una legge liberticida di questo tipo prevarica sulla democrazia e sulla libertà perché alcune minoranze hanno priorità rispetto alla maggioranza della popolazione e agli usi e costumi di un popolo adottati da sempre. Gay e trans hanno tutele speciali, giornate speciali, si configurano perfino reati d’opinione speciali se si esprimono giudizi critici su di loro. Nessuna legge speciale tutela invece la famiglia, la procreazione, gli eterosessuali. Tutto questo pur essendo inconcepibile avrebbe una tenue ragion d’essere in un paese dove fossero discriminati omosessuali e affini; ma da noi, ogni giorno, si palesa la presenza pervasiva e intollerante di lobby gay al potere, al governo, in Rai, nell’informazione; intere reti tv condotte da militanti della gayezza. Quindi stiamo parlando di una legge a tutela e gloria di una minoranza al potere, non emarginata o perseguitata…

Questo ascesso di fanatismo Politically Correct avviene proprio mentre i trombettieri nostrani del P.C. si accodano ai 150 intellettuali liberal Usa che hanno criticato il P.C. Ma la legge sull’omotransfobia non è un caso esemplare di abuso del politically correct? I P.C. nostrani vogliono imporre e monopolizzare non solo gli usi e gli abusi del P.C. ma anche la critica al P.C. Col grottesco argomento di Michele Serra che tocca a loro vigilare, visto che intellettuali politicamente scorretti, ovvero di destra, non esistono… Dunque a loro tocca sia imporre il politically correct che denunciarlo… Tra poco il ministro Boccia penserà a dotarli di una divisa.

Intanto negli Stati Uniti, giorni fa, veniva riattivata dopo tanti anni la pena di morte federale nel silenzio assordante dei manifestanti genuflessi. Come mai nessuno ha protestato? Perché il condannato a morte era un suprematista bianco che aveva ucciso tre persone ben 24 anni fa: e benché sia passato tanto tempo e sia dunque bestiale applicare la pena capitale a così tanta distanza di tempo, un suprematista può essere ammazzato come un cane; la pena di morte va revocata solo per altri delinquenti, magari neri; mica per quelli come lui.

Visto che ci siamo, attenti a denunciare pure i casi di covid-19 tra i migranti se non volete essere accusati di razzismo in basi alle leggi cugine a quelle sull’omotransfobia. Voi dunque capite perché queste leggi intrecciate e il fanatismo che le avvolge, riportano rabbiosi consensi anche a Trump e ai peggiori sovranisti…

MV, La Verità 19 luglio 2020

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Un mostro omotransgiuridico in Parlamento

Orban si schiera con l’Italia contro l’Olanda. Sinistra spiazzata

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Nel negoziato tra paesi frugali capeggiati dall’Olanda e Italia “stiamo saldamente dalla parte degli italiani”. Lo dice il premier ungherese Viktor Orban, incontrando la stampa a margine del Consiglio Europeo, in corso da tre giorni a Bruxelles. “La cosa migliore – continua Orban – è dare soldi a quelli che ne hanno  bisogno, in modo che li spendano velocemente per stabilizzare le loro economie, invece di avere lunghe dispute burocratiche sui programmi. Diamoglieli rapidamente, perché se dai una cosa al momento giusto, gliela dai bene. E’ la saggezza ungherese”, conclude.

Orban appoggia l’Italia nella trattativa Ue

E così Orban, indicato dalla sinistra come il sovranista egoista che avrebbe fatto solo i suoi interessi in Europa, difende in questa trattativa gli interessi degli italiani, mentre il liberale di sinistra Rutte mette i bastoni tra le ruote a Conte.

Una contraddizione su cui pone l’accento l’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza: “Panico a sinistra… Viktor Orban attacca Rutte e dice: ‘È una questione tra Italia e Olanda… e io sto con l’Italia’. Ora come faranno a continuare a dipingerlo come il male assoluto? Ridicoli”.

Salvini: gli amici di Conte in Europa dove sono?

Un tasto sul quale ribatte anche Matteo Salvini: “Orban è con l’Italia, gli amici di Conte e del Pd no”, dice il leader della Lega Matteo Salvini, che fa sapere di aver ricevuto un sms dal leader ungherese. Salvini ricorda poi come “il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte è del partito popolare per la libertà e la democrazia che in Europa è nel Partito dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (Alde) di cui fa parte +Europa, a cui voleva aderire anche il Movimento 5 Stelle nel 2017 e che è apprezzato sia da Romano Prodi che da Mario Monti”.

Fidanza (FdI): la sinistra da oggi in poi ci risparmi i moralismi su Orban

Fidanza osserva, ancora, che le dichiarazioni pro-Italia di Viktor Orban “fanno crollare il castello di ipocrisia della sinistra”.  “Il problema dell’Europa e dell’Italia non sono i tanto demonizzati governi sovranisti di Ungheria e Polonia – aggiunge l’esponente del partito di Giorgia Meloni – . Anzi, non si disdegna il loro sostegno quando ci si trova di fronte al muro di egoismo dei nordici guidati da governi liberali, popolari o socialisti”. “E persino il tanto sbandierato ‘stato di diritto’, che secondo la sinistra verrebbe costantemente violato da questi pericolosi autocrati, conta un po’ meno se in ballo ci sono miliardi per l’Italia e la sopravvivenza stessa del governo Conte. Bene fa Conte a cercare la sponda di Orban, ma da oggi Pd e M5S ci risparmino i loro improbabili moralismi”.

 

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https://www.secoloditalia.it/2020/07/orban-si-schiera-con-litalia-contro-lolanda-sinistra-spiazzata/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Cattedrale di Nantes a fuoco, attacco al cuore della Chiesa

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Come Notre Dame a Parigi 15 mesi fa. Ma ormai l’elenco delle chiese storiche incendiate o vandalizzate in Francia si fa sempre più lungo. Incendiare una cattedrale è un attacco chiaro al Cristianesimo e ai suoi simboli, dal forte impatto psicologico. Ed è anche il tentativo di radere al suolo lo stesso principio ideale del Cristianesimo, appunto il guardare verso il Cielo.

 

La cattedrale di Nantes, in fiamme. È l’ennesima chiesa, e potrebbe – purtroppo – non essere l’ultima, vista la tragica statistica che da tempo sta interessando i luoghi di culto cattolico, in Francia soprattutto. L’incendio che ha colpito la storica cattedrale gotica di Nantes, è stato circoscritto, ma i danni hanno rovinato profondamente il grande organo che sembra completamente distrutto.

Quindici mesi fa Notre-Dame, altra cattedrale, simbolo della Francia cattolica, ha vissuto quello che Nantes sta vivendo ora. Notre-Dame con tutto il suo passato – da Hugo a oggi – aspetta di risorgere dalle macerie. Nel nostro immaginario sono ben presenti le immagini di quel rogo di 15 mesi fa: fiamme che salivano al cielo, al posto dei campanili, delle guglie, delle volte. Fiamme che sono state – anche in quel caso – dolose.

È un attacco, questo di Nantes, a un altro simbolo del Cristianesimo. Nel 2015, sempre nella cittadina della Loira, un altro incendio aveva distrutto i tre quarti della basilica di Saint-Donatien-et-Saint-Rogatien. L’origine? Sempre dolosa.

Non è possibile dimenticare in questa triste cronistoria –  di chiese bruciate, vandalizzate, rovinate, imbrattate – il tragico anno passato, il 2019: statue e crocefissi distrutti, chiese incendiate, ostie rovesciate, tabernacoli profanati. Atti avvenuti in tempi davvero troppo ravvicinati.
È il 4 febbraio 2019 quando a Houilles (nel nord di Parigi), la chiesa parrocchiale di San Nicola viene saccheggiata per ben tre volte, in dieci giorni. Inoltre la statua della Madonna distrutta, e l’altare ribaltato.  Il giorno dopo, il 5 febbraio dello stesso anno, la chiesa di Saint Alain a Lavaur, vicino a Tolosa, viene data alle fiamme: il tabernacolo è distrutto. La stessa chiesa aveva subito  – pochi giorni prima – una orribile profanazione del crocifisso. Ma la sequela, non finisce qui. Il 6 febbraio 2019, a Nimes, una chiesa venne vandalizzata e le ostie consacrate, disperse a terra. I vandali, in quell’occasione, disegnarono delle croci con feci umane. Sconvolgente anche il rogo della chiesa di Saint-Sulpice a Parigi del 17 marzo 2019. Il portone dell’antica chiesa, bruciato: nuovamente, rogo doloso.

Le cattedrali, questi tesori inestimabili non solo del Cristianesimo, ma dell’intera storia dell’umanità, della storia dell’Arte. La famosa serie di trentuno dipinti di Monet – dal titolo “Le cattedrali di Rouen” – forse, potrebbe ben esprimere quanto sia radicato nel nostro immaginario storico e umano l’importanza di tale tipologia di edificio. Un edificio che non è solo architettura, ma è un “qualcosa”, una “res” (direbbero i latini) più profonda. Vive nella parola “cattedrale” un insieme di sentimenti, confusi a profumi (gli incensi delle cerimonie, l’odore delle candele speranzose); vivono, in quel luogo denso di storia, le preghiere recitate davanti a qualche statua dallo stile semplice, sempre accogliente. Proprio nelle cattedrali sono nate importanti conversioni: solo per nominarne alcune vicine al nostro secolo, quella del filosofo francese Jacques Maritain, del futuro poeta Paul Claudel, del noto giornalista André Frossard.

L’importanza della “cattedrale”, in fondo, è racchiusa in tutti quei nomi che la delineano, che la definiscono. “Ecclesia mater”, viene anche chiamata: “madre”, questo termine che ci riconduce a Maria, madre nel Cenacolo. Per istituzione ecclesiastica, “madre” perché la chiesa più grande  – la principale – della diocesi. Altro titolo per indicare la “cattedrale”, “Domus Dei” addirittura: “Chiesa del Signore”.

E l’attacco alla cattedrale di Nantes è un attacco proprio alla “Chiesa del Signore”, a un cuore già da troppo tempo sanguinante, non solo in Francia, ma – ad esempio – nelle regioni del mondo dove il Cristianesimo è messo al bando: basterebbe citare la Corea del Nord o – ad esempio – il Sudan, lo Yemen. Si dovrebbe continuare l’elenco con circa cinquanta paesi.

Incendiare una cattedrale è un’immagine forte, una dichiarata guerra contro il Cristianesimo e i suoi simboli. Lo è per ben due motivi: il primo, di carattere “psicologico” potremmo dire,  per l’aspetto stesso “scenografico”: guardare le meravigliose vetrate, le guglie avvolte dalle fiamme è un “fotogramma” dal forte impatto psicologico; il secondo, di carattere “storicamente” cristiano: la cattedrale, per la sua imponenza esprime bene il concetto di un mondo che si vuole ergere verso l’Alto, verso Dio, e cercare di infrangere questa visione, è cercare di radere al suolo lo stesso principio ideale del Cristianesimo, appunto il guardare verso il Cielo.

Inoltre, indagando sul perché nacquero questi imponenti edifici, dobbiamo ricordare come per circa tre secoli (a partire dall’XI secolo) si assistette in Europa ad un fervore artistico straordinario, nato grazie al Cristianesimo. Fu proprio in questo periodo che nacquero le cosiddette “chiese romaniche”, caratterizzate dallo sviluppo delle navate (sempre più ampie)  per accogliere un numero maggiore di fedeli. Chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee essenziali, metafora stessa della Chiesa.

Per poi non dimenticare un elemento di non poco conto: l’introduzione di imponenti sculture marmoree. Gli scultori, tralasciando – alcune volte – la perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa: suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a praticare la virtù. Non a caso, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale. E sono, di solito, proprio i portali a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la “Porta che conduce al Cielo”.

E, nella cronistoria di prima, abbiamo compreso bene quanto – guarda caso – proprio le porte delle cattedrali siano state oggetto di vandalismo: chiara, evidente e brutale metafora del minare la porta del Cielo, minare l’uomo che si vuole ergere verso Dio. Sembra quasi che la parola d’ordine, ultimamente (in Europa soprattutto) sia: abbattere tutto ciò che possa elevare, che possa edificare l’Uomo alla ricerca di Dio.

La Cathédrale de Nantes – l’ultima oltraggiata dalle fiamme –  è celebre, in tutto il mondo, per il suo stile gotico. Costruita in oltre 450 anni, dal 1434 al 1891. Ci sono state persone che hanno lavorato per costruirla. Ci sono state persone che hanno pregato in quella chiesa. E, ancora una volta, il tutto vuole essere spazzato via dal vento, un vento fatto di fiamme, di barbarie, e di vandalismo. Ma anche questa volta, il verbo “risorgere” non sarà certo disatteso. Le canne dell’organo di Saint-Pierre-et-Saint-Paul risuoneranno, nuovamente. E sarà allora che potremo ricordare quella poesia di Maria Luisa Spaziani che inizia all’incirca così: “Entro in questo amore come in una cattedrale (…) Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte scende un corale antico che è fuso alla mia voce”. Il corale antico non lo fermerà, certamente, un incendio.

DA

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Baldassarre: Il Parlamento Ue boccia la norma che chiede chiarezza sui fondi delle Ong. Vergogna

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“Sono basita dall’atteggiamento del Parlamento europeo, che oggi ha bocciato un emendamento del Gruppo Identità e Democrazia alla Risoluzione contro il riciclaggio di denaro sporco per includere le Ong nel novero dei soggetti obbligati alla normativa antiriciclaggio dell’Ue. Il Parlamento Europeo si è reso complice di un vergognoso business legato al loro finanziamento e alle loro spese”. A dirlo è stata l’eurodeputata leghista, Simona Baldassarre, membro del gruppo Id. “Sia chiaro, l’intento non era di danneggiare quelle Ong che perseguono fini veramente nobili e non avrebbero problemi a dichiarare i loro finanziamenti e i loro finanziatori, ma quello di poter smascherare tutte le organizzazioni che ricevono soldi da Soros e altri poteri forti per interessi poco chiari”. “I 5 Stelle si astengono, il Pd vota contro. Che alcune Ong di scafisti nel Mediterraneo ricevano finanziamenti poco limpidi è cosa nota, ma che le sinistre collaborino con loro per insabbiare i nomi di chi le finanzia è vergognoso!”.

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Vertice UE, si mette male. Conte accusa: l’Europa sotto il ricatto dei «frugali»

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Sul Recovery Fund l’Italia sbatte contro i Frugali: «Stallo più complicato del previsto». Confronto duro fra il Premier italiano e Rutte, ma anche la partita di Orban complica l’intesa a 27

BRUXELLES – “La partita è ancora aperta… Domani proseguiremo il negoziato perché dobbiamo chiuderlo, dobbiamo fare di tutto per chiuderlo. E’ nell’interesse di tutti: rimandare questa partita non giova a nessuno». Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha descritto così, davanti ai giornalisti che lo attendevano al suo rientro in hotel ieri notte, il nulla di fatto della seconda giornata del vertice Ue di Bruxelles dedicato ai negoziati fra i capi di Stato e di governo sul bilancio pluriennale comunitario e sul Recovery plan europeo. «L’Europa è sotto il ricatto dei ‘paesi frugali’», ha aggiunto più tardi il premier con una nota inviata dal suo ufficio stampa.

«Ci sono dei punti specifici – ha riferito Conte – sui quali stiamo negoziando e discutendo anche animatamente. Ad esempio sulla ripartizione tra sussidi e prestiti, su alcuni profili che riguardano l’attuazione dei programmi, su alcune ‘condizionalità’ come il rispetto dello stato di diritto; e anche sugli sconti che vengono concessi, i famosi ‘rebate’ riguardanti il bilancio pluriennale», che riguardano proprio i quattro «frugali», Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, oltre alla Germania. «Insomma – ha osservato – ci sono ancora dei punti su cui il negoziato è molto duro».

A una domanda sulle «linee rosse» dell’Italia, il presidente del Consiglio ha risposto che «l’Italia innanzitutto non può accettare che questo programma sia compromesso nella sua efficacia, nella sua consistenza, e che diventi inutile Per quanto riguarda la ripartenza del nostro paese, ma anche dell’Europa intera. Questo – ha sottolineato – non lo possiamo accettare».

«Stiamo cercando – ha continuato – di costruire un percorso che porti anche questi paesi più restii, i famosi ‘paesi frugali’ a sottoscrivere questo accordo, che si possa trovare una soluzione per convincerli». Perché in Consiglio europeo «purtroppo occorre l’unanimità, un solo Stato può bloccare» le decisioni; «questo significa che dobbiamo coinvolgere tutti in questo progetto, nella consapevolezza che siamo in una casa comune e che dove da una parte si perde, dall’altra si prende. Bisogna entrare in questa dimensione: che al di là delle partite contabili specifiche, qui o siamo tutti vincitori o saremo tutti sconfitti».

«Io non la metto sul piano della vittoria o della sconfitta dell’Italia: qui siamo tutti Sulla stessa barca», ha insistito Conte rispondendo a un’altra domanda sulle conseguenze che un mancato successo del negoziato potrebbe avere per lui in politica interna. «Su questo Sono sempre stato chiaro nei miei interventi, e come molti altri miei colleghi sono sensibile su questo. Non è che stiamo aiutando l’Italia, che stiamo dando dei sussidi, dei prestiti all’Italia: stiamo consentendo di riparare i danni della pandemia, danni diretti e indiretti; e nello stesso tempo stiamo consentendo una rapida ripresa dei paesi più colpiti e meno resilienti. E qui la convenienza di tutti. E siccome sono economia integrate, se il tessuto produttivo di un paese va giù, ovviamente tutti i paesi che sono collegati in questa economia integrata ne soffrono, assolutamente».

Il negoziato è quanto mai complesso, e non riguarda solo lo scontro fra i «frugali» e gli altri. Ieri sera, ad esempio, ha riferito Conte, «c’è stata una discussione sullo stato di diritto: tutto la serata, la cena è stata dedicata a questo. C’è stata un’ampia discussione: alcuni Stati (Ungheria e Polonia, ndr) non accettano che sia introdotta una ‘condizionalita» per cui alcune poste di bilancio siano collegate al rispetto del principio dello stato di diritto, e hanno varie perplessità anche sulle modalità applicative di questa condizionalità».

Con il premier olandese Mark Rutte, il più duro dei «frugali», e l’unico dei quattro che pretende che i piani nazionali di spesa siano sottoposti all’approvazione all’unanimità da parte degli altri Stati membri prima dell’esborso dei fondi Ue «io ho un buon rapporto personale», ha osservato Conte, ma con lui in questo negoziato «lo scontro è durissimo. Ci stiamo scontrando in questi giorni in modo molto duro, molto serrato, perché ritengo che la sua richiesta dell’unanimità, e quindi di poter porre il veto, coinvolgendo il Consiglio europeo addirittura anche nella fase attuativa dell’attuazione di questo programma di rilancio, sia una richiesta indebita dal punto di vista politico, dal punto di vista giuridico, e poco praticabile in concreto».

Detto questo, Rutte «non si permette, non si è mai permesso di chiedere a me di fare questa o quest’altra riforma. Le riforme, tra l’altro, per come sono strutturati questi programmi – ha spiegato Conte -, saranno proposte dal singolo paese. Quindi non c’è un’Europa che chiede questa o quella riforma. Ci sarà, una volta approvato questo piano, il singolo paese che presenterà delle proposte, un piano per gli investimenti e per le riforme strutturali, che ovviamente verrà approvato, e poi partiranno le elargizioni».

«È ovvio che se viene approvato un piano, e dei fondi straordinari vengono erogati, in vista della realizzazione di un programma di investimenti e riforme, è giusto che ci siano delle verifiche», ha riconosciuto il presidente del Consiglio. D’altra parte, «gli stessi piani sono concepiti in modo che tutte le erogazioni avvengano sulla base dello stato di avanzamento dei progetti».

«Detto questo, il problema è che quando poi andiamo a operare il sistema di verifiche e di controlli, deve essere un sistema innanzitutto compatibile con le previsioni del trattato. Non dobbiamo alterare l’equilibrio istituzionale. Su questo – ha sottolineato Conte – sono intransigente. E, se mi permettere, lo sono anche più della Commissione. Perché sto assolutamente rivendicando questo aspetto anche nell’interesse della Commissione, del Parlamento europeo e dell’equilibrio di tutti i poteri». Un passaggio, questo, che sembra indicare una certa delusione per il modo forse ancora troppo timido con cui l’Esecutivo comunitario, e in particolare presidente Ursula von der Leyene, sta difendendo le sue stesse prerogative.

A un giornalista che chiedeva se non manchi una «visione comunitaria» dell’Europa, il presidente del Consiglio ha poi replicato: «La valutazione me la faccia fare alla fine. È ovvio che quando c’è un negoziato così duro, nel corso di tantissime ore, qualche momento in cui il dubbio rispetto a delle posizioni che si arroccano su partite contabili specifiche, il dubbio che non ci sia la consapevolezza del momento che stiamo affrontando, dei valori che sono in gioco e che dobbiamo tutelare, dell’obiettivo di preservare anche il mercato unico, di preservare la competitività dell’Europa rispetto al mondo, il dubbio che qualcuno perda di vista questo obiettivo assolutamente c’è, lo confesso».

Quanto alla proposta di compromesso che era stata avanzata da ieri dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e che comprendeva molte, forse troppe concessioni ai «frugali», Conte ha osservato: «Non voglio adesso entrare nei singoli dettagli, nelle singole proposte. Chiaramente per rimuovere e far convergere tutti, per avere l’unanimità, stiamo formulando dei riposizionamenti delle varie poste contabili. Adesso non ha senso secondo me – ha ripetuto – entrare nei dettagli. E’ chiaro che quando si tocca qualche posta contabile c’è qualche paese che se ne avvantaggia e qualche altro che ne è svantaggiato. Quindi si rimuove e si riposiziona tutto. Domani (cioè oggi, ndr) riprendiamo e appena termineremo – ha concluso – avremo un quadro definitivo».

(con fonte Askanews)

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https://www.diariodelweb.it/politica/articolo/?nid=20200719-547071

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