Sindrome cinese

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Di Marcello Veneziani

Il pericolo cinese ci accompagna ormai da una vita. Ci fanno paura ormai da troppo tempo, altro che coronavirus e razzismo anticinese. Ero bambino e già si temevano i cinesi di Mao Tse Tung in marcia con la loro rivoluzione culturale, i loro libretti rossi, i loro feroci campi di rieducazione, le loro esecuzioni sommarie in massa; e l’annuncio che avrebbero raggiunto anche noi e invaso il lontano occidente. Aiuto, la Cina è vicina, ripetevamo con Marco Bellocchio. “Arrivano i cinesi” cantò poi Bruno Lauzi. Sono tanti, militarizzati e si moltiplicano a vista d’occhio, dicevano, non hanno niente da perdere, sono irregimentati, nascono e muoiono come mosche o chicchi di riso, uccidono senza problemi, ti costringeranno a cedere la macchina e andare in bicicletta e ti spoglieranno del capo firmato per farti indossare la tutina di forza alla Mao. Ecco il libretto d’istruzioni di Mao, con le sagge idiozie del Grande Timoniere; da noi i filocinesi erano tanti, fanatici e armati.

Non avevamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per la morte di Stalin e poi la fine della Guerra Fredda che le Guardie Rosse cinesi ci minacciavano. Quando Mao morì non si fece in tempo a dire pericolo scampato che la Banda dei Quattro, vedova inclusa, riprese le minacce. E una dependance dei cinesi ce l’avevamo, soprattutto noi pugliesi, a un tiro di schioppo, in Albania, e annunciavano l’imminente caduta dell’Imperialismo, del Capitalismo e l’arrivo degli albanesi come aperitivo dei cinesi.

Quando ero ragazzo diventò proverbiale il titolo di un film, Sindrome Cinese, con Jane Fonda e Michael Douglas che ci impauriva con un’esplosione nucleare che avrebbe creato bibliche contaminazioni nella popolazione californiana e in seguito planetaria. Ma ancor più terribile da giovane fu il filone dalla Cina con furore che ebbe come protagonista il mitico Bruce Lee, venuto dalla Cina d’esportazione, di Hong Kong, che nei suoi film ci mostrò le mazzate cinesi e le arti marziali, il Kung fu e una marea di violente crudità per nuocere al prossimo con pochi ma terribili colpi letali.

Anche il sesso in versione cinese era esagerato, mortale, eccessivo. Altro che Lanterne rosse. Da paura. Persino quando si divertono per il loro Capodanno e per il loro teatro, i cinesi inscenano mostruosi spettacoli, con dragoni, serpenti, maschere spaventose. Con loro non ti puoi mai rilassare un attimo.

Se vi assale il dubbio di vivere nel peggiore dei mondi possibili e sognate di lasciare il vostro paese, recuperate il film cinese Still Life, premiato anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia: vi riconcilierete con la vostra vita e il vostro mondo. Il degrado delle nostre città vi sembrerà oro rispetto a quello cinese, mostrato dall’orrendo film. Vedendo quel film ambientato tra i terùn del sud cinese, riacquisterete fiducia e stima nell’Europa, nell’Italia, in Scampia. E perfino nel cinema italiano. Dateci Scamarcio.

Negli anni la Cina ha continuato a spaventarci per la crescita esponenziale della sua popolazione, il maocapitalismo, le fabbriche organizzate come eserciti, l’inquinamento pazzesco che accompagna la sua industrializzazione e ammorba le sue città. Nel frattempo l’incubo cinese diventò commerciale, fregavano i nostri prodotti perché loro li riproducono a prezzi stracciati; i grossisti compravano mille tappeti persiani made in China al prezzo di uno solo, le loro manifatture coi lavoratori pagati quasi niente e disposti a lavorare sedici ore al giorno stipati in un sottoscala dove producevano, mangiavano, dormivano, copulavano e defecavano. Aziende chiuse, lavoratori nostrani sul lastrico per via della concorrenza cinese che sbaraglia tutto e tutti. Prodotto cinese fu sinonimo di merce a prezzo basso, altamente tossica e nociva per la salute e i bambini ma imbattibile. Nei loro mercatini trovi tutto, seppur scadente. Cominciarono a fiorire da noi quartieri di China Town, dove la gente non moriva mai perché si tramandavano le carte d’identità, secondo una vulgata diffusa. E poi i ristoranti cinesi, su cui si narravano truculente storie di cani e gatti trucidati, carni avariate, igiene pessima.

Sotto casa mia c’era un cinesino che tutti chiamavano Eulo; era il suo nome d’arte perché vendeva tutto a un euro (in cinese eulo). Se vai a Prato, la città più cinese d’Italia, ti spaventi a vederli crescere a dismisura e la consideri una nemesi dello sconsiderato gesto del pratese Curzio Malaparte che regalò la sua esclusiva, spettacolare villa a Capri alla Repubblica popolare cinese.

La Cina detiene ancora i record mondiale d’inquinamento, pena di morte e comunismo totalitario. La Cina è sempre esagerata. Dopo la Sars, la sindrome respiratoria acuta, ora ci arriva dalla Cina il coronavirus, corredato d’inquietanti notizie, decessi e omertà, più serpenti, pipistrelli, virus nati in laboratori militari e altre leggende metropolitane raccolte e ingigantite dalla rete. Con tutti questi precedenti, il campo delle opzioni a nostra disposizione si restringe: arrendersi ai cinesi e consegnare loro chiavi in mano l’Europa; dichiarare guerra alla Cina ma sono troppi, sfuggono da ogni parte e non ce la fai ad accopparli. O più modestamente scappare appena vedi un cinese, seppure con la mascherina, o appena senti un suo starnuto letale. Barricarsi in casa, negarsi ai luoghi affollati, vivere da eremita per timor cinese. Lo fanno in molti.

Tutto questo lo dico non per giustificare la paura o come impropriamente si dice, il razzismo nei confronti dei cinesi, e nemmeno per maledire la Cina ma per dire che non da oggi abbiamo paura dei cinesi, del comunismo cinese, del contagio cinese, della violenza cinese, del commercio cinese, del sovraffollamento cinese, dell’inquinamento cinese. L’incubo cinese. Morale della favola? Non c’è: volevo sdrammatizzare il pericolo cinese ma alla fine l’ho aggravato.

MV, La Verità 9 febbraio 2020

da https://www.google.com/url?q=http://www.marcelloveneziani.com/articoli/sindrome-cinese/&source=gmail&ust=1581542488789000&usg=AFQjCNFkv6sO3NeJCOgwOVPrKTuAPFTnGA

Tonino, il ponte da Bettino a Giggino

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Tutti a ricordare Bettino Craxi, a vituperare Mani pulite e a rimpiangere la prima repubblica. Ma si sono dimenticati di lui, il protagonista e l’antagonista giudiziario di quel marasma. Lui, il padre dei populisti e dei grillini, il leader giustizialista e antipolitico di Forca Italia. Sono suoi figli putativi Giggino e Giggetto, ossia Di Maio e De Magistris.

Non si capirebbe il grillismo senza di lui. Sto parlando di Tonino Di Pietro, il leader agro-giudiziario, ora in versione campagnola, che quest’anno compie 70 anni. Non staremmo a questo punto se non ci fosse stato lui. Decisivo nella storia della nostra repubblica, un po’ come Erostrato che incendiò il tempio di Diana e Gaetano Bresci che compì il regicidio di Umberto. Ma il paradosso italiano è che poi affidammo allo stesso Erostrato la ricostruzione del tempio e a Bresci l’incarico di governo.

E dire che Tonino era un uomo di destra, tra la fiamma e la dc rurale. Era il simbolo di Legge e Ordine, ai libertari pareva un mezzo golpista che vuol mettere in scacco il Parlamento, come il Colonnello Tejero in Spagna. Alle origini Tonino piacque soprattutto a destra, il suo primo interlocutore fu il missino anzi il fascista Mirko Tremaglia. I primi che lo sognarono in politica furono loro e i primi beneficiari delle sue manette furono il Msi e la Lega. Il primo governo Berlusconi, paradossalmente, nacque sulle rovine della prima repubblica abbattuta da Di Pietro e dal pool di Mani pulite.

Poi Di Pietro s’inventò quel mostricciattolo che fu Italia dei Valori, s’alleò con la sinistra, andò al governo, e chiuse ingloriosamente la sua parabola, con tante ombre, litigi e brutti ceffi fuorusciti dal partito. Ma Grillo comincia dove Di Pietro finisce. È lui il vero precursore di quel movimento antipolitico e populista, di giustizialisti ma assistenzialisti.

Tonino Di Pietro aveva un precursore nascosto, Diego Abatantuono. Milanesi terruncielli tutti e due, Tonino e Diego si sono formati sugli stessi libri, hanno studiato dalla stessa grammatica e sfoggiavano un eloquio affine, di pari finezza. Ma Abatantuono per finta. Compirono gli stessi alti studi presso la medesima università, la Brocconi. Da qui la cattedra per chiara fama al Cepu che il professor Abatantuono lasciò all’illustre allievo e accademico, il sullodato Tonino. Anche Abatantuono come Tonino fece fortuna a Milano da settentriunale al ciento pe’ ciento. Di Pietro amava, come Abbatantuono la distorsione creativa e cafunciella dei proverbi: disse una volta in tv che “la montagna ha partito il topolino”, “se aspettiamo che nasce il bambino dal cavolo rimaniamo senza bambini e senza cavoli”, “fosse la Madonna che si fa la legge elettorale” “vado in campagna elettorale col coltello”, e Fini “non è né maschio né femmina”, mentre l’intervistatore di sinistra si affannava a difendere la rispettabilità degli ermafroditi; poi diceva che “Berlusconi fa da prete e da sagrestano” e va cacciato anche se purtroppo “non lo puoi prendere a mazzate”, ma attenzione perché “sta entrando in ognuno di voi” e non oso pensare da che orifizio. Ecceziunale veramente, un comizio surreale che neanche Antonio La Trippa, in arte Totò… Come Tonino, anche Abatantuono diventò famoso come capo degli ultrà, ma Diego solo nei film; sono memorabili le sue grida di guerra, “viuleeenz”, che eccitavano i tifosi più accesi. Il dipietrismo sfondò in tv al tempo di Santoro, ebbe in Travaglio il suo mentore; aglio, travaglio, fattura che non quaglio, diceva Pappagone, un altro precursore.

Sarà perché ho cugini al Sud di nome Tonino ma considero Tonino da Montenero di Bisaccia un cugino di campagna e forse per questo gli volevo bene. Mi ricorda troppo gli ’zurri del sud, affettuoso nomignolo per indicare da noi i buzzurri venuti dalla campagna; lo vedevo in piazza a litigare sui carciofi, agitare il forcone e cucinare la politica con aio, oio e ghigliottina. Col suo stile tra la Guardia repubblicana e la Guardia campestre, a prima vista Tonino sembra l’autista di un ministro, ma poi quando lo senti parlare ti accorgi di averlo sopravvalutato. Ma Tonino era furbo, scarpa grossa e cervello fino.

Di Pietro fu il primo esempio rustico e lampante dell’impossibilità di convertire un efficace e ruvido inquisitore in un vero leader politico, in un risanatore etico-morale e in un riformatore dello Stato. Lì è cascato il ciuccio, per dirla con lo stesso Tonino. Al di là del giudizio che si può avere su Mani pulite, si può dire una cosa: è stata una sciagura affidare ai magistrati la supplenza della politica, accettare la loro invasione di campo e il loro protagonismo civile e mediatico. Ed è stato un errore grave pensare che si potessero convertire i giustizieri in governanti, gli inquisitori in politici, perché non ne avevano l’indole e la visione, l’attrezzatura e le capacità.

A tutt’oggi resta ancora una nefasta eredità di quella stagione: neutralizzare il consenso politico degli avversari a colpi di processi. Un modo infame per forzare e rovesciare i liberi verdetti del popolo sovrano, per sostituire la democrazia e la sovranità popolare e nazionale con un regime giudiziario sotto tutela e sotto schiaffo.

Perciò non dimenticate Tonino Di Pietro e non solo per il suo gergo colorito. Nella storia ha avuto un posto, almeno come buttafuori. E merita, se non un monumento in piazza almeno un’edicola campestre.

MV, Panorama n. 5 (2020)

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/tonino-il-ponte-da-bettino-a-giggino/

Soros, gender e femminismo. Chi è Elly Schlein, il volto della “nuova sinistra”

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ELLY SCHLEIN PARLAMENTARE EUROPEA

Roma, 28 gen – È stata la più votata di tutta l’Emilia Romagna, con ben 22mila preferenze. Un vero plebiscito. Stiamo parlando di Elly Schlein, il volto della new left che ha abbandonato le fabbriche per sistemarsi comodamente in un loft nel centro storico. La Schlein, in effetti, ha tutto di questa sinistra urbana, liberal e post-operaia. Giovane, ecologista, femminista, immigrazionista, la Schlein ha tutte le carte in regola per rappresentare quel segmento di sinistra sempre più globalista e sempre meno nazional-popolare. Erede di Clinton, non certo di Gramsci.

Un profilo global

Ma chi è, quindi, la più votata delle Regionali? Elena Ethel Schlein, per gli amici «Elly», proviene da una famiglia di rango. Entrambi i genitori, infatti, possono vantare un alto blasone accademico: papà Melvin è un ebreo americano, mamma Maria Paola italiana. Elly nasce a Lugano nel 1985, dove rimarrà fino al conseguimento della maturità. Si trasferisce quindi a Bologna per studiare giurisprudenza presso l’Alma mater studiorum, ottenendo la laurea nel 2011. Appassionata di politica, la Schlein bazzica le sedi del Partito democratico, ma nel 2013 si unisce al coro degli scontenti per i governi delle «larghe intese». Di qui la sua l’adesione alla corrente di Pippo Civati, che la catapulterà nella direzione nazionale del Pd.

La carriera politica di Elly Schlein

Nel 2014 Elly Schlein si candida per la tornata delle Europee tra le file del Pd, ottenendo l’elezione. A Bruxelles viene quindi inserita nell’ambita lista degli amici di George Soros, il noto speculatore e fondatore della potente Open Society. In effetti, la Schlein condivide in toto l’agenda politica del magnate di origini ungheresi: immigrazionismo, ecologismo, femminismo, teoria gender e così via. Insomma, il pacchetto completo del diritto-umanismo. Ad ogni modo, nel 2015 abbandona il Pd per confluire in Possibile, il nuovo soggetto politico fondato dal suo mentore Civati. Terminato il mandato a Bruxelles, Elly Schlein rinuncia a una ricandidatura per puntare tutte le sue fiche sulle Regionali, a cui si presenta nella lista civica Emilia Romagna coraggiosa, sostenuta da Articolo uno, Sinistra italiana e altre associazioni consimili. Il resto è cronaca: 22mila preferenze ed entrata trionfale nel Consiglio regionale. Se gioca bene le sue carte, di sicuro ne sentiremo riparlare.

Elena Sempione

Da https://www.ilprimatonazionale.it/politica/soros-gender-femminismo-elly-schlein-volto-nuova-sinistra-143917/

La Toga, la Cupola e gli italiani

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Ma davvero vi aspettavate che la Corte costituzionale desse il via libera al referendum promosso dalla Lega? Ma in che mondo vivete, conoscete le biografie dei giudici costituzionali, chi li ha voluti lì, e più in generale conoscete le leggi inesorabili del potere, il loro reciproco sostegno? E la stessa cosa vale per la decisione della Cassazione in merito alla questione Carola Rackete; pensavate davvero che accadesse il contrario?

Per anni siamo stati abituati a considerare chi è al potere come la Casta. È tempo di fare un salto di qualità e considerare che il potere è oggi piuttosto la Cupola. La casta riguardava solo i privilegi, la Cupola è un assetto di potere interdipendente e non espugnabile in modo fortuito. La cupola è una struttura sovrastante che non accetta né immissioni di estranei, né circolazione delle classi dirigenti, né il minimo cedimento dei suoi assetti consolidati. I suoi metodi e i suoi scopi sono finalizzati alla pura conservazione del potere, allo scambio di favori tra poteri, all’associazione di scopo finalizzata al reciproco sostegno. Quello che il popolino al sud sintetizzava nella formula “mantienimi-che-ti-mantengo”, ossia uno regge l’altro ed ambedue impediscono l’accesso di estranei, outsider. La Cupola regge su un patto implicito, ma forte come il patto di sangue tra le cosche. E l’avversario è declassato al rango di nemico dell’umanità e dunque ogni mezzo è lecito per farlo fuori, o come scrive la Repubblica, per cancellarlo. Che si tratti d’intenzioni mafiose perseguite in modo incruento, nulla toglie al suo carattere puramente antidemocratico e antipopolare e al prevalere della conservazione del potere su ogni altra considerazione di giustizia, equità, rispetto. E l’idea che questo paese debba varare l’ennesima legge elettorale aggiustata sugli interessi del momento delle maggioranze parlamentari del momento, rende ancora più miserabile il ruolo della cupola. L’unica speranza è che anche questa volta la legge elettorale concepita per utilità di chi governa, cicero pro domo mea, si ritorca contro gli stessi partiti della Cupola. Resta che il ritorno al proporzionale sia un passo indietro sul piano della governabilità del paese.

Più in generale la vedo dura, la prospettiva che abbiamo davanti. Potete pensare finché volete che il governo abbia basi fragili e fradice, vedete pure traballare ogni giorno la loro intesa ed evidenziate pure tutte le contraddizioni del mondo in seno all’alleanza di potere. Ma nessuna Cupola al mondo decide di sciogliersi, lasciare il passo o rimettersi al verdetto popolare. Quindi questa permanente attesa del voto spazzatutto, dell’ordalia elettorale come giudizio divino – vox populi vox dei – è destinata a rimanere frustrata. La legge elementare dell’autoconservazione del potere, il puro criterio di sopravvivenza e la ferrea legge dell’oligarchia come già la chiamava Roberto Michels più di un secolo fa, rende impensabile ogni apertura di crisi. Non la vuole Sergio Mattarella, non la vuole la Corte Costituzionale, non la vuole il governo e i due più due partiti che lo sorreggono, con relativo sciame di parlamentari; magari non la vuole neanche una fetta di opposizione che teme di non tornare più in parlamento (settori di Forza Italia). Non la vuole l’Eurocupola, il Vescovado Bellaciao, il sistema dei media, i poteri “occulti”…

Quindi meglio non rinviare sempre tutto al momento glorioso del voto-verità; cercate di capire cosa fare nel frattempo e come prepararsi alla sfida, piuttosto che sperare che tutto si risolva col giudizio universale del voto. Certo, non si possono mai escludere imprevedibili colpi di testa e di scena, risse, defezioni e rovesci di fronte; ma non si può confidare sull’eccezione, bisogna fare i conti con la norma. E allora basta a tirare la corda sul voto e spostare continuamente l’aspettativa degli italiani in avanti, di votazione in votazione, di regione in regione, di sondaggio in sondaggio. Si deve intanto fare qualcosa per crescere, per dotarsi di una risposta politica convincente che non può esaurirsi nell’efficacia mediatica di due battute o nel vittimismo certificato e reiterato di vari episodi, con l’invocazione finale: ma la pacchia sta per finire, avete le ore contate.

No, qui non sta per finire un bel niente. Tre nullità come Conte, Zingaretti e Di Maio, il triangolo delle bermude dove sparisce ogni dignità e funzione politica, sono intrecciate e pur detestandosi hanno una sola priorità che li lega fino alla morte: campare, tirare a campare ad ogni costo. Perché se la giostra si ferma, loro dovranno scendere, non c’è verso.

In questa situazione, all’opposizione toccherebbe cominciare a lavorare per costruire il suo governo, il suo programma, la sua proposta politica, comunicando i punti di divergenza rispetto all’attuale conduzione. Dovrebbe lavorare a selezionare idee forti, candidati giusti e non scelti a vanvera, come ce ne sono alcuni in giro anche a livello amministrativo; alleanze interne e internazionali su cui puntare al momento opportuno, che non sarà probabilmente domani. Ad avere una strategia politica, si dovrebbe mettere a frutto il tempo che resta prima di tornare alle elezioni.

Piacerebbe molto agli italiani vedere il fervore operoso di un’officina al lavoro. Sarebbe segno di serietà, di affidabilità e riuscirebbe a trasmettere fiducia e aspettativa nella gente, molto più motivata del mantra “stanno cadendo ora arriviamo noi”, che non corrispondendo propriamente alla realtà rischia di tradursi in un boomerang di delusioni.

Perché in quel modo ci si mostra davvero forza di governo, pronta a guidare il paese, con uomini e temi qualificati, e non solo forza di opposizione, pronta ad attaccare la Cupola, il polpo e i suoi tentacoli.

MV, La Verità 19 gennaio 2020

 

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-toga-la-cupola-e-gli-italiani/

Un decennio che non lascia eredità

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Cosa resta del decennio che si è appena chiuso? Vola un decennio ma non lascia eredità; solo scorie, rottami e frattaglie. Ripercorriamolo velocemente.

In principio fu Silvio Berlusconi al governo. C’era ancora Fini, c’era Bossi, c’era Casini, c’era Tremonti. Poi, come nel giallo di Agatha Christie, non ne rimase più nessuno… Ma in quel tempo i problemi dell’Italia e del mondo venivano dopo – per i media, la magistratura e l’opposizione di sinistra – rispetto alla vita sessuale di Berlusconi. Era quello l’argomento, universalmente noto come Bunga bunga, su cui si concentrava il dibattito pubblico. Berlusconi col suo baldanzoso ottimismo autoreferenziale vantava che l’Italia con lui stesse alla grande, nonostante la crisi internazionale. I suoi nemici, gli stessi di sopra, descrivevano invece il governo di Berlusconi come una porno-dittatura corrotta che stava stravolgendo l’Italia. In realtà, Berlusconi non distrusse né rilanciò l’Italia, la sua impronta fu labile e assai leggera, più mediatica che effettiva; non ci fu né la rivoluzione liberale né la tirannide populista. Neanche la magistratura fu scalfita. Fino a che a colpi di indagini, pressing internazionali, spread e tradimenti, riuscirono a buttar giù Berlusconi con un mezzo golpe. In quel tempo passava per statista Gianfranco Fini, da quando si era messo contro il Cavaliere. La sua parabola finì presto e nel peggiore dei modi possibili, perfino peggio di quanto si potesse prevedere considerata la sua inconsistenza. Finì male pure la parabola di Bossi, e non solo per ragioni di salute o motivi di famiglia…

Finì il centro-destra, mentre il Paese si consegnava al governo dei tecnici, sotto la sorveglianza dell’Europa. E nacque il tempo del tecnomontismo. I tecnici, di buon nome e di gran curricula, chiamati per riparare i danni, lasciarono un’impronta nefasta sul paese, perché non furono abbastanza radicali e impolitici da effettuare tagli e riforme anche impopolari ma necessarie al paese. In compenso furono abbastanza funesti e feroci nello stremare il paese, tassarlo, metterlo in ginocchio e diffondere un’atmosfera di catastrofe e depressione nazionale. Ne uscimmo malconci col breve governo Letta di eurosinistra, che fu una pallida transizione tra i tecnici e il ritorno della politica, naturalmente da sinistra.

Cominciò allora, senza passare dalle urne, la veloce parabola di Renzi che non durò neanche un triennio ma in quel tempo sembrò inaugurare un’era, perlomeno un ciclo, vista anche la sua giovane età, la sua energia e il crescente consenso. Renzi non aveva in quel tempo rivali, né a destra né a manca; e infatti il peggior rivale di Renzi fu Renzi stesso che distrusse il suo alter ego per troppo ego: la sua prepotenza accentratrice, il suo voler strafare, stravincere, stracomandare. Ci fu un momento in cui avrebbe potuto compiere una svolta decisiva: quando annunciò il partito della nazione, lasciando a sinistra i vecchi dinosauri comunisti e la sinistra radicale e spostandosi al centro con un partito trasversale. Ma non ebbe il coraggio di andare fino in fondo. Stressò il paese in una guerra di rottamazione globale, uno contro il Resto del mondo, fino a che il mondo lo fece a pezzi. Lui annunciò di ritirarsi dalla politica, senza mai farlo. Provato così in un quinquennio tutto l’arco delle possibilità – berlusconismo, finto futurismo finiano, sinistra bersaniana, tecnici e sinistra napoleonica renziana – la politica lasciò il passò al dilettantismo assoluto e dannoso dell’antipolitica, interpretato da un comico, una piattaforma, una lobby e una banda di sciamannati o scappati di casa.

Così avvenne il prodigio del Movimento 5 Stelle diventato primo “partito”, soprattutto al sud. Un fenomeno senza precedenti ma non senza conseguenze. Letali. La prima sorpresa fu, un anno e mezzo fa, l’alleanza populista e antieuropeista tra i grillini e i leghisti di Salvini. Un esperimento ardito, preoccupante non solo per l’Unione europea ma che destava curiosità e comunque segnava la sconfitta del tardo bipolarismo ma anche un superamento dei berlusconismi destrorsi e sinistrorsi, come quello renziano. L’esperimento populista-sovranista fu tenuto in vita artificialmente per un anno, facendo crescere a dismisura la popolarità di Salvini. Poi esplose, incautamente, per una valutazione sbagliata di Salvini e una mossa a sorpresa di Renzi. Fino a che si giunse al più raccapricciante mostro dei governi italiani repubblicani, quello grillo-sinistro. Che accompagna la fine del decennio. Il peggiore che si potesse avere, perché la faziosità intollerante della cupola di sinistra, col suo antifascismo di risulta e di riporto, si è unita alla dannosa ignoranza dei grillini, incapaci di tutto, e nel modo peggiore. Degna sintesi di quell’unione fu lo stesso premier assunto come figurante nel precedente governo, venuto dal nulla e nullivendolo egli stesso, che con ripugnante trasformismo passò da guidare l’alleanza con Salvini a guidare l’alleanza antisalviniana, con la sinistra di cui ora si professa simpatizzante. I risultati sono sotto gli occhi (piangenti) di tutti. Il decennio, nato sotto la stella (rossa) di Giorgio Napolitano è finito sotto la parrucca bianca di Sergio Mattarella.

Nel decennio le abbiamo provate tutte, eccetto il sovranismo. È una grande incognita ma è l’unica via che non abbia ancora avuto esiti fallimentari; eppure per l’Establishment è la sciagura suprema, decretata a priori, da evitare a ogni costo. Ora che il decennio si conclude, il Paese è sospeso nel vuoto, è appeso al Nulla. Aspetta e spera, e un po’ dispera. Buon anno, anzi buon nuovo decennio, Italia nostra, riprenditi dal brutto decennio e dal suo orrendo finale.

Bella ciao, e non farti più vedere. Via col Venti.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-decennio-che-non-lascia-eredita/

Solgenitsyn, dal gulag all’oblio

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«Sono infinitamente difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere l’inerte macigno della materia. Ma non c’è altra strada se tutta la materia non è più tua, non è più nostra. Anche un grido può provocare una valanga in montagna». Da ragazzo queste parole di Alexander Solgenitsyn m’incoraggiavano a pensare che l’impresa di svegliare il mondo non fosse impossibile. Ripenso oggi, a cent’anni giusti dalla sua nascita e a dieci dalla sua morte, con commosso stupore al grido di Solgenitsyn e alla valanga che aveva creato. Dopo la sua denuncia, il mondo seppe dell’arcipelago gulag, poi fu eletto il Papa venuto dall’Est comunista, poi Gorbaciov avviò la perestrojka, poi cadde il Muro di Berlino e infine crollò il comunismo. Non dirò che quel grido abbia provocato quell’immenso sciame sismico; ma in principio fu la parola, la fragile, inerme parola di un dissidente russo che aveva vissuto e descritto sulla propria pelle quel calvario di orrore. Non solo lui, ma lui fu certamente il caso più clamoroso. Mi rincuorò pensare che le parole, le idee, la cultura, non sono inutili; a volte, muovono le montagne…

Nel ’48 lo scrittore russo, già capitano pluridecorato in guerra, era detenuto da tre anni per aver criticato Stalin in una lettera a un amico mentre combatteva valorosamente contro i nemici della Russia. Ma non era ancora finito nel gulag. Scrive allora “Ama la rivoluzione!”: è la testimonianza della fine del sogno rivoluzionario, ma non è ancora il risveglio in un incubo. È il presagio dell’inferno visto con gli occhi di un giovane idealista, Gleb Nerzin, alter ego dello scrittore; ma c’è ancora la freschezza di un giovane che continua a sperare nella vita, non sa che lo aspetta un percorso terribile da cui miracolosamente uscirà vivo. Il romanzo restò incompiuto. Poi, dopo gli anni del gulag, Solgenitsyn sarà riconosciuto nel mondo, consacrato nel 1970 dal Premio Nobel, amato in Russia, dove fece ritorno dopo una parentesi infelice nel «materialismo d’occidente», come egli disse, in America. Poi il ritorno alla gloriosa solitudine della natura, i suoi incontri con i potenti e con Putin, che lo ricevette un paio di volte nella sua dacia. Lui, la bandiera della Grande Madre Russia, spirituale e religiosa, figlio della tradizione e martire del comunismo che incontra un uomo di potere venuto dall’Apparato sovietico ma deciso a risvegliare la Russia della tradizione e dell’orgoglio patriottico.


Gli ultimi anni della sua vita furono all’insegna di un diffuso e infastidito oblio, soprattutto in occidente. Per metà dovuto a chi voleva cancellare in Solgenitsyn il proprio passato di comunista, e per metà dovuto a chi voleva rimuovere la critica di Solgenityn all’occidente sazio e disperato, spiritualmente non migliore dell’Unione Sovietica. A volte gli occidentalisti fanatici del tempo erano gli stessi comunisti fanatici di ieri, e Solgenitsyn era stato per loro due volte molesto e insopportabile, perché ricordava il loro viaggio fallimentare da un materialismo all’altro; uno repressivo, affamatore e messianico, l’altro opulento, permissivo e nichilista.
 Il moralismo di Solgenitsyn contro il degrado permissivo dell’occidente era considerato insopportabile in Occidente. E poi il suo spirito patriottico aveva alimentato i movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico; la vittima dei gulag rischiò di passare per un cattivo maestro. Eppure lo stesso Solgenitsyn non mancò di criticare la deriva fanatica del nazional-imperialismo panrusso.
Solgenitsyn visse gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito ma dimenticato dal mondo. La persecuzione dei gulag cedeva il posto all’oblio. Assordante silenzio. Ne fecero un monumento vivente, per imbalsamarlo da vivo e non sentire più la sua voce.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/solgenitsyn-dal-gulag-alloblio/?fbclid=IwAR1ibAMeFOFBd_Fl1SJU_SAl_7uHQumlunN-Zk0PtWjsullvlo6kx1nUxeo

La gioia del presepe tornante

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Di Marcello Veneziani

Il giorno dell’Immacolata, a casa mia, facevamo il presepe. Era un rito domestico di edilizia sacra che da bambino mi dava gioia. Riprendevano vita dopo un anno di latenza i personaggi, il bue, l’asino, le pecore e le oche, la grotta e la stella cometa. Si rianimava di luce la casa, gremita di angeli, pastori, sacra famiglia, montagne di cartapesta, fiocchi d’ovatta a mo’ di neve, ciuffi di muschio, specchietti rubati alla vanità femminile per fungere da laghetti. Era un work in progress, il presepe. All’inizio non era visibile il Bambino nella culla e i Re Magi erano fuori inquadratura, lontani dalla meta. Due venivano col cammello, uno era a piedi ma con un cappotto di cammello. Gesù sarebbe planato nella culla la notte di Natale, previo processione domestica. E i Re Magi sarebbero arrivati alla grotta solo alla Befana seguendo il navigatore stellare, il giorno prima che il presepe fosse smantellato.

Gli angeli appesi sulla grotta con un fil di ferro pendevano serafici e minacciosi, a volte cadevano dalla precaria sospensione facendo strage di pastori e papere. Era un piccolo incanto, e mi piaceva essere assunto da mia madre, direttrice dei lavori, come operaio del presepe. Riprendevano le loro postazioni i personaggi, di ognuno di loro sapevo la storia che mia madre si era inventata (utile ripasso fu da adulto quando mia madre raccontò le loro storie pure ai miei figli). Alcuni erano pellegrini, altri vendevano latte, merci e perfino cocomeri e a me sembrava strano che a Natale, con la neve sui monti, ci fosse pure quel frutto estivo. Ma tutto era miracoloso nel presepe, estate e inverno, oriente e occidente, vistosi anacronismi nei vestiti convivevano nel prodigio. Dava euforia il presepe, più dell’albero; con le sue luminarie intermittenti e le sue palle sgargianti mi ricordava più l’Upim o le vetrine che la nascita di Gesù.

Un anno però io tradì il presepe. Era l’8 dicembre, potevo avere dodici anni. A un tratto il telefono nero, appeso al muro, squillò per me. Ricevetti la prima telefonata di una ragazza. Era Maria Vittoria, andava nella sezione femminile, perché in quel tempo “sessista” le femmine erano in classi separate dai maschi. Mi chiese cosa stessi facendo e mi prese in giro quando candidamente confessai che stavo facendo il presepe. Mi disse perché non esci anziché fare il babbonatale. Snidato nella mia infanzia, abbandonai il lavoro sacro a metà dell’opera, e andai in piazza dove di solito ci sfioravamo col gruppo delle ragazzine. Ma lei non venne, forse perché pure a lei toccava fare il presepe. Tornai sconfitto come un disertore e un peccatore. Persi allora l’innocenza presepista, fu l’iniziazione alla pubertà.

Ma la passione del presepe restò anche da adulto e da genitore, nella nuova casa. Era però un presepe di pura rappresentanza, una sede distaccata. Il presepe vero, originale, si faceva sempre a casa dei miei, e così è stato fino a che mia madre visse; e anche oltre, con mia sorella. Tuttora facciamo nascere là il Bambino, previo processione in casa, non senza qualche ironia, con nipoti novizi che rimpiazzano i nonni; ma quel rito, oltre il miracolo di quella Nascita, evoca il ricordo degli assenti che in quei momenti sentiamo presenti. Col presepe tornano anche loro. In processione, il più piccolo porta il Bambinello. Quest’anno però i più piccoli sono gemelli e per evitare lotte fratricide si è pensato di riattivare anche un Bambinello di riserva. Ma avere un Gesù doppio dopo un Papa doppio, un Bambinello bis come il Conte bis, mi pare troppo.

Destò qualche raccapriccio anni fa la confessione di Umberto Eco: da ragazzo faceva la Madonna nel presepe vivente del suo paese. Spero che non avesse già la barba all’epoca della Santa Vergine. Ma non lo faceva per devozione o spirito natalizio, ammise; solo per vanità e privilegio, per stare al centro dell’attenzione e dietro le quinte del presepe. A questo punto meglio i presepi senza attori, così non si montano la testa.

Il presepe ha subito negli anni un paio di assalti. Il primo fu quando fu trasformato in una specie di congresso dell’ONU, in cui il messaggio non era più la nascita di Gesù, la santa maternità, la famiglia ma la società multirazziale fusa; pace pace, no al razzismo, accoglienza global, amnesty international. Anche gli angeli apparivano un incrocio tra i caschi blu e il gay pride.

Il secondo è invece ancora più radicale e mira ad abolire il presepe perché, dicono, offende chi è di altra religione. C’è sempre un insegnante idiota che propone ogni Natale di cancellare il presepe. Continuo a non capire cosa ci sia di offensivo in un presepe, quale nazionalismo e integralismo susciti, e perché non ci ha mai chiesto di abolirlo nessun islamico o buddista, anzi piace un sacco ai bambini di altre religioni e ai figli d’atei. Il presepe è un momento tenero che evoca una nascita, un dono, una comunità che si raccoglie intorno a una famiglia. Anche a non dare un significato religioso o confessionale è un evento lieto e armonioso intorno a una natività. Lo dice pure il Papa, anche nel nome del suo inventore, san Francesco.

Ho scritto più volte sul presepe (l’ultima volta in Ritorno a sud) considerandolo un caldo momento affettivo e comunitario, a casa come a scuola. Avrò lampi natalizi d’imbecillità ma quel rito ancora m’illumina d’incanto. Quel buio punteggiato dalle candele, quel calpestio domestico di nonni, padri, figli e nipoti in corteo come in un albero genealogico dal vivo, quelle voci stonate e vere, quelle stanze di sempre visitate con la luce tremula delle candele, quella famiglia intera che interrompe la vita consueta per seguire con dolcissima demenza un Bambino e cantare insieme Tu scendi dalle stelle, quegli auguri veri davanti alla grotta di sempre. La poesia semplice delle gioie durevoli che ti riconciliano col mondo, a partire dai tuoi cari.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-gioia-del-presepe-tornante/

La transeuropa per tutti i gender

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di Marcello Veneziani

Mentre le forze politiche litigano sul Mes, tomo tomo cacchio cacchio, l’Europarlamento ha approvato il Ces, che come dice la sigla da noi liberamente desunta, è un luogo di pubblica indecenza. La spiegazione dell’acronimo è alla fine dell’articolo, ora vi racconto le premesse. Il Parlamento europeo ha approvato nel silenzio-assenso di tutti, cattolici e leghisti inclusi, una risoluzione che confuta i generi stereotipati, ovvero – fuor di linguaggio eurocratese- reputa il sesso maschile e femminile e dunque i ruoli genitoriali del padre e della madre come stereotipi di cui liberarci.

Con 500 voti a favore e 91 contrari è passata l’altro giorno la risoluzione con la quale l’europarlamento invita il Consiglio a concludere la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, nota anche come Convenzione di Istanbul. La convenzione fu approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 a Istanbul (da noi c’era ancora Berlusconi sotto attacco). Detta così, a prima vista, nessuno sarebbe e oserebbe dirsi contrario. Ma a leggere attentamente tra le righe ci sono aspetti inquietanti che non riguardano solo le violenze alle donne, e che anzi non riguardano solo le violenze in genere. Per esempio quando il Parlamento europeo ribadisce che è “favorevole a uno stanziamento specifico di 193,6 milioni di euro per azioni di prevenzione e lotta alla violenza di genere nell’ambito del programma Diritti e Valori”.

Sapete che vuol dire “azioni di prevenzione”contro la violenza di genere? Insegnare per esempio ai bambini nelle scuole che padre e madre, maschile e femminile sono solo stereotipi del passato mentre i generi sono molti di più e i sessi si scelgono, non sono naturali. L’art. 14 comma 1 lo dice esplicitamente quando richiede «azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati». Le azioni penali contro le violenze verso chiunque, donne, bambini, omo o trans sono già previste da tutti i codici; ma qui si parla di pedagogia, di educazione al gender, veicolando modelli di riferimento alternativi alla famiglia che sfiorano pericolosamente il modello Bibbiano.

Non hanno nulla da obbiettare gli europarlamentari cattolici e popolari, che sono se non sbaglio d’ispirazione cristiana e nei loro programmi politici dicono di voler tutelare le famiglie e i bambini? I loro leader non dicono nulla? E dov’erano i parlamentari leghisti se è vero che gli unici italiani presenti che hanno votato contro sono Carlo Fidanza, Pietro Fiocchi, Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia e Giuseppe Milazzo di Forza Italia, mentre tutti gli altri presenti hanno votato a favore? È possibile che taccia pure la neo-presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, che se non sbaglio è cattolica praticante, esponente dei popolari e madre di numerosi figli? Nulla da dire anche da parte del nostro presidente della repubblica Sergio Mattarella, democristiano d’antico pelo e Giuseppi Conte che nei pur vari travestimenti si è sempre detto cattolico? E la Chiesa imbergoglita tace sull’argomento, il Papa non batte ciglio, la Conferenza episcopale non dice una parola in difesa della famiglia, i preti bellaciao e nientepresepe tacciono commossi? Nessuno che spenda una parola? E i conservatori, i nazionalisti si sono fatti sentire ad alta voce? Dobbiamo riconoscere che da noi l’unico ad aver detto in merito qualcosa di recente e di decente è stato addirittura Romano Prodi che ha denunciato la deriva gaia della sinistra italiana che a suo dire non difende più gli operai ma gli omosessuali.

La denuncia del misfatto euro-turco proviene da Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita & Famiglia, ma non sembra che abbia suscitato altre prese di posizione.“Grazie alla superficialità di tanti eurodeputati – dicono  i due – è stato fatto entrare in Italia un nuovo cavallo di Troia di cui i nostri bambini – e le loro famiglie, aggiungiamo noi – pagheranno le conseguenze”.

A suo tempo, perfino il governo Monti depositò presso il Consiglio d’Europa una nota a verbale con la quale dichiarò che avrebbe applicato “la Convenzione nel rispetto dei princìpi e delle previsioni costituzionali” ossia purché non fosse in contrasto con gli articoli della Carta che tutelano la famiglia. Si erano accorti che veniva inserito materiale scottante pro-gender e preferirono mettere le mani avanti. Furono perlomeno prudenti, forse perché avevano di fronte un’altra Chiesa che non sarebbe rimasta muta.

Come è chiaro, non si tratta di discriminare nessuno, si tratta invece di non relativizzare e declassare il ruolo della famiglia, dei genitori, della procreazione secondo natura, da che mondo è mondo. Si tratta, certo, di tutelare ogni cittadino da ogni violenza e intemperanza ma di riconoscere, come fanno la nostra costituzione, la nostra tradizione civile e religiosa, la nostra civiltà, che la famiglia è l’architrave di ogni società e non può essere sostituita con nessun’altra forma variabile di sessualità e di unione.

La cosa che più sconcerta di questa ideologia alla cirinnà, tanto per dare un nome indicativo del livello in cui veniamo precipitati, è la negazione della realtà, della natura, dell’umanità come le abbiamo finora conosciute e vissute: tutto quel che si chiamava ordine naturale, famiglia, genitori, figli, tradizione, cultura, è ridotto a stereotipo, cioè pregiudizio, convenzione rigida e antiquata, menzogna da cui liberarci. La nomenklatura europea sta sfregiando a colpi di risoluzioni la realtà, la natura, l’umanità anche se in apparenza sembra mossa da motivi morali e umanitari. Non possiamo far finta di niente. Intendiamoci, è solo un tassello, ma si sta costruendo un ordito che ha come bersaglio la famiglia e i sessi secondo natura. Se il Mes colpisce gravemente gli stati sovrani, il Ces – come riassumiamo la Convenzione europea sessuale, colpisce gravemente le famiglie naturali, i loro figli e le coppie genitoriali. Aiuto, Mamma e Babbo, la famiglia è finita nel Ces.

MV, La Verità 1° dicembre 2019

A trent’anni dalla caduta del Muro c’è un nuovo comunismo

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Di Francesco Giubilei

A trent’anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, il mondo non è del tutto libero dal comunismo, ci sono nazioni che continuano ad essere governate da leader comunisti, politici e cittadini che si definiscono tali dimenticando i milioni di morti avvenuti in nome del comunismo, così come le privazioni delle libertà individuali portati dai regimi comunisti. Eppure, se apparentemente in Occidente il comunismo è stato sconfitto, in realtà ha solo cambiato forma e, parte della sua ideologia, oggi è rappresentata dal globalismo. Si tratta di un movimento politico-sociale che interpreta gran parte delle battaglie care al comunismo e all’internazionalismo di sinistra unite agli aspetti più deleteri della globalizzazione, un mix micidiale che si è diffuso in modo capillare negli ultimi anni. Continua a leggere

Dio, la più grande scommessa

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Di Marcello Veneziani

Ma dove si è nascosto Dio? Non lo trovi in giro, non lo trovi nella vita della gente, non lo trovi nel pensiero, non lo trovi neanche in Chiesa, da qualche tempo. Il vuoto che lascia è gigantesco, tutta la vita nostra si svolge intorno a quel buco nero. Due testi, uno nuovo e uno appena ristampato Lo evocano. Uno è un testo potente e biblico, Il libro di tutti i libri, di Roberto Calasso, il demiurgo dell’Adelphi, che gira attorno a Dio, senza affrontarlo. L’altro, agile, è Sulla fede (Ist. Enciclopedia Italiana) di Giorgio Pressburger per il quale “siamo condannati ad avere fede”.

“Tutti gli dei furono immortali” è invece la citazione ironica che ha dato il titolo a uno strano convegno su Dio nella magnifica certosa di Padula, con una compagnia assortita di testimoni, me compreso, nell’ambito del festival dell’Essere di Vittorio Sgarbi. Declinare l’immortalità al passato è un voluto non-senso, un ossimoro; per renderlo ragionevole dovremmo dire: Tutti gli dei furono creduti immortali. Ma la frase oggi vale a contrario: Tutti gli dei sono creduti inesistenti. In ambo i casi la questione riguarda noi, le nostre convinzioni, non gli dei. Nulla ci dice sulla loro esistenza/inesistenza.

Gli dei, in gruppo o ciascuno, sono morti più volte nella storia, e sono risorti in altre forme. A morire non sono gli dei, ma la nostra percezione di loro.

Della morte di Dio se ne parla dal tempo di Nietzsche. Conosciamo il giorno e il luogo in cui morì Dio: fu il 27 luglio del 1849 nella canonica dove abitava da bambino Nietzsche, A Rocken, in Sassonia. Quel giorno morì suo padre, pastore protestante. La sua morte costrinse la famiglia a lasciare la canonica, a perdere la casa, il luogo dell’infanzia di Friedrich. La morte di Dio annunciata in età matura, è la trasfigurazione della morte prematura di suo padre e dello sfratto dalla Casa del Signore, l’infanzia perduta a cinque anni.

La scomparsa di Dio prese poi la forma della teofobia, e più recentemente dell’ateismo pratico, ossia la rimozione di Dio senza affrontarlo, come se fosse un vaniloquio. E tuttavia la scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati e supplenti – storici, letterari, artistici, filosofici, politici – più uno sciame di divi e divinità passeggere. Al posto di Dio si è inalberata la libertà assoluta dell’Io, un dio che ha perso la testa. Al suo posto c’è l’etica, la legge, l’umanità. Al posto di Dio si ritiene il mondo in preda al Caos e al Caso. Curiosa sorte per un pensiero che respingeva l’idea di Dio come irrazionale e oscurantista e poi lascia le sorti del mondo in balia di un Signore ben più irrazionale e oscuro come il Caos/Caso.

Nel tempo degli dei scomparsi si addice dunque la nostalgia (alla Nostalgia degli dei ho dedicato un libro). Non è la nostalgia dell’Olimpo e del politeismo pagano, ma la nostalgia dei gradini verso il divino; è la nostalgia degli Intramontabili mentre noi tramontiamo, la nostalgia dell’Eterno e dell’Origine. Avere più dei significa riconoscere principi plurali, non consegnarsi a un solo dio terreno (l’Uno si addice al cielo, non alla terra e alle idee che la governano). In terra noi non possiamo conoscere l’intera, assoluta Verità ma solo frammenti: da qui “la poligonia del vero”, di cui parlava Vincenzo Gioberti: la Verità ha tanti lati e noi possiamo conoscerne solo alcuni. La Verità coincide con Dio, ma nessuno ne ha le chiavi e il possesso.

In questa luce chi è Dio? È il nome che diamo alla nostra mancanza, è ciò che non siamo e non possiamo. È il nostro limite. Possiamo andare oltre e dire: Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere. Perché l’Essere o Dio noi lo intuiamo ma non riusciamo a pensarlo e vederlo per intero, esattamente come la Verità. Noi siamo dentro la sua Intelligenza, pensiamo in Dio. L’Essere-Dio precede il pensare, lo costituisce. Per Heidegger noi sopraggiungiamo troppo tardi per gli dei, troppo presto per l’Essere. Stando nel mezzo, viviamo la sua/loro assenza.

Ma a Dio inteso come Essere o Logos manca il calore affabile, umano, del Dio cristiano; manca Gesù Cristo, la storia, ci manca sua Madre, ci mancano i santi, ci manca la vita, la liturgia. Ci manca la famigliarità col divino, la grazia premurosa della Provvidenza, il conforto, la preghiera e la misericordia. Noi siamo dentro quella storia, quel racconto, quella tradizione e raffigurazione.

In Dio rivediamo il Padre, come Nietzsche vide la morte di Dio nella morte di suo padre. Nella Madonna vediamo nostra madre partita per il suo viaggio estremo stringendo tra le mani il rosario, il passaporto rilasciato dalla fede per accedere all’Aldilà. Illusioni, superstizioni? Meglio che il nulla, sostenne Vico, perché la superstizione è quel che resta, superstite, di verità perdute.

Torno al presente, anzi all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza, o la fisica, non confuta né conferma Dio, sposta solo i confini dell’ignoto. Ma non potrà mai illuminare l’infinito. Ci lascia al buio col cerino in mano, e a noi tocca scommettere, come diceva Blaise Pascal, su Dio o sul Nulla. Dio è un rischio, diceva il vecchio Prezzolini. La scommessa va oltre la scienza e oltre il pensare. La nostra mente, il nostro esistere e pensare ci portano a scommettere sull’Essere anziché sul Niente. A garanzia degli imputati di cui non si è provata l’innocenza o la colpevolezza c’è una formula nel nostro ordinamento giuridico: in dubio pro reo, nel dubbio ti assolvo. Nell’incertezza tra l’Essere e il Nulla, tra Dio e la sua inesistenza, scommetti su Dio. In dubio pro Deo.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/dio-la-piu-grande-scommessa/

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