Italia patria di tolleranza. Altro che «ultimi in Europa»

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DI GIULIANO GUZZO

Una delle tesi che l’onorevole Alessandro Zan e, più in generale, i sostenitori del suo disegno di legge rilanciano con maggiore insistenza è quella secondo cui una norma contro l’omobitransfobia è urgente perché è «una legge che esiste in ogni paese civile dell’Europa, esiste anche in Paesi come Cipro, la Bulgaria e Montenegro ma non in Italia». Ora, l’argomento è in sé non solo molto debole – già a scuola le maestre sconsigliavano di scopiazzare dagli altri – ma addirittura falso nella misura in cui lascia intendere che sussista un legame causale tra legislazione antidiscriminatoria ed effettivo contrasto ai crimini d’odio. Ebbene, fior di rilevazioni smentiscono anzi ribaltano questa tesi, evidenziando come l’Italia sia un Paese estremamente tollerante: già oggi.

Possiamo iniziare con i dati raccolti da OSCE/ODIHR che dicono come, di crimini d’odio per orientamento sessuale ed identità di genere ogni 100.000 abitanti, nel 2019 se ne siano verificati 0,6 in Spagna, 0,9 in Finlandia, 1,4 in Belgio e un numero incredibile – 27,2 – nel Regno Unito, che pure ha la fama d’essere Paese «gay friendly». E l’Italia? Da noi, il tasso di tali crimini d’odio è assai più basso altrove: appena 0,2 ogni 100.000 abitanti. Davanti a questo dato, i sostenitori del ddl Zan potrebbero obiettare che ciò è dovuto al fatto che in Italia, assente una legge contro l’omobitransfobia, chi è vittima di crimini per orientamento sessuale li denuncia meno che altrove. Ora, a parte che trattasi di mera congettura, va detto che le citate rilevazioni trovano insospettabile conferma in altre indagini a cura di associazioni Lgbt.

Basti considerare il Global Attitudes Survey on LGBTI 2016, maxi indagine dell’ILGA – acronimo che sta per International Lesbian and Gay Association, non proprio una sigla tacciabile di omofobia – effettuata a livello globale in oltre cinquanta Stati per un totale di 96,331 persone, ha per esempio messo in luce che l’idea della punibilità dell’essere Lgbti – che dovrebbe accomunare «i più omofobi fra gli omofobi» – vede solo l’11% degli Italiani favorevoli, contro il 13% degli spagnoli, il 15% degli olandesi, il 17% dei francesi e il 22% degli inglesi. Questa indagine è interessante per almeno due motivi: perché conferma, descrivendo gli atteggiamenti, i dati OSCE/ODIHR – che invece descrivono i crimini -, e perché descrive il nostro Paese prima delle unioni civili del 2016, e quindi quando doveva essere più intollerante di oggi.

Ora, una curiosità è lecita: come mai l’Italia risulta più tollerante di altri Paesi? Posto che singoli casi di violenza e discriminazione avvengono pure qui (ma ben meno che altrove e sempre sanzionati), la spiegazione è di carattere storico e riguarda la depenalizzazione della sodomia. Nella nostra penisola, infatti, l’omosessualità fu depenalizzata nel lontano 1889, ben prima della Svizzera (1942), dell’Inghilterra (1967), dell’Austria (1971) della Norvegia (1972), della Spagna (1978), della Francia (1982), d’Israele (1988) e della Germania (1994). Nella sua svolta tollerante, la cattolica Italia, insomma, ha anticipato di oltre mezzo secolo il resto d’Europa. Ciò spiega i dati prima esposti e fa capire che non siamo noi a doverci ammodernare; semmai, son gli altri dover prender ad esempio dall’Italia. Che del ddl Zan non ha nessun bisogno.

DA

Italia patria di tolleranza. Altro che «ultimi in Europa»

Ma quanto piace la razza agli antirazzisti

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di Adriano Scianca

Dal caso di Amanda Gorman alle censure sui Simpson: il politicamente corretto si vuole cosmopolita, ma chissà perché finisce per parlare solo del colore della pelle

Uno dei paradossi della storia dell’Occidente è che, dal 1945 a oggi, in esso non si è mai parlato tanto di razza quanto se ne discute nell’epoca dell’antirazzismo al potere. Non si è mai classificato il reale in base a criteri razziali tanto quanto sta avvenendo nella tarda postmodernità che stiamo attraversando. Non male, per una categoria – la razza, appunto – che «non esiste».

La storia, già molto nota, della poetessa nera americana Amanda Gorman, spiega bene l’isteria in corso. Dopo aver letto la poesia The Hill We Climb alla cerimonia di insediamento di Joe Biden, la scrittrice è diventata famosa in tutto il mondo, generando richieste di traduzione un po’ ovunque nel globo. Nei Paesi Bassi e in Spagna, tuttavia, i traduttori scelti originariamente sono poi stati sostituiti (nel primo caso per un ritiro spontaneo, nel secondo su decisione della casa editrice) dopo un dibattito relativo a – pensate un po’ – il colore della pelle di questi ultimi. Ebbene sì: nel 2021 un bianco non può tradurre un nero. A farne le spese è stata la ventinovenne olandese, bianchissima e biondissima, benché gender fluidMarieke Lucas Rijneveld, che nel 2020 ha vinto l’International booker prize con il romanzo Il disagio della sera.

Bianchi discriminati: questione di «razza»?

La scelta, tuttavia, non sembra essere piaciuta all’ormai leggendario «popolo del Web», che sui social ha cominciato a chiedere una traduttrice di analoga pigmentazione. Non solo: il giornalista Janice Deul, in un commento sul quotidiano olandese Volkskrant, ha scritto: «Senza nulla togliere alle qualità di Rijneveld, perché non scegliere una scrittrice che è – proprio come Gorman – famosa, giovane, donna e impenitentemente nera?». Alla fine la Rijneveld ha annunciato la marcia indietro: «Sono scioccata dal clamore causato dal mio coinvolgimento nella divulgazione del messaggio di Amanda Gorman e capisco le persone che si sono sentite ferite dalla scelta dell’editore Meulenhoff», ha scritto su Twitter, peraltro implicitamente avallando l’assurda logica censoria. Stessa cosa è accaduta in Spagna, ma in modo meno consensuale…

La Lega scrive la “carta dei valori europei” con Orban e Morawiecki

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di Redazione

Importante viaggio del leader della Lega Matteo Salvini con una delegazione guidata dall’On. Lorenzo Fontana, recentemente nominato capodipartimento Esteri del partito, in Ungheria, ospite del premier Victor Orban e alla presenza del premier polacco Morawiecki.

Il Corriere della Sera dedica al veronese Fontana un’intervista nella giornata di ieri. In serata Salvini dirà: “Dall’incontro di oggi a Budapest con il premier ungherese Victor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki, che ringrazio, parte un progetto di “Rinascimento europeo” dopo il Covid: una nuova idea di Europa, che riconosca le proprie radici, fondata su salute, lavoro, sicurezza e controllo dei confini, comuni valori cristiani, cultura, bellezza, identità e libertà. Una visione alternativa all’europa della finanza e della burocrazia, che rimetta al centro i cittadini e sulla quale coinvolgeremo altri leader politici e di governo e rappresentanti del mondo della cultura, delle professioni e dell’impresa, con l’ambizione di diventare il primo gruppo al Parlamento europeo”.

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Ovunque il Cristianesimo è arrivato ha portato la civiltà, ricordiamocelo!

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L’IDENTITA’ CLASSICO-CRISTIANA DELL’OCCIDENTE (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

Di Matteo Castagna

Vogliamo dare un’anima a questo Occidente secolarizzato, in profonda crisi soprattutto di identità? Ebbene cos’è l’identità?  E’ l’insieme delle caratteristiche di un popolo.

Il grande sociologo anglo-polacco Zygmund Bauman alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida, che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno.

L’individuo per Bauman è in continua decadenza ma, insieme a lui, decade la società in toto: le strutture amministrative, la polis, la cultura, la sfera personale. La vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione e della frustrazione che l’io prova rispetto a se stesso, il quale rinuncia alla sua identità, al suo ruolo sociale, al suo valore intrinseco, preferendo trasformarsi in un ‘kit Ikea’ da assemblare per essere funzionale solo per un periodo limitato di tempo, piuttosto che impegnarsi attivamente nella propria sfera personale e sociale. È stato, infatti, fra i primi sociologi a denunciare il pericoloso processo di isolamento dell’uomo moderno inserito nella società opulenta, che tende «a sacrificare le soddisfazioni di oggi in vista di finalità remote, e dunque ad accettare sofferenze prolungate in cambio di gratificazioni individuali in nome del benessere di un gruppo» (Z. Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. VII).

Fra le conseguenze più gravi della debolezza umana ed esistenziale, Bauman ha rintracciato il decadimento delle strutture fondamentali della società. Entrano in crisi le famiglie e i rapporti umani; le istituzioni politiche, che pongono innanzi i propri interessi piuttosto che quelli dei cittadini; l’identità nazionale e partitica, che si annulla a vantaggio di logiche di mercato caotiche; e la qualità del tempo che si perde del tutto, costringendo indirettamente l’individuo a vivere apaticamente la propria esistenza svolgendo attività ‘narcolettiche’ per fuggire alla paura del domani. La perdita di consistenza dell’individuo e il suo isolamento costringono l’uomo a venir meno ai suoi compiti di cittadino attivo, padre o madre, intellettuale o scrittore, politico o ‘maestro’, cancellando la funzione esercitata dall’etica sull’individuo e sulla società. La flessibilità si pone come nuovo valore sociale, presupposto necessario per la nascita delle cose e delle relazioni fra esse: «Una società può definirsi liquido-moderna se le situazioni in cui operano gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure» (Ivi, p. 45). Più volte Bauman ha rimarcato che la vita che viviamo è precaria e angosciante, perché l’individuo percepisce che il mondo viaggia ad una velocità più sostenuta rispetto al ritmo della propria esistenza e, non riuscendo a stare al passo con gli avvenimenti, si sente colto alla sprovvista, e ciò provoca in lui un profondo senso di frustrazione. Continua a leggere

L’anno nero della scienza

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

L’ ‘annus horribilis’ segna una straordinaria défaillance della Scienza medica. Si è fatta sorprendere da un’influenza, certamente molto aggressiva, ma pur sempre un’influenza, non un morbo sconosciuto venuto da Marte. Di influenze ce ne sono ogni anno, vengono studiate, classificate, monitorate. La Scienza medica si basa, come ogni altra scienza, sulla ricerca, il che vuol dire non solo ricercare strumenti nuovi e più efficaci per curare un morbo conosciuto, ma provare a prevederne gli sviluppi. È arrivato un profluvio di interventi di epidemiologi, di virologi, di infettivologi, nessuno dei quali era d’accordo con l’altro, segno appunto che non se ne sapeva e non se ne capiva niente, confondendo ulteriormente una popolazione già turbata. L’unica cosa che, all’inizio, la Scienza medica è riuscita a dirci è: restate a casa. Ma questo avrebbe potuto dirlo anche un bambino di 5 anni. Dopo aver utilizzato cure non solo inefficaci ma a volte dannose, dando così il colpo di grazia al malato, si è deciso di ricorrere ai vaccini. Con un certo ritardo direi, se la campagna vaccinale è cominciata, più o meno in tutti i paesi, da poco più di un mese.

Adesso per inoculare il vaccino si sono ingaggiati medici di base, odontoiatri, dottorandi, infermieri, farmacisti. Ma, logistica a parte, il problema non è questo: fare un’iniezione è cosa che è in grado di fare una domestica o un marinaio o lo stesso interessato, avendo le necessarie informazioni. Il problema sta nel fatto che il medico di base dovrebbe essere in grado di capire alla svelta se certi sintomi segnalati dal paziente sono Covid o col Covid non hanno nulla a che fare, ed eventualmente, nei casi meno preoccupanti, curarlo a casa evitando di intasare gli ospedali. Ma, pur con molte eccezioni, il medico di base non è in grado di farlo, di fare il medico, è un burocrate che ha bisogno dell’ausilio della tecnologia. Quando vai in ambulatorio non ti guarda nemmeno in faccia, ti prescrive subito una mezza dozzina di esami, con perdita di denaro e soprattutto di tempo che nel caso del Covid è particolarmente decisivo. C’è una differenza fondamentale fra l’attuale medico di base e il vecchio “medico di famiglia”. Il medico di famiglia conosceva bene la tua storia e appunto quella della tua famiglia ma, soprattutto, il suo unico strumento di conoscenza era proprio il corpo del malato, gli respirava addosso (adesso non vengono a visitarti nemmeno a casa, le diagnosi le fanno a distanza, magari utilizzando il video). E conoscendo il corpo e le reazioni, fisiche e psicologiche, dei suoi pazienti, era in grado di fare le necessarie comparazioni e valutazioni, la diagnosi. Il rapporto di fiducia col proprio medico è già una cura. Non si può avere lo stesso rapporto con una macchina. Continua a leggere

Il tonfo del femminismo 2.0

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DI GIULIANO GUZZO

Più che di difesa, sa di ammissione. Oscillanti tra il vittimismo e lo scaricabarile, le parole con cui Laura Boldrini ha replicato alle accuse mossegli martedì da Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano – attraverso le testimonianze di collaboratrici mai liquidate, assistenti sottopagati e collaboratori costretti a dimettersi – smentiscono ben poco. L’assistente le prenotava il parrucchiere? «Perché sono una donna sola». Veniva spedita in lavanderia? «Può essere capitato». I mancati pagamenti alla colf? «É da settembre che la mia commercialista prova a contattare vanamente la funzionaria del Caf».

Povera arrampicata sugli specchi, una volta era uno sport serio: ora è ridotta a presa per il naso verso il prossimo. Pazienza. Qui però il punto, attenzione, non è la figura non della Boldrini. Il punto qui son le crepe apertesi sullo scafo del femminismo 2.0, il #MeToo in servizio permanente, il clero rosa dal ditino sempre alzato. Crepe di cui, sia chiaro, la rivelata tirannia domestica dell’ex Presidente della Camera è solo l’ultimo aggiornamento. Abbiamo infatti un crescente elenco internazionale di donne che – ciascuna nel suo ambito, e in modo più o meno netto – si smarca dalla cultura dominante. Qualche esempio?

Amy Coney Barrett che si fa nominare alla Corte suprema Usa da fiera antiabortista, Beatrice Venezi che vuol esser chiamata «direttore», la vicepremier spagnola Carmen Calvo che stronca la Ley Trans – per l’identità di genere con autocertificazione, senza sentenza, perizia o atto medico -, l’attivista inglese Julie Blindel che boccia la gestazione per altri come una truffa, la femminista Meghan Murphy che dice di preferire «di gran lunga uomini apertamente sessisti con cui puoi almeno avere una conversazione onesta» rispetto gli ipocriti progressisti. L’elenco è lungo. Son tutte intellettuali – spesso pure di sinistra – assai critiche col progressismo.

Se ne sente parlare poco, di sfuggita, perché i burattinai dell’informazione mica vogliono s’inceppi, il loro giocattolino propagandistico. Ma i fatti, che sono ostinati, raccontano un’altra storia: quella di un femminismo 2.0 che nonostante le tante icone su cui può ancora contare – da Kamala Harris a Megan Markle, da Lilli Gruber a Giovanna Botteri, da Rula Jebreal a Laura Boldrini fino a pochi giorni fa – ormai annaspa. Onnipresente sui media, in realtà zoppica. Arruola molto meno di un tempo. Appassiona, sì, ma fino ad un certo punto. Continua murgescamente a dominare nelle librerie, vero: ma convince solo chi è già convinto. Occhio, la giostra scricchiola.

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Il tonfo del femminismo 2.0

«Non esistono vite indegne!». Il Leone che ruggiva in faccia a Hitler

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A pochi giorni dalla legalizzazione dell’eutanasia da parte della Spagna, che così è diventato il settimo Paese al mondo a varare una legge sulla «dolce morte», oggi, 22 marzo, si celebra la memoria del beato Clemens August von Galen (1878–1946). Probabilmente trattasi solo di una coincidenza, tuttavia è senza dubbio una buona occasione per ricordare questo cardinale tedesco che proprio sull’eutanasia spese parole di straordinaria chiarezza e ancora assai attuali.

A questo, però, arriviamo tra poco. Intanto è bene sapere chi fosse von Galen, ossia il figlio di una nobile famiglia tedesca che terminati gli studi, nel 1904, fu ordinato sacerdote nel 1904. Seguì una lunga carriera ecclesiastica che, se da un lato lo porterà fino alla porpora cardinalizia, dall’altro consentirà a questo pastore di imporsi come una figura di immenso carisma, totalmente fuori dal comune e soprattutto coraggiosa; al punto da passare alla storia come il «Leone di Münster».

In effetti, tutto si può dire di von Galen tranne che non avesse fegato per il modo diretto con cui, attraverso le sue omelie, si scagliava contro il regime nazista. Ma non, attenzione, a nazismo finito – come i simpaticoni odierni, coccolati antifascisti in assenza di fascismo -, bensì quando Hitler era ancora saldamente al potere. Tanto che nel giugno del 1943 sarà nientemeno che il New York Times a definire il vescovo di Münster «l’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista».

Da parte sua, sia chiaro, il regime non è che stesse a guardare. Tutt’altro: pur senza nominarlo in modo esplicito, a pronunciare minacciosi ammonimenti contro von Galen fu nientemeno che Goebbels in persona, e vi furono centinaia di arresti tra chi diffondeva i suoi sermoni. Ciò nonostante, il «Leone» non smise mai di ruggire, prendendosela in generale con l’ideologia nazista e, in particolare, con l’eutanasia che i seguaci di Hitler attuavano sui portatori di handicap. Memorabile, al riguardo, un’omelia di von Galen dell’agosto 1941.

«Se anche per un’unica volta accettiamo il principio del diritto a uccidere i nostri fratelli», tuonò, «allora in linea di principio l’omicidio diventa ammissibile per tutti gli esseri improduttivi, i malati incurabili, coloro che sono stati resi invalidi, e noi stessi, quando diventiamo vecchi. Chi potrà ancora avere fiducia nel suo medico? Potrà condannarlo a morte». Parole durissime, che di questi tempi genererebbero un certo imbarazzo financo in casa cattolica dove, specie sui temi etici, pare prevalere un approccio accomodante.

La sensazione, infatti, è che pur di non apparire «divisivi» – come se Gesù fosse un simpaticone che metteva tutti d’accordo – sulle questioni bioetiche abbia ultimamente la meglio una linea soft, ma così soft che sfiora l’irrilevanza. Ecco perché merita di essere riscoperta la figura del beato von Galen, uno che fuori dalla porta aveva Hitler in persona, non i radicali o qualche giornalista di Repubblica pronto a tendere un trappolone; eppure non si risparmiava nel proclamare, sull’uomo, la verità tutta intera. Avercene ancora, di «Leoni» così.

Giuliano Guzzo

DI GIULIANO GUZZO

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«Non esistono vite indegne!». Il Leone che ruggiva in faccia a Hitler

Il procuratore “made in Palamara”

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DI ALESSANDRO SALLUSTI

Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver negato lo sbarco, nell’estate del 2019, a 147 migranti soccorsi al largo di Lampedusa dalla nave della ong Open Arms.

Ieri il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver negato lo sbarco, nell’estate del 2019, a 147 migranti soccorsi al largo di Lampedusa dalla nave della ong Open Arms.

Va bene, facciamo finta che Palamara non abbia raccontato che cosa è successo in quell’estate dentro la magistratura per andare a colpire la Lega. Facciamo finta che siamo nelle mani di una magistratura integerrima, e quindi di non sapere che un magistrato, Marco Mescolini, rimosso dalla procura di Reggio Emilia perché rallentava le indagini sul Pd e accelerava quelle su Forza Italia, invece che essere cacciato a calci nel sedere è stato sì spostato, ma promosso alla ben più prestigiosa procura (rossa) di Firenze; facciamo pure finta di non aver letto (sul nostro Giornale) che il Csm ha nei giorni scorsi promosso un magistrato, Giulio Cesare Cipolletta, che girava con il coltello, con il quale tagliava le gomme alle auto dei colleghi rivali e spaccò una gamba a un automobilista che aveva osato suonargli il clacson. Facciamo insomma finta di non vedere che la giustizia è nelle mani di una banda di sciagurati che purtroppo fanno capo (spero a sua insaputa) al presidente Mattarella in quanto capo del Csm che, come tale, almeno formalmente, dovrebbe avallare le loro decisioni. Ma almeno che gli italiani sappiano da che pulpito arriva la richiesta di rinviare a giudizio Salvini per un presunto reato politico.

Bene, mi affido alle parole di Luca Palamara nel libro Il Sistema. Si tratta di nominare il nuovo procuratore di Palermo: «Mi convoca il procuratore di Roma Pignatone e a sorpresa mi dice: Si va su Lo Voi?. Rimango sorpreso, è il candidato con meno titoli tra quelli in corsa, ma sono uomo di mondo, mi adeguo e studio la pratica. È un’impresa difficile, l’uomo era distaccato fuori sede, all’Eurogest. Ricordo la trattativa come una delle più difficili della vita, faccio un doppio gioco e la vinco: Lo Voi va a Palermo e, dopo il giusto ricorso di un suo avversario, io e Pignatone organizziamo una cena con il magistrato che dovrà decidere sul ricorso che…». E ancora: «Un ingenuo membro del Csm il giorno della nomina di Lo Voi disse davanti a tutti: Lo Voi non aveva i titoli, oggi ho capito che cosa è il potere».

Ecco, la politica oggi si fa giudicare da un uomo così, abbassa la testa, non apre commissioni di inchiesta sulla magistratura, tace impaurita. Sapete che c’è? Ben le sta.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/procuratore-made-palamara-1932472.html

Dragocrazia

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia. Continua a leggere

E ai grillini rimase solo un Fico secco

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Dell’epopea grillina è rimasto nelle istituzioni un frutto fuori stagione, il Fico. Sta lì appeso e solitario, sull’albero di Monte Citorio, aggrappato con tutte le sue forze al ramo; fuori corso, fuori luogo, come un reperto peloso di un’era geologica precedente. La sua unica speranza è che tardi il raccolto, ovvero che non si vada a votare. Draghi, in fondo, è stata una disgrazia per i grillini al governo, meno che per lui, perché è una polizza sulla sua durata alla presidenza della Camera.

Fico è una figura coerente, almeno al suo cognome e al suo curriculum, in cui il pensiero e azione coincidono perfettamente, nell’inattività di ambedue. Lo ricorderete il giorno della prima comunione quando andò a piedi a presiedere il Parlamento per far capire che lui è uno della gente. Costò un sacco mandarlo per le strade con la scorta e la sorveglianza, molto più che un viaggio in un’auto blu. Poi passò al tram, giusto il tempo di farsi una foto da mandare in rete. Andate a vedere ora come viaggia il Fico presidenziale. I Palazzi sono una droga, ci si abitua presto, soprattutto se non hai robusti anticorpi culturali e non hai altro mestiere a cui tornare.

Lo vedemmo con le mani in tasca mentre suonavano l’Inno di Mameli, ora lo avrete visto nel cortile del Quirinale come un Fico ammaestrato al passo militare per andare da Mattarella a compiere quella sua missione inutile del mandato esplorativo, coronato da un folgorante insuccesso. Alla sua impresa mancò la fortuna non il valore, assente già da prima.

Ma del napoletano egizio resterà soprattutto la sua campagna d’Egitto, la guerra dichiarata al Cairo nel nome di Regeni. Finora il suo unico, straordinario successo è stato far crollare i rapporti import-export con l’Egitto a vantaggio della Francia che ne ha subito approfittato. E’ quella la sua missione politica e umanitaria più significativa nell’arco di tre anni, più qualche gne-gne di banalità finto-umanitarie e qualche discorso-fotocopia come da protocollo.

Fico è un prodotto tipico della stagione grillina, dimostra che siamo arrivati alla frutta, e non per modo di dire. Uno che come titolo di studio si è laureato in canzone neomelodica napoletana, e non nel senso che almeno cantava e si guadagnava da vivere per strada o tra i tavoli del bar passando poi col piattino; ma, peggio, studiava i cantanti napoletani, studiava la fenomenologia di Mario Merola e la teoria trascendentale di Roberto Murolo. Studioso non di Machiavelli o Beccaria ma di Gigi d’Alessio e Nino d’Angelo. Un genio dal sapere enciclopedico. Fico della Mirandola.

Uno che fino all’età di quarant’anni inoltrati, cioè fino a che non vinse alla ruota della fortuna coi 5 Stelle, non aveva arte né parte ma si arrangiava tra hotel, lavoricchi, vendeva tessuti marocchini e roba varia. Uno che ha rappresentato per indole, capacità e curriculum, l’ala più grillina dei grillini; esponente dell’Ideologia apocalittico-pressapochista di Grillology, con scappellamento a sinistra. Però, uè, Fico ha rinunciato all’indennità aggiuntiva, dunque è un eroe e martire della Causa.

Ma Fico fu osannato subito dai media perché rappresentava l’ala sinistra del Movimento, il frutto proibito dell’intesa col Pd, che poi maturò e dette i suoi frutti. Per certi versi Fico è un frutto sessantottino maturato con mezzo secolo di ritardo; rimastica il vecchio egualitarismo e l’antico pauperismo, è ovviamente nemico, anche per fatto personale, della meritocrazia; è totalmente appiattito sul politically correct anche sui temi bioetici e ha subito sbandierato, insediandosi a Montecitorio, la sua continuità antifascista con la Boldrina. Fico rappresenta non solo il movimentismo extraparlamentare ed extraterrestre dei Cinque Stelle in versione radical-pop, ma la sinistra d’asporto, di strada, di rete e di utopia, senza il realismo politico della sinistra più scafata, da Bersani a D’Alema e Minniti. A questo punto dateci Marco Rizzo, comunista senza peli e senza indugi. Peggio della sinistra infatti c’è solo la sinistra in format grillino.

Per il movimento di cui Fico è rimasto oggi l’esponente di punta, l’ignoranza è una virtù, come la verginità ai tempi dell’educazione cattolica. E così l’assenza di curriculum, di storia. È la convinzione egualitaria e sessantottina che l’ignoranza sia sinonimo di purezza, di illibata virtù e astinenza dal potere, di vicinanza al popolo versione auditel, anzi ignorantitel. Niente studio, tutto dilettantismo. La competenza è solo la somma in rete di tante ignoranze. Come il voto politico nel ’68.

Uscendo dalle consultazioni il suo amico geniale, Crimi, ha parlato di “intelligenza collettiva”; in effetti sarebbe stato incauto riferirsi a quella personale. Tutto è immediato, diretto, collettivo, la rete è l’unica sovranità riconosciuta; ma va prima ammaestrata, controllata e ridotta come i cani di Pavlov a rispondere solo coi riflessi condizionati a quesiti prefabbricati che contengano già la risposta.

A vedere il Fico e soprattutto a sentirlo parlare ti viene di chiamarlo don Felice Sciosciammocca, con la sua parlata da Ninnillo di mammà e la sua proverbiale mosceria da posapiano. Un personaggio tipico della commedia napoletana, beneficiario del caffè sospeso. Con Giggino Di Maio costituisce il due di coppe del mazzo napoletano dei 5Stelle; ma perlomeno Di Maio è sveglio e mutante, conosce l’arte di barcamenarsi.

La presidenza della Camera spesso peggiora le persone, lo sappiamo dai suoi predecessori. Con Fico non c’era pericolo: l’impresa di peggiorarlo era praticamente impossibile. Lui era già in natura il massimo esponente del Nulla Grillino di Sinistra. Di più non si poteva.

MV, Panorama n.7 (2021)

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