Qualche spunto per un “grande reset” identitario

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

DALLA MORTE DELLA BALENA BIANCA ALLA PEGGIOR SINISTRA, TUTTA GENDER E CAPITALE

‘La Democrazia Cristiana è contagiosa: il fascismo fu virile, la DC è virale’. Fu la sorella bigotta della fratellanza comunista. Il suo massimo ideologo fu Orietta Berti che teorizzò: Finché la barca va, lasciala andare“. Con queste frasi impietose quanto sarcastiche, Marcello Veneziani definisce la Balena Bianca, poi morta sotto la mannaia di Tangentopoli, fuori dal Parlamento e dagli strali politici della Lega Nord di Bossi, che ne erose il consenso e mise in guardia dalla peggior mala gestio.

Con il 1993 arrivò la cosiddetta Seconda Repubblica, ovvero un rimescolamento degli equilibri, che diede la parvenza di un cambiamento, in cui marchette e clientele, collusioni ed affarismo venivano messe al bando in favore di onestà e trasparenza, competenza e abbattimento della burocrazia.

Ma la DC non morì davvero, perché la “mens democristiana”, figlia del modernismo teologico e dell’italica ipocrisia di quegli odiosi baciapile arraffoni, alleati di chiunque sia speculare al mantenimento del potere fine a se stesso, si incistò in tutti i partiti.

Il maggioritario fu farlocco perché più si “divide” e più si “impera”, mentre due sole coalizioni avrebbero bloccato il sistema di spartizione ed il “magna magna” avrebbe subito un arresto per troppi soggetti.

Poi arrivò il grillismo a dare il colpo di grazia, perché, anziché aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ha fatto la fine della rana bollita ed è stato risucchiato come garante del Sistema delle poltrone, dell’incompetenza come prassi di governo e di opposizione, della trasformazione dell’abbattimento degli sprechi con il qualunquismo dell’antipolitica, che ha abbattuto persino il nobile aristotelico concetto di Politica, per favorire il primato dell’economia global su di essa, soprattutto quella con gli occhi a mandorla. Alleato naturale è divenuta la peggior sinistra, tutta gender e capitale.

La seconda Repubblica è la dimostrazione pratica, riconoscibile in ogni ambito pubblico, della peggior “DC virale”. Un’opposizione a questi modelli c’è e si richiama ai movimenti o partiti identitari, che sono però in difficoltà, perché il Sistema è un moloch che si trascina ed un carrozzone che si autoricicla, che infiltra e seduce, che costringe ad accettare coperchi ideologici globalisti, che ricatta e pone veti incrociati, utilizzando, anche, una fetta di Magistratura: quella che leggiamo nel bel libro di Sallusti su Palamara.

 

Ma, allora, questa Seconda Repubblica è stata all’altezza delle aspettative del popolo o ne ha tradito le aspirazioni divenendo peggiore della Prima? Se guardiamo al livello medio, senza generalizzare troppo, mantenendo il giusto equilibrio tomista, sembrerebbe che nei Palazzi romani vi fossero colonie di personaggi in cerca d’autore, in mano ai burocrati, camerieri dei banchieri privi di idee e identità politica propria, che vivono di slogan perché i partiti mancano di una vera classe dirigente, preparata e attenta alla “civitas”, che faccia proposte realizzabili e concrete, in almeno due visioni antropologiche diverse, con culture politiche, etiche e socio-economiche definite e alternative, con alleanze internazionali definite ed alternative, ma in un contesto di pari legittimazione.

La guerra è finita da un pezzo e non possiamo continuare coi preconcetti e gli schemi degli anni di piombo, altrimenti saremo sempre impreparati di fronte al mondo che cambia. La gestione dell’emergenza Covid dovrebbe aver insegnato qualcosa… Va bene lasciare il “grande reset” della seconda repubblica ai globalisti? Oppure sarebbe ora di costruire la proposta della terza repubblica, osservando il tradimento delle élite, la collaborazione coi nemici storici della nostra identità occidentale, l’impunità e la promozione dell’anticattolicesimo, la sovversione della civiltà classico-cristiana, l’invasione dei “nuovi schiavi” della globalizzazione, il ceto medio in ginocchio, l’umiliazione della Chiesa e dei suoi bimillenari principi?

Sul testo più letto al mondo, che rimane la Bibbia, si può trovare la storia di Giuda Maccabeo, che ha saputo opporsi alle forze che minacciavano l’identità del suo popolo. Julien Langella osserva, giustamente, che “la prima cosa che ci colpisce tra i maccabei è la loro viva pietà (che andrebbe recuperata da moltissimi dei “nostri”, n.d.r.) e la buona conoscenza del loro Paese (anche in fatto di cultura, infatti, a partire dalla scuola, ma anche sulla lettura e sui media si potrebbe fare un salto di qualità, n.d.r.). Quei ribelli ci hanno dimostrato che non c’è riconquista senza radicamento geografico, senza riappropriarsi del territorio. Di fronte al Ball mondialista e a tutti i tentativi di appiattimento generale, l’unica risposta efficace consiste nel riappropriarsi della propria lingua (valorizzando ogni peculiarità locale, n.d.r.) delle tradizioni, dei paesaggi, della gastronomia“, del turismo, delle politiche demografiche, delle abitudini, del ritorno alla terra, del rispetto della natura e del senso comunitario perduto dalla vita frenetica.

Contro l’onda di questa subcultura da discount, scialba e incolore o, forse, per qualcuno, mono-subcultura arcobaleno, dobbiamo innalzare la diga identitaria. L’amore della piccola Patria non è d’ostacolo alla grande. Felix Gras, compagno di strada di Mistral, diceva: “amo il mio villaggio più del tuo villaggio, la mia Provenza più della tua provincia e la Francia più di tutto”. Dunque: io amo la mia Valpolicella più della tua Val Brembana, la mia Verona più della tua Vicenza e l’Italia più di tutto.

Le nostre appartenenze devono accumularsi l’una sull’altra in modo complementare e armonioso sotto il “giogo soave” del Regno sociale di Cristo Re delle cose visibili e invisibili. Farà il bene anche di chi non crede, poiché si fonda sull’Amore della Verità che rende liberi – come dice San Paolo – ed il rigetto dell’errore nichilista e relativista, che porta alla disperazione. E poi, perché abbiamo già provato e abbiamo sotto gli occhi cosa sia la “civiltà laicista”, ossia quella dell’odio verso Dio ed il Creato, la dittatura dei desideri sovversivi del diritto naturale, in un contesto di amebe prive di capacità critiche ed appiattite su mode irragionevoli, nel dominio dell’ignoranza e del brutto.

Come diceva Maurras: “lavorando alla ricostruzione della città o della provincia, si lavora a ricostruire la Nazione“, perché l’Italia integrale non può non dirsi cristiana – come sosteneva il miscredente Benedetto Croce – ed è l’Italia federale, dei campanili, delle arti e dei mestieri, degli operai e della piccola/media impresa che l’hanno resa una potenza invidiata da tutto il mondo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/05/31/qualche-spunto-per-un-grande-reset-identitario/

Tutte le fake news dei cacciatori di fake news

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Segnalazione del Centro Studi Federici

di Fulvio Scaglione

Così è (se vi pare), scena prima, parte prima. Siamo nel giugno 2020, il Washington Post spara la notiziona: la Russia ha pagato i talebani perché, a partire dal 2018, uccidessero soldati americani in Afghanistan. A ruota arriva il New York Times: titolare del programma di assassini prezzolati sarebbe l’Unità 29155 del Gru, i servizi segreti militari russi. E siccome siamo agli inizi della campagna elettorale Usa, si aggiunge: Donald Trump lo sapeva già da febbraio ma non ha detto né fatto nulla. Sottinteso: perché è una marionetta di Putin. Ovviamente Joe Biden ci si butta a pesce: “Non capisco perché questo Presidente non sia disposto ad affrontare Putin che paga taglie ai taliban perché uccidano soldati americani in Afghanistan”, dice durante il dibattito presidenziale del 22 ottobre. Altrettanto ovviamente la notiziona viene riversata tal quale da tutti (o quasi) i media della provincia italiana.  
 
Scena prima, parte seconda: aprile 2021, sono le stesse agenzie americane, militari e della sicurezza, a smentire la storia che merita, secondo loro, “low to moderate confidence”. La Nbcn, una delle Tv più accanite nell’inseguire la storia, traduce così: “Nel gergo dell’intelligence, una moderata fiducia significa che le informazioni sono plausibili e provenienti da fonti credibili, ma non abbastanza corroborate da meritare una valutazione più alta. Una bassa confidenza significa che l’analisi è basata su informazioni discutibili o non plausibili – o informazioni troppo frammentate o scarsamente confermate per trarre conclusioni solide. Può anche riflettere problemi con la credibilità delle fonti”. Nel linguaggio dei più raffinati centri studi si direbbe: balle, cucche, storie, favole.
 
Nessun paragone, nella provincia dell’impero, tra il risalto dato alla prima notizia (le taglie ai talebani) e quello, nullo, dato alla seconda (non era vero).
 
Così è (se vi pare), scena seconda, parte prima: un gruppo di hacker manda in tilt il più grande oleodotto Usa, quello della Colonial Oil che corre dalla costa Ovest a quella Est. Due giorni dopo il fatto, un noto giornalista italiano, più volte direttore, commentatore di fatti internazionali su quotidiani e Tv, scrive che si tratta dell’ennesimo attentato alle economie democratiche da parte di Stati autocratici. Cina o Russia, par di capire. 

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Apologia della capra

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QUINTA COLONNA

di Livio Cadè

Fonte: Ereticamente

I. Elogio dell’ignoranza

“Getta il sapere e non avrai tristezza“.

Si suol dire “ignorante come una capra”. Credo che alla capra poco o nulla importi di questo stupido pregiudizio. Ma a coloro che vi credono va ricordato un episodio della Patrologia Latina ove si narra della capra che salvò un santo eremita del deserto. Costui, non sapendo distinguere le erbe buone da quelle velenose, sarebbe morto se una capra, che per antico istinto sapeva riconoscere le piante non mangiabili, brucando in silenzio non gli avesse insegnato a riconoscerle. Il sant’uomo fu dunque soccorso dalla sapienza di una capra.

La nostra civiltà vive nel culto del sapere. Ma il nostro sapere è a volte nemico di una naturale saggezza e di una vera sapienza. Quella che chiamiamo conoscenza è spesso ignoranza, e viceversa. In tal senso Lao-Tze dice: “rinnega la conoscenza e il popolo cento volte ne trarrà giovamento”, massima che troverebbe oggi ben pochi seguaci. Tutti sembran infatti d’accordo nel dire che l’ignoranza è un male. Tuttavia è chiaro che siamo tutti ignoranti, in quanto ogni conoscere ha dei limiti e i campi del conoscere sono infiniti.

Parlando di sapere, oggi si intende di solito la competenza scientifica, conoscenza del mondo par excellence, ritenuta ormai motore imprescindibile dell’evoluzione sociale. Sono invece svalutate altre forme di conoscenza: saperi tradizionali, saggezza popolare, intuizione spirituale ecc. A questi saperi stabili, abbarbicati nel profondo dell’esperienza umana, si è sostituita una conoscenza priva di radici, di carattere incerto e volatile.

Tale conoscenza, essendo amministrata da una ristretta cerchia di esperti, lascia l’uomo medio in uno stato di perenne minorità e lo consegna alla tutela di un nuovo clero scientifico. Ma mentre il pensiero della Chiesa poggiava su basi ferme, quello della scienza, da Galileo in poi, ha sempre mostrato natura provvisoria. Nel suo tendere verso un progresso infinito determina una continua precarietà, e ci costringe a spingere i massi del sapere come in un supplizio di Sisifo.

Guardando alla storia, si può dubitare che questa conoscenza abbia contribuito alla nostra felicità e alla creazione di un mondo migliore. Si potrebbe anzi credere il contrario. I più tuttavia sostengono l’innocenza e la verginità della scienza. Sembrano ignorare che oggi la conoscenza non è, come poteva essere per i greci, pura teoria e contemplazione intellettuale ma, sulla traccia di Bacone,  ricerca del potere che nasce dal sapere, strumento di dominio sulle cose. Una conoscenza che fosse disinteressata comprensione del reale, filosofica meditazione sul senso della vita, ci sembrerebbe una perdita di tempo. Il sapere deve essere finalizzato a scopi pratici, tradursi in una tecnica, generare un profitto. Perciò il tempio della scienza si è riempito di mercanti e prostitute. Continua a leggere

Il regime della sorveglianza

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Dunque, ricapitoliamo. Non è consentito avere un’opinione difforme in tema di covid e di pandemia, di chiusure e di vaccini rispetto a quelle somministrate dai vettori ufficiali; l’accusa di negazionismo o di no vax, di contravvenire alle regole dei social, della vita pubblica, dell’ordinamento è dietro l’angolo. È poi vietato avere giudizi difformi sulle coppie omosessuali, sulle maternità surrogate, le adozioni gay e in generale sui rapporti omo-trans-lesbiche; chi ha idee diverse, o semplicemente continua a difendere le differenze naturali, la famiglia, la nascita secondo natura e la vita secondo tradizione, entra in una sfera d’interdizione che passa dalla riprovazione al veto. Forti proibizioni sono introdotte da leggi, moniti e censure sui social. In tema di femminismo, diritti delle donne o riguardanti caratteristiche fisiche, etniche, lessicali si innescano processi sommari, a colpi di MeToo, catcalling e affini, che generano separazione e diffidenza tra uomini e donne. È vietato poi chiamare clandestini i migranti irregolari; i rom col nome tradizionale di zingari, i neri con l’appellativo antico di negri, senza alcuna connotazione dispregiativa; per ogni disabilità non vanno usati i termini adoperati da sempre, ma solo diversamente abili. E’ vietato nutrire un’opinione diversa da quella istituzionale in tema di fascismo e antifascismo, di razzismo e di nazismo, di storia e di massacri.

Oltre i divieti ci sono poi le cancellazioni del passato, in termini di amnesia collettiva della memoria storica e rimozione di tanti orrori, autori, imprese, personaggi, storie e pensieri non allineati. Tutto ciò che attiene alla nostra civiltà, tradizione e retaggio va deprecato o va accantonato per non urtare la sensibilità di chi non vi appartiene; bisogna sempre assumere il punto di vista a noi più estraneo e più remoto. Prima gli stranieri, per rovesciare un noto slogan politico fondato sulla preferenza nazionale.

In questa poderosa restrizione di pratiche, linguaggi e opinioni, la libertà consentita è un corridoio stretto e corto che si può percorrere all’interno delle opinioni lecite, in un perimetro assai angusto; appena superi il “range” consentito, coi limiti imposti alle divergenze, scatta la censura, la riprovazione, la denuncia, la condanna o l’isolamento, il cordone sanitario, la morte civile. Continua a leggere

A teatro con lo sconto? Sì, ma solo se sostieni il Ddl Zan

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di Cristina Gauri

Milano, 13 mag — A teatro con lo sconto, ma solo se appoggi il Ddl Zan. Se sei povero e non sostieni la legge contro l’omotransfobia, puoi anche startene a casa. E’ l’iniziativa lanciata da Gaia Calimani, presidente di Manifatture Teatrali Milanesi, Onlus foraggiata da Comune di Milano, Regione e Mibact che gestisce i teatri Litta di corso Magenta e Leonardo di via Ampère.

Pur percependo fondi pubblici, sembrerebbe proprio che le belle anime di Mtm si riservano di discriminare i clienti in base alla loro posizione ideologica riguardo il discutibilissimo contenuto del Ddl. Del resto, nell’era delle mascherine e dei patentini vaccinali effettivamente si sentiva il bisogno di introdurre un nuovo «pass» per potere usufruire di servizi.

A teatro con lo sconto (ma solo se sostieni il Ddl Zan)

«Presentatevi in cassa con scritto sul palmo della mano Ddl Zan e vi riserveremo un ingresso a teatro a 10 euro», si legge sulle pagina social di Mtm. «Siamo l’arcobaleno di Dorothy nel magico regno di Oz, ma non solo quello — continua l’appello lanciato su Facebook —. Per questo vogliamo invitarvi a teatro a 10 euro, per questo nuovo inizio che si possa essere davvero in molti. Ci saremo anche noi e saremo insieme per una causa in cui crediamo». Per usufruire della promozione basta mettersi in contatto con la biglietteria di Mtm.

Sofo chiede controlli 
Lo sconto «ideologizzato» ha sollevato le forti critiche dell’europarlamentare Vincenzo Sofo che ha condannato l’iniziativa sui social. L’accusa è di farsi pubblicità strumentalizzando i diritti gay; soprattutto, di sfruttare i fondi pubblici per propagandare la propria ideologia.
«Sono talmente in buona fede — scrive su Facebook — che strumentalizzano il vessillo dei diritti gay per farsi notorietà, attirare pubblico e fare soldi. Sono talmente parassiti che sfruttano i finanziamenti pubblici al settore della cultura per fare propaganda politica. Con il collega Carlo Fidanza chiederemo una verifica per capire se questa gente, che vanta sul proprio sito i patrocini del Ministero dei Beni culturali e di Regione Lombardia, percepisca da questi o da altri entri contributi pubblici per la propria attività». Fondi che «finirebbero per essere i soldi con cui si offre lo sconto pro Ddl Zan. Se riscontreremo anomalie, ci batteremo perché questi fondi, soldi di tutti i cittadini, siano tolti a tutti coloro che li utilizzano per mettere in atto campagne discriminatorie».

 

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/teatro-sconto-ddl-zan-assurda-mtm-193311/

Altri “esperti” sconfitti dalla pandemia: i costituzionalisti

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di Corrado Ocone

C’è una categoria di studiosi che più degli altri esce sconfitta dalla gestione della pandemia: i costituzionalisti. Prima di tutto coloro che, per la loro rigidità ideologica, negli anni passati avevamo imparato ad apostrofare, con rispetto ma anche con un non velato sfottò, le “vestali della Costituzione”. Per loro la legge fondamentale andava interpretata alla lettera, non nello spirito, come un testo sacro che non viveva nel tempo ma si sottraeva ad ogni modifica o adattamento. Un totem.

Fu in quest’ottica che essi si opposero alle proposte di riforma e ai referendum prima di Berlusconi e poi di Renzi, e si mobilitarono con appelli gridando all’ “emergenza democratica” ogni qualche volta qualche piccola modifica veniva proposta o avanzata (soprattutto dal centrodestra). D’altronde non era la Costituzione figlia della Resistenza? E, se la Resistenza era stata antifascista, per una sorta di proprietà transitiva “fascista” era anche chiunque volesse modificare in qualche punto la Carta, fosse anche per adattarla a nuove esigenze.

Arrivata la pandemia, e con il governo più a sinistra della storia, le “vestali” di colpo tacquero. E non solo loro: furono pochissime le voci fra i costituzionalisti che mossero appunti, sotto il governo Conte, ai famigerati dpcm, alla sistematica messa da parte del Parlamento e delle opposizioni, alla assoluta leggerezza con cui venivano limitate le libertà fondamentali, alla segretezza con cui fu tenuta nascosta la promulgazione di uno stato d’emergenza che, lungi dall’essere provvisorio, sembrò a un certo punto dovesse continuare all’infinito. Ci fu addirittura qualcuno, ad esempio l’insigne Zagrebelsky, che si prodigò in vere e proprie capriole mentali e verbali per giustificare tale modus operandi.

Perché ciò avveniva può essere spiegato in due modi, soprattutto: 1. la militanza a sinistra della più parte dei costituzionalisti, che quindi si affidavano toto corde al premier del governo fondato sull’asse Zingaretti-Speranza; 2. l’aspettativa di prebende e consulenze da parte di un governo non certo parco su questo fronte verso tecnici e esperti Un governo che a un certo punto cadde e fu sostituito dall’attuale di Mario Draghi. Il quale è sicuramente più rispettoso del Parlamento e delle forme della democrazia ma è pure lui costretto spesso a non seguire la Costituzione: vuoi perché pressato dall’ala sinistra del suo esecutivo (che è in perfetta continuità con la maggioranza del governo precedente); vuoi perché effettivamente in punti importanti la Costituzione italiana ha grossi limiti, storici e culturali (fu pur sempre scritta anche da un ampio fronte socialcomunista e in genere non liberale), che non permettono più di rispondere alle esigenze del presente.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/gli-altri-esperti-sconfitti-dalla-pandemia/

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Dove porta la guerra global ai classici

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Fonte: Marcello Veneziani

di Marcello Veneziani

Come spiegare la guerra ai “classics” che si allarga negli Stati Uniti e pure sull’altra sponda dell’Atlantico e trova oggi conforto e rinforzo con l’arrivo alla casa Bianca dei progressisti e antirazzisti Joe Biden e di Kamala Harris? È stata proprio la “sua università”, quella da cui proviene la vice nera di Biden, la Howard University di Washington, a fare da capofila nell’opera di demolizione e di epurazione dei classici dagli studi. Trattandosi di un’università simbolo degli afro-americani, assume un significato speciale. La cacciata dei classici dalle università, non solo dunque del “conquistatore” Cristoforo Colombo ma dei grandi poeti, pensatori e letterati della tradizione antica, greco-romana ed europea, è diventata ora il simbolo della lotta dei neri contro la “supremazia” dei bianchi. La cultura è vista come un segno di violenza, schiavismo e sottomissione coloniale che l’occidente avrebbe esercitato sulle popolazioni indigene di tutto il mondo. Anche i capolavori della letteratura vengono sottoposti alla censura postuma e vengono giudicati dai tribunali e dalle piazze, dai MeToo e dagli Antifa, e non più nelle sedi letterarie in ragione del loro valore. Il significato umanistico viene sottomesso al valore umanitario e sottoposto al Tribunale Permanente dei Diritti Umani Violati.

Sono lontani i tempi in cui un presidente negro e illuminato, come Leopold Senghor, poeta e alfiere della “negritudine”, esibiva il suo amore per i classici e per la lingua latina e spingeva gli studenti più bravi del suo paese, il Senegal, e di tutta l’Africa nerissima a integrarsi anche tramite la cultura e l’assimilazione dei classici e della lingua latina.

Ora il problema non è integrare i neri, i latinos e gli indiani nella civiltà euro-occidentale ma dis-integrare la nostra cultura sin dalle sue radici e contrapporre i temi dei diritti umani a ogni discorso culturale, storico e spirituale. L’appello si estende a tutti gli occidentali che devono ricusare il loro passato, vergognarsi delle loro origini e sostenere la battaglia contro i classici, che a esaminarli furono tutti, più o meno, “razzisti”, “schiavisti”, “omofobi”, “maschilisti”, e via dicendo. Via la vita spirituale, al più cantiamo gli spiritual.

Perfino gli schemi del pensiero rivoluzionario vengono capovolti: le classi subalterne, i proletari, non devono impossessarsi delle idee dominanti e della cultura egemone per rovesciare i rapporti di potere e sostituirsi al comando della società; ma devono disprezzare la loro cultura e cancellare le sue tracce. Verso dove si va in questo modo? Verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri e i sempre. Continua a leggere

Lo spirito di “Destra” e quello di “Sinistra” davanti alla Pandemia

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Il decreto-aperture sta generando molte polemiche perché troppe serrande resteranno comunque abbassate, soprattutto nell’ambito della ristorazione, e per la permanenza del cosiddetto coprifuoco serale. Per analizzare la situazione in maniera realistica e pragmatica occorre abbandonare quella forma di “autismo ideologico”, che pare muovere i ragionamenti di alcuni commentatori, e giungere serenamente ad esprimere un punto di vista scevro di fanatismi e privo della fissazione cospirazionista, che raggiunge il solo scopo di sopravvalutare l’incompetenza.

All’interno di un governo di unità nazionale, ossia un governo di scopo, ci sono sostanzialmente tutte le forze politiche, che con un premier considerato autorevole, deve raggiungere, in un tempo limitato, la finalità di portare il Paese fuori dalla pandemia e dalla crisi economica. Ogni altro argomento è, ovviamente, divisivo e non può avere priorità di fronte alla popolazione che non lavora e alla gente che muore. Resta il fatto che, comunque, le donne e gli uomini al governo hanno visioni antropologiche agli antipodi e stanno assieme per raggiungere, appunto, un obiettivo comune, che non ha colore partitico: salvare l’Italia dalla crisi, guarendola dal virus. Il governo è diviso dalle modalità con cui raggiungere questi obiettivi. Tale divisione è lo specchio di quello che il grande Gustave Thibon chiamava “lo spirito di sinistra e lo spirito di destra”. Anche se sono categorie politiche superate dalla storia e dall’evidenza, lo spirito dell’una e dell’altra sono percepibili, oggi, come se vivessimo nel XIX o XX secolo.

In Diagnosi, Thibon scrive che “è facile definire l’uomo di sinistra come un invidioso o un utopista e l’uomo di destra come un soddisfatto o un “realista” . Il grande uomo di destra (Bossuet, de Maistre, Maurras, ecc.) è profondo e stretto, il grande uomo di sinistra (Fénelon, Rousseau, Hugo, ecc.) è profondo e torbido. Ambedue possiedono tutta l’apertura umana: portano nelle loro viscere il male e il bene, il reale e l’irreale, la terra e il cielo. Ciò che li distingue è questo: l’uomo di destra, lacerato tra una visione chiara della miseria e del disordine umano e il richiamo di una purezza impossibile a confondersi con qualsiasi cosa di inferiore ad essa, tende a separare con forza il reale dall’ideale; l’uomo di sinistra, il cui cuore è più caldo e lo spirito meno lucido, tende piuttosto a confonderli. Il primo, preoccupato di conservare all’ideale la sua altezza e la sua difficoltà di accesso, fiuterà volentieri odore di disordine negli “ideali” che corrono il mondo; il secondo, spinto dalla fretta di realizzare i suoi sogni e forse un po’ disgustato delle ascese severe, sarà portato a idealizzare il disordine. Qui si mescola, là si taglia”. Ergo da un lato si vorrebbe aprire le attività, in sicurezza, per far tornare a vivere, dall’altro si vorrebbe chiudere tutto per paura di sbagliare e senza rendersi conto di cadere, nel migliore dei casi, nel grottesco.

“Imbavaglia e disciplina i demoni che sono in te e nel mondo”, dice lo spirito di destra. “Fanne degli angeli”, ci sussurra lo spirito di sinistra. il guaio è, in quest’ultimo caso, che è infinitamente più facile travestire che trasformare. Continua G. Thibon: “l’ascetismo è a destra, il quietismo a sinistra. La corruzione quietista equivale sul piano religioso alla corruzione democratica sul piano politico: l’una e l’altra sono il frutto di quell’ affanno febbrile dell’essere impotente il quale, non avendo più forze per lottare né riserve per attendere, si affretta – al fine di realizzare senza ritardi né fatica il suo sogno di pienezza e felicità – a confonderlo con qualsiasi cosa. il quietismo e la mistica democratica consistono nel bruciare le tappe…in sogno! La febbre è a sinistra…” Per questo non ci deve essere Speranza! Non vogliamo passare l’estate con la febbre. Draghi è ancora in tempo per intervenire. 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

del 23 Aprile 2021

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/04/22/lo-spirito-di-destra-e-quello-di-sinistra-davanti-alla-pandemia-di-matteo-castagna/

I sovranisti nell’era Draghi

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Come sarà il sovranismo nel tempo di Mario Draghi alla guida di un governo per metà sostenuto e per metà osteggiato dai sovranisti? Ne uscirà sano, con le ossa rotte o rafforzato? Partiamo da un doppio paradosso. Il primo è che hanno fatto bene sia Salvini che Meloni a scegliere le rispettive strade. Non siamo mai stati avari di critiche o compiacenti con loro, ma tutto sommato è stata una scelta saggia per entrambi. Non potendo ottenere il voto anticipato, con Draghi si può puntare ad avere almeno due risultati: far cadere il governo grillo-sinistro che era una calamità innaturale, aggravata da un illusionista vanesio come collante, scongiurando che fosse quella banda inadeguata a gestire il piano del recovery; e avviare una stagione di decantazione in cui viene a cadere la demonizzazione dei sovranisti e si forma un governo bilanciato dalla presenza di forze del centro-destra. Scommessa rischiosa ma andava fatta.

Dall’altra parte, la Meloni ha ben capito che entrando nel governo avrebbe avuto un raggio minimo d’incidenza per via dei numeri ancora esigui del suo partito (avrebbe avuto un ministero di serie b e un paio di sottosegretari) e avrebbe perduto la ghiotta occasione di brillare da sola all’opposizione. Dunque, facile, accorta e lineare la sua scelta di starne fuori.

La divergenza tra Lega e Fratelli d’Italia, anche se non è tattica ma effettiva e competitiva, per chi vede l’insieme con lungimiranza, è utile alla causa comune perché riflette la divaricazione dell’opinione pubblica sovranista e consente di recuperare con l’una i consensi perduti dall’altro; e di ricompattarsi poi. Già quando Salvini scelse la via della spericolata alleanza coi grillini si separò dagli alleati ma poi li ritrovò dopo l’esperienza di governo. Insomma, per i sovranisti è stata positiva la doppia opzione, marciando divisi per poi unirsi quando si andrà al voto. Il sovranismo è sempre al 40 per cento dei consensi, con qualche travaso fra le due forze; aggiungendo l’apporto di Forza Italia e dei centristi resta la maggioranza in pectore del paese.

L’altro paradosso investe invece Draghi al governo. Considerando la sua storia, la sua provenienza, il suo stesso discorso d’investitura, Draghi è l’antitesi del sovranismo. È l’uomo dell’Europa, dell’euro, della finanza transnazionale, del predominio dell’economia sulla politica, della cessione di sovranità all’Unione Europea. Insomma il contrario di un sovranista. Lo ha ben detto Magdi Allam in una lettera aperta a Draghi, a cui non ha fatto sconti nel nome dell’amor patrio e della sovranità.

Ma, ferme restando tutte le inquietudini che genera la premiership di Draghi, c’è da fare un discorso realista e disincantato. Se fosse rimasto Conte e il suo governo col partito più omogeneo all’establishment europeo, il Pd, avremmo avuto una variante furba, doppiogiochista, ingannevole della stessa subalternità all’Europa. E saremmo stati esposti ancor più al rischio di sprecare le risorse dei prestiti ricevuti tra mance, regalie, redditi e bonus, col risultato di trovarci presto indebitati in modo inverosimile senza aver reso produttivi gli investimenti, ma solo puramente assistenziali (a scopo clientelare ed elettorale). A questo punto, anziché andare a trattare con l’Europa mandandoci i parvenu e gli inservienti, proni a tappetino pur di salvaguardare se stessi, meglio andarci con uno dei soci fondatori del club, uno dei leader più ascoltati e accreditati per i ruoli precedentemente coperti. Uno che, a differenza dei Gentiloni, dei Gualtieri &C., non rappresenta un partito di sinistra, ma è una personalità di spicco del nostro paese e dei vertici dell’eurocrazia. Al rischio di una troika straniera è preferibile un alto commissario interno come Draghi.

I rischi ci sono tutti, guai a esultare; ma val la pena correrli considerando l’alternativa. E se un domani alle elezioni dovesse vincere, come ancora le proiezioni dicono, l’alleanza imperniata sui sovranisti, avere un garante e un contrappeso come Draghi al Quirinale potrebbe essere forse l’unico modo per poter avere un governo attento alla sovranità e all’interesse prioritario nazionale e popolare, senza entrare in conflitto con l’Europa.

Naturalmente sono ipotesi, il cammino è impervio, le variabili possono essere tante e imprevedibili. Però tra le insidie e le incognite che si aprivano comunque sul nostro domani, quella con Draghi a Palazzo Chigi e forse dopo al Quirinale, può essere un rischio calcolato a fronte di un progetto politico. Intanto è tornata un po’ di serietà nelle istituzioni, un po’ di sobrietà e di senso dello stato; meno vanterie, meno narcisismi, meno raggiri della popolazione con annunci irreali, potenze di fuoco e giochi d’artificio.

Si deve però considerare anche un’altra ipotesi: che alla lunga si sgonfi il fenomeno sovranista, che i due leader perdano vigore con Draghi al governo e col clima più soft che si respira. Ma questo sarebbe accaduto con almeno pari probabilità, anche nel caso avesse continuato il governo giallorosso. Perché un movimento che galvanizza in permanenza il suo elettorato nella prospettiva dell’ordalia elettorale, l’attesa messianica del giudizio divino e liberatore delle urne, alla lunga si logora se poi non si va mai a votare.

Qui si lascia lo scenario generale per spostare il focus sui movimenti sovranisti: se mettessero a frutto questo periodo di decantazione per selezionare strategie, ranghi, classi dirigenti, per studiare e mettere a fuoco linee, contatti, relazioni, allora sì che potrebbero presentarsi al voto con le carte in regola per governare l’Italia. Raccomandazione inutile, visto come abitualmente si muovono. Tutto resta così imponderabile: che il sovranismo sopravviva a Draghi, che gli succeda al governo, o viceversa che imbocchi la via del tramonto e dell’assimilazione, stemperandosi in quella vaga area del centro-destra. Su tutto veglia minaccioso il demone della pandemia.

MV, Il Borghese (aprile 2021)

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I sovranisti nell’era Draghi

I sovranisti nell’era Draghi

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Come sarà il sovranismo nel tempo di Mario Draghi alla guida di un governo per metà sostenuto e per metà osteggiato dai sovranisti? Ne uscirà sano, con le ossa rotte o rafforzato? Partiamo da un doppio paradosso. Il primo è che hanno fatto bene sia Salvini che Meloni a scegliere le rispettive strade. Non siamo mai stati avari di critiche o compiacenti con loro, ma tutto sommato è stata una scelta saggia per entrambi. Non potendo ottenere il voto anticipato, con Draghi si può puntare ad avere almeno due risultati: far cadere il governo grillo-sinistro che era una calamità innaturale, aggravata da un illusionista vanesio come collante, scongiurando che fosse quella banda inadeguata a gestire il piano del recovery; e avviare una stagione di decantazione in cui viene a cadere la demonizzazione dei sovranisti e si forma un governo bilanciato dalla presenza di forze del centro-destra. Scommessa rischiosa ma andava fatta.

Dall’altra parte, la Meloni ha ben capito che entrando nel governo avrebbe avuto un raggio minimo d’incidenza per via dei numeri ancora esigui del suo partito (avrebbe avuto un ministero di serie b e un paio di sottosegretari) e avrebbe perduto la ghiotta occasione di brillare da sola all’opposizione. Dunque, facile, accorta e lineare la sua scelta di starne fuori.

La divergenza tra Lega e Fratelli d’Italia, anche se non è tattica ma effettiva e competitiva, per chi vede l’insieme con lungimiranza, è utile alla causa comune perché riflette la divaricazione dell’opinione pubblica sovranista e consente di recuperare con l’una i consensi perduti dall’altro; e di ricompattarsi poi. Già quando Salvini scelse la via della spericolata alleanza coi grillini si separò dagli alleati ma poi li ritrovò dopo l’esperienza di governo. Insomma, per i sovranisti è stata positiva la doppia opzione, marciando divisi per poi unirsi quando si andrà al voto. Il sovranismo è sempre al 40 per cento dei consensi, con qualche travaso fra le due forze; aggiungendo l’apporto di Forza Italia e dei centristi resta la maggioranza in pectore del paese.

L’altro paradosso investe invece Draghi al governo. Considerando la sua storia, la sua provenienza, il suo stesso discorso d’investitura, Draghi è l’antitesi del sovranismo. È l’uomo dell’Europa, dell’euro, della finanza transnazionale, del predominio dell’economia sulla politica, della cessione di sovranità all’Unione Europea. Insomma il contrario di un sovranista. Lo ha ben detto Magdi Allam in una lettera aperta a Draghi, a cui non ha fatto sconti nel nome dell’amor patrio e della sovranità.

Ma, ferme restando tutte le inquietudini che genera la premiership di Draghi, c’è da fare un discorso realista e disincantato. Se fosse rimasto Conte e il suo governo col partito più omogeneo all’establishment europeo, il Pd, avremmo avuto una variante furba, doppiogiochista, ingannevole della stessa subalternità all’Europa. E saremmo stati esposti ancor più al rischio di sprecare le risorse dei prestiti ricevuti tra mance, regalie, redditi e bonus, col risultato di trovarci presto indebitati in modo inverosimile senza aver reso produttivi gli investimenti, ma solo puramente assistenziali (a scopo clientelare ed elettorale). A questo punto, anziché andare a trattare con l’Europa mandandoci i parvenu e gli inservienti, proni a tappetino pur di salvaguardare se stessi, meglio andarci con uno dei soci fondatori del club, uno dei leader più ascoltati e accreditati per i ruoli precedentemente coperti. Uno che, a differenza dei Gentiloni, dei Gualtieri &C., non rappresenta un partito di sinistra, ma è una personalità di spicco del nostro paese e dei vertici dell’eurocrazia. Al rischio di una troika straniera è preferibile un alto commissario interno come Draghi.

I rischi ci sono tutti, guai a esultare; ma val la pena correrli considerando l’alternativa. E se un domani alle elezioni dovesse vincere, come ancora le proiezioni dicono, l’alleanza imperniata sui sovranisti, avere un garante e un contrappeso come Draghi al Quirinale potrebbe essere forse l’unico modo per poter avere un governo attento alla sovranità e all’interesse prioritario nazionale e popolare, senza entrare in conflitto con l’Europa.

Naturalmente sono ipotesi, il cammino è impervio, le variabili possono essere tante e imprevedibili. Però tra le insidie e le incognite che si aprivano comunque sul nostro domani, quella con Draghi a Palazzo Chigi e forse dopo al Quirinale, può essere un rischio calcolato a fronte di un progetto politico. Intanto è tornata un po’ di serietà nelle istituzioni, un po’ di sobrietà e di senso dello stato; meno vanterie, meno narcisismi, meno raggiri della popolazione con annunci irreali, potenze di fuoco e giochi d’artificio.

Si deve però considerare anche un’altra ipotesi: che alla lunga si sgonfi il fenomeno sovranista, che i due leader perdano vigore con Draghi al governo e col clima più soft che si respira. Ma questo sarebbe accaduto con almeno pari probabilità, anche nel caso avesse continuato il governo giallorosso. Perché un movimento che galvanizza in permanenza il suo elettorato nella prospettiva dell’ordalia elettorale, l’attesa messianica del giudizio divino e liberatore delle urne, alla lunga si logora se poi non si va mai a votare.

Qui si lascia lo scenario generale per spostare il focus sui movimenti sovranisti: se mettessero a frutto questo periodo di decantazione per selezionare strategie, ranghi, classi dirigenti, per studiare e mettere a fuoco linee, contatti, relazioni, allora sì che potrebbero presentarsi al voto con le carte in regola per governare l’Italia. Raccomandazione inutile, visto come abitualmente si muovono. Tutto resta così imponderabile: che il sovranismo sopravviva a Draghi, che gli succeda al governo, o viceversa che imbocchi la via del tramonto e dell’assimilazione, stemperandosi in quella vaga area del centro-destra. Su tutto veglia minaccioso il demone della pandemia.

MV, Il Borghese (aprile 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/i-sovranisti-nellera-draghi/

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