Delirio a sinistra: la cancel culture fa altre due vittime

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QUINTA COLONNA
L’EGEMONIA CULTURALE POLITICAMENTE CORRETTA HA MESSO ALL’INDICE PURE SHAKESPEARE E JEFFERSON

di Toc Toc

Cercando di offrire una risposta sul perché le rivoluzioni comuniste non si fossero verificate anche nei Paesi industrializzati, Antonio Gramsci elaborò il concetto di egemonia culturale: per creare una rete di capillare diffusione delle idee comuniste, era necessario prendere il controllo di tutti gli strumenti culturali, in primis la scuola, le biblioteche ed i mezzi di comunicazione di massa, figli dell’ideologia dominante capitalista.

Gramsci ideò la distinzione tra dominio e direzione. Secondo il padre fondatore del Pci, il dominio coincideva con il potere governativo, pressoché irraggiungibile per i comunisti a causa della fortissima popolarità dei liberali e dei socialisti, mentre la direzione consisteva nell’imposizione di un’egemonia intellettuale comunista che doveva fungere da collante tra le varie classi sociali del Paese. Se l’auspicio di Gramsci si è dimostrato vincente – soprattutto in Italia, in cui librerie e giornali alzano un coro unico raccontando e descrivendo la politics quotidiana – oggi tutto questo non sembra più sufficiente.

Negli ultimi anni, hanno preso forza due modi di riscrivere e sanificare la grande cultura letteraria: il primo è quello della distruzione di opere e statue – come dimostrato dalle azioni deliranti del gruppo Black Lives Matter. Il secondo consiste nell’adattarle alla nostra epoca, giudicarle secondi i canoni conformistici e morali della nostra attualità. Entrambe, indistintamente, possiamo considerarle due forme diverse di cancel culture, tra i segmenti più influenti dell’ideologia del politicamente corretto.

Come riportato dal Telegraph, anche William Shakespeare e Thomas Jefferson sono caduti vittima della cultura della cancellazione. Non due qualsiasi, ma rispettivamente il più importante poeta inglese ed uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, alla Casa Bianca dal 1801 al 1809. L’opera teatrale shakespeariana in discussione è La Tempesta, una delle ultime del grande drammaturgo, che racconta la storia di Prospero, duca di Milano in esilio, dovutosi rifugiare con la figlia su un’isola incantata dopo il naufragio della barca. Qui, pone in schiavitù l’unico abitante dell’isola, Calibano. Per il Globe Theatre – proprio il teatro londinese in cui recitava la compagnia di Shakespeare – questo è bastato per liquidare la commedia come “razzista” e “colonialista”, definendola pure “problematica”.

Spostandoci dall’altra parte dell’Atlantico, invece, la New York Public Design Commission ha votato all’unanimità per rimuovere la statua di Thomas Jefferson dalla camera di consiglio del municipio della città. E questo perché, quado morì nel 1826, l’ex Presidente possedeva 130 schiavi. Non conta il periodo storico in cui Jefferson o Shakespeare sono vissuti, né i canoni morali dell’epoca, e neanche il contesto in cui i grandi del passato sono cresciuti, conta solamente che le memorie, i monumenti e le pagine di storia siano conformi alla nostra epoca, assurgendoci presuntuosamente a migliore generazione umana mai vissuta, legittimata a decidere ciò che può essere raccontato, tramandato e insegnato.

All’inizio dell’articolo, ricordavamo come l’obiettivo di Gramsci consistesse nell’assumere il controllo dei mezzi di comunicazione. Oggi siamo andati oltre: è necessario, se non doveroso, mettere al bando tutte le testimonianze che siano estranee ai nostri canoni morali, politici e sociali. Anche cercando – perché no – di emarginare tutti coloro che cercano di porsi in contro corrente a questa logica perversante. Non è né uno scherzo né un complotto. Un eccellente articolo di Giulio Meotti sul Foglio ha testimoniato “la vita di alcuni prof alle prese con la cancel culture”, vittime di dimissioni, sit-in davanti a casa e boicottaggi: “Per una frase fraintesa come un commento razzista (la parola spook, il cui primo significato è “fantasma”, ma che in gergo ha anche il senso spregiativo di “negro”), Coleman – professore di lettere antiche ad Athena – non difeso da quella Facoltà di cui era stato la stella, ha dovuto rassegnare le dimissioni.”

Insomma, ieri Gramsci parlava di “forma di controllo”, oggi i progressisti di cancellazione. Chissà se, in un futuro prossimo, si discuterà se configurare un reato nel possesso di alcuni libri o volumi. Intanto, in una società distopica, questa possibilità è già stata straordinariamente raccontata da Ray Bradbury nel romanzo di fantascienza Fahrenheit 451. Guarda caso, l’anno in cui si ambienta è il 2022…

Matteo Milanesi, 28 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/delirio-a-sinistra-la-cancel-culture-fa-altre-due-vittime/

Lo scandalo Unitalsi: una porcheria passata nel silenzio

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QUINTA COLONNA

Unitalsi è l’associazione cattolica, estremamente meritoria, che si occupa dell’assistenza dei malati che vogliono recarsi in pellegrinaggio, soprattutto a Lourdes, con i famosi “Treni Bianchi”: Un buon esempio, peccato che la sede di Roma, per sette lunghi anni, abbia visto un’ampia distrazione di fondi che andavano non all’assistenza dei malati, ma ad assicurare viaggi, abiti firmati, villa in  Sardegna e perfino il pagamento delle Colf domestiche ai due ex presidenti, Alessandro Pinna ed Emanuele Trancalini, attualmente indagati.

Uno scandalo che è la faccia dell’Italia, quella peggiore, e che giunge sino al reato, non proprio secondario, di riciclaggio. Nonostante queste accuse, che comunque devono essere provate, la loro gestione è andata avanti per sette anni: possibile che nessuno abbia mai sospettato nulla o abbia fatto alcun controllo? Alla fine lo scandalo è stato rivelato da una sezione locale e secondaria…

A RadioRadio Ranucci interviene su questo piccolo, grande, scandalo capitolino. Buon ascolto:

UE vs Polonia: l’oligarchia tecno-finanziaria contro i Popoli

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QUINTA COLONNA

di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

L’Unione europea che accusa la Polonia di non essere uno stato di diritto è un vero ossimoro, visto che la prima non rispetta nessuna distinzione tra potere esecutivo e legislativo. La Commissione europea attacca Varsavia in difesa dei “valori” comuni, come se l’Ue fosse dotata di una Costituzione (bocciata dai francesi nel referendum del 2005) e non fosse soltanto un Trattato. Perché molto spesso gli europeisti tutto d’un pezzo fanno finta di dimenticare che l’Ue non è uno stato federale, ma è un semplice trattato economico tra stati europei (ma non è l’Europa!). Infatti, lo stesso Regolamento Ue 2020/2092 che si fonda sull’interesse finanziario dell’Unione è stato ritagliato su misura per vincolare i trasferimenti finanziari ai desiderata di Bruxelles.

La Commissione europea di Ursula von der Leyen sta facendo opera di “persuasione” per spingere perché si vada a una ulteriore erosione delle prerogative delle singole nazioni. Persuasione democratica per cui o si fa quel che dice l’Unione (che è la logica del Recovery) o ciccia. La Commissione europea non perde tempo: congela l’approvazione dei 36 miliardi del Recovery alla Polonia, sospende i pagamenti del bilancio ordinario, sospende il diritto al voto sull’opzione nucleare dello Stato “colpevole”.

Ma quale atto inaudito ha compiuto la Polonia di Morawiecki? Recentemente il Tribunale costituzionale di Varsavia ha definito non conformi alla Costituzione gli articoli 1 e 19 del Trattato sull’Ue, in soldoni la Polonia non può accettare la supremazia dei Trattati europei sulla propria Costituzione. Apriti cielo! Cosa si mettono in testa questi sovranisti polacchi? Già nel luglio di quest’anno la Corte europea aveva censurato la Sezione suprema disciplinare nazionale polacca, incaricata di indagare sugli errori dei magistrati, affermando che detta sezione non è imparziale e minaccia lo Stato di diritto e l’indipendenza delle doghe. Ma Morawiecki non ci sta a subire la pressione eurocratica: «È inaccettabile imporre la propria decisione ad altri senza alcuna base legale. Ed è tanto più inaccettabile usare il linguaggio del ricatto finanziario per questo scopo e parlare di sanzioni. Non accetto che la Polonia venga ricattata e minacciata dai politici europei».

La Polonia sta dimostrando di avere una tempra di ben altra consistenza degli italiani, che fanno a gara per dimostrare di essere disciplinati scolaretti, specialmente ora che le operazioni sono state affidate all’ ex governatore della Bce. In area global-progressista si sghignazza contro i sovranisti (o presunti tali), «questo grumo ideologico di nazionalismo securitario e xenofobo», come ebbe a dire due anni fa Massimo Giannini. Così che anche la progressista Treccani introduceva nel suo vocabolario una interessante distorsione semantica della parola sovranismo, “sovranismo psichico”, voce elaborata sulla base delle interpretazioni date da Roberto Ciccarelli sul “Manifesto” (il sovranismo «assume i tratti paranoici della caccia al capro espiatorio»). Il sovranismo come patologia psichiatrica quindi, «una nuova malattia, un fatto psichico», come suggellò il maitre a penser della psicanalisi progressista, Massimo Recalcati.

Quindi l’ex ministro piddino della Giustizia Andrea Orlando era ancora affetto da questa malattia psichica quando nel suo intervento alla Festa del FQ del 2016 si lasciò sopraffare dalla sincerità dichiarando che il “pareggio di bilancio” introdotto nella nostra Costituzione era in fondo il risultato di un golpe (notturno) della sua maggioranza? Una riforma «sostanzialmente passata sotto silenzio», per niente il frutto di un dibattito nel Paese. Parole testuali di Orlando: «Oggi noi stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. Oggi sostanzialmente i poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto». La Bce più o meno disse: «O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese». Per poi dire che quella fu una delle scelte «di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto».

Ora i suoi sodali di partito affettano scherno, sufficienza, arroganza, sorrisini arroganti (mi viene in mente la faccia beffarda di Matteo Ricci) quando dicono che o si è sovranisti o si sta nell’Europa. Volutamente ignorando, ancora una volta, che Ue e Europa sono due soggetti distinti. Tanto per capirci, nell’Europa ci sta anche la grande Russia. O no, cari traditori dei popoli?

Drago I Re d’Italia

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Viva il Re, è tornato il Regno d’Italia. Dopo settantacinque anni ingloriosi e rissosi di repubblica, l’Italia è tornata allo splendore della Monarchia. Non c’è stato bisogno di un nuovo referendum, è bastato il suo nome, il suo ritorno in Patria, poi l’intrigo di corte del ciambellano fiorentino e l’acclamazione del Parlamento con poche defezioni ha fatto il resto.

Drago I, al secolo Mario Draghi, è ormai il nuovo sovrano d’Italia. Presidente del consiglio a tempo indeterminato, Presidente della Repubblica in pectore, Presidente dell’Europa in fieri. È venuta in Italia perfino Angela Merkel a fare le consegne a lui, prima di andarsene dopo il suo lungo regno germano-europeo.

Cani e gatti, sinistra e lega, renziani, berlusconiani e grillini si sono stretti intorno a lui. E lui è disceso tra i sudditi, si è fatto premier, ha concesso la sua augusta persona alle sorti del suo paese d’origine. È stato incoronato in Quirinale dalla Queen Mother, Mattarella, sempre più confinato nel ruolo di Regina Madre, in attesa di quiescenza.

Prima di lui eravamo passati da una fase di transizione, che potrebbe definirsi la Contea, dal suo predecessore il Conte Giuseppi II, successore di se stesso, in versione progressista, dopo il suo primo mandato da Giuseppi I in versione populista. Ma non c’è stato il tradizionale rito di passaggio della campanella, perché con Draghi abbiamo fatto un salto di grado e di status. Draghi è stato incoronato e da allora regna, come i Savoia, per grazia di Dio e volontà della nazione. Però trattandosi di un’epoca atea e apatriottica, regna per grazia dell’Europa e volontà delle fazioni.

Sua Maestà Drago Draghi ha il carisma della sovranità, è super partes, si esprime con grazia regale e stile sobrio,  è autorevole e clemente, essenziale ed elegante nella comunicazione, e tratta i partiti come baronie bizzose ma prone alla Corona.

Nessuno osa contestare il suo Regno, perfino l’opposizione lo invoca al Quirinale, implorando che lui conceda poi la grazia del voto. Acclamato come Re Covery, dal cospicuo fondo che dovrà gestire, Sua Maestà Draghi è riuscito a immunizzare un paese riottoso servendosi di un Generale di sua Fiducia, Figliuolo, come ha voluto graziosamente battezzarlo. Il vaccino susciterà  dubbi di durata ed efficacia ma di sicuro ha inoculato nel paese la fiducia nella monarchia draghiana. Ora l’Italia attende che il Sovrano dispensi ai sudditi, tramite il suddetto Recovery, i benefici necessari per risollevarsi e riprendere il cammino.

Di Draghi non oseremo dire nulla, lungi da noi l’idea di oltraggiare la Corona e vilipendere il Sovrano. Ci limitiamo perciò a esercitare la nostra critica su due aspetti riflessi che ci sembrano rilevanti.

Il primo riguarda il governo della Corona. Nonostante sia guidato dal Sovrano Eccellentissimo in persona, al di sopra di ogni critica e di ogni dubbio, quello che fu presentato come il Governo dei Migliori, in realtà è un governuzzo di cabotaggio medio, come se ne videro già tanti ai tempi delle repubbliche. A una più attenta analisi e valutazione, possiamo dire che i suoi ministri si dividono in tre fasce: Abili, Inabili e Mediocri. Gli abili, naturalmente, sono nei dicasteri più prossimi alla Corona, in particolare nei dicasteri economici. Gli inabili sono purtroppo in alcuni dicasteri chiave, come gli Interni, gli Esteri, la Salute. I restanti sono Mediocri. Ma la media dei ministeri è nella media dei precedenti, e il risultato generale è la mediocrità.

L’altro aspetto, forse più grave, riguarda l’intera politica che col Regno di Drago I è passata alla semiclandestinità, a un’ingloriosa irrilevanza e marginalità. Sarà per lo splendore regale di Drago I, ma i partiti sono oscurati, a volte oscurantisti, e si bisticciano tra loro per guadagnare briciole di visibilità, mossi da capricci infantili.

I partiti sono ormai ridotti a feudi, signorie, ducati senza giurisdizione né sovranità, ormai esautorati dal regno unito draghiano. E i loro rappresentanti al governo trovano visibilità solo se accettano un ruolo alla corte di Re Draghi: vedi il Marchese del Grillo, al secolo Di Maio, il Visconte demizzato Franceschini, il Duca della Lega Giorgetti, il Baronetto del Cavaliere, Sir Brunetta, il Camerlengo della Sinistra ospedaliera, Speranza, più altri nobili e cortigiane delle varie conventicole.

Non potendo decidere, la politica bamboleggia tra temi falsi o secondari: le leggi in materia sessuale e omosessuale, le scomuniche sul fascismo e ai no vax, le proroghe dei pass o dei tamponi, il voto ai sedicenni, i redditi di parassitanza, più vari ius, eccetto lo ius primae noctis, riservato alla Corona. Non incide più, e perciò si limita ai giochi, ai trastulli, ai vizi di corte.

Ma tutti tengono a far sapere che sono con il Re e per il Re, più realisti del Re e più draghisti del Drago. Europeisti, governisti, lealisti. Siamo entrati ormai nella dragosfera, da qualunque parte voi entriate.

C’è chi ipotizza di attribuire al Re il potere assoluto, ovvero l’assommarsi di tutti i poteri: Capo dello Stato e a interim capo del governo, e a interim Capo della Commissione europea. Senza limiti temporali, settoriali o territoriali. Un impero. Sempre sperando che lui non si annoi e non se ne vada di nuovo fuori dall’Italia. Acclamato ormai come Sovrano del Regno Unito, non resta che alzarsi in piedi e intonare God save the King. E Dio salvi gli italiani dal ridicolo servilismo, maschera antica dei cinici più infidi.

MV, Panorama (n.43)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/drago-i-re-ditalia/

 

Il vicolo cieco della Repubblica

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QUINTA COLONNA

Analisi completa e magistrale di una delle menti più lucide della destra italiana.

di Marcello Veneziani

Il popolo italiano diserta le urne a larga maggioranza, il governo è nelle mani di un Grande Timoniere che viene dalle banche e non dal voto; l’opposizione, per due terzi al governo, non riesce più a rappresentare largamente la piazza, il dissenso e gli umori popolari. Sia nelle battaglie sociali, civili che sanitarie.

Abbiamo imboccato il vicolo cieco della Repubblica. Che in questa situazione di sospensione della politica e di larga disaffezione degli italiani, il centro-sinistra vinca le competizioni amministrative raccogliendo un elettore su quattro, è logico, comprensibile, conseguente. Senza essere scopritori di nulla e profeti di niente, lo prevedemmo già svariate settimane fa. Il partito-establishment euro-istituzionale, con i suoi candidati d’apparato, vince facilmente se l’avversario si scompone in tre parti: area di governo, area di opposizione e area extra-politica di protesta. Ma la repubblica, o forse la democrazia, ha imboccato un vicolo cielo.

Partiamo dalla gente. La percezione più diffusa, che comunque riguarda una massa considerevole di elettori, è che si va inutilmente a votare, come si va inutilmente in piazza. Non si ottiene nulla. Non si aspettano nulla dalla politica, e da nessun leader. I “populisti” non riescono a intercettare questo stato d’animo e di cose; in primis i grillini affidati a un azzeccagarbugli trasformista che è l’antitesi del ribellismo alternativo dei grillini d’origine. Poi la Lega, al governo con tutti gli avversari, sotto la guida di Draghi. Infine, di riflesso, Fratelli d’Italia che tengono botta ma sul piano delle opinioni non del voto amministrativo. A loro si aggiunge lo scarso peso dei candidati: non riescono a trovare di meglio, e quando ce l’hanno (Albertini a Milano, Bertolaso a Roma) se lo lasciando sfuggire.

È falso il racconto dominante che la sinistra si sia ripresa l’Italia, come se l’elettorato dopo la sbandata “populista” e “sovranista” sia tornato all’ovile o si sia convertito alla ragione. È vero il contrario: la fetta più dissidente, più ribelle, non si sente più rappresentata dai grillini, dai leghisti e in parte dalla destra. E indebolendo questi, rafforza quelli. La gente entra nel pulviscolo, nella clandestinità molecolare o di gruppo, si sfoga nei social. A volte si ritrova, in ranghi sparsi e conventicole non componibili, in molte battaglie radicali, e sui temi del vaccino/green pass, che riguardano una corposa minoranza. La sconfitta del centro-destra non è la vittoria dei moderati ma la diserzione dal voto dei dissidenti radicali.

In Italia c’è un’area radicale di protesta che si può calcolare del venti-venticinque per cento, ovvero di pari consistenza a quella del centro-sinistra che non si riconosce nei partiti, e che finora in gran parte rifluiva sui 5Stelle e sulla Lega. In minor misura sono ora rifluiti sulla Meloni; in maggior misura si allontanano dalla politica con disgusto e sensazione d’impotenza, si sentono traditi, delusi, qualcuno spera ancora in qualche altro cobas della politica, anzi dell’antipolitica. Insomma, si chiamano fuori.

Serpeggia un sentimento diffuso: la politica non è in grado di fare nulla, di cambiare il corso delle cose, di intervenire sui temi più sensibili, di opporsi ai grandi poteri transnazionali, sanitari, lobbistici, ideologici. È ininfluente, comanda Draghi, comandano le oligarchie tecno-finanziarie, medico-farmaceutiche, ideologico-culturali; non si sgarra, siamo sotto l’Europa, dentro il guscio global.

Sappiamo bene che il voto politico sarebbe un’altra cosa, avrebbe altri esiti; ma non aspettatevi il voto politico come il giudizio di Dio, l’ordalia finale o lo showdown, la resa dei conti e il momento supremo della verità. Primo, perché probabilmente non si andrà a votare nemmeno la prossima primavera, e in caso di fuoruscita della Lega dal governo, probabilmente resterebbe una maggioranza Ursula, estesa a Forza Italia, a sostenere Draghi e a evitare il voto. Secondo, perché questi due anni, in particolare l’ultimo, hanno logorato e sfibrato le appartenenze politiche e le aspettative di cambiamento. Sono rimasti al più i timori, sul piano del fisco, delle pensioni, delle restrizioni, degli sbarchi. Il covid e Draghi si sono mangiati la politica. Terzo, non sottovalutate il fatto che c’è forse una reale maggioranza del paese, trasversale, che alla fine preferisce Draghi o perlomeno preferisce tenersi Draghi anziché correre altre avventure troppo costose.

E se dovesse presentarsi l’occasione del voto, ci sarebbero almeno due ostacoli di partenza per il centro-destra o per i sovranisti, oltre il fuoco di fila della macchina mediatico-giudiziaria-europea: l’incognita su chi potrebbe essere il premier in una loro coalizione. E l’agibilità interna e soprattutto internazionale di un governo del genere; considerando che difficilmente l’Europa garantirà quel che finora ha promesso e in parte garantito circa il Recovery fund. Un conto è avere uno della Casa, Draghi, un altro è avere un “forestiero”. La gente lo ha capito, a naso, e si regola di conseguenza.

Per dirla in breve, l’antipolitica dall’alto (Draghi) e l’antipolitica dal basso (il populismo autarchico, allo stato sfuso), si stanno mangiando la politica (io stesso scrivo di politica assai di malavoglia, e rifiuto interviste e interventi sul tema).

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di mandare Draghi al Quirinale, come garante del Recovery e della Repubblica agli occhi dell’Europa, e mandare gli italiani alle urne. Ma allo stato attuale non ci pare la cosa più probabile. Si preferisce continuare a percorrere il vicolo cieco, sapendo che a un certo punto finisce la strada.

MV, La Verità (20 ottobre 2021)

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-vicolo-cieco-della-repubblica/ 

“Clima” per imporre l’agenda abortista

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Dal primo al 12 novembre si svolgerà a Glasgow la conferenza annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici, chiamata Cop-26. Una coalizione di più di 60 organizzazioni pro-aborto ha scritto una lettera ad Alok Sharma, presidente della conferenza sul clima Cop26, chiedendo al Regno Unito di modificare i criteri di ammissibilità al finanziamento per il clima, che ammontano a ben 11,6 miliardi di sterline, facendo ricomprendere anche progetti per sovvenzionare la cosiddetta salute riproduttiva. In altre parole, le organizzazioni pro-choice chiedono che un po’ di soldi destinati al clima finiscano per finanziare aborto, contraccezione e sterilizzazione.

Prontamente un portavoce del Foreign, Commonwealth and Development Office ha dichiarato: «Il Regno Unito è un leader globale sia nell’uguaglianza di genere che nella lotta ai cambiamenti climatici. È evidente che sostenere le donne, anche attraverso la pianificazione familiare e l’istruzione delle ragazze, aiuta le comunità ad adattarsi e ad essere più resilienti ai cambiamenti climatici. Ecco perché ci stiamo assicurando che i nostri finanziamenti internazionali per il clima rispondano alle questioni di genere e stiamo usando la nostra presidenza Cop26 per invitare gli altri a fare lo stesso».

Bethan Cobley , direttore dell’organizzazione abortista MSI Reproductive Choices, ex Marie Stopes International, ha voluto precisare “che ciò che vogliono veramente” le comunità più colpite dall’emergenza climatica “è l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva, in modo che possano scegliere quando o se avere figli”. Sulla stessa frequenza d’onda la prof.ssa Susannah Mayhew, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, la quale afferma che c’è una connessione tra clima e accesso alla contraccezione e aborto: «le persone che sono state colpite dai cambiamenti climatici e che hanno scarso accesso a servizi sanitari di qualità, comprendono tale connessione molto più di noi». Insomma pare proprio che milioni di donne africane vogliano abortire a causa del surriscaldamento del pianeta.

Ma dopo due occidentali, diamo la parola ad un africano, ad un addetto ai lavori: Obinuju Ekeocha, fondatore e presidente di Culture of Life Africa. Di fronte a queste argomentazioni Ekeocha ha così obiettato: «Se parliamo di aborto, beh, non credo che nessun paese occidentale abbia il diritto di pagare per gli aborti in un paese africano, soprattutto quando la maggior parte delle persone non vuole l’aborto… In tal caso, allora, diventerebbe una forma di colonizzazione ideologica». Ekeocha ha poi ricordato che i programmi di pianificazione familiare delle organizzazioni internazionali inviano in Africa circa 2 miliardi di preservativi all’anno, al costo di 17 milioni di dollari, denaro che potrebbe essere destinato all’accesso al cibo a prezzi accessibili, a fonti di acqua pulita, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Di parere diverso è il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) che usa come pretesto il tema del cambiamento climatico per sdoganare l’aborto in tutto il mondo. L’UNFPA ha pubblicato un documento dal titolo “Cinque modi in cui il cambiamento climatico danneggia donne e ragazze”. Nel quinto modo si legge: «Come ha dimostrato il COVID-19, le emergenze deviano le risorse sanitarie per contrastare la minaccia sanitaria più recente e li distraggono dai servizi ritenuti meno essenziali. Le emergenze dovute ai cambiamenti climatici diventeranno più frequenti, il che significa che i servizi per la salute e per i diritti sessuali e riproduttivi potrebbero essere tra i primi a essere ridotti». Con agghiacciante candore il documento, ricordando la devastazione del ciclone Idai che colpì il Malawi nel 2019, riporta la testimonianza del dott. Treazer Masauli, che lavora presso l’ospedale del distretto di Mangochi: «Abbiamo dovuto utilizzare un elicottero per raggiungere aree non accessibili su strada per fornire servizi di salute sessuale e riproduttiva, come i preservativi, metodo di pianificazione familiare e per la prevenzione dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili». Il lettore ha capito bene: i soccorritori si sono alzati in volo in elicottero per distribuire preservativi agli abitanti che erano feriti, assetati, affamati, infreddoliti, che annaspavano nell’acqua, avevano la casa distrutta e piangevano i propri cari perché morti. Non portavano acqua, cibo, beni di prima necessità e medicinali, bensì preservativi e pillole abortive.

Il documento dell’UNFPA così prosegue: «I raccolti andati persi a causa del cambiamento climatico possono anche influenzare la salute sessuale e riproduttiva. Uno studio ha scoperto che dopo uno shock come l’insicurezza alimentare, le donne tanzaniane che lavoravano nell’agricoltura si sono rivolte al sesso transazionale per sopravvivere, il che ha contribuito a tassi più elevati di infezione da HIV/AIDS». Tradotto: le donne impoverite dai mancati raccolti dovuti ad un sedicente cambiamento climatico sono finite nella tratta internazionale della prostituzione. Da lì gravidanze indesiderate e malattie veneree. Conclusione: le donne, causa il clima che sta cambiando, hanno bisogno di aborto e contraccezione. Straordinari quelli dell’UNFPA: invece di preoccuparsi di trovare risorse per tamponare i danni provocati dai raccolti mancati, per incentivare le donne a rimanere in patria a lavorare e per disincentivare la tratta delle schiave del sesso, si preoccupano di fornire loro strumenti abortivi e contraccezione dato che si prostituiscono, finendo così per incentivare la prostituzione stessa dato che in tal modo diventerà più sicura per le donne.

Conclusione: il clima è solo un pretesto per diffondere ancor di più il credo abortista nel mondo.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZjbGltYS1wZXItaW1wb3JyZS1sYWdlbmRhLWFib3J0aXN0YSUyRg==&sig=CYcpVyuf9jDZxWm6SfuKmirwpaT25gNe3Ln76XtG6QQM&iat=1634126750&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=619A653A15A6238

Emergenza Fascismo

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QUINTA COLONNA – SATIRA

di Alfio Krancic

Riunione straordinaria del Comitato TS dopo i gravissimi episodi di squadrismo fascista ai danni dei Sindacati, delle F.d.O. e delle Istituzioni. Il Comitato ha deciso di posticipare la lotta alle emergenze sanitaria e climatica ad una nuova data, dando la priorità assoluta all’emergenza fascismo, giudicata più letale delle altre. Sono state prese pertanto le prime misure per salvaguardare l’integrità delle Istituzioni, dei Sindacati, delle Forze dell’Ordine e non ultima la salute della grande massa (80%) dei vaccinati a rischio contagio da parte dei novax.

Le misure consisteranno:

  1. scioglimento di tutti i partiti fascisti e cripto fascisti: FN, Casa Pound, FdI, Lega;
  2. arresti domiciliari per i dirigenti di FdI/Lega; carcere per i più facinorosi, quali Castellino, il Barone Nero etc.;
  3. deportazione dei novax in campi di rieducazione retti dai Virologi che più si sono distinti nelle lotta alle fake news;
  4. vaccinazione obbligatoria di massa dei novax e dei fascisti;
  5. inoculazione virus Covid negli irriducibili con conseguente ricovero, sedazione, intubamento e morte.

Plauso delle forze politiche, sindacali, giudiziarie e sanitarie per decisioni prese dal CTS. PD-M5S hanno ribadito in un comunicato congiunto che in Italia non c’è posto per il fascismo squadristico e per la follia novax. “Ora”, prosegue la nota, “l’Italia potrà riprendere il suo cammino verso un futuro di inclusione, solidarietà, accoglienza e vaccinazione per tutti .“

Fonte: https://alfiokrancic.com/2021/10/11/emergenza-fascismo/

 

Transizione: ecologica o ideologica?

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Domenico Airoma

Friday for future o venerdì di passione? ‘Transizione ecologica’ è diventata espressione di uso così frequente da precludere l’esatta percezione della posta in gioco sul fronte ambientale, e del substrato ideologico di un così forte battage.

  1. La transizione ecologica è il nuovo imperativo etico, la nuova frontiera politica, la nuova norma fondamentale dell’intero assetto normativo euro-unitario. Essa rappresenta l’esito di un percorso avviato da tempo, soprattutto in ambito sovranazionale. L’ambiente è, infatti, il settore nel quale il legislatore comunitario si dimostra più prolifico; significativa è pure la frequenza – superiore a quella registrata negli altri settori di competenza legislativa concorrente – con la quale vengono inflitte sanzioni agli Stati membri per il mancato recepimento delle disposizioni comunitarie.
  2. La diretta incidenza negli ordinamenti interni delle scelte in materia ambientale e l’effettività dell’attuazione delle normative è presidiata da un rigoroso sistema sanzionatorio. Il settore ambientale è, infatti, quello in cui si è registrata l’erosione più profonda alla sovranità degli stati membri, colpita in una delle sue espressioni più significative: la potestà di sanzionare penalmente i comportamenti dei propri cittadini. Plurime e gravi sono le fattispecie incriminatrici nazionali il cui precetto viene riempito dalle statuizioni non di assemblee elettive ma da organismi comunitari composti da tecnici ed esperti.
  3. La centralità delle tematiche ambientali nelle politiche dell’Unione Europea è, peraltro, testimoniata dalla trasversalità degli interventi che, giustificati dalla suprema esigenza di salvaguardare la casa comune, finiscono per l’invadere ed incidere significativamente negli ambiti riservati ai diritti delle persone, delle famiglie e delle imprese, che vengono relativizzati in chiave ecologista, in modo da far apparire con sempre maggiore evidenza, più che il verde, l’arcobaleno come bandiera ideologica di riferimento.
  4. La cifra ideologica del riferimento all’ambiente discende, infatti, in modo evidente dalla strumentalizzazione che viene operata di esigenze, pur condivisibili, di salvaguardia dell’habitat naturale per introdurre vincoli e obiettivi tali da condizionare in modo significativo non solo le politiche nazionali, ma la stessa vita dei singoli e delle comunità; vincoli ed obiettivi che, spesso, vanno ben al di là della pur sacrosanta tutela dell’ambiente.
  5. Né è da trascurare, quale ulteriore dato di conferma, il rilievo che è stato attribuito all’adesione agli indirizzi ed alle normative in materia ambientali nel novero delle condizionalità che i Paesi candidati ad accedere all’Unione Europea sono tenuti a soddisfare pena il mancato ingresso nel consesso comunitario (con gli annessi benefici economico-finanziari).
  6. Non è un caso, pertanto, se, fin dall’inizio, gli interventi in materia ambientale hanno assunto la veste di programmi e piani di azione, quasi a riproporre la mistica della pianificazione delle passate esperienze del cosiddetto socialismo reale. Il primo “piano di azione quinquennale sull’ambiente” risale al 19 giugno 1973; l’ultimo, in ordine di tempo, ha lanciato, per il quinquennio 2019-2024, la nuova frontiera, il green deal europeo, destinato ad assorbire un terzo dell’intero pacchetto di risorse stanziate per il più imponente programma di finanziamento euro-unitario, noto come “Next Generation EU”.
  7. Non si tratta di interventi marginali, e non solo per quantità di stanziamenti. Gli ambiti interessati vanno dall’economia all’agricoltura, dai trasporti all’istruzione, fino a comprendere la “coesione, la resilienza, i valori”. Non si tratta, insomma, di passare semplicemente da una forma di energia ad un’altra, ma da una politica ad un’altra, da una cultura ad un’altra, da un uomo ad un altro uomo. Come è stato osservato: “La transizione ecologica non è politicamente neutra. Non è una questione ‘solamente’ tecnica, scientifica e tecnologica”. E’ una questione, in definitiva, antropologica.
  8. Non c’è da scandalizzarsi per questo. Bisogna, tuttavia, chiamare le cose con il loro nome. E’ evidente, infatti, che l’ecologia non è più intesa nel senso di studio e cura della casa, per tutelare innanzitutto chi la abita e chi la abiterà in futuro; spostando l’accento sulla transizione, la casa perde le sue fondamenta, diventa qualcosa di fluido, nelle mani di chi ne decide il movimento ed, in fin dei conti, la destinazione. E la transizione, il movimento è destinata a prevalere sulla casa e su chi la abita; anzi quest’ultimo è guardato sempre più con sospetto, come un fastidioso intralcio, perché legato magari a valori non più sostenibili. Non è un caso, peraltro, se i sostenitori di tale transizione siano anche fautori di una politica di controllo delle nascite e del riconoscimento di un diritto all’aborto.
  9. Forse è davvero un Friday, un Venerdì, quello che stiamo vivendo, ma di passione. Quello che pare certo è che siamo nel bel mezzo di una transizione ideologica, in cui gli uomini, le famiglie e le imprese non hanno voce. Il compito dei giuristi è anche quello di smascherare questa truffa di etichetta e invocare la centralità dell’uomo, che deve rimanere l’obiettivo ultimo di ogni politica autenticamente a difesa della natura.

Fonte: https://www.centrostudilivatino.it/transizione-ecologica-o-ideologica/

Il profeta della sorveglianza di massa

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Segnalazione Arianna Editrice

Fonte: L’intellettuale dissidente

di Alessandro Cifariello 

Un secolo fa Evgenij Zamjatin scrive “Noi”, il romanzo che anticipa le trame dello Stato totalitario e dell’uomo ridotto a numero.

George Orwell non poteva capirlo. Quello scrittore aveva un piglio troppo sintetico, rapinoso, optava per un verbo intriso di ferocia, d’ironia caustica, scandalosa; mescolava il lirico all’osceno, la vertigine al gergo popolare. “È un libro a cui prestare attenzione”, scriveva Orwell, perché “è sostanzialmente uno studio sul Meccanismo” – cioè, sulla tecnica come ghigliottina – e sugli “scopi impliciti della civiltà industriale”, scriveva, riferendosi a Noi, il capolavoro di Evgenij Zamjatin, il romanzo che ne ha previsti decine di altri, aurorale, totalmente contemporaneo (devoti a Noi, tra gli altri, vanno annoverati Aldous Huxley, Kurt Vonnegut, Tom Wolfe, Philip K. Dick…). Troppo english, Orwell non capiva il metodo narrativo di Zamjatin: quel romanzo, sottolineò, “ha una trama piuttosto debole ed episodica”. Col senno dei decenni, Noi si legge con più gusto di 1984: ha l’esattezza micidiale – propria delle opere rare – della profezia. Zamjatin, infatti, anticipa, ideando un mondo distante, l’era della statistica, l’epoca della sorveglianza di massa, l’uomo ridotto a numero, l’etica dello Stato-Dio, le fisime del totalitarismo, le esecuzioni pubbliche per il bene di tutti, l’impero dei buoni e dei giusti giustizialisti, il sesso meccanico, le sorti degli intellettuali di regime e dei poeti lacchè.

“I nostri poeti non aleggiano più tra gli empirei: sono discesi in terra; vanno di pari passo con noi al suono severo e meccanico della marcia della Fabbrica della Musica; la loro lira – è il fruscio al mattino degli spazzolini da denti elettrici, e il minaccioso crepitio di scintille nel Meccanismo del Benefattore, e la eco maestosa dell’Inno alla gloria dello Stato Unico… I nostri dèi – sono qui, sotto, con noi – in Ufficio, in cucina, in laboratorio, al gabinetto; gli dèi sono divenuti come noi: ergo – noi siamo divenuti come gli dèi”.

Orwell pubblicò la recensione a Noi, “Libertà e felicità” – segno, infine, di una fratellanza – nel 1946. Zamjatin era morto nove anni prima, a Parigi, povero di patria, di soldi, di amici. Quello stesso anno Ettore Lo Gatto scrive, in una nota per l’Enciclopedia Italiana, che Zamjatin, “scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare… non aveva ancora dato piena espressione delle sue grandi possibilità artistiche”. Era in anticipo su tutto, come sempre, Zamjatin; soltanto ora ne apprezziamo la propulsione romanzesca, il genio linguistico. Negli Oscar Mondadori, per la cura di Alessandro Niero, sono usciti i Racconti (2021) di Zamjatin e Noi (2020). L’editore Fanucci ha da poco pubblicato una nuova traduzione di Noi, curata da Alessandro Cifariello, che ho invitato al dialogo. Noi compie un secolo: Zamjatin lo sgrossa nel 1921, ma il romanzo non viene edito in patria. Dal 1924, la sua fama – che precorre quella di Boris Pasternak – esplode all’estero: prima nel mondo inglese; poi, nel 1927, è tradotto in ceco, per interesse di Roman Jakobson; nel 1929 è pubblico in Francia, per Gallimard, nella traduzione di Cauvet-Duhamel. Così è troppo. Zamjatin è impaniato nell’orda di attacchi contro gli scrittori non allineati; Maksim Gork’ij intercede per lui, Stalin gli permette, nel 1931, di andare all’estero. Per Zamjatin – russo fino al midollo, euforico della Rivoluzione –, che credeva in una soluzione temporanea, non ne sortì nulla di buono. Nel 1921, in un celebre articolo intitolato “Ho paura”, aveva messo in guardia contro i fautori dell’arte di Stato, quelli che sottomettono l’estro al potere: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”. In forma feroce e forse ineluttabile, vita e scrittura, estetica ed esistenza, finirono, sul corpo di Zamjatin, per coincidere. Tragicamente.

Noi. Un secolo dopo, che tipo di ‘attualità’ ha ancora quel romanzo? Quanto ad attualità letteraria, non c’è quasi dubbio: è più bello di 1984… Ma faccio dire a lei.

Come Čechov, che – nei suoi migliori racconti – non dava soluzioni, ma si limitava a fotografare il problema, allo stesso modo Zamjatin, che annovera Čechov tra i suoi autori preferiti, espone un problema, ma non fornisce soluzioni. Noi, al pari dei racconti di Čechov, è un capolavoro della letteratura russa senza tempo. Sarà il lettore a individuare in un determinato momento storico la soluzione più idonea al problema. Io mi permettono di formulare la mia personale – possibile – analisi del capolavoro di Zamjatin – il più sottovalutato tra i grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. Ma anche in questo caso risolvere il problema in modo accettabile rimane compito del lettore.

Nell’osservare la realtà finzionale di Noi dalla finestra temporale del centenario dalla sua composizione, è possibile scorgere quanto poi sarebbe avvenuto nella realtà storica della Russia e del mondo intero: la contrapposizione continua e costante tra i diritti del singolo individuo e quelli della collettività nelle scelte di governo dei vari regimi che si sono succeduti. Tuttavia l’opera di Zamjatin non si limita alla produzione di un contenuto – dipingere un futuro distopico piuttosto ben definito – ma si sofferma sulla forma, creando un intreccio e un’espressione peculiari di un determinato ambiente linguistico, in cui quel futuro distopico si realizza. Esperimento artistico preparatorio è stato infatti un testo come Gli isolani (1917), contraddistinto, secondo il ‘Serapionide’ Lev Lunc, da “uno stile incomparabile, filigranato, che gira attorno a un perno di paglia”, che “spara cannonate ai passerotti” (si veda per questa e le successive citazioni di Lunc il volume I fratelli di Serapione, 1967). Inoltre, altro esperimento artistico preparatorio è stato Il pescatore d’uomini (1918; Gli isolani Il pescatore d’uomini possono essere letti nella bella traduzione di Alessandro Niero) che assieme a Gli isolani condivide con Noi non soltanto immagini, ma anche e soprattutto la funzione di monito contro l’obbligo coatto di attenersi a norme politiche e di comportamento, sociale e individuale, ben definite e limitanti. Certo, con Noi Zamjatin va oltre: produce, infatti, un’opera che “non può far meno di esistere”, che non è copia della natura, ma vive “alla pari con la natura” attraverso l’espressività della sua forma linguistica. In un contesto dove qualunque contenuto è riscontrabile nelle opere del passato, la novità di Zamjatin – e in ciò possiamo rinvenire l’attualità – è infatti, a mio parere, proprio la voce del suo eroe, D-503. È il protagonista stesso a narrare per iscritto in prima persona gli eventi cui assiste – l’autore sfrutta infatti il genere dei zapiski, ‘memorie’, ‘ricordi’, ‘diario’. Proprio un’attenta analisi della forma espressiva in D-503 – che è poi quella dello Stato Unico – permette di ritrovare alcune strette correlazioni tra l’opera di Zamjatin e il nostro mondo. Basti pensare alla scelta autoriale di denominare con lettere e numeri i personaggi del romanzo, dovuta non tanto a un’idea premonitrice di un futuro distopico, quanto all’associazione e alla rilettura dei sanguinosi eventi (vissuti in prima persona) tratti dal recente passato – la Guerra più grande del mondo – e dalla storia di allora – la Guerra civile tra bianchi e rossi in seguito alla Rivoluzione più grande di sempre. E così la persona, perduto lo status d’individuo dotato d’una storia personale, si è trasformata in ‘numer’ – prestito linguistico a indicare una matricola (linguaggio bellico) a cui, dopo la Guerra dei Duecento Anni, è stata tolta la propria individualità in nome di un ipotetico bene collettivo. Motivo per cui l’autore rimuove inizialmente dal testo l’individualità dell’‘io’ in favore di un collettivo ‘noi’ – soggetto del nuovo genere distopico – che nel corso del testo andrà a confliggere con i segni inconfondibili dell’umanità in potenza insita in ogni matricola, ossia l’emergere delle peculiarità incancellabili e inalienabili del singolo.

…insomma, l’individuo ridotto a numero… insomma, il nostro mondo: crediamo di avere una spiccata ‘personalità’, ma siamo cifre nell’era della statistica.

Proprio così. Nell’attualità del mondo moderno ognuno di noi è portatore di codici alfanumerici – siamo tutti individuabili non soltanto da un nome e un cognome – che può essere anche oggetto di omonimia –, ma da un univoco codice fiscale, da uno o più indirizzi di posta elettronica (che necessitano di univoche login e password), da uno o più profili social, da un account Skype e/o da un numero telefonico/Whatsapp, ecc. In Noi l’incarico di controllare le matricole è affidato ai Custodi (le matricole S, le spie), che operano non solo sulla superficie, ma anche dall’alto, sfruttando il volo basso e lento di aeromacchine in cui è montato uno dei più efficaci dispositivi di sorveglianza: le “nere proboscidi abbassate dei periscopi di sorveglianza” (sto citando dalla mia traduzione). L’azione profilattica dei Custodi è come quella di un dottore: “inizia le cure a una persona quand’è ancora sana, a una che si ammalerà solo dopo uno-due giorni, al più una settimana” (quest’affermazione anticipa la funzione profilattica dei Precog di Philip K. Dick di oltre trent’anni). Mutatis mutandis, profilassi simile si attua oggi grazie all’uso di programmi di vario tipo che, eludendo la privacy individuale, permettono il tracciamento, la conservazione e l’analisi di comunicazioni e dati differenti di ogni cittadino (tracciamenti telefonici, posta elettronica, social media, telecamere con riconoscimento facciale, intelligenze artificiali con riconoscimento vocale, scansione della retina, impronte digitali, ecc.). E sia nel romanzo che nella storia del Novecento e del primo ventennio del terzo millennio – si tratta non di un giudizio di merito ma di un puro dato di fatto – lo scontro tra libertà individuale e sicurezza collettiva vede spesso il prevalere di quest’ultima sulla prima. Si prenda a esempio il “ChatControl” – la sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali – che sta per essere ratificato dall’Unione Europea: allo scopo – giustissimo – di contrastare i reati online sui minori, per tre anni i cittadini comunitari perdono il diritto alla riservatezza delle comunicazioni digitali personali, sancito in precedenza nel 2002 dalla Direttiva ePrivacy. Dati sensibili che in potenza potrebbero essere utilizzati da terze parti per terzi fini – da semplici profilazioni commerciali a preferenze politiche, per dirne un paio.  Dunque, senza saperlo il romanzo di Zamjatin, attraverso una forma innovativa e un contenuto dirompente, anticipa profeticamente le difficoltà del mondo contemporaneo di preservare la libertà individuale a scapito della sicurezza del collettivo – l’intera società.

Che valore ha la scrittura nel sistema concentrazionario ideato da Zamjatin? Che ruolo ha la ‘tecnica’, la meccanica, le sorti umane e progressive in quel sistema?

A mio pare Zamjatin dipinge qualcosa di difforme rispetto a un sistema concentrazionario. Il sistema concentrazionario, nel senso moderno del termine, è infatti relativo alla vita e all’organizzazione dei campi di concentramento e di sterminio. D’altronde, esempi del passato che per l’autore potrebbero assurgere a modello riguardano i campi di lavoro dell’Impero zarista, mentre il sistema GULag sarà approntato ufficialmente solo dopo un decennio dalla scrittura di Noi: il 25 aprile 1930. Sul piano del contenuto non sono assimilabili al romanzo di Zamjatin le due opere emblematiche del sistema della katorga, ossia la deportazione nelle colonie penali della Siberia e dell’Estremo Oriente dell’Impero Russo: Memorie dalla Casa dei morti di Fёdor Dostoevskij e L’isola di Sachalin di Anton Čechov. Sono altrettanto non assimilabili le opere successive più rappresentative del sistema concentrazionario sovietico: Una giornata di Ivan Denisovič (finzione) e Arcipelago Gulag (realtà) di Aleksandr Solženicyn e I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov. D’altronde, lo stesso Solženicyn quasi venticinque anni fa, sulle pagine di Novyj mir (10, 1997), in un bellissimo articolo su Zamjatin – di cui era appassionato cultore – , non cita affatto Noi in relazione al sistema concentrazionario, mentre celebra il romanzo non tanto per il valore profetico riguardo all’evoluzione del neonato sistema statale (Zamjatin – scrive – vede il futuro remoto già nel 1920), quanto e soprattutto per la potenza espressiva della lingua (lessico, sintassi, combinabilità semantica, ecc.) del suo autore, che analizza nel dettaglio. Sulla storia e la narrativa concentrazionaria del sistema GULag, la lagernaja literatura, ha lavorato moltissimo il collega Andrea Gullotta, appena eletto presidente di Memorial Italia. Nella letteratura di finzione Noi costituisce il tentativo di creare un nuovo genere contrapposto a quello utopico – in russo ‘antiutopia’ e in Italiano ‘distopia’: nella narrazione utopica l’autore rappresenta la società ideale in un futuro ideale; al contrario, nella narrazione distopica l’autore mette in guarda il lettore dal pericolo insito nella realizzazione ed evoluzione futura di progetti utopici. Al pari di Čechov, come detto, in Noi Zamjatin fotografa un problema senza fornire soluzioni: dipinge l’organizzazione di un regime totalitario dove le libertà sono limitate da leggi e norme ben definite dallo Stato Unico. Nel corso della giornata, infatti, sono gli orari – regolamentati da quelle leggi e quelle norme – a scandire la vita dell’uomo al fine di rendere efficace e massimizzare il processo produttivo ed eliminare definitivamente le perdite di tempo. E poi si assiste all’applicazione delle idee di Ford che, ispiratosi a Taylor, innova la catena di montaggio per incrementare la produttività della fabbrica – la produzione di massa –, limitare le spese e aumentare i profitti. In una società simile persino la morte è vista come un evento esterno, subordinato esso stesso alla produzione. Medesima domanda è posta in maniera retorica da D-503 al lettore: “vi è mai capitato di aver fede… nella sensazione che un giorno le dita che ora stanno reggendo proprio questa pagina, saranno ingiallite, glaciali…”. Secondo D-503 il lettore non ha fede, poiché pur sapendo dell’ineluttabilità della morte continua a mangiare, a voltar pagina, a radersi la barba, a far sorrisi e a scrivere. Neppure la morte è capace di fermare l’attività dell’uomo, e con essa la produzione, in cambio della felicità personale. Zamjatin sta descrivendo più un mondo simile a quello di un film come Metropolis – di poco successivo al romanzo – rispetto a quanto rappresentato in un classico testo di lagernaja literatura.

La matricola, di cui si è detto in precedenza, è l’elemento inconfondibile che può rimandare a un sistema concentrazionario: indica, infatti, la perdita dello status individuale e in qualche modo preconizza l’uso nel sistema GULag di apporre in diversi punti del vestiario del condannato numeri di riconoscimento. In una conversazione con Gullotta proprio sulla questione del sistema concentrazionario in Zamjatin è emersa la possibilità di osservare – molto alla lontana – un elemento che potrebbe accomunare l’opera dell’ingegnere D-503 – la costruzione dell’Integrale – a quella degli ingegneri e architetti che sono costretti a operare, nel futuro post-rivoluzionario – per l’edificazione del paese nuovo, la realizzazione del radioso avvenire, proprio nel sistema repressivo del GULag: indicativa è la presenza improvvisa e peculiare di figure professionali come ingegneri e architetti tra i deportati nei campi di lavoro. In particolare è possibile seguire quest’attività produttiva dei campi di lavoro nella costruzione della grande opera del BBK – il Belomorkanal, il canale che unisce il Mar Bianco al Mar Baltico. Su questo è piuttosto esplicita la monografia di Gullotta – Intellectual Life and Literature at Solovki 1923-1930. The Paris of the Northern Concentration Camps (2018) –, soprattutto la parte inerente alla costituzione del sistema concentrazionario dei campi di lavoro del BBK (pp. 45-58).

 In un primo tempo, Zamjatin è un ‘rivoluzionario’, poi vede nella Rivoluzione un tradimento, e ne critica i cardini e i criteri: è così? In che misura questa esperienza precipita in Noi?

Si deve innanzitutto distinguere il Zamjatin uomo dal Zamjatin artista. Afferma Zamjatin che in arte non esistono rivoluzioni: nel campo dell’arte domina l’evoluzione. Le nuove conquiste dell’arte, in realtà, non sono altro che l’evoluzione artistica di quanto in precedenza accumulato: in arte nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Invece la rivoluzione nell’esistenza umana, secondo Zamjatin, serve a – ha lo scopo indissolubile di – produrre nella società la felicità delle masse. Pur credendo nella rivoluzione, Zamjatin ha una visione duplice e contraddittoria della felicità, che gli spacca letteralmente la coscienza – e ciò si riflette ampiamente in Noilo scontro tra diritto della felicità delle masse attraverso la rivoluzione e necessità del singolo individuo di godere della felicità personale. Nella prefazione per una prima edizione russa mai realizzata di Noi sulla rivista Osnova Zamjatin scrive che le insurrezioni, le rivoluzioni – che sono energia – sono necessarie come i temporali. Noi narra ciò che secondo Zamjatin avviene dopo l’era delle rivoluzioni: è il racconto della terribile, ineluttabile, era entropica – un periodo temporale infinitamente lontano dai giorni tempestosi in cui l’autore vive e scrive. Ricorda Darko Suvin che per Zamjatin la rivoluzione rappresenta l’energia – l’“indiscutibile splendente principio di vita e di movimento”, che si contrappone all’entropia – il “principio di male dogmatico e di morte”. Zamjatin scrive che dopo che lo stato, nei ‘secoli’, sarà diventato granitico, “ci sarà brava gente col desiderio, rimanendo nel vagone dormiente dell’evoluzione, di giungere a un ordinamento territoriale senza stato”. A questo nuovo desiderio di tempesta lo stato opporrà resistenza – “e di nuovo fulmini, tempeste, incendi”. Con un calembour tutto russo l’autore definisce “la legge che con la ‘r’ di temporale guarnisce in eterno la dolce ‘evoluzione’”: dunque dalla ‘ėvoljucija’ (evoluzione) si genera la tempesta della ‘revoljucija’ (rivoluzione). Il problema non è, dunque, la rivoluzione in sé, ma la questione legata alla costruzione di uno stato post-rivoluzionario in cui si abbandoni il principio della rivoluzione in favore del dogma dell’entropia: per la costituzione di uno stato granitico, leggi e norme statali limitano le libertà dei singoli individui per il bene della collettività. Zamjatin sta qui ricodificando apertamente materiale letterario pregresso – pura evoluzione-rivoluzione letteraria dell’idea espressa, ad esempio, nelle Memorie dal sottosuolo del suo amato Dostoevskij: in Noi si osserva l’annullamento della volontà individuale in un contesto programmatico di organizzazione sociale collettiva – una società massificata in cui l’individuo perde il diritto alla natura, all’istinto, alla fantasia, e persino al libero arbitrio. Su questo punto mi pare adeguata l’affermazione di Riccardo Donati in Critica della trasparenza (2016), nella parte dedicata alla ‘fabbrica trasparente’, quando scrive che “l’ingiunzione al summum bonum, … per quanto benintenzionata possa essere, è tanto oppressiva quanto ogni altra forma di dispotismo” (p. 57). Il libero arbitrio – componente naturale dell’individualità umana – non è nemmeno contemplato, ad esempio, nelle scelte dei rapporti amorosi. La “Lex sexualis” è infatti nel futuro distopico di Noi l’evoluzione – portata da Zamjatin all’estremo – delle idee di Aleksandra Kollontaj, commissario del popolo che nei primi anni post-rivoluzionari si batteva per la liberazione fisica e sociale della donna, e propagandava una nuova morale basata su un nuovo modello di relazioni sessuali, un vero e proprio nuovo codice sessuale parte integrante dell’ideologia di classe. Riguardo alle relazioni sessuali della classe operaia Kollontaj scriveva infatti che “una maggiore fluidità e una minore solidità delle relazioni sessuali” – il cosiddetto poliamore – erano i principali obiettivi che quella classe doveva realizzare (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, 1920, p. 59). Oltre all’estremizzazione del concetto di ‘poliamore’, in Noi si compie la subordinazione dei concetti di maternità e famiglia agli ideali dello Stato Unico – che in Kollontaj corrispondeva alla Russia comunista: al posto di un amore ‘limitato’ alla propria prole, scriveva la Kollontaj, la madre-operaia doveva occuparsi della crescita dei figli della collettività, senza più distinzioni tra proprio e altrui (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, p. 22). La città dello Stato Unico rappresenta, dunque, il luogo delle leggi e degli ideali – innaturali, razionali, utopici – di quello Stato, ed è perciò delimitata da un muro di vetro che permette di scorgere, separandola, il verde mondo della natura al di fuori di essa. Infrangere il vetro vuol dire allora rinunciare all’artefatta perfezione del mondo artificiale di ‘noi’ – dove l’errore non è contemplato, ovunque domina la felicità collettiva e tutto abbonda per soddisfare le necessità materiali della società – per tornare al libero arbitrio – imperfetto, impreciso, irregolare, naturale – dell’‘io’ individuale.

Zamjatin non sembra a suo agio tra i russi in esilio a Parigi: come mai?

Nonostante Zamjatin abbandoni de facto la patria, alla base della sua partenza sono poste motivazioni non sono assimilabili a quelle dell’emigrazione russa. Nel 1929, a seguito di una campagna denigratoria che lo colpisce (assieme a Boris Pil’njak), interviene in sua difesa Maksim Gor’kij, che solo nel 1931 riesce a fargli ottenere il passaporto. Nel frattempo Zamjatin scrive a Stalin con la richiesta di partire per l’estero per un periodo limitato di tempo – un anno – perché – sostiene – gli è ormai preclusa ogni possibilità di lavorare in patria. Ottenuto in modo perfettamente legale il permesso di un anno, non trancia definitivamente i legami con la madrepatria, anche se nei fatti non rimetterà più piede in Unione Sovietica, inserendosi alla fine nella vita culturale francese – anche se spesso visto dai compatrioti dell’emigrazione con sospetto – Zamjatin è un ‘eretico’. Questo fatto certamente determina in lui una sorta di autoisolamento protettivo. Zamjatin spera sempre e comunque di ritornare in patria. Questo fatto è riportato a lettere cubitali nelle memorie di Nina Berberova, che ne Il corsivo è mio (del 1969, tradotto e pubblicato in italiano nel 1989 per i tipi di Adelphi) sottolinea quanto Zamjatin frequentasse un numero estremamente esiguo di suoi compatrioti, non ritenendosi un emigrato, anzi aspettando costantemente la prima occasione possibile per tornare in Russia – e come Berberova evidenzia, intanto soprassedeva e si acquattava in attesa di vivere in seguito in patria. Come sappiamo, le sue speranze rimarranno deluse: nel 1937 Zamjatin muore, drammaticamente povero, a Parigi, con accanto pochissimi amici.

Anticlericale, antipolitico: in cosa crede Zamjatin? E qual è il ‘genio’ della sua scrittura, la sua caratteristica?

Se, come ha scritto Zamjatin, nell’arte domina l’evoluzione, la novità di Zamjatin è proprio l’evoluzione del materiale artistico del passato attraverso una nuova personalissima forma d’espressione. Noi, infatti, è un continuo rimando, una continua citazione di opere e autori coevi e del passato. Se si prende l’edizione critica del romanzo pubblicata nel 2011 che riproduce il testo del dattiloscritto originale – che differisce in modo sostanziale dalle precedenti edizioni russe e su cui si basa la mia traduzione per Fanucci –, si possono contare ben 287 note in cui compaiono testi e autori citati dall’autore in grandissima quantità – dalle cosiddette ‘espressioni alate’ del russo a interi rimaneggiamenti di brani celebri (si pensi, su tutti, al Grande Inquisitore di Dostoevskij). L’opera di Zamjatin può essere definita un ‘metaromanzo’ il cui scopo è la rinascita della letteratura e del suo linguaggio, dove lingua e forma diventano elementi distintivi del ‘genio’ del loro autore. Più che per il contenuto distopico – certamente dirompente se letto a posteriori – sono lo stile, i procedimenti stilistici, la sapienza dell’intreccio, a lasciare letteralmente senza parole. Stile, procedimenti, intreccio che si fanno a loro volta contenuto e permettono di decodificare un sottotesto ancor più complesso di quanto si sia portati a credere. Si prenda ad esempio la figura del poeta R-13. Nella mia introduzione spiego come fonetica e skaz testopoietico permettano di definire R-13 sintesi fisico-fonetica dei poeti del passato e del presente, caricatura allo stesso tempo di Vladimir Majakovskij e di Boris Pasternak – ma anche di Velimir Chlebnikov, ad esempio. Il poeta possiede una personalità dotata d’inalienabile creatività artistica, e per questo motivo è inconciliabile con la rigidità di uno Stato Unico che non ammette la fantasia. L’Intervento Supremo, necessario a eradicare la fantasia, è incompatibile con la creatività del poeta: attraverso l’Intervento Supremo il poeta perderebbe per sempre la capacità di comporre versi artistici, e non essendo più poeta diverrebbe un essere artificiale – un automa senza creatività. Per questo motivo l’attività poetica può essere silenziata esclusivamente dalla morte fisica del poeta: R-13 muore proprio nel corso della Rivoluzione. Zamjatin crede dunque che vero motore della poesia è l’energia della rivoluzione, mentre l’entropia sociale dello Stato Unico – ossia la Russia post-rivoluzionaria – può solo uccidere il poeta. L’autore termina di scrivere Noi nel 1921 – eppure questa visione costituisce un’ulteriore, profetica, anticipazione del destino del Majakovskij poeta di stato, e in generale del destino del poeta, incompatibile con lo Stato Unico. Il poeta, infatti, incarna allo stesso tempo le figure del rivoluzionario e dell’eretico, soggetti la cui caratteristica è l’accumulo di energia e passione necessarie a una radicale evoluzione del modo di vivere e pensare. Su questo punto Zamjatin sente e sa di essere un eretico ribelle che si rifà al prototipo degli eretici ribelli: lo scienziato Robert Mayer, padre della termodinamica, da cui l’autore riprende la definizione di entropia. Proprio nel periodo della stesura di Noi Zamjatin dedica a Mayer un racconto biografico (si veda Il destino di un eretico pubblicato nel 1988 dai tipi di Sellerio) e i concetti di Mayer riecheggiano nelle parole di I-330 (la protagonista femminile del romanzo) – che parla in nome dei Mefi: “Al mondo esistono due forze – l’entropia e l’energia. Una spinge verso la pace beata, verso l’equilibrio felice; l’altra – verso la distruzione dell’equilibrio, verso il movimento tormentosamente-senza-fine. L’entropia era venerata come Dio dai nostri – o meglio – dai vostri antenati, i cristiani. Mentre noi, gli anticristiani, noi…”. D’altro canto, per Zamjatin l’arte stessa è eresia, e ogni artista in qualità di creatore deve essere un eretico – l’unica medicina capace di superare l’entropia del pensiero umano, ossia tutto il materiale del passato – incluso la stessa religione – che, cristallizzatosi nel tempo, è divenuto dogma. L’eretico, ed è questo in fondo l’anticlericalismo e l’antipolitica in – e di – Zamjatin, è colui che rappresenta la realizzazione della predestinazione dell’individuo – e in particolare dell’artista: l’eterna rivoluzione, in nome dell’evoluzione e della perfezione dell’essere umano.

A cura di Davide Brullo

Povertà e clima, falò dell’ipocrisia

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Fra le varie forme di globalizzazione che ci funestano adesso c’è anche quella dell’ipocrisia. Al genere appartiene il Global Citizen Live che chiede la fine della povertà estrema entro il 2030. È  il sequel di un fenomeno cominciato nel 1985 con Live Aid e proseguito con Usa for Africa, Band Aid, Farm Aid, Ferry Aid, Consipiracy of Hope. Sono eventi cui partecipano cantanti artisti vip di ogni genere. Costoro sono le moderne “Dame di San Vincenzo” che si lavano l’anima molto a buon mercato, anzi ricavandone un vantaggio, perché è vero che i cantanti o gli artisti si esibiscono gratuitamente, ma ne hanno un ritorno in immagine e popolarità. La novità del Global Citizen Live è che, come dice il nome stesso è mondiale, passando per Sydney, Seul, Mumbai, Johannesburg, Madrid, Parigi, New York. Vi si sono esibiti, fra gli altri, Elton John, Maneskin, Coldplay, Jennifer Lopez, insomma vecchie e nuove glorie. Né potevano mancare in questa gara della nobiltà d’animo Meghan Markle e il principe Harry. Ma questi sono solo dettagli. La manifestazione è ipocrita perché non si potrà eliminare alcuna povertà, né estrema né meno estrema, se non si cambia il modello di sviluppo nato con la Rivoluzione industriale. Cosa di cui né gli artisti né il miliardo circa di coloro che hanno seguito l’evento sembrano avere consapevolezza. In questo senso, e non solo in questo, il Global Citizen Live si lega al Youth4Climate che negli stessi giorni si è tenuto a Milano con la partecipazione anche di politici fra cui Mario Draghi. Perché fa gioco farsi vedere amichevoli e consenzienti con i giovani (altra retorica insopportabile) e magari essere immortalati con le nuove star del movimento ecologista Greta Thunberg e Vanessa Nakate.

I problemi epocali della povertà e dell’ambiente sono strettamente legati fra di loro e si sono sviluppati col modello innescato dalla Rivoluzione industriale. Partiamo da quello ambientale. Dal momento del take off, partito più o meno a metà del diciottesimo secolo in Inghilterra, l’aumento dell’emissione di CO2 è stato, in soli due secoli e mezzo, del 30 per cento. Il marcio sta quindi in quello che noi chiamiamo Sviluppo. Un politico onesto con se stesso e con i suoi elettori invece di fare promesse mirabolanti (il “bla bla” di cui parla Thunberg) dovrebbe dir loro: consumate di meno. Ma questo significherebbe anche, e soprattutto, produrre di meno. Cioè verrebbe completamente scaravoltato il modello su cui oggi viviamo che può essere sintetizzato col distico dei CPI: produci, consuma, crepa. Un politico che volesse essere ambientalista sul serio, e non solo a parole, farebbe questo discorso: io non vi prometto più viaggi ai Caraibi, migliori automobili, straordinarie innovazioni tecnologiche, al contrario propongo la riduzione di tutto questo, in cambio vi prometto più tempo per voi stessi. Negli Stati Uniti, paese di punta dell’attuale modello di sviluppo e che, in quanto tale, è il primo a produrre degli anticorpi, esistono due correnti di pensiero, il bioregionalismo e il neocomunitarismo, il cui discorso di fondo, in estrema sintesi, è il seguente: un ritorno limitato, graduale e ragionato a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra, depauperata in gran parte della chimica con cui con cui si crede di difenderla, e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale e finanziario. Ma sono correnti di pensiero che, per quanto siano autorevoli negli Usa e non totalmente ignorate come da noi, sono al momento assolutamente minoritarie. In un mondo tutto proiettato verso la crescita pensieri del genere suonano come bestemmie in Chiesa. Eppure gli ignorantissimi contadini del Medioevo, `i secoli bui`, avevano intuito la dannosità dell’uso del carbon fossile al posto della cara e vecchia legna. Ma naturalmente furono ignorati in nome del progresso.

In quanto alla povertà, estrema e non, della cui eliminazione si fanno vessilliferi le “anime belle” del Global Citizen Live è stato proprio il sistema di sviluppo industriale a creare la straordinaria divaricazione fra paesi ricchi e paesi poveri e all’interno dei paesi dello stesso mondo occidentale. Il primo a notare questo fenomeno è stato Alexis de Tocqueville, che pur non può essere in alcun modo annoverato fra gli antimodernisti, ma è piuttosto uno dei padri dell’Illuminismo, a notare nel suo libro Il pauperismo che è del 1835 questo straordinario fenomeno. Scrive infatti Tocqueville: “Allorché si percorrono le diverse regioni d’Europa, si resta impressionati da uno spettacolo veramente strano, e all’apparenza inesplicabile. I paesi reputati come i più miserabili sono quelli dove, in realtà, si conta il minor numero di indigenti, mentre tra le nazioni che tutti ammirano per la loro opulenza, una parte della popolazione è costretta, per vivere, a ricorrere all’elemosina dell’altra”. Del resto nel Medioevo europeo i poveri rappresentavano l’1 per cento della popolazione, ed erano tali per loro scelta, come oggi certi clochard.

Bene, dirà il lettore, se ci sono più poveri al mondo ci dovrebbe essere almeno meno inquinamento perché i poveri consumano meno. Ma non è così perché la loro povertà è compensata, per così dire, dagli enormi consumi dei ricchi, diventati sempre più ricchi, e dei benestanti.

Il Covid avrebbe potuto essere una straordinaria occasione per un cambiamento di rotta. Ci eravamo abituati, per necessità, a consumare di meno e ad abbandonare l’enorme superfluo che ci circonda. Ma si vedono già le avvisaglie che non andrà così. Continueremo a correre, correre, correre, inseguendo il mito della Crescita finché non finiremo per spiaccicarci contro il Limite che esiste in tutte le cose, umane e non umane (“in ogni principio è contenuta la sua fine”, Eliot). I dinosauri scomparvero perché erano troppo grossi. Noi, con le nostre propaggini tecnologiche siamo diventati i dinosauri di oggi. La Natura ci sbatterà fuori.

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