Se vuole governare, il centrodestra deve liberarsi dell’ansia da legittimazione

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Per avere la certezza di governare deve stravincere, ma cullarsi sui sondaggi e “auto-moderarsi” in cerca di patenti (che non avrà) non aiuta la mobilitazione

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Ha parlato con grande chiarezza venerdì sera Matteo Renzi a Controcorrente, su Rete4, delineando correttamente la posta in gioco il prossimo 25 settembre e non nascondendo, anzi rivendicando il suo obiettivo.

La partita

“Se vince nettamente la destra, al governo va la Meloni. Se la destra non ha la maggioranza, ci sono le condizioni per riportare Draghi a Palazzo Chigi“. Questa è “la partita” ed “è bene che gli italiani lo sappiano”.

E le cose, inutile negarlo, stanno sostanzialmente in questi termini. Bisogna solo capire se Draghi fa parte o no di questa partita, se cioè sarebbe disponibile a guidare un nuovo governo di larghissime intese. Per ora, ci limitiamo a constatare che l’ex premier sta lasciando che il suo nome venga menzionato e speso in questo senso da alcune forze politiche.

Il presidente Mattarella, che pure aveva lasciato intendere più volte di non essere disponibile per un secondo mandato, vedendo che i voti in suo favore aumentavano chiama dopo chiama lasciò fare, non rinnovando la sua indisponibilità, fino a risultare rieletto.

Ma nello scenario ipotizzato, e auspicato da Renzi, tutto sommato Draghi non è indispensabile. Anche se non fosse disponibile, lo schema potrebbe comporsi ugualmente attorno ad un’altra figura. Sarebbe solo un po’ più faticoso trovare il nome per Palazzo Chigi.

Vincere “nettamente”

Quello che però qui ci interessa sottolineare della frase di Renzi è l’avvertimento implicito al centrodestra che contiene. Da una parola in particolare è stata catturata la nostra attenzione: nettamente. Perché ci sia un governo di centrodestra con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, dice Renzi, non basta che il centrodestra vinca. Deve vincere “nettamente”. Difficile quantificare questo nettamente, essendoci diverse variabili in gioco.

Il criterio del primo partito

Di sicuro, non basterebbe conquistare una maggioranza relativa. Come hanno dimostrato le elezioni del 2018 – quando il centrodestra si fermò al 37 per cento nelle urne e a poco più come seggi parlamentari – in tal caso il presidente Mattarella procederebbe nel tentativo di formare un governo seguendo il criterio del primo partito, non della prima coalizione.

Nel 2018, infatti, anziché partire dalla coalizione di centrodestra, la più vicina alla maggioranza assoluta, ed esplorare le possibilità che un’altra delle forze presenti in Parlamento fosse disponibile a formare un governo con essa, il presidente Mattarella ha compiuto questo percorso con il Movimento 5 Stelle, considerando il partito di maggioranza relativa, e non la coalizione, il soggetto da cui non si poteva prescindere.

Nel primo caso, infatti, avrebbe rischiato di scomporre il centrosinistra. Nel secondo caso, come poi avvenuto, è risultato scomposto il centrodestra.

Tutto lascia intendere, dunque, che nel caso in cui il centrodestra conquistasse anche questa volta soltanto la maggioranza relativa dei seggi, e il Pd risultasse primo partito, il Quirinale seguirebbe lo stesso schema, considerando il partito di maggioranza relativa (il Pd), e non la coalizione, il soggetto imprescindibile da cui partire per costruire una maggioranza di governo.

E questo spiega perché la sfida nella sfida fondamentale di queste elezioni è quella tra Fratelli d’Italia e Partito democratico. Solo in quanto partito di maggioranza relativa in Parlamento, FdI avrà sufficienti garanzie di non essere scavalcato dalle manovre del Colle e del Pd nella delicata fase delle consultazioni.

Ma la parola “nettamente” usata da Renzi potrebbe indicare che al centrodestra non basterebbe nemmeno la maggioranza assoluta per essere certo di governare. Se infatti questa maggioranza fosse risicata, e il Pd risultasse comunque primo partito, la coalizione potrebbe evaporare.

Bisogna considerare che per effetto del taglio del numero dei parlamentari, una maggioranza di seggi del 55 per cento, in apparenza molto solida, dipenderebbe in realtà da 20 deputati e da soli 10 senatori.

L’unica garanzia

Dunque, non sapendo quanto “nettamente” il centrodestra dovrebbe vincere per scongiurare il disegno di Renzi e dell’area Draghi, e avere quindi la certezza di governare, l’unica garanzia della tenuta della coalizione, risicata o ampia che sia la vittoria, sembra essere che FdI risulti primo partito in Parlamento.

In tal caso, infatti, considerando il criterio seguito dal Colle nel 2018 – a meno di ulteriori e sempre possibili forzature che oggi non sappiamo immaginare – sarebbe il partito di Giorgia Meloni a non poter essere estromesso dal governo, come accaduto al Movimento 5 Stelle nella legislatura appena conclusa.

Il rischio astensionismo

Se questi scenari hanno fondamento, appare del tutto fuori luogo il clima da vittoria in tasca che si respira dalle parti del centrodestra.

Innanzitutto, perché il vantaggio registrato oggi dai sondaggi si basa sugli elettori che hanno risposto e il numero degli indecisi è ancora molto alto.

E inoltre, perché, come abbiamo visto, per essere certo di governare il centrodestra dovrà non solo vincere, ma stravincere e, in particolare, uno dei suoi partiti risultare il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Almeno la metà degli italiani è ancora da convincere (1) ad andare a votare e (2) su chi votare. E il problema del centrodestra, come abbiamo visto nelle ultime tornate amministrative, è convincere il proprio elettorato potenziale a recarsi alle urne.

Un elettorato sfiduciato da anni in cui si è rafforzata la percezione che votare è inutile, dal momento che gli indirizzi degli elettori vengono o sovvertiti da dinamiche di sistema, endogene ed esogene, o traditi dagli stessi partiti che ne avevano raccolto il consenso.

Ansia da legittimazione

In questa fase ci sembra di vedere una Giorgia Meloni (ma non solo lei) in piena ansia da legittimazione. Un’ansia comprensibile ma eccessiva, perché i passi necessari sono già stati compiuti. Chi doveva intendere, ha inteso, mentre chi non ha ancora inteso, non intenderà mai.

Non ci sono abiure né rassicurazioni di cui la sinistra o Bruxelles possono accontentarsi, perché le richieste di prendere le distanze dal fascismo, o dal sovranismo, sono puramente strumentali, come spiega benissimo Andrea Venanzoni nel suo articolo di oggi.

Anzi, dandogli corda distoglie energie dalla campagna e regala ai suoi avversari un argomento: se ancora è costretta a raccomandarsi a destra e a manca con video e dichiarazioni, è perché le ombre del fascismo non sono ancora svanite e un problema di “rispettabilità” resta.

Il senso di una rottura

La principale preoccupazione di tutti i partiti di centrodestra, in una campagna molto ristretta nei tempi, dovrebbe essere invece quella di trasmettere ai propri elettori il senso di un voto utile, la percezione che votando centrodestra c’è l’occasione di una svolta, di una “rottura” con il passato, non una versione solo leggermente ammorbidita e “moderata” di ciò che abbiamo avuto nell’ultimo decennio.

È questa percezione che manca e che rischia di allontanare dalle urne gli elettori vicini al centrodestra.

In questo senso, l’uscita di Silvio Berlusconi sul presidenzialismo, o le proposte di flat tax della Lega, vanno nella direzione giusta – due temi su cui paradossalmente l’atteggiamento degli esponenti di Fratelli d’Italia è stato troppo cauto e conservativo, prevalendo in loro la preoccupazione di evitare passi falsi che potrebbero mettere a rischio sia il tesoretto di consensi che i sondaggi gli attribuiscono, sia i faticosi passi di accreditamento.

Ma il rischio di una campagna troppo conservativa, come abbiamo cercato di spiegare, è che giocare in difesa possa non bastare. Perché per governare il centrodestra deve stravincere e, in particolare, FdI deve arrivare primo – esiti nient’affatto scontati, nemmeno secondo i sondaggi più che favorevoli di queste settimane.

Un programma timido

Nell’accordo di programma tra i partiti di centrodestra questo senso di “rottura” non si respira. Su almeno cinque temi ci sono ancora troppe ambiguità.

Non c’è una parola chiara e definitiva sull’abbandono di Green Pass e mascherine, ma ci si limita ad un generico “senza compressione delle libertà”.

Non c’è una parola chiara e definitiva sul reddito di cittadinanza, che andrebbe abolito sic et simpliciter e non “sostituito” con altre mostruosità assistenzialiste e burocratiche.

Non c’è una parola netta e definitiva sull’uscita dalle follie gretine e dalla transizione green imposta a livello europeo e statale.

Non c’è una parola chiara e definitiva sulla flat tax, nel timore che promettere una rivoluzione fiscale possa far arrabbiare Bruxelles.

E in generale, c’è troppa timidezza nei confronti dell’Ue: un conto è escludere di voler uscire dall’euro, tutt’altra cosa è una vera e propria professione di europeismo, mentre il centrodestra dovrebbe a nostro avviso farsi interprete di un euroscetticismo thatcheriano, ovvero rigoroso e non spendaccione ma fermamente contrario a più integrazione, cioè a più Europa.

L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

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di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

Quando nacque “il sistema della menzogna”

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ma quando prese corpo la Cappa sotto cui viviamo? A riferirci al nostro arco di vita più vicino dovremmo dire nel crocevia tra l’avvento della società dei consumi e della tecnologia di massa, il fallimento del comunismo e le eredità del sessantotto. Nel 1977 fu pubblicato un atto d’accusa di quel clima e di ciò che ne sarebbe seguito; il suo titolo era “Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere”, edito allora da Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani. L’autore era uno scrittore cattolico e conservatore, morto dieci anni fa, Fausto Gianfranceschi. In quel pamphlet che ora rivede la luce per le edizioni Iduna con la prefazione di Renato Besana, era colta la chiave di quel sistema che si fece potere: era individuata nel prevalere dell’irrealtà sulla realtà, sulla natura, sulla storia, sulla tradizione. L’irrealtà si faceva sistema. Del resto l’essenza del comunismo come del politically correct è nell’abolizione della realtà, sottoposta a un canone ideologico correttivo. Gianfranceschi vedeva profilarsi un sistema totalitario, incruento e vischioso, “che tende a riempire tutte le fessure dell’essere”. I suoi tratti essenziali sono ancora sotto i nostri occhi: la distruzione della famiglia, l’uso ideologico della liberazione sessuale, la degradazione del piacere di vivere, il tecno-scientismo, l’oltraggio alla bellezza, la negazione dell’essere. L’autore coglieva anche una novità importante: la rivoluzione non sarebbe più insorta dal basso, dai ceti popolari, ma sarebbe stata somministrata dall’alto, dai ceti dirigenti contro la società naturale e tradizionale. In quel tempo vigeva il marxismo; oggi la rivoluzione ha assunto un’altra piega, si chiama mutazione e non è più rivolta contro il capitalismo nel nome del proletariato. In quegli anni era ancora vivo lo spirito utopico e si confidava nel futuro, a cui si sacrificava il presente e il passato; oggi la cappa al potere sacrifica il passato e il futuro al presente infinito e globale.

Ma chi era Fausto Gianfranceschi? Polemista, narratore, curatore della Terza de Il Tempo. Vorrei dirvi di lui a partire dalla sua fine. Fu una festa d’addio quella che gli facemmo dieci anni fa, poche settimane prima che morisse, senza dircelo nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense a Roma per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con l’affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, che ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con talento e passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti. Con fretta apparente mi congedai da lui, simulando la routine di un saluto che invece sarebbe stato definitivo.

Fausto aveva cominciato la sua antica battaglia contro la morte più di trent’anni prima, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto affrontò a lungo con coraggio e con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la perdita precoce di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della sorte. Sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, “reazionario” come ebbe a definirsi in un libro di aforismi, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. La romanità di Fausto Gianfranceschi, la sua fierezza stoica e cristiana, fece di lui un maestro di carattere e di coerenza; vita come milizia, a viso aperto. Ha scritto saggi e romanzi di qualità, diresse per primo Intervento, la rivista culturale fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante ed esponente della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo. Polemista vivace, pubblicò un tagliente Stupidario della sinistraSvelare la morteandrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia, nei tornanti di nascita e morte, dell’infanzia e della giovinezza. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. “L’umiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione”. Così si presentò Fausto alla pietà del divino.

Oggi si ripresenta a noi per raccontarci dal passato come sarebbe stato il nostro presente, una volta adottato “il sistema della menzogna”, la falsificazione organizzata della realtà e della verità. E per dirci che “manca tutto quando manca il nodo divino che lega le cose”.

La Verità (3 agosto 2022)

“Supermario” è caduto per giochi di Palazzo, non per le proteste di piazza

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Sulla stessa linea di Marcello Veneziani, il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna consiglia di andare tutti a votare il 25 Settembre per non lasciare mani libere al male assoluto rappresentato dalle sinistre. E…una stoccata al vetriolo ai fanatici no vax è servita su un piatto d’argento…

QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/07/28/supermario-e-caduto-per-giochi-di-palazzo-non-per-le-proteste-di-piazza/

I GOVERNI CONTE II E DRAGHI NON SI POSSONO ASSOLVERE DA UNA GESTIONE FOLLE DELLA PANDEMIA DA PARTE DI ALCUNI INCAPACI E INTERESSATI, PROBABILMENTE AL SOLDO DELLE MULTINAZIONALI DEL FARMACO

Tutti quelli che si sono messi a fare i tribuni della plebe, contro la “dittatura sanitaria”, supportando teorie strampalate, sciocchezze superstiziose, teosofia, pseudo-medicina, scienza olistica, teorie del complotto, profezie apocalittiche e molte altre amenità sono stati ferocemente sconfitti in ogni previsione.

Infatti, le elezioni si sono tenute e si terranno regolarmente; i giochini della politica sono uguali a quelli di trent’anni fa.

Le manifestazioni che, per alcuni soggetti, parevano la chiamata a raccolta dei pazienti psichiatrici del Paese, e gli starnazzamenti di certe oche non sono serviti a nulla.

Draghi ha inasprito la repressione, ora qualcuno vincerà qualche causa sporadica, ma “Supermario” è caduto per le logiche di Palazzo, non per la tanto paventata “rivoluzione popolare” della c.d. “resistenza”.

Quanto detto, naturalmente, non assolve i governi Conte II e Draghi da una gestione folle della pandemia da parte di evidenti incapaci e interessati, probabilmente al soldo delle multinazionali del farmaco.

Quanto accaduto dovrebbe essere un richiamo all’equilibrio nell’osservazione della realtà. Come è stato grottesco e talvolta assurdo lo scientismo delle virostar, altrettanto sciocco e fallimentare è stato il fanatismo di certi no vax.

Sappiamo che l’italiano medio diventa allenatore, medico, stilista, virologo, con supponenza dogmatica, ogni volta che si presenta l’occasione. E lo fa da maniaco compulsivo.

Tornando ai vari tribuni della plebe del novaxismo fanatico, agli alternativi del risveglio… induista, ai soloni della contro-informazione, avete notato che hanno quasi tutti fondato un partito? L’unico che pare non riuscirci, nonostante la voglia disperata, è il povero Massimo Viglione.

Ma allora, come un anno fa, mi chiedo: il fine di costoro era quello di dire la verità dei fatti, oppure cercare di crearsi un elettorato?

Tutta la canea montata con teorie di ogni genere servirà solo a far abboccare la gente più fragile con fini elettorali? Non è che se questi poi non entreranno in parlamento scompariranno dalla scena?

La mia previsione è che saranno tutti spazzati via il 25 settembre e, se qualcuno riuscirà a entrare in Parlamento, diverrà presto come gli altri. Scommettiamo?

 

 

Con che spirito andremo al voto

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Ci sentiamo perfettamente allineati con questo articolo di Marcello Veneziani: realistico, intelligente, pragmatico, giusto. Andiamo tutti a votare il 25 Settembre per sperare di togliersi dalla “Cappa”…L’articolo che segue nel prossimo post è di Matteo Castagna, che aggiunge particolari, ma nello stesso spirito di Veneziani.

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Con che spirito affrontare questi due mesi di campagna elettorale e poi il voto? Gli entusiasti non hanno dubbi e per loro sarà facile schierarsi. Beati loro. Ma per i disincantati, quelli che ne hanno viste troppe, quelli che hanno uso di mondo, esperienza di uomini e situazioni, e sanno come va a finire, si tratta di mettere a freno il proprio scetticismo e provare a ragionare, cercando di trovare motivi in positivo.
Sul piano generale, il tema preliminare che si propone è triplice. Riportare la politica alla guida dei governi. Riportare i governi alla guida di stati sovrani. Riportare il popolo sovrano alla guida della politica. Queste premesse generali già dicono quali sono i pericoli da sventare col voto: i commissari straordinari che diventano ordinari e restano a tempo indeterminato; la sottomissione degli stati sovrani alle oligarchie transnazionali e ai loro interessi; la nascita di governi su mandato delle oligarchie (la cupola) e non dalla volontà liberamente espressa dai cittadini sovrani e degli interessi popolari.
Sul piano pratico e specifico, questa premessa generale si traduce in precise conseguenze: priorità assoluta è avere finalmente un governo che non sia guidato, determinato e influenzato dal Partito Democratico, che finora è stato l’asse di tutti i governi che non sono nati dal popolo, sorti nel nome dell’emergenza. Riportare finalmente il Partito Dragocratico, in sigla PD, fuori dal potere, se il verdetto elettorale lo indica in modo chiaro e netto; e con loro tutti i loro alleati, ascari, dependance e periferiche.
Seconda condizione per restituire dignità alla politica è liberarsi dei grillini che sono stati il punto più basso e indecente dell’antipolitica che si è fatta potere; grillini, ex-grillini, contorsionisti e trasformisti, dilettanti e invasati. Hanno fatto danni con la loro azione politica e le loro leggi; e, come ulteriore danno, hanno fatto rimpiangere la prima repubblica, rivalutando i vecchi partiti, e sono riusciti a rendere inaccettabile il populismo.

Da queste premesse derivano scelte di voto ben chiare. In un sistema bipolare rispetto a questi mali maggiori, il centro-destra è da considerarsi quantomeno il male minore. Non aspettarsi nulla da loro, non pensare che possano cambiare davvero le cose. Votare dunque per schivare o per schifare il peggio. Ma senza riporre speranze o fiducia nel centro-destra.
Per quel che ci riguarda, come sapete, non abbiamo risparmiato critiche anche severe ai singoli leader del centro-destra e alla coalizione intero. Personalmente mi sforzerò in questi due mesi di restare in apnea fino alle votazioni; di non prendermela col centro-destra, coi loro leader, candidati e classi dirigenti, con la loro credibilità e affidabilità. Saranno già massacrati dalla Grande Macchina del Potere in tutte le sue ramificazioni, e non ci aggiungeremo noi ad aggravare la pena. Anzi la campagna di linciaggio, già partita, accenderà la voglia di difenderli e di combattere la piovra scatenata dai cento tentacoli. Sarà prioritario buttar fuori dal potere i Dem, la cupola dei poteri cresciuta intorno a loro, più la galassia di alleati, complici, derivati annidati nei governi, nelle istituzioni, nella cultura, nell’informazione, nell’intrattenimento, nei poteri diffusi, nella magistratura e in tanti altri ambiti. E lo sciame di leggi che vorrebbero introdurre per snaturare definitivamente la nostra società. È triste votare contro, anziché a favore, benché il voto contro sia stata la molla prioritaria della politica in Italia, tra antifascismo e anticomunismo, antiberlusconismo e ora antisovranismo. Ma la spinta originaria della politica, lo insegnava Carl Schmitt sulla scia di Hobbes e Machiavelli, è il conflitto, le alleanze che si costituiscono per fronteggiare il Nemico.

Più facile sarebbe stato incoraggiare l’astensionismo, chiamare fuori e tirarsi fuori. E facile sarebbe sostenere piccole formazioni più radicali che raccolgono gli scontenti della destra, della lega, dei grillini: ma è una legge inevitabile della politica che la loro intransigenza è direttamente commisurata al momento nascente di opposizione radicale. Finché sono irrilevanti fanno la voce grossa. Se dovessero avere i numeri per diventare forza di governo, oltre a mostrarsi anche loro inadeguati, ripercorrerebbero gli stessi “tradimenti” che attualmente denunciano delle forze “vendute” al sistema.
Con ogni probabilità quelli del centro-destra cederanno su molte cose per sopravvivere, su alcune saranno inefficaci o intimiditi; alcuni si venderanno alla Cupola, se già non è successo. Ma lasciando il passo ai loro avversari, avremo non la probabilità ma la certezza che le priorità del Paese reale verranno calpestate. E dunque dovendo scegliere tra i nemici virulenti e gli inefficaci difensori, obtorto collo, preferiremo comunque, per realismo, i secondi. È ben chiaro che una scelta di questo genere è a sangue freddo, turandosi naso orecchie e gola, e talvolta anche tappandosi la vista. Condivido quasi tutte le critiche attualmente rivolte ai tribuni del centro-destra; le ho espresse fino all’altro giorno. Ma l’idea di battere o arginare un potere soffocante e avverso, all’insegna del politically correct e dei dettami della Cappa, è impellente e non consente diversioni e defezioni. Un atteggiamento del genere è distaccato e disincantato, ma non va incontro a delusioni perché non abbraccia illusioni. Una cosa sola vi chiedo: accogliete o respingete questo ragionamento ma non siate malpensanti. Possiamo sbagliarci ma non abbiamo mai sostenuto tesi per trarne personale profitto e non lo faremo certo ora, in età grave.
Altri invece, gli entusiasti, avrebbero preferito un fervorino per l’ordalia, un appello euforico alle armi. Vi capisco, ma non è il caso. Abbiamo i piedi per terra e ci limitiamo solo a opporci a chi ci mette i piedi in testa e ci vuole sotto terra.

La Verità (27 luglio 2022)

La democrazia è nociva, abroghiamola!

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Cade la Dragocrazia, s’intravede malconcia la democrazia che torna con la politica e col popolo sovrano, con grave scorno dei poteri alti, di Mattarella e del Pd. Ma andiamo con ordine.

S’i fosse Drago arderei lo governo. Mettetevi nei panni, anzi nelle squame, di Mario Draghi: perché restare ancora al governo? Accettò di guidare un governo d’emergenza con la prospettiva finale di andare dopo un anno di graticola al Quirinale. Dove avrebbe potuto svolgere il suo ruolo extra partes e la sua missione umanitaria di rappresentare l’Italia nel mondo e tra i poteri che contano.
Un anno fa era acclamato dal Paese, ci liberava da un governo e un premier insopportabili, offriva una tregua politica a un paese lacerato, pur essendo riconosciuto come la longa manus dei Poteri Alti. Ora, invece, la situazione si è fatta difficile perché dopo essersi accollato le conseguenze della pandemia, Draghi è accorso ad accollarci le conseguenze della guerra in Ucraina, dove abbiamo fatto davvero poco per ribaltare le sorti del conflitto e neutralizzare Putin, ma abbiamo fatto davvero tanto per inguaiarci noi, indebitarci, veder schizzare l’inflazione e mettere a repentaglio le forniture energetiche.
I consensi nei confronti suoi e del suo governo erano calati molto con l’aria condizionata; tante ironie si sprecavano sul governo dei migliori e in autunno s’annunciava la catastrofe economico-energetico-sanitaria; era il momento giusto per tagliare la corda, e i grillini gliene stavano offrendo una mezza possibilità. Era anche un modo per restituire la pariglia a Mattarella, ai dem e ai loro soci di minoranza che non lo hanno voluto al Quirinale ma solo a tirare le castagne dal fuoco. Invece è partito il pressing mondiale, dal più grande leader al più piccolo sindaco, da Mattarella ai Dem, dalla grande finanza ai clochard, mancavano solo l’Onu e la Croce Rossa per bloccarlo a Palazzo Chigi. Perché un uomo di 75 anni, che ha già ottenuto i maggiori incarichi di potere, avrebbe dovuto lasciarsi friggere in padella e giocarsi il nome costruito in una vita? Il suo interesse era andarsene, ma non poteva, perché doveva rispondere a un’entità superiore che non è lo Stato, la Democrazia, l’Interesse generale, ma una cupola di poteri intrecciati che non passano dalle urne e che sono dietro la sua luminosa carriera.

E che consideravano un imperativo categorico restare a ogni prezzo al governo e non andare al voto. Allora Draghi ha deciso di andare avanti all’infinito, magari restando poi il Santo Protettore di un campo largo filodraghiano dopo l’inevitabile voto del ’23. O in alternativa, aspettarsi altri incarichi prestigiosi a livello internazionale, più la vigile attesa con tachipirina fino a che Mattarella lasci in un modo o nell’altro il Quirinale. Ma la strada di quest’autunno era tutta in salita e piena di burroni. Poi Draghi in Parlamento ha bistrattato i partiti, fingendo di lusingarli, ha maltrattato i grillini pur lanciando occhiate dolci, e ha chiesto un governo più suo, con più ampi poteri. E lì qualcosa si è interrotto, qualcosa è saltato. Salvini e Berlusconi che avevano compiuto l’errore madornale di mandare Mattarella anziché Draghi al Quirinale, accettando la linea del Pd, vista ora la deriva oligarchica che voleva imbrigliare il paese, si sono ricongiunti alla Meloni, anche per non dare solo a lei i consensi degli scontenti. Ed è venuto fuori il papocchio di ieri in Parlamento.
Per carità, sarà sbagliato andare di corsa a votare, è un salto nel buio, quando invece nel buio ci stavamo andando seduti nel treno guidato da Drago Draghi. Ma se è per questo tra un anno circa, diciamo tra nove mesi per essere ostetrici, quando cioè si doveva andare a votare per forza di scadenza, cosa sarebbe cambiato? Ci avrebbero detto ancora di non fare salti nel buio e qualcuno avrebbe ripetuto quel che dice oggi e diceva un anno fa: o Draghi o morte. Dopo aver ripetuto pochi mesi fa: o Mattarella o morte.

Ma come sono responsabili, loro, vogliono preservarci dall’avventurismo e dalle cadute nel buio… Faccio solo osservare, sommessamente, che quella catastrofe da voi prefigurata, quel precipizio tremendo che ci aspetta, un tempo si chiamava diversamente: il suo nome era democrazia, alternanza di governo, libertà di voto e sovranità di popolo. Ora voi direte: ma il rischio è troppo alto, e perciò vogliono tenerci ancora sotto tutela, come ai tempi della pandemia, come ai tempi di Berlusconi da cacciare, come ai tempi di Monti, Napolitano, Gentiloni, e via dicendo…
Nei prossimi manuali di scienza politica si definiranno ottimi i governi che non passano dal voto, pessimi quelli che ne scaturiscono; poi si definiranno responsabili i governi che contengono i dem, irresponsabili i governi senza di loro. E si aggiungerà che i migliori politici sono per definizione coloro che non lo sono, cioè i tecnici, gli oligarchi, i commissari internazionali.
Condivido tutte le riserve sull’armata brancaleone della politica e non nutro fiducia per nessuno di loro, sia esso tribuno della plebe o affiliato della Cupola. Però vi dico, a questo punto perché tenere ancora in vita la democrazia, pur nella forma ipocrita di democrazia delegata o parlamentare?

Perché non dichiarare ormai superata quella fase chiamata della sovranità popolare e libero voto in libero Stato? Non vediamo che o vincono i suddetti emissari della Cupola o la democrazia corre gravi pericoli, e martellanti campagne già si attrezzano per demolire in partenza governi con Meloni indigesti? E allora anziché cominciare prima con le campagne, poi con le intimidazioni, quindi con le minacce internazionali, gli assalti giudiziari e i ricatti economici, e infine boicottare i governi non allineati alla Cappa, perché non dichiarare ufficialmente che siamo nell’era delle oligarchie e dei governi calati dall’alto? Perché inventarsi un’emergenza dopo l’altra se possiamo più lealmente dichiarare che siamo passati a un’altra forma di governo e non sono più ammesse defezioni da parte del popolo sovrano alla linea imposta dai Grandi Poteri che contano? Avete anche un magnifico alibi a vostra portata, l’esempio disastroso dei grillini al governo e in parlamento, e dunque potete ben dire: vedete dove porta e come finisce il populismo e il voto sovrano?

Allora dichiarate che abbiamo eterno e infinito bisogno dei Draghi come dei Mattarella, e quel bisogno si abbrevia semplicemente in bis. Bene bravi bis, for ever. L’Italia senza di loro è una terra abitata solo da cinghiali, da incapaci e da dementi: per fortuna che abbiamo loro, Drag Queen e King Mattarel, i nostri sovrani a vita, come la Regina Elisabetta, ma loro non si sono limitati a regnare, come lei, ma sottogovernano con i poteri conferiti dalla Cupola internazionale. Mario per sempre, con Papa Sergio. Poi è arrivata la ventata di pazzia e ci siamo ritrovati, ma guarda un po’, in una situazione analoga a quella della Gran Bretagna: senza un governo in piena guerra, ancora in pandemia, in grave crisi economica ed energetica. Ma se cade Johnson eletto dal popolo sovrano è cosa buona e giusta, se cade Draghi, non eletto, è una tragedia. Salvo colpi di coda, si andrà a votare nel primo autunno. Torna malconcio e in vesti grottesche quel mostro chiamato democrazia, o perlomeno un suo parente o sosia.

(La Verità, 21 luglio 2022)

“Lo stupido fa male”. L’attacco di Tremonti a Draghi: “Chi di spread colpisce…”

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di Redazione

Negli Stati Uniti un comitato di affari pienamente legale si chiama lobby. In italia, il termine viene spesso associato a consorterie mafiose o a forme para – massoniche o, comunque, a qualcosa di poco chiaro e poco pulito. L’Aspen Institute Italia, presieduta dal Prof. Giulio Tremonti, non è una massoneria ma una lobby di imprenditori del privato e del pubblico, allargata ad intellettuali e politici, che collabora con le Istituzioni. Oggi, come qualche anno fa, Giulio Tremonti è inviso a tutti i poteri forti nazionali ed all’attuale politica, perché dice la verità e non si fa ingabbiare nelle perverse logiche del Pensiero Unico, soprattutto in materia economica. (n.d.r.)

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L’ex ministro dell’Economia molto duro contro il premier dimissionario. E gli rinfaccia la lettera del 2011 al governo Berlusconi

Al professor Giulio Tremonti quella famosa lettera di Trichet e Draghi dalla Bce all’Italia, che portò alle dimissioni dell’allora governo Berlusconi, non è affatto piaciuta. Si capisce. E l’ha detto a più ripetizioni. Oggi, il giorno delle dimissioni del premier, Tremonti è tornato a parlare di quei giorni e ha lanciato più di una dura stoccata a Supermario.

Nel suo intervento a Omnibus su La7, l’ex ministro dell’Economia c’è andato giù duro. Ha criticato l’esperimento di unità nazionale con un capo di governo che è lì proprio perché non eletto. Ha definito l’esecutivo Draghi “discontinuo”. Ha definito “non razionale” il discorso di Draghi al Senato, fatto come se avesse avuto di fronte l’intera legislatura. “La seconda legge di Cipolla dice: ‘lo stupido fa male agli altri senza far bene a se stesso’. E questa legge – assicura Tremonti – si applica a chi (Draghi, ndr) ha letto questa frase: ‘Sono qui perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto’”.

Il professore ha poi virato l’attenzione sulla situazione economica che si prospetta di fronte al futuro dell’Italia. Secondo Tremonti i problemi c’erano prima e ci saranno dopo. Nulla di nuovo sotto il sole, anche se bisognerà fare molta attenzione all’inflazione che rischia di “rovinarti la vita”. “Noi siamo un’economia che trasforma e il buco sull’energia impatta molto sulla nostra industria – insiste – e quindi impatta anche sul lavoro e sull’occupazione”.

Questo tema Tremonti lo usa per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe nei confronti di Draghi. “Per capire quello che sarà bisogna capire da dove si viene – dice l’ex ministro – a proposito di compiti a casa: nel maggio del 2011, dopo essere stato dal governo italiano alla Bce, il governatore della Banca d’Italia Draghi scrisse che la gestione del pubblico bilancio era prudente“. Un mese dopo, però, salito al board della Bce, insieme a Trichet invierà “una lettera devastante” che Tremonti non teme di definire un “colpo di Stato“. “I numeri italiani erano relativamente buoni e sotto controllo”, eppure quella lettera ruppe – per favorire Germania e Francia – il principio della solidarietà europea. “Il dramma è stato questo: sulla finanza globale non vennero messe regole. Dissero che non servivano e che il meccanismo funzionava grazie al financial stability board presieduto nel 2009 dal governatore italiano Mario Draghi. Dal 2011 in poi la crisi viene superata in Usa e Ue stampando moneta. Ma in America resta forte la politica, mentre in Europa la politica cede alla Banca centrale. Hanno stampato una quantità astronomica di moneta: quando c’ero io i conti erano in bilion, oggi si fanno in trilion. Che è la cosa più simile ai fantasiliardi di Paperone. È fuori controllo”.

Poi l’affondo finale: “Dal 2012, da Draghi in poi, alla Bce sono state violate le due regole fondamentali dell’euro: il 2% dell’inflazione che da tetto è diventato obiettivo da raggiungere e infatti sono stati così bravi che adesso siamo all’8%; e poi alla Bce era vietato di finanziare i governi e invece noi l’abbiamo trasformata in un edge found piena di titoli tossici. E adesso pagheremo i conti tutti. Perché il sistema sta andando in difficoltà. La bolla speculativa e dell’inflazione è enorme”. Quello che ha fatto oggi la Bce sullo scudo ante-spread, insomma, per Tremonti cambia poco. “La regola fondamentale dell’Ue era la solidarietà. Adesso voglio vedere… la metto così: chi di spread ferisce, di spread perisce”.

Draghi tenta la fuga per la seconda volta: in alternativa, i pieni poteri

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di Redazione

Quando in Italia si prospetta una crisi di governo, generalmente diventiamo tutti politologi. Tutti vorrebbero dire la loro per essere i primi ad aver azzeccato il pronostico. E’ la solita mentalità da tifoseria, che ci caratterizza e rende, anche un po’ macchiette, come quelle che ben scimmiottava Alberto Sordi. Onde evitare il toto-governo e le paventate elezioni che servono a far scrivere i giornali d’estate, con l’editoria già in crisi perenne, riteniamo opportuno affidarci a una analisi equilibrata. Ricordiamo che la data del 24 Settembre è fondamentale per i parlamentari, in quanto è quella che garantisce loro il vitalizio. Infine, sappiano bene i nostri lettori che in Italia non ci può essere vera crisi finché essa non produce effetti di radicale cambiamento. A nostro avviso, non c’è alcun partito, oggi, che dia garanzie di questa intenzione.

di 
Rispetto alla prima volta situazione più grave: rischio crollo del Btp e l’ora delle scelte ultime. A Chigi un Draghi con pieni poteri, o un premier sacrificabile

La crisi di governo è stata assai ben inquadrata da Federico PunziSua Competenza ha “fin dall’inizio inteso questa esperienza di governo come un’anticamera, un dazio da pagare prima di salire con tutti gli onori al Colle”, mentre invece era una trappola giacché “al Quirinale il piano era dall’inizio la riconferma di Mattarella, e la sua chiamata a Chigi un modo elegante per mettere fuori gioco un titolato pretendente”. Cioè, il nostro aveva già tentato la fuga da Chigi.

Visto che quel primo tentativo di fuga era andato male, continua Punzi, Sua Competenza ne sta tentando un secondo: “coglierebbe al volo l’occasione di una fuoriuscita dei 5 Stelle per sfilarsi anche lui”.

Infatti, egli oggi usa esattamente le stesse parole che usava l’altra volta che ha tentato la fuga: martedì egli “ha rivendicato che tutti gli obiettivi del Pnrr sono centrati … ricordiamo che già mesi fa, poco prima dell’apertura delle votazioni per il Quirinale, fu lo stesso Draghi ad affermare in conferenza stampa di ritenere compiuta la missione assegnatagli”.

E però, pure stavolta i suoi carcerieri cercano di impedirgli la fuga. Conclude Punzi: “ha provato ad andarsene, ma accettando di essere rimandato davanti alle Camere per la verifica, di fatto ha concesso ai suoi carcerieri, Mattarella e Pd, altri cinque giorni, che questi useranno per inchiodarlo alla croce che dovrà portare fino a fine legislatura”.

Differenze fra i due tentativi di fuga

I due tentativi di fuga sono diversi fra loro, per quanto riguarda la crisi energetico-ucraina: perché allora Biden ed i suoi alleati erano persuasi di poter vincere la Russia con le sanzioni e le armi a Kiev, mentre oggi tale esito è tutto meno che scontato.

E sono diversi fra loro, per quanto riguarda la crisi del Btp: perché allora Bce aveva annunciato che avrebbe smesso di comprare titoli di Stato, mentre oggi ha smesso per davvero e, anzi, sta per aumentare i tassi ufficiali di interesse.

Se, fin dal primo tentativo, la situazione appariva a Sua Competenza abbastanza compromessa da spingerlo a puntare tutte le proprie carte su una fuga al Quirinale … figurarsi oggidì che le cose si son fatte molto più gravi.

E non è tutto, perché presto potrebbero farsi ancora più gravi: giovedì 21 luglio, il giorno dopo il previsto reddere rationem al Parlamento italiano, Bce si riunirà e dovrebbe scoprire le carte sul fantasmagorico scudo anti-spread salva-Btp.

Se quest’ultimo confermerà le attese rivelandosi un accrocchio inservibile … e tanto più se esso coinvolgerà strutturalmente il MES (cioè la Troika), allora il Btp crollerà. E con esso le residue speranze di Chigi in un decisivo indebolimento tedesco nel contesto dello scontro in corso fra Usa e Germania. Nonché la residua legittimazione magico-politica di Sua CompetenzaL’Iceberg sarebbe infine giunto.

Quindi, se è vero che i due carcerieri son riusciti a tenerlo in gabbia a Chigi quella prima volta, non è detto ci riescano questa seconda volta.

Lo Stato Italiano di fronte alle scelte ultime

Per intanto, Sua Competenza ed i suoi carcerieri hanno guadagnato un vantaggio tattico: i cinque giorni bastano ad anticipare parte di quel crollo del Btp che avverrebbe comunque dopo la presentazione dello scudo anti-spread.

E servono a trovare una scusa per il carattere inservibile di quest’ultimo. Addossandone la colpa su Giuseppe Conte e scaricandola dalle spalle di Bce e di Sua Competenza (che pure il Parlamento tutto pensava avrebbe esercitato una magica influenza su Francoforte).

Un vantaggio tattico, appunto, ma tutt’altro che strategico visto che, se lo scudo anti-spread si presenterà davvero come inservibile, allora la caduta del Btp non potrebbe far altro che proseguire come e peggio di prima. Reuters già scrive che il Btp crollerà comunque, perché il problema è la crescita del Pil: “la situazione fiscale non è la causa, è la conseguenza di quella debolezza” e specifica che Sua Competenza non la ha risollevata.

Sicché, chiunque siederà a Chigi, la Repubblica Italiana si troverà presto di fronte alle scelte ultime: la ristrutturazione del Btp, o l’esproprio di massa di una quota degli immobili, o la mega-patrimoniale sui conti correnti, seguite da un bail-in di massa ed accompagnate dal controllo dei movimenti dei capitali; oppure, meglio, il solo controllo dei movimenti dei capitali … garantendo così il finanziamento del Btp.

Da notare, che il controllo dei movimenti dei capitali sarebbe comunque necessario anche se inevitabilmente avvia la dissoluzione dell’Euro. Esito che è comprensibile non ecciti l’amor proprio di Sua Competenza: trovarsi lui, che firmava le banconote dell’€unico, a firmare quelle dell’€sud o, meglio ancora, della Nuova Lira Italiana.

Un premier sacrificabile, o una mano forte

Orbene, tali scelte ultime non possono essere consensuali: troppi gli interessi ed i diritti (anche costituzionali) in gioco, troppo forti le proteste che verrebbero scatenate, troppa la gente che ha troppo da perdere. Per vararle, servirà un primo ministro sacrificabile, o una mano forte.

Sua Competenza preferirebbe la prima soluzione: andarsene, passando la mano ad un primo ministro sacrificabile (tipo Fernando de la Rúa), per poi magari ricomparire come salvatore della patria ma a cose fatte. Solo, egli non accetta di essere lui il sacrificato.

In subordine, Sua Competenza potrebbe accettare di essere lui la mano forte. Forte, per poteri a disposizione: i poteri di un primo ministro che gode della obbedienza assoluta della larghissima maggioranza del Parlamento, come al principio di questo governo, magari pure oltre la scadenza prevista della legislatura.

A meno di non voler ricorrere ai poteri speciali di uno stato di eccezione, come pure è stato fatto col Covid ed è pure stato immaginato di istituzionalizzare ma, sin qui, senza esito definitivo.

Sicché, sarebbe sbagliato interpretare le preoccupazioni di Sua Competenza come un fatto caratteriale. Non di capriccio si tratta, ma di seri argomenti di una seria trattativa: se davvero i suoi carcerieri preferiranno tenerlo incatenato a Chigi, ebbene in cambio gli dovranno dare tutti i poteri che egli pretende. In difetto, entrerà in scena il primo ministro sacrificabile.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/politica/draghi-tenta-la-fuga-per-la-seconda-volta-in-alternativa-i-pieni-poteri/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=atlantico

 

Dopo Bergamo Pride, l’“Opera” Lgbtqia+ da 500 mila euro

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QUINTA COLONNA

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ancora non s’è spenta l’eco delle polemiche conseguenti al Bergamo Pride, “celebrato” con tanto di sigle di partito (tutte di Sinistra) presenti tra i promotori, nel corteo e sul palco, peraltro infischiandosene e calpestando il silenzio pre-elettorale, che già l’universo Lgbtqia+ torna alla carica e continua a far parlare di sé nel capoluogo orobico e sulla stampa.

Da L’Eco di Bergamo dello scorso 17 giugno, infatti, si è appreso delle fratture interne al consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti dopo la proposta del direttore artistico del Festival Donizetti Opera, Francesco Micheli, di realizzare un’opera lirica dedicata a Raffaella Carrà. Le divisioni verterebbero sui costi, particolarmente importanti, e sul taglio «sfidante e innovativo» – ma meglio sarebbe dire forzosamente provocatorio –, che si vorrebbe dare a questo lavoro, totalmente slegato dal contesto del Donizetti Opera e dalla tradizione e identità bergamasca, proprio nell’anno in cui – oltre tutto – la città, assieme a Brescia, viene chiamata ad essere capitale italiana della cultura.

«L’amministrazione comunale di Bergamo continua incessantemente nella sua opera rivoluzionaria – afferma in merito il consigliere comunale Filippo Bianchi di Fratelli d’Italia – all’insegna della propagazione dell’ideologia gender. Dalla Sinistra non viene portato nessun rispetto per il grande compositore bergamasco Gaetano Donizetti, poiché anche l’autorevole fondazione, che porta il suo nome, viene utilizzata, senza alcun ritegno» per tale scopo «con grande dispendio di risorse pubbliche». E prosegue: «La cittadinanza bergamasca è nauseata dalle continue imposizioni subite, secondo la volontà dell’agenda delle minoranze arcobaleno, che lottano per scardinare l’ordine naturale dalla società, introducendo il liberticida ddl Zan, l’aberrante pratica dell’utero in affitto, l’ideologia gender nelle scuole e sostituendo le vocali con gli asterischi». Ma non è tutto: «La Fondazione Teatro Donizetti – dice Bianchi – negli ultimi anni è divenuta, attraverso la Direzione artistica e la Donizetti web tv, uno strumento per veicolare la propaganda gender nella società. I bergamaschi sono stanchi di tutto questo, pretendono una Direzione artistica della Fondazione Teatro Donizetti in armonia con il tessuto sociale e spettacoli, che non trattino unicamente di ideologia gender. Inoltre, la cittadinanza si sta da tempo domandando, se la Fondazione Teatro Donizetti offra ruoli artistici di rilievo anche a chi sia eterosessuale, senza discriminazioni, o se solo personaggi del mondo arcobaleno, come testimonial del Bergamo Pride o espressione del sito web Gay.it, possano ambire a tali ruoli».

Il Corriere di Bergamo ha fornito intanto ulteriori dettagli sullo spettacolo ipotizzato, dettagli sconvolgenti: il budget previsto è di circa 500 mila euro per l’opera, che dovrebbe essere dedicata «alle conquiste di genere» e che dovrebbe prevedere la partecipazione del gruppo musicale «La Rappresentante di Lista», esponente del genere «queer pop» o della «queer music», come ribadito in numerose interviste. Nel n. 8 del 2021 di Vanity Fair Dario Mangiaracina, fondatore del gruppo assieme a Veronica Lucchesi, ha dichiarato che il loro duo si sente portatore di un’identità «fluida, perché la sessualità non ha confini. Ma son servite le definizioni, le lotte per i diritti, per poter affermare, come faccio io, di non volere essere “fissato” in uno schema di genere». Secondo loro, «ogni lotta è collegata. Non si può essere femministi, senza essere antispecisti, senza essere antifascisti». Ed ecco che ritornano i soliti luoghi comuni, in particolare quell’antispecismo, che ha originato il transumanesimo e che tutela il koala più dell’embrione umano.

Secondo il quotidiano online Prima Bergamo, Giorgio Berta, presidente del cda della Fondazione Donizetti, avrebbe congelato la proposta. Al momento, non vi sarebbero certezze circa l’entità dei fondi pubblici destinati a coprire la colossale cifra pretesa. Intanto, però, la temperatura politica è immediatamente tornata rovente. Il consigliere comunale Bianchi ha inviato un’interpellanza a risposta scritta, in cui specifica come, tra l’altro, «il gruppo musicale La Rappresentante di Lista si sia politicamente speso facendo pubblicare una lettera sul quotidiano La Stampa in favore del ddl Zan, richiedendone la calendarizzazione in Parlamento». Tutto considerato, chiede se si intenda esplicitamente dare «un taglio conforme all’ideologia gender» allo spettacolo ipotizzato a Bergamo, città il cui legame e quello della Fondazione Donizetti con Raffaella Carrà resta poi tutto da spiegare. Il consigliere Bianchi chiede, tra l’altro, chi siano gli altri artisti immaginati e quali i loro compensi, quali altri teatri italiani prevedano la messa in scena e «se sia confermata la notizia che il Presidente del Consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti, Giorgio Berta, intenda prudentemente congelare o archiviare tale progetto, dispendioso oltre misura ed ideologico», tale oltre tutto da non avere «nulla a che vedere con la tradizione e l’identità bergamasca».Insomma, Gay Pride ovunque, concerti, spot, artisti, film, telefilm, persino cartoni animati: il pressing della sfera Lgbtqia+ è continuo, insistente, provocatorio, martellante, prepotente, numericamente ridotto, ma deciso a far la voce grossa almeno finché chi la pensi diversamente non si arrenda e non se ne stia zitto. Ed è forte il sospetto che la totale assenza di rispetto più volte emersa contro la Chiesa cattolica dipenda da quel numero del Catechismo, il 2357, in cui le relazioni omosessuali vengono definite come «gravi depravazioni» ed «atti intrinsecamente disordinati», peraltro «contrari alla legge naturale», cioè tali da non poter essere «in nessun caso approvati». «Depravare», vocabolario alla mano, significa «corrompere moralmente, pervertire», con buona pace di quei sacerdoti e di quei vescovi, che ritengono che a far problema durante i Gay Pride siano solo le immagini blasfeme e non invece, come in effetti è in ambito cattolico, proprio i cortei in quanto tali.

L’Occidente si è ristretto

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Qualunque sia il giudizio sulla guerra in Ucraina e qualunque sarà l’esito della rovinosa crisi che sconvolge il mondo, possiamo già dire una cosa: è profondamente sbagliato continuare a credere che l’Occidente sia il mondo e che i suoi modelli, i suoi canoni, le sue linee siano la guida del pianeta.
I governi euro-atlantici e l’industria dell’informazione prefabbricata – che lavorano da noi a pieno regime come le macchine propagandistiche dei regimi autocratici e dispotici – ci hanno dato in questi mesi una falsa rappresentazione della realtà: Putin isolato, la Russia contro tutti. La realtà, invece, è ben diversa: i quattro quinti del mondo, e anche di più se ci riferiamo al piano demografico, non hanno adottato alcuna sanzione, alcuna condanna nei confronti della Russia di Putin. Gigantesche democrazie come l’India, potenti Stati totalitari come la Cina, grandi nazioni islamiche come l’Iran, interi continenti come l’Asia e l’Africa, con poche eccezioni, non hanno condiviso il piano di controguerra, minacce e ritorsioni della Nato e dell’Amministrazione Biden degli Stati Uniti. Solo l’Europa s’è accodata, e in alcuni paesi di malavoglia, frenando o cercando di stabilire una doppia linea.
Fino a ieri pensavamo che globalizzazione volesse dire occidentalizzazione del mondo, se non americanizzazione del pianeta: e sicuramente per molti anni questa identificazione ha largamente funzionato, la globalizzazione era l’estensione planetaria di modelli, prodotti, stili di vita, forme politiche ed economiche occidentali. Ma ora si deve onestamente riconoscere che non è più così. E non aveva avuto torto Donald Trump a cambiare direzione di marcia agli Stati Uniti: se globalizzazione oggi vuol dire espansione commerciale e politica della Cina e del sud est asiatico, e non più egemonia americana, meglio mutare registro, giocare in difesa, concentrarsi sul proprio paese e avviare una politica di protezione delle proprie merci per tutelarle dal selvaggio mercato globale e dalla sua crescente inflessione cinese.
L’Occidente si è ristretto, e il ritrovato filo-atlantismo dell’Europa e in particolare dell’Italia, suona davvero anacronistico, come l’accorrere sotto l’ombrello della Nato, come se fosse la Salvezza del Mondo. Che la Nato ci protegga dalle minacce altrui è vero almeno quanto il suo contrario: che con le sue posizioni e pretese egemoniche, ci espone a conflitti e ritorsioni. Lo provano del resto i numerosi conflitti a cui la Nato ha partecipato in questi decenni di “pace”, i numerosi bombardamenti effettuati su popolazioni e paesi ritenuti criminali, la mobilitazione periodica di apparati militari.
Ma usciamo dal frangente della guerra in corso, e usciamo pure dalle considerazioni pratico-commerciali sulla globalizzazione deviata, che ha cambiato egida e direzione di marcia. Affrontiamo il tema sul piano dei principi, degli orientamenti di fondo e delle visioni del mondo: il punto di vista occidentale, il modello culturale e ideologico d’Occidente, i temi dei diritti umani e dei diritti civili, agitati in Occidente, non sono più la chiave del mondo. Della spinta occidentale verso la globalizzazione sono rimasti due grandi strumenti, la Tecnologia e il Mercato, ma non s’identificano più con l’Occidente; sono due mezzi e sono stati trasferiti in contesti sociali e culturali differenti, cinesi, giapponesi, coreani, indiani, asiatici in generale. Anche i due antefatti della globalizzazione non hanno più una precisa matrice universalistica e imperialistica di tipo occidentale: vale a dire la colonizzazione del mondo, grazie alle imprese militari, e l’evangelizzazione del mondo, grazie alle missioni religiose. Oggi gli apparati bellici più aggressivi non sono patrimonio esclusivo dell’Occidente. E la missione di convertire i popoli e portare il cristianesimo ovunque, si affievolisce, ottiene risultati fortemente minoritari, subisce ritorsioni e persecuzioni in tutto il mondo; per non dire della massiccia offensiva islamica. E altrove patisce l’impermeabilità, la refrattarietà di molte società provenienti da altre culture e tradizioni. Il cristianesimo tramonta in Occidente ma non attecchisce più massicciamente nel resto del mondo.
L’Occidente è la parte e non il tutto, si è come rimpicciolito; l’America non è più culturalmente la guida del pianeta, oltre che il guardiano del mondo e l’Impero del Bene, pur disponendo ancora di apparati culturali, commerciali e militari di tutto riguardo. L’Europa è un vecchio ospizio, dove ci sono le popolazioni più anziane del pianeta (col Giappone e gli Stati Uniti), dove la denatalità è forte, e dove la popolazione complessiva sta riducendosi addirittura alla ventesima parte del pianeta o poco più.
Insomma, abituiamoci a pensare in futuro che l’Occidente non sia il Signore del Mondo, il Faro dell’Umanità, ma solo una delle sue opzioni. E abituiamoci a temere che il mondo rimpiazzi l’egemonia occidentale con l’egemonia cinese, l’importazione di merci, modelli e mentalità dalla Cina e dalla sua inquietante miscela di capitalismo e comunismo, dirigismo e controllo capillare. Auguriamoci invece che il mondo riprenda la sua pluralità di civiltà e di culture, che risalgono almeno a una decina di aree omogenee, di spazi differenziati: la Cina e il sud est asiatico, l’India e il Giappone, l’Africa e il Medio Oriente, l’Australia, la Russia. E l’Occidente sia ormai una categoria forzata e obsoleta, perché è più realistico vederlo distinto tra Stati Uniti (e Canada), Europa e America latina. Accettare un mondo plurale, multipolare, diviso in quegli spazi vitali di cui scrisse Carl Schmitt e la miglior geopolitica, e di recente Samuel Hungtinton, è il modo migliore di accettare la realtà e rigettare ogni mira egemonica ed espansionistica. Ciò non ci ripara da guerre, soprusi e pretese; ma perlomeno parte dal riconoscere con realismo l’equilibrio delle differenze.

(Il Borghese, giugno)

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