Monsignor Carlo Maria Viganò Ecco errori ed equivoci di “Fratelli tutti”

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(di Aldo Maria Valli)
Cari amici di Duc in altum, a integrazione di quanto già scritto a caldo, su sollecitazione di LifeSiteNews monsignor Carlo Maria Viganò critica in modo molto chiaro alcune affermazioni dell’enciclica Fratelli tutti che sembrano promuovere l’indifferentismo religioso e, di conseguenza, rendere inutile l’opera di evangelizzazione.

Il documento, sottolinea l’arcivescovo, è intessuto di dichiarazioni equivoche e segnato da una mancanza di chiarezza che ancora una volta non può che confondere i fedeli.

Di seguito le parti dell’enciclica che LifeSiteNews ha posto all’attenzione dell’arcivescovo e i commenti di monsignor Viganò.

***

274. A partire dalla nostra esperienza di fede e dalla sapienza che si è andata accumulando nel corso dei secoli, imparando anche da molte nostre debolezze e cadute, come credenti delle diverse religioni sappiamo che rendere presente Dio è un bene per le nostre società.

La proposizione «Come credenti delle diverse religioni sappiamo che rendere presente Dio è un bene per le nostre società» è volutamente equivoca: «rendere presente Dio» non significa nulla in senso stretto (Dio è presente di per Sé). In senso lato, se si intende «rendere presente Dio tramite la presenza di una o più religioni» in antitesi all’«allontanamento dai valori religiosi» di cui al punto 275 come pare suggerire il testo, la proposizione è erronea ed eretica, perché pone sullo stesso piano la divina Rivelazione del Dio vivo e vero con le “prostituzioni”, come la Sacra Scrittura chiama le false religioni. Sostenere che la presenza delle false religioni sia «un bene per le nostre società» è altrettanto eretico, perché non solo offende la Maestà di Dio, ma giunge a legittimare l’azione dei dissidenti, attribuendole un merito anziché la responsabilità nella dannazione delle anime e per le guerre di religione mosse contro la Chiesa di Cristo da eretici, maomettani e idolatri. Questo passo è inoltre offensivo perché implica surrettiziamente che questo «bene per le nostre società» sia stato genericamente acquisito «imparando anche da molte nostre debolezze e cadute», mentre in realtà le «debolezze e cadute» sono attribuibili alle sette e solo indirettamente e per accidens agli uomini di Chiesa.

Faccio infine notare che l’indifferentismo implicitamente promosso nel testo di Fratelli tutti, nel quale si definisce «un bene per le nostre società» la presenza di qualsiasi religione e non «la libertà e l’esaltazione di Santa Madre Chiesa», nega di fatto i diritti sovrani di Gesù Cristo, Re e Signore dei singoli, delle società e delle nazioni. Pio XI, nell’immortale Enciclica Quas primas, proclama: «Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni “Principe dei Re della terra” (Ap 1, 5), porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica “scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti” (Ap 19, 16). Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale (Eb 1, 1), è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici (1Cor 15, 25)»[1]. E poiché i nemici di Dio non possono essere nostri amici, la fratellanza dei popoli contro Dio è non solo ontologicamente impossibile, ma teologicamente blasfema.


277. La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». (Dich. Nostra aetate, 2)

Il riferimento al documento conciliare Nostra aetate è la conferma del nesso ideologico del pensiero ereticale bergogliano con le premesse poste dal Vaticano II. Nelle false religioni non vi è nulla di vero e santo “ex se”, dal momento che gli eventuali elementi di verità che esse possono conservare sono comunque usurpati, e utilizzati per celare l’errore e renderlo più dannoso. Nessun rispetto può esser accordato alle false religioni, i cui precetti e le cui dottrine vanno rigettati e respinti integralmente. Se poi tra questi elementi di verità e santità Bergoglio vuole includere ad esempio il concetto di un Dio unico che dovrebbe avvicinare i Cattolici a quanti professano una religione monoteistica, andrebbe chiarito che vi è una differenza sostanziale ed ineludibile tra il vero Dio Uno e Trino e il dio misericordioso dei Maomettani.

277. Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo.

L’unica fonte cui sia possibile abbeverarsi è Nostro Signore Gesù Cristo, per il tramite dell’unica Chiesa che Egli ha istituito per la salvezza delle anime. Chi cerca di dissetarsi ad altre fonti, non placa la propria sete e quasi certamente si avvelena. È inoltre discutibile che il concetto eterodosso di dignità umana e di fraternità di cui parla “Fratelli Tutti” possa esser trovato nel Vangelo, che anzi contraddice palesemente questa visione orizzontale, immanentista e indifferentista teorizzata da Bergoglio. Infine, la precisazione «per noi» è fuorviante, perché relativizza ad un personale modo di vedere le cose l’oggettività del messaggio evangelico e conseguentemente lo destituisce della sua autorità, che nasce dall’origine divina e soprannaturale della Sacra Scrittura.

279. […] C’è un diritto umano fondamentale che non va dimenticato nel cammino della fraternità e della pace: è la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni.

La libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni non è un diritto umano, ma un abuso privo di qualsiasi fondamento teologico ed ancor prima filosofico e logico. Questo concetto di libertà religiosa – che sostituisce la libertà dell’unica Religione, la “libertà della Religione Cattolica all’esercizio della propria missione” e la “libertà del fedele di aderire alla Chiesa Cattolica senza impedimenti dallo Stato” con la licenza di aderire a qualsiasi credo, a prescindere dalla sua credibilità e credendità (che si deve credere) – è eretico ed inconciliabile con la dottrina immutabile della Chiesa. L’essere umano non ha alcun diritto all’errore: la libertà dalla coercizione magistralmente spiegata da Leone XIII nell’Enciclica Libertas praestantissimum non fa venir meno l’obbligo morale di aderire liberamente solo al bene, poiché dalla libertà di questo atto dipende la sua moralità, ossia la sua capacità di meritare il premio o il castigo. Lo Stato può tollerare l’errore, in determinate situazioni, ma non potrà mai legittimamente porre l’errore sullo stesso piano della verità, né considerare equivalenti o ininfluenti tutte le religioni: l’indifferentismo religioso è condannato dal Magistero, così come il relativismo religioso. La Chiesa ha la missione di convertire le anime alla vera Fede, strappandole dalle tenebre dell’errore e del vizio. Teorizzare un presunto diritto all’errore e alla sua diffusione è inoltre un’offesa a Dio e un tradimento dell’autorità vicaria dei Sacri Pastori, che questa devono esercitare per lo scopo per il quale essa è stata istituita, e non per diffondere l’errore e screditare la Chiesa di Cristo. È inaudito che il Vicario di Cristo (dimenticavo: Bergoglio ha rinunciato a questo titolo!) possa riconoscere alle false religioni un qualche diritto, dal momento che la Chiesa è Sposa dell’Agnello, e sarebbe blasfemo solo pensare che Nostro Signore possa avere più spose.
281. «Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore. E l’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia. E se è ateo, è lo stesso amore. Quando arriverà l’ultimo giorno e ci sarà sulla terra la luce sufficiente per poter vedere le cose come sono, avremo parecchie sorprese!» (Dal film Papa Francesco. Un uomo di parola. La speranza è un messaggio universale, di Wim Wenders, 2018)

L’uso di espressioni ad effetto prive di chiarezza di significato è uno dei modi cui ricorrono i Novatori per insinuare errori senza formularli chiaramente. La proposizione «Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» può essere tutt’al più una espressione commovente, ma priva di un qualche valore dottrinale. Induce anzi a credere che in Dio conoscenza e amore siano dissociati, che l’amore di Dio sia cieco e che di conseguenza l’orientamento delle nostre azioni non abbia alcun valore ai Suoi occhi.

La proposizione «l’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, di qualunque religione sia» è gravemente equivoca ed ingannevole, più insidiosa di un’eresia palese. Essa induce a credere che la libera risposta e l’adesione dell’uomo all’amore di Dio sia irrilevante rispetto al suo destino eterno.

Nell’ordine naturale, Dio crea ogni persona con un atto di amore gratuito: l’amore di Dio si estende a tutte le sue creature. Ma ogni persona umana è creata in vista dell’adozione filiale e della gloria eterna. Dio concede ad ogni persona le grazie soprannaturali necessarie perché possa conoscerLo, amarLo, servirLo, obbedire alla Sua legge inscritta nel suo cuore e giungere ad abbracciare la Fede.

Nell’ordine soprannaturale, l’amore di Dio nei confronti di una persona è proporzionale al suo stato di Grazia, ossia alla misura in cui quest’anima corrisponde al Dono di Dio mediante la Fede e le opere, meritando il premio eterno. Nei piani della Provvidenza l’amore verso il peccatore – ivi compreso l’eretico, il pagano e l’ateo – può concretizzarsi nella concessione di maggiori grazie che tocchino il suo cuore e lo portino al pentimento e all’adesione alla vera Fede.

«Quando arriverà l’ultimo giorno e ci sarà sulla terra la luce sufficiente per poter vedere le cose come sono, avremo parecchie sorprese»: questa proposizione insinua che quello che la Chiesa insegna possa in qualche modo esser smentito nel giorno del Giudizio Universale. Tra coloro che avranno «parecchie sorprese» ci saranno in realtà quanti credono di poter adulterare la Fede e la Morale con i farneticamenti dei Modernisti e l’adesione alle ideologie perverse del secolo, e si vedrà che quello che la Chiesa ha sempre predicato e che l’anti-chiesa ostinatamente nega corrisponde esattamente a quanto Nostro Signore ha insegnato agli Apostoli.

+ Carlo Maria Viganò

DA

https://intuajustitia.blogspot.com/2020/10/monsignor-carlo-maria-vigano-ecco.html?m=1

Perché tanti incompetenti diventano leader?

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Un libro di Chamorro-Premuzic analizza il fenomeno del rapporto tra competenza e leadership e punta il dito sui processi di selezione: «Premiano le qualità sbagliate»

Politici impreparati. Ministri privi di un curriculum all’altezza del ruolo. Boiardi che passano con disinvoltura da un incarico all’altro, senza conoscere neppure uno dei delicatissimi settori cui di volta in volta sono preposti. Dirigenti che rendono la vita impossibile a decine e decine di loro sottoposti, ostacolandone produttività e carriera… Se il nostro giudizio non fosse offuscato dai demoni del politicamente corretto, se un velo d’ipocrita perbenismo non c’impedisse di cogliere il reale volto delle cose, non faticheremmo molto a riconoscere che è proprio questo – la presenza di tanti incompetenti in posizione di comando – il vero demone che da anni ha preso in ostaggio il futuro del nostro paese. Lo certificano i dati. In uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, «i rispondenti hanno valutato positivamente appena il 26 per cento dei loro capi». Stesso dicasi per i governi e i capi di stato: «circa il 60 per cento delle persone nel mondo ritengono che il loro paese sia sulla strada sbagliata, per colpa dei loro leader».

Prendiamo l’Argentina. Un secolo fa «era non solo la terra delle opportunità ma anche uno dei paesi più ricchi del mondo, con un PIL pro capite più alto di quello della Francia e della Germania. Eppure da allora l’Argentina è stata in costante declino, qualificandosi come uno dei pochi paesi del mondo in permanente moto retrogrado. La ragione principale? Un cattivo leader dopo l’altro».

Se dai governi passiamo al mondo del lavoro, il quadro non cambia: lo scarso impegno, la perdita di entusiasmo generata da leader intrattabili, incapaci e pieni di sé si traducono «in una perdita di produttività annua di circa 500 miliardi di dollari». A questo bisogna aggiungere che il 75 per cento delle persone che abbandonano la propria occupazione lo fa proprio a causa dell’ansia, della frustrazione generata da superiori mediocri, arroganti che creano problemi invece di risolverli; un fenomeno, questo del turnover, che comporta anch’esso una perdita stimata tra il 10 e il 30 per cento del monte salari annuo.

Eppure, a guardarsi intorno, ce ne sarebbero di persone competenti, esperte, adatte a guidare governi, imprese e istituzioni: perché costoro siedono in panchina, mentre tanti mediocri s’issano baldanzosi in plancia di comando? La colpa, spiega Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University (Perché tanti uomini incompetenti diventano Leader? Egea, pp. 188, € 25), è tutta da imputare all’inadeguatezza dei processi di selezione. «Quando gli uomini vengono selezionati per occupare posizione di vertice – spiega l’esperto di talent management – gli stessi aspetti che consentirebbero di predire il loro fallimento sono comunemente scambiati per indicatori di potenziale o di talento per la leadership e, come tali, persino esaltati». Ad esempio, «caratteristiche come l’eccessiva fiducia in sé stessi e il narcisismo dovrebbero essere interpretate come segnali di pericolo. Invece, ci spingono a dire: “Ah, che tipo carismatico! Ha la stoffa del leader”».

Insomma, i nostri sistemi di selezione esaltano «le caratteristiche del maschio alfa e cioè il protagonismo rispetto all’umiltà, l’estroversione rispetto alla sobrietà, la voce grossa rispetto all’understatement, l’azzardo rispetto alla saggezza». Il problema? Queste caratteristiche, se sono utili a imporsi come leader, sono del tutto inadatte per guidare un paese, un’impresa o una comunità di persone.

Prendiamo il caso di Justine, una persona reale ma con falso nome, la cui vicenda è esemplificativamente rievocata da Chamorro-Premuzic proprio per illustrare le tante distorsioni che insidiano i nostri sistemi di selezione: «(Justine) è un’esperta contabile belga brillante e curiosa, che ha passato gli ultimi quindici anni lavorando come responsabile finanziario di una grande organizzazione non governativa. Benché si sia prodigata costantemente al di là delle aspettative e sia vista dal suo capo come uno degli elementi più preziosi del team, raramente promuove sé stessa…preferisce concentrarsi sul proprio lavoro…lasciando che i risultati parlino da soli».

Purtroppo, quella adottata da Justine, è una strategia di assai dubbia efficacia in un mondo come quello delle progressioni di carriera, le cui ruote girano completamente all’incontrario rispetto a ciò che il buon senso (e le evidenze empiriche) imporrebbero: «Justine ha visto molti dei suoi colleghi passarle davanti, anche quando non sono in gamba come lei, ma, grazie alla sicurezza di sé e alla loro assertività, trasmettono l’impressione di essere non solo più competenti, ma anche più motivati e dotati delle attitudini tipiche del leader. E poiché possono continuare a fare affidamento su persone come Justine per mandare avanti la baracca, la loro incompetenza è spesso mascherata dal contributo silenzioso ma efficace di una Justine».

La cui vicenda ci consente di chiamare in causa il primo dei false friends dei processi di selezione: la sicurezza in sé, un attributo che molto spesso i cacciatori di teste e i selezionatori associano alla competenza e al potenziale di leadership. Eppure, evidenzia Chamorro-Premuzic, tra i due attributi (sicurezza di sé e competenza) non vi è alcuna correlazione. Al contrario, centinaia di studi hanno empiricamente documentato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

Tradotto: la maggior parte degli individui tende a sovrastimare i propri talenti; e paradossalmente quelli che eccellono in questa pratica (aprendosi così numerose prospettive di carriera) sono proprio gli individui meno preparati. In fondo, chi sa è consapevole della limitatezza del sapere e per questo è in grado di riconoscere i propri limiti; al contrario, chi non sa (o sa poco) ritiene di sapere tutto e per questo si culla in una sicumera del tutto disfunzionale e fuori luogo. Il problema? Stante la distorsione dei nostri processi di selezione, molto spesso accade che i capi che ostentano maggiore sicurezza (e incompetenza) siano preferiti a quelli più competenti, umili e laboriosi che, proprio a causa di questi attributi, appaiono più cauti e insicuri agli occhi dei selezionatori. In tempi non sospetti lo aveva già evidenziato Bertrand Russell: «la causa fondamentale del disastro è che nel mondo moderno gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

La stessa cosa vale per il carisma, altro falso amico dei procacciatori di talenti. In molti pensano che questa caratteristica sia un ingrediente essenziale per una leadership di valore. Eppure, anche in questo caso, le evidenze empiriche ci dicono tutt’altro; ci dicono che i leader più efficaci, in politica come nel mondo delle imprese, non sono quelli più carismatici, ma quelli dotati di perseveranza e modestia, che approcciano la realtà in modo umile e sono pronti ad ammettere i propri errori.

Insomma, come Chamorro-Premuzic evidenzia a più riprese nel suo libro, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere» (competenza e onestà). Ne deriva che se vogliamo far emergere dei buoni leader, cioè dei leader esperti, emotivamente stabili, consapevoli dei propri limiti e dotati di una buona dose di umiltà ed empatia, dobbiamo profondamente ripensare gli attuali criteri di selezione, poiché sono proprio quest’ultimi, per come sono oggi strutturati, a escludere, in modo del tutto distorto, tutti coloro (in particolare le donne) che invece avrebbero le caratteristiche adatte per essere un buon leader.

Ci riusciremo? Qualche dubbio è lecito nutrirlo. Spesso infatti i leader, più sono mediocri e incompetenti, più tendono a circondarsi, quando sono al potere, di persone mediocri e incompetenti; tendono, cioè, a creare un ambiente tossico, in cui la mediocrità si autoperpetua proprio «come fanno i batteri e i parassiti negli ambienti inquinati e contaminati».

DA

https://www.lastampa.it/cultura/2020/09/28/news/perche-tanti-incompetenti-diventano-leader-1.39359195?fbclid=IwAR32onISZNH-09SsOISNPph0RETLF6gcxi7nJX6aBZcinKfcuV0vcgUauls

La decisione di Trump che cambierà il mondo

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QUINTA COLONNA

Segnalazione di BastaBugie

Con la cattolica Amy Coney Barrett alla Corte Suprema l’aborto ha le ore contate (VIDEO: Trump nomina Amy Coney Barrett)
di Ermes Dovico

Dopo giorni di pronostici e indiscrezioni, adesso c’è la certezza: Donald Trump ha nominato Amy Coney Barrett come candidata a prendere il posto alla Corte Suprema lasciato libero dalla morte di Ruth Bader Ginsburg. La nomina, la terza di questo tipo in appena quattro anni di mandato per Trump, è stata ufficializzata dal presidente americano alle 17 di ieri a Washington (le 23 in Italia), in una cerimonia breve ma di grande significato.
Trump ha sottolineato le grandi «credenziali» della Barrett, attestate dal suo eccellente curriculum, e in particolare la sua «lealtà alla Costituzione». Davanti alla famiglia della giudice, ha detto che Amy è una «madre profondamente devota», che ha «un incredibile legame con il suo figlio più piccolo, con la sindrome di Down». Ne ha quindi ringraziato i sette figli (due adottati ad Haiti), chiamandoli per nome, «per aver condiviso la vostra mamma con il Paese», dove la Barrett contribuirà a difendere la «giustizia», la «libertà religiosa», la «sicurezza».
Amy, tenendo un atteggiamento umile, ha promesso dal canto suo di dare il meglio di sé, «se il Senato mi confermerà». E ha aggiunto: «Io amo gli Stati Uniti e la Costituzione americana». Si è soffermata nel ricordo della Ginsburg e nell’amicizia che questa aveva con il giudice Antonin Scalia, nonostante le idee agli antipodi (pro aborto la prima, pro vita il secondo). Ha quindi richiamato la propria esperienza professionale nell’ufficio dello stesso Scalia, da cui ha imparato una lezione fondamentale: «Un giudice deve applicare la legge com’è scritta», perché «un giudice non è un legislatore». Anche lei ha chiamato i suoi figli uno per uno, ha poi ringraziato il marito Jesse per il suo supporto fondamentale ed espresso gratitudine ai genitori. A conclusione dell’evento, la foto di Donald e Melania con la famiglia Barrett. A giudicare dalle premesse, è quello che si direbbe un buon inizio, con tanto di dichiarazioni programmatiche.

LA GIOIA DEL MOVIMENTO PRO LIFE
Le previsioni, dunque, sono state rispettate, per la gioia del movimento pro life – che vedeva in Amy Coney Barrett la migliore candidata alla Corte Suprema – e il disappunto, per usare un eufemismo, dei gruppi abortisti che hanno fatto di tutto per gettare discredito su di lei. E non si tratta solo di una storia di questi giorni, ma di un pregiudizio che viene alimentato da anni.
Ricordiamo quanto avvenuto nel 2017, quando iniziò il suo lavoro come giudice federale alla Corte d’Appello per il Settimo Circuito (che interessa i tribunali di Illinois, Indiana e Wisconsin). Proprio in quell’anno, dopo essere stata nominata da Trump, divenne famosa anche fuori dai confini americani per una frase che la senatrice democratica di lungo corso Dianne Feinstein le rivolse durante l’udienza di conferma della nomina: «Il dogma vive con forza dentro di lei, e questo è preoccupante». La nomina fu poi confermata con un voto di 55-43.
Si è già accennato al tirocinio (dal 1998 al 1999) che la Barrett fece nell’ufficio del giudice di Corte Suprema, Antonin Scalia, ritenuto uno dei massimi esponenti dell’originalismo. In quel periodo si guadagnò dai suoi colleghi l’appellativo di “Conenator”, un gioco di parole tra il suo cognome da nubile e la sua capacità, come riporta il Chicago Tribune, di «distruggere argomenti legali inconsistenti». E la stessa Barrett, come risulta evidente anche dalle parole pronunciate ieri alla Casa Bianca, ha detto in passato di ispirarsi alla dottrina originalista, che intende interpretare la Costituzione nel significato originale di chi l’ha scritta.
Tra le altre esperienze professionali, vanno ricordati i diversi anni da docente universitaria in materie giuridiche alla Notre Dame Law School. Significativo è il discorso che la Barrett tenne nel 2006 davanti ai laureandi, in cui spiegò agli studenti che per distinguersi nel mondo quali laureati di un’università (cattolica) come la Notre Dame Law School avrebbero dovuto «sempre tenere a mente che la vostra carriera legale non è che un mezzo per arrivare a un fine», e «quel fine è costruire il regno di Dio».
Il nome di Amy Barrett figura tra quello delle donne cattoliche firmatarie di una lettera rivolta ai Padri del Sinodo sulla Famiglia del 2015. Nella missiva si ricordano la verità e bellezza degli insegnamenti della Chiesa sul «valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale», sulla «complementarità di uomini e donne», «sull’apertura alla vita e il dono della maternità; e sul matrimonio e la famiglia fondati sull’impegno indissolubile di un uomo e una donna».

PLANNED PARENTHOOD SUL PIEDE DI GUERRA
La Barrett è stata attaccata per la sua appartenenza a People of Praise. Sono stati ovviamente i media liberal americani (molti di loro, New York Times incluso, hanno tra l’altro fatto confusione con il nome di un altro gruppo, vedi qui) a dare il la al tentativo di screditarla, e quelli italiani hanno rilanciato parlando di «una sorta di setta» (La Repubblica) o anche di «oscura associazione religiosa» (Il Sole 24 Ore). Più semplicemente, come spiega il suo sito web, People of Praise è un gruppo carismatico che esiste dal 1971, riunisce cattolici (in prevalenza) e protestanti, e ha finalità ecumeniche. Dunque, il problema per i grandi giornali è questo gruppo – che al più può generare dibattito tra cristiani – o il fatto che una sua nota partecipante sia contro l’aborto?
A proposito, sono pochi i casi relativi all’aborto in cui è stata coinvolta nei tre anni da giudice federale. Il primo di questi, Planned Parenthood v. Commissioner, nel 2018, riguardava una legge dell’Indiana che chiedeva di seppellire o cremare i resti dei bambini abortiti. La Barrett votò nel senso di consentire allo stato dell’Indiana di difendere la sua legge nel corso di un’udienza con la corte al completo. Nello stesso senso votò in un altro caso, Planned Parenthood v. Box, nel 2019, quando il colosso abortista sfidò una legge dell’Indiana che richiedeva di informare i genitori prima di praticare l’aborto su una minore. In un terzo caso, Price v. City of Chicago, fu chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di una “zona cuscinetto” all’esterno delle strutture abortive, così come stabilita da un’ordinanza della città di Chicago. Anche la Barrett, all’unanimità con gli altri giudici, votò per mantenere l’ordinanza perché uguale a una legge del Colorado che era stata avallata dalla Corte Suprema in un precedente giudizio – giudizio che le corti di grado inferiore sono tenute a rispettare.
Tornando alla sua nomina alla Corte Suprema, ora la palla passa al Senato, dove i Repubblicani hanno una maggioranza di 53-47. Possono quindi permettersi di perdere fino a tre voti, con la consapevolezza che Mike Pence, da presidente dell’assemblea, farebbe, in caso di pareggio, da ago della bilancia.

Nota di BastaBugie
: Andrea Marinelli nell’articolo seguente dal titolo “Amy Coney Barrett: chi sono gli originalisti di cui fa parte la giudice nominata da Trump” spiega cos’è la corrente conservatrice che vuole interpretare la costituzione per come è stata scritta dai padri fondatori, a cui appartiene Amy Coney Barrett.
Ecco l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 27 settembre 2020:
Donald Trump ha nominato sabato sera Amy Coney Barrett per sostituire la giudice Ruth Bader Ginsburg, scomparsa venerdì 18 settembre a 87 anni. Ultraconservatrice, cattolica, «ACB» – così è stata già soprannominata – ha 48 anni ed è molto stimata da conservatori e progressisti, nonostante il partito democratico stia facendo muro contro la nomina, che sbilancerebbe a destra la Corte (con una maggioranza 6-3). Coney Barrett è però soprattutto una «originalista», ovvero parte di una corrente che interpreta la costituzione per come è stata scritta e intesa dai padri fondatori, quando la ratificarono il 21 giugno 1788. Secondo gli originalisti, il testo – entrato in vigore il 4 marzo 1789 – non dovrebbe essere interpretato secondo i tempi correnti e seguire quindi i cambiamenti della società americana, ma deve essere letto per come fu concepito dai firmatari. «Per un originalista», scrisse proprio Coney Barrett in un articolo pubblicato nel 2017 sulla Notre Dame Law Review, «il significato del testo è fisso, finché è rintracciabile».
Anche gli altri giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, si considerano originalisti. Proprio al momento della nomina di Kavanaugh,nel luglio 2018, il consigliere giuridico di Trump Leonard Leo, vicepresidente esecutivo della conservatrice Federalist Society, dichiarò a Fox News che il presidente seguiva «un movimento che vuole spingere la Corte verso un maggior originalismo. La legge – chiariva Leo – ha un significato ben preciso». Il movimento, dunque, è strettamente legato alla destra americana, ma è soprattutto un codice: per i repubblicani definisce un giudice «non attivista» di sinistra, per i progressisti uno «molto conservatore». Per i sostenitori è la forma più pura di interpretazione del testo, per i detrattori è una filosofia legata invece «al passato discriminatorio degli Stati Uniti». Come ha scritto però il Washington Post, la spiegazione è ben più complessa di queste definizioni che cadono lungo le linee dei due partiti.
«L’originalista originale», come lo ha definito tempo fa Quartz, è stato Antonin Scalia, giudice ultraconservatore nominato da Ronald Reagan nel 1986, che ha reso questo «approccio storico» un popolare argomento di discussione fra giuristi, politici e avvocati conservatori, ma anche fra i liberal. Nei suoi trent’anni di mandato, Scalia ha avuto una profonda influenza sulla Corte Suprema, sostenendo che la Costituzione fosse un testo «morto», non «vivo» e quindi interpretabile. […] Il termine è stato coniato all’inizio degli anni Ottanta dall’ex preside della Stanford Law School Paul Brest, che lo usava per definire una posizione che criticava, ma le origini del movimento sono rintracciabili in un articolo scritto dal giudice Robert Bork – nominato da Ronald Reagan alla Corte Suprema nel 1987, ma bocciato dal Senato – sull’Indiana Law Journal nel 1971. Da allora, l’originalismo si è evoluto: se inizialmente si focalizzava «sull’intento» dei costituenti, a partire negli anni Novanta si è concentrato sul testo così come era scritto, dando vita alla corrente del «testualismo», su cui si basa l’originalismo moderno.
Per i conservatori l’originalismo era soprattutto la risposta a quello che consideravano un attivismo progressista, un esercizio politico del potere giudiziario. […] Il contributo di Scalia all’originalismo ha però lasciato un segno profondo sulla Corte e sull’intero Paese, al punto che oggi quattro dei cinque giudici conservatori che già siedono nel massimo tribunale – gli altri sono Clarence Thomas e Samuel Alito – si definiscono così. L’unico conservatore a non seguire come «guida esclusiva» il significato originale della costituzione è il presidente della Corte John Roberts, quello che più spesso, in questi anni, ha votato con i giudici progressiti.

https://www.youtube.com/watch?v=IgV9gBxwF1U

ASCOLTA (leggo per te)

Titolo originale: Corte Suprema, Trump ha nominato Amy Barrett
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27-09-2020

La più bella battuta sull’Italia: “è un Paese serio”

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Ma davvero l’Italia di oggi è un modello di serietà per il mondo intero, come sostiene il presidente Mattarella nella stizzosa replica al premier britannico, conservatore e amante dell’Italia, Boris Johnson? Mattarella avrebbe potuto vantare l’ingegno italiano, la laboriosità di tanti suoi cittadini, la gloriosa civiltà su cui siamo seduti, la bellezza dei borghi, dei centri storici e della natura, il genio creativo dell’arte e della musica, gli eroi e i navigatori, Dante, le grandi scoperte scientifiche, il made in Italy, la fortuna che gli italiani hanno fatto nel mondo grazie alla loro bravura, la generosità e l’allegria del suo popolo e mille altre cose. Ma ritenere che il tratto distintivo dell’Italia sia, soprattutto oggi, la serietà significa ridicolizzare la difesa dell’Italia, non farsi prendere sul serio, continuare il filone tragicomico che è oggi al potere.

Ma si rende conto Mattarella che noi siamo l’unico paese al mondo in cui un governo contro Salvini e i suoi accoliti è guidato dalla stessa persona che guidava un governo fondato su Salvini e i suoi accoliti? Lo sa che, a differenza del premier britannico che ha fatto una lunga scalata tra prove di governo ed elettorali, il nostro premier è nato sotto un cavolo, l’ha portato amazon o la cicogna, già cellofanato con la pochette nel taschino, per governare il paese? Si rende conto Mattarella che lo stesso governo italiano, la stessa maggioranza nel parlamento italiano che aveva difeso e sostenuto il Ministro dell’Interno Salvini quando aveva fermato lo sbarco dei migranti sulle coste siciliane, dopo pochi mesi ha votato per processarlo e incriminarlo per lo stesso sbarco? E nessun garante istituzionale ha avuto nulla da dire su tutte queste storture… Continua a leggere

Il dramma del progresso è ai titoli di coda. Siamo giunti agli albori di una nuova civiltà?

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Fonte: Francesco Marotta

Nella tragedia greca, erano coinvolti uomini e dèi. Le vicende degli uomini e quelle degli dèi, erano intrecciate tra loro. Le vicende degli dèi, le virtù, la personalità, gli amori, i conflitti, i tradimenti, la fedeltà, i sentimenti, gli affetti etc., non erano dissimili da quelli degli uomini. Il relazionarsi degli uomini con le divinità non poteva essere inteso se non in senso verticale. Nella tragedia, le vicende narrate appartenevano al patrimonio culturale comune. Gli argomenti trattati, erano i valori ed i sentimenti condivisi: l’amore, l’odio, i contrasti esistenti tra la guerra e la pace, l’obbedienza al volere degli dèi, il compiersi del destino. La catastrofe veniva raffigurata come il distaccamento, l’abbandono del senso delle cose e l’inevitabile rovina, la morte, il progressivo aumento dei conflitti tra i protagonisti. Già, proprio così, progressivo. Presto torneremo sul discorso. Il protagonista/i della tragedia infrangeva il divieto divino, la causa della catastrofe, l’impensabile che concerne il superamento del limite che fu narrato anche in versi poetici: ristabilendone però, l’ordine spezzato, il significato, la sostanza e l’essenza della misura, alla struttura della tragedia.

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Questa celebre frase di Marx non può essere attribuita solo alla politica. Indubbiamente lo è ma concerne il dramma, le vicende moderne e l’azione scenica. Differentemente dalla tragedia, il dramma non viene raccontato come è consueto nella narrativa e nell’epica. Le vicende si svolgono attraverso i dialoghi e i conflitti dei personaggi che compongono il dramma in un intreccio tormentoso, straziante, pieno di angosce e di infausti presagi. La messa in scena di una catastrofe che ci riporta dritta ai giorni nostri. Precisamente, alla fine di un’epoca e degli assunti del progresso, come abbiamo detto alla messa in scena compulsiva, alla farsa dei postulati ideologici che ha caratterizzato quasi tutta la modernità. Continua a leggere

Non lo nego: 2+2 fa 5

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Quando eravamo piccoli e gli adulti ci propinavano la minestra, quella cattiva, o la zuppa, quella cattivissima, non c’era verso di farli ragionare. Perché non c’era verso di controbattere alla loro insuperabile obiezione: lo facevano per il nostro bene. E se lo facevano per il nostro bene, la minestra doveva diventare buona e la zuppa buonissima.

E se non riuscivamo ad ammetterlo – come invece riesce benissimo a recitare che 2 + 2 fa 5 il protagonista di 1984 di Orwell – allora dovevamo pensare ai “bambini che morivano di fame in Africa”. A noi sembrava irrazionale la cosa: non coglievamo il nesso tra la sbobba schifosa e le tragedie di un altro continente. Tra l’altro, sarebbe stato più logico spedirla a chi moriva di fame anziché imporla a chi di fame non ne aveva affatto, la fottuta pappetta.

Ma la manipolazione dei cervelli se ne frega della ragione. Prendete il Coronavirus e tutte le volte in cui gli “adulti e vaccinati” (si fa per dire) sono stati trattati da bimbi rincoglioniti. Promemoria senza pretesa di esaustività: hanno contato nei morti per Covid anche quelli deceduti per incidente stradale; hanno contato come morti per Covid anche persone che non sono morte di Covid; hanno sconsigliato di fare le autopsie che avrebbero permesso di individuare l’origine della malattia; hanno imposto di bruciare i morti per bruciare le prove (sulla vera causa dei decessi); Continua a leggere

Ma Andreotti non svelò mai un segreto

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Per decenni, stavo scrivendo per secoli, alla parola segreto era associato il volto reticente di Giulio Andreotti. Dicevi segreto e ti appariva davanti la sfinge andreottiana, i suoi occhi ridotti a una feritoia impenetrabile, dilatata e schermata dalle lenti; la sua bocca a forma di fessura, priva di labbra, appena sussurrante; le orecchie estroverse come protese a captare il minimo fruscio; la testa direttamente montata sulle spalle, per evitare ogni mobilità.

Era l’icona del silenzio, dell’omertà, degli arcana imperii o aracna imperi per alludere alla sua natura di ragno; o se preferite era l’immagine della riservatezza, della prudenza, della ragion di Stato. I segreti di Fatima impallidivano rispetto ai molteplici segreti serbati da Andreotti nel caveau della sua gibbosità, che era un po’ la sua scatola nera…

Vedere ora uscire un libro col titolo Diari segreti di Andreotti (ed. Solferino, a cura dei suoi figli) è come trovarsi di fronte a un ossimoro o a una brillante burla nei confronti del lettore, sapendo che la promessa del titolo non sarà certamente mantenuta. Ancora più beffarda è la periodizzazione del Diario, tra il 1979 e il 1989: se ci sono due periodi particolarmente intriganti e zeppi di misteri, che investono Andreotti, sono prima e dopo quel decennio. Vale a dire l’affaire Moro del ’78 e tutte le convulsioni del mondo politico e delle istituzioni in quella fase rimasta ancora indecifrata. E poi le turbolenze seguite alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, tra giudici ammazzati, Mani pulite, lotta senza quartiere per il Quirinale, crollo della prima repubblica.

Già in passato ci era capitato di leggere i ritratti di Andreotti in Visti da vicino: chissà quante storie avrebbe potuto raccontare Andreotti di quei protagonisti della scena nazionale e mondiale. E invece quei ritratti erano poveri di fatti, evasivi e minimalisti, scialbi e anche un po’ sciatti nella prosa, neanche narrati in modo brillante, smentendo la fama ironica e spiritosa di Andreotti. Insomma non c’era il tragico, non c’era lo storico, non c’era neanche il grottesco di quei personaggi. La stessa cosa vale per questo Diario, dove ben pochi sono gli episodi e i retroscena raccontati. Eppure Andreotti è stato per decenni un crocevia importante, testimone e protagonista di primo piano su tre versanti: nazionale, internazionale e vaticano. E su tre terreni minati: la mafia, il terrorismo, i servizi deviati… Per non parlare dei servizi segreti internazionali, le pressioni americane, i rapporti col mondo sovietico, i golpe e le rivolte. Per uno come Andreotti che è stato più volte presidente del consiglio e ministro degli esteri, che è stato il ponte privilegiato con la curia romana, lui che aveva le chiavi del deep state, è davvero beffardo parlare ora di segreti svelati…

Così come è leggendaria la storia che sarebbe stato Leo Longanesi, quando Andreotti non era ancora Andreotti, a suggerirgli di scrivere un diario. Conoscendo Andreotti e sapendo quanto abbiano contato i suoi archivi, non aveva certo bisogno del consiglio di Longanesi di tenere un diario; e lo stesso Longanesi magari non dava uno spassionato suggerimento a un nuovo politico, ma chiedeva di annotare notizie utili da passargli sottobanco…

La sua dimestichezza col segreto ha da un verso alimentato le leggende nere e diaboliche più contorte e fantasiose, fino a fare di lui il Capo Segreto della Cupola mafiosa. E dall’altro verso ha generato la fama della sua invincibile immortalità, della sua indistruttibile corazza politica. In ogni caso, si riconosceva ad Andreotti la statura del grande politico, dell’uomo di stato. Privo di sentimenti, pulsioni sessuali, emozioni private. Nessuno più di lui ha rappresentato nell’immaginario collettivo il potere, il suo cinismo inespugnabile. E più gigantesca appare oggi la sua ombra curva che si allunga nel paragone con la classe politica e governativa attuale.

Il mistero di Andreotti resta irrisolto, ma il giudizio politico e storico sul suo ruolo e la sua incidenza forse possiamo darlo: Andreotti governò l’Italia come se fosse lo Stato Pontificio, tenendola al riparo da ogni cambiamento storico, da ogni disegno ideale, da ogni progetto, ambizione e aspirazione alla grandezza. Fu il leader della manutenzione, per dirla ancora con Longanesi, o delle vacanze dalla storia, per citare Giano Accame. Fu lo statista dello status quo perpetuo, portatore di un conservatorismo mimetico, duttile, avvolgente che si nega pure come conservatore. Fu clericale più che cattolico, e cattolico più che cristiano. Fu cardinalizio prima che papalino, curiale più che credente, figlio di Santa Romanesca Chiesa, come la definiva il cardinale Ottaviani. Andreotti fu lo spirito pratico della Democrazia Cristiana, ben oltre le velleità dei professorini, i Dossetti, i Fanfani e i Moro, che invece coltivavano una certa idea della politica o dell’Italia. Non c’era in lui nemmeno lo Statista delle grandi opere, come De Gasperi, semmai lo statista della Lunga Conservazione.

Per restare al potere bisogna coltivare tre virtù: l’attenzione ai minimi dettagli, con la relativa cura nel somministrare notizie, archivi e rapporti; la disponibilità al compromesso, senza mai stravincere ma concedere qualcosa all’avversario; e la potenza del non-detto, la capacità di sapere senza mai dire tutto, magari a volte anche bluffando. Andreotti in quest’arte una e trina fu mago eccelso. Ma come ogni vero alchimista, il segreto era la premessa fondamentale. I veri segreti Andreotti se li è portati nella tomba. Onorò i sacramenti, eccetto la confessione.

MV, Panorama n.37 (2020)

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Ma Andreotti non svelò mai un segreto

Il luposordo, la gattamorta e i tartari

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Da varie settimane, col favore delle ferie, le massime cariche dello stato sono passate alla semi-clandestinità. Pur conservando una parvenza di impegno, sono rimasti defilati dalla scena pubblica, hanno detto poco, annunciato meno, usando pantofole felpate per non far sentire i loro passi. Dopo tanto protagonismo, dopo un programma televisivo a puntate, One-man-Show di svariati mesi, in cui il presidente-presentatore Giuseppe Conte scopriva un talento al giorno (sempre se stesso) e si premiava, il Premier della Supercazzola ha pensato di sparire e manovrare sotto traccia. Ha scelto la strada di Mattarella, il ghosting o arte di dileguarsi. I due hanno composto una vecchia coppia antropologica assai nota al sud, di cui i due sono figli: il Luposordo e la Gattamorta. A Conte il ruolo di Luposordo, a Mattarella quello di Gattamorta. Al sud dicesi lupo sordo (lup surd nel lessico pugliese) una persona grigia e appartata che fa le cose a latere. L’uso della mascherina rende ancora più sordido il premier, che almeno per un breve periodo ha pensato di non figurare nel suo abituale ruolo di istrione, leader accentratore, egoarca. Giuseppe III dopo Silvio I e Matteo II. Il lupo sordo, nonostante il nome, non ha problemi uditivi, non azzanna le pecore benché feroce, è la contrazione di sordido; è uno che zitto zitto, sotto sotto, solo solo, e come diceva Totò, tomo tomo cacchio cacchio si fa gli affari suoi.

Rappresentazione speculare del luposordo a sud è la gattamorta, che ne ricalca i tratti in versione felina, a volte figura femminile, ma non solo. La gattamorta, anche lei sotto sotto, mansueta e sorridente, mosciarella mosciarella, sotto la parvenza di cerimoniose fusa e di compunta presenza in salotto, cerca di perseguire i suoi piani che solitamente sono strettamente personali e non dichiarati. La gattamorta di solito nasconde dietro l’alone cortese desideri o ambizioni indecenti. Così viviamo da giorni tra toni bassi, stile catatonico, sguardo tendente verso il pavimento, grigiore come messaggio cromatico-politico, sobrietà fino alla trasparenza e alla narcosi. Devono essere da sala di rianimazione i colloqui tra i due presidenti in questa fase. Lunghi silenzi, timidi sguardi, velate minacce, tacite intese. Occhi di luposordo che incrociano smorfie di gattamorta.

La ripartizione dei ruoli e l’analogia degli stili sarebbe una pura annotazione di costume se non fossimo alla vigilia di una situazione speciale che per taluni sarà una vera e propria catastrofe: come sarà la ripresa in un Paese che ha rimandato tutto al domani, salvo pannicelli caldi, raccomandazioni sanitarie e svagate promesse di ricostruzione. Tutto traballa e vive in apnea, tutto è sospeso e congelato, per rinviare lo show-down: la sanità e la scuola, le elezioni e le coalizioni, i flussi migratori e gli scambi con gli altri paesi, i trasporti pubblici e la ripresa della produzione, i chiarimenti tra gli alleati, le strategie, i conflitti di potere e di egemonia; e poi la tentazione di ripristinare il regime sanitario, di rimettere sotto sorveglianza il paese, in una specie di totalitarismo della salute.

Tutto balla e tutto può succedere: potremmo entrare in settembre in un modo e uscirne traumaticamente in altro modo. Stiamo tutti sulle mura della Fortezza Bastiani, a scrutare il deserto dei tartari, come il tenente Drogo del romanzo di Dino Buzzati. Ma non sappiamo bene da che parte arriveranno i tartari, con che sembianze, chi di preciso saranno. Se saranno agenti patogeni, folle rabbiose, portatori di virus, latori o vittime di sciagure, orde di fanatici o nemici venuti da lontano. Sappiamo solo che il presente governo nacque sulla paura del voto e resse sulla paura del virus. Ha campato sulla malattia e la sua profilassi, o meglio sulle restrizioni e i terrori che la malattia ha innescato nel paese. Nei libri di storia il premier resterà come Giuseppe Contagio; è la pandemia che gli ha dato i poteri e i consensi che gli mancavano in partenza, eccetto il voto parlamentare di autoconservazione. Deve accendere un cero al covid, miracolato dal virus.

Ma la gravità della situazione è al quadrato: ci troviamo al cospetto di una gigantesca transizione in cui il governo, i suoi leader, la sua alleanza sono vistosamente inadeguati e navigano a vista, senza alcun disegno se non quello di sopravvivenza personale. Ma per la stessa gravità della situazione è temerario pensare che qualcuno voglia prenderne il posto in questo momento e tirare le castagne dal fuoco, ormai carbonizzate.

Chi se la prende la croce di gestire le mancate promesse e l’assenza di piani dell’attuale governo? Chi se la prende la responsabilità di rispondere alle infinite aspettative, pubbliche e private, generali e personali, che il governo in questo sciagurato semestre ha alimentato spostando i fallimenti presenti sulle radiose speranze future? E chi sosterrebbe oggi un governo di autorevole transizione, quello che di solito si evoca col nome salvifico di Mago Draghi, facendo saltare il governo presente? Ci potrebbe mai stare una figura come lui, in un sistema così fragile, volubile e perverso di alleanze a geometria variabile e psicopatia diffusa, sapendo l’alto rischio di bruciarsi come le castagne sul fuoco? Certo, sarebbe più ragionevole il voto, ma siamo sicuri che sia proprio quello che in questo momento vogliono gli stessi possibili vincitori dell’eventuale consultazione politica? In realtà tutti aspettano la vendemmia di settembre per vedere di nascosto l’effetto che fa. Ho l’impressione che di lupisordi e gattemorte sia nutrito il panorama, non solo interno.

L’unica ardente speranza è che i lupisordi e le gattemorte presenti e future consegnino il paziente ancora vivo a coloro che verranno dopo, magari con piena e regolare legittimazione popolare.

MV, La Verità 2 settembre 2020

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Il luposordo, la gattamorta e i tartari

I diari segreti di Andreotti

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Politica “alta”, internazionale e nazionale, insieme ad un caleidoscopio di personaggi e personalità leggendari: Gorbaciov, Madre Teresa, Reagan, Arafat ma anche un vero giallo, per le fotografie rubate nella piscina di Castel Gandolfo di Papa Wojtyla che strizza il costume dopo una nuotata. Questo e tanto altro ancora ti fa immergere nella storia, come in una avvincente serie televisiva che si vorrebbe non finisse mai. Sono I diari segreti di Giulio Andreotti del periodo 1979-1989, curati con rigore assoluto dai figli Serena e Stefano. La raccolta sarà in libreria a partire dal 27 agosto (Solferino Editore). Qualche anno dopo la scomparsa di Andreotti i diari sono stati ritrovati quasi per caso, migliaia di appunti annotati giorno per giorno su agende o fogli sparsi, seguendo un saggio consiglio di Leo Longanesi che poi è stato utilissimo al sette volte Presidente del Consiglio per smontare la fantacronaca del processo di Palermo, un lavoro certosino di catalogazione cronologica che solo l’infinita dedizione filiale poteva sostenere.

Ma partiamo dal giallo che irrompe con una telefonata il 13 agosto 1980 appena il Divo arriva a Merano per pochi giorni di vacanza. “La cerca urgentemente il Segretario di Stato Casaroli”. E la mattina seguente piomba in albergo, alle 8 del mattino, il sostituto Martinez Somalo perché i telefoni, allora come oggi evidentemente, non si potevano utilizzare. Foto abusivamente scattate nella piscina di Castel Gandolfo. Il cardinal Höffner ha avuto la notizia da una rivista tedesca, per un’esclusiva da 300 milioni. Il Papa era all’oscuro di tutto ma in Vaticano pensano che Andreotti, in quel momento senza incarichi di governo, fosse l’unico che potesse sistemare la questione. E fino al 23 agosto un giro di contatti con Bild, Rusconi e Rizzoli per risolvere l’affaire e organizzare una più attenta vigilanza attorno al Pontefice.

Quello che sorprende in questi diari è la capacità di Andreotti di non dare mai giudizi sulle persone anche perché, come diceva lui stesso, “non credo si possano distinguere gli esseri umani in due categorie, angeli e diavoli, siamo tutti dei medi peccatori”. E sono pagine sempre piene di ironia, come quando ricorda lo stupore di Reagan che vede ogni anno Premier italiani che poi diventano ministri e viceversa. Ed aggiunge anche una nota spiritosa: “In America quando si lascia un posto nel governo si può acquistare la poltrona governativa come souvenir, rimborsando il costo della sostituzione. Se vigesse lo stesso sistema in Italia sarebbe la pacchia per i falegnami e io avrei di che ammobiliare una sala per conferenze”.

Migliaia di incontri dai quali emerge la grande tela di rapporti internazionali che lo hanno visto in posizioni apparentemente contrapposte ma con un filo logico sempre originale e vincente. Convintamente filo-Atlantico, ma il primo ad aprire a Russia e Cina, legatissimo ad Israele ma apristrada a dar credito ad Arafat così come alla perestrojka di Gorbaciov, o aiutando Solidarność in Polonia o creando un grande rapporto con Fidel Castro. Senza mai dimenticare il suo immenso serbatoio elettorale che lo spingeva a dei tour de force in Ciociaria e a tener aperte le porte del suo studio anche al sindaco del più piccolo paese che magari incrociava nel corridoio Agnelli che gli portava Henry Kissinger. I diari sono anche zeppi di politica nazionale con mille retroscena gustosi sui Congressi della DC, con le trame casarecce di Fanfani e De Mita e sui rapporti da avversari, ma mai da nemici, con molti esponenti del Pci, da Ossicini a Macaluso passando per Enrico Berlinguer.

Ed anche, annota nel diario il 31 dicembre del 1983, un riconoscimento per Craxi: “ho conosciuto da vicino il personaggio, apprezzandone doti politiche non comuni, con una caratteristica opposta alla mia. Egli si affida all’intuizione dei problemi e devo dire che nei contatti internazionali suscita ottima impressione anche senza leggersi prima faticose documentazioni”. E si scopre che a farlo familiarizzare con Craxi, in una colazione il 12 luglio del 1983, fu il sempre dialogante Gianni Letta, protagonista della prima seconda e certamente terza Repubblica, nella sua casa alla Camilluccia. E anche nel mondo dei media televisivi osservazioni valide ancora oggi, come quando consiglia ad Arrigo Levi, morto lunedì scorso, di circoscrivere l’argomento di ogni puntata e limitare il numero degli interlocutori. “Siamo in sette per parlare della ‘crisi del sindacato’, non so se alla fine l’ascoltatore abbia le idee più chiare”.

Scorrendo i diari è proprio forse la semplicità e l’essere rimasto con piedi per terra la chiave del successo del Divo. “Giuseppi” Conte farebbe bene a leggerli per rendersi conto che mai, anche in frangenti epocali, Andreotti sentì di fare qualcosa di storico, come invece usa dire il nostro Premier anche quando magari sorseggia solo un caffè con la Merkel siglando accordi che Casalino vende come intese memorabili ma che vengono puntualmente disattese.

Luigi Bisignani, Il Tempo 26 agosto 2020

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I diari segreti di Andreotti

Una religione sinistra

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QUINTA COLONNA

Fonte: Tempi

Dal ddl Zan al Black Lives Matter, è la sinistra liberal e radicale a lavorare alla ridivinizzazione della politica, cioè a invertire la distinzione introdotta dal cristianesimo fra secolare e trascendente

A lavorare alla ridivinizzazione della politica, cioè a invertire la distinzione introdotta dal cristianesimo fra secolare e trascendente, non è la cosiddetta destra sovranista, ma la cosiddetta sinistra globalista nelle sue due versioni: quella liberal-democratica e quella radicale. E chiediamo subito scusa per il ricorso allo stereotipo destra-sinistra, che da troppo tempo inquina il discorso politico e ideologizza scelte che dovrebbero essere pragmatiche. Salvini, Orban e i partiti che sostengono l’attuale governo polacco si muovono nella logica dell’Ancien Régime: cercano la legittimazione della propria autorità politica nel servizio a quella spirituale che caratterizza le radici dei loro paesi e nell’utilizzo dei simboli che la esprimono. Dalla parte dell’autorità spirituale non incontrano un riscontro unanime, e nel caso dell’Italia è evidente piuttosto un rigetto da parte della gerarchia ecclesiastica compensato solo in parte dall’adesione di una rilevante fascia di laicato.   Continua a leggere

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