L’estate è costata 20 mila morti? Ecco perché è una balla

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Il televirologo Massimo Galli non ha dubbi: senza la pazza estate italiana, avremmo contato 20 mila morti in meno. La sortita di oggi ad Agorà, su Rai 3, è solo la più recente. Ed è forse anche la più irricevibile: perché il camice bianco a reti unificate, stavolta, non si limita a puntare il dito contro i “negazionisti”, per scagionare un governo incapace. No: dà pure i numeri.

E allora guardiamoli, questi numeri, professor Galli. Perché, se osserviamo la curva epidemiologica, cioè l’andamento dei casi di Covid e dei decessi registrati dall’estate a oggi, ci accorgiamo che l’aumento sensibile scatta a fine settembre. E che la vera impennata risale a dopo la prima decade di ottobre. Certo, durante l’estate, specie nel periodo che coincideva con il picco degli spostamenti, sono stati fatti relativamente pochi tamponi. Un’altra colpa imputabile ai commissari sovietici, che centralizzano i meriti (pochi) nella gestione dell’epidemia, ma poi scaricano le responsabilità degli errori su Regioni e comuni cittadini. Un tracciamento più capillare avrebbe aiutato a individuare precocemente eventuali focolai. I più maligni potrebbero pensare che tutto sia stato tenuto sottotraccia quando era necessario far rifiatare il popolo, per poi ricominciare con i domiciliari a singhiozzo dalla stagione autunnale.

Nondimeno, i dati sulla saturazione degli ospedali e sui decessi giornalieri ci descrivono una stagione estiva trascorsa in modo piuttosto tranquillo. Quindi, se anche qualche infezione fosse sfuggita, è però indubbio che le conseguenze cliniche, nei mesi caldi, sono state molto limitate. Di nuovo, i decessi decollano dopo il 10 ottobre, fino ai lugubri picchi di questi giorni. Che, ovviamente, vengono imputati ai “comportamenti” della gente: avete fatto shopping natalizio, siete andati a vedere le luminarie a viale Ceccarini…

Ma allora, professor Galli – e tutti voi, teorici dell’estate “allegra”  – ci spiegate com’è possibile che gli effetti dei balli dei primi 15 giorni di agosto si siano sentiti due mesi dopo? Non ci avete sempre detto che bastano due settimane per registrare miglioramenti e peggioramenti? Non sarà mica che, il 24 settembre, è scattata la riapertura delle scuole? Non sarà che la grande misura profilattica assunta dal ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sono stati gli scuolabus con i finestrini aperti? Non sarà che i banchi a rotelle sono arrivati in ritardo, a spizzichi e bocconi – e che, probabilmente, non sono serviti a nulla? Non sarà che il ministro Lucia Azzolina, come ha rivelato Il Tempo qualche giorno fa, ha nascosto persino al Cts i veri dati sui contagi in aula? Non sarà che le persone, che devono pur arrivare alla fine del mese, hanno ripreso a recarsi in massa a lavoro in presenza, affollando, loro malgrado, i mezzi pubblici?

Alla luce di tutto ciò, non è più probabile che l’epidemia sia riandata fuori controllo quando il Paese ha provato a rimettersi in moto, ma senza un piano preciso, senza organizzazione e senza manco una rete sanitaria di protezione finalmente adeguata? Non è più probabile che il crimine peggiore dell’estate, anziché le discoteche in Sardegna e sulla riviera romagnola, o i viaggi in Croazia e in Grecia, siano state le settimane sprecate tra Stati generali, libracci di propaganda del ministro Roberto Speranza e commissari governativi che si dicevano da soli “siamo straordinari”?

La verità – e i numeri lo dimostrano – è che il governo, anziché lavorare, impegnarsi, programmare, ha buttato all’aria mesi tra passerelle e litigi. Per l’autunno e l’inverno, l’unica strategia era un “io, speriamo che me la cavo”. Non so se tutto ciò sia costato 20.000 morti. E non voglio dire che la responsabilità diretta sia della classe dirigente. Ma se il “modello Italia” è il secondo peggiore d’Europa per la mortalità calcolata sui casi di Covid, e tra i peggiori al mondo per il numero di morti ogni milione di abitanti, evidentemente qualcosa non ha funzionato. E chi pensa di dare la colpa all’estate “allegra”, o è tonto o crede di poter fare ancora il furbo.

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L’estate è costata 20 mila morti? Ecco perché è una balla

Realismo cattolico e rivoluzionari da tastiera, in tempi di Covid

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Scrive Simone Torresani su “Il Giornale del Ribelle” del 6/12/2020 che “è appena uscito il 54.mo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. È un rapporto tanto cupo, angosciante e tremendo che in certi punti si fa persino fatica a leggerlo: vien voglia di vendere tutto e una volta riaperte le frontiere rifarsi una vita alle “Isole Fortunate” (così chiamavano gli antichi le Canarie) o tra i colori variopinti del Messico. Verrebbe voglia, ma non lo si fa: accettare e rispettare e dare un senso al proprio luogo e condizione è forse “Il” senso della vita (e non “un senso della vita”) e chiunque abbia perizia di comando non deve abbandonare la nave in tempesta. (dalla bellezza del creato, al Creatore – insegnerebbe S. Ignazio).

Qualche cifra del disastro: frustrazione, mancanza di visione del futuro, inasprimento dei rapporti sociali e ostilità verso il prossimo abbondano nelle cifre.

Si pensi solo che per un concetto illusorio, aleatorio e astratto come la “sicurezza” gli italiani sono pronti per il 39% a limitare il diritto di sciopero, tanto faticosamente conquistato dalle generazioni precedente dopo lotte aspre. E non solo lo sciopero: anche le libertà di opinione e di associazione. Oltre il 77% sono favorevoli a più restrizioni (a parole), salvo poi lamentarsi in privato e a calpestarle: segno di schizofrenia e non indice di salute. Per 3 su 10 chi non ha rispettato le regole non deve essere curato. Il 43,5% -una cifra sorprendente- chiede la pena di morte nell’ordinamento giuridico. E ancora: solo il 13% pensa sia buona cosa tentare un lavoro autonomo imprenditoriale; il 54% e il 29% rispettivamente della piccola -media e grande impresa teme per il proprio lavoro, il 77% di autonomi e partite iva ha guadagnato molto meno rispetto al 2019; solo il 20% scarso pensa che “andrà tutto bene”, per l’ 80% andrà tutto male con varie gradazioni di pessimismo e il futuro fa paura. Non parliamo delle cifre sulla didattica a distanza, un flop assoluto che ha aumentato solo il divario tra gli studenti e non ha fatto imparare un bel nulla.

Poco da commentare: ne esce un quadro desolante d’un Paese vecchio ancor più nell’anima che nel fisico, perché l’ostinazione attaccata alla salute, alla vita e il rinunciare alle libertà nella speranza aleatoria e fallace di non ammalarsi è sintomo di un corpo sociale vecchio e ammuffito. La gioventù è anzitutto ribellione, sfida, temerarietà: l’evoluzione verso un atteggiamento maturo e consapevole deve passare attraverso queste esperienze di vita. Con queste risposte e il loro atteggiamento i giovani italiani sono i nonni di se stessi. Ci stupisce come nessuno degli intervistati, nessuna quota del campione statistico abbia incitato a una cosa rivoluzionaria se non ribelle: fare più figli per colmare i vuoti falcidiati dal coronavirus e colmare l’unico gap che ha davvero importanza, il passaggio di testimoni fra le generazioni, la continuità, in una parola il trionfo della Vita sulla Morte. Abbiamo perso noi, ha vinto il virus. Sars Cov 2 ci ha disumanizzati, resi sudditi, invecchiati e imbolsiti: ha vinto il virus, ha perso la società, ha perso la comunità. In tal quadro desolante spicca solo una luce e come disse Confucio ” è meglio una singola candela nel buio che camminare nelle tenebre”: il 25% della popolazione, incluse badate bene le fasce giovanili, iniziano a provare “stanchezza” per la comunicazione digitale. È da segnarlo e cerchiarlo in rosso: il digitale sta stancando 1 su 4 nei rapporti interpersonali. Continua a leggere

La pandemia, il guinzaglio e la museruola

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Fonte: Marcello Veneziani

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Marcello Veneziani ad Apostolos Apostolou, uscita sulla rivista ateniese theflagreport.com

Con il coronavirus il sistema politico mondiale, quello che si chiama governo sovranazionale organizza un mondo clinico “ideale”. Niente fuori dal normale clinico. Oggi parliamo di profilassi assoluta, ecco lo slogan nuovo della politica. Soprattutto la profilassi, perché la virulenza si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema e cosi, deve trovare una soluzione il sistema politico globale. Questo è il piano politico oggi? Che ne dici Marcello Veneziani?

Il potere sanitario che si è imposto con la pandemia è l’applicazione di quel regime della sorveglianza e del controllo capillare di cui si era parlato negli anni scorsi. Mai era accaduto che fossero così ristrette le libertà e i diritti elementari, costituzionali e fondamentali dei cittadini e dei popoli. Mai era accaduto che fosse così palese l’uso della paura e il terrorismo sanitario per tenere sotto pressione i popoli e per disperdere ogni resistenza. La motivazione, naturalmente, è inoppugnabile: si tratta di fronteggiare il contagio. Ma la ricorrenza delle ondate (siamo nel pieno della seconda ondata e già si parla della terza per il 2021), il profitto politico, economico e farmaceutico evidente di chi gestisce la pandemia o ne trae benefici, il controllo mediatico quasi assoluto e l’ombra inquietante del modello cinese, che è stato fonte del virus ed è ora modello di riferimento per affrontare la pandemia, lasciano pensare che ci sia un disegno globale dietro tutto questo.

Il governo sovranazionale vuole uno spazio super protetto come campo di concentramento che il corpo perde tutte le sue difese. Il governo vuole un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell’intera popolazione. Forse il virus diventa l’arma per questo lavaggio, questo abbiamo visto poco tempo fa, con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’ America. Come vedi questa opinione? Continua a leggere

Fake News, una nuova caccia alle streghe

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Segnalazione Arianna Editrice

di Enrica Perucchietti

Fonte: Nazione futura

Enrica Perucchietti, giornalista e scrittrice, torna in libreria con Fake News. Come il potere controlla i media e censura l’informazione indipendente per ottenere il consenso. Un libro che descrive il mondo distopico in cui ci siamo trovati catapultati in questi ultimi mesi. Analisi, descrizioni, commenti e riflessioni per smascherare il potere che controlla l’informazione e oscura il dissenso.

  • Fake News intende smascherare il potere che controlla i media e censura l’informazione. Crede che la battaglia contro le fake news si presenti come una nuova caccia alle streghe?

Sì, ritengo che l’attuale battaglia contro le cosiddette fake news sia in realtà una articolata caccia alle streghe che ha come obiettivo la repressione del dissenso. Entrata nel vivo negli ultimi tre anni, essa ha raggiunto il suo apice durante il lockdown, con la censura in Rete di contenuti che l’algoritmo di turno non riteneva convergenti con la narrativa ufficiale sul Covid-19. Da una parte questa moderna caccia alle streghe strumentalizza la questione del cyberbullismo, dell’odio e della disinformazione sul web, per portare all’approvazione di una censura della Rete, arrivando a ipotizzare, dal DDL Gambaro alla Commissione parlamentare  d’inchiesta sulle fake news, l’introduzione di nuove leggi o di forme di ammenda e di prigionia per coloro che divulghino notizie «false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi»; norme che richiamano alla mente il reato d’opinione (una moderna forma di psicoreato orwelliano), con il quale non si vuole colpire tanto la notizia infondata quanto piuttosto il dissenso in generale.

  • La classe politica preconfeziona le notizie per guadagnarsi il consenso e oscurare il dissenso?

La propaganda è sempre stata, anche in democrazia, uno strumento per plasmare l’opinione pubblica ed eterodirigere il consenso. La politica, e più in generale il potere, ha interesse a indirizzare l’informazione che soprattutto negli ultimi mesi è diventata a tratti indistinguibile dalla propaganda. Un esempio recente è il D.L. 34/2020 (cd. “Decreto Rilancio”) che ha previsto all’art. 195, lo stanziamento di 50 milioni di euro per l’erogazione di un contributo straordinario in favore delle emittenti radiotelevisive locali (quindi spot) che si impegnano a trasmettere messaggi di comunicazione istituzionale relativi all’emergenza sanitaria all’interno dei propri spazi informativi. Possiamo immaginare come molti editori, pur di accedere a questi finanziamenti, arriveranno ad accettare di trasmettere gli spot istituzionali e ad allineare la propria linea editoriale in una versione filo-governativa. Ciò a propria volta porterà a plasmare l’opinione pubblica orientando il consenso nella direzione prestabilita dall’alto (in questo caso dal Governo). L’informazione di massa che si diffonde tramite i media mainstream e che beneficia di investimenti è costretta a sottostare a specifiche linee editoriali e alla volontà (o al capriccio) degli sponsor. Inclusa, ovviamente, la censura. Continua a leggere

Il terrorismo politicamente corretto

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Ronen Bergman, il maggior esperto del Mossad, nel suo libro “Uccidi per primo”, parla di 2700 omicidi organizzati dai servizi segreti di Tel Aviv nel mondo. I principali quotidiani hanno commentato il libro in modo benevolo, come si trattasse di una curiosità. Solamente “il manifesto”, ahimè, ha espresso un commento critico. Segnaliamo l’articolo in questione, ricordando che i comunicati non rappresentano l’adesione del Centro Studio Federici a tutte le tesi sostenute dagli autori degli articoli o alla linea politica o religiosa degli organi d’informazione consultati.
 
2700 “omicidi mirati”. Solo il Mossad ha licenza di uccidere, gli altri sono “terroristi”
 
Pace e guerra sono in mano al Mossad. Per cui il Mossad ha una licenza di uccidere di cui non gode nessun servizio al mondo e può condurre la sua guerra all’Iran, come e quando vuole. E nessun Paese al mondo, se non Israele, gode di altrettanta impunità. Si chiama doppio standard: in fondo – questa è la sensazione – siamo tutti fuorilegge, tranne il Mossad. Le monarchie assolute del Golfo hanno mangiato la foglia: se vogliono continuare ad avere la protezione Usa e le armi americane questi stati ricchi ma impresentabili per i parametri democratici devono entrare nel Patto di Abramo e accettare la supervisione dello Stato ebraico. Che ormai si estende anche all’Onu: i grandi gruppi industrial-militari israeliani forniranno i sistemi di sicurezza e intelligence per la «difesa» della missione delle Nazioni Unite in Mali. E se Israele va bene all’Onu, va bene a tutti.
 
Mai, ovviamente, Israele è stato condannato o sottoposto a sanzioni per le sue attività letali. E mai in Occidente si levano parole di condanna come è avvenuto anche per l’uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, stigmatizzata da Russia, Cina e pochi altri, certo non in Europa che al massimo «esprime preoccupazione» per le tensioni regionali. Israele non si tocca: è anche la prima lezione delle scuole di giornalismo nostrane. Per fortuna gli israeliani hanno anche una stampa eccellente quindi attingiamo da loro per prendere informazioni.
Il maggior esperto del Mossad, Ronen Bergman, inviato del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth e autore di «Uccidi per primo», ritiene che i servizi israeliani abbia ucciso almeno 2700 persone in tutto il mondo: una cifra mai smentita da Tel Aviv. Immaginate se l’intelligence di qualunque altro Stato avessero condotto all’estero in questi decenni operazioni mortali del genere, cioè omicidi mirati, come ha fatto Israele: probabilmente questo Paese non sarebbe più da un pezzo sulla mappa.

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Fedeli in rivolta: presepe orribile in Piazza San Pietro

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Roma, 10 nov – Il presepe in allestimento in piazza San Pietro non convince i fedeli. “E’ orribile” e “non si può guardare” sono tra i commenti più teneri che gli utenti hanno riservato all’opera sotto al post Facebook di Vatican News, dove ieri sono state pubblicate alcune foto del presepe ancora in allestimento (l’inaugurazione, insieme a un abete rosso proveniente dalla Slovenia, è prevista per domani 11 dicembre). L’opera è stata donata da Castelli, paese in provincia di Teramo famoso da secoli per le sue ceramiche. Un presepe realizzato tra il 1965 e il 1975 dai docenti e gli alunni dell’Istituto d’arte “F.A. Grue” composto da ben 54 statue. Solo alcuni pezzi verranno esposti in piazza San Pietro nei pressi dell’obelisco.

“Il presepe in piazza San Pietro? Un’ammucchiata di bulloni”

Secondo il governatorato del Vaticano nel presepe sono “forti i richiami alla storia dell’arte antica, dell’arte greca, di quella sumerica, e di quella egizia” e l’opera “vuole essere un segno di speranza e di fiducia per il mondo intero. Vuole esprimere la certezza che Gesù viene in mezzo al suo popolo per salvarlo e consolarlo. Un messaggio importate in questo tempo difficile a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19”. Un messaggio come detto che non è stato recepito dai cristiani. Così commenta polemicamente su Facebook Emanuele Ricucci, responsabile nazionale di Cultura Identità: “Il nuovo presepe in piazza San Pietro è una orribile ammucchiata di bulloni, di teste che non hanno forma angelica né mistica. E’ terribile. Lo stesso vaticano 500 anni fa commissionava Michelangelo ora raccatta su una sacra famiglia che non è né sacra né famiglia”.

Tra marziani e astronauti

Le forme tozze e disarmoniche delle statue non piacciono. La scelta di puntare sull’arte contemporanea viene vista come una ulteriore degenerazione della “chiesa pachamama” di Papa Francesco. “Horror fidei….che rispecchia in pieno questa chiesa malata e moribonda”, scrive un utente sotto la foto più commentata e contestata. Si tratta di un non meglio precisato individuo (non si capisce se uno dei Re Magi o altri) con indosso una sorta di tuta spaziale con tanto di casco, un “astronauta” a detta di alcuni commentatori. “Sono arrivati i marziani” dicono laconicamente altri. Tra arte contemporanea e possibili messaggi in codice sulla venuta di extraterrestri per questo Natale, l’unica certezza sembra rimanere quella sull’oggettiva bruttezza del nuovo presepe in piazza San Pietro.

Davide Romano 

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/orribile-presepe-piazza-san-pietro-176700/

“Golpe Borghese”, 50 anni tra misteri e omissioni

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Trame, conflitti e paranoie dietro la notte più oscura della storia repubblicana. La notte in cui il “Principe Nero” organizzò e poi bloccò un golpe contro la Repubblica.

50 anni fa, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, andò in scena uno dei più misteriosi e complessi episodi della storia della Prima Repubblica. il cosiddetto “golpe Borghese“, un tentativo eversivo abortito a poche ore dall’inizio dell’operazione che i congiurati avevano chiamato in codice “notte della Madonna” (per la ricorrenza della festa dell’Immacolata Concezione) o “notte di Tora Tora” (in ricordo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941).

A fare da regista, dietro le quinte, Junio Valerio Borghese, il “Principe Nero” ex ufficiale della Regia Marina, autore di ardimentose imprese di guerra nell’ultimo conflitto mondiale prima di aderire alla tragica e ignobile esperienza della Repubblica di Salò, dopo il cui crollo, nel 1945, scontò un breve periodo di carcerazione per collaborazionismo con la Germania nazista, fu presidente del Movimento sociale italiano (1951-1953) e fondò, poi, il movimento di estrema destra denominato Fronte Nazionale.

Il Fronte Nazionale, assieme alla fondazione terrorista Avanguardia Nazionale, organizzò il tentativo eversivo che avrebbe dovuto, direttamente o indirettamente, aprire la strada a una restaurazione autoritaria in Italia, a una svolta ostile alla partecipazione delle sinistre all’agone pubblico e alle deviazioni politiche e strategiche della Democrazia cristiana maggioritaria nel Paese dall’ortodossia occidentalista.

Tra il 1969 e il 1970 elementi deviati delle forze armate, gruppi di malavitosi vicini a Cosa Nostra e ufficiali appartenenti al cerchio del massone Licio Gelli furono tra le figure avvicinate da Borghese per aprire la strada al tentativo di golpe. Nell’organizzazione avrebbe giocato un ruolo anche Remo Orlandini, ritenuto assieme a Licio Gelli tra i co-organizzatori della strage di Bologna del 1980. Per quanto spesso derubricato come “golpe da operetta” il piano di Borghese si prefiggeva importanti obiettivi strategici: occupazione dei ministeri dell’Interno e della Difesa e della Rai; lancio di un proclama di Borghese agli italiani per mezzo della televisione pubblica; sequestro del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat; cattura o omicidio del capo della polizia Angelo Vicari e massicce campagne di deportazione di sindacalisti, dirigenti e dei parlamentari della sinistra in Sardegna. Reparti militari, gruppi della Guardia Forestale, neofascisti, mafiosi e cospirati di vario ordine e grado furono mobilitati tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Secondo il giudice Guido Salvini, il grosso dell’operazione avvenne a Roma ma “ci furono concentrazioni eversive anche a Milano, Venezia, in tutto il Centro Italia, in Calabria come in Sicilia. In tutto si mobilitarono migliaia di uomini tra militari e civili”.

Un’imponente mobilitazione dietro la cui organizzazione si celano molte delle più problematiche dinamiche dell’Italia dell’era della Guerra Fredda. Un Paese in bilico, ancorato al blocco occidentale ma col Partito comunista più forte d’Europa. Alleata a Usa e Regno Unito, ma con un’agenda autonoma nel Mediterraneo. Da Enrico Mattei a Aldo Moro, il partito di governo, la Dc, aveva più volte espresso battitori liberi in politica estera. L’anno prima la strage di Piazza Fontana, da autorevoli studiosi come il professor Aldo Giannuli messa in diretto collegamento con la volontà degli apparati Nato di smorzare la tensione tra l’Italia e la Grecia dei colonnelli, aveva inaugurato la “strategia della tensione”. E dietro la preparazione di Borghese all’azione nella notte dell’Immacolata si staglia l’ombra inquietante della “pista atlantica”, ovvero di numerosi falchi legati ad ambienti statunitensi e della Nato timorosi della possibile ascesa al governo dell’Italia del Pci. Nella sua opera dedicata al golpe, il “mediatore” di Borghese, Adriano Monti, cita l’ex ufficiale tedesco Otto Skorzeny, vecchio amico di Borghese molto vicino alla Cia, come uno dei maggiori sostenitori della via golpista, mentre secondo documenti dell’ambasciata statunitense a Roma nel 1970 lo stesso Monti avrebbe avvicinato nell’Urbe il finanziere americano Hugh Hammond Fenwick. Salvini cita in un’intervista al Giorno il ruolo ambiguo del servizio militare, il Sid: “Il Sid aveva naturalmente giocato un ruolo ambiguo: appoggiando apparentemente il complotto, ma registrando le voci di chi vi era coinvolto, in modo da potersene eventualmente servire in futuro come strumento di pressione”.

Il golpe, in fin dei conti, rimase tale solo sulla carta. O meglio: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano iniziò a esser messo in atto, con il raduno di centinaia di congiurati nei luoghi convenuti. Dal quartiere generale del Fronte, in via XXI aprile a Roma, Borghese dirigeva le operazioni, mentre i generali a riposo dell’Aeronautica militare Giuseppe Casero e Giuseppe Lo Vecchio presero posizione al ministero della Difesa e un gruppo armato di 187 uomini della Guardia Forestale, guidato dal maggiore Luciano Berti si diressero vicino alle sedi televisive della Rai. Pare, anche se l’interessato ha sempre smentito, che Stefano Delle Chiaie assieme a uomini di Avanguardia Nazionale fosse addirittura riuscito a saccheggiare un’armeria del Ministero dell’Interno. Ma nel cuore dell’azione, passata la mezzanotte dell’8 dicembre, un ordine superiore fermò tutto.

Non si è mai capito se fu Borghese a interrompere l’azione o se il “Principe Nero” fosse la faccia dietro cui si nascondeva un gruppo di cospirati di rango superiore. Secondo Salvini “era venuto meno l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri e degli Usa, che in Italia credevano destinato al fallimento un golpe di quel tipo”. Altre opinioni ritengono che il Sid abbia infiltrato il piano per poi, al momento dell’esecuzione, farlo naufragare su ordine del suo direttore Vito Miceli.

La trasmissione La storia siamo noi di produzione Rai, nel 2010, parlò di uno stop esplicito da parte di esponenti americani venuti a conoscenza della trama. I servizi americani, secondo l’inchiesta del programma di Giovanni Minoli, avrebbero sostenuto il golpe solo se a capo del governo post-insurrezionale fosse stato nominato Giulio Andreotti. Amos Spiazzi, comandante della colonna milanese e colonnello dell’esercito, dichiarò in seguito che il golpe avrebbe dovuto essere semplicemente un avvertimento, un segnale per spingere la Dc a mettere in atto da sé politiche liberticide e iniziare una repressione anti-comunista. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, fu Licio Gelli a impartire il contrordine ai cospiratori per farli rientrare nei ranghi. Gelli è noto esser stato tra le prime tessere del Fronte Nazionale e secondo fonti processuali avrebbe avuto l’ordine di guidare la colonna diretta contro il Quirinale. Queste teorie e queste trame si confondono e si annullano l’una con l’altra, aggiungendo confusione alla vicenda.

Gli italiani si svegliarono il giorno dell’Immacolata ignari di quanto fosse stato architettato nel Paese. Il tentativo di golpe venne reso noto dal governo italiano tre mesi dopo, il 17 marzo 1971, a mezzo di informativa alla Camera del ministro dell’Interno Franco Restivo. Lo stesso giorno il quotidiano Paese Sera aveva lanciato uno scoop giornalistico parlando della scoperta di un “complotto neofascista”. Mentre in quello stesso periodo iniziarono a essere mandati dalla procura di Roma i primi ordini di arresto Borghese, destinatario di un ordine di cattura, riparò in esilio nella Spagna franchista, ove sarebbe morto nel 1974. Da allora è scattata la classica storia fatta di depistaggi, processi-fiume, complotti e mitomani dalle cui dichiarazioni spesso uscivano mezze verità, teorie fantasiose e fatti storici difficili da ricostruire.

A mezzo secolo di distanza resta la storia-non storia del golpe Borghese. Atto conclusivo della parabola dell’organizzatore del vittorioso attacco di Alessandria, il comandante della Decima Mas divenuto cacciatore di partigiani al soldo della Repubblica Sociale Italiana, fantoccio del Reich germanico, che ripudiato come traditore dalla patria e riciclato come capo della destra extra-parlamentare si provò a re-inventare leader insurrezionale, non capendo forse di esser oggetto di macchinazioni ordite a piani più alti. Il silenzio della notte dell’Immacolata 1970, in cui milioni di italiani dormirono tranquilli ignari delle macchinazioni che andavano in corso, è paragonabile al lungo silenzio che, molto spesso, accompagna la cronaca degli anni della “notte della Repubblica“, l’era di quella strategia della tensione che tra l’attentato di Piazza Fontana e la strage di Brescia del 1974 segnò un tentativo di profonda destabilizzazione del Paese. Operata da soggetti che paranoicamente vedevano come fumo negli occhi l’ipotesi di un’improbabile svolta italiana nel campo comunista: massoni, mafiosi, elementi deviati dei servizi, “falchi” della Dc, del Partito Liberale, del Partito Repubblicano, ufficiali dei Paesi Nato, reti internazionali come l’Aginter Press facenti capo ai regimi dittatoriali di Portogallo e Grecia. Un connubio complesso le cui trame sono difficili ancora oggi da seguire. E che mostra quanto dura sia stata l’era della Guerra Fredda per un Paese ritrovatosi territorio di confine e campo di battaglia.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/golpe-borghese-50-anni-misteri-e-omissioni-1908193.html

Dante pensatore celeste, fondatore d’Italia

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In occasione del prossimo settecentenario della sua morte, esce in libreria come strenna natalizia Dante nostro padre, edito da Vallecchi (pp.224 18 euro), a cura di Marcello Veneziani, autore dell’ampio saggio introduttivo e curatore di una selezione tra tutti i suoi scritti in prosa. Ecco uno stralcio dalla sua introduzione.

Quando il mondo sembra crollare, le civiltà precipitano, i popoli sono disorientati, la solitudine globale prevale, la strada maestra è una sola: tornare al principio e ai principi da cui principiò il nostro cammino. Dante Alighieri è il nostro princeps, l’Inizio da cui discende l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civiltà. Perciò ho dedicato a lui, Dante nostro padre, un saggio e un’antologia delle sue pagine più belle in prosa. Dante è il poeta, il profeta, il fondatore, lo scrittore e il testimone originario dell’Italia nostra. È l’apice solitario in cui si incrocia il mondo classico; l’Imperium romano, il pensiero antico, la cristianità. In lui prende voce, anima e corpo la civiltà italiana come paradigma della civiltà universale. Dante è il ponte tra l’antichità e la posterità, ma anche tra l’umano e il divino, tra il sacro e la storia. Autentico pontifex, facitore di ponti, come si diceva nell’antica Roma e poi nella tradizione cattolica. Ma al tempo stesso è il precursore tradito, disatteso, inascoltato. Il maestro che non ebbe discepoli.

Se pensiamo ai grandi capolavori e ai grandi autori di tutti i tempi, nessuna opera e nessun autore può paragonarsi a Dante e alla sua opera per una ragione che trascende l’arte della narrazione, il prodigio della scrittura, la potenza delle immagini: è la capacità di trasformare il lettore, l’intenzione di condurlo in un cammino spirituale e iniziatico verso la salvezza, accompagnato per mano dall’autore medesimo che si mette in gioco nel suo racconto, di cui è protagonista, testimone e medium. Le grandi opere, i classici, sfidano l’usura del tempo e narrano storie esemplari che valgono in ogni tempo. Ma i capolavori che segnano una civiltà sono quelli che trasformano i suoi lettori.

Così Dante descrisse la sua missione nella XIII Epistola: “rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità” nel senso della beatitudine. In Dante il reale e l’ideale, la storia e l’escatologia, il mito e la teologia, personaggi storici e figure letterarie di fantasia, uomini, santi, diavoli, angeli e divinità s’intrecciano in un disegno di rinnovamento universale dell’anima, del corpo e della mente di ciascuno. Unico, irripetibile itinerario di trasformazione e di salvezza. Dante induce il suo lettore a fare un bilancio integrale della propria vita, a confrontarsi con la morte e con l’aldilà, a giudicare la propria anima e le proprie azioni in relazione al tempo e all’eternità. Nessun altro autore, nessuna altra opera spinge a guardarsi dentro e a osare oltre, in un cammino di redenzione integrale.

La grandezza incomparabile di Dante è consegnata certamente alla Divina Commedia e poi alle sue rime sparse, le sue poesie. Ma l’itinerario tra le sue opere che precedettero, seguirono e s’intrecciarono con la sua opera poetica è fondamentale per capire il suo pensiero e dispiegare la sua visione del mondo, il suo cammino iniziatico, le sue passioni civili e intellettuali, il tormentato rapporto col suo tempo, la sofferenza e le invettive di esule dolente. Quattro opere più il suo epistolario e il suo ultimo scritto costituiscono il cammino tra le stazioni cruciali dantesche: l’Amore, la Sapienza, la Lingua, la Politica, la Patria, la Terra. E sullo sfondo l’Universo, l’Impero, l’Italia e la sua Firenze. Ossia Vita Nova, Convivio, De Vulgari Eloquentia, De Monarchia, più l’Epistolario e la Questio de aqua et terra, per la prima volta comprese in un florilegio.

L’altra ragione del ritorno a Dante è civile ed è strettamente collegata alla nostra identità italiana: Dante è il Padre dell’Italia, come realtà spirituale e culturale, prima che storica e politica; colui che ha affermato la necessità di riunire le sparse e riottose membra d’Italia e far risorgere la civiltà italiana, figlia della romanità e della cristianità, erede della civilitas romana e del pensiero greco ripensato alla luce del pensiero arabo e cristiano; figlia dell’Imperium, del diritto romano e della chiesa cattolica apostolica romana.

Quello dantesco è l’amor patrio di un esule, non di un migrante; e di una patria perduta, non di un paese in cui prendere cittadinanza; è la storia di un uomo costretto a partire, a lasciare la casa, il suolo natio, a vivere il dispatrio lontano dalla sua Firenze.

Il volto grave e mansueto, l’espressione malinconica e pensosa, la bruna carnagione, i capelli neri e folti, la modesta statura che con gli anni s’incurvò, il viso lungo e il naso aquilino, i grandi occhi e le grandi mascelle, il labbro di sotto avanzato, il mento prominente in quel che chiameremmo prognatismo, detto anche “il morso inverso” (…) Dante ebbe carattere spigoloso, come il suo profilo. Esacerbato dall’esilio e dagli anni, con un forte senso dell’onore e della dignità, apparve agli occhi di Giovanni Villani, che lo conobbe di persona e poi ne scrisse nella sua storia di Firenze, definendolo “presuntuoso”, “schifo e isdegnoso” e “mal grazioso” incline a “garrire e sclamare” cioè a inveire, anche alzando il tono della voce. E soprattutto aveva uno spiccato orgoglio. È forse il tratto più “moderno” di Dante che più lo allontana dalla tradizione: quel rinunciare all’impersonalità d’autore e tendere a porsi al centro della scena e della sua stessa opera, farsi protagonista dei suoi stessi scritti, fino a sfiorare l’egocentrismo con tratti vittimistici. Orgoglio d’autore, o in una chiave più positiva, Dante metteva in gioco tutto se stesso nell’opera, si faceva testimone dei suoi versi e dei suoi testi. E pur essendo immerso appieno nella sua visione del sacro e della trascendenza, fremeva in lui un anelito incontenibile di libertà come fierezza.

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Dante pensatore celeste, fondatore d’Italia

Ecco chi ha votato il Mes. Borghi mette alla gogna i “traditori”

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Claudio Borghi attacca quelli che definisce “traditori”, i deputati che hanno votato a favore della riforma del Mes. E lo fa pubblicando su Twitter la lista completa dei deputati che hanno votato sì, con tanto di gruppo di appartenenza.

«Avete la possibilità di rimanere nella storia come qualcuno che ha difeso il proprio Paese. Approvate questo scempio? Da oggi rimangono i patrioti e quelli che nel tempo verranno additati come traditori». Lo ha affermato il deputato della Lega Claudio Borgi, intervenendo alla Camera a proposito del Mes dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo.

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https://www.iltempo.it/politica/2020/12/09/news/claudio-borghi-lega-pubblica-lista-deputati-votano-mes-traditori-25490459/

Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

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Di Matteo Castagna

Nell’enciclica Rerum novarum del 1891, Sua Santità Leone XIII avvertiva che il diritto alla proprietà privata non può mai essere inteso in senso assoluto, tuttavia sottolineava che, “affrancando l’uomo dalla precarietà, il diritto di proprietà è la condizione di una libertà reale”.

La Chiesa ha sempre mantenuto inalterata questa linea, anche quando, nel corso del tempo si sono verificati periodi difficili e crisi economiche. La denuncia sia del comunismo sia del liberismo, in nome del principio di sussidiarietà, non ha mai intaccato il diritto alla proprietà privata, in quanto, senza di essa, non c’è autentica libertà.

Sua Santità Pio XII, a mezzo secolo dalla Rerum novarum, ricordò che compito della Chiesa non è proporre sistemi sociali ed economici, ma “giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile, che Dio creatore e redentore ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della rivelazione”.

Il vaticanista Aldo Maria Valli ricorda, a ragione, che la chiave è l’equilibrio. “Senza dubbio – insegnava Pio XII – l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata e il libero reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni, come pure la funzione regolatrice del potere pubblico su entrambi questi istituti”.

Anche io, come Valli, sono sempre rimasto colpito dall’ultima parte della parabola del Buon Samaritano, quando egli chiede all’albergatore di prendersi cura del viandante: “Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

In queste parole, c’è un’evidente insegnamento di “economia politica” che ci viene direttamente dalle parole di Gesù: il samaritano, infatti, non fa tanti bei discorsi sull’assistenza, non filosofeggia di socialismo reale, ma mette mano al portafoglio.

Non si appella alla burocrazia assistenziale, come farebbe la sinistra globalista o come insegnerebbe certo buonismo curiale in salsa Ong, ma estrae due denari.

Il samaritano può essere tanto buono e caritatevole, e può dare efficacia alla sua scelta morale, perché ha disponibilità economica, che non avrebbe potuto realizzare se fosse stato un poveraccio.

Ed è per questo che l’ode del pauperismo non può essere di matrice cattolica, ma è ideologia veterocomunista, tanto ipocrita quanto poco credibile.

San Tommaso d’Aquino ha trattato l’argomento nella Summa Theologica (STh 2-2, q.66, a.1-2 ) facendo derivare le sue logiche considerazioni da quelle di Aristotele.

Nel trattato di teologia morale, dopo essersi soffermato a esaminare la giustizia, l’Aquinate passa all’esame dei peccati contro questa virtù. Decide di iniziare dai casi di danni inferti al prossimo nelle cose. Dunque, per occuparsi della iustitia occorreva stabilire il ruolo dello ius (diritto), così la quaestio dedicata al furto e alla rapina doveva cominciare dalla disamina del possesso e della proprietà. Il superamento della difficoltà rilevata occorrerebbe rintracciarlo nella distinzione dei due modi di intendere i beni: la loro natura non è soggetta al potere dell’uomo; altra cosa è il loro uso. Il teologo può affermare: Iddio, il quale signoreggia sulle cose, ha messo sotto i piedi degli uomini tutto ciò che fa parte della natura (cfr. Sal 8, 7) perché ha fatto di essi lo scopo della creazione. Tuttavia, pur senza far richiamo alla sanzione soprannaturale, è facile rilevare che l’uomo padroneggia naturalmente sui beni, in questo senso; che grazie alla sua ragione e volontà può servirsi di essi per il proprio vantaggio (ad suam utilitatem), come se fossero creati proprio per lui.

San Tommaso ha voluto richiamare l’argomento di Aristotele; che le cose meno perfette servono sempre ai più perfetti e questo, secondo entrambi i pensatori, univocamente sta a favore della tesi che il possesso dei beni è cosa naturale per l’uomo. Questi non è il creatore della loro natura, ma per loro natura, possono servire ad appagare i propri bisogni congeniti.

Da un lato, in effetti, la proprietà non è naturale per l’uomo, nel senso che lo ius naturale non definisce la divisione giuridica del potere sui beni messi a disposizione dell’uomo. La divisione si effettua soltanto sulla base delle regolamentazioni assunte ossia dello ius positivum.

Di qui scaturisce che la proprietà non è in opposizione al diritto naturale ma lo completa grazie alle deduzioni della ragione umana. Un immobile concreto per se stesso non esige che sia proprietà di qualcuno.

Tuttavia, la considerazione sull’uso sicuro di esso o sulla coltura dei campi consente di riconoscere che dovrebbe essere pertinente piuttosto a questa persona anziché a un’altra. D’altro canto, non c’è dubbio che il trattenere dei beni in proprietà sia addirittura necessario per la vita degli uomini.

Ognuno ha una cura migliore delle proprie cose. Allorché la proprietà appartiene a tutti o a parecchi, volentieri viene evitato il lavoro lasciando agli altri la cura di ciò ch’è comune, come avviene quando la servitù è molto numerosa. Il diritto di proprietà è sottoposto all’utilità dell’individuo ma anche a vantaggio della comunità. (Cit. “Possesso e proprietà nel pensiero di san Tommaso” di Franciszek LONGCHAMPS DE BÉRIER)

Difatti, la società, nell’interesse dei singoli che la compongono, decide di tutelare giuridicamente la proprietà. Da qui, per quanto fondamentalmente utile sembri la garanzia della libertà a far uso dei propri beni, risulta difficile sostenere che i comportamenti socialmente svantaggiosi, debbano restare esenti dall’ingerenza giuridica esterna. E non deve meravigliare nessuno il riferimento all’utilitas.

Il globalismo, o social-comunismo, così come il liberismo sfrenato non contemplano queste caratteristiche del diritto naturale, pertanto portano ad un’evidente condizione disumana. Probabilmente è qui il motivo per cui il comunismo è definito come “intrinsecamente perverso” ma pure la proprietà privata non normata al fine ultimo dell’uomo diviene figlia del Serpente, spesso usuraio, e del potere economico in mano a poche famiglie, condannato dalla mirabile ed attualissima Enciclica “Quadragesimo Anno”, di Sua Santità Pio XI (1931).

Se tornassimo davvero alle nostre radici classico-cristiane, non avremmo problemi a riconoscere ed evitare gli errori, anche in materia socio-economica.

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Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

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Non ci resta che emigrare. L’Italia è ormai diventata il luogo della paura. Non più un Belpaese, con i suoi pregi e difetti ma un Paese spaventato e basta dove la maggioranza dei suoi abitanti si dice disposta a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare.

La fotografia, sconsolante, arriva dall’ultimo Rapporto del Censis secondo il quale il 57,8% degli italiani sarebbe disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della salute collettiva. “Meglio sudditi che morti” annota il Censis per descrivere questa fotografia nazionale del 2020. Che tristezza. Già contrapporre libertà e salute è di per sé la fine di una democrazia perché costringe il popolo a far scendere l’asticella delle proprie libertà in nome della sopravvivenza. E basta. Un meccanismo medievale, primitivo, di cui prima o poi la classe dirigente politica e le élite nazionali (giornali e giornalisti compresi) dovranno essere chiamati a rispondere. Come se non bastasse poi l’analisi del Censis dà un ulteriore colpo a questo stare insieme italiano e ci dice che il 38,5% dei nostri connazionali sarebbe pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico.

Fermiamoci un attimo a riflettere su queste considerazioni: che futuro possono avere un Paese ed una democrazia con sentimenti del genere? Secondo noi nessuno. Se la paura diventa la realtà pervasiva di tutto il nostro vivere, beh a quel punto nulla esiste più. E guardando al passato delle libertà conquistate con fatica dagli uomini e dalle donne, nella storia, ebbene non sarebbero mai esistite la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, il Risorgimento e la Resistenza. Stiamo perdendo la sovranità sulle nostre vite con il nostro consenso. E diventando i gendarmi ed i delatori dei nostri vicini. Siamo, insomma, al suicidio collettivo dell’Occidente causa coronavirus.

E sia chiaro da subito, noi non siamo negazionisti: il virus c’è e va combattuto ma non buttando a mare ciò che siamo, la nostra identità, il nostro gusto per la libertà. Il Censis ci offre anche altre considerazioni interessanti: il 77,1% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine (che vanno indossate, ci mancherebbe!) ed il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro. Che aggiungere ancora? Abbiamo costruito in pochi mesi una società che si regge soltanto sulla paura e sulla ricerca delle colpe (degli altri). Tra le tante vittime del coronavirus in questo maledetto 2020 – ahinoi – c’è anche la democrazia.

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Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

L’amore verso Dio e il prossimo traspare anche dalla castità

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Oggi è sotto gli occhi di tutti la realizzazione della profezia di San Paolo: si vuole proibire il matrimonio e si vuole imporre la dieta vegana. Si può ricordare, per esempio, la propaganda animalista e tutti gli strabici divieti da idioti che si fanno, come proibire l’agnello pasquale o le carni o i latticini o le cinture di cuoio.

Il matrimonio eterosessuale e monogamico è impedito, ostacolato, minato alla base, sostituito da convivenze senza obblighi di sorta. L’idea di famiglia tradizionale non esiste più, ma è sostituita da qualunque unione di persone e pure con animali domestici. 

“La lotta finale tra Dio e Satana sarà sulla famiglia” scrisse Lucia di Fatima allo scomparso cardinale italiano Carlo Caffarra (che fu a capo del Pontificio Istituto per la Famiglia). 

Questo Istituto oggi è stato completamente rifatto e smodellato, tanto da non corrispondere più alle linee di Giovanni Paolo II lo aveva fondato ed è in mano a Monsignori favorevoli allo sdoganamento della omosessualità, come accade per il giornale dei vescovi italiani “Avvenire” e, ancor più tragicamente, a livello internazionale con il quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” e il quindicinale mondiale dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”, che si mostrano spesso gay-friendly. 

Sappiamo, invece, come la depravazione della pratica omosessuale sia molto diffusa, ma sappiamo anche che coloro che hanno questo orientamento tendono ad accettarlo e giustificarlo! 

Il vero rimedio non è né la trasparenza né la tolleranza zero, ma solo la conversione dei soggetti. Tutti i sacerdoti del pianeta, dediti ad attività sessuali (di natura eterosessuale o omosessuale), supportati dai mass media compiacenti e anticristiani, spesso dimenticano un particolare essenziale: hanno violato i voti di celibato e castità. Avrebbero potuto, e molti ancora potrebbero, essere leali con se stessi e soprattutto con Dio, semplicemente spogliandosi dell’abito talare (si fa per dire, perché oramai quasi più nessuno indossa la talare…). Tuttavia molti hanno preferito, e continuano a preferire, la perpetuazione di tali violazioni trincerandosi dietro il ruolo sociale di ministro di culto o simili diciture. In tal modo, stipendiati dalla Chiesa (attraverso la congrua), continuano a compiere le loro attività sessuali, assolutamente non compatibili con l’ideale di vita da loro scelto liberamente e senza che nessuno li abbia costretti a diventare chierici e, si presume, non per paura delle donne o per avversione al matrimonio!, ma per conoscere, amare e servire Dio per poi goderlo nell’eternità.

La castità consacrata è una espressione della purezza di cuore che unisce i chierici a Cristo ed ai fratelli nella fede. L’amore verso Dio e il prossimo traspare anche dalla castità, segno di profonda fedeltà alla Santissima Trinità.

I crimini compiuti dagli abusatori sessuali, in gran parte di matrice omosessuale, “offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa. Questo diventa possibile solo con la grazia dello Spirito Santo effuso nei cuori”. Così J. M. Bergoglio, che ha invitato i vescovi ad esercitare la loro autorità e sacra potestà, per edificare “il proprio gregge nella verità e nella santità”. E questo deve essere fatto, “in maniera più stringente” per tutti coloro che “in diversi modi assumono ministeri nella Chiesa, professano i consigli evangelici o sono chiamati a servire il Popolo cristiano”, affinché si prevengano e contrastino certi “crimini che tradiscono la fiducia dei fedeli”. 

La pratica dell’omosessualità, quelli dei chierici in particolare, è intrinsecamente perversa, peccato mortale: uccidono l’anima e meritano l’Inferno. L’unico rimedio è il pentimento, la vera conversione a Dio, vivere i Sacramenti come insegna la Chiesa. Tutto il resto è fumo: fumo di Satana.

 

Leonardo Motta

«Ho deciso di combattere»: Mons. Viganò un leone, noi lo sosteniamo!

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Occorre tenere bene a mente la differenza che intercorre tra il pastore e il mercenario – cujus non sunt oves propriae (Gv 10, 12) – perché proprio nella diversità del loro comportamento si distingue e definisce colui che ha a cuore il gregge e chi viceversa, al sopraggiungere del lupo, fugge. Servire la Chiesa significa anzitutto comprendere che la vita del cristiano è una militia, e che a maggior ragione questo vale per coloro che la Provvidenza si è degnata di chiamare nei gradi dell’ordine sacerdotale. Immagino che questo suoni quasi blasfemo per i fautori del buonismo e del pacifismo amorfo. Eppure, è stato Nostro Signore stesso a ricordarci di non essere venuto a portare la pace, ma la spada (Mt 10, 34). Alla Chiesa di Laodicea ha rivolto questo severo monito: “Poiché sei tiepido, non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3, 16). E san Paolo ce lo ribadisce: “Bonum certamen certavi”(2 Tim 4, 7).

La vita cristiana è vita di battaglia: contro la carne, contro il mondo, contro il diavolo. La carne, in ragione del peccato originale e della conseguente inclinazione al male; il mondo, che oggi è additato come “luogo teologico” mentre è il regno del Nemico, il diavolo, che ha come unico scopo quello di pervertire quante più anime può, allontanandole dalla salvezza eterna. Mi ritrovo quindi, quamvis indignissimus, a rispondere alla mia vocazione. E nonostante l’età avanzata non posso sottrarmi alla chiamata di Dio: non l’ho fatto il giorno in cui ho iniziato la mia vita sacerdotale; non lo farò ora che, come successore degli apostoli, presto dovrò rispondere dinanzi a Dio non solo di me stesso, ma anche del gregge di Cristo.

Se posso permettermi una confidenza, credo di non avere mai sentito tanto forte, tanto coinvolgente ed entusiasmante, ma anche tanto grave e incombente la mia responsabilità di vescovo. Nostro Signore, infatti, “ha voluto nella sua Chiesa l’autorità personale e l’ha istituita personale. Invece, dopo il Concilio, assistiamo a un gigantesco tentativo di spersonalizzazione dell’autorità: da personale quale essa è per diritto divino, la vediamo parlamentarizzarsi, collegializzarsi, si potrebbe dire sovietizzarsi” (padre R.Th. Calmel o.p., Breve apologia della Chiesa di sempre), sinodalizzarsi – aggiungo io – con gravissime conseguenze sulla missione della Chiesa e sul suo ruolo nella scena del mondo.

Quello che ho cercato di compiere a servizio della Santa Sede e dei pontefici che si sono avvicendati, con la prudenza richiesta dal delicato incarico di nunzio apostolico e con lo zelo pastorale che mi ha animato nelle varie missioni svolte, lo compio con non minore convinzione e ardore ancora oggi; direi anzi, con la consapevolezza di aver ritrovato l’entusiasmo e il coraggio del munus che mi è stato conferito. Un entusiasmo che attinge nel mio Signore la sua fonte, il suo sviluppo e il suo compimento: in Dio, qui laetificat iuventutem meam.

Mi sia concesso citare un brano di santa Teresa del Bambino Gesù:

“Signore, Dio degli eserciti, che ci hai detto nel tuo Vangelo: ‘Non sono venuto a portare la pace, ma la spada’, armami per la lotta. Io brucio dal desiderio di combattere per la tua gloria; ma, te ne supplico, fortifica il mio coraggio. Potrò allora esclamare con il Santo re David: ‘Tu solo sei il mio scudo; sei Tu, Signore, che addestri le mie mani alla guerra!’ O mio Gesù, lotterò dunque per il tuo Amore fino alla sera della mia vita. Poiché Tu non hai voluto gustare riposo sulla terra, voglio seguire il tuo esempio, e spero così che si realizzerà per me la promessa uscita dalle tue labbra divine: ‘Se qualcuno mi segue, là dove Io sono, là sarà anche lui, e il Padre mio lo onorerà’ (Gv 12, 26). Essere con Te, essere in Te, ecco l’unico mio desiderio! La certezza che Tu mi dai del suo esaudimento mi fa sopportare le amarezze dell’esilio, nell’attesa del giorno radioso dell’eterno faccia a faccia!”.

Spero che questi miei scritti possano aiutare i lettori a capire che il mio scopo ultimo, ciò che muove e vivifica il mio impegno di vescovo, è l’amore indiviso per la Chiesa, Sposa dell’Agnello immacolato, e la volontà implacabile di battermi per difenderla e liberarla dai suoi nemici. Con l’aiuto di Dio, sotto l’egida della Regina delle Vittorie.

“Tale è la nostra fede nella Chiesa: una e santa, senza macchia, né rughe, senza lentezze, né invecchiamenti, senza pressapochismi, né insufficienze; senza complicità con l’errore né accomodamenti al peccato, senza ingenuità o stoltezze di fronte ai sofismi capziosi o alle organizzazioni occulte d’una falsa chiesa, d’una chiesa apparente. La Chiesa nella quale crediamo è sempre pronta per tutte le ore del tempo di Salvezza; invulnerabile agli errori e ai peccati del mondo, d’una misericordia che niente stanca per le anime che ricorrono ad essa. Il suo viso e il suo cuore custodiscono inalterata l’immagine di Nostra Signora, la Vergine Madre di Dio, che è il suo rifugio, sua Madre e sua Regina” (padre R.Th. Calmel o.p.).

+ Carlo Maria Viganò

Carlo Maria Viganò (a cura di Aldo Maria Valli), Nell’ora della prova. «Volete andarvene anche voi?», Chorabooks, Hong Kong 2020, pp. 403-406.

Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

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Sono poche righe, scritte da un signore, Guido Bertolaso, che di emergenze ne ha viste molte. E sono un commento a caldo riferito alle chiusure natalizie. Non si potrà certo accusare di essere lunare, non si potrà certo accusare di non considerare i nostri morti. È un formidabile J’accuse che dovete leggere. Eccolo:

“Ecco fatto: segregati in casa per tutte le feste, anziani abbandonati, turismo demolito, nazioni confinanti strapiene di sciatori, decessi fra i più alti del mondo, e lo saranno ancora per settimane.
Strillate per i morti negli Usa? Il rapporto di popolazione fra noi e gli americani è di 5,5. I nostri 993 che abbiamo perso ieri fanno in proporzione 5.461 poco più del 50% degli Usa!! Lo sapete quanti giorni di scuola hanno fatto i liceali della Campania dal 4 marzo scorso ad oggi? 14.

Tutto questo perché il Governo non è stato in grado di gestire la seconda ondata che loro stessi avevano previsto. Continuano a chiamarla EMERGENZA, a quasi un anno dall’inizio della pandemia. Chiamiamola con il giusto nome: INCOMPETENZA. I Covid hospital della Fiera di Milano e di Civitanova Marche sono pieni da settimane (purtroppo) ma erano inutili giusto?

Il Presidente del Consiglio continua a fare conferenze a reti unificate senza contraddittorio, ignorando l’esistenza del Parlamento e omettendo di usare l’unica parola che dovrebbe pronunciare: SCUSATECI”.

Nicola Porro, 4 dicembre 2020

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Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

Il ritorno allo Stato servile

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La questione sociale della dignità del lavoro è stata sempre materia centrale del magistero della Chiesa nel corso dei secoli, possiamo realmente dire che l’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, seppur, come diremo in seguito, nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna.

Nel corso della formazione della civiltà cristiana si delineano due dimensioni proprie del lavoro: quella inerente alla fatica del lavoro, inteso, pertanto. come forma di espiazione; e quella inerente alla dignità di ogni singola prestazione lavorativa, indipendentemente dalle mansioni svolte.

In quest’ottica ogni lavoro acquista un valore e coopera alla realizzazione del bene comune.

Inoltre, caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

In epoca recente questa particolare attenzione alla questione sociale e del lavoro viene in luce sotto il pontificato di Leone XIII.

Papa immediatamente precedente a San Pio X, venne eletto pontefice nel 1878, in pieno conflitto tra lo Stato Italiano e la Chiesa.

All’epoca, la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone propose il cattolicesimo sociale, volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato, della libertà e della democrazia (concetti che verranno poi ampiamente ripresi dal Beato Giuseppe Toniolo).

Il suo lascito più importante è certamente l’Enciclica Rerum Novarum, con la quale la Chiesa prendeva una posizione chiara e netta sulla questione sociale, costituendo per i cattolici una sorta di “Magna Carta del lavoro”.

Anche Papa Francesco ha mostrato, fin dall’inizio del suo pontificato, di avere molto a cuore le questioni di carattere economico-sociale ed inerenti al diritto al lavoro, specie per i giovani che senza di esso non possono realizzarsi o immaginare di mettere su una famiglia: “La dignità – ricordava il Papa all’udienza generale del primo maggio 2014 – non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!. La dignità ce la dà il lavoro! e un lavoro degno, perchè oggi tanti sistemi sociali, politici ed economici hanno fatto una scelta che significa sfruttare la persona”.

Parole ancora più forti sono sta pronunciate di recente dal Pontefice, in un periodo storico in cui l’economia mondiale è afflitta da una pandemia di cui non si riesce a vedere la fine.

All’udienza generale del 26 agosto scorso, così si esprimeva: “Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua – questa è la malattia – che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità”.

Analoghe considerazioni le possiamo trovare in un saggio – scritto più di cento anni fa –  dello scrittore cattolico Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”.

Nel testo l’autore individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo.

Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc, spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Per capire bene questo passaggio, bisogna fare qualche passo indietro.

Nel libro, infatti, l’autore afferma come con la fine dell’impero romano, a seguito del mutato assetto di interessi, e di un nuovo modello economico permeato dai valori cristiani, venne progressivamente a ridursi la grande proprietà terriera di epoca classica, che faceva leva su una grande manodopera di schiavi ed era organizzata in quelle che erano generalmente conosciute come ville.

Si andavano perciò formando una serie di regole, consuetudini, istituzioni, che avrebbero permesso, nel corso dei secoli, allo schiavo ed ai suoi discendenti di affrancarsi dal proprio padrone: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano progressivamente questo carattere di libertà si faceva più marcato”.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce Stato servile, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello Stato servile, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari della Poor Law dello Stato tudoriano e vittime del suo crescente dispotismo.

I risultati di questo processo, furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista.

Individui sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero.

Per Belloc, la soluzione non può essere nemmeno la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome dell’umanitarismo e della sicurezza sociale.

Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”.

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove.

Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

DA

Il ritorno allo Stato servile

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