Il pericolo di una dittatura sanitaria

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Dopo l’esperienza del virus, sappiamo che l’eventuale minaccia totalitaria che si annida nel futuro potrà essere una dittatura sanitaria. Dittatura globale e/o nazionale, giustificata da norme anticontagio. Vi invito a un viaggio letterario e forse un po’ profetico nel futuro globale, partendo dai nostri giorni.

Stiamo sperimentando sulla nostra pelle che nel nome della salute è possibile revocare la libertà, sospendere i diritti elementari e la democrazia, imporre senza se e senza ma norme restrittive, fino al coprifuoco. È possibile mettere un paese agli arresti domiciliari, isolare gli individui, impedire ogni possibile riunione di persone, decomporre la società in molecole, e tenerla insieme solo con le istruzioni a distanza del potere sanitario. Più magari un vago patriottismo ricreativo e consolatorio, da finestra o da balcone… Nessuno mette in discussione la profilassi e la prevenzione adottate, si può dissentire su singoli provvedimenti, su tempi, modi e aree di applicazione; ma nessuno vuol farsi obiettore di coscienza, renitente, se non ribelle, agli imperativi sanitari vigenti. E comunque tutti li accettiamo col sottinteso che si tratta di un periodo breve, transitorio, uno stato provvisorio d’eccezione. Ma se il rischio dovesse protrarsi, si potrebbe protrarre anche la quarantena e dunque la carcerazione preventiva di un popolo. Disperso, atomizzato, in tante cellule che devono osservare l’obbligo di restare separate (ecco come sterilizzare il populismo). Continua a leggere

Manca una risposta spirituale al contagio

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C’è una dieta spirituale da osservare in questi giorni d’incubo e d’incubazione? Non mi è parso di leggere o di ascoltare da nessuna parte riflessioni, consigli, terapie che avessero a cuore l’anima delle persone e che ponessero la questione virale dal punto di vista “spirituale”. Parola desueta, intrusa, se non estinta nel nostro lessico quotidiano. Eppure mai come in questo caso necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita. E invece, il massimo ambito interiore lambito in questi giorni è materia di psicologi, psicanalisti e psichiatri. Viene medicalizzata pure la coscienza, ospedalizzata anche l’anima.

È forse la prima volta che davanti al contagio appare del tutto assente la Chiesa e irrilevante la religione; in ogni evenienza tragica del passato la religione cristiana è sempre stata il rifugio, il conforto, l’invocazione e perfino l’esorcismo per fronteggiare il male o disporsi al rischio mortale. Questa volta è come se si fosse ritirata dal mondo per non contribuire a spargere il virus, come se avesse chiuso i battenti per ragioni di profilassi medica e precauzione sanitaria. L’unico messaggio che giunge dalla Chiesa è infatti non celebrare messa, allinearsi alle disposizioni governative, chiudere le chiese per responsabilità civile e umanitaria; la sua unica funzione comunitaria è quella di non accrescere i rischi di contaminazione. E dunque arretrare, auto-sospendersi, tacere, inviare solo sommessi messaggi televisivi. Intendiamoci, nessuno pensa che i sacerdoti debbano sostituire i medici e affidarsi alle preghiere sia meglio che affidarsi alle strutture sanitarie. Ma non c’è mai stata un’assenza così totale del riferimento religioso davanti all’emergenza del contagio. La Chiesa aveva sempre svolto un ruolo primario in questi frangenti; e proprio la Chiesa come “ospedale da campo” e “soccorso umanitario” è totalmente chiusa in se stessa e inerte.

Ma la dieta spirituale a cui facevo riferimento non è solo di natura religiosa e confessionale; certo, non può eludere il ruolo della fede, della preghiera e della liturgia ma spirituale allude a una visione della vita, a un rapporto tra i fatti e la nostra interiorità, la relazione tra anima e corpo, il senso della vita e della morte. Come si può rispondere sul piano spirituale a questa situazione? Provo a soffermarmi in particolare su tre ambiti, tre livelli spirituali di risposta.

Il primo è non lasciarsi assorbire dal contagio, non vivere dentro il suo incubo, non ridursi al rango di degenti, sottrarsi al talk-show permanente e ossessivo intorno al virus. È il messaggio accorato, e assai frainteso, che cercai di dare la scorsa settimana: non uno stupido fregarsene delle precauzioni e della profilassi sottovalutando il pericolo ma rispettiamo quelle norme e quei divieti, però poi non viviamo dentro questo Virality show, non facciamolo diventare il pensiero dominante, come ci inducono a fare i media. Pensare ad altro, vivere d’altro. Parliamo d’altro per favore, e non sembri assurdo che lo sostenga in un articolo dedicato proprio a quel tema; personalmente sto provando a leggere, pensare, scrivere altro che non sia sempre e solo il discorso sul virus. È la prima forma di reazione spirituale: non finire dentro l’ossessione del virus, non fare il suo gioco, alzare lo sguardo, dedicare la propria mente e la propria attenzione ad altri ambiti, compatibili con la situazione e i limiti sanitari imposti.

La seconda risposta spirituale è riattivare quelle energie e quei mondi che abbiamo atrofizzato nell’indaffarato scorrere dei giorni. Se non vuoi vivere agli arresti domiciliari del presente hai la possibilità di aprirti ad altri mondi che sono il passato, il futuro, l’eterno, il favoloso. Riprendere a fare i conti con la memoria, la storia e i suoi eventi, le aspettative e i progetti, il senso delle cose che durano. Lo descrivevo nel mio libro Dispera bene ma non pensavo che quell’esortazione e consolazione dovesse diventare d’un tratto così urgente e necessaria. Mi riferivo alle macchine del tempo che ci permettono di evadere dalla prigione del presente e tra queste, oltre le arti, i miti, i pensieri, la musica e i ricordi, mi riferivo alla preghiera, al di là della pratica confessionale, come un esercizio di attenzione, concentrazione e collegamento con energie spirituali superiori; restituisce un disegno compiuto alla vita. Riprendiamo il filo d’oro dell’amore come nostalgia e lontananza, pathos della distanza. Riempiamo gli spazi vuoti a cui ci costringe l’inerzia forzata di questi giorni, per non finire preda della psicosi o della paranoia per la segregazione prolungata.

Il terzo livello più delicato riguarda il nostro rapporto con la vita e con la morte. Lo eludiamo da tempo, non guardiamo più in faccia la morte; e invece occasioni come questa ci ricordano che il nostro problema non è la solita fragilità psicologica, come si ripete ogni giorno, ma è accettare il nostro limite e la nostra finitudine, prevedere l’appuntamento senza scampo. Dobbiamo rielaborare il rapporto con la morte, riuscire a concepire la nostra scomparsa, sforzarsi di pensare che il mondo non cominciò con noi e non finirà con noi, l’essere sopravanza l’esistere. Acquistare dalla disperazione una fiducia ulteriore che è amor fati e abbandono fiducioso alla sorte, dopo aver fatto tutto quel che potevamo per disporla verso il meglio.

Non sono rimedi, tantomeno soluzioni, ma piccole ed enormi svolte per guardare la realtà con altri occhi. E chi le indica non ha raggiunto la saggezza, tantomeno la sapienza, ma è ancora immerso con voi nelle contraddizioni, paure e insofferenze per quanto accade. Però è necessario rianimare la propria vita spirituale per rispondere alla situazione, senza esserne succubi o spenti dalla noia e dal terrore. Cominciate provando a pronunciare la parola spirituale…

MV, La Verità 10 marzo 2020

Da

https://www.google.com/url?q=http://www.marcelloveneziani.com/articoli/manca-una-risposta-spirituale-al-contagio/?fbclid%3DIwAR1DJ09nI_CJ0trAbqYZvsnZl0TaBbyDVwf_CAUGzHoM9rXXyFKTyz7qUzI&source=gmail&ust=1584010682304000&usg=AFQjCNHsHSi_CsTpB2Djtqus8ygngAHyTw

Ivashov: i russi conoscono l’antidoto al COVID-19?

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Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

QUINTA COLONNA

di Francy Rossini (Mosca)

Ivashov Leonid Grigorievich (nato nel 1943) – personaggio militare, pubblico e politico russo. Colonnello generale. Nel 1996 – 2001 Capo della direzione principale della cooperazione militare internazionale del Ministero della difesa. Dottore in scienze storiche, professore. Presidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. Membro permanente del club Izborsk. Si è laureato presso la scuola di comando di armi combinate superiori di Tashkent nel 1964, l’Accademia militare. MV Frunze nel 1974. Ha prestato servizio nelle truppe in varie posizioni fino al vice comandante di un reggimento di fucili a motore. Dal 1976 ha prestato servizio nell’apparato centrale del Ministero della Difesa dell’URSS, è stato assistente del Ministro della difesa dell’URSS Maresciallo D. Ustinov. Dal 1987 dirige l’Ufficio del Ministro della Difesa; 1992-1996 – Segretario del Consiglio dei Ministri della Difesa della CSI; Nell’agosto 1999, è stato approvato come capo dello staff per il coordinamento della cooperazione militare tra gli stati membri della CSI. Nel luglio 2001, è stato sollevato dal suo posto di capo della direzione principale della cooperazione militare internazionale e messo a disposizione del ministro della difesa. Ivashov è stato decorato con l’Ordine al merito della patria (Beneficio, Onore, Gloria riprende il motto dell’ordine imperiale di San Vladimir). Per quanto sia un militare di scuola sovietica il Generale Ivashov è anticomunista, essendo già stato Presidente dell’Unione del Popolo russo che si ispira alla visione spirituale e sociale di Alexander Solzenicyn. Il momento di massima popolarità di Ivashov si ebbe nel ’99; fu lui, nei giorni dei bombardamenti NATO contro la Serbia, a guidare l’operazione Pristina e i soldati russi affrontarono le truppe britanniche; si ricorderà che poco prima, l’allora Premier Primakov si rifiutò di recarsi a Washington annullando la visita ufficiale prevista. Continua a leggere

L’amor patrio ai tempi del colera

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La quarantena e la segregazione globale degli italiani ci costringe a riscoprire il nostrano, a rifare i conti con la vita nazionale e il madre in Italy. Ma per gli antipatrici, la patria non esiste; è ovunque, come il coronavirus.

Ho ricevuto un libro, l’ennesimo direi, contro l’amor patrio e i suoi fratelli e fratellastri: sovranità, identità, confine, nazionalismo, radicamento. Non vi dirò il nome dell’autore e il titolo del libro per due ragioni. La prima è che si tratta di una dura requisitoria contro chi difende l’amor patrio ma non un autore, non un testo che difenda le radici, le tradizioni, le identità è citato e confutato. Il nemico è solo disprezzato ma non è degno neanche di essere nominato e magari letto, prima di esecrarlo. Se ne fa la caricatura, senza confronto. Dunque, applicando il codice di Hammurabi o il codice mafioso, restituiamo omertà all’omertà e citiamo le tesi senza degnarci di citare l’autore e l’opera.

La seconda ragione è che non ha senso citare l’autore perché i suoi argomenti sono la ripetizione infinita di quello che che abbiamo letto mille volte, ogni giorno, contro la patria, l’identità, le radici, in articoli, testi, prediche varie. Perciò parliamo di Autore Unico, Uniforme o Conforme, variante aggiornata dell’Intellettuale Collettivo. Il libro in questione, per catturare i lettori sensibili al tema, finge in copertina di sposare la critica alla modernità che ci vuole tutti sradicati; ma poi si svolge contro ogni patria e radice, secondo il Canone Stabilito.

Gli argomenti li conosciamo tutti perché dappertutto ci vengono somministrati: ciascuno ha tante radici, ognuno ha variabili identità, patrie multiple in origine e in transito; si è tutti un po’ meticci e nomadi. Siamo tutti espatriati, mescolati, globalizzati; un luogo vale l’altro, le patrie come le identità si possono costruire e disfare seduta stante; sono invenzioni, falsità. Altro che solidi principi e saldi fondamenti. L’Autore Unico si sporge a dire che per la sua generazione (parla a nome del Collettivo) il tricolore era solo “l’infame stemma del neofascismo”. Più della patria, scrive, a loro interessava il Vietnam, le Guardie rosse, il Black power, ecc.

Siamo tutti sradicati, ripete l’omelia dell’Autore Unico, ma ciascuno in modo diverso, perché dietro il Collettivo resta l’individualismo. I confini sono buoni solo se sono un passaggio, sono cattivi se sono barriere: ma la funzione dei confini è duplice, servono come protezione e come luogo di scambio, marcano una linea e insieme un passaggio di frontiera. Citando come di rito Umberto Saba, l’Autore Conforme ripete: “patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno tra loro come la salute, la nevrosi e la malattia”. La stessa frase si potrebbe recitare, senza perdere valore e vigore, applicandola alla comunità, al socialismo e al comunismo: stanno tra loro come la salute, la nevrosi e la malattia. Ma questo l’Autore Unico non lo contempla. Anzi, il colpo finale è da duo Boldrini-Fiano: “ragionare in termini di noi e loro è l’anticamera del razzismo”: ecchelà, direbbe il romanesco, il solito teoremino secondo cui si comincia a riconoscere un valore al noi, alla comunità, all’amor patrio e si finisce diritti ai campi di sterminio, o in alternativa alle leggi speciali che prevengono il passaggio funesto, uccidendo quei germi allo stato di opinioni.

Ora, finito il catechismo, proviamo a ragionare. Il mondo non si divide tra il Bene e il Male; non credo che chi ama o dice di amare la propria patria sia per questo un eroe o una persona per bene. Né il contrario. Le canaglie stanno da tutte le parti, persino sotto la tonaca. E non tutti gli argomenti qui sbrigativamente sintetizzati (ma l’Autore tratta ancor peggio quelli di chi non la pensa come lui) sono grossolani, sbagliati, falsi.

Amare la propria patria, coltivare l’identità e le radici, tenere alla sovranità, riconoscere valore alla tradizione, non significa negare che in tutti noi ci sono radici plurime, esperienze varie, attraversamenti, sintesi e tutto il resto. Folle e impraticabile ogni rigida autarchia, ogni idea del patriottismo come tribù, etnia chiusa. Ma ciascuno di noi si riconosce in un’origine, come si riconosce in una paternità e una maternità. Può rielaborarla, ridiscuterla, vivere esperienze diverse, ma quel fondamento resta. E proprio in una società globale e spaesata come la nostra si avverte il bisogno di un luogo protettivo, comunitario, caldo ed evocatore. Non per negare il globale ma per darvi un solido contrappeso, per bilanciare il divenire con l’essere, la fuga con la radice. Non andrò più in fondo nel tema, a cui ho dedicato saggi. L’amor patrio è un bene, una virtù, non è una malattia, non è un crimine, non è un atto ostile verso nessuno. È senso comunitario, diritto/dovere civico ma anche amore per la storia e la memoria, per l’infanzia e il paesaggio, per la cultura e per l’arte, a partire da quella del tuo paese. E questo vale sempre, ma ancor più vale in epoca di globalizzazione. E non solo: vale ancor più nel tempo della pandemia, del contagio globale. È una forma di sicurezza, un rifugio affettivo non infettivo, comunitario non immunitario. La nostra umanità passa da quei legami naturali e culturali, civili e religiosi, territoriali e linguistici, come ci hanno detto fior d’autori, poeti e pensatori. Proteggere un’identità, una società, un’economia, seguendo il principio di prossimità, è un atto positivo, pensato a fin di bene.

Il dialogo tra ciechi finisce qui. Resta vivo il dialogo con chi ascolta, pensa, dubita. Ognuno ha bisogno di un luogo che sente come la sua casa, la sua patria, la sua origine. Non mi convincerà nessuno che quel delicato eppur intenso amore sia una male da sradicare o un virus da isolare.

MV, La Verità 4 marzo 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/lamor-patrio-ai-tempi-del-colera/

 

L’importante è durare

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Così non può durare. Lo avvertiamo tutti, chi più chi meno. E non si tratta nemmeno di sovranisti e progressisti, moderati o populisti. È generale. Un paese non può essere guidato e rappresentato in questo modo. È una questione di serietà e di gravità, serietà di uomini e gravità di situazione. È in gioco insieme la dignità di un popolo e un paese e la sua sopravvivenza economica e civile.

Invece la sola legge categorica e assoluta che governa questo paese e i mille che lo guidano è esattamente opposta: l’importante è durare. A ogni costo, pure a prezzo del paese. Durare a Palazzo Chigi, durare al governo, durare nella nomina, durare in Parlamento. La vera, gigantesca divaricazione che c’è tra paese reale e paese legale è proprio questa: alla percezione e invocazione degli italiani che così non può durare risponde l’intenzione dominante e imperativa di chi è al comando o in parlamento di durare comunque. Perché non ci sarà più un’altra occasione. E quando ci ricapita, pensano da Conte Zero all’ultimo dei nominati e dei parlamentari. Dunque, arraffare finché si può, resistere resistere cioè durare.

Quando mi chiedono una definizione riassuntiva dello stato di cose presenti io ripeto: ci siamo incartati. Gran parte dei partiti e dei parlamentari non vuole andare a votare: dai grillini ai piddini, dai renziani ai berlusconiani. Ed è disposta a tutto. Per questo gli assetti non possono mutare, perché su quegli assetti, come sui rami dell’albero spelacchiato, stanno seduti tutti, dal premier all’ultimo dei parlamentari. Dunque un governissimo che ci porti a votare lo vuole solo Salvini, manco la Meloni. Che senso ha sporgersi in un’ipotesi del genere se sai che la bocciano tutti?

Se il tema è buttare giù Conte, sono d’accordo i due Mattei e la Meloni, l’M3, e magari sotto sotto lo spera anche qualche grillino, tipo Dibba o forse Di Maio che si sente esautorato da chi lui ha piazzato a Palazzo Chigi. Ma non hanno i numeri sufficienti per buttarlo giù e così il loro tentativo finisce col rafforzare l’obbiettivo da abbattere. Certe cose si fanno, non si enunciano.

Così tra il paese che non può durare e il governo che non può far altro che durare, tra chi vuole andare al voto ma non ha i numeri per farlo e chi vuole un governo dell’emergenza ma non riesce a compiere la svolta, la situazione è incartata, ognuno dipende dall’altro che più detesta e ciascuno ha potere di veto ma non potere d’iniziativa.

A questo punto s’invoca il jolly, la matta, Mattarella. Se ci sei batti un colpo, fatti sentire, dicono in tanti, senza peraltro neanche sperarci troppo. Siamo onesti fino in fondo: sul filo della prassi costituzional-parlamentarista Mattarella non può buttar giù un governo che ha una maggioranza in parlamento, non chiedetegli quel che non può – alla luce dell’acquario in cui lui stesso guazza – non confondete quel che a noi piace con quel che si deve fare. Non basta dire che nel frattempo il paese è cambiato, la maggioranza del paese è un’altra rispetto a quella che ci governa: è verissimo ma gli umori, i sondaggi, le altre votazioni non sono tassative indicazioni per cancellare le legislature in corso d’opera; certo, c’è chi ha la lealtà, la correttezza o il realismo di dimettersi in una situazione del genere, ma qui non ci sono leader ma mentecatti. Che non devono salvaguardare nessuna coerenza e nessuna dignità, avendola già persa, e hanno solo quell’imperativo: durare più a lungo possibile. Come la pila di una batteria, come un rotolo di carta igienica.

Dunque, siamo incartati però così non può durare; ma per trarre le conseguenze dovremmo avere leader veri, statisti che sanno decidere in stato d’eccezione, vere classi dirigenti. Se ci fosse un vero leader del paese, compirebbe l’atto decisionale; ma non abbiamo capi carismatici, classi dirigenti autorevoli e credibili, non abbiamo un presidente della repubblica eletto dal popolo e nemmeno un gigante ma un figlio di questo assetto parlamentaristico, un prodotto di questa situazione.

In prospettiva, la soluzione c’è e la indica da mezzo secolo ogni indagine politica sul popolo italiano: separare l’esecutivo dal parlamento, eleggere direttamente chi governa in modo che decida e duri per tutta la legislatura. Lo dissero Pacciardi e Almirante, Miglio e Craxi, Segni e tutto il centro-destra, fino a Renzi. Ma ci sono due problemi pratici. Il primo è che la classe politica durex-duracell vuole durare e basta, non vuole qualcuno che decida e inevitabilmente recida. L’altro problema pratico è ancora umano: è la riforma più necessaria al nostro paese ma a volerla tradurre in un leader cominciano i dolori. Perché di statisti in pectore non ne vediamo. Magari ci sono eccellenti tribuni della plebe, ma presidenti veri no, dovremmo solo sperare che la funzione sviluppi l’organo. E in passato, a giudicare dagli indici di gradimento, avremmo avuto potenziali premier come Tonino Di Pietro, Beppe Grillo o la sua protesi Di Maio, o qualche altra pop-star. Oltre al Berlusca.

In questo momento possiamo ritenere che sarebbero preferibili i sovranisti, un centro-destra, al governo. Noi stessi continuiamo a preferirli ai loro avversari durex-duracell; ma si capisce lontano un miglio che ce li facciamo andar bene perché dall’altra parte abbiamo toccato un fondo che più fondo non si può: infatti non c’è solo la sinistra al potere, ma la sinistra più scadente aggravata dai grillini; e non c’è solo la sinistra con grillini ma un governo guidato da Conte Zero, il Presidente Zero, peggio del Paziente Zero. Una classe politica con un minimo di dignità dovrebbe, almeno per tutelare il suo minimo residuo di credibilità, raggiungere l’accordo di rimuovere una figura che segna la negazione più bassa della politica. Rispetto a lui sono tutti preferibili; perfino l’ultimo premier, il mediocrissimo Gentiloni, piuttosto che questa roba qui, il Conte Zero. Così non può durare. E loro durano.

MV, La Verità 1° marzo 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/limportante-e-durare/

A lezione dal virus

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Che lezione possiamo trarre dall’epidemia del coronavirus e dalle ricadute che sta avendo in Italia? Non dico lezione sanitaria, non so di profilassi e non dirò del governo e del suo annaspare, limitandomi solo a notare che i nostri primati sono sempre negativi sia che si parli di denatalità che di disservizi, di malagiustizia che di corruzione, di burocrazia che di opere irrealizzate, di infrastrutture a rischio, di debito pubblico e di malavita organizzata. E ora il primato europeo, anzi occidentale di vittime del virus. Mancò la fortuna o il valore? O per tradurre nel gergo più consono: è sfiga o incapacità e pressapochismo? Lasciamo la domanda sospesa nei cieli e torniamo a terra, ripartendo dalla domanda. Già, che lezione umana, civile, morale, in senso lato psicologica, possiamo trarre da questa situazione?

La prima lezione è che dobbiamo toglierci la mascherina degli schemini ideologici. Di fronte alla realtà e alle sue repliche, spesso impreviste, non funzionano le filastrocche sulla bellezza della società senza confini, abbattiamo le frontiere, è razzista chi crea blocchi e filtri, la globalizzazione è un bene assoluto. È un raccontino falso, ideologico e nocivo, e lo sarebbe anche il discorso opposto, di rialzare muri e immunità, chiuderci in stati-fortezza e così via. No, dobbiamo essere semplicemente duttili; capire che la globalizzazione non è la manna del cielo né la maledizione divina in terra, ma è un processo che produce benefici e malefici, e diventa pericoloso se va fuori controllo in una specie d’imperativo assoluto dentro il quale ci muoviamo inermi e devoti. Bisogna sapere aprire e chiudere le frontiere, i porti e le vie d’accesso, circolare liberamente e quando è il caso rispettare i limiti. Si globalizza la ricchezza come la miseria, si globalizza la tecnologia come la malattia, ogni interdipendenza espone a contagio, non è pura crescita. Bisogna uscire dallo schemino progressista e trionfalista e capire che la storia procede e retrocede, ha moti ondulatori e sussultori, corsi e ricorsi, non è una linea retta.

Secondo, se c’è un modo per seminare panico è ripetere ogni giorno di non farsi prendere dal panico, non accaparrarsi mascherine, amuchina e beni di prima necessità; perché il messaggio arriva capovolto. E le rassicurazioni di un governo che bollava come razzismo e sciacallaggio le richieste di misure e cordoni sanitari per poi applicarli a caso (ufficio si, metro no, per esempio), sortiscono l’effetto contrario. Se Conte dice che la situazione è sotto controllo allora dobbiamo preoccuparci, visti i precedenti e il governo in carica, dove c’è un dato inquietante riportato domenica scorsa dal Sole 24 ore: solo due decreti-legge attuativi su 169. Il nulla con parlantina. Quasi nessuna delle riforme annunciate è stata varata. Record mondiale.

Torno alla questione. Il panico si affronta con le misure e non con le rassicurazioni o gli appelli a mantenere la calma. Molto utile è il paragone coi precedenti: altre volte negli ultimi cinquant’anni ci siamo trovati a fronteggiare emergenze del genere, anche se ogni contagio è una storia a sé. Finora il numero delle vittime non è superiore a quello di altre influenze stagionali: ovvero, il contagio preoccupa e i danni sociali ed economici che crea sono enormi, ma la psicosi dell’attacco mortale va ridimensionato coi dati alla mano. Mi ricordo da ragazzo cosa fu il vibrione al sud: scoppiò il colera, malattia venuta non dall’estero ma dal passato, e non da misteriosi incroci tra laboratori e animali ma dalle cozze del mare nostrum. Ci furono un po’ di morti, centinaia di contagiati. Quella volta fu un’epidemia terrona. E io ancora ricordo le file nei cinema per la profilassi e per ottenere il permesso di circolare, poi un viaggio per una borsa di studio in Val d’Aosta, e io costretto a esibire il mio certificato di esule da un paese appestato mentre altri viaggiatori leggevano su La Stampa che proprio nel mio paese c’erano stati alcuni casi e loro commentavano: speriamo che non ce li mandino qui. E poco dopo il controllore svelò la mia morbosa provenienza… Stavolta appestato non è il solito sud, ma il nord; e trovo dementi le battute antileghiste e il razzismo anti-nordista che si è scatenato.

Altra lezione da cogliere è la cagionevole fragilità dell’economia globale, della borsa soprattutto, che si abbatte e si ammala per un nonnulla, soffre di depressione e di psicosi più della gente comune. E il ritorno ai “valori” che contano, l’oro per esempio… la nostalgia dell’età dell’oro. Non lasciamo sfrenati il mercato e il capitalismo globale, vanno controllati e subordinati agli interessi reali dei popoli.

Sulla vita che è cambiata, seppur provvisoriamente, possiamo trarre molte lezioni. Per ora, la prima lezione è fare di necessità virtù, favorire la serendipity, cioè fare belle scoperte o riscoperte per il caso accaduto. Visto che siamo costretti, riscoprite il piacere di leggere, per esempio; che diventi virale. Riprendete le occasioni di riflessione, musica e sentimenti, per il domicilio coatto. Il Decamerone di Boccaccio nacque da una quarantena…

O la grande opportunità di valorizzare il lavoro da casa, lo smart working, risorsa non ancora usata nelle sue ricche potenzialità ma che potrebbe ridare qualità alla vita, più attenzione alla famiglia e ai figli, minori ingorghi nel traffico e nei mezzi pubblici.

E su tutto un serafico, operoso fatalismo. Certo, prevenire, fare attenzione, evitare; ma poi rimettersi alla sorte sovrana e alla nostra imperfezione. E per chi crede, alla Provvidenza. A proposito, una bella profilassi spirituale è pregare. Al di là della devozione è un grande esercizio di attenzione, concentrazione spirituale, visione della vita e distacco dalle cose del mondo, beatitudine, purificazione. Le mani vanno lavate, ma restano pulite se sono giunte…

MV, La Verità 26 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/a-lezione-dal-virus/

Il Presidente impertinente

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Il 24 febbraio di trent’anni fa moriva Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, dice l’agiografia istituzionale. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il furetto-partigiano che esce dal protocollo. L’Impertinente. Il Puro. Il Coraggioso. Integriamo quel santino raccontando l’altro Pertini, a cui già dedicammo un controritratto e anche una controrievocazione a Genova aspramente avversata dall’Anpi.

Dunque, alla morte di Stalin nel ’53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell’Avanti! e all’epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa scrisse su l’Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell’elogio non fu mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin.

Da Presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato condannato all’ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati “premiati” dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.

Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre, per esempio, nella tragedia della coppia di attori Valenti-Ferida. Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano colpe tali da giustificarne la fucilazione. Marozin in sede processuale disse che Pertini aveva dato l’ordine di ucciderli: “Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”).  Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in “Pertini si, Pertini no” Settimo Sigillo, 1990.Quando Pertini incrociò nel ‘45 sulle scale dell’Arcivescovado di Milano, Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, “altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella”. Poi aggiunse: “come un cane tignoso”. Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento.

Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso. Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del CorrierePierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…”. Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista:”Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano”.

Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del “brichettu” (il cerino). E vennero i famigerati “ganci di Genova”, coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo.

Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: “Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione”. E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo… I giudizi su Pertini nei diari del suo compagno di partito Pietro Nenni furono perfino più aspri; un ritratto feroce di lui scrisse Marco Ramperti. Francesco Damato ricordò: “Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita”. Poi fu proprio l’onda emotiva dell’assassinio Moro e l’asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale.

Da poco Presidente della Repubblica, nel pieno infuriare del terrorismo rosso e con tante vittime, Pertini disse agli operai di Marghera: “Sono stato un brigatista rosso anch’io” per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo “briganti”, così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso “un brigatista rosso”. Anche questo fu Sandro Pertini, oltre il suo coraggio e la sua coerenza, al di là del fumo della pipa e dell’incenso…

MV, La Verità 24 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-presidente-impertinente-2/

Corso intensivo sul politicamente corretto

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Ma cos’è esattamente il politically correct? Lo citiamo ogni giorno senza magari coglierne tutto il significato. Provo a offrire una breve guida, un sunto critico e un succo concentrato.

Per cominciare, il politicamente corretto è un canone ideologico e un codice etico che monopolizza la memoria storica, il racconto globale del presente e prescrive come comportarsi. Nasce dalle ceneri del ’68, cresce negli Usa e nel nord Europa, si sviluppa sostituendo il comunismo con lo spirito radical (o radical chic secondo Tom Wolfe) e sostituendo l’egemonia marxista e gramsciana col “bigottismo progressista” (come lo definisce Robert Hughes). Rompe i ponti col sentire popolare, non rappresenta più il proletariato, almeno quello delle nostre società; separa i diritti dai doveri e li lega ai desideri, rigetta i limiti e i confini personali, sociali, sessuali e territoriali, nel nome di una libertà sconfinata, sostituisce la natura col volere dei soggetti.

E sostituisce l’anticapitalismo con l’antifascismo, aderendo all’establishment tecno-finanziario di cui intende accreditarsi come il precettore.

Il politically correct è una forma di riduzionismo ideologico che produce le seguenti fratture: a) riduce la storia, l’arte, il pensiero e la letteratura al presente, nel senso che tutto quel che è avvenuto va letto, riscritto e giudicato alla luce del presente, in base ai canoni corretti e ai generi; b)riduce la realtà al moralismo, nel senso che rifiuta le cose come sono e le riscrive come dovrebbero essere in base al suo codice etico e gender; c)riduce la rivoluzione vanamente sognata nel Novecento e nel ’68 alla mutazione lessicale, nel senso che non potendo cambiare la realtà delle cose e l’imperfezione del mondo si cambiano le parole per indicarle, adottando un linguaggio ipocrita e rococò; d) riduce le differenze ideologiche a una superideologia globale o pensiero unico, che se si nega come tale.

Alle quattro riduzioni di cui sopra, il politically correct aggiunge una serie di sostituzioni: 1) sostituisce il sentire comune, l’interesse popolare, il legame famigliare e comunitario con la priorità assegnata ad alcune diversità e minoranze, ritenute discriminate o emarginate. E adotta uno schema vittimistico: non sono i grandi, gli eroi, i geni a meritare onori, strade, elogi unanimi ma le vittime (retaggio cristiano, notava René Girard). 2) sostituisce la preferenza per ciò che è nostrano – la nostra identità, le nostre tradizioni, il nostro modo di vedere, la nostra civiltà e religione, i nostri legami e le nostre appartenenze – con la preferenza per tutto ciò che è remoto – le culture e i costumi altrui, i migranti, i mondi lontani, le ragioni di chi viene da fuori (quella che Roger Scruton chiamava oicofobia); 3) sostituisce l’antica dicotomia tra il compatriota e lo straniero, o quella politico-militare tra l’amico e il nemico con la dicotomia tra il Bene e il Male, per cui chi non è allineato al canone non è uno che la pensa differentemente né un avversario da combattere ma è il male assoluto da sradicare e annientare. Col nemico si può arrivare a patti, lo puoi sconfiggere e sottomettere; il Male no, va cancellato e dannato nella memoria. 4) sostituisce l’oppositore, il dissidente, l’antagonista col razzista, nemico dell’umanità, del progresso e della ragione. E gli riserva un trattamento a metà strada fra la patologia e la criminologia, accusandolo di fobie: è omofobo, sessuofobo, islamofobo, xenofobo, e via dicendo. Di conseguenza non c’è contesa con lui, ma lo si isola tramite cordone sanitario, lo si affida alla profilassi medica e prevenzione nelle scuole, università, media; o quando il caso è conclamato, lo si affida ai tribunali e alla condanna. Il pregiudizio ideologico riduce i dissidenti al rango di pregiudicati, ovvero di condannati dalla storia, dal progresso, dalla ragione. Non conflitti ma bombe umanitarie, operazioni di polizia culturale o internazionale.

Per il politically correct la realtà, la natura, la famiglia, la civiltà finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione. Ecco, in breve il politically correct.

Postilla finale dedicata a come si reagisce. Chi rifiuta l’imposizione del politicamente corretto e reagisce con l’insulto contro i suoi totem e i tabù, entra a pieno titolo nel suo gioco e ne conferma l’assunto e l’assetto: visto che avevamo ragione a dire che il razzismo, l’odio, l’intolleranza albergano nei nostri nemici? È una forma stupida e istintiva di risposta che rafforza il politically correct. Non migliore sul piano dell’efficacia è la risposta opposta, mimetica, di chi sta al gioco, asseconda, tace o compiace, rispondendo con ipocrisia all’ipocrisia parruccona del politicamente corretto. Anche in questo caso si resta sul suo terreno, si fa il suo gioco, si mira a una sopravvivenza immediata e individuale pregiudicando in prospettiva una visione alternativa più ampia.

Spesso ci si limita a opporre all’ideologia la realtà, alla sua narrazione la vita pratica. Invece, partendo da quella, si dovrebbe tentare lo sforzo opposto: smontare i loro tic, totem e tabù, usando l’arma dell’intelligenza, del paragone culturale, del senso critico e ironico. E indicando percorsi alternativi, letture diverse, altre priorità. Qui, purtroppo, l’intolleranza degli uni s’imbatte nell’insipienza degli altri, frutto di ignoranza, ignavia e indifferenza.

Se il politically correct domina, è anche perché non trova adeguate risposte. Solo imprecazioni e silenzi. La città è nelle mani degli stolti, dissero al sovrano i messi di una città in rivolta; ma i “savi” nel frangente che facevano, chiese loro il Re Carlo d’Angiò? Domandiamocelo pure noi.

MV, La Verità 16 febbraio 2020

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/corso-intensivo-sul-politicamente-corretto/

Il virus della paura globale

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Paura, paura. Per ogni vittima del coronavirus ci sono mille vittime della paura del contagio. Homo homini virus, variante epidemica del lupus. La paura del contagio è antica, umana, originaria, quanto irrazionale e a volte superstiziosa, ma viene tradotta con un’accusa impropria, carica di valenza ideologica e di fanatismo: razzismo. Ma non c’è alcuna carica ideologica o fanatica nella paura; è solo una diffusa, elementare, protettiva paura della contaminazione e dei suoi agenti possibili e presunti. È paura della malattia, non è odio o disprezzo verso il cinese, lo straniero. George Duby pubblicò un memorabile libretto sulle cinque paure più diffuse di fine millennio. Tra queste spiccava la paura del contagio. Ancestrale. Ma la paura è il sentimento pubblico più diffuso nella nostra società egoista e individualista.

Sulla paura si fonda la politica, anche se dissimulata in altre vesti. Paura del fascismo, del comunismo, dell’invasore, del terrorismo. La paura della bomba atomica mosse i movimenti pacifisti. E il movimento ecologista di Greta Thunberg cos’è se non una variazione sulla paura della catastrofe ambientale e climatica? Ci sono paure nobili e paure indecenti, paure politically correct perché progressiste e paure inammissibili perché ritenute regressive?

Sul piano civile e politico la paura ha due impresari di successo: uno fa profitti sulla paura dello straniero, dell’ignoto, del contagio epidemico, del futuro incerto. L’altro specula sulla paura del razzista, del nazista, del contagio xenofobo e tribale, del passato tornante. Ambedue si servono di minimi indizi per allestire fortini, cordoni sanitari e vendere polizze per ripararsi dalle rispettive paure di cui sono spacciatori. Il governo in carica nasce e regge sulla paura di Salvini, lo spauracchio dell’establishment. Ma anche il consenso a Salvini crebbe sulla paura del Migrante, in particolare islamico. Il primo è visto come il nemico della libertà, il secondo come il nemico della sicurezza.

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. È una paura trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali, le scuole e i tribunali, i media. La paura è protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura della contaminazione, del fumo e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive; paura degli sbarchi, dei rom, degli spacciatori, paura dei populisti e perfino dei fantasmi nazifascisti.

Eppure le statistiche ci dicono che non viviamo in una società particolarmente violenta e insicura; altre epoche e altre società erano e sono assai più cruente, più esposte e più pericolose delle nostre, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di uno ogni milione d’abitanti, meno di qualunque incidente mortale; ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e le loro vittime sono di gran lunga inferiori agli incidenti, ai suicidi o agli omicidi in famiglia. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto realmente misura il barometro, quel che conta è la nostra percezione. Viviamo un’epoca soggettivista, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali. L’emozione non è che il rovescio positivo della paura.

Aveva ragione il vecchio Thomas Hobbes a sostenere che la paura fonda gli Stati. Non riusciamo a generare sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli. Viviamo in una società di codardi che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra e rinuncia a vivere pur di salvare la vita… No, non si tratta solo di punire i colpevoli e gli untori perché è un processo generato da più cause e con più attori. Prima fra tutte è la paura dell’impronunciabile, la morte. Abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio d’insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell’appartenenza, del vivere comunitario anziché sempre e solo la protezione dalla paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Si, prevenzione, attenzione, capacità di isolare i focolai e gestire l’emergenza; ma poi amor fati, sereno realismo e affidarsi alla sorte. Abbandoniamo Pauropolis.

A volte la paura viene ingentilita e indossata a rovescio: dietro la retorica della speranza spesso si nasconde la bestia nera della paura. Una sana, realistica disperazione è invece il miglior vaccino contro la paura. Ossia la convinzione che non si debba partire dal timore di perdere qualcosa o mettere a repentaglio qualcuno, ma dalla convinzione che quel qualcosa, quel qualcuno sono già colpiti. Dunque si tratta di reagire, rispondere con efficacia senza farsi illusioni. La speranza è moralista e velleitaria, la disperazione è reazionaria ma realista: ritiene la disperazione non il punto d’arrivo ma il punto da cui partire.

“Non abbiate paura” tuonò Papa Giovanni Paolo II agli inizi del suo glorioso e lungo pontificato. Dio sa quanto ce ne vorrebbe di coraggio e di esempi a non avere paura. Coraggio virile contro paura virale.

MV, Panorama n.7 (2020)

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-virus-della-paura-globale/

Strage a mezzo stampa

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Non so se viviamo ancora nella realtà o in qualche fiction horror-satanista. Scusate ma non riesco a riprendermi da una notizia appresa dai tg di cui avete trovato notizia sui giornali di ieri. Mi ricompongo e parto dall’inizio, riprendendo conoscenza. Mi presento: sono un uomo di destra d’antico pelo, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area d’opinione. Leggevo da ragazzo anche Il Borghesediretto da Mario Tedeschi, non avendo fatto in tempo a leggere il mitico Borghese di Leo Longanesi. C’erano con lui al Borghese firme eccelse come Gianna Preda e Luciano Cirri, Piero Buscaroli e Alberto Giovannini, Claudio Quarantotto e Giuseppe Prezzolini, tanto per dirvi solo qualcuno. Nell’epoca d’oro vendeva più dei settimanali di sinistra, era letto da un pubblico conservatore, missino, nostalgico, monarchico, liberal-nazionale di destra.

Apprendo ora che i magistrati di Bologna accusano Mario Tedeschi, morto ventisette anni fa, di essere uno dei quattro mandanti, organizzatori e finanziatori della strage di Bologna il 2 agosto del 1980. In particolare di aver organizzato il depistaggio mediatico della strage. Il capo di tutti era il mitico Licio Gelli. Mettetevi nei panni di un lettore di destra. È come se a un uomo di sinistra, abituato sin da ragazzo a leggere libri, giornali e riviste di quell’area, come l’Espresso, i giudici dovessero comunicare che Eugenio Scalfari o Giorgio Bocca sono stati i mandanti e i depistatori, gli organizzatori e i finanziatori della strage di via Fani o di qualche altro eccidio delle Brigate rosse.

Il paragone è fondato su alcune reali analogie non solo anagrafiche: da giovani Mario Tedeschi, Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca furono fascisti. Tedeschi lo fu anche con la Rsi, Bocca fu poi partigiano. Tedeschi e Scalfari, classe 1924 ambedue, scrissero sugli stessi fogli fascisti romani, e dopo decenni di amnesia, se n’è ricordato pure Scalfari che nel suo recente libro ha citato Mario Tedeschi. Poi Tedeschi e Scalfari diressero settimanali paralleli di forte impegno politico e civile, uno a destra – il Borghese – l’altro a sinistra, l’Espresso. Tedeschi si pose sulle tracce di Longanesi, da cui ereditò poco più che trentenne la guida del Borghese alla morte precoce del formidabile fondatore. Scalfari si pose sulle tracce di Mario Pannunzio, il cui Mondo fu uno dei suoi modelli di riferimento. Se la pasionaria di punta del Borghese fu Gianna Preda, polemista dalla penna acuta e la lingua biforcuta, la pasionaria di punta dell’Espresso fu Camilla Cederna. Tedeschi come Scalfari ebbe anche una transitoria esperienza politica, come senatore del Msi-Dn, da cui uscì per fondare un raggruppamento moderato finito male, Democrazia nazionale. Scalfari fu invece parlamentare del Psi, nell’era precedente a quella craxiana, ma anche lui tornò al giornalismo e fondò la Repubblica.

Ora i magistrati dicono che quel Tedeschi, proprio lui, con quei baffoni asburgici e quel viso paffuto, che per trentasei anni ha diretto Il Borghese, nella buona e nella cattiva sorte, ha pubblicato i Libri del Borghese, le riviste culturali del Borghese, era una sorta di criminale assoluto che con i servizi segreti deviati e in combutta con l’ala più torva della massoneria, non tentò un golpe, una controrivoluzione o qualcosa del genere, ma peggio; fu tra i promotori e depistatori di una strage d’innocenti alla stazione di Bologna, il cui unico effetto “politico” che ebbe sin dal giorno in cui fu compiuta, fu quella di criminalizzare ulteriormente l’area politica di destra, non solo quella estrema ma anche quella rappresentata in parlamento. La strage fu subito definita, prima di trovare veri o presunti colpevoli, “di marca fascista”. Torno a sottolineare che quattro anni prima della strage Tedeschi era uscito dal Msi che reputava troppo nostalgico ed estremista per fondare un partito moderato che dialogasse con la Dc e gli anticomunisti…

Non so se siamo in presenza del Male Assoluto, della Demenza Assoluta, della Malafede Assoluta. I quattro mandanti coinvolti sono tutti morti e mai sapremo nulla da loro. È pura damnatio memoriae. Si conoscevano tra loro? Direi di sì. Anche se quel Federico Umberto d’Amato, longa manus dei servizi segreti, oltre a conoscere Tedeschi, collaborava con una sua rubrica sotto falso nome proprio con l’Espresso. Era noto ai potenti e agli editori di quel tempo. Manovravano dietro le quinte? Probabile, ma non riesco ad andare oltre. In quel tempo c’erano giornalisti legati ai servizi segreti, alcuni a loro libro paga e affiliati alla massoneria, come la solita P2. Ma come si può umanamente pensare che una firma importante del giornalismo italiano, il direttore di un settimanale prestigioso, in prima linea, uscito dal Msi per dar vita a una destra moderata, democratica e costituzionale, circondato da firme e giornalisti di valore, potesse far parte di una congiura criminale di questo tipo, mettere le bombe in una stazione per uccidere innocenti e poi falsificare i fatti, senza peraltro riuscirvi? Ma Il Borghese, ma la sua direzione e redazione, ma chi leggeva quelle opinioni ogni settimana, cosa possono c’entrare con un atto bestiale e feroce che ti danna la vita e la coscienza per sempre, un gesto vigliacco e disumano quanto insensato e persino autolesionista? Non lo so, non mi permetto di giudicare i giudici, le loro tesi, il loro operato. Ma lasciate che esprima tutto il mio sconcerto. E che ribadisca: mi sembra di non vivere la realtà, il mondo, le persone e le idee che ho finora conosciuto. Ma di assistere a una pessima fiction di mostri e di morti viventi, un remake di patastoria tra l’horror e il satanismo, dove non riesco nemmeno a trovare un risvolto grottesco di cui almeno ridere.

MV, La Verità 13 febbraio 2020
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Strage a mezzo stampa

 

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