Sembra di rivedere il personaggio del Manzoni che diceva “Adelante Pedro con judicio”, ricordate quando ce lo spiegavano i professori: vai avanti però non troppo veloce perché non si sa mai. Ecco, se c’è un’idea di un’Italia che non deve correre, che deve essere impastoiata nelle prebende dell’assistenzialismo spicciolo, questa è l’immagine che viene fuori dall’ultimo piano del Recovery fund. Ci sono 142 microprogrammi che poi devono essere declinati in ulteriori rivoli. Quindi praticamente una pioggerellina, neanche una pioggia, ma una pioggerellina tardo autunnale veramente fastidiosa e niente che possa far riprendere l’Italia. Ecco alcune chicche.
Se parliamo di riforma della giustizia, il programma prevede interventi per ridurre il carico di lavoro che grava su ogni singolo magistrato, quasi come se fosse un lavoro usurante da metalmeccanico. Mettiamo la pressa per sostituire la fatica di utilizzare il martello.
Se parliamo di cultura per i nostri giovani, al capitolo dedicato al contrasto dell’abbandono scolastico viene dedicata la bella cifra di 90 milioni di euro. È un mistero come si si possa contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, di migliaia di giovani emarginati nelle periferie, senza collegamento al computer, con la farsa della didattica a distanza con quattro spiccioli. Magari saranno utilizzati per organizzare lezioni di recupero?
Se parliamo di risistemazione delle infrastrutture, ecco che parliamo di “messa in sicurezza delle strade con progetti digitali”. Quindi non riempiamo le buche nell’asfalto delle nostre strade, casomai l’asfalto fosse troppo inquinante, ma facciamo collegamenti informatici in maniera tale che l’assessore di turno possa avere un sms in tempo reale quando cade il ponte. Magari, così, non deve aspettare la notizia portata dalla protezione civile Continua a leggere
Con la doverosa premessa per cui noi non siamo assolutamente dei “no vax”, ma persone che amano la verità e la ricerca. Ci hanno nascosto qualcosa sull’argomento? Guardate il documentario qui sotto trasmesso dalla TV svizzera in materia
Segnalazione dell’Avv. R.G.
La storia di come l’AIDS sia arrivato all’uomo a causa della follia di un ricercatore che, nonostante le prove evidenti, fu protetto dalla classe politica e scientifica. Chi soffre e coloro che sono morti hanno una causa: chi vedrà il documentario faccia un’attenta valutazione prima di esprimere il suo giudizio:
Scintille nella maggioranza, ma sono petardi di carta. Vuoi perché la maggioranza non c’è, c’è una faida interna che manco ai tempi della vecchia Balena Bianca; vuoi perché nessuno si sogna di staccare la spina, come ammette Renzi, il Signore dei garbugli: il Parlamento pieno di verginelle incinte ma appena appena, come l’ineffabile senatoreFaraone che, a parole, striglia il governo, che come parlamentare Italovivo sostiene, con accenti che manco un Salvini in astinenza da Nutella.
E si capisce: tutti sono terrorizzati all’idea che la legislatura naufraghi prima di maturare la pensione a vita. Vanno capiti, è gente che ha sbancato al Jackpot della vita, non sanno fare niente e niente torneranno a fare, il loro slogan è: “È tanto che aspettavo un’occasione così”. Quindi farciscono i media di interviste stentoree in cui, in particolare i renziboys & girls, minacciano di ritirarsi come non ci fosse un domani: però domani, sempre domani. Domani è un altro giorno, si medierà. Tanto c’è il lockdown a ore, a fasi, a strisce che provvidenzialmente blocca tutto, in politica perdere tempo è guadagnare tempo, poi se il paese affoga nella morta gora, peggio per il paese: un modo per scaricare il barile della colpa si trova, si trova, sui governi di prima, sul riscaldamento globale, su Trump, sui sovranisti, sulle scie chimiche, sulle macchie solari, sul destino cinico e baro.
Indietro, Savoia! Tra i più angosciati, quelli di Leu, formazione che aveva annunciato la propria autodissoluzione, ma sono i misteri del Palazzo, nella persona massiccia di questo Fornaro che un giorno sì e l’altro pure, con l’orrore negli occhi, scandisce vista telecamere: “Una crisi oggi sarebbe un atto di irresponsabilità verso il popolo”. Sempre loro, questi compagni: si preoccupano per il popolo, cioè il popolo sono loro.
Responsabili alla buona, anch’essi tengono famiglia, prole, sono proletari non per niente, del resto il vecchio Carlo Marx l’aveva detto: “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Capacità in senso spaziale, come stoccaggio, ma questo si son sempre dimenticati di precisarlo. Se son primule fioriranno, se son Draghi soffieranno, se son vaccini immunizzeranno ma scordatevi il futuro, sarà come il passato.
La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.
Fattore Biden
Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.
Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.
Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.
Renzi mosso da Joe
Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.
Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.
20 D. Che festa è l’Epifania del Signore?
R. L’Epifania è la festa istituita per celebrare la memoria di tre grandi misteri, de’ quali il primo e principale è l’adorazione de’ Magi; il secondo è il Battesimo di Gesù Cristo; il terzo, è il suo primo miracolo nelle nozze di Cana in Galilea.
21 D. Perché la festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo, e del suo miracolo si chiama Epifania?
R. La festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo e del suo primo miracolo si chiama Epifania, che vuol dire apparizione, o manifestazione, perché in questi misteri chiaramente si manifestò agli uomini la gloria di Gesù Cristo.
22 D. Chi erano i Magi?
R. I Magi erano personaggi ragguardevoli dell’Oriente che attendevano allo studio della sapienza.
23 D. Perché vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo, perché, essendo comparsa una nuova stella, conobbero per ispirazione divina essere quella indizio della nascita del re de’ Giudei, salvatore degli uomini.
24 D. In qual luogo vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo in Betlemme.
25 D. Come seppero i Magi che Gesù cristo era nato in Betlemme?
R. I Magi andarono in Gerusalemme, città capitale della Giudea, dove era il tempio santo di Dio, ed ivi seppero dai sacerdoti, che il Messia doveva nascere in Betlemme secondo le profezie.
26 D. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, chi li condusse a Betlemme?
R. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, li condusse a Betlemme la stella già da loro veduta in Oriente, che camminò avanti di loro, e non si fermò finché essi non giunsero al luogo, dove era il divin Pargoletto.
27 D. Che cosa fecero i Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo?
R. I Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo, lo adorarono, e gli presentarono oro, incenso, e mirra, riconoscendolo in questa maniera come vero re, vero Dio e vero uomo.
28 D. Che cosa dobbiamo noi fare per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa?
R. Per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose:
1 riconoscere nella vocazione de’ Magi, che furono i primi gentili chiamati alla cognizione di Gesù Cristo, le primizie della nostra vocazione alla Fede, e ringraziare il Signore d’averci fatti cristiani;
2 pregar Dio ad estendere il gran dono della Fede a quelli che ne sono privi;
3 eccitarci all’amore di Gesù e risolvere di seguire prontamente le divine ispirazioni;
4 offerirgli ad esempio de’ Magi qualche tributo della nostra divozione colla pratica della limosina, della orazione e della mortificazione cristiana.
The U.S. killed Iranian Maj. Gen. Qassem Soleimani in a targeted drone strike in Baghdad. A U.N. investigator says the action violated Iraq’s sovereignty. Here, protesters in Tehran, Iran, hold up an image of Soleimani during a demonstration on Jan. 3.
In una recente intervista apparsa sulle colonne del sito di informazione russo Sputnik, Monsignor George Abu Khazen, Vescovo latino di Aleppo, ha lanciato un accorato appello in cui, oltre a sottolineare l’essenza criminale del regime sanzionatorio imposto alla Siria dal Caesar Act statunitense, ha espressamente richiesto agli Europei di non seguire più Washington sulla strada dell’aggressione economico-militare al Paese levantino.
Infatti, secondo Abu Khazen, il regime sanzionatorio, colpendo in primo luogo le fasce più povere della popolazione e le minoranze, ha creato un disastro peggiore dell’occupazione della città da parte dei gruppi terroristici a loro volta foraggiati dall’“Occidente”[1]. Il prelato, inoltre, nella medesima intervista afferma con grande franchezza come la Siria non necessiti di aiuti particolari. In Siria c’è grano e petrolio a sufficienza per tutti. Tuttavia, l’occupazione nordamericana della parte nordorientale del Paese (l’area più ricca di risorse) impedisce ogni reale ricostruzione[2].
All’accorato appello contro il regime sanzionatorio, il Vescovo di Aleppo ha aggiunto una denuncia delle condizioni delle popolazioni cristiane che rimangono ancora ostaggio dei gruppi terroristici (sotto protezione turca) nell’area di Idlib: una comunità che vive ormai da quasi due millenni nelle prossimità del fiume Oronte ormai ridotta a qualche centinaio di persone a cui viene impedito sistematicamente non solo di praticare la propria fede ma anche di lavorare nei campi.
L’appello di Monsignor Abu Khazen impone in primo luogo due tipi di riflessione. La prima è legata al fatto che, nonostante la stucchevole retorica propagandistica dell’“amministrazione pacifista” e “non interventista”, la presidenza Trump, in termini geopolitici (senza entrare nel merito della lotta tra apparati di potere che ancora oggi divampa a Washington), si è mossa su diversi teatri in sostanziale continuità con quella del predecessore Barack Obama. E questo perché i processi geopolitici si muovono spesso e volentieri in modo autonomo rispetto allo stesso inquilino della Casa Bianca, che, nel caso di Trump, ha fatto ben poco per ostacolare il circolo vizioso generato dal complesso militare-industriale e da quella “sindrome di privazione del nemico” che ha afflitto la NATO dopo il crollo dell’URSS.
È addirittura superfluo dover ricordare, ancora una volta, come le aggressioni economiche, da Tucidide fino a Carl Schmitt, vengano ritenute a tutti gli effetti come “atti di guerra”. Una pratica alla quale negli ultimi quattro anni si è dovuto assistere in innumerevoli occasioni (oltre alla Siria, si possono citare i casi dell’Iran, della Cina, ed il prolungamento e rafforzamento del regime sanzionatorio alla Russia ed al Venezuela) e che era stata ampiamente preventivata nel celebre discorso di Barack Obama di fronte ai cadetti di West Point del 2014. In quella occasione, l’ex Presidente nordamericano affermò la necessità della riduzione dell’intervento militare diretto da parte statunitense (troppo costoso) ed il ricorso in caso di una minaccia non diretta ad azioni multilaterali, all’isolamento ed alle sanzioni nei confronti del “nemico”[3].
È altresì superfluo dover ricordare come il tanto ostentato ritiro dalla Siria non sia in realtà mai avvenuto. Oggi è noto che il Pentagono, nel corso dell’amministrazione Trump, ha scientemente nascosto il numero reale della presenza militare USA tanto in Siria quanto in Iraq ed Afghanistan, sia per portare avanti la retorica della “fine delle guerre infinite”, sia per evitare al contempo che tale evenienza si realizzasse concretamente. Se è vero (forse) che il numero reale delle unità militari probabilmente è stato nascosto allo stesso Presidente (cosa di per sé non particolarmente sconvolgente per chi conosce i meccanismi che muovono gli apparati di potere nordamericani)[4]: è altrettanto vero che è stato Donald J. Trump ad autorizzare le incursioni nei Paesi in questione (compresa quella che ha assassinato Qassem Soleimani) ed i suddetti atti di guerra economica[5]. Senza considerare che, dati alla mano, nei casi di Afghanistan e Yemen l’amministrazione Trump ha sganciato addirittura più bombe di quelle che l’hanno preceduta, con il picco di 7.423 ordigni nordamericani sganciati sul Paese centroasiatico nel solo 2019[6].
Va da sé che, al momento, non sembra affatto ci siano margini entro cui la nuova amministrazione possa muoversi in una direzione diversa dalle precedenti. Se l’amministrazione Trump ha estremizzato delle posizioni che si sono configurate sotto Barack Obama (ad esempio, il contenimento della Cina), appare evidente che l’amministrazione Biden-Harris si muoverà sulla falsariga di quelle precedenti.
La seconda riflessione che ispira l’appello del Vescovo di Aleppo, oltre al richiamo ad un’Europa succube del volere nordamericano[7], è legata ad aspetti più prettamente storico-ideologici e religiosi. Ed effettivamente qui entra in gioco la figura del Generale Martire Qasem Soleimani.
Il Presidente Bashar al-Asad ha spesso fatto riferimento all’importanza della comunità cristiana per l’essenza ed il carattere sovrano della Siria. Di fatto, il territorio che oggi corrisponde al Paese levantino, oltre ad aver costituito sin dall’antichità un centro di irradiamento culturale e religioso di primo piano come nel caso della diffusione del culto solare (“provvidenziale intervento dall’Oriente” per René Guénon) nell’Impero romano, ha influito, con i suoi teologi, in modo determinante sull’evoluzione della stessa dottrina cristiana; basti pensare all’opera di San Giovanni Damasceno, espressione perfetta di un cristianesimo propriamente orientale e ricco di influenze eurasiatiche.
Nel corso dei secoli il paese ha conosciuto in particolar modo uno sviluppo esteso del culto mariano. Un culto dimostrato dalla presenza di innumerevoli santuari dedicati alla Madre di Gesù e sopravvissuti negli anni del conflitto a saccheggi e distruzioni. Uno dei più importanti senza ombra di dubbio è il monastero di Saidnaya (Signora della Caccia in siriaco), appartenente al Patriarcato ortodosso di Antiochia e meta di pellegrinaggio anche per i musulmani. La storia di questo monastero è emblematica riguardo al carattere sacro e tradizionale della presenza cristiana in Siria. La leggenda narra che l’imperatore bizantino Giustiniano I, impegnato in una battuta di caccia nell’area, smarrì la via nei dintorni di Damasco rischiando di morire a causa della disidratazione. La sete venne placata grazie all’aiuto di una gazzella, successivamente identificata da Giustiniano come un messo angelico mariano, che lo condusse ad una fonte d’acqua su quella stessa roccia su cui l’Imperatore volle in seguito far costruire il santuario. Ed all’ingresso del santuario vennero iscritte le parole tratte dal Libro dell’Esodo: “togli le scarpe dai piedi, poiché il luogo in cui ti trovi è terra santa”[8].
Ora, riprendendo il concetto secondo il quale geografia sacra e geopolitica spesso si sovrappongono, è bene sottolineare che la regione nella quale si trovano i principali centri di culto cristiani in Siria (da Saidnaya a Maaloula) possiede anche un valore geostrategico di notevole importanza. Osservando una mappa del Levante, si noterà facilmente che quest’area corrisponde a quelle montagne di Qalamoun, lungo il confine tra Siria e Libano, al di là delle quali si trova la Valle della Bek’a che costituisce (storicamente) uno dei principali centri di irradiamento dell’attività di Hezbollah. Tale regione, punto di collegamento tra Libano e Siria (e dunque anche di rifornimento tra Beirut e Damasco) è stata a lungo oggetto di contesa tra i gruppi terroristici che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e le forze lealiste (l’Esercito Arabo Siriano con le milizie ad esso collegate) ed i loro alleati (Hezbollah e le Forze Quds comandate proprio da Qassem Soleimani). Damasco ed i suoi alleati hanno lanciato nel corso del conflitto almeno tre diverse operazioni militari per liberare questa fondamentale regione, infliggendo gravi sconfitte tanto al sedicente “Stato Islamico” quanto alle forze legate ad al-Qaeda. In particolare, l’offensiva dell’agosto 2017 portò alla prima grande sconfitta dello “Stato Islamico” sul suolo siriano, alla resa di un cospicuo numero di miliziani dell’entità terroristica, ed alla liberazione di una larga fetta di territorio lungo il confine siro-libanese.
Molte delle milizie cristiane che hanno partecipato alle operazioni militari nella regione a sostegno del legittimo governo di Damasco (ad esempio, i “Guardiani dell’Alba” che riuniscono diverse sigle di matrice cristiana come i “Leoni dei Cherubini” – in riferimento al nome di un importante monastero di Saidnaya – o i “Soldati di Cristo”) sono state costituite sul modello di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, con l’ausilio sia delle Forze Quds di Soleimani sia dello stesso Hezbollah. Sempre Soleimani ha avuto un ruolo di rilievo anche nella formazione di un’altra milizia cristiana, le “Forze della Rabbia”, nella città a maggioranza greco-ortodossa di Suqaylabiyah tra Hama e Latakia[9].
É importante sottolineare che i militanti di questi gruppi si considerano alla stregua di “mujahidin della croce”[10]. Uno dei motti dei “Leoni dei Cherubini” afferma: “Non siamo stati creati per morire ma per la vita eterna. Noi siamo i discendenti di San Giorgio!”[11]. La loro azione si è rivolta in primo luogo alla difesa dei luoghi di culto cristiani contro le devastazioni dei miliziani takfiri. Tuttavia, molti di questi gruppi hanno partecipato ad operazioni militari anche all’infuori delle aree in cui vive la maggior parte della comunità cristiana siriana. Essi, di fatto, hanno combattuto e combattono da cristiani contro l’“Occidente” ed una visione del mondo a loro totalmente estranea.
Si potrebbe affermare in una certa misura che l’aggressione alla Siria abbia contribuito (utilizzando le parole di Michel ‘Aflaq, padre fondatore cristiano-ortodosso del Ba’ath siriano) a “risvegliare il nazionalismo degli Arabi cristiani”[12]: ovvero, quel sentimento che “porta a sacrificare il proprio orgoglio personale ed i propri privilegi, nessuno dei quali capace di eguagliare l’orgoglio arabo e l’onore di esserne parte”[13].
Di fronte a questo scenario, appare abbastanza evidente il motivo per il quale il Segretario di Stato USA Mike Pompeo dichiarò già nel 2018, con il caratteristico stile da gangster che contraddistingue la politica estera nordamericana, che il Generale Soleimani stava creando problemi sia in Siria sia in Iraq e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare il possibile per alzare il prezzo per lui personalmente e per le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione[14].
Oltre all’aspetto prettamente geopolitico (legato al fatto che il lavoro di Soleimani ha contribuito allo sviluppo di forze militari non convenzionali capaci di mettere in crisi la strategia nordamericana e sionista in Siria ed Iraq ed ha creato delle fasce di sicurezza ai confini dell’Iran espandendone, inoltre, la sua influenza nella regione)[15], i “problemi” di cui parla Pompeo sono interconnessi anche ad un aspetto più prettamente “ideologico”. È noto infatti che la sovrastruttura ideologica dell’“Occidente”, nel corso degli ultimi vent’anni, è stata costruita intorno al cosiddetto “scontro tra civiltà”, teorizzato da Samuel P. Huntington e Bernard Lewis, tra giudeo-cristianesimo ed Islam (o tra “Occidente liberale” ed asse islamico-confuciano) al mero scopo di fornire un “nemico” contro il quale opporsi. Allo stesso tempo, oltre alla frammentazione lungo linee etnico-settarie dei principali avversari regionali (strategia che si sta cercando di applicare anche all’Iran)[16], il sionismo ha sempre avuto a cuore l’eliminazione delle comunità cristiane nel Levante[17] per poter riaffermare uno dei miti fondanti dello “Stato ebraico”: il suo ruolo di “vallo contro la barbarie orientale”.
In questo senso, il Generale Soleimani e le milizie a lui collegate, operando anche nel rispetto di precetti teologici prima ancora che militari e difendendo le comunità religiose oppresse dai gruppi terroristici sostenuti dall’“Occidente” (sia in Siria che in Iraq) anche attraverso una cooperazione interconfessionale che si pone agli antipodi rispetto al tradizionale principio imperialistico del divide et impera, hanno smascherato la menzogna di fondo insita nel modello ideologico dello “scontro tra civiltà” ed hanno mostrato che l’entità sionista, lungi dall’essere un vallo contro la barbarie, è essa stessa la barbarie.
Superando il modello ideologico dello scontro tra civiltà attraverso un agire che (in termini prettamente tradizionali) si pone come incontro tra la Via dell’Azione e la Via della Contemplazione (non c’è gihad minore senza gihad maggiore e l’Azione è inscindibile dalla meditazione), la figura del Gen. Soleimani assume il ruolo di “eroe civilizzatore”. In un mondo in rovina, in cui domina l’individualismo e la contraffazione ideologica su più livelli ha distrutto ogni tipo di principio ed attitudine sacrale, la vita di Soleimani è un esempio rivoluzionario. L’Azione, in questo membro della casta guerriera, diviene sacrificio di sé verso un fine superiore. E, con lui, il conflitto torna ad assumere quella dimensione teologica (indagata da Heidegger e Schmitt nella prima metà del XX sulla base dei frammenti eraclitei) che nel mondo “occidentale” è stata annegata nel moralismo di matrice protestante anglo-americana.
Soleimani è stato ucciso per il semplice fatto di aver rappresentato un modello umano che si pone agli antipodi rispetto all’uomo occidentale moderno ignaro del Sacro e la cui conoscenza è ridotta alla mera accumulazione ed assimilazione di dati empirici. Parafrasando l’Iman Khomeini, Soleimani è stato un vero essere umano nel senso tradizionale e spirituale di tale idea. E per questo è stato ucciso[18]. “Degli esseri umani – scriveva il padre della Rivoluzione Islamica – hanno paura; se ne trovano uno di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato di fronte a loro un uomo vero lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione”[19].
Roma, 4 gen – Era solo questione di tempo, anche il leggendario musical Greaseè finito sulla graticola dei talebani del politicamente corretto: secondo gli ultras della cancel culture sarebbe sessista, omofobo e inciterebbe addirittura allo stupro.
Gli alfieri del buonismo decretano che Grease è sessista
E’ destino che, uno dopo l’altro, tutti i film che in qualche modo rappresentano il bagaglio culturale delle generazioni antecedenti ai nati negli anni ’90 passino sotto le forche caudine del pensiero revisionista di millenial e successivi, vittime spesso inconsapevoli del lavaggio del cervello globalista. La lista dei film messi all’indice perché sessisti, omofobi e razzisti è ormai infinita.
Una messa in onda che ha sconvolto i giovani adepti del globalismo
Gli strali politicamente corretti si sono abbattuti su Grease durante la sua messa in onda sul canale britannico Bbc1. Mentre – ci scommettiamo – tutta una parte di audience non vedeva l’ora di tuffarsi nelle vicissitudini romantico-goliardiche di Danny Zucco e di Sandy, dei T-birds e delle Pink Ladies, le schiere di giovanissimi che per la prima volta si accostavano alla pellicola sono sobbalzate incredule sulla propria sedia. E via a twittare indignati denunciando gli elementi «problematici» di Grease: è sessista,misognino, omofobo, e addirittura ammiccherebbe alla «cultura dello stupro».
Grease sessista e razzista sul banco degli imputati
Ma come, direbbe una qualsiasi persona normale, armata di buon senso: in Grease non c’è traccia di violenza, il lieto fine è assicurato, l’amore trionfa, tutti arrivano al finale felici, accoppiati e contenti… Eh no, alzano il ditino i gggiovani: «Con Grease si tocca il picco di omofobia», «Grease è misogino, sessista e un po’ stupido», «Grease fa schifo a così tanti livelli e il messaggio è pura misoginia». Soprattutto, «Grease è una pellicola eccessivamente bianca», perché non vi recitano attori afroamericani.
I passaggi incriminati
A guadagnarsi il bollino rosso sono alcuni passaggi iconici della pellicola. Innanzitutto Sandy, la protagonista della pellicola, si trasforma in una bad girl per compiacere il personaggio interpretato da John Travolta e questo è estremante sessista e lesivo della dignità femminile. Poi viene messa al banco degli imputati la scena in cui uno dei personaggi si sdraia sul pavimento per guardare sotto le gonne di due studentesse. Per non parlare della gara di ballo in cui lo speaker radiofonico Vince Fontaine chiede ai ballerini di «evitare di formare coppie dello stesso sesso». Omofobia galoppante, secondo il metro di giudizio odierno.
Secondo quanto riferito dal Daily Mail molte beghine antisessiste hanno chiesto a gran voce la cancellazione del film dal palinsesto: «Grease è troppo sessista ed eccessivamente bianco e dovrebbe essere bandito dallo schermo. Dopotutto, è quasi il 2021». Siamo fieri di essere rimasti al ’78, quindi.
Il sistema parlamentare italiano è di tipo bicamerale perfetto, ossia Camera dei deputati e Senato della Repubblica – seppur con differenti composizioni, il maggior ruolo del Presidente del Senato e alcune differenze procedurali dettate dai rispettivi regolamenti – svolgono la medesima funzione: entrambi devono approvare un testo nella stessa formulazione.
Prima la riforma costituzionale di Berlusconi e poi quella di Renzi hanno cercato di modificarne sensibilmente l’assetto ma la bocciatura in sede referendaria ne ha impedito l’entrata in vigore.
Da anni questo modello istituzionale è illegittimamente picconato ma quello che sta avvenendo in questi mesi e, ancora di più, in questi ultimi giorni fa inorridire anche il più ciuccio dei giuristi.
Oramai, in totale contrasto con la Costituzione e con i regolamenti parlamentari (anch’essi di rilievo costituzionale), si è passati da una Repubblica bicamerale perfetta ad una monocamerale a gestione governativa.
L’apposizione costante della questione di fiducia su articolati incomprensibili in forma di maxi-emendamenti taglia la lingua e impedisce qualsiasi iniziativa a parlamentari e gruppi parlamentari, di opposizione e maggioranza, violando, altresì, le più elementari regole della tecnica legislativa e aprendo la stura, quindi, a disposizioni incomprensibili.
Un poco di ordine per capire meglio.
La questione di fiducia viene richiesta dal Governo (tramite il Ministro per i rapporti con il Parlamento) per ridurre al massino i tempi di approvazione di una legge o di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, considerati di prioritaria importanza per l’azione dell’Esecutivo. Siffatta richiesta determina la decadenza di tutti gli emendamenti ed i subemendamenti sino a quel momento presentati, esprimendosi, di conseguenza, l’Assemblea sul testo redatto dalla Commissione competente o proveniente dall’altro ramo; la sua mancata approvazione genera le dimissioni del Governo (al pari del voto di una mozione di sfiducia o di una mozione di fiducia che non ha raggiunto la maggioranza). È ovvio che questo mezzo è adoperato da qualsiasi Governo come grimaldello, o se preferite minaccia, per far votare a favore tutti i parlamentari che lo sostengono. L’attività del parlamentare consiste proprio nella ricerca del miglioramento dell’atto normativo per il tramite di emendamenti, subemendamenti e ordini del giorno: impedire i primi due significa menomare l’essenza primigenia della funzione legislativa assembleare, quasi del tutto illegittimamente assorbita da quella governativa. La questione di fiducia, prevista dai regolamenti parlamentari, è un’arma potente che andrebbe adoperata in maniera accorta e accurata, rischiando essa di cancellare dalla cartina geografica istituzionale le competenze della Camera e del Senato, rimanendo così lettera morta gli artt. 70-82 della Carta. La stessa Consulta – con l’ordinanza n. 17 del 2019 – ha facoltizzato i singoli deputati e senatori ed i loro gruppi di appartenenza ad adirla in presenza di “sostanziali negazioni” o di “evidenti menomazioni”.
Non finisce qui. Il Governo oramai è solito, prima di presentare la questione di fiducia, riformulare il disegno di legge di bilancio o i disegni di legge di conversione dei decreti legge in un unico articolato, inglobante il testo originario con tutte le eventuali modifiche apportate dalle commissioni competenti o dall’altro ramo del Parlamento (se già coinvolto). Questa riformulazione forgia una normativa estremamente complessa e di difficile lettura anche per gli esperti del settore, formata prevalentemente da pochi articoli (se non da uno solo) parcellizzati in commi base e aggiuntivi (bis, ter, etc), oltre che in lettere suddivise a loro volta in numeri (senza contare i continui richiami ad altre norme).
Alla grossolana violazione della Costituzione dovuta alle continue, anzi ossessive richieste di fiducia ad opera del Governo, si somma l’altrettanta lesione costituzionale cagionata dalla inintelligibilità delle disposizioni, la cui comprensione necessita non solo di una laurea in giurisprudenza, ma anche di un diploma di specializzazione e, persino, di un dottorato di ricerca. Pochi giorni or sono, in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto legge c.d. “Ristori quater“, il Governo ha annunciato la questione di fiducia su un provvedimento che aveva alcune sue non irrilevanti porzioni (poi espunte) dichiarate improponibili dal Presidente del Senato Casellati per estraneità con il decreto legge, mentre il relatore di maggioranza chiedeva la sospensione della seduta non riuscendo più a “raccapezzarsi” su quanto scritto.
In questi giorni si è giunti alla apoteosi: un qualsiasi studente universitario sarebbe bocciato per molto meno!
La legge di bilancio (ex legge finanziaria ed ex legge di stabilità), architrave dell’ordinamento giuridico italiano, ha un iter complesso il cui inizio parlamentare dovrebbe, di norma, incominciare il 20 ottobre con il deposito, per volontà del Governo, dell’apposito disegno di legge; il “Conte bis” lo ha presentato il 20 novembre e, solo a ridosso del Natale, ne è iniziata alla Camera dei deputati la “discussione” (nella accezione eufemistica del termine), chiusa con un voto di fiducia su un testo costituito da pochi articoli di cui uno dotato di 1.150 commi, testo poi approvato in via definitiva, dopo un passaggio fugace quanto risibile in Commissione bilancio, dall’Aula del Senato lo scorso 30 dicembre, ossia due giorni prima che scattasse (il 1° gennaio 2021) l’esercizio provvisorio del bilancio ex art. 81, comma 4, Cost., ossia prima che fosse sparato il colpo di grazia all’Italia.
Non è trascorso un battito d’ali dalla sua pubblicazione che il Governo ha già avvertito la necessità di varare un nuovo provvedimento d’urgenza volto alla correzione di alcune norme che, già al momento della votazione, erano risultate viziate da errori, imprecisioni, inesattezze, se non, addirittura, lambite dal sospetto dell’assenza della necessaria copertura prevista dall’art. 81, comma 3, Cost.
Mi corre l’obbligo evidenziare che, mentre in fretta e furia approvava la legge di bilancio, nelle stesse ore il Senato convertiva, sempre con le stesse modalità e nella imminenza della scadenza del prossimo 9 gennaio, anche il decreto legge sulle misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria e per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni a statuto ordinario.
Dalla democrazia parlamentare stiamo passando ad un ordinamento “esecutivicentrico” in cui, però, non tutti i Ministri posseggono una autentica pari dignità ordinamentale, visto che soltanto un manipolo di costoro, insieme al Presidente del Consiglio, ordina, comanda e dispone, tesse e disfa a proprio piacimento, accompagnato dal dubbio – almeno una sua parte – di ricoprire le vesti di semplici portavoce di organismi che sconfinano sfacciatamente dalle frontiere costituzionali ed amministrative.
Qualcuno, in conclusione, potrebbe affermare che si sia intrapreso il cammino verso una forma di Stato autoritario, dittatoriale o totalitario (convincimento che potrebbe risultare rafforzato dalla visione dell’ordinanza del Tar Lazio, sez. I, n. 4768 del 4 dicembre 2020 e di quella del Tribunale civile di Roma, sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020), anche se probabilmente sarebbe più opportuno coniare una nuova dicitura, una nuova categoria, creazione sollecitata dal mosaico che ci stanno proponendo (o propinando?): uno Stato orwelliano con venature teocratiche, laddove è la “scienza” a fungere da opprimente religione laica.
di Matteo Castagna (pubblicato su Imola Oggi del 3/01/2020 e Informazione Cattolica del 4/01/2020)
Il sociologo Franco Garelli, nel suo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) traccia il nuovo volto dell’Italia nel suo rapporto con la Religione. Egli ci racconta che«fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».
Negli ultimi cinque lustri è, parallelamente, diminuita drasticamente la pratica religiosa.
Non se la vede meglio la politica. Dal crollo del muro di Berlino, quindi con la morte delle ideologie, in Occidente sembra prevalere l’indifferenza. Se ne ha un riscontro documentato che si riversa sulla morale comune, tanto che solo il 20% degli italiani nega la liceità dell’aborto in qualsiasi caso, il 63% è favorevole all’eutanasia, 40 italiani su 100 sono solo “cattolici culturali”. In epoca di pandemia, sembra che un buon 20% si sia messo a pregare, sebbene non sia dato a sapersi con certezza chi, come e perché. Di sicuro, la cosiddetta “strizza”, che passa dopo la grande paura, la sta facendo da padrona, non un ritorno alla Fede o un ritorno al sacro.
Viviamo un rigido inverno spirituale, immersi nella secolarizzazione, annichiliti da una pandemia dalla quale non si vede ancora un autentico spiraglio d’uscita, persi in un soggettivismo a tratti egoistico e a tratti panteistico, che, nel relativismo globale, fa scegliere a molti l’errore che più aggrada e concede a pochi di corrispondere seriamente alla grazia della perseveranza nelle virtù di una vita sinceramente cristiana. Kerry Bolton fa notare come alcuni, pur credendosi cattolici, si gettano tra le braccia della sinistra, “sia che si tratti della Vecchia, Nuova o Futura Sinistra”, ovvero il globalismo egualitarista, l’ecologismo, il materialismo, il mondialismo, lo scientismo nichilista. “Ma tutte e tre – dice sempre Bolton – cercano soprattutto di distruggere i tradizionali legami umani, coltivati nel corso dei secoli, con violenti e rapidi tumulti, durante i quali non si tiene conto della sofferenza umana, scatenati in nome d’una concezione dell’umanità del tutto astratta. Così, un analista sociale, quale fu Lothrop Stoddard, giustamente definì questa tendenza “rivolta dei sub-umani”, e ciò rimane costante, indipendentemente da qualsiasi ‘nuovo’ e ‘superiore’ paludamento, dietro al quale la sinistra tenta di riciclarsi”.
E se, invece, il motivo di questa “civiltà allo sbando”, smarrita e senza riferimenti soprannaturali fosse causata dall’abbandono dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino?
Egli lasciò, nei secoli, un segno indelebile, riuscendo a coniugare il pensiero di Aristotele con la tradizione cattolica. In Tommaso troviamo la radice classico-cristiana smarrita volutamente da 300 anni di cultura illuminista nel Vecchio Continente, che sta andando verso la sua rovina sulla ‘via della Seta’, anziché riprendere la salutare ‘via di Damasco’, che è solo lì che aspetta il cambio di rotta. San Tommaso, attraverso questa mirabile sintesi, è riuscito a parlare all’uomo di ogni epoca, perché sempre attuale. Solo l’uomo della post-modernità appare sordo. L’Aquinate ha un approccio realista: cerca di osservare e descrivere la realtà politica com’è, nel bene e nel male, per comprendere l’ordine che essa rivela e quindi ottenere indicazioni anche operative su come migliorarla, per quanto è possibile. In questo modo dà sollecitazioni profonde. Noi siamo abituati a vedere il potere politico come un male necessario.
Per San Tommaso, invece, è un bene voluto da Dio, per aiutare l’uomo a raggiungere il suo fine, ossia a perfezionare la sua natura e, in ultima istanza, a raggiungere la salvezza eterna. Per lui, infatti, il potere politico non è mai mero uso della forza, ma è sempre legato all’autorità, che è la capacità, di chi comanda, di dare disposizioni razionali, cioè conformi all’ordine che è già realizzato (dagli uomini e da Dio) nelle cose, ma solo parzialmente, e richiede, per questo, che noi lo completiamo.
Il comando politico è dato ad esseri razionali e per questo è efficace se essi riconoscono la sua razionalità. Dunque, il potere politico è sempre moralmente qualificato, se è usato bene, per migliorare l’ordine della realtà. E’ immorale e squalificante se lavora per il male o per distruggere il Bene. Abbiamo visto prima, come Bolton ritenga che la sinistra, declinata in ogni modo, tenda solo alla sovversione e quindi sussista in quell’ ideologia che la Chiesa ha già condannato come “intrinsecamente perversa”.
San Tommaso ci rammenta che il fine della politica è il bene comune, ossia quella realizzazione dell’ordine che permette agli uomini di vivere assieme in modo che ciascuno sviluppi al massimo grado possibile la propria umanità, secondo le sue caratteristiche individuali, ma conformemente alla natura comune dell’uomo. In S. Tommaso troviamo l’esaltazione della bellezza delle diversità, che si compenetrano armoniosamente nella nostra civiltà, dai tratti universali perché splendidamente identitari.
L’ordine della realtà permette di parlare di legge naturale: questa è un nucleo di principi generali sempre validi; essi permettono di guidare la ricerca delle leggi positive che i governanti devono porre, secondo le esigenze concrete di ciascuna comunità, ovviamente senza contraddire i principi generali, sempre validi, come tentano di fare le “sinistre”, assieme alle “false destre” e al “centrismo”, oramai mummificato, che resterà, comunque nella storia, come la sintesi della mediocrità tra Bene e male. Forse sta proprio nell’aver resi “fluidi” e non più intoccabili i principi della legge naturale, il vulnus dei grandi problemi del terzo millennio. Con essa abbiamo messo in discussione la nostra civiltà.
Negli Stati Uniti, c’è solo un gruppo la cui salute mentale è migliorata durante la pandemia Covid-19: le persone con una fede religiosa che frequentano le funzioni cultuali ogni settimana.
Questo dato è emerso da un sondaggio su scala nazionale condotto dal Gallup Polling Institute a fine novembre.
Nel 2019, il 42% degli americani che hanno frequentato i servizi religiosi settimanali hanno valutato la propria salute mentale come “eccellente”.
Nel 2020 la percentuale è salita al 46 per cento, all’interno di questo gruppo della popolazione, con un aumento di ben quattro punti percentuali, nonostante diversi mesi di emergenza Covid-19.
Nessun altro sottogruppo della popolazione americana ha avuto una salute mentale migliore nel 2020 rispetto al 2019.
Infatti, per l’intera popolazione degli Stati Uniti, il sondaggio ha rilevato una diminuzione significativa delle persone che descrivono la propria salute mentale come “eccellente”. Nel 2019 era del 43%, nel 2020 è stata solo del 34%.
La Daily Caller News Foundation ha fatto riferimento anche alle rigide restrizioni sui servizi religiosi in diversi stati del paese. Di volta in volta ci sono state azioni legali contro le disposizioni perché sono state, giustamente, considerate discriminatorie.
Poco prima del giorno del Ringraziamento, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato i regolamenti dello Stato di New York, promulgati dal Governatore Andrew Cuomo, questo perché i regolamenti sanitari applicati alle funzioni religiose sono stati valutati più rigorosi di tutti gli altri regolamenti relativi al Covid-19 per i vari ambiti e settori.
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, fino a qualche tempo fa rappresentato dal sottosegretario William Barr, ha stabilito chiaramente che la discriminazione religiosa è vietata anche nei momenti di bisogno. La religione e il culto sono essenziali per milioni di americani. Ciò è particolarmente vero in tempi difficili, aveva affermato Barr. E il Dipartimento di Giustizia è più volte intervenuto contro la discriminazione degli eventi religiosi in diversi stati.
Pur nelle loro incoerenze, gli Stati Uniti si dimostrano ancora un paese dove la religione e il culto sono essenziali per molte persone, specialmente in tempi difficili, con grandi risultati di salute mentale.
Purtroppo molti di coloro che votano per i democratici non sono religiosi. E il risultato si è visto. Lo stesso Biden, inoltre, è uno pseudo-cattolico. Infatti, a differenza di quando insegna la Chiesa Cattolica, si è dichiarato a favore dell’aborto e delle adozioni per i gay. In lui, evidentemente, i risultati benefici della fede sulla salute mentale non si sono prodotti!
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– Orazione a San Dario, Martire (19.12);
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– Orazioni a San Spiridione, Vescovo e Confessore (14.12);
– Preghiera a San Domenico di Sylos, Abate (20.12);
– Preghiera a San Giovanni, Evangelista (27.12);
– Preghiera a San Tommaso Apostolo (21.12);
– Preghiera a Sant’Eusebio, Vescovo e Martire (16.12);
– Preghiera a Santa Francesca Saverio Cabrini (22.12);
– Preghiera a Santa Vittoria, Vergine e Martire (23.12);
– Preghiera di Papa Pio XII per il Santo Natale (25.12).
Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio.
Ossequi, Carlo Di Pietro.
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C’è un complottismo che fantastica e vaneggia, senza curarsi di fare i conti con la realtà. C’è d’altra parte l’atteggiamento di quanti sono convinti che molto di ciò che viene martellato quotidianamente da governi e grandi media è propaganda che nasconde le vere motivazioni. Costoro tentano di dedurre le ragioni profonde attenendosi ai fatti noti e cercando di interpretarli e connetterli. Questo non si chiama complottismo: è realismo. I primi 20 anni del millennio sono stati scanditi da eventi epocali, presentati all’opinione pubblica sotto una veste tanto incredibile da configurarsi come fake news sistematiche. Proviamo a individuarne qualche linea riconoscibile e coerente.
La prima enormità che ha aperto il millennio è stato l’evento dell’11 Settembre. Sono riusciti a farci credere che 19 beduini, dopo un corso di pilotaggio di pochi giorni, abbiano sequestrato alcuni grandi Boeing usando come arma dei taglierini, poi abbiano guidato quei mastodonti contro il muro di recinzione del Pentagono, tanto basso da richiedere di guidare il Boeing a pochi metri da terra, e contro due grattacieli. Gli aerei che li hanno colpiti sono stati due ma i grattacieli collassati sono risultati tre. Del terzo si è parlato pochissimo perché avrebbe insinuato dubbi sull’intera storia. Nel giro di poche ore sono stati individuati tutti gli attentatori perché uno strano caso ha fatto ritrovare intatti i documenti di uno di loro nell’inferno di braci e ceneri fumanti. Quello che è successo poi fa comprendere come sono andate presumibilmente le cose. Si cercava un pretesto per invadere Afghanistan e Iraq. L’obiettivo era quadruplice e strategicamente assai rilevante: impadronirsi di un’area decisiva per i rifornimenti di materie prime energetiche; circondare l’Iran; collocare altre basi militari vicino ai confini di Russia e Cina; favorire i disegni di Israele. Questo non è complottismo, è realismo basato sui fatti. Benintesi: l’estremismo islamico esiste, ma non è mai stato una minaccia seria per il resto del mondo, a causa delle sue divisioni interne e della sua debolezza. La conferma è venuta da un altro grande evento di questo inizio di millennio: nel 2014 improvvisamente un’armata internazionale islamica, Isis, faceva la sua apparizione nel vicino oriente, travolgendo ogni difesa in una avanzata che sembrava irresistibile. In realtà quei guerrieri fanatici si spostavano in colonne di automezzi non attraverso la jungla del Viet Nam ma in mezzo a deserti. Erano facilmente individuabili e i cacciabombardieri o i droni della NATO ne avrebbero fatto ferraglia fumante nel giro di poche ore se avessero voluto. Lasciarono fare. Del resto l’internazionale islamica era stata utilizzata da USA e NATO già in Afghanistan contro i sovietici, in Jugoslavia contro i serbi e in Libia contro Gheddafi. In quel 2014 doveva servire a rovesciare il governo iracheno troppo amico dell’Iran, a minacciare l’Iran stesso e a spodestare Assad in Siria, già sotto attacco. La cosa non funzionò per la reazione dell’Iran e l’intervento russo a sostegno di Assad. I terribili e invincibili guerrieri di Allah furono spazzati via in tempi brevi. Questa ricostruzione non è complottismo: è realismo.
Un’altra stranezza è stata la folgorante apparizione di Greta. Ci hanno raccontato che questa ragazzetta svedese ha commosso il mondo piazzandosi davanti a scuola con un cartello che denunciava il riscaldamento globale. In breve è diventata una star, ha parlato all’ONU, ha interloquito con i grandi del mondo puntando il ditino accusatore e spianando la grinta. Doveva essere chiaro a tutti che questo personaggio è stato volutamente creato dal nulla dai media asserviti ai poteri transnazionali, per un fine che evidentemente era il lancio del nuovo grande affare della green economy. Dedurlo non è complottismo: è realismo.
La più gigantesca messinscena della storia dell’umanità è la risposta globale all’epidemia di Covid. Il virus esiste, è molto contagioso e può essere mortale. Negarlo significa collocarsi fra i complottisti deliranti. Tuttavia si tratta di una malattia che uccide lo zero virgola qualcosa per cento della popolazione nel suo complesso. Una percentuale che sostanzialmente non muta sia nei Paesi che hanno imposto clausure rigorose sia in quelli i cui governi si sono limitati a raccomandazioni. L’enfasi data alle centinaia di migliaia di morti negli USA di Trump è tutta propaganda di regime. I nostri 70.000 morti valgono quanto le centinaia di migliaia di americani, perché la popolazione degli USA è di 330 milioni, quindi le percentuali sono analoghe. L’Italia è forse il Paese che ha imposto sacrifici e isolamenti più di ogni altro, eppure è uno dei Paesi che hanno il più alto numero di morti. Si può concludere che museruole e distanziamenti servono a quasi nulla. Allora perché questo massacro di piccole e medie imprese, questa devastazione del settore del turismo, queste reclusioni di bambini e ragazzi che danneggiano o compromettono la loro crescita? Perché questa volontaria distruzione di un’economia e di una società? Per provare a rispondere bisogna riesumare un altro grande evento di questi cruciali 20 anni: la crisi finanziaria del 2008 che ha innescato una profonda crisi economica. Allora non si fece nulla per ovviare alle storture che avevano prodotto il disastro. Ci si limitò, sull’esempio di Obama, a tamponare la frana puntellando le banche con i soldi dello Stato, quindi dei contribuenti, senza che lo Stato entrasse nella direzione degli istituti di credito che aveva salvato. In realtà ora si può capire che i poteri transnazionali (giganti del web, grandi imprese multinazionali, grandi banche, responsabili dei maggiori servizi segreti, talvolta in competizione fra loro ma alla fine capaci di trovare una linea comune nelle conventicole più o meno massoniche) avevano compreso che un tipo di economia era ormai insostenibile e che si doveva operare un totale riassetto. Greta era servita a rendere popolare il tema della green economy, ma ci voleva ben altro. L’occasione è stata offerta da Covid. Bisognava terrorizzare la popolazione mondiale per fare accettare profondi e dolorosi cambiamenti, camuffando il fallimento di un sistema dietro la motivazione sanitaria: la colpa delle difficoltà è del terribile virus ma noi facciamo tutto per il vostro bene. I poteri transnazionali, che controllano governi e grandi media, hanno probabilmente compreso, dopo il crollo del 2008, che il vecchio mondo non funzionava più. I debiti pubblici non più sanabili, il consumismo, il turismo di massa, la pressione eccessiva sull’ambiente, lo spreco di energia, una demografia in continua crescita, la tendenza alla caduta del saggio del profitto, tutto ciò avrebbe condotto a breve termine a un collasso la cui responsabilità sarebbe stata attribuita proprio ai poteri che quel sistema avevano instaurato. Hanno elaborato un piano che è già in pieno svolgimento, anche grazie al Covid. Indulgenza sui debiti pubblici, dopo tanto rigorismo; riduzione della mobilità di massa; green economy; smart working; abbandono dei luoghi deputati ai grandi spettacoli e ai grandi raduni, a favore della fruizione in streaming; digitalizzazione integrale, robotizzazione; controllo di ogni individuo del pianeta attraverso gli strumenti informatico-sanitari e la repressione poliziesca; progressivo abbandono della democrazia parlamentare rappresentativa; reddito di cittadinanza per i milioni di disoccupati che l’automazione creerà; distruzione dei piccoli esercizi commerciali e delle piccole e medie imprese, a favore delle grandi concentrazioni. Per la piena realizzazione del progetto occorre un rafforzamento del ruolo dello Stato, che dovrà regolare i mercati, reperire i fondi per il reddito di cittadinanza e organizzarne la distribuzione, salvare le banche che rischiano nuovi crolli per i crescenti crediti inesigibili. Non a caso serpeggia una certa ammirazione per il sistema cinese, quello di maggiore successo in questo inizio di millennio.
Questa trasformazione è in atto e viene ormai dichiarata apertamente. Si sta svolgendo sotto i nostri occhi un grandioso esperimento che per ora ha pieno successo. Le masse del pianeta sono state facilmente inquadrate in un gregge che segue docilmente il pastore. Il progetto in corso non ha alternative. Non esiste una forza politica di una certa consistenza che abbia un disegno strategico diverso. I cosiddetti sovranisti “di destra” non sono veri sovranisti perché si limitano a qualche critica dell’UE, sono fedelissimi a USA e NATO, i loro capi si affrettano a rendere omaggio a Israele con lo zucchetto in testa, sono proni al dio dei Mercati e alla libera iniziativa privata. Il sovranismo “di sinistra” è ideologicamente inconsistente e ha percentuali paragonabili a quelle delle vittime di Covid.
Tuttavia non è detto che la grande trasformazione già iniziata vada in porto. La green economy è solo uno slogan perché la digitalizzazione e la robotizzazione esigono una quantità crescente di energia, che non potrà essere pulita come si illudono i sognatori della decrescita felice; computer e robot utilizzano materiali come le terre rare, che sono chiamate così proprio perché la loro quantità è molto limitata; i problemi ambientali e demografici sono ormai senza soluzione; le masse di senza lavoro ridotte a vivacchiare con un misero reddito di cittadinanza si aggiungeranno ai bivacchi degli emigrati sfilacciando un tessuto sociale già lacerato; la richiesta di cancellare in tutto o in parte i debiti pubblici non sarà ben accolta dai creditori, tanti e potenti. Al fondo di tutto c’è poi la contraddizione fra un progetto che è improntato a un capitalismo estremo che mette tutto il potere e tutte le ricchezze in poche mani e la necessità di uno Stato forte, non solo fiancheggiatore del capitale ma anche regolatore. La tentazione di imitare il modello cinese è illusoria. In Cina prospera l’iniziativa privata ma vige ancora un piano economico fissato dai poteri pubblici, che orienta e regola l’economia; il credito è pressoché interamente gestito dal potere politico, il commercio con l’estero è diretto dallo Stato, circa la metà delle grandi imprese sono statali o a partecipazione statale. Inoltre la Cina non ha conosciuto la democrazia parlamentare pluripartitica; da 70 anni domina la dittatura di un partito unico; sulla mentalità cinese ha ancora un peso notevole la tradizione confuciana e taoista, a noi estranea. Il modello cinese non è esportabile da noi per tutte queste ragioni.
In conclusione, non c’è una forza politica organizzata che possa ostacolare la trasformazione in corso, ma la forza delle cose è tale che il Grande Reset potrebbe fallire. Ne scaturirebbe non la liberazione dei popoli oppressi ma una barbarie di cui sono già evidenti i segni e che lascerà soltanto macerie. Su quelle ricostruiranno i sopravvissuti.
Il sussulto di testosterone è forse dovuto al fatto che il Premier sta vedendo svanire, oltre che Palazzo Chigi, anche il disegno del suo partito personale? Il progetto della Lista Conte, per di più, sta mettendo in crisi anche “Giuseppi e Rocco”, la più eccentrica coppia politica del 2020. La creazione di un nuovo movimento con a capo il Premier è il piano che Rocco Casalino aveva in mente e che da tempo sta forsennatamente perseguendo mobilitando la sua falange di collaboratori, consulenti ed ‘aficionados’ raccolti tra servizi di sicurezza e società parapubbliche. Agli inizi anche Conte ci credeva, tronfio delle voci e dei sondaggi amichevoli che lo vedevano come un novello Lamberto Dini o Mario Monti in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi. Ma in questi giorni tutto è cambiato, dopo che il consulente di un’importante società di marketing politico (che non è la Casaleggio Associati) gli ha fatto notare che senza la grancassa della Presidenza, solo per partire con un nuovo simbolo, bisogna trovare come minimo 30 milioni di euro tra pubblicità tv, radio e giornali, Twitter, Facebook, Instagram.
Chi conosce bene Conte, non si stupisce affatto della brusca frenata sul suo partito personale che invece ha mandato su tutte le furie Rocco, il quale, comunque, sta portando avanti questo bluff come deterrente contro le elezioni. Il Presidente del Consiglio, sin dai primi passi nelle Università, è sempre stato infatti il tipico uomo beta che si è fatto le ossa all’ombra di uomini alfa: nel mondo accademico e della libera professione legandosi, per laurearsi, a Giuseppe Ferri, che poi ha subito abbandonato, e ad un fuoriclasse del diritto come Guido Alpa, che l’ha protetto, difeso e valorizzato. Lo stesso discorso vale nella Chiesa, dove in questo caso l’alfa in tonaca è stato il cardinal Achille Silvestrini. In politica, i personaggi a cui si è attaccato come una mignatta sono stati, nell’ordine, Alfonso Bonafede ma soprattutto Luigi Di Maio, in seguito quasi ripudiato, Davide Casaleggio, mandato alle ortiche, Matteo Salvini, oggi schifato, poi alla bisogna, Matteo Renzi, con il quale è finito a pesci in faccia, Nicola Zingaretti e, da sempre, Sergio Mattarella. Tutti quanti, oggi pentitissimi, gli hanno permesso di crearsi una certa aurea personale e una sorta di dignità politica, a danno degli italiani, dei conti pubblici e dei rapporti internazionali.
Ma perché il Premier adesso è spaventato dal farsi un partito? Nella sua vita, sia professionale che privata, Conte è sempre stato oculato, per nulla avido e con i suoi clienti, la maggior parte di risulta, ha spesso anteposto il lavoro “matto e disperatissimo”, soprattutto nelle ore notturne, rispetto ai suoi onorari. Smodatamente scrupoloso, terrorizzato da qualsiasi benché minima contestazione: quelle piccole grane burocratiche in cui è incappato sono state per lui un incubo e, quindi, l’idea di un nuovo emblema politico attorno a sé, da presentare con liste e candidati in tutta Italia, lo atterrisce, ben sapendo che partirebbe una caccia all’uomo che psicologicamente non riuscirebbe proprio a sopportare. Anche oggi è ossessionato dall’inciampare in un peculato o in un abuso d’ufficio, peraltro una delle ragioni principali dei suoi continui tentennamenti.
Ma se, per ragioni di pura prudenza, ha messo da parte il suo partito, non si può dire altrettanto della sua infinita vanità. Ed ecco che lo spauracchio di una lista personale può servire per cercare di mettersi a capo del Movimento 5 Stelle o, addirittura, di proporsi come candidato Premier del Pd o comunque di qualcosa che già esiste. Anche se ormai il suo bluff è stato scoperto. Un funambolo della politica come Gianfranco Rotondi “vede” anche altri scenari che oggi sembrano inverosimili, mettendo magari insieme a Conte pezzi di Forza Italia, di Italia Viva e qualche esponente della società civile per un nuovo grande partito di centro.
Fantasie di Capodanno? Forse. Ma che ci faceva qualche tempo fa a Milano in via Solferino nella sede de Il Corriere della Sera, per un’ora e mezza, proprio Rotondi, mentre si trovava lì, guarda caso, anche un furetto come Urbano Cairo? Chi vivrà vedrà.
Salvare le economie? Servono risposte immediate, difesa dei più fragili e senso di comunità. Lo spiega uno studio sul Cambridge University Press. Un reddito…
di Antonio Amorosi
Come salvare l’economia dal Covid che in Occidente quasi nessuno riesce a gestire? Ce lo spiega uno studio pubblicato il 23 dicembre scorso dai ricercatori Jurgen De Wispelaere, lettone, e Leticia Morales, cilena, sul Cambridge University Press, una delle case editrici universitarie più prestigiose al mondo.
I due sostengono che pagare a ciascun residente un importo in contanti, mensilmente e per la durata della crisi servirebbe a proteggere le persone, l’economia oltre alla Sanità, visti gli effetti che le chiusure delle attività procureranno sulle risorse disponibili degli Stati. I due studiosi suggeriscono 3 ragioni per cui la proposta di un reddito di emergenza di base è particolarmente adatta a svolgere un ruolo importante come risposta alla crisi pandemica.
Per contrastare la crisi procuratasi servono risposte immediate, la difesa della popolazione più fragile e promuove un senso di solidarietà dentro le comunità.
Tre aspetti messi a repentaglio durante il Covid e che un reddito di emergenza di base sarebbe capace di alleviare. Aggiungendo che lo strumento dovrebbe essere reso funzionale in modo permanente ogni volta dai governanti e dagli Stati che ci sono crisi simili.
“Oltre a mettere a dura prova i sistemi sanitari in tutto il mondo, si prevede che la pandemia COVID-19 causerà una crisi economica e sociale globale di dimensioni senza precedenti”, spiegano i due studiosi. Come sappiamo le misure di blocco hanno un grave costo economico e sociale. “La Banca Mondiale si aspetta che il PIL mondiale nel 2020 si ridurrà del 5,2%, il che equivale alla più grande recessione dal 1945”. La risposta politica alla pandemia ha già causato una riduzione del tempo di lavoro e di massicci licenziamenti, con le perdite di lavoro: “17,3% delle ore totali stimate nel secondo trimestre del 2020 pari a 495 milioni di posti di lavoro a tempo pieno”. Continua a leggere