Putin stravince le elezioni, e da oggi comincia il suo declino

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Segnalazione Linkiesta

Valdimir Putin ha stravinto le elezioni, e sarebbe bene che l’Occidente lo prendesse, finalmente, sul serio. Ma il mandato che si inaugura rischia per lui di essere quello della decadenza

Chissà se Vladimir Putin ha messo il broncio per questo 75% dei voti raccolto nell’elezione che lo manda al Cremlino per la quarta volta. In fondo è un dato molto inferiore all’indice di gradimento che, secondo l’autorevole e affidabile Levada Center, l’ha accompgnato per tutto il 2017, ben sopra l’80%. Scherzi a parte, adesso sentiremo la solita litania: ma non c’era Navalnyj, ma l’affluenza, ma i brogli… Ci sarà qualcosa di vero ma nulla di sostanziale. Perché bisognerebbe pure acconciarsi a deglutire il fatto che a tanti russi Putin piace. Così tanti che Putin sarebbe eletto presidente anche se non godesse del monopolio dei media, anche se i direttori delle fabbriche non incitassero gli operai ad andare a votare, anche se avesse per avversari dei politici veri e non le scartine (l’assente Navalnyj compreso) di questa tornata, anche se non avesse così tanto potere da considerare umiliante la sola idea di una campagna elettorale.

A noi pare strano ma può succedere. Per esempio se diventi primo ministro nel 1999, ovvero pochi mesi dopo che il tuo Paese si è dichiarato insolvente e ha subito la gogna del default e nel 2017 puoi dichiarare di aver estinto tutti i debiti dell’Urss. Se diventi per la prima volta presidente quando il Pil pro capite dei russi è di 1.300 dollari e torni presidente per la quarta volta quando lo stesso Pil è a quasi 12 mila. Se nel 2015, tra Ucraina, sanzioni e crollo del prezzo del petrolio, gli esperti prevedono che da te si sfascerà tutto e invece non capita. E così via.

Questa scontatissima rielezione è l’apoteosi di Putin. Il suo trionfo. Eppure, proprio in queste ore, torna alla mente il proverbio turco che Thomas Mann faceva citare a uno dei suoi Buddenbrook: “Quando la casa è finita la morte viene”. Per carità, Putin è in ottima salute e ha solo 65 anni. Ma la quarta presidenza rischia di essere, per lui e per la Russia che rappresenta, la più difficile di tutte.

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I “ribelli moderati” della Ghouta

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di Thierry Meyssan

I “ribelli moderati” della Ghouta

Fonte: Voltairenet

I media occidentali asseriscono che, nella Ghouta orientale, Siria e Russia stanno annientando valorosi difensori della democrazia.

Secondo i governi di Regno Unito e Francia si tratta di tre distinti gruppi armati: l’Esercito dell’Islam, la Legione Rahman e Ahrar el-Sham.

Secondo Siria e Russia invece, i nomi di questi tre gruppi non designano una diversa ideologia. Queste tre formazioni non difenderebbero in realtà ciascuno una propria idea sulla Siria, bensì gli interessi dei rispettivi sponsor. Si sarebbero uniti grazie alla risoluzione 2401 e all’attacco che ora stanno subendo.

Molti sono i dati che circolano sul numero dei soldati di ciascuno di questi gruppi e sul numero degli abitanti della Ghouta orientale. In realtà sono cifre non verificabili, tant’è vero che l’ONU ha rinunciato a quantificarli. Non vi è dubbio che i civili della Ghouta sono siriani, non si ha certezza invece della nazionalità dei combattenti. Sicuramente alcuni di loro sono siriani, spesso pregiudicati, molti altri sono invece stranieri (che per definizione non possono essere qualificati “ribelli”). Anche in questo caso si tratta di stime non verificabili.

Due sole cose si sanno con certezza di questi gruppi:

–  Innanzitutto sappiamo di quali armi disponeva nel 2015 l’Esercito dell’Islam. È un dato superato, però verificabile grazie al video di una parata militare, organizzata nel 2015 nella Ghouta dal capo del gruppo, in cui sfilano quattro blindati e circa 2.000 uomini, ossia un numero di combattenti dieci volte inferiore a quello rivendicato. Continua a leggere

Oltre la folla solitaria. Bisogna tornare ai corpi intermedi

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di Mario Bozzi Sentieri

Oltre la folla solitaria. Bisogna tornare ai corpi intermedi

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

Sono lungi e complicati i percorsi della libertà e della partecipazione politica. Non solo per colpa di una legge elettorale debole e pasticciata. La crisi della rappresentanza nel nostro Paese e – a ben guardare – un po’ in tutta l’Europa ha  tratti profondi, che vanno ben oltre il mero dato politico. E’ certamente crisi  istituzionale ed insieme culturale, sociale ed economica. Ma è soprattutto la crisi di un modello d’identità collettiva, a cui,  volenti o nolenti, si è conformata la società occidentale, oggi costretta a fare i conti con la sua “solitudine”, con la perdita di luoghi in cui ritrovarsi, di vincoli ideali, di aspettative condivise, di quei “corpi intermedi” che per secoli sono stati luoghi essenziali di intermediazione e partecipazione politica e sociale. Ad alzare il velo delle incomprensioni e dei silenzi su  questa crisi di fondo, denunciata, fino a ieri, da una cultura minoritaria,   considerata , con disprezzo, “inattuale”, è arrivato  ora,  sulla prima pagina del  “Corriere della sera”,    Pierluigi Battista. Continua a leggere

Vanitoso, iracondo e fan di Stalin. Controritratto del “mito” Pertini

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Vanitoso, iracondo e fan di Stalin. Controritratto del "mito" Pertini

di Marcello Veneziani

Ah, Sandro Pertini, il presidente della repubblica più amato dagli italiani. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il presidente-partigiano che esce dal protocollo. L’Impertinente. Il Puro. A quarant’anni dalla sua elezione al Quirinale, in un diluvio celebrativo, uscirà domani al cinema un film agiografico su di lui. Noi vorremmo integrare il santino raccontando l’altro Pertini.

Alla morte di Stalin nel ’53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell’Avanti! e all’epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa disse su l’Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. (…) Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell’elogio, mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin, non fa onore a un combattente della libertà e dei diritti dei popoli. Continua a leggere

Il grande sconfitto è il mito europeista

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di Gianpasquale Santomassimo

Il grande sconfitto è il mito europeista

A tutti quelli che fanno analisi molto complicate e politicistiche, che ritengono che un certo partito abbia perso barcate di voti per una parolina sbagliata in tv, per un obiettivo errato nel programma, per quel candidato indigesto ecc., va ricordata una semplice verità: che il grosso dell’elettorato si orienta e ragiona in maniera molto più semplice. Se la «sinistra» è divenuta indigesta e invotabile agli occhi degli elettori questo si ripercuoterà a raggi concentrici, da Renzi a Grasso e ancora più a sinistra.

Le distinzioni che gli appassionati di politica fanno, spaccando il capello in quattro, non hanno alcun valore e non sono intellegibili per l’elettore comune. Si tratta di capire perché vi sia stato un rigetto così ampio e probabilmente definitivo di ciò che è stato considerato «sinistra» negli ultimi decenni. Un fenomeno non sorprendente, e che viene da abbastanza lontano, da un’inversione di ruoli e di rappresentanza di ceti e di stili di vita, raffigurato plasticamente da tutte le analisi del voto degli ultimi anni, che hanno contrapposto benestanti soddisfatti dei centri cittadini a popolo delle periferie che esprimeva un bisogno al tempo stesso di ribellione e di protezione.

Non è che mancassero offerte di sinistre possibili, anche molto variegate, se pure di scarsa qualità: a questo punto è mancata la domanda di sinistra, diciamo. Tutta la sinistra (moderata, radicale, antagonista) è stata percepita e giudicata dall’elettorato come parte integrante di un sistema da cambiare.

Assistiamo anche in Italia all’inabissamento della sinistra liberal che era stata a lungo egemone con la sua visione del mondo. La stessa cosiddetta «sinistra radicale» era stata null’altro che l’ala estrema di questa ideologia diffusa, sensibilissima alle tematiche dei diritti civili e delle battaglie «umanitarie», di fatto inerte sul terreno dei diritti sociali.

E anche complice della costruzione del mito europeista, che è sullo sfondo il grande sconfitto di questa consultazione. Parte integrante dell’establishment europeista il Pd, molto spesso ascari della «più Europa» i suoi critici di sinistra.

Non solo euro e regole ci troviamo di fronte, ma anche una ideologia complessiva potentissima e pervasiva, un fronte politico e culturale vastissimo, convinto che «più Europa» sia la soluzione ai problemi che l’Europa stessa ha posto con la sua folle attuazione. Si tratterebbe di affrontare un lavoro di lunga lena per demistificare – come si diceva un tempo – le risultanze di una egemonia costruita con molti decenni di impiego massiccio di risorse culturali, mediatiche, economiche, ma che riposa su basi storiche e teoriche fragilissime, testimoniate da quell’imbarazzante documento che è passato alla storia come «manifesto di Ventotene».
Il problema dell’europeismo di sinistra è che ormai non è più soltanto ideologia sostitutiva di quelle novecentesche crollate nell’89 e non è più solo «religione civile» imposta ai sudditi dall’establishment. Ma ormai è religione vera e propria, con i suoi dogmi, i suoi atti di fede cieca e assoluta, il credo quia absurdum (credo perché è assurdo) e anche una dose massiccia di sacrifici umani. Cominciare almeno a porre il problema, discuterne apertamente e laicamente a sinistra, sarà sicuramente un fatto positivo (oltre che doveroso).

Senza ripensare tutto sarà impossibile ripartire. Non mi faccio grandi illusioni, la Repubblica continuerà a delirare su populismo e «sovranismo», la sinistra continuerà a trattare da fascisti e razzisti le masse popolari che esprimono disagio per le loro condizioni di vita, continuerà a discettare di «ossessioni securitarie» e a immaginare che il “multiculturalismo” sia un pranzo di gala privo di lacerazioni e drammi. Si lascerà alla destra la difesa dell’interesse nazionale, e perfino l’esercizio della sovranità costituzionale per la quale avevamo votato il 4 dicembre del 2016.

«Non ci interessa la sovranità nazionale, siamo internazionalisti» dichiara la dirigente di una lista elettorale che ha preso l’1,1%. Ci si chiede da quando questa posizione, che ignora perfino il significato delle parole, e che sarebbe impossibile spiegare ai cubani, ai vietnamiti, ma anche ai curdi e a qualunque altro popolo, sia diventata luogo comune nella sinistra italiana.

Anziché evocare il Popolo bisognerebbe cominciare almeno a parlarci. Quando ci si deciderà a farlo non sarà mai troppo tardi.

Fonte: Il Manifesto

Il de profundis centrista e “moderato”

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di Mario Bozzi Sentieri 

Il de profundis centrista e "moderato"

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

Tra le vittime dello smottamento del quadro politico italiano , provocato dal voto di domenica, c’è anche il cosiddetto centro moderato. E non è un dettaglio da poco. Ad essere venuta giù non è solo l’idea neocentrista, con un occhio a sinistra, di Casini e della Lorenzin, quanto soprattutto la vecchia logica del centrismo, inteso quale luogo di mediazione e di compromesso politico. A confermarlo le percentuali insignificanti degli ultimi nostalgici dello scudocrociato.

E’ “smottato” perfino il “mitico” collegio della Camera di Pergine-Valsugana, quello che fu di Alcide De Gasperi e di intere generazioni democratico-cristiane e poi della Margherita, dell’ Ulivo e del Pd d’ispirazione cattolica. A vincere, in quello spicchio di Trentino, è stato il candidato del centrodestra, un leghista, segno dello scarto politico provocato anche qui dalle ultime elezioni. Uno scarto politico che evidentemente non mette in discussione la forte identità cristiana della zona, ma gli dà nuovi significati, la rende anzi più diretta, più popolare, più vicina agli interessi concreti dei cittadini. E dunque l’ allontana dalla mentalità compromissoria tipica del vecchio democratismo, disponibile ai facili inciuci etici (quelli sul valore della vita, della famiglia, dell’ identità tradizionale), obbligandola a “radicalizzarsi” sul piano dei principi. Continua a leggere

Psicanalisi del voto

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di Marcello Veneziani

Psicanalisi del voto

Fonte: Marcello Veneziani

A una settimana dal voto si è presentato in studio l’italiano medio, responsabile e vittima del verdetto elettorale insolubile, e si è steso sul lettino chiedendo un referto medico sulle molle psicologiche che lo hanno spinto a votare così, complice la legge elettorale.

Gli è stato subito riscontrato un prima affezione cerebrale: l’elettore italiano vota contro, la molla che lo spinge a votare è più di contrasto che di sostegno.

Tra i moderati e i conservatori la molla che prevale è la paura – dei comunisti, dei delinquenti, degli immigrati, delle rivoluzioni. Tra i progressisti e i radicali la molla prevalente è l’odio –verso i nemici, per definizione fascisti, razzisti, sessisti, omofobi, reazionari, corrotti – e odio verso la realtà, le sue limitazioni, i suoi confini. Ma il dato che li accomuna è il voto contro.

Anche il voto grillino è un voto contro, però non nel segno della paura e dell’odio ad hoc; ma dello schifo generale, del disprezzo, un voto contro ogni potere. Voto per lui è contrazione di vomito. Vomito ergo sum.

Il voto contro ha una matrice nell’indole cristiana dell’italiano: il voto è un esorcismo all’insegna del “Vade retro”. Come il sesso così il voto non va espresso per piacere, ma solo per procreare un governo; il resto è dominio di Satana. Continua a leggere

Bannon: “Salvini e Di Maio facciano un governo insieme”

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IL PUNTO DI VISTA DELL’EX IDEOLOGO DI TRUMP

Steve Bannon, l’ideologo dell’ultra destra americana che ha trascinato Trump alla vittoria, dice di sognare un governo italiano formato dall’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Lega

di Raffaello Binelli

L’ex guru di Trump, colui che ha dato linfa alla “destra alternativa” americana, spregiativamente bollata dagli avversari come “populista”, si sofferma sulla politica italiana.

Lo fa con un’intervista al direttore de La Stampa, Maurizio Molinari. “Salvini e Di Maio? Il mio sogno è di vederli governare assieme”, dice Steve Bannon senza esitazioni. “Sono espressioni diverse dello stesso fenomeno e superano, assieme ad altre formazioni minori, la metà dei votanti”. Continua a leggere

Francesco, Marcello Veneziani accusa: “Più figlio della globalizzazione che della Chiesa”

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Risultati immagini per Bergoglio ereticoE’ sedeplenista, ma alcune sue osservazioni fanno riflettere. Si sorvoli dunque sull’attribuzione dei termini cattolici ai conciliari (N.d.r.)

http://www.liberoquotidiano.it/news/sfoglio/13317619/papa-francesco-marcello-veneziani-figlio-globalizzazione-piu-che-della-chiesa.html

In occasione dei primi 5 anni di pontificato di Papa FrancescoIl Tempo confeziona un numero speciale con una prima pagina quasi interamente dedicata a Bergoglio. Molti commenti sul Pontefice e sul suo operato, tra i quali anche quello di Marcello Veneziani, “Un vicario per tre crisi”. L’editorialista parla chiaramente di “svolta radicale“, ma lo fa in termini critici. E scrive: “È un Papa avvertito come figlio del suo tempo più che della Chiesa, figlio della globalizzazione più che della tradizione”. E ancora: “Un Papa aperto ai più lontani, che ama il prossimo più remoto, aperto agl’islamici prima che ai cristiani, ai protestanti prima che ai cattolici, ai poveri più che ai fedeli, ai singoli – anche gay – più che alle famiglie”.

Parole pesanti, insomma, e Veneziani nota come “tutto questo è stato nobilitato come un ritorno al cristianesimo delle origini“. Nella sua analisi, l’editorialista ricorda come “una volta il Papa non volle criticare alcuni comportamenti fino a ieri considerati deprecabili dalla Chiesa, trincerandosi dietro l’umiltà cristiana: Chi sono io per giudicare. Verrebbe da rispondergli: sei un Papa, cioè un Santo Padre, e hai non solo il diritto ma il dovere di giudicare, di orientare, di esortare e condannare. Altrimenti – ammonisce Veneziani – vieni meno al Tuo ruolo pastorale, alla Tua missione evangelica”. Continua a leggere

Luigi Bisignani a IL TEMPO: In libro Veritas

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E’ sedeplenista, ma le sue osservazioni fanno riflettere.

di Luigi Bisignani

Nero su bianco i turbamenti vaticani (e la voglia di ribellione dei cardinali)

Caro direttore, ancora una volta è un libro a scuotere le disadorne stanze di Santa Marta, dove alloggia da cinque anni Papa Bergoglio. È una profonda riflessione sul Pontificato, non un libro scandalo, che esce nel giorno del quinto anniversario dall’elezione di Papa Bergoglio e sembra raccogliere i malumori di una curia e di un episcopato sempre più disorientati. A scriverlo,non un reporter alla ricerca di scandaletti   ma un giornalista di razza, Mauro Mazza, per anni al vertice delle testate Rai. “Bergoglio e pregiudizio” (Pagine editore,210 pagine) è stato scritto sulla base originaria di articoli e appunti d’occasione, successivamente assemblati o, più spesso, ampliati e riscritti. Un libro vergato da un cattolico coraggioso che lascia il lettore pieno di interrogativi. Nella sua impietosa carrellata tocca tutti i punti più controversi di questo quinquennio,dai divorziati agli omosessuali, dalle aperture in politica estera, soprattutto nei confronti degli ortodossi di Mosca, fino alle anomalie di alcuni centri di potere,come Comunione e Liberazione. Con la curiosità di un cronista e la visione di uno storico, Mazza non crede che possano arrivare, ma neanche esclude, eventuali dimissioni del Papa. «Era profondamente diversa», scrive Mazza,«la situazione vissuta con Benedetto XVI. Furono dimissioni clamorose e inattese. Eppure una sua rinuncia, pur con cosi pochi precedenti nella storia bi millenaria della Chiesa, era considerata realistica». Continua a leggere

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