L’asso di Zelensky? Non gli Usa, ma Israele

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di Luigi Bisignani

Moro, Fanfani, Andreotti e Cossiga: tutti i big della vecchia politica d’accordo su come risolvere la crisi ucraina…

In Paradiso è appena terminata la messa celebrata da San Kuncewycz, patrono dell’Ucraina e San Wojtyla. Togliendosi la mitria e la casula, con aria sconsolata Giovanni Paolo II, davanti ai fedeli, tra i quali Kohl, Andreotti e Cossiga, commenta: “I comunisti, a differenza di quello che pensa il mio caro successore Bergoglio, restano sempre comunisti e lo dico io che li ho visti da vicino, come direbbe lei, presidente Andreotti”.

Andreotti: “Però una cosa buona il regime sovietico, pur non volendo, la fece. Con le deportazioni staliniane, i cattolici apparvero dove prima quasi non esistevano creando dei luoghi di resistenza. Quella resistenza allargata ad altre religioni che alla fine ridicolizzerà Mosca”.

“Caro Giulio” – irrompe Cossiga – “la carta segreta del giovane Zelensky non sono gli USA, come pensate tutti, ma Israele, che vuol dire anche il Mossad e tutto l’apparato finanziario in giro per il mondo. Esperti di media e tecnici tlc che gli permettono di essere costantemente on line”.

Andreotti: “Putin invece è chiuso nei suoi palazzi dorati, dove si è messo a scrivere il suo folle ‘De bello putiniano’”.

Interviene l’ex cancelliere Kohl: “Sta di fatto che a parte pochi ultra-ortodossi sono molti gli ebrei che sostengono apertamente Zelensky. E lo stesso Putin, che fino a ieri tubava con quel mondo, ora si sente tradito”.

Cossiga: “L’oligarca ebreo Mikhail Fridman ha comprato intere pagine di giornali contro la guerra in Ucraina, Abramovich è invocato come paciere dagli ucraini e il presidente del Forum europeo degli ebrei di lingua russa, che si è messo a protestare contro il Cremlino, è persino finito agli arresti”.

Andreotti: “Israele, pur con qualche cautela, sta sostenendo fortemente Zelensky, che aveva inizialmente chiesto a Gerusalemme di ospitare i negoziati con la Russia. D’altra parte, il nucleo più intimo del Deep State israeliano conta oggi moltissimi ebrei ashkenaziti ucraini”.

Col solito triciclo irrompe Fanfani che, da professore di Storia Economica, ricorda le origini ucraine di alcuni grandi nomi del pantheon israeliano, come la mitica Golda Meir, nata a Kiev e la cui famiglia scappò negli USA per sfuggire ai pogrom zaristi.

Wojtyla: “Per un Paese come Israele che si fonda sulla memoria e che è nato prima della Russia, è impensabile abbandonare l’Ucraina. Peccato che la mia amata Italia arrivi sempre dopo gli altri”.

Cossiga: “Il nostro Super Mario ha problemi di connessione”.

Andreotti: “E cos’altro ti aspettavi con Vittorio Colao in quel ministero?”

Cossiga: “Non mi provocare, mi fa ridere Mariuccio, come lo chiama Il mio amico Tremonti, che non riesce a collegarsi con Macron, per non parlare di quel malinteso telefonico con Zelensky che ha fatto ridere il mondo”.

Andreotti: “Magari perché Tim è in difficoltà, con la Cdp di Scannapieco che gioca con la Rete come il gatto col topo.”

Cossiga: “Scusa Giulio, ma di tecnologia non capisci nulla. Avevi ancora il telefonino a portafoglio. Sarebbe bastato che a Chigi avessero dotato il presidente del Consiglio di uno Starlink”.

Andreotti: “Una tua nuova diavoleria…”

Cossiga: “È una costellazione di satelliti attualmente in costruzione da SpaceX di Elon Musk, senza cavi né infrastrutture che sta usando Zelensky“.

Andreotti: “Se fosse per questo, visto l’aria che tirava, Draghi avrebbe dovuto recarsi a Mosca e così sarebbe stato l’ultimo premier occidentale ad aver parlato con Putin”.

Cossiga: “Invece ha mandato il povero Di Maio in avanscoperta come fosse un piccione viaggiatore…”

Andreotti: “Ai tempi miei si mandava il capo del cerimoniale, Draghi dimentica che un premier è solo primus inter pares”.

Sopraggiunge Aldo Moro, serafico come sempre, con il suo vestito blu troppo largo e un bicchierino in mano, chiosando: “Mi pare che il nostro premier abbia perso ruolo, arriva sempre ultimo, sullo Swift come sulle armi, limitandosi solo a consultare Macron che si sta giocando la sua partita elettorale. Del resto, troppe aspettative per un banchiere…”

Andreotti: “Almeno ricordasse, di stare attento ai francesi quando ci sono di mezzo sanzioni”.

Wojtyla: “In che senso?”

Andreotti: “Quando facemmo l’embargo alla Libia, Parigi fu la prima ad eluderlo. Ora, a sentire l’Aise, non vorrei che qualche armamento francese avesse preso la strada per Mosca. A pensar male si fa peccato, ma…”

Tutti in coro all’unisono: “Spesso ci si indovina”.

Moro: “Un’Europa che è proprio incapace di pensare: questa idea della Nato a fisarmonica è una barbarie”.

Andreotti: “Piuttosto, se si fosse fatta entrare prima l’Ucraina nella Ue e poi, semmai, nella Nato. Le idee bizzarre della Cia e dei democratici USA”.

Cossiga: “Per Putin, cresciuto a pane e guerra fredda, la Nato è come il drappo rosso per il toro.

Fanfani: “Come quelli che ancora credono che il Vaticano di Francesco abbia influenza nella politica italiana come ai tempi di Benelli e Ruini… ”.

Andreotti: “Mi vien da dire una cattiveria poi però dovrò confessarmi”.

Fanfani: “Dilla, dai, troppe confessioni avresti dovuto fare, ma San Pietro ti ha dato subito il fast track”.

Andreotti: “Alla fine, a risolvere il problema e ad eliminare dalla scena lo zar potrebbe essere una miscela esplosiva tra mafia russa e oligarchi, che sono rimasti senza nemmeno un autista filippino”.

Fanfani: “Assieme anche al cittadino medio russo, abituato seppur da poco a qualche comfort”.

Cossiga: “A proposito di cattiverie e guerre fredde, in questo momento le abbiamo pure noi in Italia, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, tra Draghi e il segretario generale del Colle Zampetti”.

Andreotti: “E con le prossime nomine da SNAM a Fincantieri, con Mattarella pronto a difendere gli attuali vertici che hanno fatto bene ne vedremo delle belle. E con quel Giavazzi sempre in mezzo ‘senza titulo’ come direbbe il mio allenatore Mourinho….

“È tempo di tornare a pregare”, la tonante voce di San Pietro richiama tutti all’ordine. Andreotti, che vuole sempre l’ultima battuta, sogghigna: “Tranquilli, tanto qui Putin non arriva neppure se lo raccomanda Bergoglio”.

Luigi Bisignani, Il Tempo 6 marzo 2022

Sanzioni Russia, Medvedev sfotte: “Europei coraggiosi, pronti a pagare il gas carissimo”

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Roma, 22 feb – Dmitry Medvedev è molto diretto, parla di gas a prezzi esorbitanti per gli europei come logica conseguenza della scelta suicida di comminare sanzioni economiche verso Mosca, nel contesto della crisi Ucraina. La dichiarazione è stata evidenziata da Adnkronos.

Medvedev: “Che coraggio, europei, pagare il gas carissimo”

Il tweet dell’ex presidente russo e consigliere per la sicurezza Dmitry Medvedev è diretto, un pelo ironico, ma drammatico nel suo realismo: “Benvenuti nel nuovo mondo coraggioso in cui gli europei pagheranno molto presto 2.000 euro per 1.000 metri cubi di gas naturale”. La dichiarazione è stata scritta poco dopo l’annuncio della Germania di fermare il gasdotto Nord Stream 2, un’operazione – tra le tante – di autodistruzione che le Nazioni europee stanno portando avanti, sostanzialmente per eseguire gli ordini di Washington sul caso ucraino.

Di Maio: “Avanti con le sanzioni”

Se in Russia invitano gli europei occidentali a ragionare, gli europei occidentali non vogliono saperne di ragionare. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Parigi per il Consiglio Europeo dei ministri degli affari Esteri, si accoda alla follia generale, non provando ad applicare nemmeno quella politica di tradizionale “ponte” tra Est ed Ovest tradizionale dell’Italia: “Il riconoscimento delle due repubbliche autoproclamate del Donbass. è inaccettabile. L’Italia è “assolutamente convinta nel procedere sulla strada delle sanzioni”. Non solo, Parigi viene individuato come il luogo “in cui daremo l’ok politico alle sanzioni nei confronti della Russia”.

Alberto Celletti

Fonte:

Elezioni anticipate e vittoria dell’astensionismo?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna https://www.informazionecattolica.it/category/editoriali/#:~:text=EDITORIALI-,Elezioni%20anticipate%20e%20vittoria%20dell%E2%80%99astensionismo%3F,-14%20Febbraio%202022

NELLA “NUOVA NORMALITÀ”, LE IDEE SONO ACCANTONATE, I PRINCIPI ANNULLATI, I CONTI NON SI FANNO SULL’EFFETTIVA CAPACITÀ DEL POLITICO DI AMMINISTRARE…

Luigi Bisignani non è una persona qualunque. Era l’uomo di fiducia di Giulio Andreotti, conosce molti segreti dell’Italia repubblicana. E’, anche, “L’uomo che sussurra ai potenti” (Casa editrice Chiarelettere) in cui egli si racconta e fornisce una testimonianza unica nel suo genere, perché con sagacia e fine ironia racconta come funzioni in potere, quello vero, che non ha bisogno di tante parole o proclami. Quello che agisce e basta.

Può apparire cinico, si può pensare ciò che si vuole della storia controversa di Bisignani, ma una cosa è certa: questo libro e i suoi articoli su Il Tempo sono sempre molto interessanti, perché hanno uno stile diverso e contenuti molto concreti. Ogni parola viene ben pesata ed armonizzata come in un piccolo romanzo, rendendo di facile comprensione anche i meccanismi più contorti e difficili del sistema plutocratico che, negli anni, ha progressivamente sostituito la Politica classica, così come da tutti conosciuta e concepita, in cui il primato dell’alta finanza governa i popoli in funzione dei suoi interessi, dopo aver demolito ogni ideale e relegato all’irrilevanza la filosofia, la teologia politica, gli ideali, le più alte aspirazioni rivolte al bene comune.

Intervistato da Affari Italiani, Bisignani racconta che “l’operazione Mattarella era studiata a tavolino da mesi e per la sinistra prima si vota e meglio è, visto che il centrodestra si è disintegrato”.

Sei mesi fa, ebbi modo di dire e di scrivere che il Mattarella-bis sarebbe stata la soluzione più semplice per il Parlamento attuale, in quanto sarebbe stata l’unica a poter garantire il mantenimento dello status quo e il sederino di molti eletti che non saranno riconfermati, a causa della legge che ne riduce il numero, inchiodato sugli scranni romani fino al raggiungimento della fatidica data del vitalizio che, poi, chiamano pensione.

Il Pd, inoltre, non tanto per la bravura di Enrico Letta, ma per l’esperienza di lungo corso dei vecchi arnesi della “politica politicante” democristiana, si è mantenuto il partito di Sistema più solido in assoluto. Non a caso, i sondaggi dicono che il Pd è, oggi, il primo partito.

Più draghista di Draghi, sostiene posizioni oltranziste quanto alle misure restrittive, fino ad arrivare ad affermazioni pesantissime da parte di alcuni suoi uomini di punta o di riferimento. Appiattendosi su un premier che, stato d’emergenza permettendo, comanda, non governa, si è seduto sulla sedia d’onore, accanto al “Padrone della Plutocrazia” italica, per vincere in quanto accodato come un cagnolino al guinzaglio, sotto il tavolo del “migliore tra i migliori”. Dunque Bisignani aggiunge che “il Pd deve passare all’incasso rapidamente. Mattarella, oramai, non ha più alcun motivo di gratitudine verso i 5 stelle e il suo obiettivo è quello di far governare il centrosinistra per i prossimi dieci anni“.

Nella nuova normalità, le idee sono accantonate, i principi annullati, quindi i conti non si fanno sull’effettiva capacità del politico di amministrare la cosa pubblica con rettitudine e giustizia sociale, ma secondo i due criteri del PNRR nel caos e dello Spread in salita. Bisignani prevede, a causa di questi due fattori, elezioni anticipate a settembre “e con l’attuale legge elettorale, dato che non si metteranno mai d’accordo per riformarla”. Ciò significa adeguare con qualche criterio da boiardo di Stato gli attuali collegi, scombussolati dalla riduzione dei parlamentari e andare ad elezioni prima della scadenza naturale, con una legge elettorale papocchio che garantirà solo le segreterie della partitocrazia, che potrà far eleggere i suoi galoppini nei listini bloccati.

Come era previsto e prevedibile, il destino di Mario Draghi sarebbe “un prestigioso incarico internazionale: Commissione europea o Banca Mondiale“. Pare che SuperMario ci stia portando gradualmente al superamento delle restrizioni, dalla mascherina alla conclusione dello stato di emergenza al 31 Marzo 2022, come molti osservatori avevano previsto, già un anno fa. Questo non gli consentirà più di comandare, ma di dover accontentarsi a governare, ossia cercare la sintesi per accontentare i desiderata dei partiti. “Mission impossible” anche per lui, soprattutto con la campagna elettorale alle porte e totalmente contraria all’inclinazione dell’uomo, abituato alla BCE a fare il monarca assoluto in strutture che funzionavano e, soprattutto, che eseguivano ciò che lui voleva. “La lite tra i vari partiti sullo scostamento di bilancio” potrebbe essere la scusa per mandare tutti a quel paese e lasciarli a begare su questioni nelle quali una personalità come quella del Presidente del Consiglio manco vuole metter becco.

Dunque, chi ha vinto con la rielezione di Mattarella? Luigi Bisignani dice “Ugo Zampetti, Segretario Generale del Colle. E’ un gigante assoluto, il vero vincitore e soprattutto il vero Presidente ombra. E’ l’uomo più potente d’Italia. Ora vedremo come difenderà i suoi ministri, primo fra tutti Enrico Giovannini, che è anche il più criticato. I veri vincitori della partita del Quirinale sono stati Dario Franceschini, la sinistra DC e proprio Zampetti“. Ancora, in questo particolare momento storico, il referente della plutocrazia è la sinistra DC, riciclata nel Pd. Sarebbe ora che nei partiti suonasse la sveglia, perché se l’apparato che, almeno dal dopoguerra, si impone è sempre quello, i casi sono due: o i partiti hanno sempre sbagliato i bersagli per impreparazione, dilettantismo assenza di una minima visione politica, oppure, in fin dei conti, sono tutti funzionali a tale condizione. Poi, però, non si lamentino, se la gente comune, oramai completamente sfiduciata e disgustata, alla canna del gas, anche per l’aumento spropositato delle spese per il riscaldamento, concede il 60% delle preferenze al partito dell’astensionismo.

Il “Grande Timoniere” bombarda Hong Kong e anche il Vaticano è sotto tiro

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QUINTA COLONNA

di Redazione

Questo articolo è particolarmente interessante perché rivela retroscena molto interessanti. Il lettore tenga presente, comunque, che almeno dalla morte di Pio XII (1958) il Vaticano è occupato dalla Contro-Chiesa modernista che è stata legittimata dal Conciliabolo Vaticano II. La Chiesa Cattolica sta, invece, ovunque chierici e laici rimangano fedeli a quanto sempre insegnato e da tutti creduto, ovunque e sempre, per parafrasare S. Vincenzo di Lerins. Il piccolo gregge rimasto fedele non alberga in Vaticano, ma è disperso nel mondo. L’articolo qui sotto risente di questa premessa essenziale, di cui, però, il lettore deve tener conto:

Fonte: L’Espresso del 2/02/2022

di Sandro Magister

In ottobre scadrà l’accordo provvisorio e segreto tra la Santa Sede e la Cina sulle nomine dei vescovi, stipulato il 22 settembre 2018 e rinnovato per altri due anni nel 2020. È presto per dire se sarà riconfermato in forma più stabile. Di certo, ciò che non è provvisorio è lo strapotere di Xi Jinping, che da dicembre è stato anche insignito del titolo altamente simbolico di “Grande Timoniere”, come soltanto Mao Zedong prima di lui.

Questo comporta che la linea politica dettata da Xi è incondizionata e a lungo termine, con strettissimi se non inesistenti margini di negoziazione per una controparte già di per sé debole come il Vaticano. Di fatto, nella scelta dei nuovi vescovi, il predominio della Cina è schiacciante e l’eccezione rappresentata dalla diocesi di Hong Kong, che è esente dall’accordo del 2018, è anch’essa in serio pericolo. Lo scorso anno il suo attuale vescovo è stato nominato senza che, nella sua scelta, Roma dovesse sottostare alle autorità cinesi. Ma un mese prima che il nuovo vescovo fosse consacrato, Pechino ha compiuto un passo che ha fatto presagire un vicino pieno dominio della Cina non solo sulla metropoli di Hong Kong, come già avviene, ma anche sulla vivace Chiesa cattolica presente nell’ex colonia britannica.

Il nuovo vescovo di Hong Kong, Stephen Chow Sau-yan, 62 anni, gesuita, è stato consacrato lo scorso 4 dicembre. Ebbene, il 31 ottobre ha avuto luogo nella città un incontro senza precedenti, inizialmente rimasto segreto ma poi reso noto dall’agenzia Reuters in una corrispondenza del 30 dicembre.

L’incontro era promosso dall’Ufficio che rappresenta a Hong Kong il governo centrale di Pechino, con la supervisione, dal continente, dell’Amministrazione statale degli affari religiosi.

Vi hanno preso parte per la Cina tre vescovi e 15 religiosi della Chiesa ufficiale riconosciuta dal governo di Pechino, e per Hong Kong due vescovi e 13 religiosi.

A guidare la delegazione di Hong Kong era Peter Choy Wai-man, il docile prelato che le autorità cinesi avrebbero visto volentieri alla testa della diocesi. Chow, il nuovo vescovo designato, ha preso parte all’incontro solo per poco, all’inizio, mentre ad aprire e a chiudere l’evento è stato il cardinale John Tong Hon, vescovo emerito e amministratore temporaneo della diocesi. Scontata l’assenza del novantenne cardinale Joseph Zen Ze-kiun, emblema dell’opposizione al governo cinese e critico severo dell’accordo tra il Vaticano e Pechino.

I delegati provenienti dal continente hanno insistito perché venisse applicata pienamente anche a Hong Kong la cosiddetta politica di “sinicizzazione” delle religioni, con una subordinazione più marcata della Chiesa cattolica ai caratteri propri della Cina, quelli dettati dal Partito comunista e dallo Stato.

La “sinicizzazione” delle religioni è un caposaldo della politica di Xi, la cui agenda applicativa era ben nota ai partecipanti all’incontro. Nell’arco dell’intera giornata nessuno ha fatto il nome del presidente della Cina, ma “Xi era l’elefante nella stanza”, ha detto alla Reuters un membro della delegazione di Hong Kong. “Per qualcuno di noi la ‘sinicizzazione’ è sinonimo di ‘Xinicizzazione’”.

L’incontro di Hong Kong non è stato affatto un’iniziativa isolata. Ai primi di dicembre Xi ha tenuto un discorso a Pechino nell’ambito di una “Conferenza nazionale sul lavoro riguardante gli affari religiosi”, in cui ha ribadito che tutte le religioni in Cina devono sottostare al Partito comunista, al quale spetta “la direzione essenziale dell’attività religiosa”, ai fini di una piena “sinicizzazione”.

Ma soprattutto va tenuto conto del fondamentale documento approvato l’11 novembre dal Comitato centrale del Partito comunista cinese, col titolo di “Risoluzione sui grandi compimenti e sulla storica esperienza del partito nel secolo trascorso”.

Una risoluzione di questo tipo è la terza in tutta la storia della Cina comunista. La prima fu con Mao Zedong nel 1945, la seconda con Deng Xiaoping nel 1981 e questa terza, ad opera di Xi Jinping, si rapporta alle altre come una sorta di sintesi hegeliana, con l’ambizione di incorporare il meglio di quanto fatto da Mao, la tesi, e corretto da Deng, l’antitesi.

Nella sua quinta sezione, la risoluzione rifiuta il sistema democratico occidentale, fatto di costituzionalismo, di alternanza al governo e di separazioni tra i poteri, un sistema che se adottato “porterebbe la Cina alla rovina”.

Ma in particolare respinge “la libertà religiosa di modello occidentale”. In Cina “le religioni devono essere cinesi nell’orientamento” e costantemente sottomesse alla “guida del Partito comunista perché si adattino alla società socialista”.

In Vaticano ben conoscono questa politica e tentano di addomesticarla come “complementare” alla visione cattolica della “inculturazione”. Nel maggio del 2019, in un’intervista al quotidiano “Global Times”, espressione in lingua inglese del Partito comunista cinese, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha detto che “inculturazione” e “sinicizzazione” insieme “possono aprire cammini di dialogo”, tenendo presente “la reiterata volontà” delle autorità cinesi “di non minare la natura e la dottrina di ciascuna religione”.

Ma la più argomentata apologia della “sinicizzazione”, da parte Vaticana, resta tuttora l’articolo pubblicato nel marzo del 2020 sulla rivista “La Civiltà Cattolica” – come sempre con l’approvazione previa della segreteria di Stato e di papa Francesco – dal sinologo gesuita Benoit Vermander.

L’autore paragona coloro che oggi criticano la “sinicizzazione” – e fa i nomi del cardinale Zen e dell’allora direttore di “Asia News” Bernardo Cervellera – agli eretici montanisti e donatisti dei primi secoli, intransigenti nel condannare i cristiani che si erano piegati alle imposizioni dell’impero romano.

Vermander difende in pieno sia l’accordo tra la Santa Sede e la Cina del settembre 2018, sia il concomitante messaggio di papa Francesco ai cattolici cinesi e la successiva istruzione vaticana su come registrarsi nella Chiesa ufficiale.

Ma soprattutto mette in evidenza quella che ritiene la faccia buona della “sinicizzazione”: il fatto che “l’articolo 36 della Costituzione cinese continua a garantire formalmente la libertà religiosa”; il trattamento più benevolo adottato dalla autorità cinesi con i cattolici rispetto ai seguaci di altre religioni; la capacità di adattamento delle generazioni più giovani; la pazienza indotta nei cattolici cinesi dall’amore per il loro paese, “senza cercare il martirio a ogni costo”.

A testimonianza di ciò, Vermander esalta la vitalità di una parrocchia di Shanghai di sua conoscenza, in cui tutto sembra andare per il meglio, nonostante “i sacerdoti debbano partecipare regolarmente a ‘corsi di formazione’ organizzati dall’Ufficio per gli affari religiosi”.

Curiosamente, però, il gesuita non fa parola del fatto che il vescovo di Shanghai, Thaddeus Ma Daqin, è agli arresti domiciliari dal giorno della sua ordinazione nel 2012, semplicemente per essersi dissociato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, il principale strumento con cui il regime controlla la Chiesa. Non gli è valso a ottenere clemenza nemmeno l’atto di pubblica sottomissione a cui si è piegato nel 2015, tra gli applausi – anch’essi inutili – de “La Civiltà Cattolica”, che definì quel suo gesto un modello esemplare di “riconciliazione tra la Chiesa in Cina e il governo cinese”.

Per non dire del totale, prolungato silenzio di papa Francesco su questa e sulle tante altre ferite inferte dal regime di Xi ai cattolici della Cina e di Hong Kong, questi ultimi già pesantemente perseguitati e ormai vicinissimi a finire anch’essi del tutto sotto il dominio del nuovo “Grande Timoniere”.

Roma, vergogna Pd: bocciata la commemorazione per i martiri delle Foibe nel X Municipio

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di Cristina Gauri

Roma, 27 gen — Ci risiamo. All’approssimarsi del 10 febbraio, Giorno del ricordo, il Pd e accoliti antifascisti vari si dilettano nello sport preferito: negare, minimizzare, confutare e impedire che gli italiani commemorino la memoria della tragedia delle vittime delle Foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Leggi anche: Foibe e confine orientale: spieghiamo un po’ di storia ai nostalgici del comunismo

Accade così che nel X Municipio di Roma Capitale il Pd ha bocciato la mozione, presentata dal consigliere leghista Alessandro Aguzzetti, che chiedeva la commemorazione ufficiale del dramma delle Foibe, solennità civile come da legge ordinaria dello Stato 30 marzo 2004, n. 92. Nella proposta portata in consiglio da Aguzzetti si chiedeva di deporre ufficialmente una corona in ricordo dei martiri al monumento in Piazza Segantini, al Villaggio San Giorgio di Acilia, noto per aver ospitato i tantissimi esuli costretti ad abbandonare la propria terra per sfuggire ai massacri dei partigiani titini. Con questa ignobile decisione il Pd ha stabilito per l’ennesima volta che per loro non deve esserci pace, né ricordo.

Il Pd boccia la mozione sulle Foibe

«Quanto accaduto oggi durante il consiglio del X Municipio é gravissimo», questo il commento del consigliere. «La bocciatura del documento in cui si chiedeva una commemorazione ufficiale in memoria dei martiri delle Foibe, ossia degli italiani uccisi dai partigiani di Tito perché italiani, dimostra la vera natura ideologica di questa amministrazione. Una amministrazione che mostra una natura reticente e negazionista nei confronti di una tragedia troppi anni taciuta e ancor oggi sminuita, se non addirittura giustificata da una certa sinistra».

Uno schiaffo agli esuli 

Aguzzetti, che è stato espulso dopo la bocciatura della mozione, prosegue: «Questa è una grave mancanza di rispetto soprattutto per i residenti del quartiere Giuliano Dalmata di Acilia, che un tempo accolse gli italiani costretti a lasciare le loro case perché vittime di questa pulizia etnica. Un quartiere simbolo che ogni anno ricorda con commozione il 10 febbraio quanto accaduto». Conclude Aguzzetti ringraziando i consiglieri di opposizione per aver sottoscritto il documento «e la capogruppo della Lega Monica Picca per aver abbandonato l’aula per solidarietà al sottoscritto dopo la votazione. Il 10 febbraio ricorderemo i martiri delle foibe alle ore 19 a Piazza Segantini, invito i cittadini ad essere presenti e dimostreremo a questa amministrazione che anche senza la loro presenza il ricordo sarà sempre vivo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/roma-vergogna-pd-bocciata-la-commemorazione-per-i-martiri-delle-foibe-nel-x-municipio-222078/

Il principe, le pecore e la leadership

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QUINTA COLONNA

In un mondo in cui tutti sembrano voler comandare, ritenendosi capaci di farlo, troviamo interessante proporre questo articolo ed altri in link in fondo, che sono consigli utili. Anche a rassegnarsi, se non si possiedono troppi di questi requisiti e anche se i vari sistemi pongono persone inadeguate in posti di comando o di rilievo, perché l’umiltà non è mai troppa e fare un passo indietro non è sempre un segnale di debolezza ma di maturità… (n.d.r.)

di Edoardo Lombardi

Ecco un breve racconto stimolante sulla leadership che dovresti leggere per cominciare un percorso che potrà portarti a essere un manager migliore.

PICCOLA STORIA INSEGNA

C’era una volta un importante regno, che era governato da un principe, il quale ereditò lo scettro dopo la morte di suo padre.

Dopo alcuni mesi del suo governo, le cose cominciarono a metterlo seriamente alla prova. La siccità causò gravi perdite agli agricoltori, uccise molti animali, uccelli e piante preziose nella foresta. E seguì poi una epidemia sconosciuta che tolse la vita a molte persone.

Poi, trascorso del tempo, le cose iniziarono lentamente a migliorare. Ma, prima che potessero riprendersi completamente, un re nemico aggredì il regno, ne prese il controllo, uccidendo alcune persone e imprigionandone molte. Il giovane re riuscì in qualche modo a fuggire e cercò di incontrare un suo amico d’infanzia che era re di un regno vicino.

Nel mentre, rifletteva su come tutte queste cose negative potessero essergli successe. Era nato e cresciuto per essere un re di un regno potente e ricco, ma ora aveva perso tutto. Si convinse di avere avuto molta sfortuna perché nulla di simile era successo a suo padre o a qualunque altro re che egli conoscesse.

Al suo re amico raccontò tutte le cose che gli erano accadute. Dopo aver ascoltato la sua storia, il re amico ordinò di dargli un gregge di 100 pecore. Il giovane re fu sorpreso perché si aspettava molto di più. Non voleva fare il pastore. Ma non avendo alternative accettò l’offerta.

La sorte però gli era chiaramente avversa e dopo alcuni giorni, mentre pascolava il suo gregge, un gruppo di lupi lo assalì e uccise tutte le pecore. Mentre i lupi attaccavano, il giovane re scappò da quel luogo.

Tornò dal suo amico re e chiese aiuto. Questa volta ricevette 50 pecore. Ma di nuovo non riuscì a proteggerle dai lupi. La terza volta, gli furono date solo 25 pecore. Adesso il giovane re si rese conto che, se non trovava un modo di proteggere il suo gregge dai lupi, non avrebbe ricevuto più alcun aiuto dal suo amico.

Allora studiò attentamente il posto in cui il gregge risiedeva e individuò le aree di attacco dei lupi. Aggiunse recinzioni e pose guardie all’intorno. Poi continuò a monitorare i luoghi e a parlare con tutte le persone con esperienza per imparare i trucchi per proteggere il gregge. Dopo qualche anno, il suo gregge era diventato di 1000 pecore.

Con tanta soddisfazione andò a incontrare il re suo amico e gli raccontò che cosa aveva realizzato. Dopo averlo ascoltato, il re amico ordinò ai suoi ministri di affidargli un intero Stato da governare. Sorpreso da tutto questo, allora chiese: “Perché non mi hai dato lo Stato da governare quando sono venuto da te per la prima volta a chiedere aiuto?”

Il re amico rispose: 

La prima volta che sei venuto da me per chiedere aiuto, la tua mentalità era quella di essere nato e cresciuto per essere un leader. In realtà tu eri assolutamente lontano dal comportarti come tale. È vero che sei nato nella ricchezza e hai conosciuto orgoglio e potere, ma non sei mai stato adeguatamente istruito e addestrato per guidare il tuo patrimonio e la tua gente. Quindi, quando ti ho dato il gregge, ho aspettato che imparassi come gestire gli altri. Caro amico, solo ora credo che tu sia pronto a guidarli!

MORALE DELLA STORIA: Nascere in una famiglia potente o essere un manager in una posizione elevata non ti rende automaticamente un leader. 

Ma essere responsabile di altri come re di uno stato o manager di una squadra o CEO di un’azienda e non fare nulla per guidare le persone a te affidate non ti rende un capo da seguire. Ti suggerisco di conoscere meglio la tua gente e di conquistare i loro cuori e le loro menti: e allora sarai anche un leader.

LEZIONI DA IMPARARE

Un primo passo verso il miglioramento della tua leadership

Quando Niccolò Machiavelli nel 1513 scrisse per primo sul tema del rischio e della difficoltà di esercitare il ruolo di guida di uomini (“Il Principe”), forse non si sarebbe mai aspettato che l’argomento sotto il nome anglosassone di “leadership” avrebbe avuto la diffusione che ha oggi.

Oggi infatti il significato della parola “leader” è universalmente conosciuto, o nei semplici termini dell’Oxford Dictionary: “il leader è una persona che gli altri seguono”, o nel modo più esauriente prescelto dal Prof. R.J. House, uno degli studiosi americani più noti in materia, il quale lo definisce come

“un leader è un individuo capace di mettere in condizione gli altri di contribuire al successo dell’organizzazione di cui tutti loro fanno parte”.

L’importanza della leadership nei nostri giorni si manifesta prepotentemente in un’ampia gamma di gruppi e di strutture, dalle aziende alle famiglie, nella politica come nello sport; e può essere:

  • “formale” in virtù del possesso di un ruolo riconosciuto, o
  • “informale” sulla base di legami e relazioni personali.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la possibilità e talvolta la necessità di esercitare la leadership.  

E la leadership è considerata uno degli ingredienti più importanti del successo. Anche se è opportuna una precisazione: il successo è variegato e va da quello nel “fare” a quello nel “far fare”.

Se ci guardiamo attorno, notiamo che gli atleti più dotati non sempre riescono a essere poi allenatori di grido, un grande violinista o pianista non necessariamente diventerà un buon direttore di orchestra. Ci riusciranno solo quelli dotati di “leadership”, cioè di una serie di attributi e di qualità comportamentali che permettono di guidare gli altri nella realizzazione della performance, piuttosto che realizzare personalmente la performance medesima.

Questi attributi spesso sono innati mentre le qualità comportamentali il più delle volte sono apprese. Perciò è importante capire:

  1. da un lato, se una persona è dotata per “esercitare la leadership”
  2. e dall’altro, “quali qualità deve apprendere” per essere un buon leader.

John Pepper, che per 16 anni è stato ai vertici di Procter&Gamble (Presidente, CEO e Chairman), ha fatto un’apprezzabile selezione di questi aspetti, individuando sei Attributi Chiave e cinque Qualità Comportamentali, che sono determinanti al fine di essere “leader”.

I 6 Attributi Chiave del Leader secondo John Pepper

  1. Possedere un forte carattere personale, partendo dall’integrità.
  2. Credere profondamente e appassionatamente negli scopi dell’organizzazione.
  3. Impegnarsi a fondo e dare sempre un forte contributo personale.
  4. Questionare costantemente lo status quo e cercare sempre il miglioramento.
  5. Coltivare la fiducia e il rispetto per gli altri e il desiderio del loro sviluppo.
  6. Perseguire e difendere ciò in cui crede con saggezza, coraggio e perseveranza.

Leggendoli appare chiaro che questi attributi sono in buona parte da ritenersi “innati” o generati nel corso dei primi anni di vita.

Le 5 Qualità Comportamentali del Leader secondo John Pepper (le 5 “E”)

  1. Immaginare in modo chiaro il futuro come se lo avesse davanti a lui. (Envision: “prevedere ciò che sarà per adattare ad esso il modello di business”)
  2. Riportare all’attività e o alla vita qualcosa, latente o fermo nel suo sviluppo. (Energize: “ispirare e ricaricare i collaboratori”)
  3. Rendere gli altri capaci di conseguire i risultati. (Enable: “realizzare le condizioni necessarie all’organizzazione per raggiungere i suoi obiettivi”)
  4. Instaurare relazioni e collaborazioni di qualità. (Engage: “costruire rapporti di lavoro basati sulla fiducia e il rispetto”)
  5. Realizzare completamente ciò che esiste nei piani. (Execute: “portare a compimento ciò che si è programmato”)

Esse sono prevalentemente acquisibili con un impegno costante e, soprattutto, con la pratica.

LESSON LEARNED

Concludo citando una efficace sintesi di tutto ciò, attribuita a John C.Maxwell, un famoso autore americano che ha molto approfondito il tema della leadership:

Un leader è uno che conosce la strada, segue la strada e mostra la strada“.

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Vorremmo una donna a capo dello Stato… ungherese!

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IL 2022 È UN ANNO DI SFIDE ELETTORALI IMPORTANTI PER DIVERSI PAESI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA. A QUESTE SI AGGIUNGE L’ELEZIONE DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA D’UNGHERIA, LA CUI PRINCIPALE CANDIDATA È LA CATTOLICA E PRO-LIFE KATALIN NOVÁK

Le più attese sfide elettorali dei prossimi mesi sono il voto anticipato in Portogallo (30 gennaio), le presidenziali francesi (10 aprile) e le elezioni politiche in Slovenia (24 aprile) in Ungheria (maggio).

Uno dei passaggi che ci riguarda più da vicino geograficamente parlando è l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica di Ungheria, che avverrà da parte del Parlamento magiaro ad aprile. Mentre in Italia il rinnovo dell’inquilino del Quirinale sarà esito di giochi politici, accordi e alleanze tra le varie forze parlamentari, il cui risultato potrebbe accontentare il Palazzo ma non il popolo italiano, in Ungheria tutto sommato politici e popolo potrebbero concordare sulla figura presentata dal partito conservatore Fidesz per la presidenza del Paese, ovvero Katalin Novák, 44 anni, madre di tre figli, che ha ricoperto fino a pochi giorni fa il ruolo di Ministro della famiglia nel Governo Orbán (incarico dal quale si è dimessa per meglio prepararsi alla sfida per il più alto seggio statale). La Novák si è infatti detta pronta, con uno zelo tipicamente femminile, a «rappresentare l’Ungheria ed a servire l’intera nazione con fede, anima e cuore» (About Hungary, 22/12/2021).

Di elevata preparazione culturale (parla inglese, francese e tedesco ed ha studiato Economia e Giurisprudenza), nel 2014 la Novák è diventata Sottosegretario di Stato per la Famiglia e la Gioventù, divenendo Ministro nell’autunno del 2020. Dal 2017 è vicepresidente del partito di maggioranza che, dal 2018, governa il Paese in coalizione con il Partito del Popolo Cristiano Democratico (KNPD).

Da Ministro della famiglia ha realizzato diversi interessanti progetti per contrastare la denatalità e sostenere la famiglia, misure non gravate, come accade invece in Italia, da una burocrazia che scoraggia l’accesso agli aiuti governativi e da un favor verso gli immigrati. Il Governo Orbán, infatti, ha puntato su progetti per le giovani coppie sposate e aiuti economici specifici per aiutare la formazione della famiglia come il piano CSOK (Prestito agevolato per l’acquisto della prima casa), bonus bebè, integrazione dei mutui, creazione di nuovi asili pubblici, esenzione dalle tasse e prestiti a interessi ridotto per i nuovi nuclei. Forte di questa esperienza la Novák si è dimessa dal suo incarico per prepararsi nel migliore dei modi.

«Se sarò eletta come prima  presidente donna dell’Ungheria cercherò di rappresentare con onore l’intera nazione», ha dichiarato in una recente intervista riportata sul blog About Hungary. Aggiungendo anche: «Per me è importante poter contribuire a restituire il pianeta Terra ai nostri figli e nipoti migliore di come lo abbiamo ereditato […] ma, per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo avere figli e nipoti!».

Inoltre la Novák ha detto che essere madre di tre figli la aiuta anche a capire l’importanza di dare il buon esempio e, «la carica di presidente della Repubblica significherebbe comportarsi in un certo modo e rappresentare quei valori che altri potrebbero seguire». Se dovesse essere eletta a Capo dello Stato il Governo a guida Fidesz potrebbe approfittarne per promuovere con altri Stati il concetto naturale di famiglia nell’Unione Europea.

Commentando una recente visita del presidente francese Emmanuel Macron a Budapest, la Novák ha affermato che, nonostante alcune divergenze di opinione, si potrebbero anche con l’Eliseo ritrovare punti di vista comuni quali l’interesse verso l’energia nucleare e l’importanza di proteggere i confini europei, sebbene «l’approccio della Francia alla migrazione – ha aggiunto –, a causa della sua storia, è completamente diverso da quello adottato dell’Ungheria» (fonte BT/MTI).

Determinazione, idee chiare e competenza sono quindi già presenti nella figura di questa brillante donna politica. E sappiamo tutti che la virtù femminile per eccellenza è la pazienza. Se Katalin Novák sarà eletta, nel lungo termine, si potranno forse riscrivere gli equilibri e le tendenze politiche di fondo del vecchio continente. E, forse, anche in nome di un “trittico” di valori che sta a cuore di tutti noi, ovvero famigliavitaeducazione!

DA

Vorremmo una donna a capo dello Stato… ungherese!

L’incredibile profezia di Mill: “L’Europa diventerà un’altra Cina”

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QUINTA COLONNA
L’EUROPA HA PREFERITO L’OMOLOGAZIONE ALLA DIVERSITÀ DELLE CULTURE. E DIVENTERÀ COME LA CINA

di Corrado Ocone

Oggi contestare il mantra del federalismo europeo significa essere accusati come minimo di immoralità. Il più delle volte invece di essere reazionari, sovranisti, fascisti. La “guerra delle idee” l’hanno purtroppo vinta socialisti e azionisti come gli estensori del cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, tanto citato quanto poco letto, e non i più ferventi spiriti liberali. I quali tutto erano fuorché antieuropeisti, ma avevano individuato proprio nella diversità e ricchezza delle culture e dei costumi dei popoli e delle nazioni europee la forza politica e morale del nostro continente. E il terreno più adatto allo sviluppo della democrazia.

In un passo quasi dimenticato del suo saggio Sulla libertà (1859), che è tutto un inno alle differenze e al non conformismo, il grande filosofo inglese Stuart Mill individuava proprio nell’omologazione e nel conformismo, soprattutto delle idee, il pericolo più grosso che avrebbero potuto correre le società occidentali, che di fatto si sarebbero potuto avviare verso un destino “cinese”. Ciò a causa del moderno dominio della pubblica opinione e di quella che egli, sulle orme di Alexis de Tocqueville (di cui era amico e corrispondente), chiamava la “tirannia della maggioranza”. Egli vedeva il germe del pericolo nei “filantropi moralisti”, a quei ricchi borghesi che al suo tempo non si limitavano a fare la carità ma volevano imporre a tutte le loro idee di bene e virtù. In sostanza, coloro che oggi definiremmo come i “buonisti” o i “seguaci del politically correct. I quali dimenticano, dice il filosofo inglese, che l’uomo non funziona come una macchina ma solo sperimentando e corregendosi, quindi anche sbagliano e peccando.

“La pubblica opinione – scrive Stuart Mill – è, in forma disorganizzata, ciò che il sistema educativo e politico cinese è in forma organizzata; e se l’individualità non riuscirà a farsi valere contro questo giogo, l’Europa, nonostante il suo nobile passato e il suo proclamato Cristianesimo, tenderà a diventare un’altra Cina. Che cosa ha finora risparmiato all’Europa questa sorte? Che cosa ha reso le nazioni europee un settore dell’umanità che si evolve e non resta statico? Nessuna loro intrinseca superiorità – che, quando esiste, è un effetto e non una causa , ma piuttosto la notevole diversità di caratteri e culture.

Individui, classi e nazioni sono stati estremamente diversi gli uni dagli altri: hanno tracciato una gran quantità di vie, che portavano tutte a qualcosa di valido; e anche se in ogni epoca chi percorreva vie diverse non tollerava gli altri, e avrebbe giudicato ottima cosa costringerli tutti a seguire la sua strada, i tentativi reciproci di impedire il progresso altrui hanno raramente avuto un successo definitivo, e a lungo andare tutti hanno avuto la possibilità di recepire i risultati positivi altrui. A mio giudizio, l’Europa deve a questa pluralità di percorsi tutto il suo sviluppo progressivo e multiforme; ma è una dote che si sta già riducendo in misura considerevole. L’Europa sta decisamente avanzando verso l’ideale cinese di rendere tutti gli uomini uguali”.

Meditate gente, meditate!

Corrado Ocone, 30 dicembre 2021

 

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La democrazia muore senza oppure

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

E dopo Draghi? Un altro Draghi. E dopo Mattarella? Un altro Mattarella. E dopo il Vaccino? Un altro vaccino. E dopo l’Emergenza? Un’altra emergenza. Si procede replicando, sempre lo stesso o un suo facsimile. Non c’è soluzione migliore di quella che è in corso o in scadenza. Non muta la risposta se chiedi dell’Europa, del Mercato, della storia, della scienza, della sanità, dei diritti e di ogni altro ambito. Non sto mettendo in discussione uomini, vaccini, leggi e istituzioni; magari si dovrebbe, ma non è questa l’intenzione, almeno in questo caso. Sto ponendo una questione di fondo, un criterio e un dubbio di principio, che però ha implicazioni pratiche nella realtà, molto più decisive di quanto si possa immaginare. La cosa più preoccupante non riguarda singoli presidenti, ritenuti insostituibili, o specifici dispositivi sanitari e securitari ma è la convergenza di piani, settori, mondi diversi. Ogni ambito non prevede altro che replicare l’esistente, senza possibilità di deviazione.

Denuncio pubblicamente la scomparsa dell’Oppure. Chi è, cos’è l’Oppure? Non è una semplice congiunzione o disgiunzione, stiamo discutendo di una cosa assai più importante. Una democrazia senza oppure non è democrazia, un pensiero senza oppure non è un pensiero, una libertà senza oppure non è libertà. Ci stiamo giocando tutto questo con la cancellazione dell’oppure. Dove manca l’oppure manca la democrazia, il pensiero, la libertà.

L’intelligenza si esercita sugli oppure: l’automa, la macchina, l’imbecille, il gregge non conoscono l’oppure, procedono lungo il percorso prefissato, seguono l’input ricevuto o l’impulso che è stato loro impresso. L’intelligenza, invece, è la capacità di compiere altre scelte, di stabilire rapporti tra realtà diverse e studiare e provare alternative. L’intelligenza è collegare il possibile al reale, è la capacità di capire che le possibilità eccedono sui fatti, si tratta di selezionarle e metterle in campo. Si possono fare percorsi alternativi, e per congiungere due punti non c’è solo la linea retta: se ragioniamo in termini puramente geometrici, la linea retta è la più diretta a congiungere i due punti; ma la vita, il tempo, l’umanità, la storia e la natura non camminano nello spazio puro e vuoto, conoscono altre leggi che riguardano l’intensità, la durata, la qualità, l’efficacia, la curiosità, l’emozione, la relazione, la logica, il ricordo, l’aspettativa, la fantasia e potrei ancora continuare. O su altri piani ridurre la direzione a una linea fissa è perdere la dimensione sferica e circolare, la curvatura e la poligonia del mondo, con le sue tante facce. Il mondo ha bisogno degli oppure.

La vita è complessa, come la realtà, e richiede l’esercizio dell’intelligenza. La mancanza degli oppure è la riduzione della complessità a un segnale stradale che indica il senso unico; è la mortificazione delle differenze, delle varietà.

Stiamo scivolando senza accorgerci nel regno del conforme e dell’uniforme che sopprime l’oppure; e non è solo la soppressione dell’opposizione, del diverso parere, dell’alternativa, dell’altro lato delle cose ma anche della ricerca, della possibilità di vedere e agire altrimenti. Senza questo è la fine della libertà, della democrazia, del pensiero e dell’intelligenza.

Stiamo vivendo questa fase, anzi abbiamo intrapreso questa china, e la cosa peggiore è che lo stiamo vivendo con disinvolta routine, senza porci nemmeno il problema, accettando tutto con automatismo, che è il peggiore dei fatalismi perché estirpa alla radice anche solo l’ipotesi di vedere le cose in altro modo.

Qualcuno potrà obbiettare: ma con chi ce l’hai di preciso, chi è che impone questo modo di vedere? Vedi fantasmi, sei complottista, sei no pax, contro la pace. Ma non c’è bisogno di correre dietro a chi sa quale congettura, è l’agenda generale dell’establishment che viene dettata ogni giorno in tutte le sedi, alla luce del sole e dei media; è l’agenda dei poteri dominanti che hanno il monopolio, o se preferite, l’egemonia, che fabbrica e controlla l’Opinione Pubblica. Sui social, magari leggi e ascolti voci diverse e dissonanti, in politica assai meno però c’è ancora qualche barlume di differenza: ma a livello di governance, di istituzioni, di mass media, di informazione pubblica e in gran parte privata, di apparati e di controllori, e perfino di influencer, artisti e saltimbanchi, quello è lo schema fisso, e rigido. La scelta migliore, il presidente migliore, è quella, quello che c’è già, in carica, in vigore.

Sul piano sanitario, ad esempio, l’adozione di protocolli standard segna la fine della medicina, che è una corda tesa tra arte e scienza per curare ad personam e non per generi e stoccaggi. Ora non si cura più la persona e il suo caso specifico ma si stabilisce il protocollo a cui attenersi in generale. La fine degli oppure è la fine della medicina, della sua efficacia e della sua umanità.

Potremmo notarlo così, en passant, come una specie di curiosità, senza darci troppo peso. E invece è una cosa terribile. Non sarà la prima volta che succede nella storia, ma certo è una brutta piega per una democrazia e per un mondo che si definisce libero, plurale ed evoluto. Il conformismo ha sempre accompagnato il lungo corso delle democrazie, ma una volta c’erano almeno divergenze ideologiche e politiche su scelte e priorità o perlomeno erano enunciate in modo diverso. Ora no. Come il mercato globale tende irresistibilmente verso i monopoli, così le opzioni si stanno paurosamente restringendo a una, quella ufficiale, canonica, vigente; sennò è il disastro. Volete continuare in questo modo? O quantomeno volete acconsentire, tacere o fingere contentezza per questo mondo monoseriale? E se ricominciassimo dagli oppure?

Abbiamo bisogno di pensatori

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

“Amo il pensiero autentico come altri amano il nudo… l’osservo come un essere che è tutto vita – tale che se ne può vedere la vita delle parti e quella del tutto”. Ho tra le mani come un lingotto aureo del pensiero, il meridiano dedicato alle Opere scelte di Paul Valèry (Mondadori, pp.1771, 80 euro). E ritrovo nel poeta, scrittore, matematico e filosofo francese la definizione dell’intelligenza allo stato puro, alla ricerca della nuda verità. La lucidità impareggiabile di Valéry trascorre in queste pagine dai versi ai dialoghi, dal teatro alla danza, dalla letteratura all’estetica, dalla scienza alla filosofia, in una rappresentazione leonardesca del pensiero. Non a caso a Leonardo è dedicata un’opera di Valèry, qui inclusa. A Leonardo fu accostato un altro genio del Novecento, il russo Pavel Florenskij, scienziato, metafisico, pope e testimone di verità ucciso dopo anni di gulag. Vertiginosa l’altezza del suo pensiero come l’amore autentico della sua fede, l’acutezza con cui ha penetrato simboli, linguaggi, icone. Se dovessimo indicare i giganti del pensiero dell’ultimo secolo la mente non va ai filosofi pur grandi che l’hanno abitato, ma a Valèry, a Florenskij e a Simone Weil, a Ernst Junger, a Oswald Spengler, a René Guénon, e in Italia a figure in disparte come Julius Evola, Andrea Emo e su altri versanti, come l’ideologia, a intellettuali come Antonio Gramsci… Mi fermo, anche se altri nomi affiorano. Come definirli, in sintesi, questi autori non classificabili, che non furono filosofi, né solo letterati, non furono accademici, non sono studiati a scuola in una disciplina o nei sommari di storia della filosofia? Pensatori. L’unico appellativo che si addice a chi non appartiene a una categoria specifica, e che riconosce sia la loro singolarità che la vastità dei loro campi. Filosofo è colui che dell’universalità ha fatto una specializzazione, anzi dell’universalità ha fatto università, cioè accademia, professione, gergo e teoria. Pensatore è invece colui che abbraccia col pensiero la vita e tende all’assoluto, in una visione del mondo. Il pensatore vuole intelligere il mondo e non si arresta davanti alla soglia del sacro e della profezia, della scienza, dell’arte e della vita, chiuso nella filosofia, ma vi si addentra da scienziato, da artista, da vivente, nella sua solitudine fuori da ogni accademia o istituzione. E lancia “sguardi sul mondo attuale”, come s’intitola un testo di Valéry qui incluso, penetra l’epoca presente e compara le civiltà. I pensatori citati non furono professori come i filosofi più grandi del ‘900 (eccezione tra loro fu Croce). Ma rimasero per così dire a piede libero, solitudini astrali e viandanti del pensiero, a volte clandestino; pensatori a volte impersonali, cioè non portatori di una visione singolare e originale, ma di un sapere originario, metafisico. Per capire la vita, il mondo e la condizione umana il pensatore intreccia saperi ed esperienze, non resta irretito in un sistema e in un lessico o ingessato in un corso scolastico. Il rapporto tra la realtà e la verità, tra la parola e il silenzio si fa in lui più intenso, diretto, assoluto senza interferenze, senza linguaggi astrusi, puro nell’impurità di un pensiero vivente che si dispone a trascendere la morte e a non chiudersi nell’opera. Più in alto ci sono i saggi e alla destra degli dei siedono i sapienti…

 

Nota del Circolo Christus Rex: noi abbiamo seri pensatori cattolici, liberi e molto intraprendenti, che ogni giorno, combattono la buona battaglia. E che sanno parlare anche con chi non è cattolico ma non è ostile alla legge naturale. Per contatti: c.r.traditio@gmail.com  

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