Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

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DI MARCELLO VENEZIANI

“Abbiate l’onesto coraggio di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze”. In vista del Giorno del Ricordo, che ricorre domani, Marcello Veneziani rivolge una “raccomandazione” alle “autorità”, perché abbiano “l’onesto coraggio” di dire quello che quel massacro fu davvero, citandone apertamente i “sicari”, che “furono i comunisti“. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe”, aggiunge Veneziani.

Ecco perché le Foibe finirono nell’omertà

Per il giornalista, che all’argomento dedica un lungo articolo su La Verità dal titolo “Parlate di Foibe? Dite la parola comunismo”, il Giorno del Ricordo “è l’ultima commemorazione dedicata all’amor patrio istituita nel nostro Paese”, e va preservata dal “calendario dell’oblio” e dalla “indecorosa semiclandestinità” in cui sono finite tutte le altre ricorrenze nazionali. “Le foibe – prosegue Veneziani – finirono nell’omertà sin da quando furono perpetrate. Perché tiravano in ballo le responsabilità del Pci e dei partigiani rossi nei massacri; incrinavano il rapporto con la vicina Yugoslavia di Tito; c’era il tabù della cortina di ferro e non si dovevano sfrucugliare gli assetti stabiliti”. “Furono per decenni – ricorda – il ricordo atroce di una minoranza di profughi e il ricordo polemico di una minoranza di ‘patrioti’, in prevalenza legati al vecchio Movimento sociale italiano e ai monarchici. Infine fu ufficializzato il suo ricordo con l’istituzione della giornata”.

“Un capitolo nostrano degli orrori del comunismo”

Rifiutando la “pretesa assurda e meschina di bilanciare con il Giorno del Ricordo la Giornata della memoria” e di svolgere “odiosi paragoni contabili”, Veneziani è comunque costretto a mettere a paragone le due ricorrenze, ricordando che “per ogni ricordo delle foibe ci sono 100 ricordi istituzionali e mediatici della Shoah“. Lo fa perché, al di là dei numeri che sono “imparagonabili”, “l’orrore delle foibe assume grande rilievo, numericamente più rilevante della stessa Shoah, se è inteso come un capitolo nostrano degli orrori perpetrati del comunismo nel mondo, che si contano – come scrisse Stéphane Courtois – in 80 milioni di vittime, in gran parte non in tempo di guerra”.

“Non menatela con i fanatismi nazionalistici”

Veneziani invita, quindi, a non rimuovere la verità storica e a mettere da parte lo “Scurdammoce o’ passato” che sembra essere il nostro “unico inno nazionale”. Per questo rivolge la sua “raccomandazione alle autorità per la giornata di domani”. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe. Non fu semplicemente – sottolinea – il frutto di una guerra tra odii nazionalistici. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani, che sposarono – come scrissero in un documento infame dell’epoca – la tattica delle foibe“.

Veneziani: “Chiamate i sicari per nome: furono i comunisti”

“Abbiate l’onesto coraggio – sono le parole di Veneziani alle autorità – di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze. È come se nella Giornata della Memoria non fosse mai citato il nazismo ma ce la prendessimo con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nell’invasione della Polonia e poi nella caccia e lo sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole dello sterminio e va citato per nome: il nazismo per la Shoa e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Le responsabilità dei comunisti italiani nelle Foibe

Lo sterminio degli italiani nelle foibe e la loro espulsione-espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista; la guerra di classe dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi; la guerra etnica contro gli italiani. Non saltate i due precedenti passaggi e abbiate l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti“. “Il nazionalismo – avverte Veneziani – in questo caso c’entra assai meno. Tant’è vero che collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani, i quali si sentivano prima di tutto comunisti. E solo dopo, ma molto dopo, italiani. Per senso storico e carità di patria – conclude Veneziani nel suo articolo su La Verità – teniamo a mente che i carnefici del passato non hanno eredi”.

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Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

La scelta di Salvini (appoggiare Draghi) è l’unica possibile?

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L’EVENTUALE AVENTINO DELLA LEGA DETERMINEREBBE UNA MAGGIORANZA POLITICA SPOSTATA A SINISTRA E FAREBBE VENIR MENO LA TREGUA SUI TEMI SENSIBILI: SI DIVENTEREBBE COMPLICI DELLA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA CHE INEVITABILMENTE SEGUIREBBE A LIVELLO NORMATIVO.

Di Gianfranco Amato (Avvocato)

La scelta della Lega di appoggiare Mario Draghi nel suo tentativo di approntare un governo ha lasciato l’amaro in bocca a diversi militanti del mondo pro-life e pro-family italiano.

Cercherò di spiegare perché la scelta di Salvini non solo era obbligata e l’unica possibile, ma rappresenta anche un vero colpo di genio dal punto di vista politico. Lo farò in sei punti.

1) Occorre considerare la natura del partito Lega. Per non apparire di parte, citerò le parole di un insospettabile filosofo di sinistra: Massimo Cacciari. In una recente intervista rilasciata al “Giornale” il filosofo veneziano ha spiegato che «la Lega è l’unico partito in Italia che ha forza, ossia ha un autentico radicamento sociale nelle Regioni chiave di questo Paese, il Nord» e «non ha qualche voto d’opinione raccattato un po’ a caso». Per Cacciari, infatti, «la Lega è l’unica forza politica, tutto il resto oggi c’è e domani non c’è più». Nella scelta (obbligata) di sostenere Draghi proprio la base sociale di riferimento del Carroccio ha giocato un ruolo fondamentale: imprenditori piccoli e grandi, artigiani, commercianti, professionisti e partite IVA del Nord hanno preteso da Salvini che partecipasse attivamente ad un governo in grado di dare risposte concrete alle loro esigenze, e che non si rifugiasse in un inconcludente Aventino. Interessante, per esempio, è la dichiarazione rilasciata da Alberto Baban, imprenditore veneto, ex presidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria: «La Lega sarà obbligata a sostenere un governo Draghi, altrimenti perderà la sua base, che è fatta di piccole e medie imprese, di partite Iva, di gente che sta sul mercato e ha bisogno di un governo serio. Se la Lega vuole affossare l’Italia solo per una questione ideologica o di convenienza politica, la pagherà». Da questo punto di vista, quindi, non vi erano molte alternative.

2) Il colpo geniale è stato quello di far implodere l’accrocco giallo-rosso e di scatenare un vero e proprio psicodramma dentro il PD. I democratici, infatti, erano convinti che l’opzione Draghi avrebbe riproposto la formula politica prevista per il Conte Ter, o al massimo un governo “Ursula”, ovvero la stessa formula allargata alla parte liberal di Forza Italia. Nessuno si aspettava un sì incondizionato da parte di Salvini.

3) L’imprevista adesione della Lega, senza veti e pregiudiziali nell’interesse superiore del Paese, non ha soltanto avuto l’effetto deflagrante di una bomba nel campo avversario, ma ha accreditato lo stesso partito, anche a livello internazionale, come soggetto politico responsabile e titolato a governare. Salvini in un colpo solo ha fatto venir meno l’unico collante che teneva insieme l’armata Brancaleone giallo-rossa – ovvero l’odio nei suoi confronti – e ha fatto uscire dal lazzaretto degli appestati la stessa Lega. Quest’ultimo in realtà è l’elemento che più ha destabilizzato i piddini. Il Carroccio, a livello nazionale ed internazionale, non ha più il marchio d’infamia degli impresentabili, ma è tornato in partita. La mossa a sorpresa ha dimostrato urbi et orbi che la Lega ha tutti i titoli per governare l’Italia.

4) Non occorre rispolverare il noto aforisma del “Divo Giulio” («il potere logora chi non ce l’ha») per comprendere che l’opposizione o, peggio, l’Aventino non paghi mai in termini elettorali. Basta ricordare che Salvini ha raddoppiato i consensi della Lega quando era Ministro degli Interni, e proprio la sua politica sul controllo dell’immigrazione, checché se ne dica, è stata determinante per catalizzare voti addirittura da sinistra. L’opposizione di questo anno e mezzo, invece, non ha assolutamente pagato in termini di consenso. Anzi. Da questo punto di vista Fratelli d’Italia rischia di commettere un grosso errore strategico. Non appare, infatti, una grande prospettiva quella di ripetere – mutatis mutandis – l’esperienza del M.S.I. ghettizzato fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”. Pensare che questa scelta paghi in termini di voti è un errore già rilevabile. Giorgia Meloni potrebbe dare un’occhiata ai sondaggi che vedono la maggioranza degli elettori di Fratelli d’Italia propendere per il sostegno al governo di “solidarietà nazionale” di Draghi. O potrebbe, più concretamente, dare un’occhiata alla fila degli amministratori locali di Fratelli d’Italia che in queste ore stanno bussando alla porta della Lega. Nell’attuale contesto storico l’isolamento per ragioni ideologiche è fuori tempo. La società oggi chiede risposte concrete non posizioni ideali di bandiera, e queste risposte si possono dare solo se si ha la possibilità di incidere. Salvini ministro degli interni docet!

5) Mostrano un’ingenuità naïf tutti quelli che pensano che l’alternativa all’appoggio a Draghi siano le elezioni. Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti. È pericoloso, quindi, inseguire l’illusione delle elezioni e scherzare col fuoco. Se la verifica coi partiti dovesse dare esito negativo, Mario Draghi sarà costretto a tornare da Sergio Mattarella per rifiutare l’incarico. A quel punto, però, il Presidente della Repubblica non si rimangerebbe pubblicamente la parola e non scioglierebbe le camere ma sarebbe costretto a giocare “obtorto collo” l’ultima carta che non vorrebbe mai giocare: spedire il governo dimissionario di nuovo in parlamento. E di fronte ad uno scenario da “last call” – o fiducia o caduta – i peones di tutti i partiti (trasversalmente), per il citato principio di autoconservazione e nel segreto dell’urna, voterebbero il Conte Ter. Serva da lezione quanto è accaduto nell’agosto 2018.

6) Un’ultima riflessione di carattere etico-morale. Un governo istituzionale di unità nazionale presuppone per sua natura che i temi divisisi – soprattutto quelli eticamente sensibili e ad impronta ideologica – vengano tolti dal tavolo della discussione. Fonti autorevoli ed accreditate confermano che già esiste, come è ovvio che sia, un accordo in tal senso. Ciò significa non solo lo stop all’approvazione definitiva della famigerata Legge Zan in tema di “omolesbotransginecodisabilofobia”, ma anche all’avanzamento dell’iter della legge sull’eutanasia, sull’utero in affitto, sulla legalizzazione della cannabis, evia elencando. La Lega tornerebbe a svolgere la funzione di “diga” che ebbe durante il governo giallo-verde. Ricordiamo che la conclusione di quella esperienza ebbe, tra gli altri, anche l’effetto deleterio di far approvare alla Camera il citato DDL Zan. Dal punto di vista etico-morale ci si deve, quindi, porre il problema che l’eventuale Aventino della Lega determinerebbe una maggioranza politica spostata a sinistra e farebbe venir meno la tregua sui citati temi sensibili. In questo caso il mancato sostegno a Draghi significherebbe essere conniventi se non complici della rivoluzione antropologica che inevitabilmente seguirebbe a livello normativo.

Concludo con una considerazione generale. Comprendo come accademici, tecnici, scienziati, abbiano poca dimestichezza con le dinamiche politiche. Del resto, il grande Bismarck nel suo discorso alla Camera Prussiana il 18 dicembre 1863, ricordò che «die Politik ist keine exakte Wissenschaft», la politica non è una scienza esatta. Anzi, in quell’occasione precisò che la politica più che una scienza è «eine Kunst», un’arte, fatta di intuizione, di istinto, di estro, di genio, di improvvisazione, di sorpresa. Lo ha imparato a sue spese l’accademico Prof. Giuseppe Conte. Lui era convinto che la politica fosse una Wissenschaft, e Matteo Renzi gli ha dimostrato, invece, che è una Kust. A ciascuno il suo mestiere.

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https://www.informazionecattolica.it/2021/02/09/la-scelta-di-salvini-appoggiare-draghi-e-lunica-possibile/

Così il Covid ci ha coperto il volto (come gli schiavi)

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Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, perfettamente manipolabili. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia lo schiavo veniva definito come senza volto, quindi senza dignità.

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizoini anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro.

Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso.

Si tratta di un modello culturare da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento.

Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è sta un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come ἀπρόσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto.

Il volto è anche ciò che contraddistigue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona).

Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristoi è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto.

Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinto. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto».

Mai come in questi tempi il cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, segna dignità, senza identità, senza libertà.

Ancora una volra Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

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https://lanuovabq.it/it/cosi-il-covid-ci-ha-coperto-il-volto-come-gli-schiavi

Serve senso dello Stato

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di Matteo Castagna
 
Viviamo un momento politico non ordinario. Stiamo uscendo da una guerra non convenzionale contro il virus, che ha enormi ripercussioni di natura economica, politica e sociale. 
L’isteria può essere figlia della paura e dell’instabilità. In Italia, molti tendono ad un approccio manicheo, con l’aggravante momentanea dell’isteria, nei confronti della politica. Quindi se fino a ieri vi erano le tifoserie giallofucsia contro quelle dell’opposizione, prima c’erano quelle sovraniste contro quelle globaliste, prima ancora il centrodestra contro il centrosinistra, fino ad arrivare allo scontro fascisti e antifascisti, unico ad aleggiare sempre e comunque, non si capisce bene perché. Oggi, il terreno di scontro è tra chi sostiene Draghi e chi lo attacca. 
Il punto fondamentale è che vi sono dei momenti storici in cui, anche in Italia, occorre avere senso dello Stato, comprendere le circostanze e capire che la politica non può essere sempre come un derby di calcio. Il retto discernimento, il realismo e il pragmatismo sono le tre caratteristiche principali, che sembrano essere dimenticate, prevalendo una concezione novecentesca, quindi uno spirito ideologico che andrebbe tralasciato tanto quanto la bolsa e continua retorica fascismo-antifascismo, in nome del bene comune.
 
Viviamo un’epoca post-ideologica, ma per troppi sembra non essere così. Schemi e categorie del passato continuano ad essere utilizzati come clave. Ma siamo nel ventunesimo secolo ed è in pieno svolgimento uno stravolgimento epocale che va dalla dimensione antropologica a quella spirituale fino ad arrivare a quella socio-culturale ed economica. Può risultare utile osservare la realtà, senza pregiudizi o pregiudiziali perché i mutamenti in corso sono così veloci e imprevedibili da far rischiare di prendere cantonate colossali. Questo non significa affatto dimenticare o far finta che ciascuno abbia una sua storia, una sua collocazione ed una determinata formazione. A maggior ragione, dato il periodo non ordinario, va tenuto presente tutto, e tutto va contestualizzato. 
 
A tal proposito il pensiero, accantonato perché troppo scomodo, di Carlo Francesco D’Agostino può trovare una concreta attualizzazione anche al momento presente. Egli non approvava l’impegno di coloro che assegnavano ed assegnano alla politica un fine puramente negativo, di opposizione. Egli disprezzava il bastian contrario per partito preso. Dichiarava di essere un anti “anti”. L’anticomunismo, ad esempio – sosteneva – non può di per sé, rappresentare il fine dell’azione politica, pur essendo il comunismo l’ideologia da combattere perché “intrinsecamente perversa”, come l’aveva definita la Chiesa. Dunque egli era sì “anti”, ma nel senso che la positività è la condizione dell’opposizione alla negatività, non viceversa. Poiché la politica non è solo pensiero ma è sempre pensiero che si fa prassi, è chiaro che in questo settore vengono evidenziate immediatamente le difficoltà, le contraddizioni, le aporie. Torna, perciò, d’attualità, la domanda di Sant’Agostino nel De Civitate Dei, 4,4: “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?” (“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”). Siamo così pregni di liberalismo che, forse, non ci accorgiamo che un governo va giudicato nella bontà o meno del suo operato, non prima e “a rimorchio” delle passioni, dei capricci, degli interessi di coloro che, individualmente o in forma associata, riescono a esercitare “pressioni” idonee a imporre il proprio volere. 
 
Pio XII nel Radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24/12/1944 disse che “lo Stato è e deve essere, in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo”. Perciò vi è un’esigenza unificatrice sostanziale di tendere al bene comune, aiutando ciascuno a conseguirlo. D’Agostino vede il bene comune nelle “provvide prescrizioni del Diritto Naturale” classico. Per preservarlo, nella drammaticità del periodo che viviamo, il sano pragmatismo è costituito da un governo che sappia fare da diga alle istanze sovversive del globalismo, mitigandolo, in particolar modo, per poter uscire dalla pandemia in maniera dignitosa, garantendo il lavoro e i più deboli, l’impresa e la proprietà privata, la sussidiarietà e lo sviluppo. Questo significa avere senso di responsabilità e senso dello Stato perché fare opposizione a priori a Draghi, potrebbe sembrare più un “Aventino di bottega” che una reale scelta patriottica.

Oggi Giornata della VitaOggi Giornata della Vita

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“Oggi si celebra la 43/a Giornata della vita. Sostenere la vita nascente è un onore e i nostri volontari nei centri di aiuto alla vita hanno salvato decine di migliaia di persone. Solo Paola Bonzi, nel suo Cav di Milano ha salvato oltre 27 mila bambini dall’aborto. Difendere e sostenere la vita non è prerogativa dei cattolici, ma di tutti gli uomini di buona volontà. Ronald Reagan amava dire: ‘Mi risulta che tutti i favorevoli all’aborto siano già nati’. E allora, viva la vita sempre e la politica lasci da parte le polemiche vetero-femministe e si schieri unanime dalla parte della vita sostenendo e aiutando concretamente le mamme che hanno gravidanze difficili o a rischio.” Lo scrive il senatore della Lega, Simone Pillon.

Giornata della vita: “Sostenere la donna nel suo ruolo di madre”

“A 43 anni dall’approvazione della L. 194, sono 6 milioni i bambini cui si è impedito di nascere, un numero pari all’incirca alla popolazione attualmente residente nel Lazio. Al di là delle diverse valutazioni sulla legge, l’Aborto resta sempre e comunque un dramma, che vorremmo nessuna donna si trovasse costretta a subire a causa di difficoltà economiche o sociali – spiega Olimpia Tarzia, responsabile Dipartimento bioetica e diritti umani di Forza Italia.-. Sostenere la donna, la madre, nel suo ruolo di accogliere e accompagnare la vita è importante non solo per la donna, ma anche per la società che altrimenti sarebbe più povera di speranza e di futuro. Sostenerla nella sua insostituibile capacità di essere la prima alleata della vita, restituendole la piena libertà di accoglierla. Ma la libertà si fonda sulla verità: essere liberi significa avere davanti tante diverse opzioni e possibilità per poter consapevolmente scegliere e non, come purtroppo avviene, vedersi proporre come unica opzione la strada dell’Aborto”.

 

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Giornata della vita: “Difendere la vita non è prerogativa dei cattolici ma di tutti gli uomini di buona volontà”

A Toronto aprono le “scuole arcobaleno” sedicenti cattoliche

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di LEONARDO MOTTA

 

Il Toronto Catholic School Board ha modificato il suo codice di condotta per includere l’identità e l’espressione di gender.

Come se non bastasse diverse scuole cattoliche canadesi e statunitensi hanno istituito club studenteschi gay/etero senza il permesso dei genitori.

Sono queste le ultime, terribili notizie che arrivano dal Nord Americana. Negli ultimi anni, ci sono stati molti adattamenti progressivi nelle scuole cattoliche. Ciò ha portato alla confusione e all’allontanamento dai principi contenuti nel Catechismo della Chiesa, nella bi millenaria dottrina cattolica, dall’insegnamento della Bibbia su questioni riguardanti la persona, la sessualità, il matrimonio e la famiglia.

E chi si oppone finisce male! In una riunione del consiglio di amministrazione del Toronto Catholic School Board, un oratore è stato censurato per aver citato un paragrafo del Catechismo sull’insegnamento dell’omosessualità.

L’educazione cattolica è protetta dai diritti confessionali nella Costituzione del Canada, ma troppi leader cattolici come Brendan Browne non difendono più questo diritto. Perché? Credono che il Canada si sia evoluto (è il gioco di prestigio verbale formulato a suo tempo da Barack Obama) e la Commissione per i diritti umani dell’Ontario attualmente prevale sull’insegnamento della Chiesa. Questo aiuta a spiegare perché tutti i 29 consigli scolastici cattolici della provincia hanno riconosciuto l’identità di genere, l’espressione di genere e hanno un piano di equità aggressivo per servire meglio la lista, si dice crescente, di studenti LGBTQ+.

L’educazione cattolica si è lentamente erosa nel corso dei ultimi decenni e il Catechismo, quando non viene trascurato, viene minato o non è più considerato rilevante. Così gli educatori e gli amministratori delle scuole considerate cattoliche non si sentano più responsabili di credere e istruire ciò che insegna il testo del Catechismo o della Bibbia.

Solo una o due generazioni fa le scuole cattoliche non avrebbero mai potuto sostenere l’ideologia gender ma oggi, in una crisi di fede e di morale notevoli, succede anche questo nelle scuole pseudo-cattoliche.

Stiamo affrontando una pandemia. In Ontario le scuole sono chiuse e la maggior parte dell’economia è a pezzi, genitori e studenti soffrono, le famiglie cercano di far fronte all’apprendimento online tutto il giorno, tra ansie e persino depressione, e qual è la priorità del Consiglio della scuola cattolica? L’indottrinamento degli studenti al gender.

Ci chiediamo: amministratori e presidi di scuole che promuovono l’ideologia gender, quindi insegnamenti anti-cattolici, si possono considerare ancora cattolici o, come pensiamo, cessano di essere tali?

I genitori dovrebbero cercare di vedere oltre le bugie mascherate da termini quali inclusione, diversità e cura degli studenti a rischio. L’identità di genere non è una credenza cattolica. Il riconoscimento sessuale di dozzine di generi non è un diritto umano o un insegnamento cattolico.

Se i cambiamenti inclusivi continueranno al ritmo attuale, presto non ci sarà alcuna educazione cattolica in Ontario, poi nel resto del Canada, quindi nell’intero nord america.

Ci saranno scuole “cattoliche”, ma solo nel nome. Come se non bastasse la prossima settimana, il Toronto Catholic School Board deciderà se celebrare giugno 2021 come mese dell’orgoglio e far sventolare la bandiera arcobaleno nelle scuole.

Palamara ad Affari:‘La spartizione continua. In magistratura tutto come prima’

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DI ANTONIO AMBROSI

Credere nella giustizia? Dubbi, correnti, corporativismo, Cossiga, magistratura che cambia il corso della storia. Dopo il libro Palamara a 360 gradi, rivela…

“A fronte di quanto successo e di quanto si legge, riga per riga, nel suo libro con Alessandro Sallusti, la frase che c’è nei tribunali ‘La legge è uguale per tutti’ è ancora vera?”

“L’auspicio del libro è che la legge sia uguale per tutti. Il motivo per il quale si entra in magistratura è quello. Lo rivendico orgogliosamente ed è quello che mi ha ispirato e mi ispirerà sempre”.

“Lei dice che oggi ‘racconta’ perché lo deve ai tanti magistrati che non c’entrano con il sistema che descrive nel libro. Perché, dopo tutto quello che è successo, le dobbiamo credere e pensare che le sue parole siano sincere?”

“Perché l’idea e l’immagine che il sistema delle correnti potesse identificarsi solo con una persona è un’immagine che penso non convinca più nessun magistrato. Non convince i tanti magistrati che nell’immediatezza dei fatti fecero circolare una lettera aperta a Palamara, sulle mailing list, chiedendo di spiegare quello che era accaduto. Ed è quello che ho fatto. Non c’è un prima e un dopo. C’è la volontà di fare una riflessione sul sistema che comprende anche me. Ma non può ‘comprendere solo me’”.

“Lei racconta nel libro, ma lo abbiamo anche capito in parte dalle sue intercettazioni, dei casi De Magistris, Salvini, Gratteri, Mastella, Forleo, Berlusconi, cioè di quando la magistratura, in qualche modo, fa politica nel Paese. Non fa più paura della politica che esercitano i politici? La magistratura ha più strumenti della politica, incidendo sulle libertà e sulle proprietà, sulle vite delle persone e può distruggerle. E la magistratura ha cambiato il corso della storia?

“La magistratura vive nella storia, vive nel rapporto con le altre istituzioni. Il problema dei rapporti tra magistratura e politica esiste, tanto è vero che nel 1948 i costituenti previdero l’autorizzazione a procedere nell’articolo 68, creando una linea di confine”.

“E’ stata superata questa linea di confine?”

“E’ stata abbattuta nel 1993 quando il parlamento, dopo i noti fatti che riguardarono l’onorevole Craxi, la toglie. Da quel momento c’è un’inevitabile sconfinamento, al di là della legittimità delle inchieste. La politica si sente scoperta quando c’è un doveroso accertamento della magistratura. E’ ovvio che la magistratura deve indagare nei confronti di tutti, nessuno escluso. Ma si determina uno sconfinamento che oggi rimane limitato solo esclusivamente a quando c’è una richiesta di misura cautelare. In quel caso torna la palla in mano alla politica ma non essendoci invece per la richiesta di rinvio a giudizio quell’elemento non è più rimasto nelle mani della politica e viene strumentalizzato all’esterno. Questo è il cortocircuito. Il politico deve pensare che il problema c’è e va risolto”.

“Quando il cittadino sente queste cose e le trasla su sé stesso che deve pensare? Cioè se al corpo più potente del Paese accade questo a me che può succedere?”

“Il cittadino comune deve avere fiducia nella giustizia. Ci sono tanti magistrati che a questi meccanismi sono totalmente estranei, non partecipano alla cosiddetta organizzazione del potere che è limitata solo ad una cerchia ben individuabile di persone: coloro i quali procedono con le nomine, non uno solo ma i rappresentati di più gruppi. Ogni corrente ha un rappresentante, ogni corrente cerca di piazzare il proprio uomo nell’ufficio più importante, ogni corrente cerca di aumentare il consenso all’interno della magistratura. I problemi che hanno riguardato la mia persona si inserivano in questo contesto”.

“Quindi ad un cittadino che è in causa con un magistrato cosa consiglia? Oltre a farsi il segno della croce, visto lo spirito corporativo che incombe e difende i colleghi. Cosa deve fare? Avere un grande e potente avvocato? Avere molti soldi per le cause? Sperare in chi è slegato da queste logiche corporative? Ma come è possibile avere questa speranza se poi il potere all’interno della magistratura, anche nelle nomine del magistrato locale, funziona come lo descrive lei?”

“Al cittadino dobbiamo ricordare sempre che c’è un articolo fondamentale che dice che il giudice è soggetto soltanto alla legge e quindi il magistrato deve ispirarsi soltanto a quei principi ed esistono i mezzi di impugnazione. Il consiglio è di avere fiducia e ricorrere a tutti gli strumenti processuali che l’ordinamento gli mette a disposizione, nessun escluso. Il tema però di cui parlo io è legato all’organizzazione interna della magistratura, su come ha voluto dare attuazione all’autonomia e indipendenza sancita dalla Costituzione.”

“Come si fa quando il magistrato può essere guidato da suoi interessi personali e nessuno può fare nulla? Le faccio un esempio spicciolo: un magistrato coinvolto, nella questione che sta dirimendo, perché legato affettivamente alla compagna dell’indagato e lo perseguita, come è possibile avere fiducia?”

“Queste sono situazioni che il Consiglio Superiore, teoricamente la Procura generale… mi lasci dire… invece di preoccuparsi solo delle mia chat… dovrebbero preoccuparsi anche di cose del genere”.

“Ha dedicato molti anni a mediare tra le correnti della magistratura, dedicherà ora il suo tempo a demolire e raccontare questo mondo che i più non conoscono?

“Più che demolire a contribuire ad un’opera di reale rinnovamento della magistratura, quella che tanti magistrati mi chiedono.”

“La disaffezione per la politica ha prodotto l’antipolitica, il caso Palamara e le sue critiche a cosa possono portare? Ci può essere una deriva o no?

“Mi auguro che la magistratura sappia riscattarsi e che al di là della mia vicenda personale possa portare innanzitutto a squarciare il velo dell’ipocrisia interna”.

“Cresce nel Paese un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni, ora anche della giustizia. E’ un sentimento molto pericoloso. La magistratura ha in sé la capacità di riformarsi nel sentimento di vicinanza con il cittadino, con quel senso comune di giustizia? E come?”.

“Ci sono tanti magistrati che preferiscono stare più riparati e tranquilli. Ma le assicuro che esistono tanti magistrati che hanno questi sentimenti”.

“Lei ha detto: La magistratura è una casta che alimenta il sistema di cui facevo parte. La magistratura come può uscire da sola da questa situazione?”

“No, no, diciamolo meglio. Esiste un problema giustizia, è evidente. Nel 1987, su iniziativa dei Radicali ci fu un referendum. L’80% degli italiani si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati e quindi contro i magistrati. Nel 1996 il ministro Flick volle introdurre le pagelle e i magistrati dissero ‘no, non vogliamo farci controllare’. Questi erano segnali che forse noi non abbiamo saputo raccogliere. Perché è prevalsa l’idea dell’autoprotezione della casta. Qualcosa poi non ha funzionato, nei casi De Magistris, il caso Forleo, anche il libro che sta andando così forte dimostra che c’è volontà di capire, di sapere e che la vicenda non può essere ridotta a una persona, una serata, eccetera. Se ci sono 50 magistrati che si muovono in un certo modo non è una cosa da niente, sono 50 magistrati e come funziona questo sistema andava spiegato bene e non è stato fatto…”.

“Anche da quello che scrive, se non lo sapevamo prima, i magistrati non sono dèi ma uomini ed hanno i pregi e i difetti degli uomini…”

“Assolutamente si”.

“Ora la questione é: il primato della giustizia può venire prima delle piccolezze, del credo, dell’interesse, dell’ideologia dell’uomo magistrato? Questo dubbio si solleva in tutte le vicende raccontate…”

“Però la giustizia è un bene talmente supremo e fondamentale in uno Stato democratico che deve venire prima di ogni cosa, di ogni singola vicenda personale, deve vincere la giustizia”.

“Lei si ritrova adesso, ora si è anche iscritto al partito Radicale, in modo diverso e con un altro tipo di storia dalla stessa parte della barricata di personaggi enormi come Sciascia, Cossiga, Tortora con quel clamoroso errore giudiziario che lo riguardava e che poi originò il referendum che citava. Non le sembra tardi? Perché è questa la critica che le viene fatta…”

“Lo so ma io facevo e ancora adesso faccio il magistrato. Io le critiche le accetto volentieri ma se dovevo parlare prima, prima quando? Io sto parlando… sono ancora dentro la magistratura. Ancora non me ne sono andato”.

“Intendo prima della sua vicenda personale, prima delle inchieste che la riguardano…”

“Chi mi ha frequentato e mi conosce sa quali sono le mie idee dentro la magistratura. Pubblicamente è chiaro: avevo un ruolo di rappresentanza politica ed ho difeso l’Anm contro Berlusconi, ad esempio. Nemmeno nel libro lo rinnego perché doveva prevalere l’idea dell’autoprotezione. Dal Csm ho partecipato al meccanismo correntizio che purtroppo caratterizza quel mondo. Lei potrebbe chiedermi ‘nella magistratura come va?’”

“Infatti ci si chiede, visto che la magistratura resta organizzata in correnti. Chi è oggi nel ruolo che assolveva lei? O con che cosa è stato sostituito per fare quelle mediazioni che lei faceva ?

“…come va? Tutto bene, grazie, va come prima. Visto che Affaritaliani può vivisezionare quello che dico andatevi a leggere l’ultima sentenza del Consiglio di Stato sulla Scuola superiore della Magistratura, lì c’è tutto. La sentenza è assolutamente emblematica sulla perpetuazione della spartizione”.

“Cossiga, uomo di legge e che aveva senso dello Stato, in un frangente particolare la offese e disse che l’Anm era un’associazione tra il sovversivo e il mafioso, un’espressione tremenda ed esagerata a cui però non vi furono seguiti legali, ma sentirla in bocca a un ex capo dello Stato faceva una certa impressione… Ecco, cosa pensa oggi di quella frase?”

“Furono parole ovviamente che mi colpirono sia sul piano personale anche per la forza e l’invettiva delle parole stesse, però è chiaro che l’Anm, come tutte le corporazioni intermedie, ha sofferto e soffre di una grave crisi di identità e soprattutto di un’attualità, basti pensare alla mia espulsione: su 10.000 magistrati ne erano presenti 100. E’ chiaro che qualcosa non funziona più”.

https://www.affaritaliani.it/politica/palamara-ad-affari-%E2%80%98la-spartizione-continua-in-magistratura-tutto-come-prima-720898.html

L’occasione per fermare il ddl Zan, centro-destra alla prova

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DI GIANFRANCO AMATO

Sembra spirare un’aria di “solidarietà nazionale” nel nostro Paese. Oggi si guarda al cosiddetto governo istituzionale, guidato da personalità di alto profilo: e così l’ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha ricevuto da Sergio Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo.

Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti.

Come si comporterà l’attuale opposizione rispetto ad un eventuale governo istituzionale? Ci sono solo tre possibilità. La prima è quella dell’Aventino, soluzione che non ha mai portato bene. La seconda è quella di un coinvolgimento diretto nell’Esecutivo. La terza è quella del cosiddetto appoggio esterno, che ripercorre la formula andreottiana del «governo della non sfiducia». Vedremo cosa farà il centrodestra.

Ma c’è un aspetto che ci sta particolarmente a cuore: la questione cosiddetta identitaria, ovvero quella relativa ai princìpi, valori e ideali ritenuti non negoziabili. È evidente che l’opposizione dovrà dare una prova di serietà nel caso in cui decidesse di sostenere in qualunque modo il governo istituzionale. La prova consisterebbe in un impegno pubblico e formale a condizionare l’azione politica del prossimo esecutivo sul fronte delle iniziative di legge a impronta ideologica. Pensiamo, per esempio, alla sciagurata e liberticida proposta normativa in tema di “omolesbotransginecofobia” – il noto DDL Zan –, alla proposta di legalizzazione dell’utero in affitto, alla proposta di legalizzazione dell’eutanasia, alla proposta di legalizzazione della cannabis, e via elencando.

Nella scelta se appoggiare o meno un governo istituzionale non sarà sufficiente una valutazione basata esclusivamente su questioni di carattere economico-finanziario. Occorrerà anche porre l’accento sulla necessità di arrestare l’attuale rivoluzione antropologica in atto per via legislativa. Le preoccupate voci di protesta sulla crisi che si stanno levando dal variopinto mondo LGBT – pensiamo all’on. Alessandro Zan, a Luxuria, a Monica Cirinnà  & co. – sono una prova evidente della possibilità concreta di porre un serio argine a quella rivoluzione.

C’è un altro impegno poi che l’opposizione dovrebbe assumere: il ripristino dello Stato di diritto. Un eventuale appoggio al governo istituzionale potrebbe essere l’occasione storica per far cessare l’assurda sospensione delle garanzie costituzionali degli italiani, e l’illegittimo e aberrante utilizzo di semplici atti amministrativi – i famigerati DPCM – per limitare libertà e diritti fondamentali come quelli di circolazione, di riunione, di culto, di impresa.

L’opposizione di centrodestra potrebbe accreditarsi il merito storico di aver fatto cessare l’assurdo stato d’eccezione in cui vive il nostro Paese, che ricorda tanto l’Ausnahmezustand del giurista tedesco Carl Schmitt, utilizzato da Hitler per giungere al potere.
Deve stare davvero molto attenta l’opposizione a non perdere una simile occasione storica.

DA

https://lanuovabq.it/it/loccasione-per-fermare-il-ddl-zan-centro-destra-alla-prova

GOLPE IN BIRMANIA, QUEL SOGNO DEM PER TROPPO POCHI: FATTO DI BUSINESS, SCANDALI E DIVISE

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Alle prime luci dell’alba di lunedì, in Birmania, è stata tratta in arresto Aung San Suu Kyi, storica eroina dei diritti civili e già premio Nobel per la pace. Dal 2016 “The Lady”, come veniva chiamato ai tempi della sua crociata dem, ricopre la carica di Segretario di Stato, un ruolo di primissimo piano, subordinato formalmente, al solo presidente Win Myint, suo strettissimo collaboratore anch’esso in arresto. Con un colpo di mano, prassi consolidata nella travagliata gestione della politica interna Birmana, le forze armate hanno “congelato” il risultato delle elezioni politiche dell’8 novembre scorso accusando di “gravi irregolarità” la commissione elettorale. L’emittente televisiva Myawaddy Television (MWD), controllata dagli stessi militari, ha dichiarato che i pieni poteri sono stati trasferiti nelle mani del comandante in campo delle forze armate, il gen. Min Aung Hlaing.


Birmania, la dichiarazione dello stato di emergenza

“Le liste elettorali che sono state utilizzate durante le elezioni generali multipartitiche che si sono tenute l’8 novembre hanno riscontrato enormi discrepanze e la Commissione elettorale dell’Unione non è riuscita a risolvere la questione. Sebbene la sovranità della nazione debba derivare dal popolo, durante le elezioni generali democratiche si è verificata una terribile frode nella lista degli elettori che è contraria a garantire una democrazia stabile […] della costituzione del 2008. Per eseguire il controllo delle liste elettorali e per intervenire, l’autorità del processo legislativo, del governo e della giurisdizione della nazione è affidata al Comandante in Capo ai sensi dell’articolo 418 della costituzione del 2008″.

Aung Sann Suu Kyi, una lady in ostaggio?
Alla guida del paese da cinque anni, la 75enne Suu Kyi e la National League for Democracy (NLD), l’avviato a breve il loro secondo mandato politico dopo la “svolta democratica” e le schiaccianti vittorie nelle ultime due elezioni, le prime libere da venticinque anni. La conquista di 368 seggi su 434, aveva chiaramente spaventato il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), il principale partito di opposizione, stampella dei militari, che si era aggiudicato solo 24 seggi. Tuttavia la casta militare birmana si era ben guardata dall’allentare la presa sul paese “costituzionalmente” il controllo diretto di un quarto dei seggi nelle due camere e la gestione dei ministeri strategici.

Quello che era stato salutato dalla maggioranza degli analisti internazionali come un vero e proprio trionfo della democrazia aveva lasciato trasparire tutte le sue enormi contraddizioni sin dai primi mesi. La Aung Sann Suu Kyi appariva quasi “ostaggio” di una giunta militare 2.0 i cui membri, non la maggioranza, avevano dismesso la divisa gallonata per un elegante completo occidentale, ritenuto più possibile per presentarsi nel consesso internazionale ed attirare l’ingente massa degli speculatori globali in un paese ancora da molti considerato territorio vergine.

A subire paradossalmente i contraccolpi di questo matrimonio forzato era stata proprio l’eroina dem Suu Kyi che si era ritrovata nella scomoda posizione di parafulmine quando, ad esempio, le forze armate birmane avevano dato vita a quella che l’Onu aveva definito “un ‘ operazione di pulizia etnica da manuale ”contro la minoranza musulmana dei Rohingya, massacrati e scacciati nel vicino Bangladesh. Allora in molti notarono la totale distrazione della “Lady” riguardo alla vicenda e molti digerirono male le dichiarazioni di stima e gratitudine per i militari che la segretario di stato proferiva di tanto in tanto in occasioni dei suoi pubblici impegni.

Min Aung Hlaing, chi è l’uomo forte dell’esercito 
A Rangun, ex capitale e città principale, le linee telefoniche e la connettività Internet sembrano essere limitate, molti fornitori hanno interrotto i loro servizi e alcuni video mostrano i soldati presidiare le strade ei luoghi di potenziali proteste popolari.
Intanto, sulla scena politica birmana, si staglia la figura di Min Aung Hlaing nuovo uomo forte e militare di lungo corso, Hlaing vanta un curriculum d’altissimo livello. Specializzatosi all’Accademia della difesa era salito alla ribalta quando nel 2009 aveva condotto le operazioni d’annientamento della rivolta dall’Esercito dell’Alleanza Democratica delle Nazionalità del Myanmar a Kokang sul confine cinese.

In quell’occasione l’UNHRC aveva i soldati di Min Aung Hlaing avevano deliberatamente preso di mira la popolazione civile e compiuto “discriminazioni sistemiche” e violazioni dei diritti umani contro le minoranze etniche. Accusa rinnovatagli in occasione della repressione contro il popolo Rohingya, che avevano prodotto, una fronte di una timidissima condanna internazionale, un ban dalla notoria piattaforma di profilazione social Facebook imitata poco dopo da Twitter. Due anni fa il generale era stato raggiunto anche da una limitazione statunitense in cui lo si ammoniva dal viaggiare nel territorio degli Stati Uniti

Sembra tuttavia che l’accerchiamento internazionale contro l’esuberanza autoritaria del generalissimo birmano non nuoccia granché alla sua economia domestica, arte che, assieme a quella militare, Hlaing sembra padroneggiare al meglio. Lui e la sua famiglia sono i maggiori azionisti della Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) di proprietà militare, che ha riconosciuto, nel solo anno fiscale 2010-11, dividendi per oltre 250.000 dollari. Il figlio, Aung Pyae Sone, possiede una serie di società private, tra cui la Sky One Construction Company e l’Aung Myint Mo Min Insurance Company. Ha una quota di utili in Mytel, compagnia di telecomunicazioni nazionale e nel 2013, si è aggiudicato una concessione governativa “blindata” per lo sfruttamento trentennale di un area allo Yangon People’s Park per il suo ristorante e una galleria d’arte.

La lunga scia della pulizia etnica in Birmania
All’alba di quella che appare come una restaurazione dell’ormai tradizionale assetto politico birmano, l’attenzione corre alle aree di conflitto che quasi ininterrottamente coprono i confini della nazione asiatica. Appena un giorno prima del golpe, il 31 gennaio, come ogni anno dall’inizio della rivoluzione, si era celebrato il 72 ° Karen Revolution Day. La giornata, in cui si ricordano i martiri della lotta di liberazione e sfilano i volontari delle forze di difesa territoriale, aveva visto uniti numerosi esponenti delle etnie minoritarie in lotta per l’autodeterminazione ed il riconoscimento dei loro diritti internazionali sanciti dalle Nazioni Unite all ‘ epoca dell’indipendenza della Birmania.
Nelle ultime settimane purtroppo, a dispetto della campagna elettorale unificatrice, nello Stato Karen, i mortai birmani avevano costretto centinaia di civili ad una disperata fuga nella giungla. La eco della svolta democratica era sin dall’inizio rimasta all’interno delle pareti anguste del mondo birmano, organizzato attorno a un’asse etnico religiosa che poco spazio lascia alle istanze delle altre componenti nazionali.

1 febbraio 2021 – Alberto Palladino 

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/golpe-birmania-quel-sogno-dem-fatto-business-scandali-divise-181328/

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GOLPE IN BIRMANIA

COLPO DI STATO IN MYANMAR. I KAREN VERSO LA GUERRA

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Roma, 1 feb – Tra i molti interrogativi che scaturiscono dalla notizia del colpo di stato in Myanmar (ex Birmania), ce n’è uno che interessa particolarmente chi ha a cuore la lotta per l’autodeterminazione del popolo Karen, etnia in guerra da oltre settanta anni con il governo centrale. Cosa succederà adesso? Cosa cambierà per i Karen dopo l’arresto del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi? La risposta non è semplice, come ogni previsione che riguardi questa parte del mondo, dove le astuzie dei Birmani e la capacità di attesa e di resistenza dei Karen, costituiscono elementi essenziali di una lunga vicenda dagli esiti indecifrabili. Di certo il movimento autonomista si troverà, finalmente, di fronte ad un obbligo di scelta: la vigorosa ripresa della lotta armata contro il Governo militare o la resa di fronte alle pretese egemoniche dello stesso.

La seducente icona del Myanmar

Nessun vero patriota Karen piangerà per l’arresto della “Lady”, seducente icona per gli ambienti diplomatici e finanziari dell’Occidente, ma incarnazione di un nazionalismo birmano che, pur non arrivando allo sciovinismo della giunta militare, ha ignorato totalmente le istanze delle numerose etnie che abitano il Paese. La nuova situazione costringerà anche la debole leadership Karen a confrontarsi con una base sempre più delusa dagli esiti del cessate il fuoco firmato nel 2015, e con una ampia fetta delle formazioni armate che avevano fin da subito messo in guardia contro l’ingannevole politica birmana: l’utilizzo della tregua per occupare e militarizzare senza colpo ferire larghe aree della regione.

I Karen non si arrenderanno

In aperto contrasto con i rappresentanti politici del movimento autonomista, spesso accusati di tradimento, i comandanti più carismatici delle truppe Karen, il generale Nerdah Mya e il Generale Baw Kyaw, non hanno di fatto mai smesso di fronteggiare gli uomini del Tatmadaw (l’esercito birmano n.d.r.) con imboscate e contrattacchi quando i soldati di Rangoon si avvicinavano troppo ai villaggi Karen. Negli ultimi mesi gli scontri si erano intensificati a causa dei frequenti bombardamenti di insediamenti civili da parte dei Birmani, che hanno lo scopo di costringere alla fuga gli abitanti e di “ripulire” le zone in cui verranno costruite strade di interesse strategico.

Il gioco dei generali al potere rimane quello di prima. L’unica differenza sta nella uscita di scena di Aung San Suu Kyi e del suo partito: un passaggio che renderà le cose più chiare anche a chi finora aveva sostenuto che ci si dovesse fidare delle promesse di Rangoon e che verosimilmente darà più peso alle posizioni intransigenti di Nerdah Mya e Baw Kyaw e favorirà alleanze militari tra le differenti etnie in lotta contro l’occupazione birmana. Questo è ciò in cui sperano migliaia di guerrieri pronti a battersi nella sconfinata jungla della regione Karen.

Franco Nerozzi

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/colpo-stato-myanmar-karen-verso-guerra-181350/

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COLPO DI STATO IN MYANMAR

Draghi accetta l’incarico con riserva: “Mi rivolgerò ai partiti, fiducioso che emerga unità”

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Roma, 3 feb – “Sono fiducioso che dal confronto con i partiti emerga unità, ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia, scioglierò la riserva al termine delle consultazioni“: così Mario Draghi dopo l’incontro con Mattarella accetta l’incarico di formare un governo. L’ex presidente della Banca centrale europea si è riservato di accettare – formula di prassi – visto che dovrà verificare l’esistenza di una maggioranza in suo favore nei due rami del Parlamento. L’ex numero uno dell’Eurotower è stato chiamato dal capo dello Stato dopo il fallimento delle trattative per formare un nuovo esecutivo giallofucsia. Questo perché Mattarella non ha preso in considerazione la possibilità di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, perché secondo il Presidente andare al voto con la pandemia sarebbe rischioso.

Draghi accetta con riserva: “Vincere la pandemia, rilanciare il Paese”

“E’ un momento difficile, il Presidente ha ricordato la grave crisi sanitaria. C’è la consapevolezza che l’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione”, spiega Draghi. “Rispondo positivamente all’appello del Presidente. Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, rispondere alle esigenze dei cittadini, rilanciare il Paese, sono le sfide con cui dobbiamo confrontarci. Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Unione europea e possiamo fare molto per il futuro del nostro Paese”, fa presente il premier incaricato. “Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Fiducioso che dal confronto con i partiti e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e una risposta responsabile e positiva all’appello del Presidente. Scioglierò la riserva al termine delle consultazioni”, conclude il premier incaricato nel suo breve comunicato in diretta dal Quirinale.

Al via le consultazioni con i partiti

Ecco quindi le prossime tappe. Draghi ora avvierà una serie di “piccole consultazioni” informali con i rappresentanti dei partiti e dei gruppi parlamentari per sondare il terreno.
In caso di esito negativo, ossia di assenza di una maggioranza stabile e ampia che gli permetta di governare, l’ex banchiere centrale Ue tornerà da Mattarella e gli comunicherà la rinuncia all’incarico. A quel punto il capo dello Stato avrà sostanzialmente due opzioni: affidare l’incarico a qualcun altro; sciogliere le Camere e mandare il Paese al voto anticipato.

Ecco le tappe per formare il governo

In caso di esito positivo, invece, Draghi sottoporrà a Mattarella la lista dei ministri e si dichiarerà pronto a presiedere il nuovo governo. Dopodiché Mattarella dovrà firmare il decreto di nomina e il premier dovrà giurare, assieme ai ministri, nelle sue mani. Entro dieci giorni dal giuramento il governo dovrà presentarsi alle Camere. Draghi allora illustrerà il suo programma per il Paese e si sottoporrà al voto di fiducia.

Adolfo Spezzaferro

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/draghi-accetta-riserva-partiti-fiducioso-unita-181582/

È PROPRIO DA SCARTARE UN GOVERNO ISTITUZIONALE?

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L’OPINIONE
di Matteo Castagna
<<Partiamo dalla realtà. Cosa dicono i fatti? Abbiamo davanti a noi tre cose mai successe nella storia della nostra repubblica, per giunta insieme. La prima è la pandemia cronica, con le sue restrizioni e le sue paure, che perdura ormai da quasi un anno, tiene in ostaggio gli italiani e non finisce domani. La seconda è lo sfascio economico derivato, che è peggio di tutte le crisi che abbiamo vissuto, con milioni di persone nei guai e un’assistenza da economia di guerra, in un paese abituato al benessere. La terza è un piano gigantesco di investimenti e prestiti, mai avuto, che impone una ricostruzione oculata, strategica, intelligente e non demagogica, strutturale e non occasionale. A cui seguirà – non dimenticatelo – un piano feroce di sacrifici per restituire almeno gli ultimi debiti contratti con l’Europa. Sono a rischio pensioni, proprietà e conti in banca, più il resto>> –  scrive Marcello Veneziani, con oggettività evidente.

Siamo tra i Paesi fondatori dell’Europa e contiamo meno di zero, soprattutto perché i sinistri governi dell’ultimo decennio hanno condotto le peggiori politiche, che ci hanno messi nell’angolo, isolandoci da contesti importanti, che sarebbero stati fondamentali per il bene del Paese, nella gestione di questo difficile periodo. Il sondaggio Winpoll del Prof. Roberto D’Alimonte, che si avvicina ai sondaggi dei maggiori istituti specializzati in materia, è una fotografia implacabile dell’Italia di oggi, sempre in evoluzione, rispetto ad accadimenti veloci ed imprevedibili. Di fronte alla crisi di governo, solo il 39% degli italiani vorrebbe il voto anticipato. Il 42% giudica positiva la gestione dell’emergenza sanitaria, aumentando la popolarità del premier dimissionario Giuseppe Conte, che il 38% rivorrebbe alla guida dell’esecutivo. addirittura, un eventuale partito dell’avvocato più trasformista d’Italia vedrebbe il consenso del 16,5% degli elettori. Come leader, Conte godrebbe di una fiducia pari al 44% e questo dato va letto non tanto per la professionalità comunicativa di Casalino, quanto per la capacità percepita di Giuseppi nel tranquillizzare un popolo terrorizzato da un male sconosciuto, seppur con misure restrittive pesanti e, talvolta, decisamente assurde. Molti connazionali sarebbero disposti a passar sopra ai ritardi, ai milioni per i monopattini o i banchi a rotelle, alle chiusure, all’Italia a colori con criteri nebulosi, alla cassa integrazione che non arriva ed alle serrande giù da due mesi, perché considerano la mascherina anche in casa, il distanziamento sociale, il coprifuoco, il gel igienizzante e i vaccini giunti in tempi record con tutti i problemi annessi e connessi, come sacrifici necessari per affrontare meglio il futuro.
In questo contesto, c’è stato chi ha dimostrato il consueto “senso di responsabilità”, spingendosi ad aprire una crisi di governo. Fin dall’inizio, si è capito che nessuno voleva il voto anticipato. Si è fatto ridere il mondo con le sceneggiate di improbabili deputati, pronti al salto della quaglia pur di una poltrona al governo. Neanche gli italiani, il 61%, sempre secondo Winpoll, vogliono votare in questo momento, perché le priorità sono il lavoro e l’economia. E’, comunque, un periodo di incertezza tale per cui il popolo vorrebbe un governo forte che risponda seriamente alle sue esigenze e non perda tempo a litigare su tutto, senza pensare agli anziani, alle famiglie ed alle imprese. Gli italiani non vogliono un esecutivo di incompetenti, retti da una maggioranza raccogliticcia. Nel passato, vi sono stati momenti particolari in cui si sono formati dei governi istituzionali con pochi punti programmatici condivisi, magari i tre riferibili a quanto scritto da Veneziani, rappresentati da figure meritevoli. Tale opzione potrebbe far uscire il centrodestra, ancora maggioritario nel Paese per consensi, dall’isolamento e lo metterebbe al tavolo delle decisioni che contano. Sarebbe un’operazione più seria di quella che sta facendo Fico, sarebbe a tempo determinato, garantendo maggiormente gli italiani in difficoltà e potrebbe portarci alle urne prima del semestre bianco. L’ On. Giancarlo Giorgetti pare averlo ben compreso. Ci si rifletta, finché c’è tempo, anche nell’attuale Repubblica dell’Amuchina…
Matteo Castagna

Conte ter: l’agente Zampetti in azione

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La parola dell’ “uomo che sussurrava ai potenti”
di Luigi Bisignani
Giuseppi ha un “agente all’Avana” che però non è Alessandro Di Battista. Si tratta invece di Ugo Zampetti, Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, segno zodiacale capricorno, creatura metà capra metà pesce. Missione: un Conte ter. Il grand commis sta lavorando alacremente affinché solo il dimissionario governo giallo-rosso si ricomponga. Sempre che, nello schema che sta esplorando la giovane marmotta Roberto Ficoil Pd di Zingaretti decida di suicidarsi definitivamente. Fuori ancora da Palazzo Chigi e dal Viminale, dove dovrebbe restare la sceriffa Luciana Lamorgese, preferita dal nostro agente Z, ma anche adieu al Mef, dove siede lo zelante Roberto Gualtieri, punta di diamante della scuderia di Goffredo Bettini, il più intelligente e sottile dirigente del Pd. Al suo posto, come pretende Matteo Renzi, un tecnico come Carlo Cottarelli o, direttamente catapultato dalla Bce, Fabio Panetta. Purtroppo i tentativi di Renzi con Mario Draghi Premier stanno andando in fumo, deciso com’è, da classica primadonna, ad entrare in campo solo quando spread e mercati finanziari ci gireranno definitivamente le spalle.

Zampetti, ambizioso e spregiudicato

Ma chi è davvero l’agente Z? Zampetti, apparentemente schivo, con una bella chioma bianca, un’aria ammiccante e galante, è una vera e propria macchina di potere che governa con piglio deciso i meccanismi del Colle, di cui tiene saldamente le fila insieme ai milieu che contano, dalle banche all’Intelligence. Appassionato lettore di Federico De Roberto, del quale ha apprezzato soprattutto il romanzo incompiuto L’imperio, il cui protagonista è don Consalvo Uzeda, uomo ambizioso e spregiudicato il quale, eletto deputato, si trasferisce a Roma dalla sua Catania a farsi largo nella vita politica. Tifoso della Lazio, gran camminatore nei giardini del Quirinale, oltre ovviamente al Presidente Sergio Mattarella, ha due ideali punti di riferimento: Leopoldo Elia, il grande giurista cattocomunista con il quale si laureò con una tesi in diritto costituzionale, e Luciano Violante, che lo volle segretario generale della Camera, incarico che ha tenuto per quasi un ventennio. Due fari che lo vedono fieramente contrario al centrodestra, Salvini e Meloni in testa e soprattutto a Matteo Renzi ma anche alla possibilità di nuove elezioni sognando un secondo mandato al Colle affianco al suo Capo.

Con Mattarella, anche per consuetudine familiare da parte dei genitori, il rapporto è iniziato quando, uno come deputato e l’altro come funzionario, hanno iniziato a lavorare nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Dall’elezione a giudice costituzionale, Zampetti gli è sempre rimasto fedele, con appuntamento fisso la domenica mattina nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Nelle consultazioni di questi giorni siede costantemente alla destra del Presidente mentre alla sinistra prende diligentemente appunti Daniele Cabras, Consigliere parlamentare, figlio d’arte anche lui di un altro autorevole esponente della sinistra Dc, con Giovanni Grasso fuori dalla porta come un corazziere a controllare che tutto proceda regolarmente.

Regista del Conte ter

Qualche inciampo però non manca mai, come quando è entrata la delegazione più numerosa, quella del centrodestra. Si sono accorti che erano in tredici e tutti a chiedersi chi fosse il “Giuda” di turno. Forse in realtà più d’uno. Oppure come quando qualcuno, in tempo di Covid, ha cercato di bere scartando la plastica attorno alle bottigliette con un fruscio ampliato dall’eco del salone.

Spigolature a parte, sarà proprio Zampetti, se la missione andrà in porto, a costringere Conte di dover fare a meno del suo amato talent scout Fofo’ Bonafede alla Giustizia giacché pare che, come Guardasigilli, è destinata una nuova star, Marta Cartabia, cattolica garantista, da sempre nel cuore di Mattarella. Ma siccome il primo amore non si scorda mai, Conte si farà ancora una volta concavo o convesso e pare che si porterà il suo Bonafede a Palazzo Chigi, come sottosegretario al posto di Fraccaro che già strilla. E lì si troverà a collaborare con Alessandro Goracci, che proprio Zampetti ha voluto come capo gabinetto di Conte, una sorta di suo ‘infiltrato’ personale. Il mondo dei Palazzi è piccolo, ma tutto gira. Soprattutto a suon di valzer e piroette.

DA

Conte ter: l’agente Zampetti in azione

Biden colpisce ancora: aborto per tutti!

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CHISSÀ CHE NE PENSANO GLI ECCLESIASTICI CHE VORREBBERO DARE LA COMUNIONE A BIDEN E CHE CONTINUANO A COMPIACERSI DELLE SUE DICHIARAZIONI DI CATTOLICITÀ?

Di Diego Torre

Con un ordine esecutivo Biden ha lanciato il suo ennesimo messaggio a favore dell’aborto, annullando la Mexico City policy, che impediva l’accesso ai fondi federali per quelle organizzazioni non governative promotrici dell’interruzione di gravidanza nel mondo, istituita nel 1984 dal presidente Reagan,  regolarmente annullata dai presidenti democratici, Bill Clinton e Barack Obama, e ripristinata da quelli repubblicani, Bush padre e figlio e Trump.

Inoltre egli ha ampliato con un memorandum le sovvenzioni per i gruppi che sostengono la pianificazione familiare e l’aborto, ripristinando i finanziamenti  a realtà come la multinazionale Planned Parenthood, che gestisce consultori e abortifici.

Inoltre il “cattolico” Biden intende rivedere l’Hyde Amendment, che limita i finanziamenti all’aborto ai casi di incesto, stupro o salvaguardia della vita della donna e sta preparando ulteriori misure per finanziare l’aborto fuori dagli Stati Uniti.

Ma i vescovi Usa non stanno aspettando le prossime mosse e con una nota dell’arcivescovo Joseph F. Naumann di Kansas City, presidente del Comitato per le attività pro-vita della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, e il vescovo David J. Malloy di Rockford, presidente del Comitato per la giustizia e la pace internazionale denunciano:  “È grave che uno dei primi atti ufficiali del presidente Biden promuova attivamente la distruzione di vite umane nelle nazioni in via di sviluppo. Quest’ordine esecutivo è antitetico alla ragione, viola la dignità umana ed è incompatibile con l’insegnamento cattolico. Noi e i nostri fratelli vescovi ci opponiamo fermamente a questa azione”. “Esortiamo il presidente ad usare il suo ufficio per il bene, dando la priorità ai più vulnerabili  compresi i bambini non nati. Come maggior fornitore non governativo di assistenza sanitaria nel mondo, la Chiesa cattolica è pronta a lavorare con lui e la sua amministrazione per promuovere la salute globale delle donne in modo da favorire lo sviluppo umano integrale, salvaguardando i diritti umani innati e la dignità di ogni vita umana, a partire dal grembo materno“.

Inoltre  118 parlamentari gli hanno subito scritto chiedendo a Biden un salutare ripensamento; il presidente non ha risposto.

E siamo ancora alla prima settimana!!! Chissà che ne pensano gli ecclesiastici che vorrebbero dare la Comunione a Biden e che continuano a compiacersi delle sue dichiarazioni di cattolicità? Chissà che ne pensano i cattolici che lo hanno votato e coloro che vorrebbero “garbatamente” confrontarsi e collaborare con lui ? Dinanzi allo tsunami abortista con cui Biden sta investendo gli USA,  con velocità e determinazione straordinarie, e che poi toccherà il resto del mondo,  continueranno ad usare parole vellutate e ad accarezzare la bianca, rassicurante chioma del neo presidente? Eppure né Biden né la Harris avevano nascosto le loro convinzioni in merito!

DA

https://www.informazionecattolica.it/2021/01/30/biden-colpisce-ancora-aborto-per-tutti/

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