La BBC continua imperterrita ad indottrinare al gender i bambini

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di Leonardo Motta

 

Recentemente la BBC corporation ha suscitato scalpore trasmettendo un programma rivolto a bambini di età compresa tra 9 e 12 anni, in cui ai bambini viene detto che ci sono “più di 100 identità di genere”.

“Identity – Understanding Sexual and Gender Identities”, questo il titolo del programma, ha tentato di insegnare ai bambini l’identità di genere come “bi-gender”, “gender-queer”, “pansexual” e altre 100 altre identità di genere.

Nonostante le linee guida del governo britannico consiglino alle istituzioni educative di essere prudenti nell’insegnare ai bambini il genere, la BBC ha prodotto e trasmesso tali contenuti, offrendo i filmati sul suo sito web, come parte dei loro programmi di educazione sessuale (proprio mentre, a causa della pandemia, l’istruzione nella maggior parte del mondo si sta svolgendo virtualmente).

Nel corso dello spettacolo i bambini fanno domande sulla sessualità e sul genere e un adulto offre le sue risposte.

Tra queste ultime una sottolinea che diventare un bambino transgender sia un modo per essere “felice” e, naturalmente, si occultano le conseguenze mediche e psicologiche di questa condizione.

In sua difesa, la BBC ha pubblicato un post ipocrita dove “consiglia vivamente agli insegnanti di guardare il film prima di vederlo con i propri studenti”.

È proprio vero: dove manca la vera fede cattolica ciò che ci attende è la follia a tutti i livelli. Il diavolo, nonostante la pandemia, non si ferma e cerca di corrompere ancor di più i bambini.

La BBC, è evidente, sta cercando di abbattere nei bambini tutti i tabù e tutti i limiti morali, con la complice ipocrisia diabolica del mondo progressista, quegli stessi che accusano noi cristiani di non credere nella scienza e che, invece, credono in 100 generi… Quanta ragione aveva GK Chesterton quando affermava che “se sopprimiamo il soprannaturale ciò che ci resta è l’innaturale”.

 

Mastella, leader morale dei 5Stelle

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Narra una leggenda che quando venne fuori il motto “non moriremo democristiani” Andreotti lo sottoscrisse, aggiungendovi di soppiatto una virgola prima di democristiani: non moriremo, democristiani. La storia non sarà vera, ma le fandonie a volte dicono la verità più dei fatti. Con un democristiano come Mattarella al Quirinale, un para-dc a Palazzo Chigi, l’ombra di Casini, le trame di Tabacci e la corte spietata ai voti dell’Udc per galleggiare, quella virgola d’immortalità si è rivelata ancora in vigore. Il diavolo, si sa, si nasconde in un dettaglio. Per qualche giorno il sogno dei grillini e della sinistra è rimasto appeso alla virgola di Clemente Mastella. È stato salutato, con la di lui consorte, come la quarta zampa del governo Conte, questo quadrupede mostruoso, un po’ grillo, un po’ camaleonte, un po’ iena, un po’ sanguisuga. È rimasto il simbolo dei trasformisti in soccorso di Conte. “Siamo tutti Mastella”, ha commentato con orgoglio l’interessato.

Ho un antico debole per Mastella; una simpatia a pelle, selvatica e irragionevole. Un simpatico gaglioffo, dicevo, per temperare la mia simpatia o stemperarla in un giudizio controverso. La buttavo sulla comune origine terronica e sulla corrente d’empatia che sorge quando mi è capitato d’incontrarlo. Una volta avevo scritto che il sud è così malridotto che il suo unico leader nazionale è Mastella; lui incontrandomi per strada mi abbracciò ringraziandomi per averlo riconosciuto come unico leader del sud. Ah, l’astuzia democristiana della virgola… Un tempo la simpatia verso Mastella era solo istintiva, etnica, biologica e ludica, ma non politica, tantomeno culturale. Ebbi il primo turbamento quando appresi che Mastella era laureato in filosofia; pensai a uno scherzo, una perfida bufala campana; ma era vero. Ora considero Mastella un vero filosofo, che ha preso il mondo e la politica con vera filosofia; una filosofia che chiamerei paraculismo, una corrente di pensiero assai affollata. Una filosofia che lui ha adattato alla militanza democristiana ma che è precristiana, forse preumana. Mi piaceva persino la sigla cacofonica del suo partito, l’Udeur, che pure sembrava il grugnito di un cinghiale sannita o la parola d’ordine per ammiccare a misteriosi intrecci, una specie di password per entrare nel regno segreto di Clemente. Da pronunciare con una mimica allusiva, facendo l’occhiolino, ciucciando le labbra e ruotando la mano mentre si pronuncia la parola chiave. Tipo “Birra e salcicce” (con la c) di una famosa gag di Totò per entrare nella Legione straniera. Mastella è l’emblema della legione straniera a cui si accede grazie a “birra e salcicce”.

In caso di emergenza rompere il vetro; là nella teca, come il martello e la Madonna, c’è lui, il serafico San Clemente da Ceppaloni, già Salvatore di altri governi in difficoltà, patrono delle cause più spinose. Mastella è una frontiera fatta persona, una dogana con dazio, già simbolo del terzismo nazionale e ora ideologo e leader morale del governo Conte. È passato alla storia, anche se si ostinano a condannarlo alla geografia, perché grazie a lui l’Italia ebbe per la prima volta nella storia un premier venuto dal comunismo, D’Alema; dove non riuscì Gorbaciov, il muro di Berlino o il compromesso storico, vi riuscì Mastella. Così nacque il governo Falce e Mastella. Ora è riuscito a mastellizzare pure i grillini.

Con lui ci si può sempre accordare. Non sogna grandi strategie ma amorosi inciuci, come ha proposto all’indignato Calenda. Mastella ha l’occhio inquietante di un imam ma la voce sussurrante di Geggè e i confidenziali: è sannita, non sunnita. E nelle sue mutazioni può rivendicare perfino un’origine nordica e guerriera; infatti il ducato di Benevento fu dominato a lungo dai longobardi.  Mastella è duttile, è malleabile, rende più umani e più ameni i giochi della politica e il meraviglioso mondo degli ex dc, è un politico di lungo corso che riporta in servizio i suoi baratti atavici, la virgola e il voto di scambio.

Ma su Mastella non c’è niente da dire, è coerente col suo personaggio e il suo ruolo storico. Mastella fa il Mastella. Quel che sorprende, invece è la parabola dei grillini dal vaffanculismo al paraculismo. Ora merita di concludersi con la leadership di Mastella. Mastellate il movimento 5stelle e avrà un volto Clemente. Non si sono mastellati solo il vate Grillo o gli ominicchi di potere, come Di MaioFicoBonafedeCrimi; ma persino il purissimo Ale Di Battista si è dichiarato pronto a battersi per Conte, il governo con la sinistra e i trasformisti pur di respingere il Nemico, ridotto al solo Renzi.

Dei grillini fummo facili profeti nel prevedere la loro mutazione genetica da scappati di casa a imbucati nel Palazzo a qualunque prezzo. Un partito che nasce dal niente, fatto da gente di niente, cambia come niente pur di sopravvivere. Ma non pensavamo alla rapidità della loro conversione: detestavano tutti, ma in meno di tre anni hanno cercato alleanze con tutti, pur di restare al potere e non tornare nel nulla da cui provenivano. Destra, sinistra, leghisti, Mattarella, Ursula, Responsabili, Mastella. Tutti, proprio tutti; hanno corteggiato tramite Conte pure Berlusconi.

Il punto più basso della politica non è Mastella ma Conte, il trasformista acrobatico più mutante della pur ricca storia di voltagabbana del nostro Paese. Rispetto a lui, Mastella è un punto di risalita; in fondo lui è coerente alla virgola di sopravvivenza democristiana. Dal Travaglio di questa crisi è nato il movimento 5Mastelle. Parola d’ordine per entrare: Birra e Salcicce.

MV, Panorama n.4 (2021)

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Mastella, leader morale dei 5Stelle

I martiri dell’Armenia cattolica

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 11/21 del 29 gennaio 2021, San Francesco di Sales

I martiri dell’Armenia cattolica

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 vi furono numerose conversioni di eterodossi armeni alla fede cattolica, grazie alle missioni dei padri francescani. Il ritorno alla Chiesa Romana di una parte della popolazione armena fu bruscamente interrotto dal genocidio perpetrato dalle autorità turche. 
Segnaliamo un articolo del 1932 sul martirio di padre Salvatore Lilli e di alcuni suoi fedeli avvenuto nel 1895. Il racconto è impressionante e ancora di più impressionante il silenzio che la cultura ufficiale riserva a queste vicende. 
Il martirio dei cattolici armeni e dei loro pastori meriterebbero libri, programmi televisivi e produzioni cinematografiche. Invece un silenzio omertoso avvolge questi fulgidi esempi della fede cattolica: dei martiri cristiani non si può e non si deve parlare. 

Un episodio delle stragi armene nel 1895. Il martire padre Salvatore Lilli da Cappadocia Missionario di Terra Santa 

Molti popoli sventurati per infausti governi furono sulla terra, come ce ne fa fede la storia, ma più sventurati degli Armeni nessuno.

Gli Armeni! Questo popolo attivo, industrioso, economico: questo popolo religioso, profondamente religioso, che ha il vanto d’essere stato tra i primi popoli ad abbracciare il Cristianesimo, annunziatogli dall’Apostolo S. Bartolomeo; questo popolo reo non di altro che di aspirare alla sua libertà ed indipendenza nazionale, sì, questo popolo è il più sventurato della terra a cagione del nefasto governo ottomano che impera su di esso!

Agli Armeni infatti non giova neppure essere buoni cittadini! In Armenia essere buoni o cattivi sudditi è assolutamente lo stesso. Poichè il turco odia l’Armeno anche se buono, anche se mite: l’odia perchè lo sente superiore, l’odia perchè lo vede avanzato nel progresso, l’odia perchè, fedele alle sue tradizioni, professa fede incrollabile al Cristianesimo. E spesso sfoga il suo odio implacabile su di esso con delle orrende carneficine, come quella del 1895. Narriamola in rapida sintesi.

L’immane carneficina degli Armeni « oltre duecentomila vittime » e la distruzione delle loro proprietà nel 1895 furono pensate, meditate, e decretate dal Sovrano Abd-ul-Hamid. Sì, il Sultano volle i massacri, il Sultano li ordinò, il Sultano li diresse, e mostrò nella perpetrazione di essi la ferocia del sanguinario, la violenza e il furore spasmodico del maniaco.

Difatti, i carnefici scelti all’uopo erano della peggiore canaglia, era un’ibrida accozzaglia di musulmani, curdi, circassi e redif (reclute) che armati di fucili, pugnali, coltelli, accette, roncole e bastoni si precipitavano sulle case cristiane degli Armeni, ne abbattevano le porte a colpi di scure, e gridavano agli abitanti : « Arrendetevi, arrendetevi ». Tutti quelli che si arrendevano, o venivano trovati in qualche angolo della casa furono barbaramente trucidati. A nulla valevano le preghiere di quegli infelici: dai dieci anni in su, anche vecchi di cento anni, furono ammazzati. Persino le donne che s’interponevano per salvare i figli, i mariti, i genitori, i fratelli furono uccise o ferite. Ogni casa cristiana fu convertita in una orrenda carneficina… il pavimento delle case, le strade, le piazze erano ricoperte di cadaveri che, orribile a dirsi, venivano trascinati con forche ed uncini di ferro, e gettati nelle cloache e nei letamai. E quei barbari gridavano: « sono cadaveri di cani ».

Ai Preti Armeni poi, invece di ucciderli tutto in un tratto, tagliavano prima le braccia; poi riempivano di materie fecali i loro berretti ecclesiastici, e così li rimettevano sulla testa di quegli sventurati.

Laonde abbracciati nuovamente i suoi parenti ed amici, dato un ultimo addio al bel cielo d’Italia, volava sulle ali della fede e della carità a quelle suggestive contrade dove lo attendevano i più grandi sacrifici che avrebbero fatto germogliare un giorno le belle palme dei martiri.

Come abbiamo accennato quando cominciarono i massacri il P. Salvatore trovavasi a Mugiukderesi, luogo sopra ogni altro pericoloso.

I religiosi Francescani di Maraasc, temendo che il loro confratello P. Salvatore poteva correre gravi pericoli nel luogo ove si trovava, gli fecero vive pressioni affinché andasse a stare con loro. E i religiosi di Jenigekalé mandarono per ben tre volte nello stesso giorno un messaggero a pregarlo di scappare con loro. E il P. Salvatore rispose: « dove sono le pecore ivi deve restare il pastore ». Anche i suoi parrocchiani quando si accorsero che le truppe erano per arrivare a Mugiakderesi supplicarono a mani giunte il Missionario affinchè montasse il suo cavallo e abbandonasse il villaggio per mettersi in salvo.

Fu irremovibile. Gli pareva cosa indecorosa, indegna di un soldato di Cristo e di un figlio della grande Famiglia Francescana, l’allontanarsi in quei momenti di pericolo. Certo in quei giorni, mentre pressioni e minacce lo premevano da ogni parte, la schiera numerosa dei suoi confratelli Martiri, passò giubilante innanzi al suo sguardo incitandolo al compimento del dovere. Egli certo ripensò alle lotte, al sangue che costò sempre ai Francescani la conservazione di quella Terra fatta sacra dalla vita dell’Uomo-Dio. E perciò non si mosse: e « uomo intrepido e battagliero» volle affrontare il pericolo onde dividere la sorte dei suoi parrocchiani e assisterli e soccorrerli fino all’ultimo.

L’arrivo dei soldati.

Il 16 Novembre dell’anno 1895 verso sera un distaccamento di soldati partiti da Maraasc arrivava a Mugiukderesi.

I soldati si diedero subito a trucidare gli abitanti e ad incendiare le loro case. Nella sera stessa con un colpo di baionetta alla gamba ferirono anche il P. Salvatore che all’avvicinarsi dei soldati era uscito dall’ospizio per dare il ben venuto alla truppa. Quei soldati rimasero accampati a Mugiukderesi cinque giorni, e cioè il 17, 18, 19, 20, 21 Novembre.

La Cattura.

Nella mattina del venerdì 22 Novembre fu ordinato al P. Salvatore ed ai dieci contadini cristiani (i soli rimasti a Mugiukderesi) di seguire i soldati a Maraasc. Il coraggioso Missionario comprese che la sua fine era decisa. Forte di se stesso, non aveva a temere che per i suoi parrocchiani: li chiamò in chiesa, gli esortò a morire per la Fede, e diè a tutti l’assoluzione in « articulo mortis ».

soldati legarono il P. Salvatore e i dieci cristiani, e s’incamminarono verso Maraasc. Arrivati ad una certa distanza del paese, il P. Salvatore « sentendo nella gamba gli effetti sempre più dolorosi della ferita ricevuta » domandò che gli si permettesse di montare sopra un mulo. L’ufficiale gli rispose: « Fra poco vi faremo montare ». Mentre i dieci cristiani, legati unitamente al P. Salvatore, camminavano lungo la via che corre tra Mugiukderesi e Maraasc il P. Salvatore non cessava di esortarli a star fermi nella fede e d’incoraggiarli e prepararli all’ultima sorte che li attendeva.

Le donne venivano violate a viva forza: a molte ragazze che opposero resistenza fu reciso il braccio destro.

Dodici donne furono inchiodate sopra tavole, e i soldati dicevano : « un Cristo facendosi crocifiggere liberò tutti i popoli cristiani : lasciatevi voi pure crocifiggere per liberare il popolo armeno ».

Dieci madri con i loro bimbi alle mammelle furono strangolate, e poste intorno ad un’immagine della Santissima Vergine, e i soldati dicevano: « Voi sarete le custodi della Madre del vostro Dio ».

Trenta, fra uomini e donne, furono impalati e disposti attorno ai muri di un convento, e i soldati dicevano: « siate i guardiani del vostro convento affinchè il nemico non possa penetrarvi ». Cinque Preti furono impiccati agli alberi ed i soldati gridavano: « fate pascolare il vo-stro gregge ».

Le case poi erano saccheggiate, spogliate di tutto e incendiate con i feriti e i cadaveri che vi si trovavano. Le donne e i fanciulli delle case saccheggiate giacevano sul lastrico delle vie senza pane e senza altra veste indosso che la camicia.

Le autorità assistevano a queste orrende barbarie, spettatori impassibili, anzi colla stessa curiosità e compiacenza con cui si assiste ad una geniale rappresentazione teatrale.

Martirio del P. Salvatore Lilli da Cappadocia.

Il P. Salvatore erasi recato in Terra Santa subito dopo il noviziato nel 1871, e proseguì il corso degli studi a Betlemme e a Gerusalemme. Nel 1878 fu ordinato Sacerdote, e nel 1880 era già a Maraasc nell’Ospizio di Terra Santa ove rimase quattordici anni, e per cinque anni fu anche parroco e Superiore dell’Ospizio. Poscia fu eletto Parroco e Superiore dell’Ospizio di Mugiukderesi, piccola borgata ad ovest di Maraasc distante sette ore di cavallo, ove lo sorpresero i dolorosi avvenimenti del 1895.

Il P. Salvatore era tornato in Italia per rivedere i suoi cari soltanto una volta, dopo 16 anni, nel 1886: e a nulla valsero le preghiere dei parenti, dei confratelli e degli amici i quali tentarono tutti i mezzi per farlo rimanere in Italia : volle tornare in Oriente. L’Oriente per lui aveva un’attrattiva segreta, misteriosa ! Pareva che a lui, come a giusto erede, il Serafico Padre avesse trasmesso quell’ardente brama del martirio ch’egli non aveva potuto appagare per aver trovato la gente troppo « acerba » alla conversione:

« E poi che per la sete del martirio,
Nella presenza del Soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che il seguiro,
E per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno
Reddissi al frutto dell’italica erba ». (Paradiso, C. II).

Oh! se le parole non fossero fugaci, se qualche eco di esse potesse rimanere là dove non v’ha chi possa ascoltarle e riferirle, noi potremmo sapere quale forza e quale tenerezza di linguaggio dovè certamente usare il P. Salvatore con i suoi parrocchiani. E senza dubbio grande ed irresistibile facondia in quei momenti dovette largirgli il Signore perchè Egli riuscisse a serbare forti ed eroiche nel pericolo le anime affidate alla sua cura.

L’estrema prova. Il Martirio.

Giunti a circa due ore di distanza da Mugiukderesi nel luogo detto « Gheudjek » vicino al torrente omonimo, l’ufficiale fece fermare la carovana, e, con lusinghe e promesse, cominciò ad invitare il P. Salvatore e i suoi compagni a lasciare il cristianesimo e ad abbracciare l’islamismo.

ll P. Salvatore e i suoi parrocchiani opposero reciso rifiuto. L’Ufficiale allora passò dalle lusinghe alle minacce: tutto fu vano, perchè i Confessori resistettero con parole ed atti pieni di fermezza e di fede, ripetendo la loro incrollabile professione di fede e di amore a Cristo e di odio all’errore maomettano.

Pieno di rabbia l’ufficiale, perchè non riusciva nel suo intento, diè ordine ai soldati di ucciderli tutti. I soldati si scagliarono sull’eroico P. Salvatore e su dei suoi invitti compagni e a colpi di baionetta crivellarono orrendamente i loro corpi. E perchè non rimanesse traccia alcuna del misfatto appiccarono il fuoco a quei corpi ancora cadaveri !

La Terra Santa contava un Martire di più.

Bella, immarcescibile la corona del martirio che l’eroico P. Salvatore Lilli da Cappadocia guadagnò a sè e alle sue pecorelle!

Non altrimenti morirono nel nome di Cristo i Martiri dei primi secoli del cristianesimo !

E quando un pittore cristiano che ben comprenda qual’è la grande missione dell’arte, e che desideri evocare nobili esempi, penserà al nostro P. Salvatore, penserà al suo eroismo e al suo valore, che grande soggetto avrà egli per animarne una tela!

Che sprazzo di luce e d’ideale sublime nel piccolo gruppo cristiano attendente la morte fra le barbare orde turche folleggianti e frenetiche!

Del Padre Salvatore e dei suoi Compagni si è già iniziata la « Causa di Beatificazione ». E noi facciamo voti perchè dall’Oracolo Infallibile della Santa Chiesa, siano presto innalzati agli Onori dell’Altare.

Tratto dall’Almanacco di Terra Santa per 1932, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 26-29.

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I martiri dell’Armenia cattolica

In South Carolina tutti i casi di aborto fuorilegge

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Il Senato del South Carolina ha approvato una legge che mette fuori legge quasi tutti i casi di aborto nello Stato. Il testo è stato approvato con 30 voti contro 13 dopo anni di discussioni, dopo che i repubblicani hanno vinto nuovi seggi nelle ultime elezioni.

In passato il testo era facilmente riuscito a passare alla Camera locale e il governatore del South Carolina, il repubblicano Henry McMaster, ha più volte detto che firmerà la legge non appena possibile.

South Carolina, fuori legge tutti i casi di aborto

La misura prevede che, se viene rilevato un battito del feto, l’aborto non può avvenire, a meno che la vita della madre non sia in pericolo o la gravidanza non sia risultato di stupro o incesto. Per questo il testo chiede ai medici di usare l’ecografia a ultrasuoni per provare a rilevare il battito del feto se pensano che la gravidanza sia di almeno otto settimane. Leggi analoghe sono state approvate in una decina di altri Stati Usa, ma sono bloccate nei tribunali.

 

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In South Carolina tutti i casi di aborto saranno fuori legge: dopo 13 anni approvato il testo

Gamestop, ovvero la fine del mito della “razionalità dei mercati”

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Roma, 28 gen – Piccoli investitori all’assalto di Wall Street. Sembra il titolo di un film, ma è quello che è accaduto (e che sta accadendo) attorno alle azioni di Gamestop. Come, per rimanere dalle parti della settima arte, nella celebre pellicola natalizia “Una poltrona per due“, ma questa volta è tutto vero. Assestando un colpo micidiale al mito (ammesso che qualcuno vi abbia mai seriamente creduto) della sedicente “razionalità dei mercati”.

Cos’è successo alle azioni Gamestop

Gamestop è una catena di negozi specializzata – come il nome suggerisce – nella vendita di videogiochi. Fondata nel 1984 negli Stati Uniti, si è poi espansa con quasi 6mila punti vendita in numerose altre nazioni.

Fino a meno di un decennio fa leader nel settore, così come già accaduto per Blockbuster (che ha chiuso i battenti nel 2013), negli ultimi anni ha dovuto fronteggiare la sempre più serrata concorrenza del digitale. Con i videogiochi in vendita sulle piattaforme di download, il supporto fisico è destinato ad essere soppiantato dal formato immateriale. Ne consegue una crisi che dura ormai qualche tempo.

Il futuro di Gamestop, insomma, sembrava segnato. Non però quelle delle sue azioni, quotate sul Nasdaqfinite nel mirino degli utenti del social network Reddit. Questi, con un semplice passaparola, hanno spinto al rialzo i corsi di borsa della società. Innescando una spirale che li ha portati a sfiorare i 500 dollari, in un turbinio di saliscendi che non sembra al momento avere ancora fine. Giusto per capirci: quando Gamestop dominava il comparto a fatica superava i 60 dollari ad azione.

L’obiettivo – raggiunto – era quello di concertare un’azione contro fondi d’investimento che, fiutando le difficoltà di Gamestop, avevano scommesso sul suo continuo ribasso. L’azione contraria li ha letteralmente affossati, causandogli perdite miliardarie. Davide che sconfigge Golia? Più Robin Hood, come il nome della piattaforma di trading da cui sono partiti buona parte degli ordini di acquisto. E che successivamente, senza particolari spiegazioni, sembra aver bloccato la possibilità di negoziare i titoli. Insomma, il mercato va bene solo quando i grandi fondi speculativi guadagnano? In caso contrario arriva la cavalleria.

Un motore che gira a vuoto ma ci giudica ogni giorno

Fin qui la cronaca. Potrebbe quasi sembrare il racconto delle vicissitudini un circolo ricreativo per ricchi senza di meglio da fare. Infastiditi per una volta da una truppa di piccoli, ma ben organizzati. Divertente quanto indice di un sempre maggiore distacco del mondo della finanza dalla realtà. Un motore che letteralmente gira a vuoto. Mettendo l’ennesima – ma sicuramente non l’ultima – parola fine all’infinita retorica che vorrebbe i mercati capaci di autoregolarsi e trovare nell’elemento “prezzo” il punto di caduta ottimale. Garantito il quale, insomma, tutto il resto si collocherebbe in una situazione di equilibrio. Quasi un ottimo paretiano, per gli amanti della teoria dei giochi.

Così, evidentemente, non è. Fosse solo un diletto per pochi, assisteremmo facendoci qualche risata sulle disgrazie altrui. Peccato che quello attorno a Gamestop sia lo stesso identico meccanismo che da qualche decennio pretende di giudicare i conti pubblici. Per noi almeno dal 1981, quando con il divorzio Tesoro – Banca d’Italia venne deciso di dare ai mercati l’ultima parola sul finanziamento delle esigenze del bilancio statale. Proprio quei mercati che vivono di reazioni uterine e che si fanno prendere dal panico, che è l’esatto contrario della razionalità, in un batter d’occhi. Quegli stessi mercati cui nel 2011 bastò un ordine (per quanto grande) di vendita sui Btp – anch’essa apparentemente concertata, dato che partì quasi in contemporanea da due “market maker” come Deutsche Bank e Goldman Sachs – per innescare la crisi dello spread, poi rientrata nonostante nel frattempo i nostri fondamentali economici fossero letteralmente colati a picco. E’ il libero mercato, bellezza.

Filippo Burla

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/economia/gamestop-fine-mito-razionalita-mercati-181050/?fbclid=IwAR3f7wuvQ6Mx3M-nQSAgHnaxJb7Q3-FoAj9-AQ5TQ3XEp2RIstWPUv1Yfnc

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 9/21 del 25 gennaio 2021, San Policarpo

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Segnaliamo la pubblicazione sul sito del Centro Studi “Paolo de Töth” della prefazione al libro “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”.

Il Centro Studi don Paolo de Töth https://www.paolodetoth.it nella festa della Conversione di San Paolo, ricorda questa importante opera di don Paolo, nell’attesa di  pubblicare periodicamente sul nostro sito dei contributi che facciano ancora oggi conoscere ed apprezzare il suo fondamentale contributo nella battaglia contro il Modernismo, soprattutto attraverso la sua gloriosa rivista, eminente espressione del Cattolicesimo Integrale, Fede e Ragione.

Prefazione di don De Töth al libro: “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”
https://www.paolodetoth.it/prefazione-di-don-de-toth-al-libro-il-soldato-di-cristo-stanislao-medolago-albani/

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La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

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La crisi del governo Conte è una svolta di grandissima importanza. Non solo, finalmente, cade il peggiore governo di sempre nella Repubblica, ma si apre una possibilità e una scelta su quello che sarà il futuro del nostro paese. Scelta che il passato governo per incapacità e modestia rendeva di fatto impossibile. Purtroppo la possibilità che si possa dare vita a un Conte ter è ancora viva e, in tal caso è realistico attendersi il triste primato di un podio per i tre peggiori governi della Repubblica con il Conte II, il Conte I e poi il Conte III non si sa ancora quest’ultimo su quale gradino del podio, ma altrettanto realistico sarebbe, in questo malaugurato caso, attendersi una rovinosa fine di questo trittico letale tra non molti mesi per tutto il paese.

Tutti i disastri dei giallorossi

L’ultimo governo Conte è stato di gran lunga il peggiore d’Italia. Nei 17 mesi in cui è durato non ha portato avanti nessuna delle riforme promesse (eccezione il family act dell’ottimo ministro Bonetti) e ha gestito la pandemia con i peggiori risultati in Europa sui quattro assi che contano: numero di decessi per abitante, calo del Pil, aumento del debito e giorni di chiusura della scuola. Era difficile fare peggio di tutti su ogni asse, ma Conte ci è riuscito e tra poco vedremo i pessimi risultati sul quinto asse, cioè le vaccinazioni che dopo l’inizio facile negli ospedali stanno rallentando in modo molto marcato e non certo per le ridicole accuse a Pfizer.

Oltre ai pessimi risultati di sintesi la lista degli “errori” e delle sgrammaticature istituzionali è davvero molto lunga: il ritardo nell’erogazione della Cig, gli inutili e costosi banchi a rotelle, la totale impreparazione del ritorno a scuola a settembre, le isole di vaccinazione con le primule, 60 milioni di commissioni pagate dal fornitore cinese di mascherine a oscuri intermediari, gli errori marchiani su Ilva e Alitalia, il cashback, la strategia dei colori con parametri oscuri e in continua evoluzione comunicati la sera prima, i presunti hacker del sito Facebook ufficiale di Palazzo Chigi che mascherano un utilizzo spregiudicato di “dark web” da parte di Rocco Casalino, e molti molti altri episodi che è quasi inutile elencare.

Ma al di là dei pessimi risultati ci sono due ulteriori elementi, di forma e di sostanza, che devono fare riflettere sull’eventualità che si possa arrivare al Conte ter. Nella forma un uso sconsiderato e quasi da regime dittatoriale della propaganda. Mai si era visto un asservimento coi totale dei media (la presenza totalizzante di Travaglio e affini in tv, l’azzeramento della critica di Corriere e Repubblica nonostante i ripetuti errori, le veline di Casalino, le conferenze stampa bulgare di Conte e Arcuri, ecc ecc) e mai si era assistito a un insieme di propaganda anche di basso livello (Casalino..) con un minimo contradditorio. Basti riflettere invertendo le parti sul fuoco di fila che si sarebbe scatenato contro Salvini, o, peggio, sul linciaggio subito da Renzi in queste settimane per avere esercitato un suo sacrosanto diritto politico.

Nella sostanza l’uso sconsiderato del deficit pubblico che prima in nome della pandemia, e poi in nome dei presunti 209 miliardi del Recovery fund ha comportato una spesa abnorme, senza vero impatto sulle prospettive di ripresa e con uno spreco colossale di denaro pubblico che costerà pesanti future tasse per i nostri figli. È il collegamento tra i due elementi a dare la vera e più sostanziale sintesi di Conte che proietta purtroppo un’ombra sinistra sul futuro.

CamaleConte assettato di potere

Conte è il nulla, se non quando si tratta di difendere il suo ruolo e li diventa “assoluto”. È vegano per Ciampolillo, amico e sostenitore di Trump se lo incontra e se fa incontrare in segreto il suo procuratore Barr per incastrare Biden, amico di Biden quando eletto, riceva la “badante” Maria Rosaria Rossi e la pasionaria Renata Polverini fino a pochi giorni prima esecrate se gli servono due voti, pro famiglia e contro l’eutanasia con Paola Binetti a cui promette il ministero della Famiglia e nello stesso tempo legato alle posizioni opposte di Leu sugli stessi temi, anti Mes con i 5 Stelle ma mai ufficialmente con il Pd che all’opposto lo chiede. Conte insomma è liquido, dice tutto e il contrario di tutto, non prende posizione, non fa nulla fino a rischiare di perdere la bandiera italiana alle Olimpiadi per timore di inimicarsi una frangia dei 5 Stelle, ma, ed è questo l’aspetto inquietante, usa pervicacemente lo Stato per mantenere e difendere il proprio ruolo e potere.

Usa lo Stato e il potere in ambito economico con due tecniche entrambe di antica memoria (gli anni ‘80 e ’90 del consociativismo) vale a dire la spesa pubblica clientelare per sussidi a pioggia, e l’utilizzo delle poltrone per assicurarsi supporto parlamentare. Cosi facendo rende l’azione di governo assolutamente inefficace, con una squadra palesemente incompetente creata per soddisfare 5 Stelle e Pd/D’Alema e indebita l’Italia in modo sconsiderato utilizzando quello che Mario Draghi ha definito sinteticamente debito cattivo.

Conte è l’opposto di una statista, è uno spregiudicato power broker, che arrivato a esser primo ministro senza ne arte né parte, si innamora del ruolo fino a invertire il fine (amministrare bene) con il mezzo (gestire potere). La crisi in corso ne è l’ultima dimostrazione plastica con la ricerca disperata dei “costruttori” senza un minimo di valori comuni, proclamandosi liberale e moderato dopo che ha raccolto i voti dell’estrema sinistra e dai 5 Stelle, e, prima, della Lega.

Poco rileva ricordare che Conte abbia potuto comportarsi così per effetto della sciagurata elezione del 2018 con la rappresentanza dei 5 Stelle cosi numerosa, per gli errori enormi e la modesta cultura politica e non di Salvini, e per la modestia intellettuale e di visione del segretario Pd eterodiretto da D’Alema. Il fatto rilevante è che Conte sia questo, privo di una visione se non la conservazione a ogni costo e compiacendo tutti della sua base di potere. Di per sé questo sarebbe già sufficiente a escluderlo dal futuro ma diventa invece nulla di meno che drammatico nella situazione in essere oggi. Il futuro che ci attende è una stagione di scelte chiare nette e ahimè potenzialmente molto dolorose. Scelte che se fatte per “compiacere” come sempre fa Conte porteranno l’Italia alla rovina.

Giovanni Cagnoli, 27 gennaio 2021

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Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

Impeachment di Trump verso il fallimento, ecco perché

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Roma, 27 gen – Impeachment, da settimane parola chiave negli Usa. Tormentone per tutti, accusatori e imputato, analisti e sostenitori dell’una e dell’altra parte. Non ci fosse il Covid non si parlerebbe (quasi) d’altro. E’ un po’ come la crisi di governo in Italia, non affascina nessuno ma tutti sono costretti a sorbirsela, commentarla e attendere la conclusione di un estenuante intrigo di potere. Dunque non resta che chiedersi, come finirà? Fino a pochi giorni fa buona parte dei media americani puntavano tutto sulla condanna di Donald Trump. Ora però qualcosa è cambiato, o per meglio dire qualcuno si è accorto che in questo caso non esiste una giuria popolare, contano invece più prosaicamente gli asettici e inconfutabili numeri.

Impeachment di Trump, i numeri non mentono

E i numeri ci dicono che per i dem c’è un grosso guaio a Washington, perché in Senato con tutta probabilità non arriveranno al fatidico 67. Ovvero il magic number di senatori necessari per far passare l’impeachment dell’ex presidente degli Stati Uniti. Joe Biden se n’è accorto ieri e alla vigilia del giuramento dei nuovi eletti nella Camera alta del Congresso gli accusatori potevano contare soltanto su 60 voti potenziali. Una volta iniziata la seduta il numero è mestamente sceso a 55, ergo dodici meno della soglia per condannare Trump. L’apertura ufficiale della procedura sarà tra due settimane, il 9 febbraio, ma il segnale che arriva dal Senato è piuttosto chiaro: anche questa volta il tycoon se la caverà fischiettando. Tanto per intendersi meglio, in quello che dal senatore John Boozman è stato definito “un test politico”, ben 45 repubblicani su 50 hanno votato a favore dell’incostituzionalità del processo contro Trump.

Trump attende fiducioso

“Una buona indicazione di come finirà”, ha fatto presente Mike Rounds, senatore repubblicano del South Dakota. Ma il dato forse più rilevante è che tra quei 45 voti c’era pure quello di Mitch McConnell, leader dei repubblicani in Senato e in quanto tale – come scritto ieri su questo giornale – decisivo ago della bilancia. Era proprio lui ad aver fatto intendere, in privato, di gradire l’impeachment. E quindi il Partito Democratico contava sulla sua influenza nei confronti degli altri repubblicani.

Eppure adesso sembra proprio aver cambiato idea e se l’impeachment dovesse fallire, come probabile, i dem subirebbero la prima significativa batosta post elezione di Joe Biden. Certo, potrebbero pure valutare di portare di nuovo Trump a processo, ma questo si tradurrebbe nel blocco del Congresso per altre lunghe settimane. Un’opzione tutto tranne che saggia. E che farebbe unicamente gongolare l’arcinemico del pueblo progressista, ormai dedito alla siesta caraibica in Florida.

Eugenio Palazzini

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https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/impeachment-trump-fallimento-ecco-perche-180937/

La paladina Lgbt adesso sbotta “Salta il governo? Gli omosex…”

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Cathy La Torre, paladina del mondo Lgbt, si lamenta con un Tweet. Ma si dimentica di cosa sta realmente accadendo in Italia

“Fra gli aspetti negativi delle #dimissioniConte, ce n’è uno in particolare che quasi nessuno nota: la legge contro l’omotransfobia sarebbe bloccata per l’ennesima volta, lasciando senza tutele e diritti milioni di cittadin* Ce ne ricorderemo ad eventuali elezioni, si sappia”.

Con un tocco di pennello di infinita classe Cathy La Torre dipinge l’asterisco giusto al posto giusto in una delle sue ultime tele, i Tweet cioè, con cui intende cambiare il mondo. Anche digitale. Perché l’avvocata (apprezzerà il boldrinismo) bolognese che in una delle tante interviste si definisce con orgoglio “lesbica e gender-fluid, non-binary, queer, fuori dalle categorie” e che per alcuni quotidiani è il legale “dei diversi”, dei linguaggio comunicativo utilizzato sui social ne ha fatto una scienza.

È madrina della campagna “Odiare ti costa“, ha fondato fondato il Centro europeo di studi sulla discriminazione, è sempre pronta a difendere, spesso pro-bono, membri della comunità LGTBQ+ perseguitati per via dell’orientamento sessuale. In circostanze vere o presunte. Come il caso di Camilla Cannoni, l’infermiera genovese di 23 anni che denunciò sui social di aver subito angherie, dispetti, insulti, atti vandalici dai vicini perché lesbica e venne adottata da La Torre come sponsor della necessità della Legge sull’omotransfobia (il Ddl Zan).

Qualche giorno dopo su TPI Selvaggia Lucarelli dedicò un lungo approfondimento alla questione, reale, ma forse ridotta un po’ troppo all’osso viste le molte altre componenti a caratterizzare la vicenda. Curiose in questo senso le tempistiche: il video compare il 28 ottobre, sui social e sui media si scatena un hype sensazionale, la legge viene approvata alla Camera il 4 novembre. Ma sarà malignità.

Che a Cathy La Torre comunque stia particolarmente a cuore il Ddl Zan è evidente, nonché lecito, e ribadito nel Tweet in questione, vagamente minaccioso. Ma insomma, la sua nota tendenza ad iperbolizzare accadimenti che urtano la sua sensibilità e sminuire ciò che afferisce quella altrui (attribuì a un collaboratore, e poi rimosse, il Tweet “Viviamo nell’epoca del maschio etero bianco che oltre ad essere politicamente inadeguato è fortemente dannoso appena apre bocca”, un po’ fuori luogo per chi vorrebbe perseguire l’odio, tutto l’odio, online; declassò a “critica politica” il dito medio ritratto in foto da una passeggera a Salvini mentre dormiva sull’aereo) torna ad emergere alla luce di quanto sta avvenendo in Italia (e nel mondo) da ormai un anno.

La crisi politica a cui stiamo assistendo è fuori luogo, ricca di personalismi e lontana anni luce dalla sbandierata volontà di difendere gli italiani dagli effetti nefasti della pandemia. E certamente porta con sé una marea di dimenticanze. Come quelle della stessa La Torre, però, che pone la legge contro l’omotransfobia in posizione troppo prioritaria.

Ad esempio, dimentica il fatto che mentre governo e parlamento si fanno i dispetti il Fmi ha tagliato le stime di crescita del Pil italiano del 2,2%, allontanandola parecchio dal +6% programmatico indicato dal governo nella Nota di aggiornamento al Def (+5,1% in termini tendenziali). L’Italia, insomma, dopo aver subito una delle peggiori batoste causate dal Covid nel 2020 (Pil a -9%), sarà pure la più lenta a ripartire tra le economie avanzate.

E dimentica i 390mila posti di lavoro spariti nel nulla dal novembre 2019, e gli altri che spariranno quando finirà il blocco dei licenziamenti.
Dimentica gli effetti psico-fisici sulla popolazione delle restrizioni mai davvero allentate negli scorsi 12 mesi: 62 suicidi legati direttamente (paura del contagio) o indirettamente (cause economiche) al Covid nella sola prima ondata, monitorati dalla Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze; aumento del consumo di ansiolitici denunciato dall’Aifa; milioni di visite mediche saltate già nei primi cinque mesi del 2020 e un ammanco di diagnosi e di trattamento di patologie gravi come il cancro (l’Osservatorio Nazionale Screening sostiene siano state almeno cinquemila unità); picco vertiginoso di famiglie distrutte, divorzi (60% in più di separazioni), abusi su minori, violenze domestiche, disturbi alimentari e cognitivi nei più piccoli costretti al lockdown prolungato.

Saranno forse questi i motivi per i quali “quasi nessuno” sta rivolgendo un pensiero al mancato approdo del Ddl Zan in Senato? Sarà forse perché un po’ tutti, compresi i “milioni di cittadin* rimasti senza tutela” (saranno davvero milioni?) hanno, al momento, ben altri problemi? E sarà forse anche perché, persino il Conte-bis, caratterizzato da un’attenzione maniacale ad intercettare sentimenti popolari, avrà intuito che nessuna sommossa esploderà mai per via del mancato voto sul Ddl Zan?

Milioni di italiani sono effettivamente senza tutele e senza diritti: non hanno diritto al lavoro, non hanno diritto allo studio, non hanno diritto alla salute. Poi verrà il resto.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/ecco-priorit-sinistra-fermata-legge-sullomofobia-1919695.html

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

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di Matteo Castagna (articolo pubblicato anche su Veronanews.net del 23.01.2021)

 

di Matteo Castagna – – L’anno del centenario “1921-2021” è il calendario di manifestazioni con cui Livorno ricorda, a partire da giovedì 21 gennaio, l’anniversario della nascita del Partito Comunista, che avvenne in quello stesso giorno nel 1921 tra due teatri: il Goldoni (dove si teneva un secolo fa il XVII congresso del Partito Socialista) e il San Marco, nel quale si trasferirono i fuoriusciti dal Partito Socialista Italiano, ovvero gli aderenti alla frazione comunista capitanati da Amadeo Bordiga, alla presenza, tra gli altri, di Antonio Gramsci.

Il programma di iniziative si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: in estate e in autunno è attesa una grande mostra celebrativa. Alle Poste centrali di via Cairoli è stato emesso l’annullo del francobollo celebrativo del centenario del Congresso di Livorno. Al Teatro Goldoni il francobollo è stato presentato nel corso di una cerimonia con il presidente della Regione, Eugenio Giani, il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, la giunta e il consiglio comunale. E’ stata inaugurata una mostra dedicata alla scissione di Livorno, costituita da pannelli affissi su una serie di totem posti a “falce” nella piazzetta di fronte all’ingresso del luogo in cui maturò la fuoriuscita dal Psi. A ricostruire la storia, testimonianze da giornali dell’epoca, da libri e da foto dei luoghi in cui si svolsero gli eventi.

Sabato 23 gennaio, l’associazione Uni Info News, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un incontro dalla sala del Grande Rettile del Museo della Città, intitolato “C’era una volta il Pci. Viaggio attraverso la storia del più importante partito comunista dell’Occidente”. Come accaduto per altri avvenimenti cari alla sinistra, vi è una sorta di sospensione speciale di alcune regole imposte dalla pandemia, perché c’è qualcosa di “metafisico” che deve essere per forza onorato, cascasse il mondo e alla faccia del “vairus”: la nascita del PCI con questa bolsa ed ammuffita retorica, come un processo di beatificazione laico. Il social-comunismo, oggi divenuto globalismo, è una religione coi suoi riti, cui non ci si può sottrarre.

Spiega Lenzi a “Repubblica”:  “I primi eventi saranno simbolici, data la difficoltà in questa fase di emergenza sanitaria di inaugurare grandi mostre che potrebbero chiudere dopo pochi giorni, e data l’impossibilità di usare cinema e teatri, purtroppo ancora chiusi al pubblico, per rassegne culturali di ampio respiro. Si tratta comunque di un modo, per ‘segnare il posto’ in attesa del vero grande evento che appunto è programmato per dopo l’estate”. Insomma, a Livorno sanno già pure le date della fine della pandemia, così da poter modulare gli eventi celebrativi su di esse. Che robe!

Pare proprio che il muro di Berlino non sia crollato, che Achille Occhetto non avesse avviato la riforma della sinistra italiana, che il nuovo nome sia solo una facciata per nascondere quell’ideologia “intrinsecamente perversa” – come la definì Papa Leone XIII – che, tra foibe e gulag, non solo privò delle libertà fondamentali, in nome dell’uguaglianza sociale, ma si rese protagonista dell’eccidio di 90 milioni di persone nel mondo.

Lothrop Stoddard, parlando dopo gli sconvolgimenti bolscevichi che avevano ridotto la Russia a un inferno, ha affrontato il tema della degenerazione fisica e mentale come causa di rivolta contro i valori della civiltà, da parte di chi egli definì i “sub-umani” e scrisse: “le atrocità perpetrate da alcuni commissari bolscevichi sono così rivoltanti che sembrano spiegabili solo con aberrazioni mentali, come la mania omicida o quella perversione sessuale nota come sadismo. Nel 1919, ai tempi del Terrore Rosso a Kiev, tre psichiatri esaminarono alcuni di questi leader. La loro diagnosi fu che erano dei degenerati, di mente più o meno malsana. Inoltre, la maggior parte di loro erano degli alcolizzati; la maggioranza di loro era sifilitica, mentre molti assumevano droghe... “( capitolo VI del libro: “Rebellion of the Under-man” pag. 177)

Il sociologo francese Gustave Le Bon notò, nel “The World in Revolt” (New York, 1921) p. 179, che “la mentalità bolscevica è antica quanto la storia. Caino, nell’Antico Testamento, aveva la mente di un bolscevico. Ma è solo ai nostri giorni che questa antica mentalità ha incontrato una dottrina politica per giustificarla. Questo è il motivo della sua rapida propagazione, che ha minato la vecchia scala sociale“.

Se la nostalgia non prevalesse sul retto discernimento e se l’ideologia fosse davvero morta e se Stoddard non avesse ragione, si sarebbe colta l’occasione del centenario del PCI per un sincero e sereno mea culpa da parte di chi nel 1954 sostenne la “primavera di Praga” e, con l’approssimarsi della giornata del Ricordo, si sarebbe potuto approfittare per togliere l’ incredibile onorificenza concessa con decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 2 marzo 1970, al Maresciallo Tito come “Cavaliere di Gran Croce, decorato di gran cordone, al Merito della Repubblica”. Lui, che fece trucidare migliaia di persone, perché “colpevoli” di essere italiane.

Matteo Castagna

DA

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

Soros ha finanziato parlamentari abortiti, per Biden è record di donazioni anonime

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L’EDITORIALE DI LEONARDO MOTTA

Il miliardario liberal George Soros è stato piuttosto impegnato a garantire che i candidati democratici (delle scorse presidenziali truccate) favorevoli all’uccisione dei bambini nel grembo delle loro madri, potessero ottenere una spinta da alcuni dei gruppi pro aborto più estremi.

I registri della Federal Election Commission (FEC) mostrano che il super PAC di Soros (Democracy PAC) ha donato almeno 2.545.454,55 milioni di dollari al gruppo radicale Planned Parenthood Votes (PPV). 

Il gruppo, che è associato a Planned Parenthood, “fornisce contributi ai candidati che sostengono l’aborto”, secondo Influence Watch. 

Il gruppo ha speso $ 10.863.121 milioni in spese totali per le elezioni federali durante il ciclo del 2020. 

Ciò significa che i finanziamenti PAC per la democrazia hanno rappresentato il 23% di tutta la spesa per le elezioni del ciclo elettorale del PPV del 2020.

Soros aveva lanciato il Democracy PAC nel 2019 con un finanziamento iniziale di 5,1 milioni di dollari, suggerendo che era “disposto a spendere molto per le elezioni del 2020”. 

Da allora il PAC ha ricevuto milioni di finanziamenti da un altro dei gruppi di Soros: il Policy Reform Fund.

Ma c’era un altro gruppo politico pro-aborto che riceveva anche una grossa somma di denaro dal PAC di Soros.

Infatti, anche il radicale NARAL Freedom Fund ha ricevuto 1 milione di dollari dal Democracy PAC.

Il gruppo aveva pubblicato un disgustoso annuncio a favore dell’aborto e contro Trump per influenzare gli elettori. L’annuncio mostrava “giovani donne che accusavano il presidente e i suoi alleati di anteporre l’ideologia alla scienza”.

A quel tempo Soros PAC era l’unica fonte di reddito segnalata per il NARAL Freedom Fund.

C’è da dire, purtroppo, che Soros non è stato l’unico miliardario liberal ad aver contribuito con i suoi fondi a deputati e senatori democratici favorevoli ad uccidere i bambini nel grembo materno.

Come se non bastasse il neo presidente (eletto da Demonion) Joe Biden ha beneficiato di una quantità record di donazioni da donatori anonimi diretti a gruppi esterni che lo sostenevano.

Uno dei canali di Bloomberg, ex candidato dei Democratici, ha spiegato che gli elettori non avranno mai un resoconto completo di chi abbia aiutato Biden a vincere la corsa alla Casa Bianca. La campagna vincente di Biden è stata sostenuta con 145 milioni di dollari in cosiddette donazioni di denaro oscuro, un tipo di raccolta fondi che i democratici denunciano da anni.  

Tali flussi di fondi hanno aumentato il bottino di Biden a 1,5 miliardi di dollari, di per sé già un record per uno sfidante di un presidente in carica. I democratici hanno sempre affermato di voler vietare il denaro oscuro, in quanto corruttore, in modo univoco, dal momento che consente ai sostenitori di sostenere tranquillamente un candidato senza controllo. Tuttavia, nel loro tentativo di sconfiggere Trump nel 2020, l’hanno abbracciato. 

Priorities USA Action Fund, il super comitato d’azione politico che Biden ha designato come il suo veicolo preferito per le spese esterne, ha utilizzato 26 milioni di dollari in fondi originariamente donati al suo braccio senza scopo di lucro, chiamato Priorities USA, per sostenere Biden.  

 

Leonardo Motta

Siris, l’Isis cerca la rivincita

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Attacchi condotti nel 2020? 593. Uccisi in queste azioni 901 uomini delle Forze Democratiche Siriane (Sdf, le milizie di curdi, arabi e siri riunitesi nel 2015 sotto l’egida degli Usa), 407 soldati dell’esercito siriano e 19 miliziani di altri gruppi.. La geografia di questi attacchi? Per la maggior parte intorno a Deir-ez-Zor (389), poi Raqqa (59), Hasakah (39), Homs (38), Aleppo (36) e Dar’a (29). Questi, almeno, i dati diffusi da Amaq, l’agenzia di notizie comparsa per la prima volta nel 2014, ai tempi dell’assedio di Kobane, e che fa da portavoce ufficioso del gruppo Stato islamico (Isis).
 
È certo possibile che i numeri siano un po’ gonfiati a scopo di propaganda. Forse l’Isis non ha lanciato tutti quegli attacchi e non ha ucciso tutte quelle persone. Ma un fatto è certo: i terroristi dello Stato islamico stanno cercando la rivincita in quelli che un tempo erano i loro caposaldi. Ultima propaganda a parte, certi segnali erano inequivocabili. 
L’aumento degli attentati, soprattutto di quelli che rivelano la mano dell’Isis come le auto-bomba tra i civili e i kamikaze. Non a caso il 2020 si è concluso, il 31 dicembre, con un attacco a un autobus che viaggiava tra Palmira e Deir ez-Zor, che ha fatto 25 morti. Vi sono poi gli omicidi mirati, soprattutto ai danni della stampa indipendente e degli attivisti dei movimenti filo-curdi, e l’inesorabile crescita di atti di violenza compiuti in pieno giorno da uomini mascherati svelti poi a sparire confusi nella folla.

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Solženicyn e la tragedia dei gulag

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Aleksandr Isaevič Solženicyn è stato uno scrittore russo. Con i suoi lavori, in particolare Arcipelago gulag, fu il primo a rivelare al mondo l’orrore dei campi di concentramento sovietici. Quest’opera di verità gli valse il Nobel per la letteratura nel 1970, ma quattro anni dopo l’Urss lo esiliò. Nel 1945, era finito agli arresti per aver osato criticare Stalin in una lettera a un amico, controllata dalla polizia segreta. Fu condannato a 8 anni da scontare in un gulag. Ecco cosa raccontava di quella terribile esperienza nel suo libro più famoso.

Sulla disperazione che coglieva i prigionieri

“A che limiti di mostruosità si deve ridurre la vita della gente, perché migliaia di uomini, nelle prigioni, nei cellulari e nei vagoni invochino, come loro unica speranza di salvezza, la forza sterminatrice di una guerra atomica!”.

Sul dramma dei detenuti liberati e spediti al confino

“È un giro vizioso: non accettano al lavoro senza un permesso di soggiorno, non danno il permesso di soggiorno se non si ha un impiego. Senza lavoro non si ha neppure la tessera del pane. Gli ex detenuti ignoravano la regola secondo la quale la Mvd [il ministero dell’Interno] ha il dovere di sistemarli al lavoro. E anche se qualcuno ne era al corrente, aveva paura di rivolgersi a quel ministero: c’era da essere messi dentro… La libertà è libertà di piangere”.

Sul fatto che l’esistenza dei campi fosse connaturata al regime sovietico

“La differenza [dei lager di Chruščёv] coi lager di Stalin non è data dal regime di detenzione, bensì dalla composizione degli effettivi: non ci sono più milioni e milioni di Cinquantotto. Ma, come prima, i detenuti si contano a milioni e, come prima, molti sono esseri senza difesa, vittime di una giustizia iniqua e cacciati nei lager unicamente perché il sistema vuole sopravvivere ad ed essi rappresentano il suo nutrimento. I dirigenti cambiano, l’Arcipelago rimane. Rimane perché questo regime statale non potrebbe sussistere senza l’Arcipelago. Se si liquidasse questo, anche quello cesserebbe di esistere“.

E infine, l’appello ai benpensanti

“Oh, pensatori occidentali «di sinistra», così amanti della libertà! Oh, laboristi di sinistra! Oh, studenti progressisti americani, tedeschi, francesi! Tutto questo è ancora troppo poco per voi! Per voi, tutto il mio libro si riduce in sostanza a nulla. Capirete ogni cosa, e di colpo, solo il giorno che – mani dietro la schiena! – partirete voi stessi per il nostro Arcipelago”.

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Solženicyn e la tragedia dei gulag

Gli eredi del Pci sono in fuga dalla realtà

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Tutto nasce da là. Dall’Addio alla Milano bella di cui scrive magnificamente, nel suo ultimo libro, Lodovico Festa. Da Mani Pulite nasce la propaganda virologica del giornale unico: oggi come ieri non si può mettere in discussione la verità sanitaria e (ieri) manettara: e chi lo fa è condannato ai margini. E come scrive bene Festa è da quel momento che la sinistra, quella comunista, decide, per interesse di bottega, di cancellare anche ogni parvenza di adesione al principio della realtà.

Voto come unica alternativa

Colpisce nel dibattito sulla fiducia al governo Conte la morte di una minima pretesa di verità da parte delle forze dell’attuale quasi maggioranza. Ha sintetizzato bene Mattia Feltri, il requisito minimo di una bugia è di essere almeno un po’ credibile, altrimenti diventa una burletta. Nel 2019 contro la richiesta di andare a votare del centrodestra si era forzata la situazione, nel solco della consolidata tradizione post ’94 di ridimensionare il peso della volontà popolare, per cercare di gestire dall’alto il governo della nazione. Dentro però quella forzatura si leggevano obiettivi, non condivisibili, ma almeno comprensibili e dichiarati: l’iniziativa di formare il governo era promossa dall’ala più coerentemente atlantista-europeista della maggioranza cioè i renziani e si sperava di integrare un movimento naive come i 5 Stelle.

Una scelta sbagliata ma discutibile, analizzabile. Oggi, invece, la forza più moderna della maggioranza si ritrae, i grillini non sono più un problema politico perché tradendo tutto il proprio programma hanno sterilizzato la loro carica disgregatrice. E anche nel centrodestra (non tutto ovviamente) sono affiorate disponibilità a gestire una fase di transizione se non si volesse andare immediatamente a votare come d’altra parte sarebbe naturale (vedi l’Olanda). In questa crisi, certo, stupisce il gergo, lo sterminato elenco delle cose da fare elencate dall’Avvocato – un tempo – del popolo, peraltro ben ispirate dalla tecnica da Grande fratello del suo principale comunicatore.

Eredi del Pci come stampella di Conte

Sbalordisce maggiormente la scomparsa di ogni rapporto con la verità fattuale da parte degli eredi del Pci: il loro annegare in silenzi e banali tatticismi il reclutamento di disperati di varia foggia per salvare l’insalvabile. Chi scrive non ha certo simpatia per il comunismo anche quello italiano, «da 100 anni dalla parte del torto», però nel partito togliattiano il principio di realtà non sembrava compromesso come oggi. Come questa corrente politica si sia trasformata nella penosa truppa di complemento di Conte è, al netto delle convenienze «personali», incomprensibile.

Ecco perché la lettura di un giallo storico-politico di Lodovico Festa, Addio Milano bella, ci può aiutare: descrive perfettamente questo processo di distanziamento dalla verità nella stagione del ’92-’93 quando l’occasione di sistemarsi per scomparsa dei concorrenti principali, portò gli eredi di un ex grande partito (sia pur dalla parte del torto) a rinunciare a un ruolo veramente nazionale, perdendo così l’anima. Fino ad arrivare appunto al governo Conte bis, poi ter, e magari quater.

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Gli eredi del Pci sono in fuga dalla realtà

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