L’Italia di Conte isolata nel mondo

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Mattarella sa bene, oramai, che la tempesta perfetta sul governo Conte sta per arrivare non solo per la gestione della pandemia ma anche per il colpevole sfilacciamento dei rapporti con le capitali che contano: Washington, Parigi, Berlino e Bruxelles. E sullo sfondo Istanbul, con l’offensiva che Erdogan sta per scatenare sulla Libia. Il Quirinale lo sa talmente bene che sta spingendo, in tutti i modi, per un cambio di passo nel timore di essere coinvolto in questo caos che non risparmia più nessuno e che può sfociare in tensioni sociali.

Autogol e furbate di Conte

Eppure Conte continua ad infilare clamorosi autogol che indeboliscono ulteriormente la sua credibilità: ‘Giuseppi’, disperato orfano di Trump – infatti è stato l’ultimo leader a congratularsi con Biden – pensando di fare l’ennesima furbata ha invece addentato una polpetta avvelenata convinto di ingraziarsi Forza Italia: alla fine però ha finito per far infuriare tutto il Pd, gran parte dei Cinque Stelle e addirittura pezzi del centrodestra. Una polpetta confezionata con ogni probabilità dal tandem grillino Patuanelli-Buffagni per un emendamento che alla fine, anziché favorire Mediaset oramai ad un passo dall’accordo con i francesi di Vivendi, ha finito per scatenare una polemica feroce con la Francia e la Commissione Ue contro il Governo.

Il risultato più probabile se l’emendamento non verrà ritirato a passo di corsa, oltre alle sanzioni comunitarie monstre, sarà che, entrando in fibrillazione l’azionariato di Tim in combinato con le pruderie dell’Enel di Francesco Starace, il progetto della Cassa depositi e Prestiti per la rete unica subisca un gravissimo ritardo.

Grana libica

Una bella grana sul fronte dei rapporti economici e le partnership industriali ma è nulla rispetto a quello che sta avvenendo sulle nostre coste dopo che i turchi hanno deciso un’accelerazione sul fronte libico. “Al mio segnale scatenate l’inferno”, sembra aver ordinato Erdogan ai suoi. Il sultano sa che deve approfittare della confusione che regna a Washington per concludere l’operazione Libia prima che si insedi Joe Biden, il quale lo vede come fumo negli occhi. Trump invece era più interessato a Israele e Medio Oriente e ha lasciato fare, tanto che a Tripoli sono arrivati all’aeroporto Mitiga mezzi sofisticati con contractors siriani organizzati dal Mit (Milli Istihbarat Teşkilati), il Servizio segreto turco fondato da Mustafa Kemal Ataturk.

Ankara non solo ha oramai il controllo di Misurata e della Tripolitania ma si sta spingendo verso il sud forte anche di un accordo con i Fratelli Musulmani, il cui uomo di punta è l’attuale ministro dell’interno e probabile futuro Premier Fathi Bashagha, un ex pilota militare. E per destabilizzare il Mediterraneo, passo obbligato per il Governo turco è il via libera ad un’immigrazione di massa come si sta vedendo in queste ore, con le ONG già pronte a raccogliere in mare migliaia di disperati in fuga.

E l’Italia in questo scenario? Non pervenuta, naturalmente. Ormai la capitale per i negoziati libici è solo Berlino e gli accordi per il cessate il fuoco e nuove elezioni il 24 dicembre 2021 sono esercitazioni di inutile diplomazia nonostante gli sforzi dei 75 partecipanti al Forum di Dialogo politico libico, iniziato lunedì scorso a Tunisi sotto gli auspici dell’inviata Onu, Stephanie Williams. Per l’Italia un vero scempio aver lasciato la Libia al suo destino. Restano aperti l’ambasciata di Tripoli, ma senza indicazioni, la grande Eni di Enrico Mattei, ridotta ad un mero ruolo commerciale visto che ancora regge la rete di approvvigionamenti domestici e i nostri Servizi, senza ordini né indicazioni da Palazzo Chigi.

Nonostante a capo dell’AISE sieda un generale apprezzato come Gianni Caravelli, già Capo dell’unità di consiglieri nell’ambito della “United Nations Assistance Mission in Afghanistan” e Consigliere militare del Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Ma è risaputo, Conte tiene stretta a sé la delega ai Servizi e ama confrontarsi solo con il suo fidato amico Gennaro Vecchione, capo del Dis, in scadenza nelle prossime settimane. Pare che pur di ottenere la sua riconferma sarebbe disposto a cedere la sua delega ad un suo fedelissimo, il sottosegretario al Cipe Mario Turco anziché a Marco MinnitiVincenzo Amendola o Luigi Zanda come suggeriscono Quirinale e Pd. È proprio il caso di dire “mamma li turchi’.

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L’Italia di Conte isolata nel mondo

Vaccini ad Arcuri: il potere premia gli incapaci

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Lo so che è difficile fare storia del presente, ma ogni tanto sarebbe opportuno considerare la politica, che ci vede tutti partecipi e impegnati, e più o meno moderatamente partigiani, con un certo distacco. Con l’occhio, appunto, dello storico: di chi guarda le cose da lontano non disinteressamente, ma con un altro tipo di interesse. E che sa vedere le cose anche con le dovute sfumature, senza schematismi mentali. Proviamo perciò a giudicare il commissario Domenico Arcuri da questa prospettiva, per quello che è o dovrebbe essere: un manager. Non un politico, ma un tecnico con elevata competenza, cioè capacità organizzativa, capace di risolvere problemi complessi in situazioni di emergenza. Un po’ quello che è stato Sergio Bertolaso, lo storico capo della Protezione Civile ai tempi del berlusconismo.

1° fallimento

Amministratore delegato di Invitalia, ove non aveva certo brillato, Arcuri ha assunto il 16 marzo 2020, in piena pandemia, per volontà di Giuseppe Conte che aveva scartato altre candidature, fra cui appunto quella di Bertolaso, il delicato compito di commissario straordinario “per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica”. Compito immane, senza dubbio, ma Arcuri ha subito mostrato un’incapacità di focalizzare i problemi, di aggredirli e risolverli, di uscire da un modo di comunicare fra lo spocchioso e l’arrogante, di fare squadra (“creare empatia”, dicono i manager) e non colpevolizzare gli altri (vi ricordate i famosi “liberisti da salotto”?) In sostanza, un fallimento, nonostante che la macchina propagandistica casaliniana avesse cercato all’inizio di avvalorare l’idea di un improbabile “modello italiano”.

2° fallimento

Arriviamo a luglio: il peggio è passato, si parla di “ripartenza” e uno dei problemi diventa quello di farlo in sicurezza nelle scuole. Il premier si rende conto che occorre affiancare un manager alla “sprovveduta” ministra Lucia Azzolina. E che fa? Incurante di tutti, premia proprio l’ineffabile Arcuri. Il quale, oltre ogni buon senso, invece di concentrarsi sulle strutture fatiscenti e sul pronto intervento di un medico di istituto, ha la geniale e costosa idea di comprare banchi a rotelle singoli che non serviranno a nulla. Inutile dire che la ripartenza delle scuole avviene nel casino più completo. E sono due fallimenti, sulle spalle della salute (non solo fisica) e con le tasche degli italiani. Il tutto poi al i fuori, continuiamo con il gergo manageriale, di ogni accountability: procedure, gare, appalti, sono, e non si sa perché, tutti secretati. Due fallimenti secchi, ma, come si dice, tutto lascia presagire che presto ce ne sarà un terzo.

3° fallimento

Ieri il buon Arcuri ha inanellato un altro incaricato da Conte: gestirà nientemeno che la distribuzione del vaccino, quando e se arriverà. E ritorniamo allo sguardo disinteressato dello storico, che non guarda né a destra né a sinistra e né al centro. E che giudica i fatti e non le persone. Come giudicare tutta questa faccenda?

Direi solo una cosa: un Paese il cui il Potere non solo non premia il merito, ma premia il demerito nella più totale impunità e arroganza, senza cioè destare un minimo di sdegno o ribellione, e senza pudore; che lo fa alla luce del sole e in modo reiterato, senza che nessuno glielo impedisca e senza che nello Stato, nemmeno al livello più alto, ci siano più gli anticorpi; non ha molte possibilità di futuro. La débâcle di una classe dirigente, di cui Arcuri è fenomeno e epifenomeno, è totale e non dà nessuna speranza.

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I vaccini ad Arcuri: il potere premia gli incapaci

Che sollievo, finirà la caccia a Trump

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L’unico lato positivo della controversa sconfitta di Donald Trump è che finalmente non sentiremo più ululare cassandre e iettatori, sciacalli e malpancisti su quanto è orrenda l’America dominata dal Maligno col ciuffo biondo. Finalmente cesserà questo coro assordante di gufi e di cornacchie, non svolazzeranno più gli avvoltoi mediatici sul corpo lacerato degli States, tutto sembrerà ridente; compresa la crisi, la disoccupazione e gli uragani. Sarà bello pure il covid dopo la sconfitta di Trump.

Non sentiremo più in video il solito, quotidiano fervorino di cantanti, attori, intellettuali contro la Casa Bianca, e la temeraria sfida di tutti contro uno, per giunta in favore di telecamere, in mondovisione. Che coraggio, tutti contro Trump. Non vedremo più mobilitarsi gli antifà, i neri in assetto di guerra, i cortei e gli assalti ai poliziotti, ci risparmieremo di vedere gli inginocchiati e i loro piagnistei planetari. Non vedremo più il sorriso cattivo di Fauci, la jena personale di Trump.

Sarà davvero una liberazione. Non da Trump ma dall’antitrumpismo ringhioso e lagnoso in servizio permanente.

Il mondo tirerà un sospiro di sollievo, tutto andrà meglio nella narrazione dei media. L’umanità sarà più gioconda senza il padre di tutti i razzisti-sovranisti, di tutti i torvi populisti, di tutti i fake-cazzari. Il potere globale avrà la faccia buona di Xiaoping e della sua mansueta dittatura cinese che ha il primato mondiale nell’inventare virus da esportazione e nell’infliggere pene capitali e carcere ai dissidenti. Evviva la Cina che sforna covid come involtini primavera. L’America potrà riprendere persino a far le guerre in santa pace, guerre umanitarie perché fatte da pacifisti, senza quel disturbatore panciuto che le aveva fermate, quel guerrafondaio contro le guerre.

Certo l’America sarà ancora divisa, spaccata, tra i due odii; ma quello dei trumpiani o trumpati coverà sotto la cenere, scorrerà sotto traccia, non disporrà di quel permanente vivavoce planetario di cui ha disposto l’opinione pubblica antitrumpiana in questi quattro anni. Non ne sentiremo parlare.

Dalla Casa Bianca uscirà Trump e non entrerà nessuno. Quel nessuno prenderà il nome e la sembianza di un vecchietto, di quelli che fanno le pubblicità alle dentiere e alle pasticche per la prostata infiammata. Si chiama Biden, eletto solo in sfregio e in odio a Trump; non un leader, ma un trumpifugo, un antibiotico, un vaccino contro l’ingombrante Trump Macigno. Il Bene è ineffabile, può anche non avere un volto, basta che cancelli quello Maligno con le sue fattezze.

In realtà, come cambierà il mondo senza Trump? Non cambierà poi tanto perché Trump non ha voluto essere una leader globale ma è rimasto saldamente ancorato alla sua America. America first. America alone. Non ha invaso i mercati, non ha colonizzato il pianeta ma ha protetto i prodotti americani, è rimasto sulla difensiva. Non ha dato vita a nessuna internazionale sovranista, ha mantenuto un rapporto ambiguo con Putin; in Europa abbiamo avvertito solo i suoi dazi, non altro. Non ha conteso alla Cina il controllo dell’Africa, ha avuto con l’Asia solo rapporti di concorrenza. Ma soprattutto non ha inteso esportare il modello americano nel mondo, si è limitato a proteggere dal mondo gli Stati Uniti. Per la prima volta l’America non si è identificata con la globalizzazione ma con la difesa dalla globalizzazione.

Per queste ragioni la caduta di Trump non avrà ripercussioni sui nostri scenari se non simboliche. Il tifo per Trump di Salvini e della Meloni non è stato ricambiato da attestazioni e sostegni. Abbiamo sentito l’effetto Trump solo sul piano commerciale, nell’import/export. L’unica vistosa ingerenza che Trump ha compiuto sull’Italia è stato il tweet d’incoraggiamento a “Giuseppi” mentre formava il secondo governo. Non avrà capito bene di cosa si trattava, magari gli piaceva la pochette nel taschino e l’abitino da Caraceni del gagà, se lo ricordava scodinzolante e un po’ lecchino con lui, lo riteneva un outsider come lui, un corpo estraneo alla politica… È stata l’unica influenza di Trump sull’Italia, in favore del presente governo. Confermando di non capire molto di politica estera e di non volersi intromettere negli affari altrui.

Ma se non è stato Biden, chi ha sconfitto Trump? Dovrei dire l’Apparato, l’Establishment, insomma quel blocco globale che lo ha avversato su ogni terreno, per mesi, per anni. Con ogni mezzo. Ma Trump alla fine li avrebbe sconfitti. Lo ha sconfitto invece il covid, che ha vanificato o fatto dimenticare il grande balzo in avanti che Trump aveva fatto fare agli Usa. E che lui ha fronteggiato in modo spavaldo ma non altrettanto efficace, in una prima fase sottovalutandolo. E i brogli? Può essere, ma una cosa è certa: la culla della democrazia ha una chiavica di sistema elettorale; aspettano ancora le diligenze postali come nel far west…

Sarebbe facile dire che con lui c’era il popolo, con Biden c’erano le élite. Ma è vero fino a un certo punto: diciamo che gli Usa, come quasi tutto l’occidente, è spaccato in due parti più o meno equivalenti. E sarei cauto a rovesciare il razzismo progressista e presentare il popolo di Trump come la parte sana e migliore dell’America. C’è anche tanta marmaglia, come sempre succede quando i numeri sono grossi. Con questi onesti distinguo possiamo però dire che Trump e il suo popolo, alla fine, con tutti i loro difetti, erano preferibili ai loro tanti nemici. Infine, la vergogna della censura di tv e social a Trump; avevano tutto il diritto di commentare dopo con asprezza il discorso di Trump ma censurare mentre parla il presidente ancora in carica, è un’intolleranza e una violenza istituzionale che lascerà conseguenze. Il fatto è che da quando fu eletto lo considerate un intruso. Poi vi lamentate se lui ora disconosce il verdetto.

MV, La Verità 8 novembre 2020

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Che sollievo, finirà la caccia a Trump

E negli Usa c’è aria di guerra civile

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Mai come in questa battaglia elettorale per la Casa Bianca è stato agitato da entrambe le parti lo spettro della Guerra Civile americana. Due mondi si sono contrapposti, anche nella società e nella vita privata, come mai era successo. Nessuna elezione presidenziale, nemmeno quella di Richard Nixon, insanguinata dall’assassinio di Bob Kennedy, aveva richiamato alla memoria collettiva la spaccatura più drammatica nella storia degli Stati Uniti, tra unionisti e confederali. Quella che divise nord e sud e restò come una ferita sanguinante anche negli anni a seguire.

A 150 dalla sua morte, avvenuta nell’autunno del 1870, un libro ricorda l’eroe principale dalla parte dei vinti, il leggendario generale Lee.

Il libro è scritto da una sua discendente, seppur acquisita, Blanche Lee Childe, ed è stato tradotto e ampiamente introdotto da Gaetano Marabello (Il generale Lee, L’Arco e la Corte, Bari, pp.141, 17 euro) che paragona Lee a Leonida, re di Sparta ed eroe delle Termopili. È la storia vista dalla parte dei perdenti, a cui arride “il bianco sole dei vinti”, per dirla con Dominique Venner.

Robert Edward Lee, nativo della Virginia come il fondatore dell’indipendenza americana, George Washington, guidò l’esercito confederale del sud in una serie di epiche battaglie fino alla capitolazione finale, con l’onore delle armi da parte del generale Grant. E a guerra finita non espresse rancore verso i vincitori, fu “esempio di moderazione e carità cristiana” scrive l’autrice e “incoraggiò i suoi compatrioti a sopportare virilmente la sorte”. L’esercito del sud era più povero, meno equipaggiato, in forte inferiorità numerica.

Una grossolana semplificazione manichea vede i nordisti come i combattenti nel nome del progresso, della modernità, della democrazia e i sudisti come i razzisti, reazionari, schiavisti terrieri. Per l’immaginario collettivo solo un film di successo come Via col vento, riuscì a perforare quel rigido schematismo, antefatto del politically correct, dimostrando l’umanità di quel mondo del sud, il rispetto delle tradizioni, l’intima consonanza di vita e di destino che accomunava bianchi e neri, padroni e servi, nel profondo sud confederale. Lo schiavismo era un lascito anacronistico e inaccettabile. Ma il nord degli yankee aveva colpe, chiusure, intolleranze non certo minori del sud (a parte il genocidio dei nativi americani, più cruento a nord, che perdurò anche dopo la guerra di secessione).

Il quadro era molto più complesso, la società del sud aveva un suo equilibrio e la piaga della schiavitù sarebbe stata assorbita e superata con gli anni, si sarebbe raggiunto un accordo, sostiene l’autrice, senza arrivare alla guerra civile. Ma la matrice vera del conflitto non era lo schiavismo bensì la divergenza tra federalismo e centralismo; e sul fondo la divergenza profonda tra una società fondata sulla terra, la famiglia e i legami di sangue e una più individualista imperniata sul rampante capitalismo, anche finanziario, in cui le forme arcaiche di schiavitù cedevano il passo a forme di sfruttamento più moderne, meno brutali ma più alienanti. Fu un conflitto tra la borsa e la vita: “Per il gentiluomo dei climi caldi nulla valeva quanto una spensierata esistenza all’aria aperta… anche i meridionali più poveri preferivano una vita relativamente “oziosa” a quella del banchiere e del businessman rinserrati in quattro mura a far la guerra ai concorrenti”. Nell’immagine un po’ oleografica di quel mondo e di quella contrapposizione c’è però un nucleo di verità.

Sullo sfondo c’è una duplice epopea: quella dei vinti, i vinti di tutti i tempi, e quella del sud, di tutti i sud del mondo. Ma c’è un nesso vivente tra i sud dei due mondi, quello statunitense e quello nostrano. È un nesso di cui questo libro non parla, è noto solo a ristretti ambienti di nostalgici borbonici. È la storia di quei soldati borbonici che dopo aver perso la loro guerra in Italia contro i piemontesi, andarono a combattere con i confederali contro i nordisti, a fianco del generale Lee, e un italiano fu sepolto accanto a lui a Lexington (si trattava di un ligure dal cognome speciale, Giovan Battista Garibaldi). I soldati borbonici, circa 1800, partirono da Napoli con il consenso di Garibaldi che si voleva disfare di sbandati e prigionieri, e dettero vita al Battaglione Dragoni di Borbone. Nella battaglia di Appomatox dei Mille del generale Lee si salvarono solo in 18, tra cui il siciliano Salvatore Ferri. Fu un eroe dei due mondi a rovescio, partì dal sud d’Italia dove militava nel regio esercito borbonico per andare a combattere per un altro sud in Louisiana. Veniva da Licata e partecipò con i suoi “conterronei” alla vittoriosa battaglia di Winchester in Virginia, col mitico generale Jackson. Poi la confederazione sudista cedette all’unione nordista. E come lui tanti altri, i fratelli Russo per esempio, tanti altri militari borbonici.

Ah, se ci fosse un Via col vento terrone che raccontasse l’epica eroica e romantica di quei militi borbonici che sconfitti in Italia, per non subire la deportazione nei lager di Fenestrelle e altre umiliazioni, s’imbarcarono sulla nave Elisabeth o su altre navi, sbarcarono a New Orleans e si arruolarono nell’esercito sudista come VI reggimento; italian guards, combattendo valorosamente. Militi ignoti, eroi sconosciuti, scrivevo in Ritorno a sud, di quella duplice epopea sepolta due volte, negli States e nell’Italia sabauda. Furono tra i primi emigrati partiti dal sud a unità d’Italia appena realizzata che andarono a difendere un altro sud. Non cercarono fortuna ma onore. Passarono da una causa perdente a un’altra. Ma ai vincitori si addice il sorriso della storia, ai vinti la carezza degli dei. Sapremo chi dei due tra Trump e Biden sarà il generale Grant. Più difficile sarà ritrovare nel vinto qualcosa del generale Lee.

MV, La Verità 4 novembre 2020

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E negli Usa c’è aria di guerra civile

Guardate gli zombi che ci “proteggono” dal virus

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Abituati come siamo a vivere la normalità impossibile, ci siamo abituati agli zombi che comandano. Ci pare logico perdere la libertà per mano di Di Maio, ex bibitaro oggi blindato e scortato, di Zingaretti, odontotecnico consacrato alla politica, di uno sconosciuto avvocato, creato in laboratorio da una società di profilazione dati, che fino a ieri viveva fra tribunale e bar del notabilato di paese. Ma metteteli in fila, uno per uno, ma guardateli.

Guardate il ministro della Salute, il suo grigiore sovietico e malatischio, uno che ha fatto un libro per dire che guariremo dal morbo e il giorno stesso che uscito l’ha fatto ritirare perché doveva dire che la pandemia è inarrestabile, che bisogna chiudere tutto. Guardate l’avvocatino del popolo, un vanesio clamoroso, bugiardo patologico, uno che va al festival dell’Ottimismo a dire che la situazione sta precipitando, che finirà malissimo. Guardate Gualtieri, il chitarrista di Bella Ciao, messo a far girare l’economia che è una ruota sgonfia e adesso che l’Europa non scuce un ghello non sa come fare.

Guardate il prode Mattarella, al quale del popolo italiano non può fregar di meno, che va a una delle mille commemorazioni a dire che basta egoismi, ciascuno deve fare la sua parte e intende: tasse, patrimoniale. In un momento di carestia, di attività che muoiono di Covid ma senza vaccini, il capo dello Stato legittima nuovi prelievi. Ma guardateli i virologi alla vaccinara, uno più narciso e più imbarazzante dell’altro, ossessionati dal sesso, dal controllo, gente chiaramente disturbata, facce da chi al liceo faceva tappezzeria e adesso ha l’occasione di farla pagare al mondo, da un anno parlano di vaccino e il vaccino è come i soldi della UE: a babbo morto.

Guardatelo il supermanager Arcuri, uno che in qualsiasi angolo di mondo l’avrebbero cacciato a pedate per l’immane fallimento ma lui catafratto all’imbarazzo insiste, si piace e si compiace. La Lamorgese, che solo il dio ebbro della politica ha potuto mettere dove sta, una che del macellaio di Francia ovviamente passato per Lampedusa, dice: ma la Tunisia non ci aveva detto niente. In compenso annuncia repressioni preventive ai pericolosi criminali della movida.

Poi ci sono quelli che misteriosamente scompaiono, si inabissano come creature dei fondali come la agricola Bellanova che dopo la sua devastante sanatoria nessuno l’ha più vista. E che dire di Azzolina, autonominatasi preside, una dalla testa rotante come i banchi.

Non che le opposizioni brillino meglio, ma qui si apre un altro tasto dolente se non tragico. Li guardi, tutti, e non sai se ridere o piangere e alla fine ridi piangendo come chi sopporta l’impossibile vivere a metà tra i nuovi mostri e il ritorno dei morti viventi. I morti siamo noi, e viventi neanche poi tanto.

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Guardate gli zombi che ci “proteggono” dal virus

Berizzi e Lerner, ma quali fascisti? A spaccare le vetrine sono stati anarchici e immigrati

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Torino, 27 ott – Non è mai colpa dei “compagni”. Durante un qualsiasi corteo organizzato da movimenti antagonisti e centri sociali qualcuno decide di assaltare una banca o attaccare deliberatamente le forze dell’ordine? Per i media allineati è colpa di un qualche “inflitrato”, se non si può parlare di “fascisti” si punta il dito contro i “black bloc”. Come se la ricerca della “conflittualità” e la violenza non facessero parte del retroterra e della prassi politica dell’antagonismo militante. Se dunque si riesce nell’impresa di assolvere i “compagni” anche nell’ambito di una manifestazione di sinistra, è abbastanza prevedibile che in un contesto più trasversale gente come Gad Lerner e Paolo Berizzi non faccia altro che puntare il dito contro i fascisti, manovratori e artefici delle violenze connesse alle proteste contro il nuovo Dpcm.

Assalto a vetrina Gucci: arrestati 2 egiziani

Con la “reductio ad Hitlerum” si evita di comprendere le ragioni della rabbia popolare e si semplificano gli scenari. A Napoli scoppia la rivolta? E’ colpa di fascisti e camorra, come se altri (dai militanti dei centri sociali fino a commercianti o semplici cittadini) non avessero preso parte alle proteste. Stessa cosa con quanto accaduto ieri sera a Torino: pure se i media mainstream si sono ben guardati di scriverlo nei titoli, parlando genericamente di “incappucciati” (come fatto vergognosamente da La Stampa), basta leggere il Corriere della Sera: “Tutto è cominciato con una decina di anarchici che, prima di defilarsi, ha provato ad accendere la miccia (…) Sono giovani, alcuni giovanissimi. In mezzo a loro anche esponenti delle tifoserie organizzate della Juventus e del Torino, oltre a molti ragazzi di origine straniera. Immigrati di seconda generazione arrivati dalle periferie”. Quello che già si evinceva dai video è stato poi confermato oggi: per l’assalto al negozio di Gucci sono stati arrestati due egiziani. 

E’ sempre colpa dei fascisti, in ogni caso

E cosa fa allora il prode Gad Lerner? Pubblica la foto del negozio di Gucci devastato e accolla il tutto ai fascisti. “Questa non è la “rivolta dei forni”, sommossa di un popolo affamato. E’ azione pianificata degli ultràs organizzati con l’estrema destra. Saccheggi e devastazioni d’un colpo prevalgono sulla curva del contagio, come se in ballo ci fosse solo il potere e non la vita di tanta gente”. Premio Pulitzer per la disinformazione, in condivisione con Paolo Berizzi che in barba ad ogni evidenza, continua a parlare di “Piazze nere” organizzate da “violenti che sfidano lo Stato”. Nel momento in cui esplode la violenza, con il mondo antagonista e anarchico in prima fila, con il “supporto” di immigrati dediti al saccheggio (in pieno stile “parigino”, come documentato dal sottoscritto un paio d’anni fa), per gli alfieri dell’antifascismo in assenza di fascismo in ogni caso è colpa dell’estrema destra. Qualsiasi cosa accada. E il bello è che il presidente della Fnsi, sindacato unico dei giornalisti, Beppe Giulietti, fa da sponsor a Berizzi, battendosi il petto e taggando su Twitter Rai, Sky etc perché invitino Berizzi in trasmissione, lui che ha “svelato le trame nazifasciste”. Una marchetta vergognosa. E niente, questo è lo stato del giornalismo in Italia.

Davide Di Stefano

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https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/berizzi-e-lerner-ma-quali-fascisti-a-spaccare-le-vetrine-sono-stati-anarchici-e-immigrati-172032/

Dentro l’io abita il noi

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Giovanni Gentile è il filosofo della comunità, il più radicale, il più conseguente pensatore comunitario; perché la sua fondazione non è solo sociale ma investe la condizione umana integrale e fonda un orizzonte comune trascendente.

La comunità è dentro di noi, innata, abita in interiore homine, diremmo con linguaggio agostiniano. “La comunità è presente come legge interna all’individuo” e anche la gloria personale non è che il compimento, anzi “l’adempimento”, dell’universale che è in noi. Nella gloria ciò che è soggettivo si fa universale. Organicismo comunitario.

Non è un Noi già compiuto e preesistente né la comunità è un dato naturale che l’individuo eredita dal passato. Ma è un atto, un processo, una volontà in cui ciò che è originario si realizza, diviene e sorge quella che possiamo definire la filosofia dell’identità (…). L’individuo è massima particolarità in quanto è massima universalità, più è lui più è tutti; anzi l’individuo contiene in sé la comunità. Ma anche il volere del singolo si realizza solo nel volere universale dello Stato, la libertà coincide con l’autorità, l’Io con lo Stato, la società trascendentale è l’Io trascendentale.

Basta talvolta uno sguardo e il prossimo si fa tutt’uno con noi, nota Gentile in un passaggio pervaso di romanticismo, “gli occhi sono così eloquenti testimoni del cuore che un lampo solo di essi basta per accendere l’amore inteso come la più perfetta società tra due individui”. In senso più ampio, l’amore è per Gentile “perfezione della conoscenza”; ama le cose chi le studia (non dimentichiamo che studium vuol dire amore). Conoscere è amare, e viceversa. Gentile nota che l’uomo vive d’amore, è l’amore che lo porta a uscire fuori da sé, a condurlo alla trascendenza, superando se stesso.

Per essere individuo non basta nascere, dice Gentile, ma la sua umanità si rivela “nella previsione del futuro”; lo diceva già Kant parlando de “l’attesa ponderata dell’avvenire”. L’uomo è colui che progetta, l’umanità è tensione e proiezione nel futuro e ogni proiezione indica responsabilità del proprio agire, assunzione dei frutti della propria azione. Torna l’identificazione tra libertà e dovere.

Nelle pagine seguenti di Genesi e struttura della società risuona la sacrosanta correlazione tra diritti e doveri, la loro reciprocità necessaria quanto ideale. Riemerge il mazzinianesimo di Gentile ma anche l’incolmabile lontananza dalla nostra età dei diritti che hanno perso ogni relazione coi doveri e si legano piuttosto ai desideri.

Pagine di monumentale fierezza sono dedicate all’elogio della costanza e della coerenza; anche perché dietro quelle parole vedi la vita e la morte di Gentile. È il capitolo dedicato al carattere, che è “la costanza del volere”, in cui la volontà si distingue dalla velleità – che è una volontà fallita, o abortita, che comincia e non finisce ed è dunque inconcludente. È la coerenza che non cambia col mutare delle circostanze, nota Gentile; è l’unità di una vita, il volere di tutta una vita, che non si ferma solo al presente e alle circostanze contingenti. Il carattere non è nel tempo, semmai tempra il proprio tempo, lo curva e lo trascende. Ancor più esplicito e calzante, anche rispetto ai tempi in cui scrive, è il paragrafo dedicato al “coraggio civile” che è la “ferma fedeltà alla propria coscienza, nel parlare ed agire secondo i suoi dettami, assumendone di fronte agli altri tutta la responsabilità”. Non puoi non vedere in questa affermazione il destino a cui va incontro Gentile. Pagine toccanti.

MV, Il pensiero comunitario di Gentile, introduzione a Genesi e struttura della società (Vallecchi, 2020)

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Dentro l’io abita il noi

Terrorizzano i cittadini ma loro improvvisano

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Ma credete davvero che la soluzione universale sia la mascherina? Pensate davvero che quella sia la panacea per fronteggiare la pandemia? Ritenete veramente che la mascherina sia lo spartiacque etico, politico, sanitario e perfino morale per giudicare l’umanità e dividerla in un giudizio universale tra beati e dannati? Sono tra quelli che dicono: usare la mascherina servirà a poco ma è meglio che niente, è un esile argine al contagio e un simbolo di attenzione all’epidemia. Non avendo altri rimedi, meglio che niente. Appena posso me ne libero, ma rispetto le regole.

Però in che razza di civiltà, di paese evoluto, di mondo progredito viviamo se dopo svariati mesi di virus cinese (perché la chiamiamo la spagnola o l’asiatica e non la cinese?) siamo ancora a credere che tutto si risolva come facevano i primitivi: distanziandosi, rintanandosi, mascherandosi, lavandosi le mani e accusando coloro che non lo fanno, augurando loro ogni male? Le vittime della cinese non sono in particolare gli spavaldi, i no-mask o simili; ma si contano tra gli uni come tra gli altri, anche tra i predicatori di mascherine e norme igieniche a oltranza, ci sono perfino ex-ministre della salute che assicurano di aver seguito scrupolosamente tutte le direttive sanitarie; c’è gente di ogni risma e religione, credenti nel virus, devoti della mascherina e non solo negazionisti, atei del covid o minimalisti.

Ma faccio un passo oltre e dico pensando al governo, alle istituzioni, alle task force ridotte a mask force, i commissari e gli apparati del sistema: da mesi la cura è ritorta solo sui cittadini, sembra una sfida tra i singoli e il Male. La popolazione in generale sta osservando i precetti e le limitazioni, ma sul piano strategico e istituzionale, governativo e sanitario che si sta facendo? A svariati mesi dal suo debutto come prima emergenza planetaria, stiamo ancora in affanno coi test, s’impiegano dieci ore e più per un tampone, sapendo che poi devi ripeterlo a breve; gli ospedali sono già al collasso, non bastano tra pochi giorni i posti in terapia intensiva, e così via. Ma si può pensare di fronteggiare la pandemia spostando la terapia, la profilassi, sugli utenti e la virtù delle mascherine, i palliativi e l’isolamento, l’astinenza da ogni festa o assembramento in un modello di ascetismo sanitario di massa? Possibile che tutto sia caricato sulle spalle della gente e nulla sia stato fatto in questi mesi sul piano sanitario, strutturale, organizzativo, preventivo per fronteggiare meglio la seconda ondata, peraltro prevista? A che serve un governo speciale dell’emergenza oltre agli show del premier e al vanto di come siamo bravi noi, che fenomeni ci sono al governo, quando non c’è stata alcuna programmazione e tutto dipende dal comportamento virtuoso dei cittadini? Possibile che a livello governativo l’unico interesse sia il fatturato politico per il governo in carica, la polizza covid per restare al potere grazie al morbo?

Sul piano globale resta poi il mistero della Cina, che vanta zero contagi e nessun ritorno a casa del virus; né si capisce il cammino saltellante del virus che va dal nord al sud, a zig zag; colpisce alcuni paesi più di altri limitrofi, colpisce a macchia di leopardo o meglio “alla ciecata”. Le misure adottate contano poco se si considera che paesi che hanno affrontato in modo diverso si trovano nella stessa situazione e viceversa paesi affini per profilassi, clima o popolazione hanno avuto sorti differenti. Non abbiamo ricavato una regola, anche se in tv ci volevano far credere che il virus colpiva i paesi sovranisti.

Curiosi poi certi governatori nostrani, come il leggendario De Luca: se il virus risparmia la Campania è merito suo e delle sue misure plateali; se ora la flagella, è colpa del virus e del malocchio, che colpa ne ha lui? È ragionevole obbiettare che se non è colpa di chi governa l’ondata nuova di pandemia non era neanche loro merito quando era poco nociva? Quanti guappi di cartone, oltre quelli campani e laziali, usavano sarcasmo verso le regioni più colpite dal virus vantandosi di essere stati più tempestivi ed efficienti; si sono vantati di aver tenuto a bada la bestia quando la bestia dormiva dalle loro parti; ma quando poi la bestia si è svegliata anche da loro, hanno subito dichiarato collasso delle loro strutture sanitarie e della loro assistenza.

Ma che paese civile è sapere con svariati mesi d’anticipo che sta arrivando una nuova ondata, terrorizzare ogni giorno la gente e ammonirla venti volte al dì – non abbassate la guardia! Il virus torna! – e poi non dotarsi di una strategia, pur disponendo di schiere di generali, commissari, guru, presidenti vanterini e medici-scienziati esibizionisti sempre in video; e farsi trovare del tutto impreparati, sprovvisti, spiazzati dal ritorno aggressivo del virus, anche se molto meno letale finora? Tra pochi giorni siamo al collasso, ci dicono; ma in tutti questi mesi oltre a predicare ai cittadini, che avete fatto per attrezzarci alla seconda ondata? Possibile che tutti i doveri e tutti i problemi riguardino noi singoli, spaventati cittadini, a cui è stato inoculato un solo vaccino, il Paurosan, uno psico-farmaco iniettato tramite i canali tv, che è il contrario di un placebo o di un ansiolitico, perché genera l’angoscia, aggrava l’ansia, amplifica la paura di tutto? Possibile che tutto si risolva nelle mascherine e nell’anti-movida e nel tetto alle famiglie (non più di sei), così ci mettiamo a posto la coscienza, non la salute? I governi si possono insediare senza investitura popolare; ma poi torniamo sovrani quando si tratta di assumerci direttamente sulle nostre spalle il peso del virus cinese. Evviva il regime di Zorro, la democrazia mascherata.

MV, La Verità 13 ottobre 2020

DA

Terrorizzano i cittadini ma loro improvvisano

L’ipocondria di Stato

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QUINTA COLONNA (grassetti nostri. Articolo che il “Circolo Christus Rex- Traditio” condivide in pieno)

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il virus c’è e nessuno ce lo può togliere di mezzo, né i medici né i politici né i negazionisti.

Il contagio sale, come era del resto previsto, e nessun può negarlo. Però accanto alla realtà c’è la sua interpretazione, c’è la politica fondata sul virus, la politica che campa sul virus e spera nel virus. Potremmo chiamarla politicovid, ed è adottata da governi, media, campagne elettorali. Oltre la realtà della pandemia c’è l’iperrealtà del suo uso politico.
Di che si tratta? Di una partita doppia, anzi cornuta: da una parte siamo alla somministrazione controllata dell’Ipocondria di Stato e dall’altra siamo all’uso iettatorio della malattia, come anatema politico-sanitario, giustizialismo del malaugurio, malocchio, ordalia o giudizio divino del nemico odiato.
Spieghiamoci meglio. I contagi sono in crescita, non solo da noi, e già si sapeva che sarebbe successo in autunno. Non sono nostradamus ma le prime pagine di questi giorni me le aspettavo da mesi. L’uso politico del contagio precede e amplifica il contagio stesso.
I numeri servono per giustificare un lockdown strisciante, una psico-quarantena permanente e per imbavagliarci in tutti i i luoghi a tutte le ore, per farci vivere sotto schiaffo della calamità permanente e dunque con la paura e il bisogno dello Stato salvatore. I numeri e i casi servono a giustificare il protrarsi di uno stato d’emergenza che altri paesi anche più inguaiati del nostro non sentono la necessità di proclamare. Se c’è da prendere le misure si prendono, basta essere pronti e preparati; non c’è bisogno di stabilire per legge i pieni poteri speciali al governo per uno stato d’emergenza che così protratto e accompagnato da campagne terroristiche, va ben oltre i limiti temporali e sostanziali dello stato d’eccezione.
È grottesco che si diffonda il panico gridando ai megafoni di mantenere la calma. Pericolo pericolo!, i letti negli ospedali si esauriranno, il morbo dilaga, focolai dappertutto, attenzione, timore e terrore, isolamento. Però, vi raccomando, mantenete la calma. Ormai abbiamo capito come tradurre quel mantenete la calma: tutti col guinzaglio e la museruola, mantenete lo status quo, non pensate a destabilizzare, tenetevi stretti il governo in carica, ubbidite al potere politico-sanitario, senza obiezioni; anche voi medici, guai se con seri argomenti osate dubitare per esempio degli obblighi vaccinali: sarete rimossi, denigrati, cancellati.
Il risultato complessivo è quel che dicevo: l’ipocondria di Stato, una specie di patofobia di cittadinanza, somministrata agli italiani da istituzioni e media. Intendiamoci, nessun uomo di senno può sognarsi di negare la realtà dei contagi; si può perfino pensare che non sia frutto del caso e della scalogna ma vi sia qualche responsabilità perfino qualche volontà. Qui come in Cina. Si può arrivare a pensare – ma non a sostenere se non hai prove fondate – che questi guai vengono per metà dalla (s)fortuna e per metà da fattori umani, parafrasando Machiavelli. Ma negare l’esistenza del covid e rifiutare ogni misura precauzionale è andare contro la realtà e l’evidenza.
Però l’amplificazione ossessiva, il pestaggio mentale che subiamo da più di sette mesi sta avvelenando la nostra vita, mettendola sotto scorta e in naftalina, negandoci a ogni socialità, ogni evento, ogni viaggio. La realtà c’è ma la sua interpretazione ingigantita ci sta rendendo ipocondriaci.

Qui scatta l’uso etico-politico della malattia: vedete Johnson, Bolsonaro, Trump o Briatore e Berlusconi? Erano quelli che sottovalutavano il morbo e la profilassi, o peggio, accusati di negazionismo, erano quelli dell’immunità di gregge, ecco gli sciagurati, se la sono cercata. Non capisco perché a questo proposito si cita Johnson e non si cita il governo progressista della Svezia sulla stessa linea dei britannici, anzi hanno proseguito ad oltranza, con risultati non tragici ma nella media europea. Ma Boris è conservatore, dunque è irresponsabile…
Si usa politicamente la malattia per biasimare Trump e i sovranisti, ma si accusano gli stessi di uso politico quando osano accennare alle responsabilità cinesi nei ritardi, le omissioni, la propagazione e poi lo sfruttamento del virus. Si può associare il covid ai sovranisti ma guai ad associarlo al regime comunista cinese, dal cui paese pure è partito.
Ogni notizia di sovranisti “positivi” è accompagnata da una ola di euforia e un commento implicito o a volte esplicito: se la sono cercata, l’hanno meritata, “ben li sta”. Ai negazionisti si oppongono i punizionisti: è il Signore, è l’Angelo sterminatore, è la provvidenza che punisce i colpevoli. Ecco i riti wodoo degli intellettuali e delle megere nigeriane o il sorrisino compiaciuto di chi gode per la punizione degli atei o scettici di dio covid. Ben gli sta. Ma ecco soprattutto la speranza: ciò che non fanno i popoli, ciò che non è riuscita a fare la magistratura, ora lo può fare il virus. Togliere di mezzo i sovranisti. Benedetta malattia, il covid sia lodato. Sarebbe facile dimostrare che gli atteggiamenti spavaldi di Trump risalgono a prima che l’onda investisse gli Stati Uniti; dunque nonostante usi da tempo le precauzioni, si è beccato solo ora il covid, non allora. Ed è azzoppato in campagna elettorale. Biden è una mezza sega, non regge il confronto; ci vuole qualcosa di più strong, magari un bel virus, visto che non bastano le inchieste giudiziarie, sessuali, finanziarie.
Ai tempi del comunismo l’avversario veniva eliminato fisicamente. Ai tempi del postcomunismo l’avversario veniva eliminato per via giudiziaria. Oggi l’eliminazione del nemico avviene per via sanitaria, per una malattia di cui è accusato lo stesso malato. Ecco l’uso politico del covid: da una parte per tenere i popoli sotto ipocondria e dall’altro per tenere i nemici sotto malattia.
È falso negare i rischi del contagio ma è altrettanto falso negarne l’uso politico.

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