Gli impresari del terrore

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C’è qualcuno che vorrebbe prolungare all’infinito l’emergenza, la chiusura del paese, spostando la liberazione di data in data, di fase in fase. C’è qualcuno che ci guazza in questa quarantena, ne approfitta, si avvantaggia, su piani diversi. C’è qualcuno che in questa paralisi si sente importante, decisivo, determinante, esercita il potere allo stato puro, in grande o in piccolo, e riduce i cittadini a bambini, malati e delinquenti, tutti con l’obbligo di stare dentro.

C’è qualcuno che gode il quarto d’anno di celebrità, si arroga il diritto di decidere nel nome della vita e della morte, ti consente o meno di respirare, a sua discrezione, ti toglie la libertà senza darti in cambio la sicurezza; ma accolla quest’ultima solo sulle tue spalle, dipende solo da te, se ti barrichi in casa, stai buono e ti separi da tutti. Il nuovo Hobbes decreta: Homo homini virus. E su quella paura fonda il suo strapotere.

C’è qualcuno che vede in questa situazione la realizzazione della propria utopia, tutti irretiti, cioè presi per la rete, attaccati a una piattaforma, senza più differenze, tutti uguali, magari con uno stesso reddito universale di miseria, controllati e cinesizzati come il Grande Impostore vuole. Se ci fosse qualcuno in grado di parlare oggi nel nome della fede direbbe che tutto ciò è diabolico, perché diavolo significa separare, dividere.

C’è qualcuno che teme di tornare alla vita normale perché sa che l’incantesimo si spezzerebbe, il consenso di gregge, automatico e impaurito, verrebbe meno, la vita tornerebbe aperta. C’è qualcuno che ritarda sine die la prigionia universale perché sa che tragedie ci aspettano per il lavoro, la società, le famiglie, l’economia e non è stato predisposto nulla di concreto e di adeguato. C’è qualcuno che prolunga questa condizione per stremare i cittadini, devitalizzarli e abituarli e intubarli, e farli appena uscire ma con la minaccia che se non fate i bravi tornate in castigo. Terrorismo mediatico e sanitario.

“Impresari della paura”, vi ricordate? Ogni giorno e ogni giornalone rovesciavano su Salvini e sulla destra nostrana e internazionale, accuse di fondare il loro consenso sulla paura. Paura degli sbarchi, dei migranti, dei rom; impresari della paura. Come definire ora il governo in carica, le sue task force e tutto il carrozzone di esperti e comunicatori, se non grandi fabbriche della paura? Incutere terrore nella gente per tenerla prigioniera in casa, privarla delle libertà più innocue e più elementari, fare un lavaggio del cervello in massa per spaventarli sui rischi che si corrono solo ad allentare la sorveglianza da regime poliziesco che stiamo vivendo. Con divieti insensati su chi incontrare e chi no, sui luoghi, le case, dove la cautela non c’entra ma è solo coazione, Comandamento. Impresari del terrore.

Mai viste tante auto di polizia e carabinieri in giro, sono spariti i problemi di mezzi, personale, carburanti… Agli angoli delle strade vedi soldati coi mitra che sorvegliano sul pericoloso popolo italiano, come se ci fosse da abbattere pericolosi terroristi in vena d’uscire di casa.

Ti barrichi in casa per il terzo mese consecutivo e devi subire l’aggressione del video con quell’indegno volantinaggio di propaganda e terrore dei tg: “non abbassare la guardia”, “mantenere alta la tensione”, non è finita la galera; se allentiamo appena, arriva sicura come la morte una tempesta di contagi. E via di questo passo, ogni servizio, ogni intervista, ogni passaggio in studio ti vomita un solo, ossessivo messaggio. Anche dall’estero le notizie e le immagini sono filtrate per ammaestrarci.

Vedi comitati tecnico-scientifici che non sono stati capaci di prevedere un beneamato tubo, neanche le previsioni più ravvicinate, non sono stati in grado di dare indicazioni di alcun genere e ora ci prospettano ben 92 scenari: ma tra tutti, i tg, i governi, gli esperti compiacenti, ci sparano solo i più agghiaccianti per spaventarci e costringerci in casa.

Tutto come prima, e se non vi comportate bene, peggio di prima. Bande di virologi che in due mesi di vetrina quotidiana non hanno concordato su nessuna profilassi e non hanno saputo dire altro che ripetere il rimedio primitivo del duemila avanti Cristo: state a casa, lontani dal prossimo, lavatevi le mani. Grazie, non c’era bisogno di loro per sentirci dire quello che una qualunque nonna analfabeta era in grado di dire. Dalle istituzioni, dagli organismi “preposti”, nessuna terapia o prevenzione socio-sanitaria, in più di due mesi. Solo un incubo militante, state a casa, vi spariamo a vista, vi facciamo tornare a casa carichi di meraviglie, vi sorvegliamo coi droni e gli elicotteri tipo Apocalypse now e noi i vietcong. In casa fate onanismo sul virus, per distrarvi sparatevi un bel filmone sul contagio: vi racconta ciò che state vivendo. Siete già nella leggenda, nella fiction… Rallegramenti.

Intendiamoci. Non tutti coloro che ci prescrivono e osservano queste norme sono in mala fede, c’è chi ne è davvero convinto e argomenta bene. Né è in discussione la necessità delle precauzioni, ma quelle necessarie, ragionevoli, come distanziarsi e mascherarsi, andare il meno possibile e più coperti possibile nei luoghi pubblici, magari controllare le condizioni di salute (ciò che nessuno ci ha mai fatto). Ma star da soli all’aria aperta, passare isolati da una casa all’altra non provenendo da nessuna zona di rischio, uscire, bagnarsi o saltellare per conto proprio in luoghi appartati, vedere una persona anche se non è congiunto, riprendere con tutte le precauzioni le attività lavorative, sono rischi calcolati, che si devono correre se non vogliamo che i danni per la prevenzione diventino superiori ai danni sanitari. Un manifesto firmato da tanti, in primis da Vittorio Sgarbi, ha denunciato questo regime liberticida; un flash-mob di cittadini contro le violazioni della Costituzione è stato fatto ieri mattina a Bologna. Ma vige la legge marziale. Filate a casa, da soli, coda tra le gambe.

MV, La Verità 3 maggio 2020

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Gli impresari del terrore

La pazienza è finita

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Un pericoloso mitomane si è impadronito dell’Italia e sotto la minaccia del virus tiene in ostaggio un intero popolo, violenta la libertà e paralizza il Paese, mandandolo alla rovina, fingendo però che è tutto sotto controllo, anzi ci ammirano e ci studiano in tutto il mondo come modello. Dietro di lui si nasconde un intreccio di poteri, caste, tecnocrati e una pletora di esperti, inclusi gli scienziati che in questa pandemia hanno detto poco, tante ovvietà e pareri discordi.

Non una linea strategica emerge dalla cosiddetta fase due, grotteschi perduranti divieti, assurde restrizioni a macchia di leopardo, senza alcuna logica e buon senso: la scuola liquidata sine die, le attività produttive col freno a mano, i trasporti pubblici resi di fatto impraticabili, perché se vi può accedere solo un quinto degli utenti abituali (in altre versioni meno di un decimo), e se si deve provvedere per ogni corsa una sanificazione, significa paralizzarli. E questo, di conseguenza, paralizza il traffico, perché tanti andranno in auto sapendo che devono aspettare un tempo almeno cinque vote superiore a quello prima atteso (visto lo scaglionamento); non arriveranno mai al loro posto di lavoro o destinazione.

La follia di poter raggiungere solo le case in regione, la follia di tutto l’impianto, la paralisi di tutto, la mancanza di veri, concreti aiuti, l’annuncio continuo di cifre astratte, sempre variabili, di “potenze di fuoco” che sono solo un fuoco di Sant’Antonio delle intimità di chi li annuncia.

La follia è che tutto questo avviene col tacito consenso, o col silenzio-assenso di tutti i poteri che contano: dal Quirinale ai Partiti, dal Parlamento ai poteri istituzionali e costituzionali. La sinistra si rifugia vigliaccamente dietro l’Abusivo che si è impossessato del potere, perché così lui si prende oneri e onori, e intanto toglie di mezzo l’opposizione. I grillini trafficano in cineserie ma sono contenti di vedere tramite lui risalire i consensi che erano in caduta libera, e tramite lui esercitare ancora potere, restare al governo pur avendo dato prova della loro assoluta incapacità, autocertificata in massa.

L’assurdo di questa situazione è che tutti costoro gridavano al timore del dittatore venuto da destra, il Salvini, o il Salvameloni di turno (o anche il Renzi), e intanto lasciavano instaurare un’autocrazia mediatica che non ha precedenti, l’Uomo solo al comando e al telecomando, venuto dal nulla, con poteri pressoché illimitati di costringere la popolazione a ogni genere di schiavitù e di impedimento. Col favore dei grandi media, non solo pubblici. E la stessa cosa si ripete a livello mondiale: tutti gridano e irridono al Dittatore Trump, mentre lasciano crescere il potere e l’influenza nel mondo della vera Dittatura, quella cinese, che ha gravi responsabilità nel virus e che ora si sta espandendo nel mondo, con ogni forma (incluso il 5G) e che trova nella nostra compagnia di burattini denominata governo il suo principale asino di Troia (cavallo sarebbe troppo) per insinuarsi.

Il suddetto millantatore abusivo continua a fare one-man-show in televisione, parla per un’ora su tutte le grandi reti – Rai, Mediaset, Sette – per non dire nulla, e lasciare tutto più sotto l’autocrazia. È ormai un rito di vanità in cui l’impostore si pavoneggia (Rito Pavone), annuncia vittorie in Europa che non ha mai conseguito, preannuncia cose che non rispondono mai alla realtà e limita la sua azione ai verbi perifrastici, stiamo in procinto di, stiamo per varare, stiamo sul punto di. Si vanta di tutto, per dirla con Gioacchino Belli: “Non faccio per vantarmi ma oggi è una bellissima giornata”. E poi il mantra ossessivo di questi giorni, dal primo scienziato all’ultimo telegiornalista, “non abbassare la guardia” che va tradotto a contrario: abbassatevi i pantaloni, in ginocchio, restate fermi, in catene.

Dopo due mesi di carcerazione di massa non è più sopportabile. È necessario non dico ribellarsi, insorgere, fermarlo. Ma quantomeno osservare, sì, le precauzioni sanitarie leggendole però in una chiave compatibile con la vita che riprende, la libertà ritrovata, il buon senso. Chiedo a questo proposito che anche le forze dell’ordine non accettino di diventare esecutori di un’autocrazia irresponsabile che non sa dove ci sta portando; naviga a svista, a orecchio, random. Chiedo loro che interpretino le norme il più possibile in modo duttile, non a danno degli italiani e dei loro primari interessi vitali, e della loro libertà primaria. La stessa cosa sento di chiedere a tutti i sacerdoti, nel nome di quello che anche la Conferenza Episcopale ha denunciato: nessun autocrate può impedire così a lungo l’esercizio elementare della propria fede, le messe. Non c’è nessuna ragione di salute, nessuna maglia di forza della salute, che può impedire questa essenziale libertà, primaria per i credenti. Basterà osservare le norme, distanziamento sociale, mascherine, cautela.

È finita la fase dell’obbedienza cieca, prona e assoluta. È finita la pazienza. Occorre cominciare una ragionevole obiezione di coscienza e di libertà, pur rispettando tutte le cautele, con realismo e con tutte le norme costituzionali. Altrimenti questo viaggio verso la dittatura sanitaria (come la chiamai ormai nei primi di marzo) sarà di sola andata; la sospensione che si prolunga nel tempo rischia di farsi sistemica e perlomeno ricorrente, incombente come una minaccia periodica e un deterrente di fronte a ogni libertà. Il paese si sta sfasciando e non possiamo pensare che l’unico rimedio sia preannunciare – a due mesi dall’emergenza- il prezzo politico alle mascherine. Smascheriamo piuttosto questo dispotismo vanitoso, di uno incapace di tutto. Questo non è dispotismo illuminato, ma dispotismo allucinato. Un incubo da cui svegliarsi.

MV, La Verità 28 aprile 2020

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La pazienza è finita

Un 25 aprile mai così retorico e ipocrita

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Il 25 aprile celebra un’idea grottesca, la lotta contro il nemico morto e sepolto da quasi cent’anni, l’Ur-fascismo opportunistico di Umberto Eco, ma quest’anno è più grottesca, affonda nel ridicolo. A celebrarla sono i gendarmi, gli irregimentati, i censori. Gli uomini d’ordine come il professor Marco Revelli, figlio di comandante partigiano, che ad un giornale dichiara senza imbarazzo: oggi Liberazione è obbedire. Siamo al comico, ma Revelli e quelli come lui non fanno che rinverdire la professione di comunismo: piegarsi, obbedire volentieri a un regime sentito come organico. Mai tanta voglia di bavaglio, di censura come oggi. Se il circolo dei virologi fa scattare la gogna per un dissidente, Giulio Tarro, non ascrivibile al partito unico degli scienziati in cerca di partito, ecco che il Fogliomette alla gogna quello che già è alla gogna, Tarro, intervistato da Giletti.

Se Feltri se ne esce con una battuta eccessiva, l’Ordine vorrebbe colpire anche chi ha osato ospitarlo e magari i parenti stretti, gli amici, i vicini di casa. Libertà kafkiana, di obbedire, di essere conformisti. Il giornale unico del Coronavirus si censura da solo, recepisce veline e mascherine dalla Cina e sulla pandemia omette, occulta quello che gli pare conveniente. Opinioni diverse sono non più sgradite ma maledette senza se e senza ma. Non è la ricorrenza a infastidire, ma come nel tempo è stata piegata, stravolta; è la retorica, soffocante, insopportabile, bolsa. E stupida. E terribilmente ipocrita.

Libertà di che? Di restare confinati in casa, senza futuro, senza speranza? “Credere obbedire combattere” non era uno slogan fascista? Sì, ma alla bisogna viene utile anche in altera pars, è lo slogan di tutti i regimi e di tutti i conformismi. I libertari, gli allergici alla sbirraglia, le sentinelle della libertà, tutte strette nel loro canto di obbedienza! Unica eccezione, i reduci dell’Anpi, associazione combattentista di stato, con prebende di stato. Quelli che decidono a insindacabile giudizio chi può celebrare e chi no, chi può parlare e chi no, perfino chi può pregare e come e quale Dio: i loro scherani legnano la brigata ebraica se si presenta, intimidiscono con metodi camorristici chi deflette dal pensiero unico, dalla vulgata unica della Resistenza.

Che bella libertà. Sui balconi, tutti tranne chi ha l’autocertificazione Anpi, sui balconi a cantare Bella Ciao senza potere uscire, volonterosi carnefici di loro stessi, drogati di frasi fatte, di slogan da ginnasiali rincitrulliti: “Ah, io se partigiano significa stare da una parte, io sto dalla parte della libertà non da quella dell’oppressione”, ma tu senti che coglionate tocca leggere, sentire anche oggi. Come se ci fosse chi ammette di stare serenamente dalla parte dell’oppressione, della dittatura.

E invece non lo ammettono ma le sentinelle e le Sardine proprio da quella parte stanno. “Ah, oggi c’è il sole e il corteo verrà una meraviglia”. Contenti voi, che ve lo guardate dalla vostra cella di clausura… Hanno anche studiato, questi naif sociali, sono stati liceali brillanti, alcuni sono diventati artisti, ballerini, come Valpreda, altri docenti: ma invecchiano male, come inebetiti. Bella Ciao contro che? Liberazione da che? Da un governo inetto che da due mesi ci tiene ammanettati per le palle semplicemente perché non sa che pesci pigliare? Da una burocrazia di potere che complica l’impossibile ma non rinuncia a farci pagare le tasse, le bollette, quanto a dire il costo di una pandemia di cui siamo incolpevoli? Dalla dittatura dei virologiinfluencer che ci vogliono reclusi senza limite? Dalla libertà obbligatoria di ringraziare la Cina che ci ha trasmesso un contagio misterioso, sul quale poi ha mentito senza ritegno? Dalle 15 task force con 500 esperti nullologi?

Dagli anatemi di Bergoglio che vede nella strage globale la vendetta d’Iddio contro il capitalismo? Dalla scemenza dei capetti Sardina che cascano nelle provocazioni del finto Papa al telefono, finto fino a un certo punto visto che le Sardine sono il trait d’union tra il Vaticano guevarista e la onnipotente comunità di Sant’Egidio? Dal Parlamento esautorato, dalle contorsioni di Conte e dei grillini, no al Mes, forse il Mes, viva il Mes? Dalla spoliazione metodica, programmata di un paese che, dopo essersi infilato nella trappola unionista non ha nessuna forza né speranza di uscirne? Dalle terribili conseguenze economiche e sociali del Coronavirus da qui ai prossimi mesi, anni? No: da Mussolini.

L’Ur-fascismo di Eco era una scemenza pseudocolta ed è tutto ciò che resta, ancora oggi, alle sentinelle del conformismo, alla psicopolizia della Liberazione. Libertà non più partecipazione come voleva Gaber ma obbedienza come predica Revelli. Il sogno di tutti i regimi e di tutti i popoli pecoroni. Che felicità, oggi, inscatolati sui balconi, a guardare in televisione il “magnifico corteo nella giornata di sole” dei soliti noti, Anpi, Cgil, Pd, la solita schiuma alla bocca contro i fascisti di ieri e quelli di oggi, che non mancano mai. “Ora e sempre antifà!”. Aspettando l’altra liturgia ipocrita del Primo Maggio. Che bella libertà.

 

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https://www.nicolaporro.it/un-25-aprile-mai-cosi-retorico-e-ipocrita/

Lenin, l’orrore comincia con lui

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Centocinquant’anni fa nacque colui che portò per primo il comunismo al potere. Vladmir Illich Uljanov, detto Lenin, inventò la miscela più esplosiva della storia contemporanea: il cinismo assoluto al servizio dell’utopia radicale. Idealismo cieco e pragmatismo trasformista. O al contrario, l’idealismo assoluto diventa l’alibi del potere assoluto. “Per la rivoluzione non esistono sacrifici abbastanza grandi” ripete Lenin esprimendo l’essenza mistica e salvifica del comunismo, la sua matrice gnostica ed escatologica. La realtà non merita di esistere, va soppressa. Confessò una volta Lenin a Massimo Gorkij dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven: “Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno, ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Eh sì, il nostro mestiere è diabolicamente difficile”. È la miglior sintesi del leninismo e del comunismo: il mondo è una civitas diaboli da epurare, l’uomo presente e reale è cattivo e corrotto e la violenza è la terapia necessaria, pur essendo idealmente per la pace e per la non violenza; è la missione crudele del rivoluzionario che “diabolicamente”, tramite la pratica del male e del terrore, sgombra il mondo dal marciume e produce il bene futuro.

“Molte cose ci sono ancora nel mondo” dice Lenin “che devono essere distrutte col ferro e col fuoco”. Stalin è già in nuce in Lenin, e con lui tutti i regimi comunisti del Novecento. È nella sua pratica quanto nella sua teoria. L’uomo storico, reale e presente, con le sue imperfezioni, è l’agnello sacrificale per l’uomo nuovo, il mondo nuovo, l’ordine nuovo che verrà. I nemici di oggi o domani magari erano pure i compagni di ieri; il cannibalismo fratricida è uno dei tratti costanti del comunismo sin da Lenin.

Per lungo tempo si è giustificato il leninismo come un corso intensivo e accelerato di modernità per un paese arretrato come la Russia. Il comunismo di Lenin sarebbe stato per la Russia il concentrato del progresso scandito in Occidente in più tappe: illuminismo, rivoluzione industriale, rivoluzione americana e Rivoluzione francese, la Comune, le guerre d’indipendenza. La rivoluzione sovietica sarebbe un salto rivoluzionario in un paese ancora medievale. Ma il paradiso in terra si rivela subito un acconto dell’inferno. Nel 1919 Lenin disse nel corso di un’assemblea dedicata all’agricoltura: “Sappiamo che non siamo in grado di instaurare ora un sistema socialista: dio voglia che posa essere instaurato al tempo dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Passò il tempo di Lenin e di Stalin, passò il tempo dei figli e dei nipoti. Ma del socialismo realizzato, garante di libertà, emancipazione e benessere, nessuna traccia, in nessun luogo del mondo.

Nel leninismo c’è in germe sia Stalin che Gramsci: ovvero c’è sia il terrore, la deportazione, il regime totalitario e il culto della personalità del capo, sia l’egemonia culturale, il partito-principe e intellettuale collettivo, la via nazionale al socialismo e la conquista per gradi della società.

Nel 1924, prima su Ordine nuovo e poi su l’Unità nello scritto Lenin capo rivoluzionario Gramsci elogia l’uomo e l’opera, l’azione e la dottrina di Lenin, da poco scomparso, riconoscendosi senza riserve nel suo solco. Anzi, Gramsci rimprovera a Mussolini di non essere stato un capo come Lenin, di aver mancato l’occasione che gli offrì il 1914 dopo la settimana rossa e di aver abbandonato il marxismo, accettando poi il compromesso con la monarchia, la chiesa e il capitale. E lo scritto prosegue nel paragone tra il falso capo Mussolini e il vero duce Lenin, con la sua benefica dittatura del proletariato. Cesarismo regressivo e cesarismo progressivo. “Tutto è stato riordinato dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, al governo e alla storia”. I milioni di vittime, le sanguinose repressioni, la soppressione di ogni libertà, non contano. Dettagli contabili. Sull’altro versante, il gulag staliniano è la prosecuzione coerente del terrore e della deportazione già avviati da Lenin. Varando il codice penale sovietico, nel 1922 Lenin sosteneva: “Il tribunale non deve eliminare il terrore, prometterlo significherebbe ingannare se stessi e ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti”. Sono passati cinque anni ormai dalla Rivoluzione e il terrore si fa regime, pratica ordinaria di potere.

Pochi mesi prima della Rivoluzione d’ottobre, Lenin suggeriva invece nelle Cinque Lettere da lontano una transizione graduale al socialismo ritenendo impossibile “rovesciare in un solo colpo” gli assetti dominanti. È Lenin a raccomandare “l’arte di acconsentire e di barcamenarsi, gli zig-zag, le manovre di conciliazione e di ritirata” usate poi dal comunismo occidentale e dalla stessa perestrojka di Gorbaciov. Lenin, prima di Gramsci, ritiene che non esista una sola rivoluzione mondiale, ma differenti vie nazionali al comunismo; né esisterà mai una contrapposizione netta tra borghesia e proletariato, ma si dovrà piuttosto lavorare nella “terra di mezzo” tra contaminazioni e compromessi. Ci sarà magari un pezzo di borghesia che si alleerà alla classe operaia e un pezzo di proletariato che abbraccerà la reazione…

Solzenicyn svela la verità: “Hanno inventato il termine stalinismo. Ma non c’è mai stato nessuno stalinismo. Fu un’invenzione di Krusciov per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. In realtà aveva già detto tutto Lenin”. Non solo detto, anche fatto.

MV, La Verità 21 aprile 2020

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Lenin, l’orrore comincia con lui

Editoriale/ Non aprite quella porta. Analisi di un golpe bianco

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di Alessandro Ambrosini

Tutto cambierà, tutto sta cambiando, tutto cambia. Si dissolve lentamente il mondo che conosciamo. L’avvento di questo virus non ha portato soltanto un numero spietato di uomini e donne seppellite senza un fiore, senza una lacrima, senza la dignità del trapasso. Nei nostri silenzi, mentre siamo chiusi nelle nostre scatole di sogni e cemento, un “cavallo di Troia” è stato messo davanti alle nostre porte. Mentre contiamo i giorni e le ore per tornare a vivere, lunghe mani e voci rassicuranti, stanno lavorando senza tregua per convincerci ad accogliere con il sorriso questo dono lasciato all’uscio. Non contiene uomini, non contiene soldati. E’ il “controllo” ciò che porteranno, che stanno portando, che hanno portato. In ogni ingranaggio della società.

E’ un’operazione preparata da qualche tempo. Nulla è casuale. Il virus ha solo velocizzato, in certi settori, un progetto avviato. Ha dato il grimaldello per un’attuazione più veloce e intrusiva nei tessuti sociali. Si è iniziato dal “quarto potere”: l’informazione.

Con l’avvento delle nuove forme di comunicazione tramite social network si è lasciato il “guinzaglio lungo” alle persone. L’apparente forma di liberazione dall’informazione mainstream, ha creato l’illusione di poter avere notizie non veicolate da partiti politici e gruppi di potere.  Di conseguenza, la nascita di una miriade di giornali online più o meno professionali, più o meno equilibrati, che garantivano però una visione poliedrica della notizia stessa.

La libertà d’informazione, è un bene che non sappiamo e non abbiamo saputo difendere come si poteva e doveva. Dalla nascita di migliaia di siti civetta all’importazione del termine fake news, il tempo è stato un battito di ciglia. Un inglesismo che abbiamo subito fatto nostro, non rendendoci conto della pericolosità di questo termine. Di quanto possa essere una pietra tombale sulla verità dei fatti. Abbiamo iniziato a dar il beneficio del dubbio a notizie palesemente e provatamente false. Abbiamo allargato gli spazi di verità oltre la ragionevolezza, convinti che la verità non abbia confini. Una volta arrivati a questo punto di non ritorno, le stesse persone che hanno regalato metri di guinzaglio, hanno iniziato ad accorciare lo stesso. Un po’ alla volta. Le fake news sono diventate quindi centrali come concetto, abbattendo le evidenti sciocchezze che si manifestavano nel web. Ma era solo la parte iniziale del processo. Oggi, che anche gli ottantenni sanno il significato di “fake news”, i tempi sono maturi. Oggi, con l’esplosione del Covid 19, il concetto stesso di libera informazione è minato nelle fondamenta. Il “guinzaglio” si è stretto ulteriormente. Chi poteva non ha saputo o voluto dare, nemmeno nella violenza del momento, delle linee guida certe. Si è lasciato un popolo sconfinare nelle “verità” di virologi con diverse formazioni e diversi concetti. Ed è nel caos mediatico, che il “capolavoro” di qualcuno ha vita. Una pubblicità martellante, nelle reti Mediaset, ti raccomanda di affidarti all’informazione mainstream e ai suoi editori, viene creata una task force contro le fake news, nell’ambito dell’emergenza pandemica. Una squadra di docenti e ricercatori universitari, con tre giornalisti indirizzati a livello governativo che rappresentano:  Repubblica, notoriamente in quota Pd. Fanpage, la cui società editrice gestisce anche la comunicazione dell’Inps in alcuni progetti. Open, il giornale di Enrico Mentana, rappresentata da un “debunker” che proviene dalla Casaleggio & associati. Una squadra di sceriffi ( che certificano in questo modo anche l’onestà intellettuale dei propri giornali ) con la pistola a salve, poiché non hanno nessun potere coercitivo sulle pagine web che mischiano fandonie e verità non accertabili. Operazione all’apparenza inutile ma, in realtà, l’ennesimo passo per avvicinarsi a quella che, tra non molto, racconteranno come una necessità: una commissione di vigilanza sull’informazione, con pieni poteri.

L’unica verità sarà quella dei media mainstream o di chi si è allineato per motivi di interesse. La verità, che può essere prismatica nella lettura, sarà bidimensionale. Avremo solo la facciata illuminata e un lato oscuro che sarà riservato alle “fake news”, che avranno un significato diverso, allargato. Non conterranno solo notizie spudoratamente false, saranno anche le diverse visioni dei fatti a non trovare più spazio nella verità ufficiale. Nonostante siano verità accertabili nelle fonti.

Sarà un cambiamento quasi impercettibile, per la maggior parte delle persone. Sarà questo cambiamento di tendenza nell’informazione ad aprire le porte ad altre forme di “controllo”: nella privacy violata da applicazioni che siamo e saremo costretti ad avere nei nostri telefoni. Applicazioni che tracceranno ogni nostro movimento, desiderio, necessità, pensiero. Una miniera d’oro per chi il potere lo gestisce.  Nella magistratura leviatana, che darà un nuovo significato e nuovi confini alla parola criminalità. Una magistratura che vorrà, come lo vediamo in alcuni casi oggi, spazi di gestione e controllo sempre più ampi. Non per assicurare più sicurezza o più contrasto alle mafie, lo vorrà solo per avere fette di potere sempre più garantite e incontrastate.

Questo editoriale non è la narrazione di una nuova Matrix, non è fantascienza. Non è complottismo o settarismo da barzelletta. Non rientra nemmeno nella controinformazione. E’ solo analisi di un golpe “bianco”, uno dei tanti che abbiamo subito nel corso della storia d’Italia. Un golpe senza colpo ferire.

Non aprite quella porta, non fate entrare quel “cavallo di Troia”. Rimanete liberi per cercare una verità che si rivolga ai fatti, con tutte le narrazioni che volete, con tutte le sfaccettature con cui leggerete la realtà. Fate del realismo e della logica il vostro scudo e la vostra spada. La verità è un dono che ha un costo al mercato della vita. Alto. Va difesa, va cercata, va vissuta.

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Editoriale/ Non aprite quella porta. Analisi di un golpe bianco

I viaggi statici

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La quarantena imposta dal virus e la paralisi globale ci costringono a rinunciare ai viaggi e a riscoprire il fascino coatto dell’immobilità. Ma a pensarci bene la pelle del viaggiare è il movimento ma il cuore del viaggiare è l’immobilità. Noi che viviamo correndo, e viaggiamo divorando spazi, in un volo di dodici ore siamo costretti a riscoprire l’antica pazienza del tempo immobile, le ore interminabili dello stare, il prodigio di una lentezza del tempo mentre lo spazio scorre con una velocità prodigiosa. Tutto appare fermo nel lungo navigare tra i continenti di un Boeing, come se a pilotarci fosse Zenone di Elea; è come se fosse il mondo a muoversi, a mutare, per offrire al nostro sguardo immutabile emisferi per noi insondati.

Accade anche in terra, per strada, di scoprire che l’essenza del viaggio è l’immobilità. Mentre correte in autostrada, superate e siete superati da altri corpi viaggianti, dalla sfuggente identità; ad un tratto siete costretti a rallentare e poi a fermarvi, e restare bloccati per ore, in una di quelle code vacanziere ora frequenti, fino a passare dalle luci del giorno a quella della sera. Un paesaggio di oggetti e soggetti si rianima, riprende cuore e sembianze. Sagome di vita lambite in velocità diventano esistenze vere, schiudono i loro abitacoli, scendono dalla loro volatilità e prendono corpo. Nel Viaggio Immobile si rivedono gli uomini, affiorano cenni di convivialità prima negati dalla velocità, segni umani di disappunto e di sofferenza; si ritrovano affetti e bisogni. In quei momenti ti ripassa davanti la vita, velocemente, e ti sorpassa accennando un saluto; ti scorrono le cose che hai lasciato marcire nella scatola nera del tuo cervello. Mentre stai seduto nell’abitacolo o su un guard-rail, sfrecciano i grandi e piccoli eventi che hanno riempito e vuotato la tua vita, e tu cerchi inutilmente di inseguirli o di fermarli allo sguardo. Avevi fretta di arrivare, temi che ormai sia troppo tardi e ti struggi dall’ansia di non essere là; poi lentamente cadono le cataratte dell’apprensione, i pensieri ancheggiano acquistando una calma andatura e magari pensi che qualcosa o qualcuno abbia voluto sottrarti all’incontro, salvandoti. O forse per temprarti nella prigione di un’autostrada, incatenato a una fila di auto che ti costringe a riflettere, a confrontarti con altre impensate occasioni di vita.

Il viaggio che mi fece più sognare è quello che immaginai osservando una pittura sulla parete di fronte al mio letto: su una banchina pulsante di vita un bambino vestito alla marinara, con la mano alla madre, saluta una nave che salpa o che approda, non so, figurando la memoria di un luogo eccezionale, di Indie misteriose, offerta alla dolcezza domestica, quasi materna, di un porticciolo festoso. Il tranquillo molo di una domenica borghese e lo stupore esotico dell’avventura, un intreccio di prossimità e lontananza. Quel viaggio che non feci mi ha dato più emozioni di ogni altro realmente compiuto. Hanno ragione Salgari e Xavier de Maistre, viaggiatori statici.

Nell’attesa paziente che si aprano le porte di un vagone letto, si avvicinò un attore e raccontò che nonostante i disagi, ama viaggiare nella carrozza dei letti perché da bambino suo padre gli raccontava il mito di dormire viaggiando, di sognare cullati dal sussulto ritmico del treno, con i suoi passaggi di binari. E così pensando alla magica notte in treno, si addormentava vicino a suo padre e sognava viaggi dalla meta imprecisa a bordo di treni infiniti. Suo padre in vagone letto non c’era mai stato, modesti erano i suoi mezzi e più modeste le ragioni di spostarsi da casa; ascoltava quel sussulto di treno solo dal letto di casa, non lontano dalla ferrovia, e immaginava come dovesse essere bello addormentarsi in quella casa viaggiante. Per un sogno riflesso, a suo figlio era rimasto il piacere di viaggiare in vagone letto; per il mito d’infanzia che preludeva ad un sonno di favola, per il ricordo dolcissimo di una voce paterna che lo accompagnava nella carrozza del sogno; e per offrire a suo padre medesimo, a corsa finita, di accedere tramite il figlio a quel sogno mai realizzato. In quel tenero ricordo rividi le mie sere bambine nel lettone, quando mio padre raccontava le medesime cose al passaggio di un treno, col suo misterioso ondeggiare e sbuffare, e poi il suo lento disperdersi nel silenzio della sera. Anche lui non aveva mai viaggiato in vagone letto. Allora viaggiavo da fermo, nel letto di casa; ma ho conosciuto più mondi in quella onirica immobilità di un metafisico treno, che nei viaggi adulti compiuti davvero.

Ad uno sguardo bambino l’incanto del viaggio è anche un semplice finestrino che muta paesaggi, e ancora di più lo sguardo al mondo che lasciamo alle spalle dal lunotto di un’auto, dove la sorpresa del nuovo si unisce all’addio del paesaggio trascorso, che smoriva alla vista. Perfino un cruscotto di legno pieno di lucciole, come apparivano allo stupore infantile le spie luminose che brillavano la sera in una mitica topolino, accendeva la magia del viaggiare. O la pioggia che scroscia sulla lamiera e tambureggia sulla cappotta, e noi riparati a vedere il mondo che annega, a goderci lo spettacolo dell’universo che strepita e piange, seduti al sicuro nell’occhio del ciclone. O l’euforia ragazza di una notte di primavera passata all’addiaccio in attesa di un pullman per la gita scolastica; e poi il ritrovo, la partenza gioiosa, le azzurre luci discrete del pullman di notte, gli sguardi in penombra, gli approcci d’amore e il desiderio di non scendere mai da quel pullman e di non vedere mai spuntare l’alba del disincanto. Di queste immobilità è fatto il viaggiare. Viaggiare è un’illusione. Consoliamoci così ora che siamo carcerati.

MV, aprile 2020

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I viaggi statici

L’antifascismo dei cretini

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Abbiamo sempre avuto pazienza con i cretini non cattivi e con i cattivi ma intelligenti. Non riusciamo però ad averne con i cretini cattivi, magari in origine solo cretini poi incattiviti oppure solo cattivi poi rincretiniti. Ma sono cresciuti a dismisura e si sono aggravati. Sto parlando del nuovo antifascismo, collezione autunno-inverno, che si alimenta di fascistometri per misurare il grado di fascismo che è in ciascuno di noi e di istruzioni per (non) diventare fascisti, di Anpi posticce che sventolano l’antifascismo anche il 4 novembre, non più costituite da partigiani ma da militanti dell’odio perenne; e poi di mobilitazioni, manifestazioni e mascalzonate, veicolate da giornaloni, telegiornaloni, talk show e da tante figurine istituzionali. Come quel Figo che alterna dichiarazioni d’antifascismo a dichiarazioni surreali d’amore a proposito degli stupri e i massacri tossico-migranti. Per lui le violenze si combattono con l’amore, come dicevano i più sfigati figli dei fiori mezzo secolo fa. Lui ci arriva adesso, cinquant’anni dopo e a proposito di un fatto così terribile come uno stupro mortale a una ragazzina.

Sopportavamo il vecchio antifascismo parruccone, trombone, un po’ di maniera. Arrivavamo a sopportare perfino un antifascismo di risulta, violento, intollerante, estremista. Finché si tratta dei dementi agitati dei centri sociali, di qualche femminista in calore ideologico o con caldane fasciofobe, oppure di sparsi cretini del grillismo e del vecchio sinistrismo, ce ne facevamo una ragione. Ma sconforta quando vedi pure intellettuali, direttori, editori, giornalisti, testate che avevano qualche credibilità intellettuale o almeno professionale, che leggevi e stimavi, avere una regressione idiota nell’odio verso un presunto e rinato neofascismo (che in realtà rinasce ogni settimana da 73 anni, in base ai loro dolori reumatici, i loro indicatori e delatori). Per non restare nel vago, mi riferisco a firme, filosofi, giornalisti, scrittori che esercitano il loro mestiere su la Repubblica, l’Espresso, i loro paraguru genere Saviano, per non dire nei talk show e nei tg rai, mediaset (solo un po’ meno), la 7 e sky. Probabilmente un combinato disposto ha dato loro alla testa: il fallimento inglorioso della sinistra su tutte le ruote, l’avanzata popolare di Salvini, il trionfo in tutto il mondo e non coi colpi di stato ma a suon di voti, di leader e movimenti opposti alla sinistra. E poi le prediche, le censure e le leggi opinionicide di Suor Boldrina e Frate Fiano, solo per citare due chierici precursori di questo antifascismo. Ma devono aver raggiunto uno stato patologico così avanzato questi malati del morbo d’Antifascismo, se perfino il Corriere della sera, si è di recente ribellato alla deriva idiota dell’antifascismo con un equilibrato editoriale di Paolo Mieli, un frizzante corsivo di Gramellini, un incisivo affondo di Panebianco, e scritti di Battisti, della Tarquini. Poi, leggi Paolo Giordano in prima pagina del Corriere che prende sul serio i calendari di Mussolini (è la scemitudine dei numeri primi), leggi Aldo Grasso che nega le pagine di storia sociale del fascismo, carte del lavoro e garanzie per pensionati e donne, leggi l’inquisizione filosofica della Di Cesare, più menate varie di antirazzismo e antifascismo e ti accorgi che il Corriere gareggia con la Repubblica sullo stesso terreno. L’antifascismo patologico è a uno stadio acuto se il 4 novembre Furio Colombo sul Fatto sbaglia ricorrenza e dedica il suo fondo all’apologia del 25 aprile. O se un giornalista de La Repubblica, Maurizio Crosetti, accecato da furiosa demenza, auspica il massacro a Piazzale Loreto di Salvini. Ma la demenza ha pure valore retroattivo nei secoli andati. Sono reduce dall’imbarazzante lettura di un libro dedicato a Dante di tale Chiara Mercuri, pubblicato da Laterza, in cui si presenta Dante come un precursore dei dem, uno che va in esilio perché dalla parte delle lotte proletarie e viene citato tra i grandi di tutti i tempi insieme a Saviano, senza un minimo senso del ridicolo. Saranno stati i fascisti del suo tempo a condannarlo a morte e all’esilio, evidentemente. Quelli che una polpetta avvelenata di nome Michela Murgia vorrebbe misurare col suo fascistometro, lanciato come ultima moda ideologica magari da adottare anche nelle aule e nei media per schedare e discriminare chi non la pensa come te. Un formidabile misuratore non dell’altrui fascismo ma della propria demenza faziosa.

Ho sempre ritenuto che meriti rispetto chi fu antifascista col fascismo vivo e imperante, un antifascismo fiero e scontato sulla propria persona; quello postumo che infierisce contro i morti no. Ma quello posticcio, surreale e caricaturale dei nostri giorni, è un triplice insulto: al fascismo, all’antifascismo e all’intelligenza degli italiani. Come è un insulto quotidiano alla memoria di tutti i caduti, a partire dagli stessi ebrei, le ossessive, petulanti, rievocazioni del razzismo e dei campi di sterminio, lette come eventi in corso di replica. Il delirio antifascista e antirazzistaporta anche ad alcune intelligenze un tempo rispettabili, un obnubilamento mentale con esiti deprimenti e grotteschi. Il tutto si accompagna a un ritorno di odio patrio, di antiitalianità, che sembrava superato da alcuni decenni, e che invece rigurgita, identificando l’amor patrio col più aggressivo nazionalismo: il modo migliore per favorire davvero questo slittamento. Vogliono combattere il sovranismo ma questo è il modo migliore per aiutarlo a dilagare. Dopo una faticosa riconquista di un rapporto migliore con i temi nazionali nei decenni scorsi, grazie allo sforzo di Craxi e Spadolini, di Ciampi e anche di Napolitano, la sinistra residuale di oggi ha avuto una regressione feroce quanto insensata contro l’italianità, un conato di vomito antipatriottico per sancire che loro sono dalla parte dei migranti. Stranieri first. Ecco il 4 novembre celebrato dalla parte degli austriaci, dei disfattisti e dei disertori.

Se ragionassi in termini politici, o peggio elettorali, dovrei gioire perché assisti allo spettacolo di un suicidio dei radical, affogati nel ridicolo in una lotta contro gli italiani. Ma non sono mai contento quando un avversario si autodemolisce e si autoridicolizza in quel modo; non mi piace, per la democrazia, per la circolazione delle idee, per carità di patria vederli schiumare di odio e di rabbia, peggio degli haters che deprecano (“Buonisti un cazzo”, tuonava elegantemente la copertina de l’Espresso). E per il rispetto, non corrisposto, che continuo a nutrire per le persone nonostante i loro pregiudizi e le loro occlusioni mentali. Ricredetevi, riavetevi, ripensateci. Non riducete il prefisso dem ad abbreviativo di dementi. Non seppellitevi nel vostro ridicolo rancore, elevando l’imbecillità a crimine contro l’umanità.

MV, Il Tempo 5 novembre 2018

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L’antifascismo dei cretini

Tornano col virus gli scemi di guerra

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Pensavo che l’incubo in cui siamo finiti da un mese ci concedesse almeno una tregua dai focolai di livore, cecità ideologica e faziosità che abitualmente accompagnano la nostra vita normale. Speravo che la solidarietà comunitaria richiesta in momenti come questi, la carità di patria, l’interesse superiore della salvezza collettiva, lasciasse indietro ogni sussulto di falsificazione vistosa della realtà e distorsione clamorosa della verità. E invece l’idiozia militante non si è presa una pausa neanche col contagio, i morti e le restrizioni.

Il campionario è vasto e non so davvero da dove partire. Dall’odio schiumante verso Trump accusato di essere quasi al servizio del covid-19 al tifo militante perché Bolsonaro si prenda il virus, dal “ben ti sta” che si leggeva nelle parole e sulle facce quando si parla di Boris Johnson (ma la stessa sorte non si riserva alla progressista Svezia che segue le sue orme) fino al capovolgimento della Cina considerato quasi un paese benefattore dell’umanità perché ha fatto da cavia al virus, si è sacrificato per primo e ora ci manda le mascherine. E l’accusa al governo cinese di aver nascosto per settimane i focolai, viene stranamente spostata sulla Russia di Putin o sull’Iran.

Ma il caso più clamoroso è stato il coro contro Orban il dittatore. Ricapitolo in breve la faccenda: Orban è il leader che in Europa gode di più consenso popolare, liberamente e democraticamente espresso, eletto e rieletto con più voti dell’elezione precedente. Ovvero, dopo aver governato, gli ungheresi hanno premiato lui e il suo partito dandogli la maggioranza assoluta. Ora c’è un’emergenza senza precedenti, noi accettiamo senza batter ciglio che un signore, mai eletto e votato da nessun cittadino, diventi l’Unico Riferimento Nazionale e a colpi di decreti, restringa in modo vistoso e mai accaduto diritti e libertà elementari. E ci permettiamo di criticare un leader democraticamente eletto, che ha risollevato le condizioni sociali ed economiche del suo paese, e ora chiede pieni poteri fino a che ci sarà l’emergenza. E li ottiene democraticamente dal Parlamento con una maggioranza ampia di due terzi. Da noi non c’è stato alcun passaggio parlamentare, alcun voto, per commissariare l’Italia e attribuire al premier pieni poteri, con divieti e decreti a raffica, esercito e polizia per le strade. Ma non si è posto limiti di tempo, obbiettano le anime belle. Ma per forza signorini, se non si sa quando finirà l’emergenza, come evolverà il contagio, non possiamo stabilirlo a priori. E poi, scusate, che senso ha parlare di colpo di stato riferendolo a un governo in carica, pure rieletto? Che bisogno aveva di fare quello che voi stessi chiamate autogolpe, certificando così la stupidità della vostra accusa? Lì scatta la solita argomentazione finale: così cominciò Hitler. Così cominciano tutti i governi davanti a una guerra, un’emergenza, una situazione d’eccezione, dai migliori ai più malefici. Da Churchill a Contebis.

Ma l’obbiettivo nostrano della campagna contro la dittatura ungherese è colpire Salvini, Meloni e la destra. E gridare, come fa perfino Contebis, al rischio nazionalismi in Europa: ma fuori dalle formulette, che succede quando un Paese costretto dai vincoli europei, si accorge che quell’unione non funziona nella buona e nella cattiva sorte, ma solo nella prima? Che deve fare da solo, come stanno facendo del resto tutti quanti. Lo chiamate nazionalismo? Io lo chiamo realismo, realismo italiano, nazionale, popolare, sociale.

Avete voglia poi a dire che dobbiamo preoccuparci di tutto il mondo, in casi come questi hai una sola priorità: i milioni d’italiani che non sanno come andare avanti. Non puoi stabilire un reddito di cittadinanza davvero universale, come propone l’anima bella BeppeGrillo, cioè estesa a sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. Universale sta per nazionale, cioè limitato al tuo paese. Nessuno riesce a caricarsi i problemi del mondo, neanche Atlante o il clan dei casalini. Non lo dite, ma di fatto anche voi siete inchiodati al “prima gli italiani”.

Per finire in scemenza, tiriamo fuori il pensiero patafisico che attraversa ormai tutti gli umanitari-antiumanitari, tutti i progressisti-antisviluppo. Perché siamo stati puniti dal virus? Lo riassume bene Dacia Maraini sul Corsera di ieri, ma è la sintesi di quel che sussurra da settimane l’Intellettuale Collettivo: “Certamente nessuno più pensa che un Dio punitivo mandi i castighi sulla terra, ma qualcosa del principio di causa ed effetto rimane. Abbiamo bruciato le foreste, sparso di cemento ogni angolo della terra, abbiamo avvelenato gli ambienti(…) riempito il mare di plastica, messo in pericolo l’ecosistema. La Natura che non è divina ma ha tutta la potenza di una divinità cosmica reagisce con irruenza ai maltrattamenti, anche se non si tratta di una volontà moralistica ma di un processo di autodifesa”.

Capito? Ce lo siamo meritati; non ci punisce Dio ma Greta Thunberg, tribuna della Natura. Ora, il nesso tra inquinamento e coronavirus non c’è, un virus sorto in Cina non ha legami con l’Amazzonia. Però fa comodo leggere moralisticamente il contagio. Il secondo passaggio è accusare del virus i governi reazionari del mondo, compreso chi recita l’eterno riposo. Ora, un maggior rispetto della Natura a me sembra una priorità necessaria e vitale, a partire dalla difesa dell’ordine naturale del mondo. Ma il virus ha un’altra storia, a meno che adottiamo una visione magica. È tipico però del politically correct distorcere il Dio punitivo degli antichi in versione ideologico-moralistica-ambientalistica. L’argomentazione che usa la Maraini sulla natura che si ribella si potrebbe applicare anche ad altri contesti: l’aids fu una reazione della natura contro i disordini sessuali e omosessuali dell’umanità. Il meccanismo logico-morale è lo stesso…

La guerra mondiale produsse a suo tempo “gli scemi di guerra”. Temo che i virus facciano altrettanto.

MV, La Verità 1° aprile 2020

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Tornano col virus gli scemi di guerra

Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

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A questo punto ci vorrebbe davvero un governo di Salute Pubblica. L’espressione è assai pertinente sul piano lessicale ma altrettanto inquietante sul piano storico. Perché il primo e più famoso governo di Salute Pubblica fu varato dai giacobini di Robespierre nell’aprile del 1793 e fu Terrore dopo la Rivoluzione di quattro anni prima.

Ma un governo straordinario, di Salute Pubblica, ci vorrebbe davvero per gestire efficacemente l’uscita dall’emergenza sanitaria e l’entrata nell’emergenza economica, senza perdere di vista il bene comune e la sovranità d’Italia.

Quando si dice uscita dall’emergenza sanitaria non si dice il dopo-virus ma la capacità di accompagnare in modo efficace il controllo del contagio, ripristinare la capacità sanitaria degli ospedali e riuscire a dotare la popolazione di quegli elementi che finora hanno penosamente latitato: mascherine, guanti, disinfettanti, tamponi, per non dire dei respiratori negli ospedali e delle bombole d’ossigeno nelle case in cui si rendono necessarie. Qui lo spettacolo è stato deprimente, è mancato tutto o quasi, salvo iniziative private o locali. L’unica vera incidenza del governo è stata a colpi di decreti & divieti. Decreti a raffica che modificavano continuamente le norme; divieti necessari ma sempre un po’ tardivi e mal concepiti. Più la tragicomica annunciazione di mascherine sempre in arrivo e non ci sono mai: c’è persino agli esteri chi da un mese è ministro per le mascherine e i rapporti con la Cina e ogni giorno sciorina dati per il ballo in maschera sempre rinviato.

Ci vorrebbe un governo in grado di gestire l’emergenza e non di sceneggiarla, di fare profilassi e non one-man-show televisivi per salire nei consensi e vantare un modello sanitario unico al mondo. Fondato in realtà sulla pazienza, il senso civico e la paura degli italiani che restano in casa.

Ma poi, dicevo, c’è da gestire l’emergenza economica e le possibili controindicazioni. Come distribuire i sostegni, a chi dare la precedenza, spalmarli sulla cittadinanza o far ripartire alcuni settori strategici, con che trasparenza gestirli. Ci vorrebbe un ceto di titani per gestire la Rinascita. E parallelamente al capitolo delle uscite si tratta poi di capire quanto costeranno e a chi i soldi per la ricostruzione. Il pericolo di una svendita del paese, o di una gestione effettiva della troika, salvo qualche burattino vanesio che fa da figurante al governo, è reale, e prende il nome eurocratico di Mes, oltreché di svendite sottobanco a potenze come la Cina o gli Usa.

Dunque il triangolo da tenere ben saldo è Sanità-Ricostruzione-Sovranità. Ossia, salute, economia e politica. Da qui dunque la necessità che un governo di Salute Pubblica non sia solo tecnico o di concertazione tra maggioranza e opposizione. Ma allora chi dovrebbe formare questo governo?

E qui vengono i dolori. Perché un governo di Salute pubblica dovrebbe unire in un’agile cabina di comando i migliori del nostro paese, al di là delle posizioni politiche, le intelligenze più lucide e lungimiranti, le competenze più serie, le personalità più autorevoli. Non più mezze calzette, nullivendoli, servetti, saltimbanchi e pulcinella.

Allora il primo dubbio è: dove sono? Il secondo è: chi li seleziona? Il terzo è: chi li sostiene? Il quarto è: con che legittimazione popolare? E infine, chi fa da collante politico dei Migliori? La prima domanda è difficile anche perché di solito i nomi invocati non sono i migliori ma quelli che passa il convento mediatico: ne abbiamo avuti di santoni e supercommissari che si sono poi sgonfiati o sono stati di fatto svuotati e gettati via. Ora il nome-farmaco è MarioDraghi ma chiedo: oltre l’indubbia competenza e autorevolezza economica, potrà guidare un’efficace strategia sanitaria e soprattutto potrà garantire la nostra sovranità o sarà piuttosto la transizione verso un passaggio di poteri, tramite l’economia, ai guardiani dell’Eurarchia (non mi sento di chiamarla Europa)? Poi, chi li seleziona gli Ottimi, gli stessi politici che non destano affidabilità di governo, Mattarella, il Papa, X factor, la Lotteria? Compiuto il miracolo di insediare almeno una dozzina di Migliori, il Parlamento dovrebbe poi votarli se non vogliamo sospendere del tutto la democrazia. E poi finito il loro compito di raddrizzare la barca andranno a casa, lasciando al paese la facoltà di scegliersi il prossimo governo (già, con quale sistema elettorale?) oppure chiederanno direttamente loro il voto, ma non saprei in che modo, se non cambiando sistema costituzionale, oltre la democrazia rappresentativa, mediata dai partiti. Insomma, un percorso difficile. Senza dire che chi ventila un governo Draghi lo vede come garanzia per il Mes o lo agita come spauracchio per mantenere in vita il gabinetto Conte e sventare svolte politiche a destra.

In questa fase, la gente sembra dare consenso a Conte anche perché è la faccia dello Stato (delle cose): accade così nei momenti di paura, si cerca sicurezza stringendosi intorno a chi ci governa; tanto più se c’è un martellante spot-no-stop propagandistico in video, oggi unica finestra sul mondo. Allo stesso tempo c’è la sconfitta della politica: i leader politici hanno meno consenso e meno ascolto, si vogliono azioni di governo e non discorsi. (Curioso il caso di Zingaretti che da malato e assente raccoglie più consensi che da leader e comunicatore).

Ma non sappiamo a lungo andare se quel consenso non si capovolgerà. Comunque questa tragedia, i cui numeri effettivi non corrispondono a quelli ufficiali, mostra che la competenza e l’autorevolezza sono requisiti necessari. Non possiamo più permetterci di avere grillini per la testa. Se la politica deve tornare deve crescere di statura. Per ricostruire ci vorranno statisti, non figuranti, figurine o piazzisti.

MV, La Verità 27 marzo 2020

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Un governo di salute pubblica? Ad avercelo

Il mistero del virus

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Ma poi si è capito come è nato e chi lo ha propagato il coronavirus? Fatalità, errore, incoscienza, bestialità? Io non l’ho ancora capito, ho una serie di informazioni, anche troppe, ho un mucchio di sensazionali rivelazioni e una valanga di interpretazioni contrastanti ma alla fine non so niente di preciso. Nulla più di quanto sapessimo all’inizio. E non per curiosità, sete di conoscenza, per farne storia o solo per risalire a eventuali colpe di singoli o di gruppi, di istituzioni o di stati. Ma perché il miglior modo per evitare che si ripeta, è capire come nasce, da dove nasce e come si riproduce. E chi, cosa dobbiamo temere, oltre i contagi animali.

Non abbiamo ancora capito se i cinesi sono stati solo vittime o responsabili, se è un incidente in laboratorio o nella vita corrente, se è stato tardivo o tempestivo il loro reagire, fino a che punto risale il loro eventuale grado di colposità. E non si comprende se tutto è coperto da segreto militare, se ci sono cose che non si possono divulgare, guerre fredde sommerse. Non ci è ancora chiaro perché in Italia è esploso prima e più di ogni altro luogo d’Occidente con una mortalità che in percentuale ci rende tristemente primi al mondo. Perché abbiamo questo primato: sfiga, scarsità di strutture, colpe politiche, leggerezza, o che? Perché un morbo cinese attacca proprio l’Italia, c’è una spiegazione più razionale del fatto che Marco Polo fu il primo ad arrivare in Cina sette secoli fa? Né abbiamo capito come è meglio affrontarlo, se con metodo british-brexit, o con metodo latino-mediterraneo, barricandoci tra le calde pareti materne della casa. Non è possibile fare previsioni di durata e di estensione, c’è chi parla di giorni e chi di mesi per il coprifuoco, c’è chi dice che sarà infettata più della metà della popolazione e chi dà numeri ristretti ad alcune decine di migliaia.

Il picco, anche agli occhi di scienziati e virologi si sposta come un cursore impazzito, ogni giorno e a ogni notizia, e così le aspettative di contagio, il boom annunciato al sud e a Roma oppure no, resta inarrivabile il primato tragico della Lombardia. Il bla-bla intorno al covid-19 non dà più informazione, semmai più confusione e apprensione, i pareri degli esperti oscillano tra le ovvie ripetizioni dei mantra igienici di massa a previsioni diametralmente opposte; certo, tiene alto il livello d’allarme e sollecita comportamenti prudenti, un tempo si sarebbe detto “da timorati di Dio”. Solo chi è in prima linea, negli ospedali più assaltati, per esempio tra Bergamo e Brescia, non fa previsioni, ci racconta solo l’inferno dal vivo e a volte dal morto. Senza dire del mistero su come lascerà stremati l’Italia, l’Europa e il mondo; ma questo rientra già nelle incognite di ogni futuro.

Insomma, è strano: viviamo nella società globale dominata dalla scienza, dalla programmazione tecnologica, dall’informazione e dai social, dai business plane e dalla democrazia elettronica eppure navighiamo a fari spenti nella notte, è incomprensibile quel che è accaduto, perché è accaduto, che trafila segue il contagio, se non i misteriosi capricci del caso. Ed è incomprensibile e incontrollabile quel che accade e come rimediare, oltre la profilassi certa, antica e puerile, come lavarsi le mani o isolarsi tutti da tutti, in casa o nei confini.

Tutto è avvolto nel Mistero. Esattamente come davanti alla peste e al colera dei secoli scorsi, esattamente come i terrori dell’Anno Mille, e di qualche altra annunciata fine del mondo. Di fronte al Mistero, alla Paura e alla Restrizione, pur vivendo in una società sofisticata reagiamo come bambini, anzi veniamo incoraggiati a comportarci come bambini: cantiamo la canzone dal balcone, sventoliamo la bandiera, facciamo il meritato applauso al personale sanitario. Battiam battiam le mani evviva il Direttor. O ci mandiamo video, vignette e battute per giocare col Mostro, per esorcizzare il Mammone.

Certo ogni tanto ti arriva il video di Quello-che-ha-Capito-Tutto, quello che sa ciò che tutti gli altri ignorano, o che dice la Verità perché lui è libero, non è pagato da nessuno, non dipende da una struttura sanitaria, da un potere, dalla stampa. Quindi può sparare profezie (o chiamatele in altro modo) all’impazzata. Lui sa, lui ha intuìto, e te lo spiega. E di solito niente è come appare. In tanti abbiamo fame di ascoltare favole, qualcuno anche di narrarle.

La realtà è che brancoliamo nel Mistero né più né meno che nell’antichità. Non sappiamo nulla più di quanto sapessero i nostri antenati, quelli che si rivolgevano ai santi e alle madonne, o peggio agli stregoni e alle megere, per proteggersi dal male. A quelli che compivano riti per scacciare il male. Lo facciamo anche noi, per esempio, col rito scaramantico Tutto andrà bene. Ma sì, facciamo tutto quel che serve a farci stare meglio, anche il corno e il ferro di cavallo.

Ma non eravamo una società ad alta tecnologia che derideva il ricorso alla religione e al fato, che programmava tutto e si affidava solo alla scienza e al calcolo? Stiamo da un mese a litigare sulle mascherine, il tampone e l’amuchina; ammazza l’industrializzazione, la velocizzazione, la stampante 3d, il mercato… Di fronte al pericolo torniamo nelle caverne. Siamo primitivi in case accessoriate, aborigeni con lo smartphone. Siamo iper-dotati sul piano sanitario e iper-cablati ma disarmati quando passiamo a chiederci perché accade, come rispondere, in che modo evitare, arginare. Vince il caso, più la strana sensazione di vivere nella trama di un fanta-romanzo. Vediamo tutto quel che succede nel mondo in diretta a casa nostra, ma non abbiamo il senso degli avvenimenti esattamente come cento, mille, diecimila anni fa. Mistero batte Progresso e noi dentro un film da incubo.

MV, La Verità 18 marzo 2020

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Il mistero del virus

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