Zelensky amerikano contro l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

Moskva è affondato

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di Alfio Krancic

Al di là del colpo al prestigio militare russo, l’affondamento dell’incrociatore a mio parere pone alcuni interrogativi. Sapevo che un’unità come il Moskva era dotata di difese antiaeree e antimissilistiche estremamente efficaci e di un sistema di controllo elettronico e radaristico molto efficiente, ma non è bastato per fermare due missili Neptune di fabbricazione ucraina. Ora noi tutti sappiamo che il know how ucraino in fatto di elettronica applicata agli armamenti non è propriamente il massimo che ci sia in circolazione o perlomeno non è all’altezza di quello russo. Quindi sorge spontanea una domanda. Boris Bojo Johnson nel suo viaggio a Kiev aveva promesso fra gli altri aiuti “umanitari”, quello di inviare i temibili missili anti-nave Harpoon:  “nel tentativo di rompere l’assedio della marina russa ai porti del Mar Nero”. Guarda caso l’assedio momentaneamente si è interrotto. Non solo, ma l’attacco missilistico contro il Moskva avviene all’indomani della resa in massa di militari ucraini a Mariupol. Occorreva risollevare il morale della Nato e delle forze fedeli al dittatore Zelensky. Ci hanno pensato gli “istruttori” inglesi facendo partire due Neptune-Harpoon. Ma i sospetti non finiscono qui. Vogliamo scommettere che l’operazione è stata supportata, come dicono alcuni, dalla Nato-Usa che ha mandato il tilt grazie a interferenze elettroniche la capacità di difesa del Moskva ? Vedremo cosa diranno i russi nei prossimi giorni.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/04/14/moskva-e-affondato/

Il patriota Nato

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Non sappiamo cosa succederà in Ucraina e nelle trattative al seguito. Ma in ogni caso l’invasione dell’Ucraina ha fatto emergere due temi opposti e cruciali: i diritti sacrosanti delle nazioni e dei popoli, solitamente calpestato, e l’ordine mondiale e chi lo decide.

Fino a poco tempo prima dell’Ucraina, il tema della sovranità nazionale veniva accantonato o lasciato solo ai sovranisti, come una specie di residuo tossico del nazionalismo. È bastata la vicenda dell’Ucraina per esaltare il diritto delle nazioni e per raccontare le eroiche, tragiche, umane storie degli ucraini alle prese coi russi invasori. Una nuova ondata di patriottismo si è levata nella società globale, e già questo è piuttosto grottesco: è inutile aggiungere che il patriottismo è considerato come una gita fuori porta, un’escursione dai programmi globali, che anzi serve a rafforzarli. Infatti, il sottinteso trascurato è che non si difende il diritto di una nazione a restare neutra e sovrana rispetto alle potenze sovranazionali; ma la “libertà” di aderire all’Europa e alla Nato, con una precisa scelta di campo. Dimenticando i difficili, delicati equilibri che ci sono tra aree di influenza, imperi ed ex imperi. Saggezza avrebbe voluto che si fosse perseguito, già prima della guerra, la linea della zona neutra tra l’area Nato e l’area russa. Ovvero l’Ucraina non rientra nell’orbita russa; ma non entra nemmeno nell’orbita americana, fino a installare le basi missilistiche Nato alle porte della Russia. Si mantiene in quell’equilibrio che è in fondo l’unica chiave della sua storia e perfino del suo nome: Ucraina vuol dire proprio questo, linea di confine tra Oriente e Occidente.

Ma chi dovrebbe garantire questo processo, qual è l’organismo super partes o almeno extra partes che garantisce quello statuto autonomo e indipendente all’Ucraina? Obiettivamente non c’è. L’Onu e gli altri organismi internazionali non sono in grado di porsi al di sopra delle parti e di imporre questo equilibrio; si tratterà solo di raggiungere un equilibrio tra le forze in campo. Si, autorità religiose, mediatori “privati”, stati non schierati; ma nessuno ha la forza per imporre un ordine mondiale. Lasciamo il tema generale e torniamo in Italia.

Qui s’innescano alcune riflessioni che vanno a toccare i nazionalisti e i conservatori di casa nostra. L’indecente capovolgimento di posizioni dei populisti, sia nella versione grillina che leghista, mostra la loro labilità e irrilevanza davanti alle grandi questioni, e la loro subalternità totale all’establishment tecnocratico e dem che vige da noi, in Europa e nell’America di Biden. Fa un po’ pena e impressione il dietrofront recitato pure in video di Di Maio e Salvini, a cui si aggiunge il trasformismo avvocatesco di Conte, pronto a sposare ogni tesi perché in realtà non aderisce a nessuna.

La destra nazionale, invece, ha dietro di sé un repertorio storico e anche retorico che può giustificare meglio, nel nome del patriottismo e dei diritti nazionali, l’adesione alla causa ucraina contro i russi, lasciando ogni residua simpatia nei confronti della Russia di Putin che pur serpeggiava nella destra. Ma sappiamo che dietro il paravento nazionale c’è l’adesione all’orbita euro-americana e filo-Nato, che riporta la stessa destra nello stato campo del fronte dem, draghiano e globale. Insomma anche l’opposizione, l’unica opposizione parlamentare, è assorbita dentro il mainstream euro-atlantico dem-militarista. Potremmo aggiungere che non può fare altrimenti se vuole governare il Paese con l’assenso dei superiori o perlomeno senza l’ostilità dell’establishment. Una posizione diversa darebbe forse maggiore coerenza e credibilità alla destra nazionale ma minore possibilità di contare e di inserirsi nel quadro politico. Resta da chiedersi se il gioco valga la candela e se la possibilità di portare avanti un’alternativa sia in questo modo compromessa, e resti un arsenale retorico di figure e proclami sotto i quali c’è solo la totale remissività di ogni idea di sovranità nel raggio di una dragocrazia euroatlantica. Sarà difficile riuscire a esprimere una linea più articolata fondata su due parametri: priorità alle sovranità nazionali, a partire dall’Ucraina per finire con la nostra Patria; ripensamento del quadro mondiale fuori dalla cieca e assoluta subalternità alla Nato e ai suoi interessi geostrategici.

L’oscillazione tra le due linee in fondo appartiene alla destra postfascista italiana quasi dalle origini: da un nazionalismo interno a un’adesione al quadro atlantico nel nome dell’anticomunismo, oggi diventato anti-putinismo, a un terzaforzismo che non ha sbocchi e referenti reali ma si mantiene su un piano ideale, attraverso la formula nazional-europea, pur essa storica: né con i russi né con gli americani. Quante volte si è spaccata la destra tra queste due componenti: da una parte l’anticomunismo, la destra romualdiana, la posizione di Tremaglia e di altri esponenti, e dall’altra il rifiuto della collocazione stessa nell’ambito della destra, il radicalismo sociale e nazionale opposto al conservatorismo, liberale o no.

Peraltro chi immagina davvero un’Europa adulta e coesa, soggetto politico e militare, oltre che civiltà e tradizione culturale, non può immaginarla come la propaggine periferica della Nato.

È deprimente l’assenza di ogni divergenza, di ogni opinione difforme, e l’allineamento totale e acritico alla posizione ufficiale dell’Establishment. Penoso lo schema univoco, che già si era profilato con il covid e con tutte le altre questioni cruciali. Il disagio che avvertivamo per la riduzione della politica a un solo modulo prestampato, che chiameremo modulo Dem, si riversa sulla gente comune e su ciascuno di noi e finisce col mortificare ogni dignità e libertà, critica e intelligenza. Un segno che la Cappa che indicavamo nel nostro ultimo libro a proposito del clima plumbeo e oppressivo, si estende anche al panorama geopolitico e militare.

7 motivi per cui perderemo la guerra dei condizionatori

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di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

Draghi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerraHa detto “pace”, ma intendeva chiaramente la sconfitta della Russia, economica tramite le sanzioni e anche militare inviando armi agli ucraini. Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica.

Lasciando da parte il profilo etico-morale, che abbiamo affrontato in altri articoli, può essere che Draghi ci porti ad una guerra che non vinciamo e non sarebbe la prima volta nella storia italiana che ci imbarchiamo in imprese del genere. Qui non si tratta di inviare qualche centinaio di soldati in Libano, Iraq e Afghanistan e qualche bombardiere.

Riportiamo di seguito alcuni fatti degli ultimi giorni che mostrano un quadro diverso da quello presentato dai nostri giornali e dai nostri partiti, i quali anche al parlamento europeo hanno votato compatti a favore dell’embargo immediato e totale sul gas, petrolio nonché carbone russo.

1. Siamo noi a tagliare il gas russo e gli Usa ci vendono il loro guadagnandoci un sacco. I cinesi sono così gentili da dircelo visto che non lo capiamo: “Le sanzioni anti-Russia hanno portato all’Europa un deflusso di capitali e una carenza di risorse energetiche, mentre gli Stati Uniti ne hanno beneficiato” (il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian).

2. Il Ministro degli Esteri dell’India dice che vogliono fare pagamenti in rupie e in rubli nel commercio con la Russia. Quindi approfittano della politica di sanzioni europee per pagare tutto meno e inoltre liberarsi, anche grazie alla Russia, dall’obbligo di usare dollari. Il Pakistan idem, e il suo Presidente denuncia un tentativo americano di farlo dimettere, perché appunto non cede sul tema Russia e indice elezioni. Quindi i tre maggiori paesi asiatici per popolazione e tutti con atomiche solidarizzano con la Russia.

3. Bloomberg stima che quest’anno la Russia incasserà 320 mld di $ dalla vendita di materie prime, circa 100 mld in più dell’anno scorso grazie all’aumento di tutti i prezzi. Questo anche tenendo conto dell’impatto delle sanzioni europee. Per ora quindi sembra che Putin e la Russia, nel complesso, non soffrano delle sanzioni in termini perlomeno di incassi dall’export di materie prime.

4. Javier Blas, esperto di energia di Bloomberg afferma: “Il calo della produzione petrolifera russa all’inizio di aprile è significativamente inferiore ai 3 milioni di barili al giorno previsti dall’Agenzia internazionale per l’energia. Sono i primi giorni del mese, ma sembra che la Russia abbia trovato acquirenti volenterosi e molte scappatoie per continuare a vendere il suo petrolio”.

5. Il rublo è salito ancora, è tornato al livello pre-guerra nonostante gli esperti dicano che l’economia russa collasserà. Ora è arrivato anzi al livello a cui Banca di Russia si è impegnata a scambiarlo con oro. Sissignore, i giornali non ne hanno parlato molto, ma da oggi la Banca Centrale russa ti paga se vuoi vendere oro, 5mila rubli per grammo, prezzo fisso. Questo prezzo ora, grazie al fatto che il rublo sale, corrisponde al prezzo in rubli di mercato dell’oro, anzi oggi era leggermente più alto. Quindi, se il rublo resta a questi livelli, conviene prendere rubli e scambiarli con oro presso la Banca Centrale Russa. Ci sono molti esperti monetari e finanziari che parlano del fatto che, chiedendo pagamenti per gas e petrolio in rubli e poi pagando l’oro in rubli più del mercato, la Russia stia ancorando il rublo a gas, petrolio e oro.

6. Passiamo alla guerra. I servizi anglo americani diffondono ogni giorno sui media le loro analisi che una volta erano riservate: hanno una nuova politica che inonda ogni giorno i media di notizie militari riservate, in pratica è come se dicessero in pubblico quello che vedono con i satelliti e l’intelligence. I media occidentali sono pieni di storie di sette generali e centinaia di carri ed elicotteri russi distrutti nonché 40mila soldati morti, dispersi, prigionieri o che disertano. Stranamente non leggi sui media occidentali una sola notizia su perdite degli ucraini. Temiamo che si tratti di propaganda rivolta ad incoraggiare a tutti i costi gli ucraini, ci sono in effetti alcune centinaia di società ora, specie a Londra, che sono sorte di colpo per coordinare l’informazione sulla guerra pro-Ucraina.

7. Tuttavia, anche se non siamo esperti militari vediamo che le notizie, anche di fonte Usa su Reuters, ad esempio, indicano che sta partendo l’offensiva russa a est e sud-est, contro il grosso delle forze ucraine schierate contro il Donbass. Gli esperti militari indipendenti che proviamo a leggere indicano questo: la guerra vera, con manovre di carri armati sorretti da aviazione per accerchiare i circa 100mila ucraini di fronte al Donbass inizia in realtà ora. (vedi qui ad es. “Il ritiro da Kiev è l’escalation russa. È la… trasformazione da un’operazione psicologica a una guerra da manuale”). Per motivi propagandistici Zelensky non vuole che le truppe ucraine si ritirino dalle zone di lingua russa a est, ha anche degradato due generali e dice che li punirà. Sembra però che in questo modo da nord e da sud i russi possano ora cominciare la vera battaglia di accerchiamento.

Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e, di fatto, la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica. Tutti danno per scontato che l’Occidente unito sotto la guida degli USA la vincerà, per cui siamo sul lato vincente e dobbiamo solo collaborare con gli USA e poi ci sarà la vittoria finale.

Abbiamo riportato però alcuni dati sul lato economico, sul comportamento di India e Cina o Pakistan, sui ricavi russi dall’energia in realtà aumentati, sul rublo che sale, sull’oro per rubli, che contraddicono l’idea del collasso economico russo. Queste notizie non danno un quadro negativo per ora per la Russia. Oggi segnaliamo anche qualcosa sul lato militare che indica come l’escalation vera inizia ora.

Dai fatti che elenchiamo sembra che la Russia abbia alleati nel mondo, venda le sue materie prime, rafforzi il rublo e lo leghi alle materie prime. Inoltre, può essere che, come leggiamo, ora inizi la vera battaglia di truppe per l’accerchiamento di quelle che Zelensky si ostina a tenere contro le province russe.

Può darsi che Draghi ci stia conducendo a una guerra che per gli Stati Uniti ha comunque dei vantaggi, ma una guerra che non si vince facilmente, anzi forse una guerra che non si vince affatto. E quindi che noi seguendo gli Usa contro la Russia ci sacrifichiamo e basta, portando il Paese al collasso della sua economia

 

Multipolarità. Definizione e differenziazione dei suoi significati

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QUINTA COLONNA

di Aleksandr Dugin

Tuttavia, sempre più opere di affari esteri, politica mondiale, geopolitica e, in realtà, politica internazionale, sono dedicate al tema della multipolarità. Un numero crescente di autori cerca di capire e descrivere la multipolarità come modello, fenomeno, precedente o possibilità.

Il tema della multipolarità è stato in un modo o nell’altro toccato nelle opere dello specialista di IR David Kampf (nell’articolo L’emergere di un mondo multipolare), dello storico Paul Kennedy della Yale University (nel suo libro The Rise and Fall of Great Powers), del geopolitico Dale Walton (nel libro Geopolitica e le grandi potenze nel XXI secolo: la Multipolarità e la Rivoluzione in prospettive strategiche), il politologo americano Dilip Hiro (nel libro After Empire: Birth of a multipolar world), e altri. Il più vicino nel comprendere il senso della multipolarità, a nostro avviso, è stato lo specialista britannico di IR Fabio Petito, che ha cercato di costruire un’alternativa seria e sostanziale al mondo unipolare sulla base dei concetti giuridici e filosofici di Carl Schmitt.

L’”ordine mondiale multipolare” è anche ripetutamente menzionato nei discorsi e negli scritti di personalità politiche e giornalisti influenti. Così l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che per prima ha definito gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, ha dichiarato il 2 febbraio 2000 che gli Stati Uniti non vogliono “stabilire e imporre” un mondo unipolare, e che l’integrazione economica ha già creato “un certo mondo che può essere persino chiamato multipolare”. Il 26 gennaio 2007, nella rubrica editoriale del “New York Times”, si è scritto apertamente che “l’emergere del mondo multipolare”, insieme alla Cina, “ora si svolge al tavolo in parallelo con altri centri di potere come Bruxelles o Tokyo”. Il 20 novembre 2008, nel rapporto Global Trends 2025 del National Intelligence Council degli Stati Uniti, è stato indicato che l’emergere di un “sistema multipolare globale” dovrebbe essere previsto entro due decenni.

Dal 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato visto da molti come il messaggero di un’”era di multipolarità”, credendo che avrebbe orientato la priorità della politica estera degli Stati Uniti verso potenze emergenti come Brasile, Cina, India e Russia. Il 22 luglio 2009, il vicepresidente Joseph Biden, durante la sua visita in Ucraina, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mondo multipolare”.

Eppure, tutti questi libri, articoli e dichiarazioni non contengono alcuna definizione precisa di ciò che è il mondo multipolare (MW), né, inoltre, una teoria coerente e consistente della sua costruzione (TMW). Il trattamento più comune per “multipolarità” significa solo un’indicazione che nell’attuale processo di globalizzazione, il centro e il nucleo indiscusso del mondo moderno (gli Stati Uniti, l’Europa e il più ampio “Occidente globale”) si trova di fronte a certi nuovi concorrenti – potenze regionali fiorenti o semplicemente potenti e blocchi di potere appartenenti al “secondo” mondo. Un confronto tra le potenzialità degli Stati Uniti e dell’Europa da un lato, e delle nuove potenze emergenti (Cina, India, Russia, America Latina, ecc.) dall’altro, convince sempre di più della tradizionale superiorità relativa dell’Occidente e solleva nuove domande sulla logica di ulteriori processi che determinano l’architettura globale delle forze su scala planetaria – in politica, economia, energia, demografia, cultura, ecc.

Tutti questi commenti e osservazioni sono critici per la costruzione della Teoria del Mondo Multipolare, ma non ne evidenziano affatto l’assenza. Dovrebbero essere presi in considerazione quando si costruisce una tale teoria, ma vale la pena notare che sono di natura frammentaria e frammentaria, non arrivando nemmeno al livello di generalizzazioni teoriche concettuali primarie.

Ma, nonostante ciò, il riferimento all’ordine mondiale multipolare si sente sempre più spesso nei vertici ufficiali e nelle conferenze e congressi internazionali. I collegamenti al multipolarismo sono presenti in una serie di importanti accordi intergovernativi e nei testi dei concetti di sicurezza nazionale e strategia di difesa di un certo numero di paesi influenti e potenti (Cina, Russia, Iran, e in parte l’UE). Pertanto, oggi più che mai, è importante fare un passo verso l’inizio di un vero e proprio sviluppo della Teoria del Mondo Multipolare, in conformità con i requisiti di base della ricerca accademica.

La multipolarità non coincide con il modello nazionale di organizzazione mondiale secondo la logica del sistema di Westfalia

Prima di procedere strettamente alla costruzione della Teoria del Mondo Multipolare (TMW), dobbiamo distinguere rigorosamente l’area concettuale indagata. Per questo, dobbiamo considerare i concetti di base e definire quelle forme dell’ordine mondiale globale che certamente non sono multipolari e che, di conseguenza, la multipolarità viene presentata come alternativa.

Cominciamo con il sistema westfaliano, che riconosce la sovranità assoluta dello Stato-nazione e costruisce il campo giuridico delle relazioni internazionali su questa base. Questo sistema, sviluppato dopo il 1648 (la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa), ha attraversato diverse fasi del suo sviluppo, e in qualche misura ha continuato a riflettere la realtà oggettiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nasceva dal rifiuto delle pretese degli imperi medievali all’universalismo e alla “missione divina”, e corrispondeva alle riforme borghesi nelle società europee. Si basava anche sul presupposto che solo uno stato nazionale può possedere la più alta sovranità, e che al di fuori di esso, non c’è nessun’altra entità che abbia il diritto legale di interferire nella politica interna di questo stato – indipendentemente da quali obiettivi e missioni (religiose, politiche o altro) lo guidino. Dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo, questo principio ha predeterminato la politica europea e, di conseguenza, è stato trasferito ad altri paesi del mondo con alcune modifiche.

Il sistema di Westfalia era originariamente rilevante solo per le potenze europee, e le loro colonie erano considerate semplicemente come la loro continuazione, non possedendo un potenziale politico ed economico sufficiente per pretendere di essere un’entità indipendente. Dall’inizio del XX secolo, lo stesso principio fu esteso alle ex colonie durante il processo di decolonizzazione.

Questo modello westfaliano presuppone la piena uguaglianza giuridica tra tutti gli stati sovrani. In questo modello, ci sono tanti poli di decisioni di politica estera nel mondo quanti sono gli stati sovrani. Per inerzia, questa regola è ancora in vigore, e tutto il diritto internazionale si basa su di essa.

In pratica, naturalmente, c’è disuguaglianza e subordinazione gerarchica tra i vari stati sovrani. Nella prima e nella Seconda guerra mondiale, la distribuzione del potere tra le maggiori potenze mondiali portò a un confronto tra blocchi separati, dove le decisioni venivano prese nel paese che era il più potente tra i suoi alleati.

Come risultato della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sconfitta della Germania nazista e delle Potenze dell’Asse, lo schema bipolare delle relazioni internazionali (il sistema bipolare di Yalta) si sviluppò nel sistema globale. Il diritto internazionale ha continuato a de-giurare il riconoscimento della sovranità assoluta di qualsiasi stato-nazione, ma de-facto, le decisioni fondamentali riguardanti le questioni centrali dell’ordine mondiale e della politica globale sono state prese solo in due centri – a Washington e a Mosca.

Il mondo multipolare differisce dal classico sistema westfaliano per il fatto che non riconosce allo stato nazionale separato, legalmente e formalmente sovrano, lo status di un polo a pieno titolo. Ciò significa che il numero di poli in un mondo multipolare dovrebbe essere sostanzialmente inferiore al numero di stati nazionali riconosciuti (e quindi non riconosciuti). La stragrande maggioranza di questi stati non è in grado oggi di provvedere alla propria sicurezza o prosperità di fronte a un conflitto teoricamente possibile con l’attuale egemone (gli Stati Uniti). Pertanto, sono politicamente ed economicamente dipendenti da un’autorità esterna. Essendo dipendenti, non possono essere i centri di una volontà veramente indipendente e sovrana riguardo alle questioni globali dell’ordine mondiale.

Il multipolarismo non è un sistema di relazioni internazionali che insiste sull’uguaglianza giuridica degli stati-nazione come stato di fatto. Questa è solo una facciata di un’immagine molto diversa del mondo basata su un reale, piuttosto che nominale, equilibrio di forze e capacità strategiche.

Il multipolarismo opera non con la situazione come esiste de-jure, ma piuttosto de-facto, e procede dall’affermazione della disuguaglianza fondamentale tra gli stati-nazione nel modello moderno ed empiricamente fissabile del mondo. Inoltre, la struttura di questa disuguaglianza è che le potenze secondarie e terziarie non sono in grado di difendere la loro sovranità, in qualsiasi configurazione transitoria di blocco, di fronte alla possibile sfida esterna della potenza egemone. Ciò significa che la sovranità è oggi una finzione giuridica.

Il multipolarismo non è bipolarismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si sviluppò il sistema bipolare di Yalta. Ha continuato ad insistere formalmente sul riconoscimento della sovranità assoluta di tutti gli stati, il principio su cui è stata organizzata l’ONU, e ha portato avanti il lavoro della Società delle Nazioni. Tuttavia, in pratica, due centri decisionali globali apparvero nel mondo – gli Stati Uniti e l’URSS. Gli Stati Uniti e l’URSS erano due sistemi politico-economici alternativi, rispettivamente il capitalismo globale e il socialismo globale. Fu così che il bipolarismo strategico fu fondato sul dualismo ideologico e filosofico – liberalismo contro marxismo.

Il mondo bipolare si basava sulla simmetrica comparabilità del potenziale di parità economica e militare-strategica dei campi di guerra americano e sovietico. Allo stesso tempo, nessun altro paese affiliato ad un particolare campo aveva lontanamente il potere cumulativo da confrontare con quello di Mosca o Washington. Di conseguenza, c’erano due egemoni sulla scala globale, ciascuno circondato da una costellazione di paesi alleati (semi-vassalli, in senso strategico). In questo modello, la sovranità nazionale formalmente riconosciuta perdeva gradualmente il suo peso. Prima di tutto, i paesi associati all’uno o all’altro egemone dipendevano dalle politiche di quel polo. Pertanto, il suddetto paese non era indipendente, e i conflitti regionali (generalmente sviluppati in aree del Terzo Mondo) rapidamente degenerarono in un confronto tra due superpotenze che cercavano di ridistribuire l’equilibrio dell’influenza planetaria sui “territori contesi”. Questo spiega i conflitti in Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan, ecc.

Nel mondo bipolare, c’era anche una terza forza: il Movimento dei Non Allineati. Era composto da alcuni paesi del Terzo Mondo che rifiutavano di fare una scelta inequivocabile a favore del capitalismo o del socialismo, e che invece preferivano manovrare tra gli interessi antagonisti globali degli Stati Uniti e dell’URSS. In una certa misura, alcuni ci riuscirono, ma la stessa possibilità di non allineamento presupponeva l’esistenza di due poli, che in misura variabile si equilibravano a vicenda. Inoltre, questi “paesi non allineati” non erano assolutamente in grado di creare un “terzo polo” a causa dei parametri principali delle superpotenze, della natura frammentata e non consolidata dei membri del Movimento dei Non Allineati e della mancanza di una piattaforma socioeconomica generale comune. Il mondo era diviso in Occidente capitalista (il primo mondo), Oriente socialista (il secondo mondo) e “il resto” (il terzo mondo). Inoltre, “tutti gli altri” rappresentavano in tutti i sensi la periferia del mondo dove gli interessi delle superpotenze apparivano occasionalmente. Tra le superpotenze stesse, la probabilità di un conflitto era pressoché esclusa grazie alla parità (in particolare nella garanzia della mutua distruzione nucleare assicurata). Questo fece sì che le aree preferite per la revisione parziale dell’equilibrio di potere fossero i paesi periferici (Asia, Africa, America Latina).

Dopo il crollo di uno dei due poli (l’Unione Sovietica è crollata nel 1991), è crollato anche il sistema bipolare. Questo ha creato le precondizioni per l’emergere di un ordine mondiale alternativo. Molti analisti ed esperti di IR hanno giustamente parlato di “fine del sistema di Yalta”. Pur riconoscendo de-jure la sovranità, la pace di Yalta era de-facto costruita sul principio dell’equilibrio dei due egemoni simmetrici e relativamente uguali. Con la partenza di uno degli egemoni dalla scena storica, l’intero sistema cessò di esistere. Il tempo di un ordine mondiale unipolare o “momento unipolare” è arrivato.

Un mondo multipolare non è un mondo bipolare (come lo conoscevamo nella seconda metà del XX secolo), perché nel mondo di oggi, non c’è nessuna potenza che possa resistere da sola al potere strategico degli Stati Uniti e dei paesi della NATO, e inoltre, non c’è un’ideologia generalizzante e coerente capace di unire gran parte dell’umanità in una dura opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei “diritti umani”, su cui gli Stati Uniti basano ora una nuova egemonia esclusiva. Né la Russia moderna, né la Cina, né l’India, né qualche altro stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il recupero del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche (la fine del fascino popolare del marxismo) e tecnico-militari. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno preso così tanto il comando negli ultimi 30 anni che una competizione simmetrica con loro nella sfera militare-strategica, economica e tecnica non è possibile per nessun singolo paese.

Il multipolarismo non è compatibile con un mondo unipolare

Il crollo dell’Unione Sovietica ha significato la scomparsa sia di una superpotenza simmetrica e potente, sia di un gigantesco campo ideologico. È stata la fine di una delle due egemonie globali. L’intera struttura dell’ordine mondiale da questo punto è irreversibilmente e qualitativamente diversa. Qui il polo rimanente – guidato dagli Stati Uniti e sulla base dell’ideologia capitalista liberal-democratica – si è conservato come fenomeno e ha continuato a espandere il suo sistema sociopolitico (democrazia, mercato, ideologia dei “diritti umani”) su scala globale. Precisamente, questo si chiama mondo unipolare o ordine mondiale unipolare. In un tale mondo, c’è un unico centro decisionale sulle grandi questioni globali. L’Occidente e il suo nucleo, la comunità euro-atlantica, guidata dagli Stati Uniti, si sono trovati nel ruolo di unica egemonia disponibile. L’intero spazio del pianeta in tale ambiente è una triplice regionalizzazione (descritta in dettaglio dalla teoria neomarxista di E. Wallerstein):

– Zona centrale (“ricco Nord”, “centro”),

– Zona della periferia mondiale (“Sud povero”, “periferia”),

– Zona di transizione (“semi-periferia”, comprendente paesi importanti, che si sviluppano attivamente verso il capitalismo: Cina, India, Brasile, alcuni paesi del Pacifico, così come la Russia, che per inerzia conserva un significativo potenziale strategico, economico ed energetico).

Il mondo unipolare sembrava essere finalmente una realtà consolidata negli anni ’90, e alcuni analisti statunitensi hanno dichiarato su questa base la tesi della “fine della storia” (Fukuyama). Questa tesi significava che il mondo diventerà totalmente ideologicamente, politicamente, economicamente e socialmente omogeneo, e che ora tutti i processi che si verificano in esso non saranno più un dramma storico basato sulla battaglia di idee e interessi, ma piuttosto una competizione economica (e relativamente pacifica) dei partecipanti al mercato – simile a come è costruita la politica interna dei regimi liberali democratici liberi. In questa concezione, la democrazia diventa globale e il pianeta è composto solo dall’Occidente e dal suo purlieus (cioè i paesi che si integreranno gradualmente in esso).

Il disegno più preciso della teoria dell’unipolarità è stato proposto dai neoconservatori americani, che hanno sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale globale. A volte hanno proclamato gli Stati Uniti come il “Nuovo Impero” (R. Kaplan) o la “benevola egemonia globale” (U. Kristol, R. Keygan), anticipando l’offensiva del “Secolo Americano” (The Project for the New American Century). Nella visione neocon, l’unipolarismo ha acquisito un fondamento teorico. Il futuro ordine mondiale è stato visto come una costruzione USA-centrica, dove il nucleo è costituito dagli Stati Uniti come arbitro globale e incarnazione dei principi di “libertà e democrazia”, e una costellazione di altri paesi è strutturata intorno a questo centro, riproducendo il modello americano con vari gradi di precisione. Essi variano nella geografia e nel loro grado di somiglianza con gli Stati Uniti:

– In primo luogo, il cerchio interno – i paesi dell’Europa e del Giappone,

– In secondo luogo, i fiorenti paesi liberali dell’Asia,

– Infine, tutto il resto.

Tutte le zone situate intorno all’”America globale”, indipendentemente dalla loro orbita politica, sono incluse nel processo di “democratizzazione” e “americanizzazione”. La diffusione dei valori americani va di pari passo con l’attuazione degli interessi pratici americani e l’espansione della zona di controllo diretto americano su scala globale.

A livello strategico, l’unipolarismo si esprime nel ruolo centrale degli Stati Uniti nella NATO e, inoltre, nella superiorità asimmetrica delle capacità militari combinate dei paesi della NATO su tutte le altre nazioni del mondo.

Parallelamente, l’Occidente è superiore agli altri paesi non occidentali nel suo potenziale economico, nel livello di sviluppo dell’alta tecnologia, ecc. Soprattutto: l’Occidente è la matrice dove si è formato storicamente il sistema stabilito di valori e norme che attualmente sono considerati lo standard universale per tutti gli altri paesi del mondo. Questa può essere chiamata l’egemonia intellettuale globale che, da un lato, mantiene l’infrastruttura tecnica per il controllo globale, e dall’altro, sta al centro del paradigma planetario dominante. L’egemonia materiale va di pari passo con le egemonie spirituale, intellettuale, cognitiva, culturale e dell’informazione.

In linea di principio, l’élite politica americana è guidata proprio da questo approccio egemonico consapevolmente percepito, tuttavia, ne parlano in modo chiaro e trasparente i neocon, mentre i rappresentanti di altri diversi orientamenti politici e ideologici preferiscono espressioni più snelle ed eufemismi. Anche i critici del mondo unipolare degli Stati Uniti non contestano il principio dell’”universalità” dei valori americani e il desiderio della loro approvazione a livello globale. Le obiezioni si concentrano su quanto questo progetto sia realistico a medio e lungo termine, e se gli Stati Uniti siano in grado di sostenere da soli il peso dell’impero mondiale globale.

Le sfide a questo dominio americano diretto e aperto, che sembrava essere un fatto compiuto negli anni ’90, hanno portato alcuni analisti americani (in particolare Charles Krauthammer, che ha introdotto questo concetto) a parlare della fine del “momento unipolare”.

Ma, nonostante tutto, è proprio l’unipolarismo in una o l’altra manifestazione – palese o occulta, il modello dell’ordine mondiale – che è diventato una realtà dopo il 1991 e rimane tale fino ad oggi.

In pratica, l’unipolarismo si affianca alla salvezza nominale del sistema westfaliano, che contiene ancora i resti inerziali del mondo bipolare. La sovranità di tutti gli stati-nazione è ancora riconosciuta de-jure, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette ancora parzialmente l’equilibrio di potere corrispondente alle realtà della “guerra fredda”. Così, l’egemonia unipolare americana è de-facto presente, insieme a una serie di istituzioni internazionali che esprimono l’equilibrio di altre epoche e cicli nella storia delle relazioni internazionali. Al mondo vengono costantemente ricordate le contraddizioni tra la situazione de-jure e quella de-facto, specialmente quando gli Stati Uniti o una coalizione occidentale intervengono direttamente negli affari di stati sovrani (a volte anche scavalcando il veto di istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). In casi come l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, vediamo un esempio di violazione unilaterale del principio di sovranità statale (ignorando il modello westfaliano), il rifiuto di prendere in considerazione la posizione della Russia (Vladimir Putin) nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e le forti obiezioni dei partner NATO di Washington (il francese Jacques Chirac e il tedesco Gerhard Schroeder).

I sostenitori più coerenti dell’unipolarismo (per esempio, il repubblicano John McCain) insistono sull’applicazione dell’ordine internazionale in linea con il reale equilibrio delle forze. Propongono la creazione di un modello un po’ diverso dall’ONU, la “Lega delle Democrazie”, in cui la posizione dominante degli USA, cioè l’unipolarismo, sarebbe stata legalizzata. La legalizzazione di un mondo unipolare e lo status egemonico dell’”impero americano” nella struttura delle relazioni internazionali post-Yalta è una delle possibili direzioni dell’evoluzione del sistema politico globale.

È assolutamente chiaro che un ordine mondiale multipolare non solo differisce dall’unipolare, ma è la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone e un centro decisionale, mentre il multipolarismo insiste su alcuni centri, nessuno dei quali ha diritti esclusivi e quindi deve tener conto delle posizioni degli altri. Il multipolarismo, quindi, è un’alternativa logica diretta all’unipolarismo. Non ci può essere compromesso tra loro: secondo le leggi della logica, il mondo è o unipolare o multipolare. D’ora in poi, non è importante come tale modello particolare sia formulato giuridicamente, ma come sia creato de-facto. Nell’era della “guerra fredda”, diplomatici e politici hanno riconosciuto con riluttanza il “bipolarismo” che era un fatto ovvio. Pertanto, è necessario separare il linguaggio diplomatico dalla realtà concreta. Il mondo unipolare è l’ordine mondiale fattuale fino ad oggi. Si può solo discutere se sia buono o cattivo, se sia l’alba del sistema o, in alternativa, il tramonto, e se durerà a lungo o, al contrario, finirà rapidamente. Indipendentemente da ciò, il fatto rimane tale. Viviamo in un mondo unipolare, e il momento unipolare dura ancora (anche se alcuni analisti sono convinti che stia per finire).

Il mondo multipolare non è un mondo nonpolare

I critici americani della rigida unipolarità, e soprattutto i rivali ideologici dei neoconservatori concentrati nel “Council on Foreign Relations”, hanno offerto un altro termine al posto di unipolarità – nonpolarità. Questo concetto si basa sul suggerimento che i processi di globalizzazione continueranno a svolgersi, e il modello occidentale dell’ordine mondiale espanderà la sua presenza a tutti i paesi e popoli della terra. Così, l’egemonia intellettuale e l’egemonia dei valori dell’Occidente continueranno. Il mondo globale sarà il mondo del liberalismo, della democrazia, del libero mercato e dei diritti umani, ma il ruolo degli Stati Uniti come potenza nazionale e il fiore all’occhiello della globalizzazione, secondo i sostenitori di questa teoria, si ridurrà. Invece di una diretta egemonia americana, emergerà un modello di “governo mondiale”. A questo parteciperanno i rappresentanti di diversi paesi, che staranno insieme con valori comuni e si sforzeranno di stabilire uno spazio sociopolitico ed economico unificato in tutto il mondo. Anche qui, abbiamo a che fare con un analogo della “fine della storia” di Fukuyama descritta in termini diversi.

Il mondo non-polare sarà basato sulla cooperazione tra paesi democratici (per difetto), ma gradualmente il processo di formazione dovrebbe includere anche attori non statali – ONG, movimenti sociali, gruppi di cittadini separati, comunità di rete, ecc.

La caratteristica principale nella costruzione del mondo nonpolare è la dissipazione del processo decisionale da un’entità (ora Washington) alle molte entità del livello inferiore – fino ai referendum planetari online sui principali eventi e azioni che riguardano tutta l’umanità.

L’economia sostituirà la politica e la concorrenza di mercato spazzerà le barriere doganali di tutti i paesi. Lo stato si preoccuperà più della cura dei suoi cittadini che della sicurezza tradizionale, e inaugurerà l’era della democrazia globale.

Questa teoria coincide con le caratteristiche principali della teoria della globalizzazione e si presenta come una tappa verso la sostituzione del mondo unipolare, ma solo alle condizioni promosse oggi dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali riguardo ai loro modelli sociopolitici, tecnologici ed economici (democrazia liberale). Questi e i loro valori diventeranno un fenomeno universale, e la necessità di una stretta protezione degli ideali democratici e liberali non esisterà più – tutti i regimi che resistono all’Occidente, alla democratizzazione e all’americanizzazione al momento dell’inizio del mondo nonpolare dovrebbero essere eliminati.

L’élite di tutti i paesi dovrebbe essere simile, omogenea, capitalista, liberale e democratica – in altre parole, “occidentale” – indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale.

Il progetto del mondo non polare è sostenuto da una serie di gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros e le sue fondazioni.

Questo progetto strutturale si rivolge al futuro. È pensato come una formazione globale che dovrebbe sostituire l’unipolarismo e stabilirsi dopo nella sua scia. Questa non è un’alternativa, ma piuttosto una continuazione, e sarà possibile solo quando il centro di gravità della società si sposterà dal mix odierno di alleanza di due livelli di egemonia – materiale (il complesso militare-industriale americano e l’economia e le risorse occidentali) e spirituale (norme, procedure, valori) – a un’egemonia puramente intellettuale, insieme alla graduale riduzione dell’importanza del dominio materiale.

Vale a dire, questa è la società dell’informazione globale, dove i principali processi di governo e dominio saranno dispiegati nel campo dell’intelligenza attraverso il controllo delle menti, il controllo mentale e la programmazione del mondo virtuale.

Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello di mondo nonpolare perché non accetta la validità del momento unipolare come preludio al futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale dell’Occidente, l’universalità dei suoi valori, o la dissipazione del processo decisionale nella molteplicità planetaria indipendentemente dall’identità culturale e di civiltà preesistente. Il mondo non-polare suggerisce che il modello americano di melting pot sarà esteso a tutto il mondo. Di conseguenza, questo cancellerà tutte le differenze tra i popoli e le culture, e un’umanità individualizzata e atomizzata sarà trasformata in una “società civile” cosmopolita senza confini. La multipolarità implica che i centri decisionali devono essere abbastanza alti (ma non solo nelle mani di una sola entità – come è oggi nelle condizioni del mondo unipolare), e le specialità culturali di ogni particolare civiltà devono essere preservate e rafforzate (ma non dissolte in un’unica molteplicità cosmopolita).

Il multipolarismo non è multilateralismo

Un altro modello di ordine mondiale, un po’ distanziato dall’egemonia diretta degli Stati Uniti, è un mondo multilaterale (multilateralismo). Questo concetto è molto diffuso nel partito democratico statunitense, ed è formalmente aderito nella politica estera dell’amministrazione del presidente Obama. Nel contesto dei dibattiti sulla politica estera americana, questo approccio si oppone all’insistenza dei neoconservatori sull’unipolarismo.

In pratica, il multilateralismo significa che gli Stati Uniti non dovrebbero agire nel campo delle relazioni internazionali contando interamente sulla propria forza e mettendo tutti i suoi alleati e “vassalli” di fronte al fatto compiuto in maniera obbligata. Invece, Washington dovrebbe prendere in considerazione la posizione dei partner, persuadere e argomentare le sue soluzioni suggerite in un dialogo paritario con loro, e portarli dalla sua parte per mezzo di argomenti razionali e, a volte, proposte di compromesso.

Gli Stati Uniti in una tale situazione dovrebbero essere “primi tra pari”, piuttosto che “dittatore tra i suoi subordinati”. Questo impone alla politica estera degli Stati Uniti alcuni obblighi nei confronti degli alleati nella politica globale ed esige l’obbedienza alla strategia globale. La strategia globale in questo caso è la strategia dell’Occidente per stabilire la democrazia globale, il mercato, e l’attuazione dell’ideologia dei diritti umani su scala globale. In questo processo, gli Stati Uniti, essendo il leader, non dovrebbero equiparare direttamente i loro interessi nazionali ai valori “universali” della civiltà occidentale, per conto della quale agiscono. In alcuni casi, è più preferibile operare in una coalizione, e talvolta anche fare concessioni ai propri partner.

Il multilateralismo si differenzia dall’unipolarismo per l’enfasi sull’Occidente in generale, e soprattutto sulla sua componente “valoriale” (cioè “normativa”). Su questo, gli apologeti del multilateralismo convergono con i sostenitori del mondo nonpolare. L’unica differenza tra il multilateralismo e il non-polarismo è solo il fatto che il multilateralismo pone l’accento sul coordinamento dei paesi occidentali democratici tra di loro, mentre il non-polarismo include anche autorità non statali (ONG, reti, movimenti sociali, ecc.) come attori.

È significativo che in pratica, la politica di multilateralismo di Obama, come ripetutamente espresso da lui e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, non è molto diversa dall’era imperialista diretta e trasparente di George W. Bush, durante il cui periodo i neoconservatori erano dominanti. Gli interventi militari statunitensi sono continuati (Libia), e le truppe statunitensi hanno mantenuto la loro presenza nell’Iraq occupato e nell’Afghanistan.

Il mondo multipolare non corrisponde all’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce la legittimità del “Nord ricco” – da solo o collettivamente – ad agire per conto di tutta l’umanità e a servire come unico centro decisionale sulla maggior parte delle questioni più importanti.

Riassunto

La differenziazione del termine “mondo multipolare” dalla catena di quelli alternativi o simili delinea il campo semantico in cui continueremo a costruire la teoria della multipolarità. Fino a questo punto, abbiamo parlato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, negazioni e differenziazioni stesse che ci permettono al contrario di distinguere una serie di caratteristiche costitutive e abbastanza positive.

Se generalizziamo questa seconda parte positiva, derivante dalla serie di distinzioni fatte, otteniamo circa questo quadro:

  1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che di fatto esiste nella situazione attuale) per il fatto che insiste sulla presenza di pochi centri indipendenti e sovrani di decisione strategica globale a livello mondiale.
  2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente attrezzati e finanziariamente e materialmente indipendenti per essere in grado di difendere la loro sovranità di fronte a un’invasione diretta di un potenziale nemico sul piano materiale, e la forza più potente del mondo attuale dovrebbe essere intesa come questa minaccia. Questo requisito si riduce ad essere in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.
  3. Questi centri decisionali non devono accettare l’universalismo degli standard, delle norme e dei valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc) e possono essere completamente indipendenti dall’egemonia spirituale dell’Occidente.
  4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare, perché oggi non esiste un’unica forza strategica o ideologica che possa resistere da sola all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e del suo leader, gli Stati Uniti. Ci devono essere più di due poli in un mondo multipolare.
  5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità degli stati nazionali esistenti, che è dichiarata solo a livello puramente giuridico e non è confermata dalla presenza di sufficiente potenza, strategica, economica e politica. Nel XXI secolo, non è più sufficiente essere uno stato-nazione per essere un’entità sovrana. In tali circostanze, la vera sovranità può essere raggiunta solo da una combinazione e coalizione di stati. Il sistema westfaliano, che continua ad esistere de-jure, non riflette più le realtà del sistema di relazioni internazionali e richiede una revisione
  6. La multipolarità non è riducibile alla non-polarità né al multilateralismo perché non mette il centro del processo decisionale (polo) nel governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei suoi alleati democratici (“Occidente globale”), il livello delle reti sub-statali, le ONG e altre entità della società civile. Un polo deve essere localizzato altrove.

Questi sei punti definiscono l’intera gamma per l’ulteriore sviluppo della multipolarità e incarnano sufficientemente le sue caratteristiche principali. Sebbene questa descrizione ci porti significativamente a comprendere il punto della multipolarità, è ancora insufficiente per essere qualificata come una teoria. Si tratta solo di una determinazione iniziale con la quale la piena teorizzazione ha appena iniziato.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 aprile 2022

Fonte:https://www.ideeazione.com/multipolarita-definizione-e-differenziazione-dei-suoi-significati/ 

I CONSIGLI DELL’IRAN ALLA RUSSIA PER SUPERARE LE SANZIONI

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QUINTA COLONNA

di Massimo Cascone

Ci sono Stati che da anni fronteggiano il bullismo occidentale, rispondendo colpo su colpo alle sanzioni e garantendo la sopravvivenza, tra alti e bassi, del proprio popolo. Tra questi rientra sicuramente l’Iran, da più di 40 anni soggetto alle restrizioni economiche a causa della sua ferrea volontà di non sottomettersi al potere globalizzante americano.

Saper sopravvivere nonostante le avversità è un’arte e adesso anche alla Russia tocca impararla. Per questo motivo, come riporta RIA Novosti, le autorità iraniane hanno consigliato al Cremlino una serie di misure per contrastare le sanzioni statunitensi e, allo stesso tempo cooperare maggiormente.

Ad affermarlo, Mohsen Karimi, vice capo della Banca centrale della Repubblica islamica per gli affari internazionali.

L’Iran, sulla base della sua ricca esperienza di essere sotto sanzioni negli ultimi anni, ha adottato le misure necessarie per uscire dall’influenza della dominazione americana e dei paesi ostili, che ha proposto alla parte russa.

Karimi, come anticipato, ha anche accennato nelle dichiarazioni rilasciate all’importanza di rinsaldare l’alleanza tra i due paesi, sottolineando la necessità di rafforzare gli scambi commerciali:

Ci sono sia accordi che opportunità. L’Iran vuole solo usarli per condurre operazioni commerciali con la Russia in rubli e rial.

Massimo A. Cascone, 02.04.2022

Fonte: https://ria.ru/20220401/sanktsii-1781315730.html

Fonte: https://comedonchisciotte.org/i-consigli-delliran-alla-russia-per-superare-le-sanzioni/

Dell’umanità resterà solo il dito

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Stiamo perdendo la terra sotto i piedi. Stiamo perdendo la realtà. Al posto della vita i flussi informativi, al posto delle cose concrete i dati numerici, al posto dell’universo i Big Data, al posto della terra Google hearth, al posto del cielo il Cloud. Senza accorgercene sta avvenendo una radicale Sostituzione; non dei popoli europei con i flussi migratori, come sostiene Renaud Camus. Ma la sostituzione ben più profonda del mondo reale, il mondo delle cose e la vita pensante, i cuori e le menti, col mondo artificiale, come l’intelligenza e tutti i medium che si frappongono tra noi e il mondo. Fino alla Sostituzione dell’umano. La cosa più terribile è che non ci badiamo, non ce ne diamo pensiero. Avviene, non possiamo sottrarci. Tutto è così ineluttabile, automatico. La perdita della libertà è assoluta quando si vive la vita da automi.

Ho tra le mani un ennesimo libro di Byung-Chul HanLe non cose, pubblicato da Einaudi che descrive “come abbiamo smesso di vivere il reale”. Il filosofo tedesco-coreano denuncia una trasformazione come mai c’è stata e lancia un atto d’accusa al mondo contemporaneo, che lo situa a pieno titolo tra i conservatori apocalittici. Cosa è successo? La rivoluzione digitale ci ha reso tutti “infomani”. Non vediamo più le cose ma gli infomi. Siamo guidati dagli algoritmi, non abbiamo più autonomia di pensiero e visione della realtà. Siamo collegati ma abbiamo smesso di avere legami.

Peggior quadro della situazione non sarebbe possibile: siamo allo stadio finale dell’alienazione. Dopodiché c’è solo la scomparsa dell’umano. La mano che era il simbolo fattivo dell’umanità si fa inerte e cede al dito, come si addice a una società digitale. Dobbiamo premere tasti e non più maneggiare il mondo. Il dito apre gli accessi, avvia i percorsi prestabiliti, ci conduce in una dimensione fittizia, artificiale, irreale.

L’homo sapiens è stato sostituito dal phono sapiens. Sola valvola di sfogo il gioco, divertirsi. La storia è sostituita dallo storytelling, scompaiono i confini tra cultura e commercio, si perde ogni relazione tra cultura e comunità.

Lo scettro che ci rende all’apparenza sovrani e nella realtà schiavi di questo nuovo mondo ci è ormai familiare più di ogni altra cosa: è lo smartphone. Esso trasforma il mondo in informazione, e la realtà -potremmo aggiungere- in rappresentazione veicolata. Lo smartphone ci sorveglia, e ancor più ci sorveglierà via via che si perfezionano le tecnologie. L’infosocietà non opprime, non sopprime la libertà, anche se pone sempre più divieti e censure: ma la sfrutta, la svuota per poi riempirla dei propri input. Insomma la dirige, la plasma; così la libertà nega se stessa. Scompaiono le cose, ma scompare anche l’altro, nella relazione narcisistica e autistica con lo smartphone. L’intelligenza artificiale è priva di mondo, non ha cuore, non ha pathos, non ha concetto; è sorda e cieca.

Sul piano delle icone, il passaggio decisivo secondo Han è dalla fotografia analogica a quella digitale. La foto stampata, in carta, è una cosa, patisce il degrado e la morte, come se fosse vivente. E’ un’emanazione della persona reale, ricorda, racconta una storia, un destino. La foto digitale, invece, elimina il referente, è autoreferenziale, istantanea, avulsa dal cammino del mondo. Il selfie non è una cosa, ma una non cosa, un’info, non va conservata per ricordare. Il ritratto analogico è silente ma parla, come una natura morta: il ritratto digitale è rumoroso ma inespressivo, annuncia la fine dell’umano e non conosce morte né caducità.

Dopo la lettura di Byung Chul Han resta uno sciame di dubbi: è davvero così radicale il salto tra l’analogico e il digitale, o c’è una gradualità nel passaggio? Perché la tecnica che accompagna l’uomo da sempre solo ora scatena tutto il suo potenziale inumano? A parte gli indubbi vantaggi del digitale, quale risposta possiamo dare, oltre a constatare la perdita del mondo, della realtà e dell’umano? Abbiamo margini di reazione o di alternativa, è possibile (e auspicabile) tornare indietro, cancellare, rimuovere l’infosfera digitale? Siamo poi sicuri che sia la tecnica a cambiarci e non l’uomo stesso a servirsi della tecnica per mutarsi al punto di sopprimersi e predisporsi a un’altra dimensione postumana? E se fossimo noi incapaci di sopportare i limiti, i dolori, la caducità del nostro essere, che vogliamo sottrarci al reale, alla mortalità, al nostro essere e ai suoi limiti?

Quel che Han rileva della società digitale, Heidegger già lo notava nel suo tempo col semplice uso della macchina da scrivere, scorgendo il predominio del dito che pigia sulla mano che afferra e modifica; eppure non eravamo ancora in un’era digitale e il prodotto era una cosa reale, un foglio scritto. Il computer perfezionerà quel passaggio, ma Heidegger notava il tratto alienante della macchina da scrivere. Andando a ritroso nei millenni, Platone, narrando nel Fedro il mito di Theut, vide già nella scrittura il declino dell’umana facoltà di tenere a mente, trasmettere tramite la parola viva. La scrittura non serve a ricordare, dice Platone tramite il re egizio Thamus, ma a dimenticare, lasciando traccia solo negli scritti. Da ciò verrà fuori una falsa sapienza, conosceremo “l’apparenza, non la verità”.

Insomma, la Sostituzione viene da lontano, s’intreccia alla storia dell’uomo e della tecnica, e il digitale è solo l’ultimo stadio finora conosciuto. Come i polpi hanno un cervello nei tentacoli, anche negli umani il cervello si rifugerà nel dito? Come in una Creazione di Michelangelo a rovescio, dell’uomo alla fine resterà solo il dito?

MV, Panorama (n.14)

 

Una Cappa ci impedisce di pensare

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QUINTA COLONNA

Ci si sente come don Abbondio, un “[…] vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro […], ma in questo secolo non si parla più di bravacci, di soprusi tangibili, chiaramente additabili, bensì di un clima impalpabile che permea tutto e se ne impossessa subdolamente, una brodaglia di mainstream e di politically correct che monitora attentamente che cosa sia giusto dire, fare. Non è semplice comprendere il contesto e sembra quasi che il nostro obiettivo sia ormai solo quello di ammaccarci il meno possibile e arrivare indenni alla fine della storia.

È il principio della rana bollita di Chomsky e, in fondo, ne siamo tutti consapevoli, d’altronde è così piacevolmente tiepido questo consoChomsky, rana bollita, salute, involucro, spirito, libertà, pensiero liberommé che non vale la pena scalpitare più di tanto e deglutire. Che qualcuno si prenda la responsabilità, di grazia!  Non io che non posso, ho troppo o nulla da perdere.

Marcello Veneziani ne La Cappa, suo ultimo saggio, lo fa, si prende questa responsabilità e da libero pensatore ci aiuta a osservare il presente: “Una Cappa ci opprime, la sua densità ci impedisce di vedere oltre, di leggere dentro. […] Esiste solo ciò che è dentro, tutto è inglobato, e chi vorrebbe esserne fuori, alla fine viene fatto fuori; non espulso, ma evacuato, e non in un altrove, ma nel vuoto dell’inesistenza, cancellato. La nuova inquisizione censura e corregge”.

Le fasi acute della pandemia ci hanno obnubilato, ma la cappa non è solo pandemica. C’era già prima, ma, come Proteo, si adatta ai tempi, alle paure del momento, chiude i cuori e le menti servendosi di elementi nuovi. È un’impalpabile e moderata condizione che brutalmente non permette l’oppure, l’alternativa “Eppure la vita, l’intelligenza, la libertà nascono proprio dalla possibilità d’alternativa. L’intelligenza è la spada che salva o almeno perfora la Cappa asfissiante”.

Si parla di ambiente non di Natura

Grandi temi etici e sociali sono stati delineati proprio escludendo a priori idee alternative; pensiamo all’ambiente, una definizione asettica, neutra, pulita dal terriccio, che prescinde dalla Natura intesa nella sua completezza: “Perché si parla di ambiente anziché di Natura? La Natura è la realtà che noi non abbiamo creato ma che abbiamo trovato, e non dipende da noi. La Natura è un nome antico, originario che comprende con il pianeta tutti i suoi abitanti, compresi noi umani e in quanto tali ci troviamo di fronte alla malattia, alla guerra, a fare i conti con la morte, con quel mistero che abbiamo allontanato al punto da non pensarci più: “L’accettazione della morte come orizzonte della vita è l’unico modo per vivere in libertà, coraggio e dignità, senza paura. Amor fati”.

Attenti solo alla salute dell’involucro

Spaventati, ci siamo così isolati e separati dal nostro io e dagli altri, badiamo alla salute dell’involucro, ci riflettiamo narcisisticamente e onanisticamente allo specchio, curando le sopracciglia e trascurando lo spirito, abbiamo perso la passione e l’attrazione, troppo compromettente e rischioso, preferiamo rinunciare all’amore e ai legami intensi perché comportano dolore, non sono totalmente controllabili. “Il vero organo sessuale è lo smartphone. […] Chi ama se stesso sopra ogni cosa, chi vive nel proprio riflesso, fino ad autoritrarsi di continuo (selfie made man), si defila da ogni rapporto o legame per dedicarsi al culto di sé.” È una storia senza sugo, una mortadella vegana: “Propter vitam vivendi perdere causas, diceva Giovenale, per salvare la vita perdiamo le ragioni della vita stessa”.

Politicamente corretto

Usiamo le parole giuste e il lessico è sorvegliatissimo, ma deformato; cancelliamo ciò che è fuori dai parametri 2030, cancelliamo la storia, perché è imperfetta, anzi, estremamente imperfetta: “Ci sono due modi per stuprare la storia: forzarla nell’attualità o cancellarla fino a negarla. […] C’è una cappa che impedisce ormai di vedere liberamente il passato, gli autori classici e soprattutto la storia, i suoi personaggi ed eventi. Quella cappa cancella tutto quel che non è compatibile, non omogeneo all’oggi. È l’insofferenza per ogni vera differenza: è permessa la variabilità, non la varietà. […] Eleva un punto di vista ad assoluto e perenne: tutto viene relativizzato rispetto a quel punto di vista e tutto può essere rimosso e cancellato in suo nome” Il nostro tempo diventa allora protagonista assoluto e non riconosce altre autorità all’infuori di se stesso.

Bisogna stare attenti a fare le battute, anche con i colleghi, l’ironia è bandita, perché è bandito il contesto, il tessuto complesso e intelligente di strati e registri diversi, in cui un sorriso, un’occhiata aggiustava il peso della parola; ora invece solo gli emoji ci salvano.

Si creano delle crepe, tuttavia, nella cappa e nonostante vengano per lo più additate e stuccate, se ne creano delle altre… e poi altre che fanno filtrare alternative, perché gli analgesici e i palliativi non bastano e la verità si fa spazio, sempre. Nei varchi di dolore, negli spazi di realtà si ode la voce di chi non ha smesso di esercitare un pensiero libero: “E se invece compito del pensatore fosse contraddire il corso dell’epoca, scoperchiare la cappa? […] Non siamo solo corpo e materia ma anche realtà invisibile e simbolica; siamo anime pensanti. Che non ci possiamo nutrire solo di scienza e di tecnica, ma anche di mito, di rito e di sacro. Che non siamo solo il frutto di evoluzione e scambi, ma anche di tradizione e di eredità trasmesse. Che non agiamo mossi soltanto dall’utile ma anche da scopi ulteriori: ricerca del senso, del destino, dell’avventura”.

Pensare sarebbe dunque la vera novità per il tempo che verrà.

Fiorenza Cirillo, 21 marzo 2022

Una Cappa ci impedisce di pensare

 

Gratteri: «Dopo la guerra in Ucraina la ‘ndrangheta comprerà armi a prezzo da outlet»

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Il procuratore di Catanzaro: «È già successo in Bosnia, dove i clan hanno acquistato dalla mafia pugliese o barattato con la coca»

CATANZARO «Non succederà adesso, ma a bocce ferme. In questo momento le armi servono per fare la guerra, non per fare baratti. Alla fine delle ostilità chi avrà bisogno di armi andrà a comprarle a prezzi da outlet, come già accaduto in Bosnia. Quando la ‘ndrangheta ne ha avuto bisogno, è andata in Bosnia a comprare armi, le ha comprate dalla mafia pugliese oppure le ha barattate con la cocaina». Così all’AdnKronos il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sul rischio che l’enorme giro di armi ed esplosivi, mitra, bombe, missili anti carro, arrivati in Ucraina, possano in qualche modo finire nel circuito della grande criminalità organizzata internazionale, dove la ‘ndrangheta la fa da padrone.
«La ‘ndrangheta – spiega Gratteri -, ha già avuto questo tipo di armi, non sarebbe un elemento di novità. La ‘ndrangheta non ha questa primazia, tutte le organizzazioni criminali che hanno bisogno di armi andranno a cercarle a basso costo, ad un costo inferiore rispetto a quello del mercato nero. Ma le mafie non hanno mai avuto problemi di approvvigionamento di armi, perché nel mondo ce n’è una grande quantità, l’approvvigionamento può avvenire dove si vuole. Dalla Svizzera all’ex Jugoslavia e in qualsiasi teatro di guerra c’è il mercato nero delle armi, dunque non sarebbe una novità. Anche se, ribadisco, c’è la possibilità di comprare armi più sofisticate a buon prezzo».
Quanto al modo per impedire che ciò accada, Gratteri chiosa: «Se gli Stati si parlano, se le polizie e le magistrature si parlano, sarebbe l’unico modo per impedirlo».

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/03/16/gratteri-dopo-la-guerra-in-ucraina-la-ndrangheta-comprera-armi-a-prezzo-da-outlet/

Israele a Zelensky: “Dovresti arrenderti”. E lui risponde così

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Il retroscena del Jerusalem Post: la richiesta di Bennet al presidente Ucraino. L’irritazione di Kiev

Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ci aveva provato: fare di Tel Aviv il fulcro del dialogo tra la Russia e l’Ucraina. Mediare, insomma. Tanto che ha preso un aereo per recarsi, quasi in segreto, alla corte di Vladimir Putin per conoscerne richieste e margini di trattativa, così da presentare l’offerta a Volodymyr Zelensky (e alla Germania). Non ha funzionato, almeno per il momento. Tanto che i due ministri degli esteri degli Stati in guerra (Lavrov e Kuleba) si sono incontrati in Turchia e non in Israele.

Che la missione di Bennet non sarebbe andata a buon fine si era forse capito dalla reazione avuta da Kiev dopo il colloquio telefonico col presidente ucraino. Israele è stata accusata di essere troppo schiacciata sulle richieste russe, e il suo ruolo di mediatore ha perso un po’ di smalto. Il motivo, forse, può trovarsi nella rivelazione che oggi fa il The Jerusalem Post sul suo sito internet. Secondo una fonte di alto livello nel governo ucraino, Bennet avrebbe suggerito a Zelensky di accettare le offerte di Putin così da porre fine alla guerra che causa molti morti. In sintesi: arrendersi, così da evitare spargimenti di sangue.

“Se fossi in te, penserei alla vita della mia gente e accetterei l’offerta“, avrebbe detto Bennett a Zelensky. Il quale avrebbe risposto gelido con un semplice “ti sento”. Come a dire: non ci penso nemmeno. “Bennett ci ha detto di arrenderci”, ha spiegato il funzionario al Jerusalem Post. “Non abbiamo intenzione di farlo. Sappiamo che l’offerta di Putin è solo l’inizio”. Israele avrebbe chiesto a Kiev anche di non chiedere ulteriori aiuti militari all’Occidente per non danneggiare gli sforzi di mediazione con Putin. “Non abbiamo bisogno di una cassetta delle lettere“, ha spiegato il funzionario ucraino criticando il modus operandi del premier israeliano. “Ne abbiamo abbastanza. Se Bennett vuole essere neutrale e mediare, ci aspetteremmo di vederlo nominare qualcuno che ci lavori giorno e notte e cercare di ottenere un compromesso”. Ovviamente, il negoziatore ucraino nei colloqui con la Russia ha negato che Bennet abbia chiesto all’Ucraina di accettare le richieste di Bennet. Ma il retroscena rimane.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/israele-a-zelensky-dovresti-arrenderti-e-lui-risponde-cosi/

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