Se Mussolini avesse vinto la guerra

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Se Mussolini avesse vinto la guerra, il 10 giugno sarebbe festa nazionale per l’ottantesimo anniversario dell’entrata in guerra. Saremmo nel XCVIII anno dell’era fascista. Benito I Imperatore s’intitolava l’opera provocatoria che uno scrittore, romanziere e giornalista di talento, Marco Ramperti, scrisse nel 1950, quando erano ancora calde, caldissime, le polemiche sul fascismo. Quasi come oggi.

Ramperti immaginava cosa sarebbe accaduto se Mussolini avesse vinto la guerra, grazie alla bomba atomica usata da Hitler anziché dagli Stati Uniti. Dopo aver rischiato il crollo del regime, mentre tutti già accorrevano in soccorso del vincitore, passando baracca e burattini all’antifascismo, il duce riprendeva in extremis il controllo dell’Italia e capovolgendo le sorti usciva vittorioso dalla guerra. Liquidava la monarchia dopo il tradimento e si proclamava Imperatore. Era divertente leggere nella fantacronaca di Ramperti il doppio salto mortale dei voltagabbana, costretti frettolosamente a cambiare nuovamente casacca per stare al passo del potere. Politici, giornalisti, intellettuali, perfino gerarchi da antifascisti tornavano frettolosamente fascisti. Da riciclati a triciclati, con triplo salto carpiato. Il libro naturalmente fu silenziato. Ma noi vorremmo divertirci a fare un’edizione ridotta e aggiornata ai nostri giorni.

Dunque, se Mussolini avesse vinto la guerra, oggi sarebbe morto da pezzo ma ci sarebbe al potere un fascismo di maniera. Al governo del fascismo rococò ci sarebbe un continuatore di nome Giuseppe Conte. Ci sarebbe arrivato grazie al Movimento Cinque Stellette, organizzazione paramilitare fondata del vecchio gerarca Beppe Grillo, e avrebbe avuto il sostegno dei i poteri forti. Conte sarebbe filotedesco agli occhi degli eredi di Hitler che guidano l’Europa; filo-arabo in Africa orientale – nelle nostre colonie di Libia, Eritrea e Somalia; cattolico papalino in Vaticano sulla scia dei Patti Lateranensi. Sarebbe rivoluzionario coi rivoluzionari, imperialista con gli imperialisti, fascio-trasformista con tutti.

Decisivo per il governo l’appoggio del segretario del Partito Nazionale Fascista il camerata Matteo Renzi, pronto a far le scarpe, anzi gli stivaloni, al grido di #staisereno Conteduce. Ministro dell’agricoltura e colonie sarebbe la camerata Teresa Bellanova. Commissario straordinario dell’IRI il camerata Vittorio Colao; commissario con delega a procurare fez e mascherine nere, il camerata Arcuri; alla Propaganda di regime ci sarebbe il camerata Rocco Casalino; all’Opera Maternità e Infanzia la patriota Monica Cirinnà. Governatore di Roma sarebbe la camerata Virginia Raggi, figlia della Lupa capitolina, che avrebbe affidato il Palazzo della Federazione a CasaPound, sfrattando gli altri centri sociali.

I moschettieri del duce, la scorta del Capo di governo, sarebbero capitanati da Nicola Zingaretti e Dario Franceschini, la Protezione Duce in sigla PD. Nella sinistra sindacale il camerata Landini difenderebbe a spada tratta le conquiste dello Stato sociale fascista – la Carta del Lavoro, la Previdenza sociale, l’Opera di assistenza, il Dopolavoro, le colonie estive dei bambini e da ultimo la socializzazione delle imprese. La Camera dei fasci e delle corporazioni sarebbe presieduta dal melodico napoletano, camerata Roberto Fico. Erede di Alfredo Rocco al ministero della giustizia sarebbe il camerata Fofò Bonafede; al posto di Giovanni Gentile alla Pubblica Istruzione ci sarebbe la camerata Lucia Azzolina, al posto di Dino Grandi e Galeazzo Ciano agli esteri ci sarebbe il camerata Luigi Di Maio che prima vendeva poster del duce allo Stadio San Paolo di Napoli. L’erede di Balbo sarebbe Sassoli, di Bottai sarebbe Casaleggio.

Se Mussolini avesse vinto la guerra i vertici delle aziende pubbliche, Eiar in testa (detta Rai), sarebbero più o meno nelle mani degli stessi d’oggi. In tv e nei video dell’Istituto Luce sarebbe un diluvio quotidiano di ricorrenze fasciste, programmi retorici sul Duce e le sue Grandi Opere, inchieste a getto continuo sui crimini dei partigiani e gli orrori del comunismo. Ogni giorno ci sarebbe un anniversario dell’epopea fascista da ricordare; cantanti, attori, registi e scrittori farebbero a gara per vincere i Littoriali e i premi Mussolini e per ricordare di avere nonni fascisti che fecero la Marcia su Roma o andarono a Salò.

Il Popolo d’Italia sarebbe oggi guidato dal camerata Mario Orfeo, campione mondiale di riciclaggio politico plurimo aggravato. Il Corriere della sera sarebbe rimasto filogovernativo e il camerata Urbano Cairoavrebbe garantito la linea fascista del giornale; mentre la Repubblica sociale fondata dal camerata Eugenio Scalfari in omaggio alla Rsi, sarebbe ora nelle mani dei discendenti fascistissimi del già fascista senatore Giovanni Agnelli.

Al Csm garantirebbe le nomine dei giudici fedeli al regime il camerata Luca Palamara; la toga sarebbe per solo una camicia nera più lunga. I custodi del politicamente corretto, gli intellettuali organici – così nominati per separarli nella raccolta differenziata – chiederebbero di perseguire con leggi speciali gli antifascisti residui e i renitenti al catechismo fascista.

Se Mussolini avesse vinto la guerra, saremmo di fronte a un ennesimo remake di Uomini e caporali di Totò dove cambiano i regimi ma i caporali sono sempre gli stessi a comandare. Se Mussolini avesse vinto la guerra io sarei antifascista, scriverei sui fogli alternativi d’opposizione semiclandestina al fascismo rococò, mi batterei per ricordare che non ci sono solo i crimini del comunismo ma anche i crimini nazisti, difenderei migranti e gay dal regime che vorrebbe escluderli dalla giornata dell’Orgoglio Italiano e direi che è tempo di revisionismo storico: anche il duce ha commesso errori, e non come dice il camerata del Colle, Sergio Mascherella, che non si discute, ha fatto solo bene alla Patria.

MV, 9 giugno 2020

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Se Mussolini avesse vinto la guerra

Il silenzio tombale di Mattarella

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Sergio Mattarella è il punto fermo nel nostro convulso universo politico e istituzionale. Tutto si agita nei poteri, nei partiti, nel paese, le toghe svolazzano nere sui Palazzi; tutto si muove, eccetto lui, il Primo Motore Immobile delle Istituzioni. Un punto fermo ci vuole nel caos; ma che sia troppo fermo?

No, rispondono, è solo apparenza, Mattarella muove le fila, parla anche da muto, agisce sobrio, silente, allusivo, suggerisce, si muove come un sommergibile, non si esibisce. Sarà, ma troppe volte avremmo voluto che l’arbitro della Repubblica arbitrasse, che il Garante dello Stato garantisse. Troppi nodi irrisolti, troppe storture, troppi sfregi alla Costituzione, alla libertà, alla democrazia, alla divisione dei poteri… Dalla pandemia al pandemonio. E invece, dal Colle solo sermoni congelati, messaggi come moduli prestampati, predicozzi e rituali ovvietà. Più il solito politically correct, il solito antifascismo rituale, il solito luogocomunismo in apparenza ecumenico. Niente sugli abusi compiuti nel nome della salute, nessun appello di nessun tipo alla nazione alle prese col momento peggiore della nostra storia repubblicana.

Conte e Bergoglio gli rubano non solo la scena ma anche il ruolo. Da un lato il Conte Vanesio si mostra al Paese come Unica Voce del Palazzo, col suo protagonismo istituzionale e i suoi continui messaggi alla nazione: Mattarella ne fa uno a fine anno, i restanti giorni li fa Conte con la regia del suo puparo Rocco Casalino. Dall’altro lato Bergoglio troppo spesso parla da presidente, si occupa in modo laico, tra cornici secolari, di temi sociali, economici, sanitari, politici, migratori, internazionali, come se fosse al Quirinale. Mattarella, schiacciato nella morsa, appare come il vicario dei due, o l’intervallo, la pausa. Tace.

Sul pasticciaccio del Csm Mattarella si è trincerato dietro il formalismo giuridico, dicendo che non è in suo potere scioglierlo: ma basterebbe a un presidente esternare il suo parere o rifiutarsi di presiederlo per delegittimarlo e spingerlo alle dimissioni.

Ho vanamente sperato in tutti questi anni che Mattarella uscisse dal sarcofago, si dimettesse dal ruolo egizio di Mummiarella a cui era stato destinato dal suo Grande Elettore, Matteo Renzi; che ci stupisse, come fece anni fa il rimpianto Cossiga, che ci spiazzasse e ci facesse capire che è pure il nostro presidente, anche di noi che idealmente non lo avremmo votato. Insomma che fosse il presidente di tutti gli italiani e il Custode Supremo dello Stato, della Patria, della Costituzione. E invece, l’unico suo messaggio di questi ultimi mesi è che se cade Conte non si fanno altri governi, si va subito al voto: così spaventando i tre quarti dei Parlamentari ha donato una polizza salvavita all’indecente governo in carica e al premier che vende fumo in piena disgrazia.

Ricostruiamo la parabola di Mattarella. Per decenni era stato coricato nell’oblio, nel frigorifero, nelle seconde file della prima repubblica. Poi un bel giorno per un gioco di prestigio di Renzi, a sorpresa, un reperto old style della canuta Dc e del vecchio notabilato, apparve d’un tratto come la risorsa segreta della Repubblica. Appena eletto, tutti presero a vantarlo: quanto è santo, saggio e prestigioso, ecco l’uomo necessario all’Italia. E noi increduli chiedevamo: ma in tutti questi anni non vi eravate mai accorti di quanto fosse necessario Mattarella, visto che non avevate mai pensato a lui a proposito di niente? D’improvviso Mattarella passò per statista, via di mezzo tra Moro e Andreotti; la sua flemma, il suo aplomb, la sua bocca cucita, i suoi discorsi biascicati come rosari, la sua lieve gibbosità senza collo che fissava la testa sulle spalle, la nuvola bianca sul capo, furono i segni visibili della sua saggezza e della sua felpata prudenza.

Per carità, Mattarella è persona ammodo, corretta sul piano formale, dignitosa. Ma è forse il garbo il primo requisito per il capo di qualunque impresa, pubblica o privata? Figuratevi il Capo dello Stato.

Lo Zar Matteo partorì Mattarella al Quirinale per circondarsi di ombre e rifulgere come il Re Sole del sistema politico. Mattarella era una figura minore della prima repubblica, un gregario della corrente demitiana, aveva qualche notorietà perché proveniva dalla Famiglia Mattarella, figlio di quel Bernardo e soprattuto fratello di quel Piersanti ucciso dalla mafia. Il suo nome era legato al Mattarellum che non è un suo antenato ma uno dei tanti artifici elettorali della seconda repubblica, come il porcellum, il tatarellum o qualche altro pasticcellum parlamentare. Mentre il suo capocorrente Ciriaco De Mita diventava sindaco di Nusco, l’affiliato siculo diventava Presidente della Repubblica. Eccolo, il presidente ideale, la figura mosciarella che non fa ombra a nessuno, non parla ma sibila, non si muove ma fruscia; il capo dello statico. I suoi primi messaggi tavor di fine anno narcotizzavano gli italiani che dopo averlo sentito non aspettavano nemmeno la mezzanotte perché cadevano nel sonno… Mattarella appariva come un regnante assiro-babilonese, frutto di altre epoche e altri mondi e lo confermava il suo stile, il suo linguaggio, il suo incedere, il sontuoso copricapo bianco, suo e del suo inseparabile alter ego. Poi avvennero due cose impreviste: il crollo verticale di Renzi e la calata dei barbari, incapaci e ignoranti al potere. A quel punto Mattarella è apparso al paragone un eccelso statista, un illuminato giurista, un gigante della repubblica, quasi un messia.

Nella grave situazione anche noi cominciavamo a guardare a lui con disperata speranza. Prima o poi interverrà, lancerà segnali di vita… E invece Mattarella non ci sta traghettando verso alcun porto, non indica alcuna rotta, si limita al ruolo di guardiano del faro. Scruta di giorno e lampeggia di notte. Troppo poco per un paese che rischia di esplodere e poi di affondare.

MV, Panorama n.24 (2020)

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Il silenzio tombale di Mattarella

Odio rosso

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Altro che unità nazionale, Bersani delira in tv: “Con la destra al potere non sarebbero bastati i cimiteri”.

Con il centrodestra al governo non sarebbero bastati i cimiteri», ha detto l’altra sera in tv ospite dalla Berlinguer Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd e oggi leader di Leu, fallimentare partitino di sinistra al governo per grazia ricevuta.

Alla faccia della concordia nazionale invocata da Mattarella e auspicata dalla sinistra: comunisti si nasce e comunisti si resta, per quanto lo si provi a camuffare per vergogna della propria storia. Non so se in vino veritas, ma Bersani ha gettato la maschera del moderato di buon senso che ama indossare nelle sue apparizioni televisive e lo ha detto con chiarezza: per lui chi non è di sinistra è un assassino, quantomeno un incapace. Si può trattare, collaborare o mediare con gente così?
E dire che noi – assassini quantomeno di riflesso – la volta che Pier Luigi Bersani allora potente leader e duro avversario di Silvio Berlusconi ebbe un serio problema di salute tanto da essere ricoverato in rianimazione, titolammo a tutta pagina, con lo stupore dei nostri lettori, «Forza Bersani», che non è esattamente uno slogan criminale. Non sappiamo se il medico che gli salvò la vita fosse di sinistra o di destra, sappiamo che i medici si dividono in bravi e non bravi – come i politici e i giornalisti in onesti e disonesti – e che solo da queste percentuali dipende l’affollamento dei cimiteri e la verità.
E poi, egregio onorevole Bersani, è noto che i cimiteri del mondo sono zeppi di vittime dovute alla ferocia e alle incapacità dei regimi di sinistra, che in quanto a numeri (triste classifica) superano di gran lunga le orribili stragi compiute da analoghi boia di destra.
Comunque grazie onorevole, grazie di averci dimostrato con poche e chiare parole quanto sia falsa e strumentale la richiesta di collaborazione che la sinistra in queste ore sta rivolgendo al centrodestra, che nei suoi anni di governo – detto per inciso – non ha mai ucciso nessuno, né riempito i cimiteri per gravi incapacità. Insultare i governatori di centrodestra del Nord che hanno combattuto (e vinto, nonostante l’assenza dello Stato) un’eroica guerra, mettere in dubbio che fuori dalla sinistra non ci sia una classe dirigente capace, sono sintomi di becera faziosità. Con gente così è impossibile qualsiasi dialogo, se ne stiano con i grillini che è proprio vero il detto: Dio li fa e poi li accoppia.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/odio-rosso-1868023.html

Cosa si festeggia il 2 giugno? Il 3 giugno

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Non fiori né opere di bene per la festa della Repubblica italiana. All’opposizione sono stati negati i fiori sull’Altare della Patria, agli italiani sono negate o tardate le opere di bene. Galleggiamo da mesi in una lunga e sfiorita anticamera, nell’attesa generale di fondi europei e nell’attesa particolare di aiuti per le singole imprese, famiglie e attività. Il 2 giugno ha in serbo solo una radiosa promessa per il domani: l’indomani, 3 giugno, tana libera tutti. Liberi, seppure con la condizionale, e forzosamente autarchici perché siamo ancora costretti nei nostri confini nazionali, respinti dal mondo, dai tedeschi ai greci. Mai accaduto, il peggior momento della repubblica italiana, interno ed esterno. La bandiera si è ridotta a una mascherina tricolore per un micropatriottismo sanitario, in cui ai fratelli d’Italia è vietato “stringersi a coorte”.

Ma visto che siamo alla sua festa di compleanno per i 74 anni, proviamo a chiederci: in che repubblica siamo, la seconda, la terza, la farsa? La mia idea è che non siamo mai usciti dalla prima repubblica, viviamo solo un nuovo stadio dissolutivo della stessa. Lo dico per almeno tre ragioni.

Uno, la formula politica su cui regge la nostra repubblica è rimasta la stessa, siamo ancora in una repubblica parlamentare e non siamo mai passati a una repubblica presidenziale, federale o altro. Tradita, degenerata ma parlamentare. Vani tentativi, piccoli aborti, leggi elettorali a raffica e su misura per chi governa, ma nessun sostanziale passaggio da una forma repubblicana a un’altra. Fallì pure il tentativo renziano di “abolire” il senato e il bicameralismo perfetto. Siamo dove eravamo, solo più sfasciati.

Due, nessuno ha avuto il coraggio e i numeri per modificare la Costituzione, riscrivere i suoi passi alla luce delle esigenze mutate e dei cambiamenti d’epoca; non sono nemmeno cadute le grottesche “norme transitorie”, non è stato rivisto il presupposto ideologico e storico della Carta, legato all’esperienza della guerra e del fascismo. Sarebbe giusto, dopo 74 anni, scrivere che la repubblica ripudia non solo il fascismo ma ogni dittatura e ogni totalitarismo e ribadire il primato sovrano degli interessi generali, popolari e nazionali, sul predominio della tecnica e della finanza.

Tre, è rimasto invariato il suo peccato originale: i partiti non furono dentro la repubblica, ma la repubblica fu sin dall’inizio dentro il sistema dei partiti che allora si chiamava Cln. Avemmo sin da allora la partitocrazia come recinto e orizzonte della democrazia, e tale è rimasta dopo tanti scossoni; sono i partiti, i loro capi e le bande a loro collegate che via via li occupano: non solo i poteri politici ma tutto il resto, perfino la comunicazione (vedi la Rai). È ancora la Cupola dei partiti a nominare, a rimuovere, decidere in tutti i campi in base ai propri interessi, scegliendo il personale di servizio. La meritocrazia è solo una vecchia battuta, e non fa ridere.

Dunque, siamo ancora nella fase dissolutiva della prima repubblica. E che di un processo dissolutivo si tratti, lo testimonia drammaticamente la divisione dei poteri saltata, l’invasione di campo della magistratura, il suo imbastardimento e la sua politicizzazione, il suo protagonismo e il conflitto a fuoco con gli altri poteri o tra bande di magistrati. Non siamo entrati nella seconda repubblica giudiziaria, ma siamo dentro la guerra civile dei poteri, fino alla nascita di associazioni di stampo mafioso nel cuore degli stessi poteri. Non siamo dunque passati alla seconda o alla terza repubblica, siamo semmai degradati nel seminterrato, al piano meno uno, meno due della Repubblica.

L’unica grande novità degli ultimi decenni è che sono scomparsi i partiti storici che l’avevano costituita, le loro ideologie e la loro presenza territoriale. La Dc, il Pci, il Psi, il Msi, il Psdi, il Pri, il Pli. C’è chi mostra legami con i partiti e gli schieramenti di quel tempo, come il Pd, LeU e Fratelli d’Italia, derivati dal Pci-Margherita e dal Msi-An, discendenti dai rispettivi ceppi storici della sinistra o della destra nazionale e sociale. Le altre formazioni presenti, pur rivendicando alcune eredità, appartengono alla storia più recente dei partiti personali – Berlusconi, Renzi, Grillo, Di Pietro, Bonino/Pannella, forse Conte – o territoriali, come fu la Lega Nord.

Quando si formò il governo grillino-leghista si pensò che fossimo passati dalla democrazia delegata e parlamentare a una forma ibrida di democrazia diretta, populista e trasversale, che liquidava definitivamente gli steccati tra destra e sinistra. Ma l’intesa finì presto e non produsse cambiamenti strutturali che potessero davvero indicare un cambio di repubblica. Le due vecchie carcasse di destra e sinistra o le loro protesi correttive, di centro-destra, centro-sinistra o grillo-sinistra, ripresero il sopravvento o ricrebbero nel vuoto.

Nell’arco di questa legislatura si è mostrata pure l’inconsistenza del populismo; lasciato a se stesso, è un vago umore, un sentimento di rivolta e di opposizione. Ma poi, per governare, si deve unire ad altro che le dia sostanza, qualità, strategia e destinazione: per esempio una linea di sovranità o di subordinazione ai poteri internazionali. Il populismo vale come sfogo, disagio, voglia di mutamento; ma non ha poi le classi dirigenti, le capacità e le competenze per potersi trasformare da pura protesta in governo in guida del Paese. Il populismo è la fase puerile della politica, quando è ancora confusa con l’antipolitica e non distingue tra slogan e progetti, tra desideri e realtà. Quando va al potere, il populismo grezzo lascia il campo agli improvvisatori, ai trasformisti, ai venditori ambulanti di se stessi o di piccoli gruppi e sette; o si consegna alle vecchie cricche, le vecchie cupole di potere.

Cosa festeggiamo dunque questo due giugno, se non il tre giugno, cioè il giorno in cui riavremo un po’ di libertà? Una prospettiva di corto respiro, una falena. Se questa è una repubblica, Viva il Re.

MV, La Verità 1° giugno 2020

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Cosa si festeggia il 2 giugno? Il 3 giugno

Il “sindaco dei ricchi” è la vergogna di Milano

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Fanno bene nel resto d’Italia a non volere i milanesi se è questo l’uomo che li rappresenta…

Prima puntata –
Pare non esserci limite alle figure indecenti di Giuseppe Sala, detto Beppe, sindaco dei ricchi… quando Milano era ancora ricca. L’ultima è la guerra mediatica scatenata contro il presidente della Regione Sardegna sui limiti che potrebbero essere imposti per i viaggi estivi dei milanesi. Sala finge di ignorare che la colpa è del governo da cui stanno partendo messaggi, come sempre, ambigui e contradditori che, poi, molti governatori interpretano cercando di fare il bene del loro territorio. In assenza di un “bene nazionale”, sconosciuto a Conte e compagni.

Il problema di Sala è che lui deve fare il suo “video-massaggio” quotidiano, quota minima stabilità negli accordi con l’Istituto Luce di corso Sempione, ovvero la redazione di Rai3 Lombardia. Così “qualche” scemenza deve pur dirla… Un’arte – quella di dire scemenze – in cui Beppe Sala è maestro.

Vediamo insieme perché queste quotidiane esternazioni – rigidamente in maniche di camicia, con sfondo di bandiere e quadro… per dar l’idea di essere sempre, alacremente al lavoro – sono diventate il tormento degli ascoltatori del Tg3.

Le colpe del contagio

Tutto nasce con il coronavirus che “esplode” in Lombardia anche grazie allo scandaloso comportamento proprio di Beppe Sala… Dovremmo tutti ricordare quel 26 febbraio in cui Sala a Milano, Gori a Bergamo, Del Bono a Brescia invitarono i loro concittadini a uscire di casa, a non avere paura del contagio facendosi riprendere al bar, al ristorante, alle feste… Non è, purtroppo un caso che proprio queste tre siano state le città e le province dove il contagio sì è maggiormente diffuso.

Però le responsabilità maggiori sono proprio di Sala… sia perché è stato lui a lanciare la moda dell’hastag #milanononsifera; sia perché, sempre lui, ha invitato il presidente del Pd a compiere un giro di aperitivi nella (oggi) tanto deprecata movida dei Navigli, sia perché erano già settimane che si impegnava strenuamente sul fronte dei “negazionisti” della pandemia.

Dalla Cina con amore

Appena esploso il contagio in Cina, infatti, Sala si è ferocemente battuto contro tutti quelli che volevano “isolare” i cinesi o mettere in quarantena chi tornava dal paradiso comunista. Così, ancora l’8 febbraio scendeva in campo contro “la psicosi da coronavirus”, parlando alla comunità cinese e auspicando una rapida riapertura dei voli con Pechino. Questo nei giorni in cui Zaia e altri governatori leghisti avevano chiesto misure di quarantena almeno nelle suole…

Davvero un “vecchio amore” quello tra Sala e la comunità cinese, che risale ancora ai tempi delle primarie del Pd del 2016, quando lui (uomo che veniva dalla corte di Letizia Moratti…) venne candidato da Renzi alla carica di sindaco contro esponenti storici della sinistra, come le Balzano e Majorino.

Allora – si ricorderà – furono in centinaia i cinesi mobilitati per votare Sala (pur non essendo, in gran parte, neppure cittadini italiani) su ordine degli “anziani” della comunità e ciò in base ad accordi molto precisi. Un patto (già avviato ai tempi della Moratti) che Sala ha, poi, rispettato da sindaco Pd, trasformando via Paolo Sarpi in un’oasi turistica per negozi e ristoranti cinesi e offrendo nuove aree per i magazzini all’ingrosso della comunità.

Sindaco dei ricchi

Una volta al governo della città, Beppe Sala ha chiarito subito i ruoli lasciando la politica, le polemiche, l’ordinaria amministrazione al suo vice Majorino (almeno finché questi non si è fatto eleggere in Europa) e occupandosi solo e soltanto del business. Nasce così l’appellativo di “sindaco dei ricchi”, perché da quel momento diventa il portavoce di holding, banche, gruppi affaristici, assicurazioni, multinazionali, fondi d’investimento equivoci, immobiliaristi rampanti, architetti di “grido”, speculatori e “investitori” che, da tutto il mondo, si fiondano sulla nuova isola felice: la “Milano da sniffare” di Beppe Sala.

Così, mentre si moltiplicano le aree urbane affidate ai “soliti noti” per essere “riqualificate” con progetti edilizi avveniristici, nelle periferie completamente abbandonate in mano agli extracomunitari, il degrado cresce in maniera proporzionale.

Basti per tutti l’esempio della recente aggressione all’inviato di Striscia la notizia,Vittorio Brumotti.

Questo spiega perché tanta disperazione all’idea del lockdown, perché tanto accanimento nel non voler “fermare Milano”. C’era in ballo la Fashion week e, ancora di più, il Salone del Mobile, un giro di affari di centinaia di milioni di euro che garantisce al Comune (e al suo sindaco) entrate da capogiro.

Vedremo domani cosa ha portato la pandemia al ricco Sala e a quale strenua battaglia mediatica lo abbia costretto.

(1 – continua)

 

 

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https://www.orwell.live

Luca Palamara, lo squalo in toga finito nella tonnara

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Ora che è infangato (“Come il tonno”, disse Cossiga) piange: “Vedere pubblicati momenti intimi fa male”. È accaduto a innocenti per colpa sua e dei suoi colleghi. Ma queste chat finalmente dissacrano la magistratura

Luca Palamara che fu il magistrato più potente di Italia, cui doveva rivolgere supplica qualsiasi suo collega desideroso di fare carriera, oggi è finito nella polvere, prima indagato ed ora rovinato dalla pubblicazione di tutte le sue chat e sms con magistrati, politici e giornalisti. Ieri come un bambino che non conosce prudenza e silenzio, ha twittato: «Assistere alla pubblicazione dei momenti più intimi della propria vita privata che coinvolgono estranei fa sempre male. Oggi sono dall’altra parte e accetto tutto questo perché non ho nulla da nascondere. Sono storture però sulle quali occorre nuovamente riflettere». Ed è stato ovviamente seppellito da una valanga di contumelie, perché i social non sono terreno su cui può misurarsi chi si trova nelle sue condizioni. Il povero Palamara è bersaglio fisso di chiunque ora che non conta più un fico secco, dileggiato ancora peggio di come fece Francesco Cossiga in quel celebre video del 2008 nella trasmissione di Maria Latella : «Palamara come il tonno. Lei ha una faccia da tonno…».

Mi spiace per come viene trattata la persona, anche se negli anni della sua onnipotenza ha goduto di favori, benessere e riverenza che prima o poi nella vita presentano il conto. E fa quasi tenerezza vedere accusare il colpo della pubblicazione di quei discorsi privati poco commendevoli chi o direttamente o attraverso la cerchia dei colleghi della sua stessa potentissima corrente ha fatto pubblicare centinaia di pagine di intercettazioni altrui. Ma non mi scandalizza quel che ho letto nelle sue conversazioni: ne avrei lette di identiche nella maggiore parte delle chat di uomini e donne che siano stati potenti in questi anni. Il potere a Roma si costruisce in quel modo, e Palamara il suo l’ha fondato sulla rete di favori, sulle mille discussioni per equilibrare consensi e decisioni, cercando di evitare nemici acerrimi che prima o poi te la fanno pagare, magari vantandosi pure di qualche fanfaronata del tutto inventata che poteva accrescere nella sua cerchia l’ammirazione e il rispetto.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/05/27/news/luca-palamara-chat-intercettazioni-private-pubblicate-giudici-magistratura-csm-politici-giornalisti-22872864/#.Xs9T_HtunaI.facebook

Arruolati anche tu nelle Guardie della Rivoluzione Covid!

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DI GUIDO GIRAUDO

Diventa un “assistente civico” insieme con le “bimbe di Conte” per tenere a casa gli italiani, zitti e buoni, lasciar sbarcare i migranti (portandoli nei campi con la Bellanova) e garantire “Lunga Vita al Presidente Xi-Giu-Con”

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«Sono in arrivo 60 mila “assistenti civici” che avranno il compito di aiutare e vigilare durante la Fase 2. In settimana sarà lanciato il bando rivolto “a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali”. Ad annunciarlo, in una nota congiunta, sono il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco Pd di Bari, spiegando che gli assistenti saranno; ”individuati su base volontaria”».

***

È appena partito l’arruolamento e già sono migliaia le donne in fila davanti alle Casette del Popolo, rapidamente allestite in ogni municipio a cura delle locali sezioni della Protezione Incivile. Sono le avanguardie dell’esercito di “bimbe di Conte” che stanno rispondendo all’appello del fido Deng-Xiao Boccia per diventare “assistente civica”; ovvero Guardia della Rivoluzione Covid.
Insieme con loro, ovviamente, anche tanti uomini: guardoni, delatori, infami di professione, maniaci, pedofili e ogni genere di “inoccupato” per vocazione o scelta.

Nei centri di arruolamento ogni Guardiano della Rivoluzione riceve il kit predisposto dal Partito del popolo Covid, composto da:
– mascherina “made in China”, acquistata dalla Regione Lazio (a prezzo maggiorato) griffata personalmente dal presidente Nicola Zingaretti;
– “Libretto rosso” di Xi-Giu-Con – 1.000 pagine di promesse irrealizzate, tratte dalle conferenze stampa in diretta a reti unificate;
– “Vademecum della Spia del Popolo”, redatto da Rocco Casalino e contenente le indicazioni su come e su chi vigilare;
– App “Immuni” in versione hard… traccia tutti quelli che le Guardie incontrano entrando direttamente nei loro smartphone grazie alla tecnologia Bluetooth controllandone gli spostamenti;
– Bracciale rosso con lo stemma delle Guardie della Rivoluzione Covid: il Virus che sorge con il ritratto del “Grande timoniere”, Xi-Giu-Con.

Ieri, il fido Deng-Xiao Boccia ha reso note le linee guida contenute nel Vademecum dei nuovi Guardiani della Rivoluzione Covid. Boccia ha sottolineato con enfasi che i “pasdaran di Palazzo Chigi” (così li ha definiti), devono essere pronti a imporre il lockdown e a impedire i pericolosi rigurgiti di gioia borghese (happy hours, movida). Ma, soprattutto, dovranno garantire il distanziamento sociale tra italiani per evitare che ci si possa contagiare con idee o pensieri sovversivi.

In sintesi, secondo il Vademecum Casalino, un buon “assistente civico” deve:
– spiare i suoi vicini di casa denunciando chiunque non ascolta i Tg o non legge i quotidiani allineati con la voce del “Grande Timoniere” Xi-Giu-Con;
– Intervenire per sciogliere qualsiasi tipo di assembramento, evitando che le persone parlino tra loro e – soprattutto – si scambino opinioni;
– denunciare come contro-rivoluzionario chiunque tenti di riprendere una vita simile al “pre-Covid”.

In particolare, il Vademecum della Spia del Popolo mette in guardia dalle idee reazionarie, come quella di avere ancora dei “diritti” di stampo vetero-costituzionale (diritto di parola, di opinione, di pensiero, di professare la religione, diritto al lavoro e – men che meno – diritto di voto…).

Una speciale vigilanza dovrà essere effettuata dei Guardiani della Rivoluzione Covid su tutti gli strumenti social. In accordo con Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Youtube) e su semplice segnalazione dei Guardiani, verranno chiusi i profili di chiunque osi criticare i “Sommi decreti” di Xi-Giu-Con o pubblichi foto o video che invoglino a riprendere atteggiamenti politicamente scorretti come: chiacchierare con gli amici, fare una grigliata, prendere il sole in spiaggia, chiedere elezioni…

Tutto ciò, naturalmente – lo hanno ribadito anche Burioni da Fazio e Ricciardi (il finto OMS) dalla Gruber – esclusivamente per il nostro bene e per garantire la salute di tutti.
Viva la Rivoluzione Covid.

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https://www.orwell.live/2020/05/26/arruolati-anche-tu-nelle-guardie-della-rivoluzione-covid/

C’era una volta un ministro…

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A Bari la Fondazione Tatarella ha ricordato Araldo di Crollalanzanell’anniversario della sua nascita, col suo biografo Domenico Crocco. Quando ero ragazzo, in Puglia e non solo, non c’era persona, di qualunque estrazione sociale e politica, che non si togliesse il cappello al nome di don Araldo. Oggi temo che tocchi spiegare chi era Araldo di Crollalanza e poi vi dirò perché lo faccio. Dunque, partiamo dalla fine. Crollalanza è l’unico ministro fascista, podestà e poi senatore missino a cui Bari, col voto unanime di destra e sinistra, il sostegno dell’Istituto Gramsci e del suo direttore Beppe Vacca, dedicò un busto nel 2001.

Crollalanza è stato il Ministro dei Lavori pubblici più fattivo della storia d’Italia. Nato a Bari da famiglia valtellinese, combattente nella Grande Guerra, giornalista, fascista della prim’ora, dai tempi dei Fasci d’azione rivoluzionaria del 1915 e poi in Piazza San Sepolcro nel 1919, in giovane età vedovo con sei figli, Crollalanza va ricordato per le grandi opere pubbliche che realizzò, la ricostruzione rapida ed efficace dopo il terremoto che lacerò il cuore del sud nel 1930; la bonifica dell’agro pontino e la malaria debellata, il rilancio dell’agricoltura a partire dal Tavoliere, la trasformazione di Bari con la nascita della Fiera del Levante, dell’Università di Bari, lo Stadio, il Lungomare coi suoi imponenti edifici pubblici, il Policlinico, il grande porto. E poi ancora la direttissima Firenze-Bologna, l’istituzione dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo delle città di fondazione, come Littoria, Aprilia e Pomezia, acquedotti, strade e ponti che ancora resistono, e molte altre cose.

È memorabile quel che fece da Ministro dopo il terremoto in Irpinia e nel Vulture, novant’anni fa. C’erano stati 4mila morti e decine di migliaia senzatetto. Crollalanza si accampò nelle zone terremotate e vi restò fino al compimento dell’opera, nell’arco di tre mesi; rifiutò soluzioni d’emergenza o tendopoli e in poco tempo ricostruì diecimila case definitive, in muratura. Restituì alla fine quel che era riuscito a risparmiare nella ricostruzione… Ebbe l’encomio delle Nazioni Unite e non ci fu l’ombra di nessun Irpiniagate come poi nel terremoto irpino di cinquant’anni dopo e nei i seguenti. Poi passò a presiedere l’opera nazionale combattenti.

Pur provenendo dal fascismo social-rivoluzionario e mazziniano, Crollalanza rappresentava l’ala pragmatica del regime, amava la concretezza delle realizzazioni, con vero senso dello stato e amore del popolo, ripudiando ogni violenza e fanatismo ma anche ogni vetrina. Pragmatico ma non cinico, di alta dirittura morale; anche nello scegliere collaboratori e dirigenti puntò ai più bravi, anche non fascisti.

Diffidente verso Hitler e la Germania nazista, Crollalanza aderì alla Rsi ma non accettò alcun ministero. Nel dopoguerra fu arrestato ma ogni accusa nei suoi confronti decadde, il ministro dell’interno Romita parlò in suo favore e la commissione d’epurazione non trovò addebiti, né illeciti arricchimenti; Crollalanza non possedeva una casa, terreni né conti in banca. Fu scarcerato e assolto, e riprese dalla gavetta, come giornalista. Aderì sin dalla fondazione al Msi, di cui fu senatore rieletto per ben sette volte consecutive. A Bari per anni si praticò il voto disgiunto: alla Camera la gente votava il partito ideologico o clientelare – la Dc, il Psi o il Pci – ma al Senato votavano per don Araldo. I suoi voti arrivavano a quadruplicare quelli raccolti dal suo partito. Si ricorda solo un episodio sgradevole al Senato: nel 1979, nella seduta d’apertura del Senato toccava presiedere al più anziano ma era Crollalanza. Pur di impedire che un ex fascista anche solo per un giorno presiedesse Palazzo Madama, trasportarono quasi moribondo il più vecchio Pietro Nenni, che di lì a poco morì. Quasi a riparare quel torto, due anni dopo Fanfani conferì a don Araldo la medaglia d’oro del senato per i suoi 90 anni. A proposito di Nenni, Crollalanza una volta raccontò a Beppe Niccolai che l’ultima volta che vide Mussolini sul Garda gli chiese cosa avrebbero dovuto fare dopo la guerra; e Mussolini gli suggerì di guardare al suo ex-compagno Nenni…

Francesco Compagna, anch’egli ministro dei Lavori pubblici, lo indicò come campione di onestà e competenza. Una volta intervistai don Araldo, parlava con un’inflessione barese acuta, come il prof. Aristogitone di Renzo Arbore e si rivolgeva a me chiamandomi “giovanotto”.

Alla sua morte, nel 1986, Indro Montanelli elogiò la sua cristallina onestà ed efficacia, ricordò le numerose sue opere, aggiungendo: “Crollalanza non fece mai mostra di sé, mai partecipò a spedizione punitive, mai si fece un partito o una clientela personale, mai brigò per carriere politiche. Di lui si parlava pochissimo. Non apparteneva alla Nomenclatura del regime e non fece mai nulla per entrarci”. Poi a Montanelli sfuggì un clamoroso lapsus: “Una volta Di Vittorio mi disse: «Senza Crollalanza io non esisterei perché i miei genitori non avrebbero nemmeno avuto la forza di procrearmi». Impossibile confessione, perché Peppino Di Vittorio era coetaneo di Crollalanza, classe 1892, ambedue interventisti e combattenti nella Prima guerra mondiale. E l’opera di Crollalanza nel Tavoliere è a cavallo degli anni Trenta. Svista o testo alterato nella versione digitale? Vero è che il leader sindacale comunista e l’ex ministro fascista continuarono a stimarsi a distanza.

Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché Crollalanza fu l’esempio di una persona seria, onesta e competente al governo, che fronteggiò l’emergenza e realizzò molto apparendo poco. Non fu una banderuola, non cambiò mai casacca e non si sporcò mai di odio o intolleranza. E Crollalanza era pugliese, come Conte, Casalino e il ministro Boccia…

MV, La Verità 19 maggio 2020

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C’era una volta un ministro…

Un Paese in libertà provvisoria

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Dopo due mesi di cattività, con una barba bianca fluente da ostaggio, nonno Antonio veniva restituito dai sequestratori, i terroristi dell’emergenza, ai suoi tre nipotini. Prima del sequestro, i tre bambini, Marco Edoardo e Sofia, in sigla MES, vivevano praticamente dai nonni perché i genitori erano al lavoro. Erano tutti e tre al balcone, in attesa di rivedere i nonni liberati. Il più grande di 5 anni, trova anche le parole per fare la cronaca euforica del loro arrivo; gli altri due gemelli di due anni, incollati alle ringhiere, osservano rapiti e salutano con la manina i nonni sotto casa. Di scene come questa l’Italia ne ha vissute tante la settimana scorsa. A volte in un goffo remake i tg replicavano gli abbracci e la commozione per le telecamere. Si capiva che quelli veri erano stati altri, anche se qualcuno piangeva pure nella replica-fiction per la tv.

Il paese ha avuto le sue giornate di riconciliazione e per un momento ha sospeso l’angoscia. Ma la percezione istillata nella gente è che si tratta di una libertà provvisoria, limitata, facile a essere revocata e in ogni caso sempre una libertà condizionata che dipende da come ci comportiamo. Elargita con un catalogo di minacce e raccomandazioni: fate i bravi sennò torna il carcere domestico, anche più virulento di prima, ci ripetono virologi, protettori civili, commissari, premier, ministri, “sindache” svampite, mezzibusti televisivi e pappagalli mediatico-politici. Il sottinteso è che non siamo liberi, e comunque la libertà non è un diritto ma una graziosa concessione del potere e dei sanitari; e se sgarriamo ricadiamo subito in punizione e in ogni caso in autunno avremo il girone di ritorno. Lasciate ogni speranza o voi che uscite. Nell’attesa, museruola per tutti, alla larga da tutti, mani pulite, “non abbassare la guardia”. Una campagna intimidatoria, terroristica, che aggrava i già seri problemi che pone il contagio. E che solleva da ogni responsabilità i governi locali e nazionali, le strategie sanitarie; dipende solo dei cittadini. Niente tamponi e test di massa, ancora nulla per le mascherine “di stato”, niente terapie efficaci, non prese in considerazione neanche quelle che si sono dimostrate efficaci (a Mantova e Pavia, per esempio, iniettando il sangue di ex-contagiati); tutto è affidato al nostro restare “reclusi dentro”, come condizione mentale; e appesi alla lavagnetta che ci divide in buoni e cattivi. E un domani chissà il vaccino… Un quadro deprimente.

Ha alleviato la pena e lo spavento di queste settimane il tam tam dei social sulle grottesche corbellerie delle prescrizioni, le scemenze repressive delle svariate certificazioni, i limiti esilaranti posti a congiunti, affetti stabili, trasporti, auto, funerali, scuole, seconde case. Un paternalismo da stato para-etico o da Grande Fratello Idiota affondava nel ridicolo di alcuni divieti e alcuni paradossali distinguo. Facile l’esercizio ludico dello sberleffo di massa, la caricatura dei decreti o la loro applicazione letterale con le relative, ridicole conseguenze. Per non dire gli sviluppi surreali immaginati nei social: come il permesso di sposarsi consentito solo uno alla volta; sposarsi in due è un rischio che non possiamo permetterci. In compenso i matrimoni single registrerebbero meno divorzi… O l’obbligo di camminare a una gamba sola, per non sentirsi a piede libero, fare spostamenti brevi e contaminarsi meno col suolo. Ma oltre le caricature, i distinguo tra correre e camminare, fare sport o passeggiare hanno raggiunto livelli inverosimili di demenza istituzionale. Le barzellette sui carabinieri possono spostarsi ora su governanti, amministratori e task force.

A questo si sono aggiunti i racconti della cattività, spesso gustosi. Ognuno ha fatto esperienze particolari. Io, per esempio, ho convissuto per due mesi con la voce senza volto di una vicina che faceva lunghi monologhi coi suoi famigliari, che parevano inesistenti, sottomessi o ammutoliti; poi si accaniva con un cane, cacciato, bullizzato e offeso di continuo, senza che il cane mai abbaiasse o reagisse. Un cane espiatorio, che poteva essere anche virtuale. A questi deliri e a questi pettegolezzi di ballatoio conduce la cattività…

Tornando seri, dobbiamo chiederci se e come ci ha cambiati la quarantena. Al di là degli stucchevoli pistolotti moralisti, la lunga cattività non ci ha resi migliori né peggiori e nemmeno gli stessi; siamo cambiati, non sappiamo se per sempre o per una fase. Comunque ci ha depressi e impoveriti. È falso elogiare il senso civico degli italiani o viceversa deplorarne le trasgressioni: gli italiani hanno ubbidito non per senso civico ma per paura, spaventati dalla pandemia e soprattutto dalla campagna ossessiva sui media. La stessa paura ha spinto gli italiani a stringersi intorno al premier, che ha mostrato di anteporre la sua vanità e il suo profitto politico all’emergenza e ai rimedi. Nella sua vanesia inconcludenza Conte si è arrogato poteri mai concessi a nessun presidente del consiglio; il meno legittimato dei premier ha così abusato più di ogni altro della Costituzione. Senza contrasti, anzi Mattarella gli ha rinnovato la polizza dicendo che se cade lui si vota (il voto è il virus più temuto da tre quarti del parlamento).

Resta l’immagine commovente di un popolo che cerca di rialzarsi e di riaprire, che riprende a vivere tra tanti timori, e ritrova gli affetti sequestrati dal periodo più balordo della nostra storia repubblicana.

P.S. Il Nonno con la barba bianca, atteso dai tre nipotini sarebbe un parto perfetto di fantasia se non fosse in realtà mio fratello maggiore.

MV, Panorama n.22 (2020)

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Un Paese in libertà provvisoria

Chiese chiuse e tabacchi aperti

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Non era mai accaduto, nemmeno in tempo di guerra e sotto il peggior regime totalitario che tutti i cittadini di un paese fossero privati delle libertà primarie, dei diritti più elementari, diritti umani prima che costituzionali: uscire di casa, camminare, lavorare, viaggiare. E non era mai successo, neanche sotto le peggiori pestilenze, che la religione e la Chiesa fossero cancellate dalla vita sociale. Anzi, proprio nei momenti di maggiore sofferenza e rischio per la vita delle persone, il conforto della religione, la preghiera in chiesa, era essenziale. Non discuto la profilassi; sarebbe stato incauto consentire le messe e le cerimonie, anche se impressiona la religione subordinata alla scienza, la priorità della salute sulla salvezza. E la religione ridotta a fatto intimo, privato, al più televisivo.

Chiese chiuse e tabacchi aperti. La rappresentazione di questa scomparsa è stata la video-messa del Papa che predica nel deserto di piazza San Pietro. E la più sintesi più efficace l’invito di Fiorello a pregare in bagno, come se equivalesse a defecare o masturbarsi. Per Michele Serra l’esigenza di andare alla messa pasquale era una pretesa da “scemi”. Finché si difendono le misure sanitarie nulla da dire. Ma lui ha paragonato, con volgare scemenza, la riapertura delle chiese “alle riaperture delle bocciofile e dei tornei di scopa d’assi”, confondendo religione con ricreazione. E dopo aver sproloquiato sul fascismo che non c’entra nulla con le messe pasquali, si è chiesto: “Perché mai gli scemi di destra pretendono che la fede debba avere la forma di un’adunata?” Forse Serra e tutto l’episcopato laico non sanno che la religione cristiana si organizza da duemila anni su comunità di credenti che si chiamano chiese (da ekklesia, comunità, assemblea, adunata) e vanno a messa; se la fede ne facesse a meno sarebbe faidate, come il bricolage o i vizi solitari. Renderebbe superflua la religione come la Chiesa e i sacerdoti. È una proposta da idioti, nel senso etimologico della parola, perché riduce la fede e la religione a fatto privato (idiotes). Alla fine se n’è accorto pure Bergoglio che ha notato con preoccupazione la riduzione clandestina della fede e la scomparsa della Chiesa nel nome della salute. (Salvo poi rimangiarselo e allinearsi al governo).

Il nodo non può essere risolto con boutade o gesti televisivi, come recitare l’eterno riposo in un programma televisivo o esortare alla messa pasquale nonostante il divieto. Ma qui si corona, è il caso di dirlo, una tendenza latente e diffusa delle nostre società a ridurre la religione a fatto privato, coscienza dei singoli. La parabola della nostra società scristianizzata inverte i poli su cui si è formata la nostra società: la sfera sessuale appartiene all’intimità, la sfera religiosa appartiene alla libera manifestazione della fede. Invece, da tempo, e a prescindere dal contagio, si è invertita la polarità: è lecito esibire le proprie preferenze sessuali, la propria pratica e i propri orientamenti, anzi può essere ostentata con orgoglio (i famosi pride); mentre la fede devi tenertela per te, devi nasconderla, perché lo spazio pubblico è laico e ciò che è religioso è solo intimo. Questa, nella migliore delle ipotesi, è la riforma protestante applicata alla religione cattolica; nella peggiore è la riduzione della fede a un bisogno intruso e scorretto, che puoi tener vivo solo nella mente e nel cuore, non per strada. Certo, le nostre vie, le nostre piazze, persino i nostri ospedali sono costellati di chiese, edicole votive, simboli religiosi, richiami ai santi. Ma vanno intesi come musei di un’epoca superstiziosa, ruderi del passato con residuo valore turistico o artistico.

Sparisce quel che un secolo fa Carl Scmhitt chiamava “la visibilità della Chiesa” in quell’intreccio di visibile e invisibile che è la rappresentazione di una spiritualità che si incarna e si fa vita e storia. Oltre la fede scompare la “comunità vivente” – vale anche nella scuola e nell’università- è puro solipsismo o può esistere come corso per corrispondenza. È la morte di una civiltà, di una visione della vita, al di là delle stesse confessioni religiose. È la solitudine globale. Uniti solo dal mercato e dalla tecnologia, separati da tutto il resto.

Walter Benjamin pose il problema dell’arte che perde l’aura nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; a maggior ragione si dovrà prima o poi affrontare il tema del sacro che perde la sua aura nell’epoca della sua riproducibilità televisiva. La fede non va in onda come un serial; ma è mistero della fede che s’incarna in una comunità vivente, nella sua prossimità.

MV, Identità e cultura (maggio 2020)

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Chiese chiuse e tabacchi aperti

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