Occorre togliere alla sinistra un tema cattolico: il rispetto del creato

TOGLIERE L’ECOLOGISMO ALLA SINISTRA PUO’ ESSERE UNO DEI COMPITI DEI DUE PARTITI DEL CENTRO-DESTRA CHE SOSTENGONO IL GOVERNO DRAGHI
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Di Matteo Castagna
La Bibbia insegna che l’uomo deve soggiogare e dominare (Gn. 1,28) la Terra. In Genesi 2,15 si legge che deve assolvere a questo dovere coltivando e custodendo.
Il custode del Creato non deve essere un tiranno, ma un lavoratore diligente e giusto, a immagine e somiglianza di Dio.
L’uomo deve saper usare la natura per le sue necessità e poi coltivarla con il rispetto che merita ogni creatura, per Amore del Creatore. Dalla bellezza e perfezione del creato si può giungere alla razionale dimostrazione dell’esistenza di Dio – sosteneva Sant’Ignazio di Loyola.
Ne consegue che il cattolico deve amare la natura perché ama il Creatore ed è quindi un “ecologista teologico”, non un panteista né un animalista new age come un sinistro qualsiasi, che si è impossessato indebitamente della questione ecologica, declinata in ideologia, atea e idolatrica.
L’”ecologia teologica” è identitaria e ha, oggi, il compito di educare ad una cultura della custodia del creato per Amore del Creatore che sostituisca la versione green del globalismo internazionale, incarnato dal gretininismo militante.
La teologia della creazione di San Tommaso d’Aquino è rintracciabile, in modo speciale, nello Scriptum super Sententiis, nelle Quaestiones disputatae De potentia Dei e nella Summa theologiae.
In quest’ultima opera, le questioni relative al nostro argomento si trovano nella I pars, immediatamente dopo quelle che trattano di Dio in sé, nella sua unità (qq. 2-26) e nella sua Trinità personale (qq. 27-43).
Tali questioni sono dedicate anzitutto all’approfondimento del concetto di creazione e del modo di intendere questa speciale forma di causalità (qq. 44-46); nelle qq. 47-102, S. Tommaso parla dei diversi esseri creati e infine tratta del governo divino (qq. 103-119).
L’orizzonte ermeneutico nel quale l’Aquinate pensa la creazione è quello della causalità. Chi dice creazione (nel senso dell’atto divino del creare), intende la produzione libera di effetti o esistenti che partecipano l’essere di Dio, che è l’Ipsum Esse subsistens. “Creare est proprie causare sive producere esse rerum” (creare è comunicare l’essere a tutti gli esistenti finiti).
Partecipando l’essere, per il fatto di riceverlo dal Creatore, le creature si trovano ad una ‘distanza ontologica’ infinita da Dio; questi non perde la sua ricchezza di vita nel momento in cui, dalle tenebre del nulla, chiama all’esistenza la molteplicità degli effetti finiti.
San Tommaso afferma che l’Autore del creato è anche ‘causa esemplare’ di tutte le creature, oltre che ‘causa finale’: come dire che tutto ‘esce’ dalle mani di Dio, portando in sé un’impronta, una traccia del suo Principio; e tutto è orientato a Lui.
É opportuno notare che questa maniera di intendere il rapporto Creatore-creatura, è speculare alla concezione biblica dell’agire del Dio creatore e dell’evento della creazione.
Come è stato correttamente osservato, in San Tommaso il tema della creazione non si confonde con quello dell’inizio o del punto di partenza; nell’ Aquinate “la teologia della creazione romperà con il tema dell’inizio come punto di partenza a vantaggio della perfezione di un’origine come dono e sovrabbondanza, che proviene da un Dio esistente e animato da volontà”.
Il dato dell’esistenza di realtà finite, nelle quali si dà compresenza o composizione di materia e forma (Aristotele) o di potenza e atto, rinvia necessariamente a un Essere semplice, nel quale non esiste tale composizione e che è pura attualità, origine di ogni esistente, causa non causata, unico possessore di ogni perfezione di essere e di vita. Poiché questa Causa prima è perfetta, allorquando agisce non ha bisogno di qualcosa di preesistente, ma pone in essere ex nihilo il proprio effetto; perciò, si dice creato proprio quell’ esistente che riceve originariamente e totalmente il proprio atto d’essere.
L’agire creatore di questa Causa prima è libero: lo testimoniano la finitezza del mondo, la sua molteplicità e gradualità nell’essere. Fine di questo libero agire divino è la stessa bontà di Dio, che è infinita e viene diffusa e partecipata alle creature; queste ultime non apportano a Dio nessuna perfezione; né aumentano la sua beatitudine. Esse costituiscono, invece, un libero e splendido effetto della sua ricchezza di vita; pur se connotate dal limite, le creature costituiscono un riflesso luminosissimo dell’infinita luce divina.
E ai grillini rimase solo un Fico secco

Dell’epopea grillina è rimasto nelle istituzioni un frutto fuori stagione, il Fico. Sta lì appeso e solitario, sull’albero di Monte Citorio, aggrappato con tutte le sue forze al ramo; fuori corso, fuori luogo, come un reperto peloso di un’era geologica precedente. La sua unica speranza è che tardi il raccolto, ovvero che non si vada a votare. Draghi, in fondo, è stata una disgrazia per i grillini al governo, meno che per lui, perché è una polizza sulla sua durata alla presidenza della Camera.
Fico è una figura coerente, almeno al suo cognome e al suo curriculum, in cui il pensiero e azione coincidono perfettamente, nell’inattività di ambedue. Lo ricorderete il giorno della prima comunione quando andò a piedi a presiedere il Parlamento per far capire che lui è uno della gente. Costò un sacco mandarlo per le strade con la scorta e la sorveglianza, molto più che un viaggio in un’auto blu. Poi passò al tram, giusto il tempo di farsi una foto da mandare in rete. Andate a vedere ora come viaggia il Fico presidenziale. I Palazzi sono una droga, ci si abitua presto, soprattutto se non hai robusti anticorpi culturali e non hai altro mestiere a cui tornare.
Lo vedemmo con le mani in tasca mentre suonavano l’Inno di Mameli, ora lo avrete visto nel cortile del Quirinale come un Fico ammaestrato al passo militare per andare da Mattarella a compiere quella sua missione inutile del mandato esplorativo, coronato da un folgorante insuccesso. Alla sua impresa mancò la fortuna non il valore, assente già da prima.
Ma del napoletano egizio resterà soprattutto la sua campagna d’Egitto, la guerra dichiarata al Cairo nel nome di Regeni. Finora il suo unico, straordinario successo è stato far crollare i rapporti import-export con l’Egitto a vantaggio della Francia che ne ha subito approfittato. E’ quella la sua missione politica e umanitaria più significativa nell’arco di tre anni, più qualche gne-gne di banalità finto-umanitarie e qualche discorso-fotocopia come da protocollo.
Fico è un prodotto tipico della stagione grillina, dimostra che siamo arrivati alla frutta, e non per modo di dire. Uno che come titolo di studio si è laureato in canzone neomelodica napoletana, e non nel senso che almeno cantava e si guadagnava da vivere per strada o tra i tavoli del bar passando poi col piattino; ma, peggio, studiava i cantanti napoletani, studiava la fenomenologia di Mario Merola e la teoria trascendentale di Roberto Murolo. Studioso non di Machiavelli o Beccaria ma di Gigi d’Alessio e Nino d’Angelo. Un genio dal sapere enciclopedico. Fico della Mirandola.
Uno che fino all’età di quarant’anni inoltrati, cioè fino a che non vinse alla ruota della fortuna coi 5 Stelle, non aveva arte né parte ma si arrangiava tra hotel, lavoricchi, vendeva tessuti marocchini e roba varia. Uno che ha rappresentato per indole, capacità e curriculum, l’ala più grillina dei grillini; esponente dell’Ideologia apocalittico-pressapochista di Grillology, con scappellamento a sinistra. Però, uè, Fico ha rinunciato all’indennità aggiuntiva, dunque è un eroe e martire della Causa.
Ma Fico fu osannato subito dai media perché rappresentava l’ala sinistra del Movimento, il frutto proibito dell’intesa col Pd, che poi maturò e dette i suoi frutti. Per certi versi Fico è un frutto sessantottino maturato con mezzo secolo di ritardo; rimastica il vecchio egualitarismo e l’antico pauperismo, è ovviamente nemico, anche per fatto personale, della meritocrazia; è totalmente appiattito sul politically correct anche sui temi bioetici e ha subito sbandierato, insediandosi a Montecitorio, la sua continuità antifascista con la Boldrina. Fico rappresenta non solo il movimentismo extraparlamentare ed extraterrestre dei Cinque Stelle in versione radical-pop, ma la sinistra d’asporto, di strada, di rete e di utopia, senza il realismo politico della sinistra più scafata, da Bersani a D’Alema e Minniti. A questo punto dateci Marco Rizzo, comunista senza peli e senza indugi. Peggio della sinistra infatti c’è solo la sinistra in format grillino.
Per il movimento di cui Fico è rimasto oggi l’esponente di punta, l’ignoranza è una virtù, come la verginità ai tempi dell’educazione cattolica. E così l’assenza di curriculum, di storia. È la convinzione egualitaria e sessantottina che l’ignoranza sia sinonimo di purezza, di illibata virtù e astinenza dal potere, di vicinanza al popolo versione auditel, anzi ignorantitel. Niente studio, tutto dilettantismo. La competenza è solo la somma in rete di tante ignoranze. Come il voto politico nel ’68.
Uscendo dalle consultazioni il suo amico geniale, Crimi, ha parlato di “intelligenza collettiva”; in effetti sarebbe stato incauto riferirsi a quella personale. Tutto è immediato, diretto, collettivo, la rete è l’unica sovranità riconosciuta; ma va prima ammaestrata, controllata e ridotta come i cani di Pavlov a rispondere solo coi riflessi condizionati a quesiti prefabbricati che contengano già la risposta.
A vedere il Fico e soprattutto a sentirlo parlare ti viene di chiamarlo don Felice Sciosciammocca, con la sua parlata da Ninnillo di mammà e la sua proverbiale mosceria da posapiano. Un personaggio tipico della commedia napoletana, beneficiario del caffè sospeso. Con Giggino Di Maio costituisce il due di coppe del mazzo napoletano dei 5Stelle; ma perlomeno Di Maio è sveglio e mutante, conosce l’arte di barcamenarsi.
La presidenza della Camera spesso peggiora le persone, lo sappiamo dai suoi predecessori. Con Fico non c’era pericolo: l’impresa di peggiorarlo era praticamente impossibile. Lui era già in natura il massimo esponente del Nulla Grillino di Sinistra. Di più non si poteva.
MV, Panorama n.7 (2021)
Portogallo, il Presidente cattolico blocca il suicidio assistito. Sarà una vittoria di Pirro?

Il capo dello Stato portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa, ha inviato
alla Corte costituzionale la legge sull’eutanasia, in modo che i
giudici possano determinare se incorre in incostituzionalità.
Così facendo il presidente della Repubblica del Portogallo, almeno per
ora, ha fermato la legge sull’eutanasia approvata dal parlamento
portoghese lo scorso 29 gennaio, con i voti dei deputati sia di destra
che di sinistra.
Rebelo de Sousa, professore di diritto costituzionale e cattolico
praticante, ritiene che “l’articolo due ricorre a concetti
eccessivamente indeterminati nella definizione dei requisiti per
consentire la depenalizzazione della morte medicalmente assistita”.
Il presidente portoghese ha indirizzato una lettera al presidente
della Corte costituzionale portoghese, João Caupers, pubblicata sul
sito ufficiale della Presidenza della Repubblica, in cui ha spiegato i
motivi della sua presa di posizione.
Rebelo de Sousa vuole che la Corte Costituzionale abbia l’ultima
parola perché, secondo lui, la legge approvata è insufficiente e viola
la costituzionalità affermando solo che “l’eutanasia sarà consentita
quando una persona maggiorenne deciderà così volontariamente e in una
situazione di intollerabile sofferenza”.
Un’altra opzione che il presidente portoghese aveva, dopo aver
ricevuto la legge, era quella di porre il veto e rinviarla
all’Assemblea della Repubblica, ma ciò avrebbe portato a una nuova
votazione in pochi mesi, e con molta probabilità sarebbe stata
nuovamente approvata dal Parlamento.
In Portogallo, infatti, il Presidente della Repubblica ha la facoltà
di porre il veto ai decreti e alle leggi del governo approvati dal
Parlamento. Nel primo caso il veto è definitivo. Nel secondo caso,
queste leggi possono essere votate e nuovamente approvate, il che
eviterebbe il veto. È quindi più “efficace” quanto fatto da Rebelo de
Sousa attraverso l’invio della legge alla Corte Costituzionale.
Rebelo de Sousa ha affermato in diverse occasioni negli ultimi mesi
che “per far avanzare la legge per depenalizzare la morte assistita
praticata da un medico in Portogallo, ci dovrà essere un grande
consenso nella società portoghese e dovrà essere approvata da più di
due terzi dei deputati della Camera”, cosa che non è avvenuta il 19
gennaio.
Un consiglio cattolico al premier Mario Draghi
di Matteo Castagna
Francia, chiesto lo scioglimento di Génération Identitaire per le azioni contro l’immigrazione clandestina
Saremo sempre dalla parte di chi difende le proprie tradizioni, le proprie origini, la propria cultura, i propri usi e i propri costumi.
Saremo sempre dalla parte di chi si opporrà a questa società sempre più fluida e malleabile senza più radici.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi, il 20 ottobre 2012, occupò una moschea in onore del sacrificio compiuto dalle truppe di Carlo Martello a Poitiers nel 732 che permisero la continuità dell’Europa Cristiana.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi ha deciso di opporsi a questa sciagurata immigrazione di massa, tanto sostenuta dai radical chic da salotto, mettendoci la faccia e agendo in prima persona a difesa della propria terra e del proprio popolo.
Siamo vicini agli amici e fratelli francesi di Generation Identitaire, combattenti per il Bene in un mondo alla deriva che si schiera sempre più dalla parte del male in nome del politicamente corretto.
Nulla importa più che lottare per i propri ideali in una società errata che li disprezza
PIETRO PERUZZI
Parigi, 13 feb – Il movimento francese Génération Identitaire ha fatto numerose azioni simboliche contro l’immigrazione clandestina. Per questa ragione, ne è stato chiesto lo scioglimento da parte delle autorità francesi.
Génération Identitaire ha 15 giorni di tempo
Génération Identitaire ha ricevuto l’ingiunzione relativa al suo scioglimento oggi, sabato 13 febbraio e ha dieci giorni per proporre appello. Lo scioglimento di Génération Identitaire è stato notificato venerdì sera. Ora il movimento identitario ha “dieci giorni per rispondere” a questo avviso. Se non vengono fornite nuove informazioni da parte degli stessi, “lo scioglimento (dell’organizzazione) è probabile che si concretizzi entro 15 giorni” secondo Beauvau.
Darmanin (Interno) “scandalizzato” dalle loro azioni
Il ministro dell’Interno Gerald Darmanin si è detto “scandalizzato” dall’azione di Génération Identitaire contro l’immigrazione clandestina compiuta lo scorso 26 gennaio sulle Alpi e sui Pirenei. “Se ci sono gli elementi, non esiterò a proporre lo scioglimento”, ha poi dichiarato il ministro dell’Interno. Diversi funzionari eletti della regione dell’Occitania avevano chiesto lo scioglimento di questo movimento definitivo “violento e pericoloso gruppo di estrema destra” dopo le loro azioni sui Pirenei.
I precedenti legali
Génération Identitaire aveva effettuato un’operazione dello stesso genere sulle Alpi anche nell’aprile 2018. Per questa ragione, tre attivisti furono condannati in primo grado per poi essere prosciolti in appello lo scorso dicembre. Il movimento identitario ha anche interrotto una manifestazione contro la violenza della polizia sabato 13 giugno 2020, esibendo uno striscione con la scritta “Giustizia per le vittime del razzismo anti-bianco – White Lives Matter” su un balcone che si affaccia su Place de la République a Parigi.
da
Ora si ribalta la linea migranti. Che cosa accadrà con Draghi
I punti programmatici enunciati da Mario Draghi al Senato sull’immigrazione accolgono alcune importanti richieste del centrodestra: dal programma per l’aumento dei rimpatri, passando per la nuova legislazione europea invocata da Salvini, ecco la linea del nuovo governo
Se nel momento dell’insediamento sul fronte immigrazione è stato il Pd a gioire, per via della riconferma del ministro Lamorgese, dopo il discorso in Senato del presidente del consiglio Mario Draghi la bilancia pende più verso il centrodestra.
E forse è stato proprio questo quel punto di equilibrio sulla politica migratoria ricercato in sede di contrattazioni per la nascita del nuovo esecutivo. L’inquilino di Palazzo Chigi in aula ha parlato di politiche di rimpatrio, gestione a livello europeo dell’accoglienza ed accordi con i Paesi di partenza.
Si tratta di punti molto cari tanto a Forza Italia, quanto alla Lega specialmente dopo la svolta della scorsa settimana annunciata da Matteo Salvini, il quale si è detto favorevole a lavorare per una nuova legislazione europea.
I rapporti con l’Ue
“La sfida – ha rimarcato Mario Draghi al Senato – è il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”.
La questione dunque, ha promesso il nuovo presidente del consiglio, verrà portata in Europa. Ancora una volta dovrebbe essere rimarcata la volontà italiana di puntare sulle esigenze dei Paesi di primo approdo. Non a caso lo stesso Draghi ha fatto riferimento ai rapporti con Spagna, Grecia, Cipro e quei governi “accomunati da una specifica sensibilità mediterranea”.
Il passato governo ha investito molto sull’introduzione di meccanismi automatici di redistribuzione dei migranti sbarcati, almeno di quelli arrivati per mezzo di navi delle Ong. Nonostante l’uscente e rientrante ministro Lamorgese abbia a lungo parlato del “passo in avanti” dato dagli accordi di Malta del 23 settembre 2019, non solo le proposte italiane non sono state approvate ma, al tempo stesso, Roma si è ritrovata isolata in ambito comunitario.
L’obiettivo a breve termine del nuovo esecutivo, forte del credito di cui gode Draghi in Europa e della posizione della Lega, è quanto meno recuperare terreno nell’Ue per poi puntare alle modifiche del trattato di Dublino. Quest’ultimo è il documento che ha assegnato ai Paesi di primo approdo la responsabilità dell’accoglienza. A Bruxelles dunque Draghi ha intenzione di giocare in modo più deciso di quanto fatto in precedenza la partita sulle nuove norme del trattato e sui nuovi patti europei.
La questione relativa ai rimpatri
C’è poi un altro passaggio caro alla Lega prima della svolta della scorsa settimana, quello cioè dei rimpatri: “Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale – ha dichiarato Mario Draghi – accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”. In poche parole, la linea del nuovo governo dovrebbe tendere verso l’implementazione dei rimpatri degli irregolari, questo tramite specifici accordi con gli Stati interessati e con il coinvolgimento dell’Ue.
Da questi punti si comprende come il programma di Draghi sull’immigrazione può soddisfare la Lega e quella parte del centro – destra organica alla maggioranza. Sull’altra sponda della nuova compagine governativa, il Pd è apparso in queste ore silente in quanto forse tranquillizzato dalla presenza di Luciana Lamorgese al Viminale. Una sintesi quella trovata che, almeno per il momento, sul discorso immigrazione non dovrebbe generare improvvisi scossoni nella coalizione.
Il discorso di replica di Draghi
Dopo il discorso sulle linee programmatiche tenuto in mattinata, in serata Mario Draghi ha ripreso la parola all’interno di Palazzo Madama per le repliche. E anche in questa occasione, il nuovo presidente del consiglio è tornato sull’immigrazione. Poche parole, ma importanti. Specialmente perché l’ex governatore della Bce ha puntato il dito contro l’Ue, rea di non riuscire ad uscire da “uno stallo politico – si legge nelle sue dichiarazioni – è impossibile prendere una decisione che metta d’accordo i paesi delle frontiere esterne e quelli dell’Est e del Sud”.
Draghi è anche tornato sull’importanza di risolvere il problema immigrazione “in sede europea”, confermando di voler proporre un accordo per la redistribuzione automatica dei migranti: “Senza riportare legalità e sicurezza – ha concluso il nuovo capo del governo – non ci può essere crescita”.
DA
Alla scuola San Benedetto il quaderno ordinato è garanzia di un’ottima preparazione
Un lavoro siffatto soddisfa enormemente il fanciullo e lo gratifica della fatica nei risultati raggiunti.
Quest’ordine grafico genera e facilita la formazione dell’ordine mentale mentre la generalizzazione del metodo si estende a tutti gli ambiti della vita quotidiana.
DA
http://www.scuolanordio.org/2021/02/alla-scuola-san-benedetto-il-quaderno.html?m=1
Il Tempo di Quaresima
Segnalazione del Centro Studi Federici
La Turchia nello scacchiere internazionale – tavolo di livello nazionale per il nostro Gianfranco Amato
l’Italia sta ignorando il maxi processo ‘rinascita scott’ (by Gratteri) che si celebra a Lamezia
“LA CALABRIA E’ IN MANO ALLA MASSONERIA DEVIATA” – L’ITALIA STA IGNORANDO IL MAXI PROCESSO “RINASCITA SCOTT” (BY GRATTERI) CHE SI CELEBRA A LAMEZIA TERME CON 325 IMPUTATI DEL CLAN MANCUSO – E’ IL PIÙ GRANDE PROCESSO MAI CELEBRATO IN ITALIA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, SECONDO SOLO A QUELLO STORICO DI PALERMO, EPPURE NON FREGA A NESSUNO, GIORNALI INCLUSI – EPPURE VIENE SCOPERCHIATO IL MONDO DI SILENZI E COMPLICITÀ IN CUI SI MESCOLANO LOGGE MASSONICHE E ‘NDRANGHETA…
Dietro gli scuri sbarrati e scrostati si aprivano sale e salotti per le tornate della loggia coperta Petrolo, i venerabili, i grembiuli, i riti dei compagni di spada. Il decadimento del palazzo – edificio imponente che si affaccia sulla Vibo Valentia borghese in questa Calabria profonda -, non deve ingannare. Anzi, esprime l’ apparente contraddizione della ‘ndrangheta, della sua espansione coloniale nella cosiddetta società civile quando povertà e abbandono mimetizzano ricchezza e potere.
Così le case dei boss, facciate prive d’ intonaco e dentro regge dai rubinetti d’ oro, così i tesori, arsenali e denaro, protetti sottoterra, mitragliette e soprattutto banconote sigillate in sacchetti di cellophane, infilati in fusti interrati. Mica come invece quei rotoli viola di 500 euro sbattuti in faccia al mercato del pesce dalle donne dei casalesi.
Qui la povertà è tutta simulata per celare potere assoluto, dominio e terrore. E lo dimostra anche il silenzio pneumatico o quasi che contorna il maxi processo «Rinascita Scott» che si sta celebrando nella nuova aula bunker dell’ ex area industriale di Lamezia Terme dove 325 imputati del clan Mancuso devono rispondere a 400 capi d’ accusa.
E’ il più grande processo mai celebrato in Italia alla criminalità organizzata, secondo solo a quello storico di Palermo, ma le udienze scivolano via nella distrazione pandemica. Lì conoscevamo i giudici come Pietro Grasso, Giovanni Falcone, qui, aldilà dello sforzo ciclopico del procuratore Nicola Gratteri – capace di far realizzare in cinque mesi quest’ aula di 3.300 metri quadrati, lunga 103 metri -, si parla poco. Per niente lumeggiati i suoi impavidi pubblici ministeri, impegnati in dibattimento.
Eppure raccontano di un’ Italia che ci crede e vuole, giovani toghe trentenni che arrivano da Genova, Firenze, Nola e hanno scelto Catanzaro, la trincea sporca, per misurarsi senza indugi. Quando mi infilo nell’ aula bunker – gioiello cablato con postazioni telefoniche per 600 avvocati -, un pentito mastica come un chewingum il declino dei suoi capibastone, che lo ascoltano silenti dai 25 carceri videocollegati. Racconta, ironizza ma dei 947 posti a sedere, nessuno è occupato dal pubblico. Deserto. Palermo e la Sicilia vissero la loro primavera, mentre qui in Calabria è ancora inverno profondo.
Certo, la gente non ne può più. Applaude la polizia, le jeep in corteo che tagliano Crotone consegnando i boss catturati di notte, con i ragazzi della squadra mobile in piedi da trenta ore ma sempre entusiasti. Applaude Gratteri forse perché rappresenta l’ ultima speranza rimasta, eppure ancora si affonda, si fatica. Dal capoluogo, dalla Catanzaro delle professioni, della borghesia, aldilà dell’ ardire di pochi, echeggia soprattutto silenzio.
E c’ è anche chi ringhia per questa magistratura che sfonda gli equilibri, mina convivenze e convenienze. Anche quando Gratteri fece sentire il battito cardiaco dello Stato con la ristrutturazione dell’ abbandonato convento del ‘400 da trasformare nella nuova procura. Insomma, cose mai viste, ma permane il silenzio.
Di questo pentito che parla pochi sanno il nome. A Palermo, si conoscevano i Buscetta, qui quasi nulla. Eppure i collaboratori all’ epoca furono in tutto una trentina qui 58, quasi il doppio, una svolta dopo decenni di indagini costruite con pochissimi pentiti. Adesso quasi a ogni operazione qualcuno si fa avanti, rompendo quel doppio legame, di affiliazione e di sangue, quella saldatura dei matrimoni tra primi cugini o combinati che rendeva impenetrabili i locali di ‘ndrangheta. Ma chi li conosce?
Chi conosce il collaboratore Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, criminale di livello ma soprattutto nono grado della piramide iniziatica, cavaliere eletto, «sacrato all’ interno della chiesa – ama ricordare – di sant’ Anna del Vaticano». Da tempo lui accompagna il servizio centrale del Ros, le procure di Reggio e Catanzaro nei cunicoli del mondo di compassi e grembiulini: «Vibo Valentia è l’ epicentro della massoneria sia legale che di quella cosiddetta deviata.
Questa era formata da due filoni: i “sussurrati all’ orecchio”, persone che rivestivano delle cariche istituzionali e per questo non potevano essere inserite nelle liste segnalate alla prefettura; e i “sacrati sulla spada”, soggetti con precedenti penali di vario genere compresi ‘ndranghetisti ovvero i “rispettosi del vangelo di Giovanni”, loro si reputano infatti angeli di Dio».
Quindi dall’iniziazione ai grandi affari con grembiule e compasso consegnati al rito che si celebrava a Crotone, sotto l’ ultima colonna dorica in piedi del tempio a Hera Lacinia, di fronte al mare. Qui insisteva la «loggia Pitagora con il maglietto affidato a Sabatino Marrazzo», secondo Virgiglio, ovvero a un «esponente di vertice, contabile, della ‘ndrangheta di Belvedere Spinello», per il Ros. Proprio in quelle terre, intercettato, il boss Nicolino Grande Aracri, ovvero il capo della mafia a Crotone aveva focalizzato l’essenzialità del contesto massonico: «Lì ci sono proprio sia ad alti livelli istituzionali e sia ad alti livelli di ‘ndrangheta pure».
Marrazzo era custode del tempio coperto a Rocca di Neto, ricavato nientemeno che in un ristorante. Una scelta logistica che non deve stupire. Le logge coperte scelgono palazzi abbandonati, villaggi turistici come a Praialonga, o i retro di bar come quello nel corso Mediterraneo di Scalea appena scoperto. O, ancora, le riunioni più importanti tra venerabili si tenevano all’Orso Cattivo, ristorante con piazzola tipo eliporto alle porte di Catanzaro.
Eppure l’epicentro rimane ancora Vibo Valentia da dove eravamo partiti e dove tutto si mischia con percentuali mai viste: ogni 18 residenti maschi maggiorenni, almeno uno è massone. Qui sono attive quattro officine riconosciute (Carducci, Monteleone, Murat e Benedetto Musolino) per poi scendere nello scantinato della fratellanza sommersa con la loggia Erbert, la san Mango d’Aquino, la Petrolo e chissà quante altre ancora.
Due mondi distanti ma che a volte si interconnettono a sentire intercettazioni e pentiti. A iniziare da Virgiglio quando si indicava venerabile nella gran loggia dei Garibaldini d’ Italia, massoneria riconosciuta. Trame che svelerà proprio al processo Rinascita Scott, dibattimento che tratteggia la proiezione muratoria della ‘ndrangheta e traccia nuovi orizzonti investigativi in violazione della legge Anselmi. Chissà se anche in quelle udienze non ci sarà pubblico e la Corte rinnoverà il diniego all’ ingresso delle telecamere.
DA
Agli occhi di certuni per governare è indispensabile il passaporto arcobaleno!
di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)
È IL TEMPO DELL’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, NON QUELLO D’IMPROBABILI ED IMPROPRIE POLEMICHE PER L’AGENDA DI UN ESECUTIVO CHE NON PARE GUIDATO DA UN IMPULSO IDEOLOGICO, DI FRONTE AD UN PAESE IN GINOCCHIO…
Una delle tante tipicità che caratterizzano gran parte del variegato mondo italico è quello della critica preventiva. Avviene nel calcio con gli allenatori e in politica con i ministri.
Marta Cartabia (nella foto), autorevole esponente del neonato governo Draghi, vicina a Comunione e Liberazione, nel 2014 ha espresso posizioni contrarie all’equiparazione tra nozze tradizionali e unioni civili. All’epoca del caso Englaro criticò il suicidio assistito.
Pur non avendo deleghe direttamente attinenti ai temi etici, il senatore Tommaso Cerno ha chiesto che il premier faccia chiarezza per quanto affermato da Cartabia ed il segretario generale dell’Arcigay Gabriele Piazzoni riconosce come segnale positivo il fatto che ella, da ben sette anni, non proferisca parola in merito alle rivendicazioni Lgbt.
All’epoca, Cartabia replicò alla alle parole d’odio della galassia arcobaleno con un lapidario: “la Corte (costituzionale, n.d.r.) difende i diritti di tutti perché nella laicità positiva dello Stato”. Il capo del Popolo della Famiglia, cioè la microsfera del macro-opinonista Mario Adinolfi ha rinfocolato la polemica sul ddl Zan, in un momento quantomeno inopportuno, dando l’impressione di voler trovare un pretesto per far litigare l’eterogenea maggioranza, più che riattivare un concreto argomento di lotta politica in favore della libertà della famiglia tradizionale.
Ciò che si evidenzia, nell’ambito di questa dialettica, è l’anomalia secondo la quale al governo di un Paese vi debba essere, per forza, gente “gay-friendly”. Continua a leggere
Primavera…
“Niente porno ne ‘Il Signore degli anelli'”. Spettatori all’attacco di Amazon
DI LEONARDO MOTTA
Dovrebbe arrivare su Prime Video entro la fine dell’anno la prima stagione di una serie che sarà un prequel della storia raccontata nella trilogia di Tolkien, ma già sono forti le polemiche.
Vista la possibile presenza di pornografia nella serie, attraverso una petizione su Change.org, che richiede che la nudità sia tenuta fuori dalla serie, sono state già raccolte circa 15.000 firme.
Il blog di TheOneRing.net ha rilevato l’assunzione di un coordinatore della privacy per la serie.
Questi “coordinatori dell’intimità” gestiscono anche scene di sesso e nudità esplicite.
Il sito ha anche notato un casting di Britain’s Got Talent per le comparse che “si sentono a proprio agio con la nudità parziale o totale”.
Il casting non menziona il nome “Il Signore degli Anelli”, ma dice che è per un programma televisivo che sta girando ad Auckland.
Questa serie è di gran lunga la più grande serie prodotta nell’area.
Tuttavia vengono girato anche altri programmi TV ad Auckland che, negli anni passati si sono caratterizzati per i loro contenuti “audaci”.
Alcuni osservatori dubitano che Amazon stia progettando di introdurre scene di sesso esplicite.
CBR.com ha notato che la Tolkien Estate, l’organizzazione che controlla e gestisce la proprietà del defunto scrittore, sta supervisionando la produzione della nuova serie e che Amazon ha firmato un contratto che richiede che rimanga fedele al canone di Tolkien.
Tuttavia i dettagli delle limitazioni imposte da questo accordo non sono chiari.
Joseph Pearce, esperto di Tolkien, autore e direttore della pubblicazione di libri presso l’Augustine Institute di Denver, ha affermato che la consegna del progetto ad Amazon è stata una decisione imprudente.
“Indipendentemente dall’autenticità delle voci secondo cui Amazon intende incorporare scene pornografiche nel suo adattamento de ‘Il Signore degli Anelli’, è sempre stato ovvio che dare a un mostro laicista aziendale come Amazon i diritti di produrre adattamenti del lavoro di Tolkien era come dare l’Anello a Sauron”, ha detto alla Catholic National Agency.
🔴 CHRISTUS REX per una NOVA CIVILITAS: Presentazione libro PENSIERI ERETICAMENTE CORRETTI con Gianfranco Amato e Matteo Castagna
Gli italiani dimenticati: la tragedia delle foibe e il racconto degli esuli
FACCIAMO MEMORIA DELLE VITTIME DELLE FOIBE, E DELLE SOFFERENZE PROVOCATE DAI COMUNISTI DI TITO A COLORO CHE FURONO COSTRETTI A LASCIARE LE LORO TERRE D’ISTRIA, DI FIUME E DELLA DALMAZIA.
Di Matteo Orlando
«Il “giorno del Ricordo”, istituito con larghissima maggioranza dal Parlamento nel 2004, contribuisce a farci rivivere una pagina tragica della nostra storia recente, per molti anni ignorata, rimossa o addirittura negata: le terribili sofferenze che gli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia furono costretti a subire sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi. Queste terre, con i loro abitanti, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, conobbero la triste e dura sorte di passare, senza interruzioni, dalla dittatura del nazifascismo a quella del comunismo. Quest’ultima scatenò, in quelle regioni di confine, una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole. La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa. Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità. Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria. Esistono ancora piccole sacche di deprecabile negazionismo militante. Ma oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi. Questi ci insegnano che l’odio la vendetta, la discriminazione, a qualunque titolo esercitati, germinano solo altro odio e violenza. Alle vittime di quella persecuzione, ai profughi, ai loro discendenti, rivolgo un pensiero commosso e partecipe. La loro angoscia e le loro sofferenze non dovranno essere mai dimenticate. Esse restano un monito perenne contro le ideologie e i regimi totalitari che, in nome della superiorità dello Stato, del partito o di un presunto e malinteso ideale, opprimono i cittadini, schiacciano le minoranze e negano i diritti fondamentali della persona. E ci rafforzano nei nostri propositi di difendere e rafforzare gli istituti della democrazia e di promuovere la pace e la collaborazione internazionale, che si fondano sul dialogo tra gli Stati e l’amicizia tra i popoli. In quelle stesse zone che furono, nella prima metà del Novecento, teatro di guerre e di fosche tragedie, oggi condividiamo, con i nostri vicini di Slovenia e Croazia, pace, amicizia e collaborazione, con il futuro in comune in Europa e nella comunità internazionale».
Così ha scritto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 9 febbraio del 2020, in occasione del Giorno del Ricordo.
Ricordo di cosa?
Il Giorno del ricordo, celebrato il 10 febbraio di ogni anno, è stato istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, e vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle FOIBE, dell‘ESODO dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
Questo perché la storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è italiana. Fu Giulio Cesare a fondare, dopo Trieste (Tergeste), le colonie di Pola (Pietas Julia) e Parenzo (Julia Parentium). Fu l’imperato Augusto a portare i confini dell’Istria fino al Quarnaro e a creare le Decima Regio Venetia et Histria, che si espandevano dall’Oglio all’Arsa e dalle Alpi al Po. Trieste fu collegata a Pola attraverso la via Flavia che raggiungeva poi Fiume (Tarsatica).
Gli antichi Romani lasciarono splendide testimonianze. A Trieste: il colle Capitolino e il teatro; A Pola: l’Arena; A Fiume: l’Arco; A Zara: il Foro; A Spalato: il palazzo di Diocleziano. Nel VI secolo d.C. le orde barbariche arrivarono anche nella X Regio romana. Gli istriani si rifugiarono sulle isole della costa. Sorsero Isola, Capodistria, Pirano, Rovigno, che furono collegate alla costa con ponti e istmi.
Della prima presenza slava vi è traccia nel famoso Placitum del Risano dell’804, in cui i rappresentanti delle città istriane chiedono a Carlo Magno di liberarli dalla pirateria dei paganos
slavos.
Dall’800 iniziò l’espansione veneziana e Venezia si affermò in tutta la costa adriatica: nel 1150 il
Doge assumeva il titolo di Totius Istriae inclitus dominator. Tra il 1400 e il 1600 più volte la peste si abbattè sull’Istria e sulla Dalmazia. Venezia ripopolò la regione importandovi migliaia di slavi, bosniaci, morlacchi (abitanti delle Alpi Dinariche).
Da allora e fino alla fine del XVIII secolo la storia dell’Istria si identificò con quella di Venezia. Il dominio di Venezia ebbe fine nel 1797 con il trattato di Campoformido. Napoleone usò il suo prestigio per trattare la pace con l’Austria. E così l’Austria cedette al Corso il Belgio e riconobbe le conquiste francesi in Italia, ottenendo in cambio il Veneto. L’Istria e la Dalmazia passarono nelle mani dell’Austria che regnò, salvo la parentesi francese del Regno Napoleonico d’Italia, fino al 1918.
La vittoria della I Guerra mondiale, cui parteciparono da volontari migliaia di istriani e dalmati, e tra questi Nazario Sauro e Francesco Rismondo, portò a far parte del Regno d’Italia non solo Trento e Trieste, ma tutta la Venezia Giulia e dunque l’Istria con Pola, la città di Zara in Dalmazia, le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa. Fiume fu annessa nel 1924.
Con l’accordo del 10 febbraio 1947, imposto al termine della seconda guerra mondiale dalle potenze vincitrici, furono strappate l’Istria, Fiume e Zara e le isole della Dalmazia, all’Italia, consegnandole alla Jugoslavia di Tito che, intanto, si era preparato il terreno, già dal 1943, con le FOIBE.
Con le foibe si voleva eliminare l’etnia italiana nell’ambito dell’esodo istriano e ci si voleva vendicare contro gli oppositori politici (fascisti e non) del regime comunista guidato dal maresciallo generale Josip Broz Tito.
Alla fine i morti sono stati tra 15 e 20 mila, comprese le vittime recuperate e quelle stimate, più i morti nei campi di concentramento jugoslavi.
gettati molti italiani. In molti morirono prima di essere gettati nelle foibe: o nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi
Chi furono gli infoibati? Erano uomini, donne e bambini che sparivano dalle loro case, dai loro affetti, senza distinzioni politiche, razziali ed economiche. Furono presi fascisti ed anti fascisti, cattolici (anche preti) ed ebrei, industriali, ma anche agricoltori, pescatori, dipendenti privati e servitori dello Stato come i Vigili del Fuoco, Carabinieri, Poliziotti e Finanzieri, dipendenti dei vari settori dell’amministrazione.
Più di 3 mila persone scomparvero nei gulag (campi di concentramento) di Tito. Goli otok, chiamata isola Calva, è una piccola isola rocciosa battuta dalla bora e quasi priva di vegetazione. È tristemente famosa per essere stata, nel secondo dopoguerra, sede di un campo di concentramento della Jugoslavia, destinato a ospitare gli oppositori al regime di Tito. Il campo ospitò detenuti politici anticomunisti, comunisti stalinisti e criminali comuni. Il totale dei detenuti politici sull’isola Calva può essere stimato in circa 16 mila, dei quali più di 400 trovarono la morte per torture o sfinimento. Gli italiani imprigionati a Goli Otok furono almeno 300. Tra di essi Sergio Bormè sopravvissuto alle torture del campo.
Per sfuggire agli infoibamenti del ’43 e del 45 in tanti tentarono la fuga, soprattutto via mare, per raggiungere la penisola. Così tra i 250 e i 350 mila italiani andarono via da quelle terre. Con l’accordo del 10 febbraio 1947, imposto al termine della seconda guerra mondiale dalle potenze vincitrici, all’Italia furono strappate l’Istria, Fiume e Zara e le isole della Dalmazia e furono consegnate alla nascente Jugoslavia, guidata dal dittatore comunista Tito. Per gli italiani scappati da quei territori e rientrati nella penisola oltre al danno ci fu anche la beffa. Avevano perso tutto ma, in varie città d’Italia, furono accolti malissimo. E, ancora oggi, nel 2021, attendono gli indennizzi per l’esodo subito!
In Italia, per molti anni, non si è potuto parlare di Foibe ed Esodo, perché? Quando Tito attuò lo strappo con l’URSS i governi occidentali lo considerarono un interlocutore che avrebbe fatto della Jugoslavia uno stato cuscinetto tra i due blocchi, orientale e occidentale. Fu ritenuto “politicamente corretto” non inasprire i rapporti con lui, rivangando la questione italiana. Inoltre, l’opinione pubblica italiana guardava con sospetto l’arrivo dei profughi, in un Paese distrutto e povero ed anche il Partito Comunista Italiano non volle parlare di quei fatti. Diventò facile dimenticare quella tragedia e rimuoverla anche dai libri di storia.
Relativamente alle foibe vogliamo ricordare la vicenda di Norma Cossetto la cui storia è paradigmatica, come per la Shoah lo è stata quella di Anna Frank.
DA














